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Verso la riapertura delle scuole

Ultima notte prima dell’apertura

riapertura delle scuole e normative 380 mindi Serena Galella - Come descrivere questa notte? “Ha da passà ‘a nuttata!” direbbe Eduardo. E passerà.
Come? Quando? Nel frattempo si riapre, la liberazione dai propri figli per i genitori è voluta a qualsiasi condizione. Il problema è che non sembra si siano trovate delle vere soluzioni in questi mesi e così si va in trincea. Ci si sente come in attesa di qualcosa di straordinario e ingestibile. Ci si arma, perché non si sa mai, di mascherine, schermi e magari mi compro pure un bel separatore personale da apporre sulla cattedra (€50,00), così quando urlo non sputacchio in faccia a nessuno.

Provo a pensare ai nomi dei miei nuovi alunni e sprofondo nella depressione solo pensando che i nomi saranno circa 200 tra alunni e colleghi, forse più e conoscendomi da 55 anni, so quanto mi sia difficile memorizzare i nomi a differenza dei volti, che non scorderò mai. Associare quel nome a quel volto… questo il problema.

La certezza unica di questo anno scolastico alle porte è che tra sei mesi ancora li confonderò e quindi riprenderli per farli stare distanti (primo compito dell’insegnante dell’anno scolastico 2020/21) sarà difficilissimo. Li chiamerò con i colori dei vestiti e delle magliette… o felpe? Qui useranno le felpe… o la mimetica?

Già, perché certezze non ce ne sono e sarà tutto all’impronta. Io sono allenata, anni di teatro di strada mi hanno forgiata e sonoSerenaGalella 350 min capace a trasformare tutto… ma quanto mi stanca! Non ho più l’età e per questo uno pensa a un lavoro meno rischioso della trampoliera… invece… la precarietà vissuta dagli insegnanti è la più logorante tra i lavoratori. Dite che esagero? Naaaaa… Io l’ho provata. Se vuoi insegnare devi aspettare, non puoi prendere altri impegni e restare a disposizione della famosa chiamata alla quale devi rispondere subito e presentarti all’istante, altrimenti se ti spettava il posto lo perdi. Quindi, o hai le spalle coperte o ti arrangi e fai un altro lavoro, o te lo inventi, come ho fatto io.

E adesso? Si va a scuola!!! Si incontra il mondo che in questi mesi è rimasto fuori, si conoscerà questa nuova realtà e ci si augura di non rimetterci le penne, perché io lotto per la sopravvivenza da quando avevo sei mesi di vita e mi sarei anche stancata. Ne ho piene le tasche e non di soldi, perché lo stipendio è quello che è e le spese sono triplicate per tutto. Ve ne siete accorti? Dalla parrucchiera alla spesa. Tutto nel silenzio totale, dopo due mesi di chiusura in qualche modo si doveva recuperare. “E io pago…”

E così dopo aver passato tutto il periodo del lockdown solissima e tutta l’estate senza mai uscire di sera, e senza andare in ristoranti o altri luoghi di aggregazione, aver visto solo i congiunti più prossimi e due o tre amici cari e fidati (non dei negazionisti, per intenderci) mi troverò al centro del vortice e centro del mondo: LA SQUOLA!

Sarà fantastico, non vedo l’ora… ha da passà ‘a nuttata!
Auguro tutto il meglio a noi, alunni, insegnanti e tutto il personale scolastico, per questo incredibile anno che ci aspetta.

N. B.: l'intuizione era giusta, porteranno le felpine.

Sabaudia, 31.08.2020

 

 

 

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Gli alunni di Broccostella incontrano i loro beniamini del volley

Atelti e alunni 350 260 mindi Roberta Velocci* - Continua la serie di incontri tra l'Argos Volley e l'Istituto Comprensivo Evan Gorga di Broccostella. Nelle giornate di martedì e mercoledì, una delegazione della Globo Banca Popolare del Frusinate Sora assieme a coach Colucci, si è recata a colloquio con i ragazzi della scuola elementare e media brocchese. Martedì mattina è stata la volta dei più piccoli che, insieme a Pierpaolo Mauti, Willian Bermudez e Karol Rawiak, hanno avuto la possibilità di scoprire bellezze e curiosità della pallavolo. Mercoledì, invece, a presenziare all'incontro con i fratelli maggiori della scuola media, c'erano Gabriele Di Martino, Edoardo Caneschi e Joao Rafael De Barros.

Ghiotta occasione quindi, per tutti gli allievi e i docenti dell'Istituto Comprensivo Evan Gorga che, in queste due giornate, hanno potuto rapportarsi con i beniamini della SuperLega e soddisfare tutte le proprie curiosità su quella che è la vita e l'alimentazione dello sportivo, ma soprattutto scambiare qualche palleggio o bagher con i sorani. Immancabili, a fine incontro, foto di rito ed autografi. A esprimersi riguardo il progetto poi, è stato Pierpaolo Mauti: “Sono molto contento di avere l'opportunità di far parte di questo progetto molto importante, di cui coach Colucci è fautore. Penso che, nell'età evolutiva, uno degli aspetti fondamentali sia il giusto approccio allo sport, e che il contatto con atleti professionisti che, come noi, giocano in Serie A, possa aiutare i più giovani ad avvicinarsi alla pratica sportiva. E' stata una mattina molto bella, per me e per i miei compagni. Rispondere alle curiosità dei più piccoli, raccontargli quelle che sono le nostre abitudini, è sempre un piacere. Spero vivamente che questo progetto vada avanti negli anni e che, soprattutto, i bambini si avvicinino a questo sport che ha molto da dargli”.

*Roberta Velocci-Uff. Stampa Globo BPF Sora

 

 

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Manca l'entusiasmo, la passione e questo si riversa su alunni, famiglie, docenti

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Maestra in pensione Pina Martelletta maestra. Ha insegnato nella scuola primaria di Sezze.

Si parla di bullismo nelle cronache. L'accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Mi sembra semplicistico e banale chiamare " Bullismo" gli atti di violenza che si verificano sempre più frequentemente, dal momento che possono provocare in chi li subisce situazioni di malessere grave che possono ripercuotersi sulla psiche e sul fisico di ragazzi deboli, incapaci di difendersi.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Il bullismo è sempre esistito. Io sono in pensione da sette anni, ma ricordo bene vari atti di prevaricazione di ragazzi e ragazze più forti ed agguerriti verso altri meno capaci di difendersi. I media ed i socials però ci descrivono realtà che, forse, sono diventate nel tempo più complesse ed articolate. Il fenomeno viene pubblicizzato, enfatizzato, descritto nei suoi aspetti più aberranti e meschini e da molti viene considerato prova di forza, di determinazione, di coraggio. Questo spinge molti ragazzi senza punti di riferimento ad imitare questi modelli comportamentali ed allarga il fenomeno.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

L'aggressività è comunque una risposta a delle "mancanze" o dei "deficit" sia del giovane sia della famiglia che determinano l’incapacità di relazionarsi in modo corretto e civile. Là dove la Scuola e gli insegnanti sanno instaurare comportamenti autorevoli, ma nello stesso tempo empatici e comprensivi, le situazioni problematiche si affievoliscono e perdono aggressività. Mi è capitato più volte nella mia lunga carriera di dover sopportare e supportare famiglie aggressive o totalmente prive di capacità di dialogo. Affrontate nel modo giusto, hanno cercato di smussare i toni ed i modi anche se il percorso per risolvere le problematicità è lungo e complesso. L' approccio non deve essere troppo rigido, ma calibrato di volta in volta. Stessa cosa con i ragazzi che "ammirano" i docenti decisi e capaci, mentre tendono a rifiutare i più incompetenti e poco professionali.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Le modificazioni ci sono state e di vario genere. La scuola diventata azienda, con insegnanti che operano in classi oltremodo numerose ed eterogenee, il fiorire di progetti rispondenti ad esigenze pubblicitarie e non autentiche, non favoriscono un buon clima. In più i docenti sono lasciati soli, non aiutati da Dirigenti oberati dal lavoro o carenti dal punto di vista pedagogico, o semplicemente ansiosi di evitare le "grane". Manca l'entusiasmo, la passione e questo si riversa su alunni, famiglie, docenti.

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

Il mondo virtuale e dei media non aiuta, anzi spinge a seguire modelli conosciuti ed apprezzati, ciò determina un circolo vizioso non favorevole.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

 Essendo in pensione non è corretto che io risponda a questa domanda.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Sarebbero necessari vari incontri diversificati e in momenti successivi incontri comuni.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Mi sembra una forma di bullismo "rovesciato". Rifiutare il diverso per sentirsi migliore, più capace, più alla moda e rispondere ai modelli di efficienza tanto in voga in questo ultimo periodo . L' inclusione è faticosa e non rende una buona immagine all' azienda scuola che vuole attirare utenza possibilmente poco problematica per offrire un' immagine priva di complessità. Ma questo percorso facilitato non porta a nulla, soltanto a mostrare una visione di un mondo falsato, irrealistico e non naturale

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

 

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Perché alunni violenti contro docenti

a scuola studentesseUNOeTRE.it ha deciso di raccogliere pareri e opinioni di chi insegna nella scuola o la dirige, ma anche di studenti, sui fenomeni di aggressività che si sono manifestati in alcuni istituti italiani.
A tutti abbiamo proposto le stesse domande per realizzare una indagine di pareri che consentano di approfondire il fenomeno senza lasciarlo cadere nel dimenticatoio e per informarne con argomenti riflettuti e approfonditi.


La prima intervista che pubblichiamo è quella al Professor Pietro Alviti vicepreside fiduciario, responsabile del Liceo Scientifico di Ceccano

È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

No Ritengo che sia un'esagerazione legata all'uso eccessivo dell'inglese. Mi piacerebbe di più che venisse utilizzato il termine giuridico italiano “aggressione” il che riduce il fatto a comportamenti individuali piuttosto che ad una categoria sociale, quella dei bulli.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

L'aggressività a scuola non è che lo specchio di quello che accade nella società civile dove i rapporti sono sempre più tesi e le persone sempre più arrabbiate. I ragazzi e non fanno altro che rispecchiarsi nel mondo degli adulti e quindi seguire i loro comportamenti. Anzi direi che i ragazzi sono di gran lunga migliori degli adulti che li circondano

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

Certamente c'è una modifica sostanziale rispetto al passato nel rapporto tra insegnanti ed allievi, in maniera particolare con riferimento al concetto di autorità. L'autorità, nel passato, era qualcosa di indiscutibile. A nessuno delle persone che avesse autorità veniva mai in testa di spiegare il perché prendesse una decisione PietroAlviti 2 350 260 minin un senso o nell'altro. Oggi siamo tutti abituati a dover in qualche maniera dare ragione delle proprie decisioni e, soprattutto nei confronti dei figli, dare ragione dei propri No. Purtroppo moltissimi genitori assumono il ruolo dello spazzaneve per i propri figli, invece che dar loro la possibilità di affrontare le difficoltà e quindi invece che cercare di capire che cosa sta succedendo intervengono immediatamente per eliminare le situazioni negative che il figlio possa incontrare

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Sulla base della mia esperienza potrei dire che siamo di fronte a casi sporadici che vengono amplificati enormemente dalla comunicazione massa. Fa più rumore il fatto che un ragazzo si comporti in maniera violenta nei confronti degli insegnanti che tutti quanti gli altri ragazzi che invece si comportano educatamente, che vengono a scuola per passare una gran parte della loro esistenza in una maniera piacevole e che individuano nella scuola il luogo della loro formazione

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

La cultura della violenza non è indotta dai media che possono soltanto amplificarne gli aspetti, metterne in evidenza alcune caratteristiche, far percepire la realtà in maniera un pochino distorta. Purtroppo la cultura della violenza sta diventando un elemento di normalità nella vita quotidiana per cui le persone si insultano, si offendono, non si rispettano Tutto quanto questo contribuisce a creare un clima conflittuale

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

Direi che ci troviamo di fronte a un cambiamento totale di prospettiva Gli insegnanti nel passato dominavano il curricolo dei loro studenti: sapevano tutto di quello che i loro studenti avrebbero dovuto imparare. Oggi non è più così: i ragazzi hanno tante fonti di informazione che spesso possono essere corrette e precise eccetera ma ne hanno tante e quindi l'insegnante ha dovuto per forza cambiare il proprio ruolo da trasmettitore di contenuti, da indicatore della linea da seguire è diventato invece un facilitatore di apprendimento, uno che si mette insieme con i suoi allievi per imparare ad imparare.

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Penso si debba intervenire su tutti nel senso che il tema della violenza o meglio il tema del rispetto reciproco e della capacità di fermarsi prima di oltrepassare il limite che non deve essere superato è uno dei temi essenziali della vita della scuola. La scuola ha ancora la capacità di rimettere insieme una società che altrimenti potrebbe rischiare di non avere più un futuro: è un’azione che spetta alla scuola perché è l'unico luogo in cui le generazioni diverse si confrontano. Spesso però la scuola non è chiara in questa sua missione e c'è il rischio di poter cedere a comportamenti che non appartengono al rapporto educativo

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Certo non vi è dubbio: si tratta di espressioni probabilmente non volute ma che rivelano un certo fastidio nel doversi occupare di situazioni di debolezza, di non inclusione e quindi è assolutamente importante che la presenza del disabile e dell'immigrato nella comunità scolastica venga percepita non come un problema da dover affrontare ma come è una vera e propria ricchezza che ci costringe a fare i conti con la diversità e ci dà anche la possibilità di apprezzare valori, situazioni, capacità, competenze che altrimenti non incontreremo mai.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

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Perché alunni violenti contro docenti

help a scuola minUNOeTRE.it ha deciso di raccogliere pareri e opinioni di chi insegna nella scuola o la dirige, ma anche di studenti, sui fenomeni di aggressività che si sono manifestati in alcuni istituti italiani.
A tutti abbiamo proposto le stesse domande per realizzare una indagine di pareri che consentano di approfondire il fenomeno senza lasciarlo cadere nel dimenticatoio e per informarne con argomenti riflettuti e approfonditi.

Quattro aggressioni di studenti ai danni degli insegnanti dal 2015 ad oggi, di cui 3 in questo primo quadrimestre 2018. Forse non sono i soli, ma quelli di cui si è occupata l’informazione e comunque sono di tale gravità da non poterli trascurare.
17 aprile 2018 Lucca, studente aggredisce prof. e pubblica video: “Comando io, mi metta sei”; 25 marzo 2018 studente di una scuola di Parma aggredisce l'educatore e gli rompe il naso; 1 febbraio 2018 Istituto superiore Ettore Majorana di S. Maria Vico in provincia di Caserta, per presunte offese ricevute dall'insegnante uno studente di diciassette anni ha ferito con un coltello la sua professoressa; 17 aprile 15 al Liceo Tenca di Milano, prof. aggredito in aula da studente: «Però il preside ha sospeso me».
Casi diversi che in comune hanno un rapporto violento di studenti contro i loro insegnanti. Si parla di bullismo in queste cronache. L'accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*

*Fonti di consultazione: "un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli". [...] La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali [...] o socioculturali [...]. I comportamenti (reiterati) che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno dall'offesa alla minaccia, dall'esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall'appropriazione indebita di oggetti [...] fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà.» (“Bullismo“. Guarino A., Lancellotti R., Serantoni G.)

 

Le interviste raccolte sono a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis


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Con l'autonomia scolastica alunni e genitori sono "clienti"

violenza nella scuoladi Nadeia De Gasperis - Ho incontrato un gruppo di insegnanti di sostegno di un istituto superiore e ho raccolto, sintetizzando, con la loro condivisione, le risposte alle domande da me proposte. Insomma una intevista a più voci con un risultato corale.

Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

Le riforme, in particolare l'autonomia scolastica hanno spostato il rapporto scuola alunni verso un “rapporto clientelare”, cioè gli alunni e genitori sono dei clienti, e le conseguenze non sono da elencare, perché le potete immaginare.
Peró, non si piò dire che le riforme siano la causa del problema relazionale con gli studenti Lì i problemi sono quelli di sempre, soprattutto nei professionali, e sono da ravvisare in più parti. Il ruolo educativo dei genitori che è venuto meno, e quindi arrivano ragazzi in primo superiore con la mancanza delle regole di base, quelle che dovrebbero essere acquisite in famiglia attraverso il processo educativo. Gran parte dell’orario scolastico, pertanto, viene assorbito ad educare questi ragazzi a discapito dell'istruzione.
Poi ci sono docenti, per lo più di vecchio stampo che non riescono a gestire (e non solo per il divario generazionale) adolescenti problematici, come sono gran parte di loro, un po' per la fase evolutiva in cui si trovano e un po' per l'assenza delle famiglie. Molti di loro utilizzano la scuola come una valvola di sfogo ai loro problemi legati alla crescita e soprattutto al rapporto conflittuale che hanno con i genitori. I docenti non sono preparati sul piano psico-antropo-pedagocico, oltre al rifiuto per alcuni, nell'entrare in contatto con tali problematiche ritenute di competenza di figure specializzate. Sul piano della dirigenza, si nota un’impotenza, dovuta soprattutto ad una difficoltà a gestite le dinamiche relazionali nella triade docenti-alunni-genitori. Difficoltà che è con gli accorpamenti avvenuti negli anni sotto la logica della Spending review. Oggi un dirigente scolastico deve affrontare la gestione di un'azienda scolastica, quindi potete immaginare in che situazioni si trovi, e oltretutto con una utenza composta da minori in una età critica, con genitori o troppo presenti, nel senso che spesso utilizzano gli avvocati per risolvere la loro inadeguatezza nel ruolo genitoriale (per lo più nei licei) o troppo assenti per stabilire un'azione educativa congiunta e coerente.
Per quanto riguarda il ruolo del docente nell' ordinamento scolastico, è cambiato e non di poco, oggi dopo varie riforme viene fuori, sulla carta, la figura di un docente con competenze a 360 gradi, e non solo nelle materie d'insegnamento, per le quali è richiesta un’ottima conoscenza, ma anche la capacità di costruire ambienti di apprendimento tali da veicolare le informazioni per tutti. Oltre ciò al docente vengono richieste competenze soprattutto nei settori psico-antropo-pedagogici, nel settore delle metodologie didattiche e inclusive, nell' informatica, soprattutto quella legata alla didattica (nota, dolente) e competenze specifiche nella gestione classe. Una figura che rimane, per lo più, sulla carta, soprattutto per gli insegnanti che sono entrati nella scuola un bel po' di anni fa e grazie alla legge Fornero, si sono visti bloccati il pensionamento.
Purtroppo a seguito dello svuotamento delle Gae (graduatorie ad esaurimento) per opera della 107 buona scuola, che ha dato il ruolo a molte persone che non hanno fatto neanche un giorno di scuola e senza formazione, la situazione è ulteriormente peggiorata.
Con le ultime abilitazioni all'insegnamento la situazione è migliorata, ma gli effetti positivi (se ci saranno) sulla scuola non sono ancora visibili, anche perché molti di loro non sono ancora di ruolo.

Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

Sono gesti non prevedibili, e spesso messi in atto da ragazzi con maggiore difficoltà a comunicare. Come ho detto in precedenza La scuola non riesce a far fronte all' emergenza educativa, perché non ha tutte le competenze necessarie, e non sempre ha il sostegno delle famiglie. L'azione educativa, inoltre, richiede coerenza, continuità e chiama in causa un’intera comunità educante, che non sono solo i genitori e gli insegnanti. La scuola è situata su un territorio, e questo deve farsi carico dei problemi della scuola, deve dialogare con essa, programmare e pianificare.
La scuola non può essere lasciata sola ad affrontare le problematiche legate alle nuove dinamiche generazionali. Non ritengo che l’uso in se dei social sia una minaccia per i ragazzi, la “minaccia” è l'uso che ne fanno gli adulti, e che sono un cattivo esempio per i ragazzi. L'era digitale con la presenza dei social ha modificato sicuramente il modo di relazionarsi, ma non dobbiamo demonizzare, siamo in presenza di un nuovo paradigma sociale, che ci fornisce una griglia di lettura per acquisire criteri di valutazioni per fini esplicativi e non di condanna.
Ritornando al caso di cronaca, vorrei sottolineare che molti ragazzi hanno un atteggiamento aggressivo, con conseguenze come quelle del caso in questione. La difficoltà per molti di loro è l'incapacità di gestire tale aggressività e le emozioni in generale, con conseguenze sullo sviluppo intellettivo e culturale dell’individuo oltre la gamma delle funzioni nell’ambito neurofisiologico, affettivo, cognitivo e motivazionale.
La scuola deve farsi carico di questo aspetto non di poco conto, attraverso quella che spesso viene chiamata “didattica delle emozioni”, che dovrebbe entrare nell' uso quotidiano di fare scuola, perché che ci piaccia o no, l'emotivo viene prima del cognitivo.

La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

No, assolutamente, la maggioranza non ha competenze sull' inclusione, che necessita una programmazione di interventi accurata, strutturata per un intero anno scolastico. Le metodologie inclusive che sono strumenti potenti sul piano dell'inclusione, vengono utilizzate da una percentuale bassissima di insegnanti, e la motivazione alla base è perché non le sanno usare e le considerano una perdita di tempo, sono refrattari, privilegiando la lezione frontale che è per giunta eseguita nella forma più tradizionale, che non tutti gli alunni riescono a seguire. Le scuole meno inclusive sono maggiormente i licei, nei quali perfino un Dsa diventa nota di disturbo.

Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò sui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

Si, la ragione principale è la sopravvivenza della scuola, significa soprattutto evitare di perdere il posto in quella scuola, che fa comodo, per diverse esigenze personali. I ragazzi non sono coscienti Di questa dinamica perversa, ma hanno l'esempio dei loro compagni degli anni successivi e ciò fa si che molti di loro giocano al ribasso con un impegno minimo o addirittura insufficiente. La bocciatura è comunque un fallimento per la scuola, è uno strumento che dovrebbe essere utilizzato solo in casi estremi a prescindere.
La scuola inclusiva non dovrebbe lasciare nessuno indietro, e nello stesso tempo tutelare le menti più brillanti, i cosiddetti plusdotati che essendo pochi, vengono dimenticati dal sistema scolastico depotenziando la loro intelligenza.

 
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