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Un italiano in Iraq ci racconta cosa accade lì

iraq attentato italia incursori oggi non rientreranno 390 minLa sezione di Latina del Movimento Federalista Europeo vuole condividere la testimonianza di un proprio militante attualmente in servizio in Iraq, Luigi Pappalardo. UNOeTRE.it è assolutamente disponibile a soddisfare questa richiesta di condivisione, dal momento che ancora una volta il mondo ha davanti uno scenario di guerra possibile. Sentiamo forte l'esigenza di superare gli egoismi internazionali e di garantire all'Europa e all'intero globo la pace, cosa possibile soltanto con le unificazioni regionali di tipo federale a cominciare dall'Unione europea.

Ogni volta salutiamo l’anno che si chiude con rimorsi per gli errori commessi, ma con la speranza che l’anno che verrà possa essere migliore, che le guerre possano magicamente finire nel nuovo anno e le persone possano vivere la loro vita in pace e serenità in tutto il mondo. Ma ecco che anche il 2020 viene rovinato sul nascere da una nuova guerra.

Questa volta per me però è particolarmente straziante, perché quest’anno per la prima volta non mi trovo nella mia Latina a guardare da lontano, ma sono qui, dove la vita di milioni di persone sta per essere stravolta dall’ennesima guerra. Mi chiamo Luigi, sono stato segretario della locale sezione e militante del Movimento federalista europeo, e da qualche mese lavoro nella cooperazione internazionale nel Kurdistan Iracheno nel Governatorato di Erbil. Lavoriamo in una città meravigliosa, che in solamente due anni si è rialzata dalle tragedie lasciate dall’ISIS, conoscendo alcuni dei protagonisti di questa ricostruzione e centinaia di persone che ogni giorno lavorano per rendere questo paese un posto migliore.

La mattina del 3 gennaio 2020 però tutto è cambiato, ancora. L’espressione sul viso di tanti amici e amiche è cambiata e tutti cerchiamo di fare previsioni di quello che sarà il futuro qui. La regione del Kurdistan gode di un’autonomia speciale che ci assicura un buon grado di sicurezza, qui lavoriamo per lo sviluppo economico e sociale della popolazione, mentre nel resto dell’Iraq altri amici ancora lavorano alla ricostruzione, dove le macerie dell’ISIS sono ancora visibili.bandiera della pace 350 min

Poi ci sono gli amici di Baghdad, con cui ho trascorso il primo Natale iracheno, che da oltre tre mesi aiutano i ragazzi e le ragazze che protestano a Piazza Tahrir contro un governo diviso per etno settarismi, i quali membri governano per tutelare gli interessi particolari dei propri gruppi etnici o settari. Proprio da questa forma di governo che ha soppresso i musulmani sunniti, rei di aver appoggiato Saddam Hussein prima del 2003, è nato l’ISIS. La storia dell’Iraq è una storia di soppressori e soppressi che si scambiano di ruolo nel corso dei decenni. Per questo, i ragazzi e le ragazze di Piazza Tahrir protestano pacificamente al grido di “ Siamo tutti iracheni”, spesso proprio sulle note della nostra “Bella Ciao” cantata in arabo e in italiano, rigettando le divisioni etniche, politiche e religiose.

Protestano anche contro il controllo che l’Iran ha ottenuto sul governo iracheno, dopo aver contribuito in maniera significativa grazie alle milizie iraniane di Qasem Suleimani a sconfiggere l’ISIS. Protestano perché da quella vittoria del 10 dicembre 2017 le milizie iraniane non hanno mai lasciato l’Iraq. E proprio queste milizie vengono oggi utilizzate dal governo iraniano per attaccare gli americani in Iraq, come nel caso dell’occupazione dell’ambasciata americana a Baghdad lo scorso 31 dicembre, e dal governo iracheno per sopprimere nel sangue le proteste, oltre 500 persone sono state uccise in tre mesi.

Solamente qualche settimana fa ci arrivò la notizia della scomparsa di due amici attivisti a Baghdad che aiutavano i giovani e le giovani in protesta portando viveri e letti. In quel momento speravamo tutti nella stessa cosa: che non fossero stati presi dalle milizie. Perché essere presi da loro, spesso, significa pagare con la vita. Fortunatamente pochi giorni dopo scoprimmo che erano stati arrestati dalla polizia irachena, che dopo una campagna internazionale della società civile è stata costretta a rilasciarli.

Qasem Suleimani, comandante delle Guardie iraniane di Rivoluzione, il più delle volte era proprio il mandante di questi assassini. Un signore della guerra amato in Iran, ma detestato in Iraq. La sua morte ha creato sentimenti contrastanti e confusi in tutti noi che viviamo in questo paese. Suleimani non era un terrorista, ma il comandante di un esercito regolare che esercita la sua influenza in Libano, Siria e Iraq con il permesso del governo ospitante. Era esattamente uno dei motivi delle proteste, i giovani e le giovani di Piazza Tahrir volevano cacciare lui e le milizie iraniane dal paese, non ucciderli. Perché tutti hanno realizzato che ora il suo assassinio significherà lo stravolgimento della loro vita, un’altra volta.

Noi cooperanti temiamo che il nostro lungo lavoro di pace rischia di essere distrutto in un secondo, alcuni progetti sono già stati sospesi e tutti gli americani stanno evacuando il paese nella notte: sospendere un progetto significa che migliaia di bambini non potranno più andare a scuola o che altrettanti rifugiati non potranno accedere ai servizi nei campi in cui vivono. Ma soprattutto temiamo che i nostri amici di Baghdad e nel resto dell’Iraq rischiano di ritrovarsi in un terribile campo di guerra tra Stati Uniti e Iran.

Per questo siamo qui tutti a chiedere alle nostre città natali, a qualsiasi contatto abbiamo nel mondo di condannare concretamente qualsiasi ulteriore atto di violenza nei confronti dell’Iraq, che chiede solamente pace dopo decenni di guerre e morti.

Riferimenti:
pagina fb: MFE Latina
sito nazionale: www.mfe.it
http://www.mfe.it/site/index.php/statuto-e-regolamento

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Riferimenti:
pagina fb: MFE Latina
sito nazionale: www.mfe.it
http://www.mfe.it/site/index.php/statuto-e-regolamento

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FCA: quello che accade è responsabilità delle politiche di Governo

Renzi Marchionne mindi Ignazio Mazzoli - “…il tuo contratto per il momento cessa. Ci aggiorniamo per ulteriori novità…” Questo era il titolo di un articolo de L’Inchiesta del 2 novembre scorso a firma di Rita Cacciami. La forma della comunicazione sintetizza bene il sogno realizzato dell’imprenditore privato nel rapporto con il lavoratore. Come, quando e chi voglio, perché qui comando io.
“..e ‘l modo ancor m’offende”, Dante Alighieri fece dire a Francesca da Rimini quando fu uccisa da Gianciotto, in modo repentino senza se e senza ma, a causa del suo amore.
Il comportamento della FCA di Marchionne ci fa evocare questo ricordi scolastici, ma qui c’è di più, molto di più. E la poesia non c’entra in alcun modo.
Scrive Luciano Granieri in uno dei suoi quotidiani, innumerevoli post: «Quanto accaduto allo stabilimento FCA di Cassino, in merito alla mancata stabilizzazione di 530 Lavoratori è l’epilogo e il fallimento delle riforme sul Lavoro targate “Marchionne – Renzi – PD».
Un giudizio tagliente, ma non superficiale né tantomeno gratuitamente rabbioso. Già una risposta si trova nella domanda: Cosa Significa Precariato? Si chiede “Possibile Frosinone” in un suo comunicato: «Basta guardare quello che sta accadendo allo stabilimento FCA di Piedimonte San Germano dove 750 lavoratori della FCA si vedono in queste ore scadere il proprio contratto a tempo determinato» … queste persone sono trattate «esclusivamente come un fattore produttivo numerico, come delle macchine animate che possono essere accese o spente alla bisogna».

Questo è PRECARIATO

Cos’è? Un temporale improvviso? Una maledizione divina per i troppi peccati degli umani? Un imprevedibile terremoto?
Il precariato è una precisa scelta del padronato e della finanza mondiale avallata dai governi loro amici. Il precariato è quell’esercito di donne e uomini che pur di lavorare accettano qualunque occupazione a qualunque retribuzione e senza diritti garantiti; costituisce insieme ai disoccupati quell’enorme risorsa umana che permette di tenere bassi i salari come chi comanda vuole, lasciandosi le mani libere di assumere e licenziare a proprio piacimento.
La subalternità all'imprenditore privato l’abbiamo sentita teorizzare anche qui nella nostra provincia quando fra il 2014 e il 2015, nella bellissima aula magna del liceo di Ferentino l’Assessora regionale Lucia Valente venne ad illustrare le mirabolanti prospettive del progetto “Garanzia Giovani” iniziando con il dire che le istituzioni debbono rendersi conto delle esigenze degli imprenditori privati, che si è tradotto in taglio di salari e diritti per chi ci mette il lavoro. E nonostante questo, anche "Garanzia Giovani" si è rivelata ai giorni nostri un fallimento completo ovunque in Italia.

Ma torniamo alla vicenda FCA che si è svolta fra inchini e ossequi del potere nazionale e regionale, ciechi di fronte ad ogni avvertimento. Era il 24 novembre 2016 quando Rifondazione comunista frusinate invitava «i lavoratori a non piegare la testa davanti ai padroni perché l’entrante produzione della Giulia non sarebbe decollata e cassafca pomigliano 350 260 integrazione e precarietà sarebbero rimaste uniche prospettive certe». Nello stabilimento FCA di Piedimonte si consumava ancora una volta la messinscena degli annunci. L’esultanza irradiata dal Quirinale e da Palazzo Chigi per l’avvio della produzione della Giulia Alfa Romeo è subito smentita da una «dichiarazione di 1763 esuberi su 3800 dipendenti: orario tagliato, stipendi ridotti per tutti. Non basta, le linee sono sottoutilizzate producendo soltanto 100 vetture al giorno anziché le 480 potenzialmente realizzabili»; dice ancora Rifondazione.

Erano tutti avvisati

In epoca più recente la Cisl in un comunicato dell’8 luglio ’17 ricorda che «Ai Lavoratori oggi si chiede efficienza ed efficacia ed è la stessa che come Sindacato dei Lavoratori pretendiamo e chiediamo ad Enti e Istituzioni, soprattutto per chi è impegnato, a pieno titolo, al miglioramento delle condizioni di chi lavora».
Sono solo alcune citazioni che in queste ore vengono alla mente, ma ce ne sono tante altre sollecitate dai numerosi comunicati anche di chi mai si è occupato del lavoro dipendente. La credibilità non si recupera con un po’ di ammuina sotto le elezioni. E qui non siamo di fronte soltanto ad un problema elettorale, ma siamo di fronte a come si governa un popolo intero.
Il 9 lug 17 alla festa della Cgil di Cassino si denunciavano chiusure e riaperture; bonus fiscali per assunzioni; contratti interinali anziché a tempo indeterminato cercando di mettere subito al centro il «lavoro che non c'è nel Lazio» e si ricordava che «bisogna riprogettare il territorio in cui tutti devono fare il proprio mestiere».
Ci suona come una dura critica alla Regione Lazio, intanto e alla maggioranza che la governa. Anche in questa occasione, dalla Giunta regionale nè una parola né, peggio, alcun intervento. Ma, ormai, le critiche non sono più sufficienti se non si dà vita ad un movimento di riscatto sociale ed economico. C'è una coltre di disimpegno e di cinismo che bisogna rimuovere senza incertezze.

Di parole se ne sono dette troppe e a vuoto. Una perla per tutte le altre che si potrebbero richiamare: era il 1° agosto (?) 2013, (poco dopo l’insediamento della attuale maggioranza ndr) il presidente Nicola Zingaretti, scrisse una lettera all’Amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, per chiedere la disponibilità ad un incontro urgente con l’azienda nel quale poter ricevere maggiori informazioni sulle scelte strategiche che Fiat intende attuare, «a partire dal mantenimento e dal rilancio dello stabilimento di Cassino come più volte annunciato dall’azienda stessa». Molti giornali, per non dire tutti, ne parlarono.
C’è qualcuno che sa dire se quell’incontro urgente si è mai svolto e se si di cosa si è parlato? Non si possono assicurare 3,5 milioni di euro per le infrastrutture dell’area FCA di Cassino, impiegare più di due anni per erogarli e soprattutto senza negoziare assunzioni e diritti dei lavoratori.
Ma certo questo potere politico che scrive e approva le leggi come il Jobs Act ubbidendo solo ai voleri degli imprenditori privati non può ascoltare quella che da queste colonne abbiamo chiamato il nostro territorio la "questione meridionale del Lazio", dove si “deve ricostruire l’unità sociale che è stata distrutta”.
A chi si risveglia solo ora, meno male, ricordiamo un avvertimento ed una ammonizione: che «l’obiettivo è unire le persone non le sigle» trovando soluzioni utili ad un popolo intero e non facendo denunce non credibili da parte da chi è responsabile del disastro senza farsi la benché minima autocritica.

3 nov ‘17

 
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Cosa accade quando il sé individuale si concepisce come il non plus ultra?

papa francesco indignato 350 260di Ivano Alteri - Le tristi vicende che hanno coinvolto la Chiesa in questi anni, per ultime e più vicine quelle dell’ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli, trasmettono un’amarezza opprimente a tutti noi, ma, immaginiamo, ancor più ai credenti. Personalmente abbiamo conosciuto il dispiacere di essere traditi nella politica, ed è dura; non conosciamo, però, quel che si prova ad esserlo nella fede religiosa, non avendone il dono, ma deve essere durissima. E allora forse vale la pena provare a gettare uno sguardo, da non credenti, alla condizione del credente, che spesso ignoriamo o travisiamo; per arricchire noi stessi di una sensibilità che forse ci manca, e confortare lui o lei con almeno un poco di umana comprensione, date le amare circostanze.

Spesso, giudichiamo i credenti come degli sciocchi, delle persone che sottomettono la ragione al “talento” di una credenza cieca e indolente, acritica e passiva, buia e inerte. Siamo figli di un tempo che assume la ragione come unica guida dell’esistenza, deificandola nella primazia della scienza e della tecnica celebrate nel rito tecnologico; rendendola così molto simile, paradossalmente, ad una qualsiasi altra credenza. Per questa via, altresì, si arriva immancabilmente a misconoscere quelle “ragioni del cuore che la Ragione non conosce” - il loro valore e funzione nella esistenza umana - all’interno delle quali vanno a collocarsi senz’altro anche i fatti di fede.

Il tradimento da parte di un “sacerdote”

Per maligna ironia della sorte, quindi, il nostro giudizio iper-razionale tende a relegare il credente tra le fila dei figli di un dio minore; degni, più che della nostra compassione, del nostro compatimento. Se poi questa tendenza di fondo riceve supporto dai comportamenti di eminenti personalità della Chiesa – cioè dei “sacerdoti” stessi di quella fede – il non credente ha buon gioco nel perseverare spensieratamente nella sua derisione, e il credente può restare travolto dal ridicolo, molto più di chiunque altro venga colto a farsi prendere per il naso in altri campi dell’esistenza. Il tradimento da parte di un “sacerdote”, perciò, procura tanto più male alle coscienze dei fedeli da essere quasi imperdonabile, se non fosse per la misericordia di quello stesso dio di cui egli si è fatto beffe.

Il dolore che ne deriva, tuttavia, quasi mai costituisce, per il credente, motivo di abbandono della fede, costituendo, invece, occasione per la maturazione della persona, la via ontologica per eccellenza per ogni buon cattolico. Ma produce una grave interruzione della trasmissione culturale, di riversamento della fede in quelle giovani generazioni non ancora coinvolte; come trasmetter loro, infatti, una fede tanto bistrattata? Ma cosa può accadere, ci chiediamo noi, quando si smette di coltivare la facoltà del credere?

Un danno all’intera concezione della vita associata

Checché se ne pensi, a nostro parere il danno che ne deriva è grande, e non riguarda soltanto le chiese e rispettivi fedeli, ma l’intera concezione della vita associata. In ultima istanza, infatti, il fenomeno della fede consiste in quella capacità individuale, religiosa e non, di concepire qualcosa più grande di sé, sia esso un dio, una comunità, un’idea. Essa è perciò la conditio sine qua non affinché le inevitabili rinunce individuali, necessarie allo svolgersi della vita associata, si tramutino in quel desiderio di trascendenza su cui la vita associata si fonda e da cui trae alimento. Cosa accade alle singole esistenze e a quella collettiva quando, invece, il sé individuale giunge a concepirsi come il non plus ultra? Ed esiste qualcosa di più efficace di una fede religiosa, capace come essa di produrre quella trasformazione ed avviare quel processo indispensabile alla nascita del pur minimo senso di comunità?

Le parole fede, fiducia, fedeltà, affetto, affidamento, infatti, ci dicono tutte di un legame con altro da sé, con il quale ogni individuo si avvia a farsi comunità; ma senza il quale l’altro viene invece svilito a cosa e strumento. Siamo sicuri, allora, che il dolore procurato dai traditori della fede riguardi soltanto chi crede? Siamo proprio sicuri, noi non credenti, che debellando la fede religiosa costruiremmo uomini e donne migliori, capaci di meglio costituirsi in comunità, di meglio convivere? E, quali che siano le risposte, non sarebbero anch’esse un mero atto di fede?

Frosinone 19 novembre 2015

 

 

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