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25 aprile ’45. Uno spartiacque nella storia d’Italia

Il miracolo della Costituzione, nonostante tutto

costituzione de nicola de gasperi 350x260di Aldo Pirone - Il 25 aprile del 1945 segna uno spartiacque positivo nella storia d’Italia. Con l’insurrezione nazionale al nord guidata dal Comitato di liberazione Alta Italia, finisce la Guerra di Liberazione e con essa l’epopea della Resistenza partigiana e popolare. Tornare a riflettere sul valore politico di quella data e sui valori in essa contenuti che furono alla base della rivoluzione democratica e antifascista, è sempre stimolante per il presente e per il futuro del nostro Paese.

Il bilancio storico. Moralmente e politicamente le forze che si schierarono nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale furono la maggioranza. La partecipazione popolare fu la vera novità storica e, se paragonata all’altro grande evento storico nazionale, il Risorgimento¹, fu numericamente e politicamente superiore². Ciò in virtù dell'intervento politicamente intelligente e realistico, cosciente e maturo dei partiti di sinistra che proposero le forze lavoratrici e popolari come nuove classi dirigenti nazionali e anche dell’apporto non secondario delle forze popolari cattoliche. I valori che animarono la Resistenza furono senza dubbio la libertà, la giustizia sociale con la solidarietà, la democrazia.

La Repubblica. Ma quei valori sarebbero durati lo spazio di un mattino se l’Italia non fosse divenuta Repubblica ed essi non fossero stati, poi, fissati nella nostra Costituzione. Il che non fu una passeggiata. Nei due anni e otto mesi che intercorsero fra il 25 aprile ’45 e l’entrata in vigore della Carta fondamentale il primo gennaio del ’48, l’Italia fu teatro di una dura e intensa lotta politica e popolare. La prima a essere conquistata fu la Repubblica, contro una massa di forze moderate, contro un re, Umberto II, e una dinastia, i Savoia, che fino all’ultimo dimostrarono la loro fellonia. Il “re di maggio” non volle, con motivazioni capziose, riconoscere il risultato delle urne e se ne andò sbattendo la porta. A uscire diviso dal risultato elettorale fu il popolo italiano. Al nord la Repubblica aveva stravinto, ma al sud era stata la Monarchia a vincere nettamente. Sul piano nazionale i voti repubblicani erano stati 12.717.923, (54,3 %) quelli monarchici 10.719.284, (46,7%).

La divisione fra gli antifascisti. A confermare che i rapporti di forza fra moderati e progressisti non erano esaltanti per quest’ultimi, furono anche i risultati della Costituente. La Democrazia cristiana (35,21%) si affermò largamente come primo partito, seguita dal Partito socialista (20,68%) e poi dal Pci (18,93%). L’altro partito di sinistra che aveva avuto un ruolo di primo piano nella lotta partigiana, il Partito d’Azione, praticamente scomparve. A ciò bisogna poi aggiungere che a livello internazionale, dopo la Conferenza di Potsdam, aveva preso avvio un processo di divaricazione fra i “tre grandi” artefici della guerra antinazista e antifascista: Stati uniti e Gran Bretagna da una parte e Unione sovietica dall’altra. Questo processo di divisione, che in seguito sarebbe sfociato nella “guerra fredda” fra campi e blocchi politico-ideologici e militari, contrapposti, s'intrecciò intimamente, alimentandolo, con quello medesimo che si andava producendo fra le forze popolari e antifasciste in Italia. La prima iattura si ebbe a gennaio ’47 con la scissione del Partito socialista operata da un leader di primo piano come Saragat. L’acme fu raggiunto con l’estromissione dei comunisti di Togliatti e dei socialisti di Nenni dal governo operata con freddezza da De Gasperi nel maggio successivo. In quel momento l’Assemblea costituente doveva ancora definire la seconda parte della Costituzione.

Volarono i piatti. Come avviene spesso nelle famiglie che si dividono in modo traumatico, in quella antifascista la separazione fra le forze popolari avvenne in un clima crescente di accuse reciproche, recriminazioni e insulti. Da una parte, quella dei “socialcomunisti”, bastava vedere le scritte sui cartelli nelle manifestazioni e gli slogan dei manifesti contro il “governo nero” democristiano, oppure sentire le parole dei ritornelli popolari contro il trentino “Cancelliere” “Von” De Gasperi. Dall’altra, quella dei democristiani, con il sostanzioso contributo della Chiesa di Pio XII che chiamava alla crociata pro o contro Cristo, arrivavano maledizioni divine contro il Nenni “mangiapreti”, il Togliatti dal diabolico piede forcuto e i “socialcomunisti senza Dio”. L’accusa di tradimento della Patria per essere al soldo di Stalin, da una parte, o di Truman e dell’imperialismo americano, dall’altra, sovrastava lo scontro che dilagava anche negli articoli dei giornali di partito non sempre misurati. Fu solo un’anticipazione di quel che sarebbe successo di peggio nella campagna elettorale del 18 aprile del ’48. A dividersi non furono solo i vertici politici, i dirigenti a tutti i livelli, ma anche famiglie e amici.

Il miracolo della Costituzione. La Carta fondamentale della Repubblica fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre e promulgata il 27 ed entrò in vigore l’1 gennaio del ’48. Porta la firma del comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, del democristiano Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, e del Capo dello Stato il liberale Enrico De Nicola. Il varo della Costituzione, se si guarda al processo di divaricazione fra le forze popolari antifasciste in quel biennio ’46-‘47, può apparire un miracolo. Un miracolo, soprattutto, per i contenuti del documento fondativo. Il patto antifascista fra le forze popolari, progressiste e moderate, resse a dispetto di ogni divisione che permarrà e continuerà per molti anni ancora. I legami stretti fra i partiti antifascisti nella comune lotta di Resistenza e in quella partigiana furono più forti di ogni incipiente e acuta divaricazione e contrapposizione interna e internazionale.

La Costituzione compiva e normava la rivoluzione democratica e antifascista che in poco meno di quattro anni e mezzo aveva mutato gli italiani da sudditi di una monarchia complice della dittatura fascista, in cittadini di una Repubblica costituzionale, animata e governata da partiti antifascisti e da una nuova classe politica democratica. La mutazione riguardava tutti gli italiani; in primis le donne che ebbero non solo il diritto di voto ma il quadro normativo fondamentale che ha consentito loro significative vittorie legislative nella lunga battaglia per l’emancipazione, prima, e per la liberazione femminile, poi, ancora in corso. L’assestamento di questo rivolgimento fu dominato dalle forze moderate con non pochi condizionamenti conservatori, reazionari e revanchisti rispetto alla Resistenza, particolarmente virulenti nella fase politica del centrismo e della “guerra fredda” ma in seguito via via regredienti.

Rinnovamento civile e sociale. La Carta fondamentale ebbe il profilo programmatico che le dettero le forze popolari, laiche, socialiste e cattoliche³. “Il libro da porsi accanto all'arca del patto una Costituzione che illuminerà e guiderà il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia” come preconizzò il capo del Pci Togliatti. In essa furono fissati i valori fondativi del lavoro e il ruolo dei lavoratori, i diritti sociali e quelli civili. La Costituzione assegnò alla Repubblica il compito di garantirli attivamente, attraverso gli strumenti di trasformazione sociale scolpiti nelle sue disposizioni. Qualcuno, all’epoca, osservò che non era possibile assicurare subito a tutti i diritti sociali previsti. Gli fu risposto da Togliatti, ricorda Piero Calamandrei, con i versi di Dante: occorre fare “come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”.

La culla fu Resistenza. La Costituzione guardava al futuro, alle nuove generazioni. Andava oltre le divisioni ideologiche fra i partiti antifascisti, segnava il terreno in cui si sarebbe svolta la lotta politica e quella sociale, a volte asperrima e non priva di scontri radicali. Raccoglieva pienamente, dandogli veste giuridica, le aspirazioni alla libertà, al rinnovamento sociale e civile, alla democrazia progrediente che erano stati la molla della Resistenza. Quella molla che, intorno ai falò e nelle baite di montagna, aveva animato le acerbe discussioni dei partigiani sul futuro dell’Italia; che aveva accompagnato la solitudine del gappista nelle città; che aveva spinto i sappisti nelle campagne ad attaccare tedeschi e fascisti, a sabotare ponti e ferrovie, a impedire le requisizioni nazifasciste di grano e bestiame ai contadini. Quella molla che aveva indotto tantissimi italiani a non collaborare con i nazifascisti, a non cedere alle torture, alle minacce, ai ricatti e al terrore nazifascista. Piero Calamandrei, qualche anno più tardi, parlando agli studenti di Milano, colse bene questo legame indissolubile fra la nostra Carta fondamentale e la Resistenza:

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

 

Note

1 - La Resistenza fu definita anche come “Secondo Risorgimento” per rimarcarne la continuità con il Risorgimento che portò all’unità dell’Italia. Si voleva così porre l'accento sul carattere nazionale della lotta di Liberazione contro il nemico tedesco.
2 - Aldo Moro nel suo discorso sul trentennale della Resistenza fatto a Bari il 21 dicembre del 1975 ebbe a rilevare: “La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna”.
3 - Molto proficuo fu l’incontro politico e culturale nella commissione dei 75 fra le forze di sinistra d’ispirazione socialista e quelle cattoliche della Dc rappresentate, in particolare, dal gruppo dei “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Aldo Moro.

 

 

Aldo Pirone
Associazione culturale Enrico Berliguer
Roma Via Opita Oppio 24

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La prima fu Bologna

Breve cronaca politica dell’insurrezione nazionale in tre puntate

laliberazionediBologna 390 minPrima puntata

di Aldo Pirone - L’insurrezione nazionale non iniziò il 25 aprile. Culminò il 25, ma fu un processo che cominciò qualche giorno prima. La prima grande città del nord a insorgere e liberarsi fu Bologna il 21 aprile. Ma come si poneva la questione dell’insurrezione sul terreno politico e militare? L’insurrezione popolare gli angloamericani non la volevano. Poi, c’era tutto un fiorire d'iniziative da parte di forze moderate che la scoraggiavano e si davano da fare per evitarla proponendo vantaggiosissimi, in apparenza, compromessi fra tedeschi, Alleati e partigiani. Il pegno era la salvaguardia degli impianti industriali. Ma questo “attesismo” di ritorno in quei giorni non sta più nel Clnai, sta fuori, nelle curie e nelle alte gerarchie ecclesiastiche delle grandi città. A volere l’insurrezione è tutto il Clnai-Cvl. Anche tra la popolazione la situazione non è più quella di molti mesi prima. L’attesismo ha perso molto terreno e la repressione nazifascista, con il calvario di stragi ed eccidi, di paura e terrore, ha scavato un solco di odio profondo con la gente. A dominare era la voglia popolare di fargliela pagare ai “briganti neri”.

Sul piano militare, però, le cose non sono così semplici. Vi sono due eserciti possenti che si confrontano sulla linea Gotica. Da una parte 27 divisioni tedesche, quattro repubblichine con varie compagnie di ventura al seguito, 200 carri armati, 1000 cannoni, 60 aerei comandati dal generale Von Vietinghoff che ha sostituito Kesselring. Dall’altra 24 divisioni, 3100 carri armati, 3000 cannoni, 5000 aerei comandati dal generale statunitense Clark che ha sostituito l’inglese Alexander . Da una parte un esercito demoralizzato, con armamento logorato anche se ancora potente; dall’altra non solo una schiacciante superiorità di armamento, soprattutto aereo, ma anche morale di chi si presenta e viene accolto da liberatore. In mezzo, se così si può dire, 130.000 partigiani, tanti erano diventati in aprile, armati di armi individuali, mortai e mitragliatrici leggere e pesanti. Orgogliosi della prova già data e protesi verso l’insurrezione. Da soli i volontari della libertà non sono in grado di sopraffare i tedeschi. Il Movimento partigiano italiano non è quello jugoslavo. Può solo inserirsi al momento dell’inizio dello sfondamento alleato della linea Gotica, decidendo, luogo per luogo, zona per zona, città per città, quando insorgere. Anche in base allo svilupparsi delle operazioni militari e, soprattutto, contando sulla mobilitazione popolare. E così sarà.

Operazione Grapeshot. E’ il nome in codice dell’attacco tanto atteso degli Alleati alla linea Gotica. Comincia l’VIII armata inglese il 9 aprile sul versante Adriatico. Subito dopo si muove la V Armata americana su quello Tirrenico. L’obiettivo è semplice: puntare verso est per arrivare a Venezia e Trieste, al nord sul Brennero al confine con l’Austria e a Ovest verso Genova, la Liguria, il Piemonte e la val d’Aosta. Arrivare al Po, attraversarlo e dilagare in val Padana. Clark si fa subito vivo con i patrioti l’11 aprile, invitandoli a non essere precipitosi. Due giorni dopo ripete che quando sarà il momento “sarete chiamati a fare la vostra parte nella liberazione dell’Italia e nella distruzione dell’odiato nemico”. La parte sarebbe di proteggere le installazioni industriali, perché i nazifascisti sono affar nostro, aggiunge. Quella chiamata non arriverà. Arriva invece la mobilitazione insurrezionale dei Cln-Cvl.

I piani sono già pronti. I comunisti, a scanso di equivoci, emanano il giorno prima del messaggio di Clark, la direttiva insurrezionale n. 16. L’insurrezione – dicono - non è aspettare l’ora X, ma un processo in crescendo da avviare subito. Un intreccio di azioni di sciopero, manifestazioni e azioni militari. Non bisogna farsi irretire da alcun compromesso sul piano militare. Se necessario occorre passare all’azione da soli, ma sempre in nome del Cln. Togliatti condivide pienamente e incoraggia. Il 20 aprile scrive ai compagni del nord: “Mai come in questo momento ci vuole ardire e audacia, ancora ardire e audacia, sempre più ardire e audacia, per il trionfo della insurrezione popolare liberatrice”. Ma la stessa determinazione hanno gli altri partiti del Clnai e lo stesso Cvl comandato da Cadorna. “Bisogna dire alle masse – afferma il Clnai – che la libertà deve essere conquistata con le nostre forze e non averla in dono dagli Alleati”. Anche il rappresentante liberale concorda: “L’insurrezione deve essere fatta perché è nostro preciso dovere”. Questa convinzione non è del momento. I piani operativi zona per zona e città per città sono già stati approntati da tempo. Sono semplici: il segnale dell’insurrezione sarà dato dallo sciopero generale di tutti i lavoratori. Particolarmente importanti saranno gli scioperi dei ferrovieri e, nelle città, degli addetti ai trasporti pubblici. Gli operai devono occupare le fabbriche e trasformarle in fortilizi armati per salvaguardare gli impianti dai tentativi nazifascisti di distruggerli. Le squadre cittadine di Gap e di Sap hanno il compito di attaccare presidi e caserme di tedeschi e repubblichini e occupare le prefetture, i Municipi e tutti i luoghi del potere pubblico. Le formazioni partigiane foranee devono scendere nelle città a dare man forte agli insorti. Loro compito sarà anche quello di salvaguardare le grandi dighe e le centrali elettriche nelle vallate. Lo schema è chiaro, sarà applicato in base al territorio, alle sue conformazioni sociali e politiche e alle condizioni concrete derivanti dagli sviluppi dell’avanzata alleata.

Comincia l’insurrezione. La prima zona a muoversi è quella appenninica a ridosso della linea Gotica. Qui la ribellione generale inizia ancor prima dell’attacco alleato. La prima grande città a liberarsi è Bologna. Gap e Sap cittadini occupano il 20 sera Prefettura, Questura, Comune, carcere, caserme e la stazione ferroviaria abbandonata dai nazifascisti in fuga. Gli insorti controllano tutti i punti nevralgici della Città. La mattina del 21 arrivano gli americani, i polacchi dell’VIII armata, i soldati italiani dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli, Folgore, i bersaglieri del battaglione Goito e i partigiani della Brigata Maiella. Sfilano tra la folla impazzita di gioia. In Comune, a riceverli, ci sono già, designati dal Cln, il sindaco Dozza e il prefetto Borghese, nonché il Presidente del Cln regionale Antonio Zoccoli. Alcune donne iniziano a portare fiori e foto dei caduti partigiani al muro esterno del Comune in piazza Maggiore. Lì dove i nazifascisti fucilavano i patrioti. Lo chiamavano “posto di ristoro per partigiani” ne diventa il sacrario.

(segue)

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Quadraro ’44. Amarcord

Il rastrellamento di 76 anni fa

Rastrellamento del quadraro roma non dimentica consegnate 7 onorificenze 390 mindi Aldo Pirone - Oggi è il 76esimo anniversario del rastrellamento del Quadraro operato dai nazisti durante la loro occupazione di Roma. A causa della pandemia da coronavirus sarà la prima volta che l’anniversario non è celebrato pubblicamente. Sono passati molti decenni dai fatti, chi ne fu vittima ormai non è più tra noi e il passare del tempo tende a sbiadire la memoria dell’accaduto. Nonostante ciò il ricordo del rastrellamento del Quadraro rimane vivo nei figli, nei nipoti e pronipoti degli uomini che quel lunedì mattina furono brutalmente strappati alle loro famiglie e deportati in Germania. Ed è stato riproposto ogni anno dalle forze democratiche, seppur cambiate nel tempo. Negli anni della prima Repubblica erano i partiti antifascisti della sinistra a organizzare le celebrazioni. Ricordo, ero allora giovanissimo, una riunione cui partecipai nei primi anni ’60 fra comunisti, socialisti e socialdemocratici “quadraroli”, per ricordare degnamente l’accaduto.

Mi ci portò Luigi Prasca. Fu una riunione difficile; in quel momento in cui nasceva il primo centro-sinistra, le polemiche e i contrasti fra Pci, Psi, Psdi non mancavano. Tuttavia il comune sentimento antifascista era più forte di ogni contrasto e la riunione si concluse positivamente. Un paio di anni dopo - allora nel Circolo della Fgci di Cinecittà facevamo un giornaletto ciclostilato “Gioventù comunista” - ricorreva il ventesimo del rastrellamento e quelli che ebbero la fortuna di ritornare erano ancora vivi, andai al Quadraro a intervistarne alcuni. Per la prima volta sentii il nome di Fossoli che era la località emiliana dove c’era il campo di concentramento e smistamento tedesco per deportati e rastrellati in cui furono portati all’inizio anche quelli del Quadraro.

Negli ultimi anni a tenere viva, meritoriamente, la memoria del rastrellamento, sono stati l’ “Associazione Berlinguer” diretta dal vecchio quadrarolo Claudio Siena, i ragazzi di “Q.44” e il consigliere municipale del PD Salvatore Salmeri. Un lavoro importante che ha avuto il suo peso nella concessione al quartiere della medaglia d’oro al valore civile da parte del Presidente della Repubblica Ciampi nel 2004 e poi di quella a Don Gioacchino Rey, il parroco della “borgata ribelle” che tanto si impegnò per soccorrere gli abitanti e aiutare i partigiani nei mesi dell’occupazione tedesca. Un lavoro che è stato determinante anche per un'altra cosa: il documentario di Gianni Minoli, rivedibile su Rai Storia, con le testimonianze di alcuni protagonisti dell’epoca. Dal partigiano che partecipò, insieme al “gobbo” del Quarticciolo, all’abbattimento il lunedì di Pasqua dei tre tedeschi all’osteria di “Giggetto”, allora chiamata “Campestre”, a Cecafumo, al figlio di Giggetto, Armando Petrucci, che stava in cucina e sentì gli spari, al deportato Sisto Quaranta che raccontò del primo trasferimento nelle cave di Grottarossa e della paura di fare la fine dei trucidati delle Ardeatine. A fissare la memoria, raccontandone i particolari, sono stati i libri “La borgata ribelle” di Walter De Cesaris, “Operazione balena” di Carla Guidi e anche, in un capitolo apposito, “Roma ’43-’44. L’alba della Resistenza” scritto da me e da Sergio Gentili.

A Roma nei 271 giorni dell’occupazione nazista i rastrellamenti erano all’ordine del giorno. Il 16 ottobre dell’anno prima c’era stato quello degli ebrei e del Ghetto. Tutti sterminati, ne tornarono solo 16 dai campi di sterminio. Un olocausto sotto le finestre del Papa Pio XII la cui timidezza nel contrastarlo pubblicamente sconfinò nella remissività.

Altri rastrellamenti c’erano stati non solo al centro della città ma anche nelle borgate: Centocelle, Gordiani, Tor Pignattara ecc. Ma quello del Quadraro fu mirato a una “borgata ribelle” in cui la Resistenza era padrona del campo e che bisognava punire. Anche perché era fra due strade strategiche, via Casilina che portava al fronte di Cassino e via Tuscolana che portava al fronte di Anzio e a ridosso delle ferrovie per Cassino e Nettuno e all’aeroporto militare di Centocelle. Un nodo di collegamenti il cui controllo per i tedeschi era di vitale importanza strategica. Il console tedesco Moellhausen soleva dire, per fotografare la situazione dei clandestini e della Resistenza a Roma, che se una persona, ed erano tantissime, si voleva nascondere andava o in Vaticano o al Quadraro. Un “nido di vespe” partigiane, così i nazifascisti definivano la borgata. Il rastrellamento diretto da Herbert Kappler fornì ai tedeschi molta manodopera ma non riuscì a colpire le formazioni partigiane della borgata. I nazisti, per esempio, trascurarono del tutto il sanatorio Forlanini dove c’erano le armi della formazione di “Bandiera Rossa” e, coperti dal personale sanitario, si nascondevano tanti partigiani. Perciò, già nei giorni seguenti le “vespe” quadrarole continuarono a pungere i nazifascisti. C’è una fotografia risalente al 4 giugno, in cui si vedono sfilare decine di prigionieri tedeschi per via dei Lentuli catturati dai partigiani e che poi furono consegnati agli angloamericani. I partigiani del Quadraro, come quelli del Quarticciolo, di Gordiani, di Centocelle, di Tor Pignattara, di Villa Certosa non avevano aspettato gli Alleati, erano entrati in azione, avevano loro aperto la strada li avevano guidati indicando i capisaldi difensivi dei tedeschi, aiutandoli a snidarli e contribuendo così a liberare le borgate della zona sud di Roma.

L’energia accumulata dal Quadraro nella lotta antifascista e nella Resistenza si sprigionò nelle battaglie democratiche del dopoguerra. Iniziarono subito, dirette molto spesso dalle donne comuniste e socialiste della resistenza romana, con la lotta per far riconoscere alle famiglie dei rastrellati il sussidio governativo dovuto ai deportati. Poi le lotte per la casa, per l’eliminazione delle baracche dell’Acquedotto Felice e a via del Mandrione, per la sanità, per il lavoro, per i servizi. In queste battaglie democratiche s' impegnarono giovani compagni come Santino Picchetti, Aurelio Cardinali, Aldo Poeta, Duilio Di Pofi, Augusto Zingone, i fratelli Caprari, Tamberi padre e figlio e tantissimi altri e altre di cui non ricordo più i nomi ma solo i volti. Poi, con Walter De Cesaris, arrivò la seconda generazione, quella della fine degli anni ’60. Un momento alto del movimento democratico al Quadraro fu quello per un piano organico di risanamento della borgata divenuta quartiere. La sponda politica e amministrativa fu data dall’amministrazione di sinistra di Argan, Petroselli e Vetere, in particolare dall’assessore al patrimonio e alla casa Giuliano Prasca.

Il rastrellamento di 76 anni fa fu un evento drammatico, un episodio di prima grandezza nella vicenda eroica della Resistenza romana. Protagonista ne fu la gente semplice: lavoratori e le loro famiglie. Un popolo che con la lotta intendeva liberarsi il prima possibile dalla guerra, dalla fame, dalla paura, dal terrore, dalla violenza e dalla brutalità dei nazifascisti. Ma che, al tempo stesso, voleva costruire un domani migliore, di libertà, di giustizia sociale e di democrazia.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Madri Costituenti, madri di democrazia

21madricostitenti 400 mindi Antonella Necci - Alla fine del settecento Olympe de Gouges firma in Francia la 'Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine' ma non va lontano perché verrà ghigliottinata. E’ da metà Ottocento che ovunque in Europa si costituiscono le prime associazioni favorevoli al voto per le donne. Sarà l'Inghilterra a radicalizzare la lotta con la creazione nel 1897 della National Union of Women’s Suffrage Societies, alle cui adepte sarà attribuito il nome dispregiativo di Suffragette.

Attraverso un’intensa campagna fatta di conferenze, cortei, marce spesso violente, alla fine in Gran Bretagna le donne saranno ammesse al voto nel 1928. In Italia, escluse dalla riforma del 1882 e da quella del 1912, che introduceva il suffragio universale maschile, alle donne alle urne pensa Mussolini. Le ammette al voto amministrativo nel 1924, ma è pura e semplice propaganda, poiché in seguito all’emanazione delle cosiddette “leggi fascistissime” tra il 1925 ed il 1926 le elezioni per le nomine comunali furono proibite. Il regime fascista infatti sostituì l’elezione alla carica di sindaco con la nomina governativa del podestà e del governatore. Bisognerà aspettare la fine della guerra perché l'Italia affronti il problema. Costituito il Governo di Liberazione Nazionale, le donne si attivano per entrare a far parte del corpo elettorale: la prima richiesta nell'ottobre 1944 è della Commissione per il voto alle donne dell’Unione Donne Italiane (Udi) che successivamente si mobilita per ottenere non solo il diritto di voto ma anche quello di eleggibilità. E' il primo febbraio 1945 la data storica in cui, con un decreto legislativo il Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi riconosce il voto femminile, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi.

L’esordio delle donne alle urne arriva con le elezioni amministrative tra marzo e aprile del 1946, mentre il 2 giugno dello stesso anno parteciperanno ad un voto di ben altra importanza storica: si tratta del referendum istituzionale per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente. Il decreto che introduce il suffragio universale ordina la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili ed esclude dal diritto di voto le prostitute schedate che esercitavano “il meretricio fuori dei locali autorizzati”. Per sancire poi l'eleggibilità delle donne servirà un nuovo decreto del 10 marzo 1946.

La partecipazione al voto amministrativo è un plebiscito, l'affluenza femminile supera l’89%. Circa 2 mila candidate vengono elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. La stessa affluenza delle donne sarà registrata per il referendum del 2 giugno 1946. La mattina del 2 giugno il 'Corriere della Sera' esce in edicola con l' articolo intitolato "Senza rossetto nella cabina elettorale" con il quale invita le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto alle labbra. La motivazione è : "Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell'umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po' di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio."[. Le donne elette alla Costituente saranno 21 su 226 candidate, pari al 3,7 per cento. Un gruppetto sparuto che sarà ricordato come 'madri costituenti' che, pur appartenendo a schieramenti politici diversi, saprà applicare un gioco di squadra su temi come l'uguaglianza, la famiglia, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio, la parita' salariale, l'accesso delle donne alle professioni. Saprà, dunque, costituzionalizzare i diritti e porre la prima pietra di leggi fondamentali per la vita quotidiana della nazione e per la sua modernita'.

 

Ma chi sono le 21 donne elette all’Assemblea Costituente? Con quale partito sono state elette? Che lavoro facevano prima di scrivere la Costituzione? Ecco di seguito le “carte d’identità” delle nostre Madri Costituenti (fonte il blog Il viaggio della Costituzione).

ADELE BEI
Luogo di nascita: Cantiano (PU)
Mestiere: casalinga
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: sostiene la parità tra uomo e donna.

BIANCA BIANCHI
Luogo di nascita: Vicchio (FI)
Mestiere: insegnante
Partito: Partito Socialista
In Assemblea: sostiene diversi interventi in merito alla scuola, alle pensioni e all’occupazione. In particolare si ricorda il suo intervento per il riconoscimento giuridico dei figli naturali.

LAURA BIANCHINI
Luogo di nascita: Castenedolo (BS)
Mestiere: insegnante, giornalista pubblicista
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: sostiene interventi in merito all’educazione e in favore della scuola pubblica. Ricopre inoltre l’incarico di segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti.

ELISABETTA CONCI
Luogo di nascita: Trento
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: è membro della Commissione dei 18, con il compito di coordinare gli statuti speciale regionali di autonomia con la Costituzione.

MARIA DE UNTERRICHTER JERVOLINO
Luogo di nascita: Ossana (TN)
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: affianca De Gasperi nella Commissione per i Trattati Internazionali e per l’elaborazione di un accordo con l’Austria sull’Alto Adige. Inoltre fa parte della Sottocommissione d’inchiesta per la riforma della scuola.

FILOMENA DELLI CASTELLI
Luogo di nascita: Città Sant’Angelo (PE)
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: interviene in particolare sui temi legati alla famiglia.

MARIA FEDERICI AGAMBEN
Luogo di nascita: L'Aquila
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: è membro della Commissione per la Costituzione e membro della Terza Sottocommissione (diritti e doveri economico-sociali).

NADIA GALLICO SPANO
Luogo di nascita: Tunisi
Mestiere: giornalista
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: interviene in particolare sui temi legati alla famiglia. La sua iniziativa più conosciuta è l’organizzazione, in collaborazione con la Croce Rossa e il Comune di Roma, dei cosiddetti “treni della felicità”, convogli che trasportarono 70.000 bambini meridionali rimasti orfani nelle famiglie del Nord Italia.

ANGELA GOTELLI
Luogo di nascita: Albareto (PR)
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: fa parte della Commissione dei 75 per la redazione del testo costituzionale e fa parte della Prima Sottocommissione sui diritti e doveri dei cittadini. Interviene inoltre sul potere giudiziario e sul diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura.

ANGELA GUIDI CINGOLANI
Luogo di nascita: Roma
Mestiere: impiegata statale, Ispettrice del Lavoro
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: interviene nella discussione della legge, poi ratificata nel 1950, sulla “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”, un deterrente contro licenziamenti e penalizzazioni nei confronti delle donne in maternità

NILDE IOTTI
Luogo di nascita: Reggio Emilia
Mestiere: insegnante
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: fa parte della Commissione dei 75, intervenendo in favore della famiglia e dell’emancipazione della donna; è membro della I Sottocommissione, in cui si batte per l’affermazione del principio della parità tra i coniugi, del riconoscimento dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle famiglie di fatto

TERESA MATTEI
Luogo di nascita: Genova
Mestiere: insegnante
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: è Segretaria dell’Ufficio di Presidenza

ANGELINA MERLIN
Luogo di nascita: Pozzonovo (PD)
Mestiere: insegnante
Partito: Partito Socialista
In Assemblea: è membro della Commissione dei 75 e della III Sottocommissione, dove sostiene il dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini il minimo necessario all’esistenza, per assicurare ad ogni individuo il diritto di crearsi una famiglia. Si esprime anche a favore del diritto di proprietà garantito dallo Stato e accessibile a tutti i cittadini

ANGIOLA MINELLA MOLINARI
Luogo di nascita: Torino
Mestiere: insegnante
Partito: Partito Socialista
In Assemblea: non interviene ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni

RITA MONTAGNANA
Luogo di nascita: Torino
Mestiere: artigiana, giornalista pubblicista
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: non interviene ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni

MARIA NICOTRA VERZOTTO
Luogo di nascita: Torino
Mestiere: crocerossina, dirigente ACLI
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: fa parte della commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e di vigilanza sulle condizioni dei detenuti. Si batte inoltre per la tutela fisica, per le condizioni economiche delle lavoratrici madri e per il controllo della stampa destinata all’infanzia e all’adolescenza

TERESA NOCE
Luogo di nascita: Torino
Mestiere: sindacalista, giornalista pubblicista
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: è membro della Commissione dei 75, dove da un importante contributo all’art. 3 della Costituzione, con l’inserimento della frase “Tutti i cittadini [...] sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso", base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna

OTTAVIA PENNA BUSCEMI
Luogo di nascita: Caltagirone (CT)
Mestiere: sindacalista, giornalista pubblicista
Partito: Fronte dell’Uomo Qualunque
In Assemblea: non interviene ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni. Il suo partito la candida a Presidente della Repubblica, carica poi ottenuta da Enrico de Nicola

ELETTRA POLLASTRINI
Luogo di nascita: Rieti
Mestiere: funzionaria di partito
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: non interviene ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni

MARIA MADDALENA ROSSI
Luogo di nascita: Codevilla (PV)
Mestiere: chimica, giornalista pubblicista
Partito: Partito Comunista
In Assemblea: è membro della Commissione per i trattati internazionali. In questo ambito interverrà in merito all'approvazione del Trattato di pace fra l'Italia e le potenze alleate firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Si adopera inoltre per il riconoscimento della parità femminile sia nella famiglia che nel mondo del lavoro e sostiene il diritto delle donne di accedere e di partecipare all'amministrazione della giustizia in campo sia civile che penale

VITTORIA TITOMANLIO
Luogo di nascita: Barletta (BT)
Mestiere: insegnante
Partito: Democrazia Cristiana
In Assemblea: interviene in difesa dell’autonomia regionale come espressione di libertà e democrazia e a sostegno della pubblicazione da parte dei giornali delle rettifiche di notizie su persone di cui sia stata lesa la dignità.

Quante insegnanti. Quante giornaliste. Segno che tali mestieri, oggi così bistrattati e sviliti, erano, un tempo, il simbolo della donna evoluta, emancipata.
Oggi la componente femminile in parlamento è composta in parte da donne avvocato, un buon 50% proviene dal mondo dello spettacolo, una fetta inconsistente da professioni scientifiche e dal mondo dell'insegnamento.
Lo scadere del linguaggio, la mancanza di fondamenta culturali solide, la volgarità di volti pieni di botox e lifting, le griffe di lusso per ripulire l'animo cafone sono elementi fondamentali che contribuiscono a restituire la figura femminile presente in parlamento al medioevo ed agli usi che al tempo si facevano delle donne.
Così che oggi una cosiddetta donna come Alessandra Mussolini pensa di gettare le solide basi di un rinnovato medioevo, addirittura negando la storia e i suoi sopravvissuti.
Finché anche l'ultimo dei sopravvissuti sarà morto, ci saranno sempre delle Mussolini pronte a riversare la propria pochezza e le proprie frustrazioni su quei pochi grandi individui che con il loro coraggio e la loro grandezza combatteranno sempre per un mondo migliore.
Da più di vent'anni si è aperto il baratro verso l’involuzione di costumi come di pensiero. Si procede a grandi passi verso la negazione dell'intelligenza e delle capacità femminili.
Certo non quello che le madri costituenti auspicavano.

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Richiesta di cittadinanza a Segre. Comune ancora non discute

Possibile logo 350 260Due mesi e mezzo senza risposta. E' stata presentata da "Possibile" il 15 novembre 2019 la richiesta di dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, ma il sindaco leghista Nicola Ottaviani e la sua Giunta ancora  non la inseriscono all'odg da discutere in Consiglio comunale.

Ecco il testo della richiesta protocollato

Frosinone……15/11/2019…………………

Al Sig. Presidente
del Consiglio comunale Ai Sigg. Consiglieri
Al Sig. Sindaco
Ai Sigg. componenti la Giunta COMUNE DI FROSINONE

OGGETTO: Proposta di conferimento della cittadinanza onoraria del Comune di Frosinone alla Senatrice della Repubblica Liliana Segre.

La Senatrice Liliana Segre, cittadina italiana, nata a Milano il 10 settembre 1930, è testimone vivente di una delle più grandi tragedie collettive prodotte dalla civiltà umana e segnatamente europea. Cittadina italiana, ma riconosciuta come uno di quei 48.032 cittadini italiani bollati come «di razza ebraica» dalle ignominiose leggi razziste del 1938, subì l’umiliazione della espulsione dalla scuola pubblica all’età di otto anni.
Nel momento in cui la discriminazione razzista si tradusse in persecuzione delle vite in Italia come in Europa, nel dicembre del 1943 tentò con il padre e due suoi cugini di cercare la salvezza in Svizzera. Dopo un viaggio «in condizioni disperate», dovette scoprire che per lei e i suoi cari la vicina Svizzera non era quella Terra d’asilo, che pure per molti era stata. Respinta alla frontiera di Arzo, fu consegnata alla Guardia di finanza italiana, affidata poi ai tedeschi e trasferita nel carcere dei Miogni, a Varese.
Come la stessa Liliana Segre ha ricordato:
«Nel carcere di Varese mi separarono da mio papà, che venne destinato al reparto maschile. Ero sola. Mi fotografarono e mi presero le impronte digitali come si fa con i delinquenti. Ero io quella?» (Cfr. Enrico Mentana, Liliana Segre, La memoria rende liberi, Milano, Rizzoli, 2015, pp.75-77.)mozione segre 350 min
Quando, molti anni fa, fu chiesto alla Direzione del carcere dei Miogni di poter consultare il registro in cui erano annotati gli ingressi e i motivi della detenzione. sul registro, accanto al suo nome, a spiegare le ragioni della sua reclusione, era appuntata una sigla: «O.P.». La giovanissima Liliana Segre, che all’epoca aveva appena tredici anni, era stata detenuta per motivi di «Ordine pubblico». Una ragazzina di 13 anni era pericolosa semplicemente perché era nata italiana ed ebrea.mozione segre 350 min
Dopo cinque o sei giorni, Liliana Segre fu trasferita presso il carcere di Como e di lì, poi, presso quello milanese di San Vittore. Il 30 gennaio del 1944, Liliana Segre fu trasferita presso il Binario 21 della Stazione centrale della capitale lombarda e caricata su un carro bestiame. Destinazione: Auschwitz. Nel momento in cui varcò i cancelli di Auschwitz, cessò, per i suoi aguzzini, di essere una persona e diventò semplicemente un «pezzo», uno «stück», indicato non più con un nome, ma con un numero scritto sulla pelle: il 75190. Uscì da quel luogo, sulla cui soglia sembrò fermarsi la civiltà e la razionalità umana, il 1° maggio del 1945. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati in quel campo di sterminio, Liliana Segre era una dei soli 25 sopravvissuti.
Della sua storia, e della storia di quanti come lei subirono quella esperienza e non sopravvissero, Liliana Segre si è fatta, a partire dagli anni Novanta, testimone instancabile. E sempre, nella sua testimonianza, ha cercato di trasmettere due fondamentali insegnamenti civili e morali: non restare indifferenti di fronte all’imbarbarimento e alla violenza, che, in tutte le forme, sempre si riaffacciano nella storia; non coltivare alcun sentimento di odio, anche nei confronti di coloro i quali sono responsabili della nostra e dell’altrui sofferenza.

L’alto valore morale e civile del suo impegno è stato appunto riconosciuto, oltre che da innumerevoli altre istituzioni, anche dal Presidente della Repubblica italiana, che il 19 gennaio del 2018, ad ottant’anni dall’introduzione nel nostro Paese di leggi razziste, ha voluto conferirle la nomina di Senatrice a vita.

Pertanto, alla luce della sua storia personale; dell’impegno che Liliana Segre ha profuso nell’educazione morale e civile delle giovani generazioni ; in considerazione del valore etico della sua testimonianza, sempre finalizzata ad un agire responsabile e «senza odio»; riconoscendo il valore della memoria come leva fondamentale per «mantenere vivo il ricordo del passato» e per ribadire la nostra avversione «contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia» (come è stato recentemente richiamato dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa); alla luce di tutto ciò, con il presente atto, i sottoscritti, Gianmarco Capogna e Frate Anna Rosa per il partito politico Possibile

Propongono

di attribuire la cittadinanza onoraria del Comune di Frosinone alla senatrice Liliana Segre.

 

 

 

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Memoria tatuata

mozione segre 350 mindi Aldo Pirone - Domenica sera a “Che tempo che fa” la senatrice Liliana Segre ha spiegato di nuovo perché ha rifiutato la cittadinanza onoraria offertale dal Comune leghista di Verona.

Ha ritenuto inaccettabile, per non dire, un atto che sarebbe seguito dall’intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante redattore della rivista “Difesa della razza” nel periodo fascista. Una pubblicazione, com’è noto, dedita a propagandare l’antisemitismo e a celebrare le “leggi razziali” mussoliniane del ’38. Almirante, poi, aderì entusiasticamente alla Rsi che nella sua Carta fondamentale, guarda caso, chiamata di Verona, dichiarava: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Fu grazie a quella Carta che Liliana Segre fu deportata ad Auschwitz, dove morirono gasati almeno un milione di ebrei fra cui decine di migliaia bambini. Liliana ne uscì viva per miracolo. Almirante fu capo di gabinetto del ministro repubblichino Mezzasoma, collaborò attivamente con i nazisti nella caccia ai partigiani e ai resistenti. Il 17 maggio 1944 nel grossetano firmò, per conto del ministro, un comunicato-manifesto in cui si minacciavano di morte i “ribelli” che non si fossero presentati ai posti di polizia repubblichini e tedeschi: “Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena”.

Sfuggito a ogni meritato castigo, la magnanimità della Repubblica antifascista gli concesse di tornare a fare politica attiva. Cosa che fece, fondando il partito neofascista del Msi e propugnando nella sua attività ogni causa antidemocratica. L’orrore inumano del nazismo e dell’antisemitismo, sfociato nei campi di sterminio, non lo portò ad alcun pentimento sul suo fascismo. Evidentemente considerava la cosa un dettaglio rispetto alle “cose buone” (sic!) fatte dal regime.

Amava dire che lui la parola “fascista” ce l’aveva scritta in fronte. La senatrice Segre ha colto l’occasione per raccontare anche un doloroso fatto personale e chiarire la solita speculazione appena accennata nei giorni scorsi da qualche giornale di destra con lo scopo di cogliere una contraddizione o una debolezza di questa grande donna e signora per sporcarla in qualche modo. Il marito, che pure era stato internato militare italiano in Germania rifiutando di aderire alla Rsi, nella seconda metà degli anni ’70 ebbe la tentazione di aderire al partito di Almirante e lo fece. Fu candidato nelle politiche del ’79 nella Circoscrizione Milano-Pavia. Liliana Segre ne soffrì e pose il marito di fronte a una scelta: o lei o il Msi-Dn di Almirante.

A questo racconto sul rifiuto di essere accomunata ad Almirante, devono essere fischiate le orecchie al buon Padellaro. Il giornalista, infatti, l’anno scorso ha scritto un libriccino, “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, in cui ha ripreso la notizia, nota, di alcuni incontri riservati fra Berlinguer e Almirante durante il periodo più oscuro del terrorismo nero e rosso dopo l’assassinio di Moro. Di questi incontri il solo rimasto in vita a testimoniarne – non per le parole scambiate perché Berlinguer e Almirante rimasero soli a parlare - è l’ex portavoce del capo fascista.

Padellarlo dice che decisero di “unire le forze in nome della esigenza dell’interesse della Nazione che, in quel frangente, supera ogni altra esigenza” manco avessero fatto un’alleanza politica. Ma, a parte ogni valutazione e ogni congettura su quegli incontri, gli è che il giornalista, sicuramente di sentimenti antifascisti e democratici, prese lo spunto per proporre l’intitolazione di una piazza a Berlinguer e Almirante insieme. Forse lo scorso anno il ruggente salvinismo al governo gettò il valente columnist Padellaro in uno stato talmente depressivo da rimpiangere il doppiopetto almirantiano. A rimpiangerlo talmente tanto da sognare di vederlo affiancato in lapide a Berlinguer. Certamente Almirante fu di ben altro livello rispetto al “bauscia” Salvini. A volte, però, la disperazione politica è cattiva consigliera. Può portare a non distinguere fra un criminale a modo in doppiopetto e un bullo sguaiato.

Per fortuna che a ricordarcelo ci sono ancora persone come Liliana Segre. La memoria ce l’hanno tatuata sul braccio. E nella mente.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Le "Sardine" a congresso

AndreaGarreffa RobertoMorotti GiuliaTrappoloni MattiaSantori 400 mindi Francesco Merlo da repubblica.it - Dal laboratorio Bologna alla prova della politica. Il 15 dicembre i gruppi di tutta Italia si riuniranno. I quattro ideatori della protesta raccontano progetti e timori.

"Forse servirà più a ingarbugliare le cose che a chiarirle, ma il 15 dicembre le sardine di tutta Italia si riuniranno a Roma". Sarà il primo congresso delle sardine? "Diciamola così: prenderemo una birra tutti insieme e ognuno dirà la sua. Noi intanto speriamo di riempire, il 14 dicembre, piazza San Giovanni. Puntiamo a organizzare una grande manifestazione con sessantamila sardine". Perché sessantamila? "Sono le 6000 della prima volta moltiplicate per dieci. E l'indomani cominceremo a dialogare con la politica. Perché "la politica ha bisogno di noi" non resti solo uno slogan".

A Bologna, a un tavolo del caffè della Salaborsa i 4 fondatori, Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Giulia Trappoloni, per la prima volta intervistati insieme, spiegano cos'è il laboratorio delle sardine. E mi raccontano dei tanti che danno loro consigli: musicisti e filosofi, sociologi e politici incendiari, poeti e filantropesse, emissari occulti, giornalisti famosi, architetti e urbanisti... "Ci regalano idee, ci consigliano libri, ci mettono in guardia. Scrivono testi per noi, anche musiche e canzoni che ci offrono come inni. Ma noi l'inno ce l'abbiamo già: "Com'è profondo il mare" di Lucio Dalla".

Dalla piace soprattutto ad Andrea Garreffa, che è il più intellettuale del gruppo, e per lavoro organizza viaggi in bicicletta. E dunque i peggiori della destra lo raccontano come uno squinternato d'assalto, com'erano i grillini al loro esordio. Invece è laureato a Bologna in Comunicazione Pubblica, parla un ottimo inglese, ha studiato a New York e in California, e scopro che ha scritto pure un piccolo libro che si intitola "Ovidio", ed è la storia di una casa.

Domando: comincia a spirare un venticello di partito? "Nient'affatto. Il 14 a Roma la manifestazione sarà forte e sorprendente, anche per fantasia e creatività". Qualcuno ha proposto che si vestano di bianco, un'enorme piazza di sardine bianche, Roma trasformata in un mare bianco "che è il colore del candore contrapposto a quello delle carognate, il colore dei senza colore".

Mattia Santori è stato battezzato leader dalla televisione, buca il video perché è simpatico e ormai lo riconoscono per strada: "Lo lasciamo andare avanti perché funziona, e tutti ovviamente lo cercano. Ma noi gli stiamo sempre dietro" dicono in coro, ridendo. E Mattia: "C'è molta voglia di leader, ma io resisto". Come si può resistere alla vanità? "Io penso che la parola giusta sia responsabilità. Molti si aspettano che le sardine risolvano problemi. E mi caricano di responsabilità. Ma noi abbiamo chiari i rischi che corriamo. Cosa dovrei fare, se no: sparire, chiudermi in una casa in collina?".

E i soldi? "Le sardine si autotassano. Ma a Roma ci trattano come un partito e impongono costi molto alti. A partire dall'Ama, che chiede un euro a partecipante". Un euro a sardina? I soldi, come vuole il vecchio aforisma di Margaret Thatcher, "hanno reso buono il Buon Samaritano più delle sue buone intenzioni".

Hanno abitato nella stessa casa, sono amici, e sono convinti che non si perderanno l'uno con l'altro. Gli chiedo se sanno chi erano les petits camarades, i 4 piccoli compagni che a Parigi, più o meno alla loro età... "Erano Aron, Sartre, Nizan e Simone de Beauvoir. Le proporzioni tra maschi e femmine sono rispettate" dice Giulia. "Per il resto loro erano giganti e noi siamo sardine".

Sulla qualità degli studi il confronto è duro, ma anche qui ci sono quattro belle lauree, bei voti, la voglia di scrivere. Roberto è ingegnere e disegna impianti industriali, Giulia è fisioterapista, 12 ore al giorno, e la sera insegna danza ai bambini. "Eppure su Facebook c'è una mia gigantografia con scritto sotto: "La disoccupata dei centri sociali". Ma io non sono mai stata in un centro sociale. E, che dici, esibisco il certificato di laurea? Noi pensiamo che sia meglio insistere nel mostrare che c'è un altro modo di usare i social". Qualcuno lo ha chiamato Alternet: l'Alternet delle sardine.

Il più vecchio, 32 anni, è Andrea, la sardina pensatrice. Lui è nato a Savona e Giulia, che a 29 anni è la più giovane, è nata a San Sepolcro in provincia di Arezzo, ma Bologna è il loro vincolo: "Ci siamo voluti bene in mezzo alle folle allegre di questa città grigia, sotto i cieli leggeri delle sue primavere". Bologna si conferma come un laboratorio, spiega Bruno Simili, direttore del Mulino. "Due giorni prima che esordissero le sardine c'era stato un convegno sulla Bolognina con Occhetto. E fu in piazza Maggiore che nel 2007 Grillo organizzò il primo vaffa day. E c'era stato Guazzaloca, la destra che piaceva alla sinistra...".

È un piacere parlare con Andrea Garreffa, la sardina pensatrice, di questo laboratorio dove conta molto l'architettura di Piazza Maggiore, "la creazione artistica dell'evento" dice Giulia Trappoloni, la scenografia della piazza monumentale, eccezione italiana, che non ha il Duomo, ma c'è san Petronio, che è il simbolo dell'indipendenza anche dal Papa-re, figuriamoci da Salvini. Qui c'era il foro romano e qui Bologna diventa l'agorà italiana, il modello di piazza nazionale, da esportare nel mondo.

Il territorio cambia l'identità delle sardine e con le identità torna l'Italia delle cento città, la provincia come valore, e Bologna come modello. E Bologna è forse più ricca di Milano, di cui certamente non ha i deliri di grandeur alla cassoeula, la Bologna delle gallerie d'arte e dei libri, della magnifica università, del Mast che è un museo raffinato ma in periferia, bello quanto la Fondazione Prada ma molto meno strombazzato. In questi giorni c'è ancora la mostra Anthropocene, bellissimo ed emozionante catalogo della terra antropizzata, "e come si fa a non legarla alla filosofia delle sardine?". E poi c'è la Bologna delle multinazionali, con il suo volo giornaliero per Beirut, il diretto per New York.

La Madame de Staël di questa Bologna è Isabella Seragnoli, proprietaria della Coesia, il packaging che impacchetta il mondo, ricchissima filantropa, "la monaca imprenditrice" la chiamano a Bologna, appartata e discreta, ha costruito centri per malati terminali e sta costruendo un hospice oncologico per bimbi e l'ha affidato a Renzo Piano che ha immaginato "una casa sospesa tra gli alberi" spiegando però che non esiste nulla di più difficile per un architetto, ben più difficile del nuovo ponte di Genova. Anche alla Seragnoli piacciono le sardine, anche lei è rimasta affascinata dalla filosofia della cortesia, la politica senza turpiloquio, le sardine come "voglia italiana di grammatica" che da Bologna contagia l'intero paese, ciascuna sardina con il differente suo genius loci.

"Ma dentro un quadro - dicono Roberto Morotti e Giulia Trappoloni - che viene ufficializzato da noi. Non un certificato, ma una tavola di valori". Verificati come? "Con una chiacchierata breve, informale". Non avete mai respinto qualcuno? "Finora mai". Dunque in ogni piazza d'Italia le sardine prendono una forma diversa. E infatti hanno cantato inni diversi, "da De André a Pino Daniele...". E a Ferrara hanno cantato "Io non mi sento italiano" che è la canzone-postuma, l'epitaffio di Gaber quando, molto malato, sentiva l'Italia premergli come un testamento: "Mi scusi presidente / non sento un gran bisogno / dell'inno nazionale / di cui un po' mi vergogno". Il presidente, all'epoca, era Ciampi. Ma Gaber non aveva certo scritto quella canzone come un inno di piazza da ballare con i bimbi sulle spalle.

"Le sardine, almeno per ora, sono solo piazza: la piazza di Bologna appunto in trasferta in tutte le piazze d'Italia" dice Andrea Garreffa. E Bifo, il vecchio Franco Berardi, quello dell'Autonomia di quarant'anni fa, si rammarica di non essere andato perché non stava bene: "Loro sono la piazza della cortesia che sembra un ossimoro". Ma forse la piazza pacifica è solo un inedito italiano. "Per questo sono eroi, esteticamente ed eticamente. Politicamente non sono nulla, ma è buffo vedere come li sta corteggiando il Pd e quella sinistra che ha prodotto il loro disagio, il loro spaesamento".

Stefano Bonaccini, governatore uscente, ricandidato del Pd alle prossime regionali di gennaio trattiene il respiro perché spera che ogni sardina diventi un voto per sé e il suo partito. Dice Bifo: "Corteggia le sue vittime". E il direttore del Mulino, Bruno Simili: "Immagino che tra le sardine ci siano molti fuori sede che dunque non voteranno a Bologna. Ma, comunque, non credo che quella piazza sia del Pd. Certo, è contro Salvini e, dovendo votare ...". Bonaccini fa la sua campagna elettorale: "Sono giovani in cerca di un'alternativa alla destra di Salvini. Io offro un'alternativa e dunque legittimamente aspiro a rappresentarli elettoralmente. E sono contento che Mattia abbia detto che verrà ad ascoltarmi il 7 di dicembre in piazza Maggiore". Mattia conferma: "Andrò ad ascoltarlo ma perché mi piace stare nelle piazze e non perché prendo la tessera del Pd".

Con Andrea Garreffa ci diciamo che la piazza delle sardine è quella di Umberto Saba che appunto a Bologna - , la sua era piazza Aldrovandi - scoprì il disperato amore per la vita, la piazza "dell'allegra ragazzaglia" dove le sardine che "gonfian le gote in fior di gioventù" sono la fraternità ritrovata, "la piazza bambina" dice ancora Andrea, come "la calda vita di tutti". "Ecco il verso finale di Saba: "E tu sei tutta in questa piazza, Italia"".

Eppure Bologna, che li ha fatti nascere, ora rischia di soffocarli d'amore. È bizzarro che piacciano così tanto a tutti, anche a quelli che non si piacciono tra loro ("li adoro" è il verbo più usato): si va dal vecchio blasonato cavaliere Gazzoni, quello della squadra del Bologna e dell'Idrolitina, che li vorrebbe "come figli", al cardinale Zuppi che in quella piazza vede l'amore che la domenica non vede più in chiesa, a Flavia Prodi e a Stefano Bonaga che a Bologna è la simpatia di sinistra ("sfigato ma allegro"). Bonaga ha suggerito alle sardine di contrapporre alla Democrazia (potere del popolo) l'Isocrazia (potere degli uguali). "Sai cosa mi hanno risposto? Che usare così il greco sarebbe roba da fighetti di sinistra".

Ma Bonaga li capisce perché ci vede la leggerezza della Bologna anti-accademica, la satira politica di Andrea Pazienza, e c'è lo spiritello tondelliano, del Dams di Umberto Eco, di Gianni Celati, il fumetto, l'underground, il cinema, la forza dell'autoironia: "pensate alle "legioni" di Forza nuova e CasaPound a destra e ai "banchi" di sardine della sinistra". E c'è pure, nel laboratorio delle sardine, la creatività dell'architettura ecosostenibile di Mario Cucinella che, genovese, ha scelto Bologna per lavorare e per vivere, "e con la fierezza di abitare in periferia, alla Bolognina".

E infatti era anche lui in piazza con la sardine, anche lui entusiasta, anche a lui a disegnare pesci. Bifo, che purtroppo non sta bene e forse per questo è un po' cupo, dice che "per un giovane di oggi ci sono solo due possibilità: o fare la sardina, obbligando se stesso a sperare, oppure fare come il protagonista del film "Cafarnao", che va alla polizia e denunzia i propri genitori per averlo messo al mondo".

1 dicembre 2019

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L’eredità più preziosa

25aprile19 350 minArticolo Uno, Ceccano - Il 25 Aprile è l’eredità più preziosa che ci è stata consegnata.
Celebriamo la liberazione della nostra Patria dal ventennio di dittatura, di guerre e di invasione. Celebriamo le Istituzioni della nostra Repubblica Democratica e ricordiamo il sacrificio di quanti hanno combattuto a prezzo della vita perché potessimo goderne oggi.

25 Aprile 2019, oltre alla commemorazione delle vittime e alle celebrazioni rito che negli anni hanno accompagnato questa Giornata, sentiamo il dovere di ribadire il nostro impegno alla tutela delle Istituzioni e delle pratiche democratiche del nostro Paese contro le campagne di odio, di contrapposizione, di revisione storica e in qualche caso di rigurgiti nostalgici cui assistiamo, purtroppo, sempre più spesso.

Lo facciamo ricordando in questa giornata le parole di Nilde Iotti sulla Resistenza
“La Resistenza era stata un fatto straordinario. Aveva realizzato una unità veramente eccezionale che andava dagli ufficiali badogliani agli operai comunisti”
Scegliamo anche queste parole perché in modo molto semplice e diretto restituiscono l’idea di quello che è stato, di quanto forte e trasversale sia stato il desiderio e lo sforzo profuso da questo Paese per uscire dall’oppressione e per disegnare un futuro di libertà democratica per i propri figli, per noi.
No, non è un derby, è la Festa della liberazione di questo Popolo.
25 Aprile, Noi ci siamo.

 

 

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Tortorella: “Antifascismo è tornare al popolo”

aldo tortorella 460 minGiampiero Cazzato intervista il partigiano “Alessio” (Aldo Tortorella). Il tempo dei rigurgiti di violenza squadristica. Il sentimento per “l’uomo forte”. Il convegno antifascista europeo promosso dall’Anpi. Il ritorno dei fascisti quando i loro programmi non vengono contrastati da altre idee e da altre pratiche politiche, sociali ed economiche. Non consegnare le periferie alla destra sciovinista e xenofoba.

Aldo Tortorella è preoccupato. Al vecchio partigiano e dirigente comunista abbiamo chiesto di ragionare sulla montante violenza fascista che percorre il paese. E “Alessio” – nome di battaglia di Tortorella nei mesi formidabili della Resistenza a Genova e, prima ancora, a Milano – non si sottrae. Anzi. Il suo sguardo si proietta sul Novecento sulle tragedie del “secolo breve”, le sue speranze e le cocenti delusioni, e travalica i confini italiani per guardare con inquietudine quel che è accaduto solo pochi giorni fa in Polonia, l’assassinio in piazza del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz. Un delitto politico che scuote l’Europa a pochi mesi dal voto per il rinnovo dell’europarlamento. «Quell’omicidio è figlio del pesantissimo clima di odio che permea la società polacca, un clima di cui è certamente responsabile il governo Kaczynski. Temo che l’omicidio di Danzica farà scuola. È ovvio che il killer, un delinquente comune, non è andato lì di sua iniziativa».

Adamowicz vittima di un complotto fascista?

«Sì. Una cosa su cui bisogna essere assolutamente educati è che è vero che la storia non è fatta di complotti, la storia è fatta di grandi questioni di massa. Però i complotti esistono. La storia della Repubblica Italiana, da Portella della Ginestra fino al delitto Moro è anche una storia di complotti per bloccare i processi democratici e favorire avventure autoritarie. Intendiamoci, oggi la violenza politica si manifesta in forme diverse da quelle degli anni Venti e Trenta del Novecento. Non c’è, ancora non c’è, gente disposta ad andare a incendiare le sedi dei giornali della sinistra e le Camere del lavoro, però registro un pericoloso salto di qualità della violenza fascista. A cui occorre reagire in primo luogo con le leggi a disposizione, che vietano la ricostituzione del partito fascista e l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. In secondo luogo va fatta una campagna di opinione fortissima contro l’uso della violenza politica. In Europa e in Italia. È importante che tutti capiscano che la violenza non si rivolge solo verso qualcuno che viene qualificato come antifascista, il militante della sinistra, l’oppositore politico, il giornalista, ma colpisce e ferisce la società intera. La risposta dello Stato di fronte alle violenze deve essere inflessibile e ferma. Se lo Stato venisse percepito come debole si potrebbe innescare una sorta di giustificazione all’autodifesa da parte dei soggetti colpiti da tale violenza: “Lo Stato non mi tutela, allora mi difendo da solo”».

E sarebbe grave?

«Sarebbe una sciagura, perché ci porterebbe all’ingovernabilità prima e alla repressione del dissenso poi. Il monopolio della forza da parte dello Stato, sotto il controllo democratico, è uno dei presupposti della tenuta delle società umane. Se questo monopolio viene dimenticato o adoperato a fini di parte, ignorando i principi fondamentali della democrazia costituzionale si va al peggio. Occorre un impegno totale dello Stato contro la virulenza fascista. La sottovalutazione dei fenomeni di violenza da parte delle istituzioni rischia di produrre effetti pericolosi».

L’Europa, lo vediamo con il tragico caso del sindaco di Danzica, è attraversata da un’ondata nera. Del pericolo fascista si è parlato nel corso del convegno internazionale che l’Anpi ha tenuto a dicembre a Roma “Essere antifascisti oggi in Europa”. Da quell’evento, durante cui hai svolto la relazione introduttiva, si è levato un appello per la costruzione di una moderna rete antifascista di dimensione continentale. Non credi che – pur nella consapevolezza delle difficoltà che attraversano le forze progressiste europee – sia una strada da imboccare al più presto?

«Certamente, e l’ho detto in quell’assemblea. Che era una iniziativa dell’Anpi, giustamente ripresa e segnata da una partecipazione assai notevole, indice di una necessità sentita non solo da noi e non solo in Europa. Ha parlato anche Manuela Davila, la rappresentante dei 45 milioni di voti che in Brasile si sono opposti, pur senza successo, alla presidenza di un parafascista che ora comanda in nome del grande capitale. Sta cambiando e in parte è già cambiata, a partire dagli Stati Uniti, la stagione del conservatorismo liberista autore della globalizzazione. Il mercato unico mondiale dei capitali ha favorito i più grossi e le più grandi ricchezze, ma di fronte alle rivolte che si minacciano e in parte avvengono nelle forme più varie, comprese le migrazioni di massa, la tendenza è a buttare a mare il “bon ton”, il “political correct”, a levare il bastone all’interno e a promuovere nuove guerre. Nascono nuove crociate (il percolo dei neri qui e dei messicani là, dei russi o dei cinesi o di entrambi ecc.). Tutto già visto e già patito. Ma per questo è necessario costruire un fronte internazionale per un rinnovato antifascismo, consapevole di ciò che resta dell’armamentario del passato e di ciò che muta. Già la seminagione dell’odio richiama l’uso della violenza».

In uno degli ultimi episodi di violenza fascista, l’aggressione squadrista ai giornalisti de L’Espresso che erano al cimitero del Verano di Roma per seguire la commemorazione dei fatti di Acca Larentia, la risposta del responsabile del Viminale è stata a dir poco elusiva. Non si è voluto cogliere il connotato politico di quella violenza, non è stata nominata la parola fascismo. E parliamo di un ministro, Salvini, che non perde occasione per attingere alla fraseologia mussoliniana.

«Salvini non può non sapere che c’è un sentimento per l’uomo forte. L’uomo forte nella storia italiana del ’900 è quell’essere grottesco e tragico che fu Mussolini. Atteggiandosi a novello duce il leader leghista si propone come “l’uomo del destino” dell’oggi. Non, come qualcuno pensa, per un bisogno psicologico ma per un mero calcolo politico. Calcolo politico vuol dire corrispondere a un sentimento diffuso per l’uomo forte. Caratteristica tipica, questa, dei populismi. Il tema che si pone oggi in Europa e nel mondo, da Trump a Orban, è esattamente quello del rapporto tra il capo e le masse, la distruzione dei partiti (sotto la forma della distruzione delle élite) e lo svuotamento della democrazia rappresentativa, in nome di una tanto vagheggiata quanto fumosa democrazia diretta nelle mani di un uomo solo, al comando di un esercito di mazzieri, o di una trappola digitale, o di entrambi. Noi però sappiamo benissimo che la fine della democrazia rappresentativa vuol dire contemporaneamente la morte della democrazia diretta. Questa avversione verso il Parlamento riguarda sì la Lega, ma anche i Cinque stelle. Hanno conquistato il primo posto nelle elezioni, hanno costituito una maggioranza parlamentare, ma considerano le assemblee legislative esclusivamente come un megafono delle decisioni prese altrove, sulla rete o in qualche segreta stanza. L’episodio della legge di Bilancio su cui i parlamentari sono stati chiamati a esprimersi non solo con il diktat della fiducia (sciagurata pratica anche del centro-sinistra), ma senza nemmeno averla letta è un punto estremo dello svilimento del Parlamento. Non solo. Il precedente cammino della democrazia viene denigrato e si riduce al fatto che i parlamentari avevano delle pensioni troppo alte: insomma, gente che ha rubato il pane del popolo e per cui ora “è finita la pacchia”. Settanta anni di vita democratica, e anche di riforme positive, vengono chiusi in questa caricatura! Ai vecchi e nuovi demagoghi che la usano come una clava dico che la questione morale non si risolve con la diminuzione di stipendi e pensioni, innegabilmente alti, dei parlamentari (i deputati e senatori comunisti, sia detto in parentesi, ne hanno sempre versato buona parte al loro partito), ma, rappresenta, al contrario, quella che dovrebbe essere l’essenza delle moderne democrazie, cioè la fondazione morale della politica e la difesa più alta della partecipazione popolare alla cosa pubblica».

La parola antifascismo per alcuni sarebbe da consegnare agli archivi. Ma è proprio vero che il fascismo non può tornare? A leggere il rosario di aggressioni fasciste che punteggiano la cartina d’Italia verrebbe da dire esattamente il contrario, che siamo cioè nel pieno di una offensiva dell’estrema destra.

«Antifascismo è un parola che viene venduta come una cosa vecchia, che non serve più a niente perché il fascismo non c’è più e non tornerà più. Il fascismo è stato identificato con un regime specifico, Mussolini e il ventennio, mentre invece è anche altro: è un sistema istituzionale ed è un sistema di idee. La caratteristica fondamentale del fascismo è che si tratta di un regime reazionario di massa. E bisogna mettere l’accento sulla parola massa. Vuol dire che nei cervelli delle persone penetrano idee le quali costituiscono un rovesciamento delle idee classiche della democrazia, cioè che il potere al popolo non si esercita attraverso il libero confronto delle idee, ma negando, anche con la forza, il diritto al dissenso organizzato di chi la pensa diversamente da te, o, meglio, di chi non la pensa come il tuo capo. Il fascismo è la rappresentazione di idee del passato, ma le forme in cui queste idee si vanno realizzando sono ovviamente diverse. Nessuno oggi salta nel cerchio di fuoco per rinverdire i fasti di Starace. Per dirla in altri termini, non credo che via sia oggi chi voglia abolire tout court le elezioni, ma modificare il Parlamento per renderlo uno strumento docile nelle mani di chi governa, questo sì. Ed è un processo già in atto da anni».

Dunque, l’estrema destra è venuta alla ribalta ed è uscita allo scoperto perché ha percepito che andava crescendo nel Paese la condivisione alle sue idee. Ma la domanda allora è: cosa faceva la sinistra, dove guardava, a chi parlava mentre tutto questo accadeva?

«Sì, i fascisti saltano fuori quando i loro programmi non vengono contrastati da altre idee e da altre pratiche politiche, sociali ed economiche. Il dramma è che il centrosinistra, in Europa e nel mondo, in questi ultimi trenta anni, anziché combattere i fascismi con la sua visione del mondo, ha cercato di far parte dei gruppi dirigenti i quali propugnavano una politica unicamente favorevole al capitale finanziario. Invece di andare al governo per fare politiche corrispondenti alla sua missione la sinistra si è ritrovata al potere in nome del neoliberismo e a cieca difesa non dell’Europa – che è cosa sacrosanta – ma delle politiche europee che in questi anni hanno colpito i ceti popolari in tutto il Vecchio Continente. Col risultato, ovvio, che sono state accomunate all’odiato establishment. La radice del fascismo, in buona sostanza, sta nel fatto che la sinistra dimentica il suo ruolo. Quando la sinistra, sia quella moderata sia quella che crede di essere estrema, abbandona lo studio della realtà sociale e contemporaneamente dimentica lo studio delle trasformazioni della società e quindi distoglie lo sguardo dalla nascita di nuove ingiustizie, fatalmente il malessere sociale si rivolge da un’altra parte. La sinistra ha sempre pensato che la lotta di classe è quella che fa lei e se non la fa lei non la fa nessuno. È una stupidaggine che Marx non ha mai detto. Queste cui assistiamo altro non sono che forme di una lotta di massa diretta dalla destra anziché dalla sinistra. Naturalmente lotte ingannevoli perché servono a confermare e non a mettere in discussione l’ordine esistente. Nel linguaggio populista non a caso per élite si intende solo quella politica. L’élite economica finanziaria, quella che, vedi gli Usa ma non solo, ha finanziato Trump non ha nulla da temere dai populisti. Almeno non nel breve periodo, come insegna la storia del Novecento. Almeno fino a che il populismo non si risolve in un regime totalitario».

La paura (da https://www.lopsicologoonline.it/la-paura-della-paura-come-superarla/)
Il carburante per le formazioni di estrema destra e più in generale per la destra italiana è da sempre la paura: alimentare la paura per promettere poi di dare una soluzione a quella paura. Se una volta la paura era quella dei comunisti oggi è quella per l’immigrato, il diverso. Diverso per colore della pelle, per religione, per stili di vita. Tanto basta per non volerlo. “Prima gli italiani” dice Salvini. E non dissimili, a ben vedere, sono le parole che pronunciano i leader delle formazioni di estrema destra, CasaPound e Forza Nuova.

«La paura è uno strumento di dominio permanente. Basta guardare al decreto sicurezza su cui giustamente vi è stata una reazione di forte contrasto da parte di diversi sindaci. Quella legge gettando migliaia di migranti per strada di fatto non fa che aumentare l’area dell’illegalità. Salvini lo sa bene, ma sa anche che è soffiando sulla paura che passerà all’incasso in termini di consensi elettorali. L’immigrazione, da una parte, e la perdita di diritti determinata in Occidente dalla globalizzazione capitalistica, dall’altra, hanno generato una reazione fatale. Nei quartieri una volta operai i giovani senza lavoro o sottopagati, senza prospettive e senza speranze di un futuro migliore, vanno a ingrossare i ranghi della destra estrema. “Io non sono uguale a quello del Pakistan”; “Questi ci vengono a togliere il lavoro”. Quante volte abbiamo sentito frasi del genere? Sono ragionamenti che arrivano dai quartieri popolari, dalle periferie delle nostre città. Possiamo bollarli come razzisti senza indagare fino in fondo quelle realtà? Io dico di no, dico che così si consegnano quelle persone esattamente alla destra sciovinista e xenofoba. E allora ancora una volta torno a chiedere: dove sta la sinistra? Possibile che si consegnino le coscienze di tanta parte di quello che dovrebbe essere il tuo popolo alla destra estrema? Occorrere cambiare passo: in primo luogo mettendosi alla testa di una campagna mondiale per risollevare davvero e non con la misera elemosina, le condizioni dei Paesi del sud del mondo – una cosa per intenderci come la gloriosa battaglia mondiale per le otto ore – invece di finire al traino dei mai sopiti progetti neocoloniali. E poi bisogna tornare a parlare di lavoro e di diritti sociali».

E invece è accaduto che a un certo punto la sinistra ha smesso di parlare delle condizioni materali.

«Ricordo ancora il manifesto del nuovo Labour, targato Blair: sosteneva che le rivendicazioni del futuro prossimo sarebbero state tutte immateriali, che la classe operaia e lo sfruttamento fossero ormai un ricordo del passato. Peccato che nei sobborghi di Londra proprio in quegli anni c’era gente che ancora era alla prese con il freddo d’inverno e il cibo scarso. Sono insomma convinto che la rinascita fascista ha la sua radice in fenomeni sociali ed economici e sociali di fronte a cui la sinistra non ha avuto nessuna reazione. Se noi non comprendiamo bene che la lotta al fascismo, nelle sue mutevoli forme, si deve fare anzitutto sul terreno della comprensione dei bisogni popolari, della comprensione delle modificazioni che ci sono state in questi bisogni, temo che non faremo il nostro dovere, democratico e nazionale, di sconfiggere il germe fascista».


pubblicato su http://www.patriaindipendente.it/ il 24 geennaio 2019.
Giampiero Cazzato, giornalista professionista, ha lavorato a Liberazione e alla Rinascita della Sinistra, ha collaborato anche col Venerdì di Repubblica

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Brutti segnali da Lodi e da Riace

MimmoLucano 350 260 mindi Tiziano Ziroli - Lodi…Riace…SONO TORNATI!!! Le notizie che si leggono questi giorni sui social e non sui telegiornali, sono molto inquietanti. Mi riferisco ai fatti di Lodi e di Riace.

A Lodi una preside di una scuola vieta agli studenti stranieri di stare a mensa con i loro compagni “italiani”. Agli stessi vieta anche di prendere il bus scolastico… La cosa mi indigna profondamente oltre che a preoccuparmi molto.

La scuola non dovrebbe essere quel luogo dove si insegna anche il rispetto, l’uguaglianza, dove si insegna che non è giusto e non si deve discriminare nessuno?
Bhe se viene permesso in questa scuola e, non dovrebbe essere permesso, si spera che non succeda in altre scuole. Il segnale e un segnale inquietante è un segnale che vogliono insegnare ai nostri figli che ci sono persone di serie “A”e persone di serie “B”, vogliono riportarci indietro di 70 anni.
Questo crea solo inizio di odio tra i giovani crea quell’astio che non dovrebbe esserci, la scuola deve insegnare l’integrazione non la disgregazione.

A Riace un sindaco viene arrestato per aver trovato un modo di integrare gli immigrati, ora quegli stessi verranno portati via tutti e non si sa dove (mentre pubblichiamo c’è già un contrordine parziale ndr).
Il momento ripeto è preoccupante per la piega che sta prendendo il razzismo. Sa di fascismo alle porte. Non possiamo e non dobbiamo permetterlo, i nostri nonni combatterono e si fecero uccidere per renderci una nazione democratica e noi non possiamo permettere che il passato ritorni.

FACCIO UN APPELLO A TUTTI/E LE PERSONE CHE SI SENTONO COMPAGNI, CHE RICORDANO IL SIGNIFICATO DI TALE PAROLA, E’ ORA CHE TUTTI I VERI COMPAGNI SI RIUNISCANO E TROVINO UNA SINTESI IN BREVISSIMO TEMPO, CIO’ CHE STA SUCCEDENDO E GRAVE E PERICOLOSO…BASTA TROVARE OGNI VOLTA MOTIVAZIONI STUPIDE PER NON RIUNIRSI…IN ITALA C’E URGENTE BISOGNO DI COMPAGNI/E …
LODI…RIACE….SONO SOLO L’INIZIO..ANCHE SE GIA’ E DA TEMPO CHE E INIZIATA LA GUERRA AL POVERO…
COMPAGNI/E UNIAMOCI…L’ITALIA NE HA BISOGNO…IL POVERO NE HA BISOGNO….LA LIBERTA’ NE HA BISOGNO….

 

 

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