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M5S Lazio: “Basta silenzi, la Lega chiarisca la propria posizione”

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M5S LAZIO. Partiti

Nota del Gruppo M5S alla Regione Lazio sulla Lega

m5slazio giallo minRoma, 20 luglio – “Ancora una volta gli intrecci degli esponenti leghisti della provincia di Latina gettano ombre inquietanti su quello che sembra essere un preoccupante modus operandi del partito di Salvini.

Prima l’inchiesta di FanPage secondo la quale il sottosegretario Durigon, che ancora non ha chiarito la propria posizione dichiarava “Quello che indaga sulla Lega della Guardia di Finanza, il generale… Lo abbiamo messo noi, per questo siamo tranquilli”, poi le indagini che hanno portato all’arresto di esponenti del clan Di Silvio e all’avviso di garanzia per l’europarlamentare Adinolfi. Oggi si apprende da organi di stampa che il figlio del boss Pugliese avrebbe rivelato che, mentre Salvini inveiva contro i Rom, alcuni nomi di spicco del suo partito avrebbero assoldato criminali pontini di origine nomade per la campagna elettorale del 2016, con il compito di distribuire denaro in cambio del voto, con il beneplacito di politici che al momento ricoprono ruoli importanti in Regione Lazio. E come se non bastasse, sempre oggi, nella seconda puntata dell’inchiesta di FanPage, ritroviamo Durigon che si farebbe pagare cene da personaggi discutibili e costruirebbe rapporti opachi con il sindacato Ugl, mentre è ancora tutta da chiarire la vicenda sui 49 milioni di euro che la Lega ha sottratto alle casse dello Stato.

Non si può più restare indifferenti di fronte ad un tale mercimonio della democrazia, ad un tale e sfrontato esercizio di illegalità che, qualora confermato, rappresenterebbe un oltraggio alle Istituzioni, alla comunità pontina e ai cittadini onesti.
Chiediamo ancora una volta, che Salvini e la Lega del Lazio definiscano le proprie posizioni e spieghino a tutti come sono andate le cose. Se tutto quello che è emerso finora è vero, ci troviamo di fronte ad un raccapricciante e collaudato sistema di illegalità che è intollerabile. Né tanto meno tolleriamo il silenzio di chi sembra esserne coinvolto”.

Così in una nota il Gruppo M5S alla Regione Lazio.

 

 

 

 

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G7, la Nato non basta più

MONDO E BISOGNO DI PACE

Al mondo multipolare serve cooperazione pacifica

Biden Putin 350 minIl vertice del G7 in Cornovaglia ha fatto riemergere un interrogativo di fondo: come si governa il mondo multipolare di oggi?
Il Presidente americano Joe Biden è arrivato nella suggestiva penisola britannica con due obiettivi: ricostituire l’Alleanza atlantica fra Usa ed Europa messa clamorosamente in discussione dai quattro anni di Trump e ricostituirla in funzione anticinese. Gli Stati Uniti sono angosciati dallo sviluppo economico della Cina e anche dal suo espansionismo politico in Africa, unito a quello economico verso l’Europa che va sotto il nome di “nuova via della seta”.

I timori di Biden e quelli europei
Gli europei, dal canto loro, sono più preoccupati dall’attrito con la Russia di Putin, rimasta una superpotenza nucleare di tutto rispetto. L’estensione della Nato verso est, con l’ ingresso di ben 14 paesi dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss, ha rinfocolato il nazionalismo russo che ha subìto come un onta la deminutio capitis del ridimensionamento dell’ex impero sovietico nel vecchio continente e su scala globale; perciò, in questi anni putiniani, la Russia non ha perso occasione per prendersi delle rivincite in Georgia, in Crimea e in Ucraina e in Medio Oriente a sostegno del siriano Assad. In questo quadro di revanche, Putin conduce contro l’Europa un’azione di interferenza informatica e politica in vari paesi oltre a magnificare la superiorità della sua virile “democrazia illiberale” su quella liberale europea debole ed effeminata. Cosa che ha fatto anche con gli Stati Uniti, favorendo la destra trumpista.
Nel mondo globalizzato, invece, la questione climatica e ambientale e il diffondersi del Covid 19 – fenomeni tra loro connessi come ha ammonito papa Francesco – spinge a una cooperazione globale, specialmente economica e sanitaria, le singole potenze continentali, l’Unione europea e gli altri stati per fronteggiare l’una e l’altro. C’è da osservare che il virus pandemico è stato il vero agente esogeno che ha messo in crisi la globalizzazione capitalistica di segno neoliberista. Cosa che non era accaduta con la crisi finanziaria del 2008 nonostante gli sconquassi socioeconomici provocati.

Il dossier dei diritti umani
E’ tradizione della politica estera americana a gestione democratica di mettere avanti, quando si vuole contrastare potenze avversarie – oggi la Cina illiberale ma neoliberista e globalista di Xj Jiping o la Russia dell’autocrate Putin – il rispetto dei “diritti umani”, comprensivi di quelli democratici scritti “Dichiarazione universale dei diritti umani” approvata dall’Onu nel dicembre del 1948. Anche nel novecento, durante la “guerra fredda” e dopo, al tempo del confronto globale con il campo comunista guidatoXi Jinping 360 min dall’Urss, gli Usa fecero spesso ricorso a questa formulazione. Chiedevano all’Urss, alla Cina e ai paesi anticoloniali di rispettarli, ma nel proprio campo quel rispetto – vedi la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet, le dittature del centro America ecc. – non era molto osservato.
Il fatto è che il mondo è multipolare. Pretendere di governarlo mettendo in prima linea i diritti umani o la democrazia di stampo occidentale è sbagliato e pericoloso. E anche ipocrita: vedesi quel che succede in Ungheria, Polonia, Slovacchia ecc., per non parlare della Turchia aderente alla Nato e anche quel che è successo negli States con Trump. Il tema dei “diritti umani”, inscindibile da quello della democrazia, esiste, eccome. Ed è sentito soprattutto da chi si batte per un mondo di liberi ed eguali dove sia bandita ogni oppressione e ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma si risolve con una lenta maturazione interna ai paesi, alle culture, alle civiltà, alle religioni di paesi diversissimi per storia e condizione sociale che compongono l’orbe terracqueo.

Cooperare è meglio che competere
Per far maturare queste condizioni nelle specificità proprie di quei paesi e di quelle civiltà, l’arma più efficace è la cooperazione paziente e multilaterale che, in Africa per esempio, risarcisca quei popoli in qualche modo dei lasciti del colonialismo e li liberi dal neocolonialismo che li sta devastando insieme al Covid 19. Pensare di esportare con la forza la cosiddetta “civiltà occidentale” e il suo modello di democrazia sarebbe cretino – così come lo era ieri l’esportazione della rivoluzione socialista o antimperialista sostenuta da alcuni settori rivoluzionari – se non fosse più prosaicamente l’usbergo dietro di cui in passato si sono nascosti robusti interessi economici e più in generale neocolonialisti e geo politici.
La conseguenza delle “esportazioni” è la guerra fredda o calda che sia, locale o di area vasta (vedi Medio Oriente), col pericolo sempre incombente dell’olocausto termonucleare. Ovviamente, a pratiche aggressive di varia natura di alcune potenze come la Cina e la Russia occorre non porgere l’altra guancia, ma senza chiusure. E se la Cina lancia un piano d’investimenti miliardario per la “nuova via della seta” è comprensibile la risposta di Biden con un piano altrettanto miliardario. Ma sarebbe ancor meglio cooperare che competere, anche se a suon di miliardi.

Perciò la risposta all’interrogativo iniziale è: cooperazione pacifica. Questo non vuol dire tralasciare o nascondere la questione dei “diritti umani”, significa solo affrontarla – come comunità internazionale e non come singole potenze – in modo equilibrato attraverso una serie di azioni, pressioni politiche e diplomatiche ovunque essa si manifesti, a iniziare dai paesi dell’Europa e dell’America. Mettendo in primo piano l’inveramento della Dichiarazione del 1948 sottoscritta all’unanimità dai paesi aderenti all’Onu.

Le sfide globali
Nella seconda metà del novecento, al tempo del mondo bipolare segnato dai blocchi politici-ideologici-militari contrapposti, venne avanzata dall’Urss kruscioviana l’idea della coesistenza pacifica innervata dalla distensione e dal disarmo atomico ma basata anche sulla competizione fra i due sistemi economici, capitalista e a pianificazione socialista, al fine di evitare lo scontro termonucleare. Ci furono varie interpretazioni della coesistenza, ma quella più avanzata la vedeva come la cornice indispensabile dentro cui far avanzare processi di liberazione e indipendenza nazionale sia all’est che all’ovest. Tutto il contrario dello Status quo.
Oggi non si tratta più di coesistere ma di collaborare per affrontare le grandi questioni globali ambientali e sanitarie che affannano l’umanità e la minacciano. Serve – come prospettò profeticamente nel 1975 Enrico Berlinguer nel mondo bipolare di allora – una sorta di “governo mondiale”.
Qualcosa che operando nella cornice dell’Onu riformata e potenziata, sopravanzi alleanze di ogni genere e di tutti i tipi, compresa quella Atlantica.

20 giugno 2021

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

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Stop alla violenza. Basta lasciare le donne sole

 25 novembre 2020

 Tutti gli uomini dalla parte delle donne senza eccezioni

di Valentino Bettinelli
25novembre20 370 minIl 25 novembre è una delle due giornate, insieme all’8 marzo, in cui tutti, indistintamente, parlano delle donne. Dibattiti, ragionamenti e pensieri che, in realtà, dovrebbero essere una costante e non appartenere solamente a queste giornate dove istituzionalmente si riconosce il ruolo della donna.

Quello della violenza nei confronti delle donne è un fenomeno in costante aumento e che va limitato ed interrotto, attraverso campagne di sensibilizzazione mirate, soprattutto tra gli uomini e nelle più giovani generazioni. È proprio tra i ragazzi e i bambini che bisogna intervenire al fine di evitare che, crescendo, diventino dei potenziali violentatori o stupratori. I dati che periodicamente vengono diffusi dalle associazioni che si occupano di tutela delle donne sono inquietanti: una violenza che cresce e, oltretutto, si modifica anche con il tempo. Alle sevizie fisiche e lo stupro, infatti, si sta aggiungendo, in maniera sempre più presente, la modalità del revenge porn, ovvero la diffusione di immagini private al fine di screditare la figura della donna. Una violenza subdola. Uno stupro psicologico inaccettabile ed inqualificabile che, purtroppo, vede protagonisti tanti presunti uomini, che credono di poter ribadire in questo modo il loro ruolo di “sesso forte”.

Altro dato rilevato negli ultimi mesi, quello della crescita esponenziale delle violenze domestiche. Un periodo di isolamento e lockdown che ha portato ad un aumento di casi, troppo spesso non denunciati dalle donne vittime di tali violenze.

Quello della denuncia è un altro passo di civiltà che va fatto. È impensabile che una donna debba sentirsi in difficoltà nel denunciare atti di violenza e, soprattutto, non ascoltata dalle autorità e dallo stato. Non si possono lasciare sole le donne,MaterMatuta di Rocco Lancia 450 reiterando in questo modo le sevizie da loro subite. C’è bisogno di interventi seri e dialogo tra istituzioni penali e civili, affinché in pochissimo tempo si possano affrontare le situazioni di potenziale pericolo che una donna vive. Donna vittima, molto spesso, insieme ad altre vittime allo stesso modo innocenti, ovvero i figli. Questi troppe volte poco considerati nel fenomeno, ma costretti a vivere un’esistenza tra violenze fisiche e psicologiche. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, a cui viene negato il diritto all’infanzia, all’adolescenza. La negazione del diritto di crescere in ambienti sani, senza dover vivere situazioni che pongono loro stessi in estremo pericolo.

Oggi, come detto all’inizio, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma il tema va trattato tutti i giorni, senza limitarsi alle occasioni universalmente riconosciute, ricordando anche il 1522, numero che può davvero salvare la vita di molte donne. In questa ottica, la stessa informazione ha un ruolo centrale, nella diffusione di messaggi costanti per la formazione e l’informazione di ogni cittadino. Non è accettabile, dunque, che si scada in articoli di dubbio gusto in cui la vittima viene definita “ingenua”, oppure dove si continui a parlare di presunti “abiti succinti” delle donne violentate.

Questa è una lotta per le donne e per la società tutta, per elevare la cultura generale in tema di diritti. Il diritto di esistere. Il diritto di essere se stesse. Il diritto di essere ascoltate. Il diritto di non essere lasciate sole; oggi 25 novembre, domani, sempre.

 

 

 

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Basta chiamare governatori i presidenti di Regione

Il parlamento riprenda la sua centralità nella pandemia

Montecitorio ritorno al proporzionale I primarepubblica dopo i renzi 260h mindi Alfiero Grandi - Antonio Esposito, presidente emerito di Sezione della Cassazione, ha messo in evidenza, con rigore, un punto solo apparentemente di forma linguistica e cioè che è sbagliato definire Governatori i Presidenti delle Giunte regionali. In questo si distinguono anche troppi giornalisti che usano – per ignoranza? per piaggeria? – la definizione Governatori che nella nostra Costituzione non esiste. I Governatori sono una figura istituzionale degli Usa, stato federale, a differenza dell’Italia. Esposito ha ricordato che la Costituzione parla di Presidenti delle Giunte delle Regioni e aggiungo che la loro elezione diretta non cambia la sostanza della funzione che svolgono. Non a caso l’articolo 121 della Costituzione afferma, ad esempio, che il Presidente dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione conformandosi alle istruzioni del Governo della Repubblica. Inoltre i poteri sostitutivi sono attribuiti dall’articolo 120 al Governo, quando lo richiedono l’incolumità e la sicurezza pubblica e sono vietati provvedimenti che ostacolano la libera circolazione delle persone e delle cose. Questi concetti sono il contrario di quanto abbiamo potuto ascoltare, in diverse occasioni, da alcuni Presidenti.

In troppe occasioni è risultato evidente che la pandemia è stata vista da alcune Regioni come occasione per rivendicare/strappare più poteri in contrasto con il ruolo dello Stato. Ci sarà tempo per vedere meglio se l’Italia può continuare ad accettare 20 sistemi regionali diversi e comportamenti istituzionali che hanno finito per indebolire il contrasto alla diffusione del virus, o almeno lo hanno reso più confuso, a volte aumentando inevitabilmente il numero delle vittime, come è accaduto nelle Rsa e nelle case di riposo. In questo momento è prioritario fronteggiare la pandemia. È il minimo che dobbiamo al sacrificio dei sanitari che hanno lavorato in prima linea, con un numero di morti che ha raggiunto livelli inaccettabili. La leale collaborazione tra i livelli istituzionali dovrebbe essere la naturale conseguenza dopo questi sacrifici. Un segnale certamente utile sarebbe archiviare definitivamente, da subito, l’autonomia regionale differenziata, che è un segnale nella direzione opposta a quanto è necessario.


Nella cosiddetta fase 2 vengono al pettine diversi nodi. Un conto è adottare misure straordinarie di limitazione della libertà delle persone per una fase di emergenza e seguire regole semplificate di adozione, tuttavia dopo due mesi occorre delineare un percorso verso la normalità del funzionamento delle istituzioni. Anche perché l’uso ripetuto dei Dpcm, pur legittimati da una fonte legislativa come un decreto legge, finisce con il creare una modalità che è rapida quanto un decreto legge, con la differenza che quest’ultimo è modificabile in sede di conversione e fa entrare in scena il parlamento. Il vero problema è che il decreto legge presuppone un percorso parlamentare di approvazione e quindi è soggetto alle turbolenze parlamentari di una maggioranza non molto stabile, difficoltà che un Dpcm non ha perchè si tratta di un’azione delegata. Il parlamento deve riprendere il suo ruolo di rappresentanza del paese. È vero che questo parlamento è il frutto di una legge elettorale che lo ha separato largamente dalla rappresentanza dei cittadini, tuttavia è lecito attendersi malgrado questo difetto originale una maggiore consapevolezza sul ruolo dei singoli parlamentari e della Camera e del Senato. La pandemia non giustifica tutto e comunque non può giustificare modalità eccezionali per periodi lunghi, per questo occorre puntare ad un percorso di rientro nella normale dialettica tra le istituzioni, i loro ruoli, che è fondamento della democrazia.

Altrimenti si può diffondere un veleno che potrebbe mettere in discussione il ruolo stesso del parlamento che nella nostra Costituzione è architrave del sistema istituzionale, con conseguenza che non è difficile immaginare. Non possiamo dimenticare che pende tuttora il referendum costituzionale sul taglio del parlamento, per ora rinviato all’autunno, che deve decidere proprio sul ruolo del parlamento in Italia. È vero che le urla di Salvini e Meloni sulla democrazia in pericolo sono strumentali e non credibili, tuttavia in un paese colpito dalla pandemia e dal contraccolpo di una crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra lo smarrimento è forte e anche chi non condivide la strumentalità ha bisogno di risposte politiche e di interventi rapidi. Ad esempio la strumentalità non compensa i ritardi, che esistono, nell’applicazione delle misure di sostegno al reddito, alle imprese. La fase di avvio della chiusura delle attività ha dovuto fare i conti con novità e quantità che non hanno precedenti, questo va ricordato, ora tuttavia occorre fare funzionare le misure di sostegno con la massima rapidità possibile. Conte avrebbe dovuto dedicare più attenzione a questo aspetto davanti alle Camere.

Occorre fare corrispondere gli impegni ai fatti, al massimo possibile. Forse è troppo dire con il Manzoni che “il fulmine tenea dietro al baleno”, tuttavia un disagio diffuso per i ritardi, la sensazione di essere abbandonati può accumulare un risentimento sociale sordo e pericoloso. Inoltre la polemica sguaiata della destra sovranista contro il governo punta a coprire il clamore dei comportamenti di regioni come la Lombardia e rappresenta una sorta di preparazione di un assalto che sarà molto più pesante tra qualche settimana in occasione delle decisioni che il parlamento dovrà adottare sull’adozione degli strumenti europei di sostegno ai paesi più colpiti dalla pandemia e in crisi economica. Far montare la protesta e il malcontento rappresenta una sorta di esercitazione sovranista in vista dello scontro finale, o almeno di quello che essi sperano diventerà tale. Togliere argomenti è giusto anzitutto perché vuol dire risolvere i problemi ma nello stesso tempo è importante perché eviterebbe all’Italia una fibrillazione politica pericolosa.

Sure, Bei, Mes, interventi della BCE, Recovery fund sono fondamentali per affrontare una crisi senza precedenti. Se saranno strumenti di un sostegno reale ai paesi più esposti il risultato potrà essere positivo e quindi è importante arrivare presto ad una soluzione. Va aggiunto che l’Italia non può e non deve solo restare in attesa delle misure europee, per quanto importanti, ma deve avviare un proprio progetto di ripresa economica che non è fatto solo di riaprire quello che è rimasto di ciò che avevamo prima, già abbastanza ammaccato. Solo un intervento pubblico programmatico può decidere investimenti in settori di punta come l’innovazione tecnologica, la sistemazione del territorio, la salvaguardia dell’ambiente, la riparazione di infrastrutture che crollano, il rientro del decentramento produttivo dall’estero, una revisione della tassazione che trasferisca dai ricchi a chi ha bisogno, dalla rendita al produttivo, una gestione del debito pubblico che copiando l’esperienza tedesca costruisca una società pubblica con il compito di tenere più bassi possibili i tassi sul debito, cercando di tenere sotto controllo lo spread. Occorre coraggio e respiro politico, altrimenti il logoramento potrebbe diventare per il Governo insostenibile.

 

pubblicato anche su Jobsnews.it

 

 

 

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Basta attentare al 25 aprile

 

25 apriledi Ermisio Mazzocchi - La proposta di Ignazio La Russa di trasformare la festa di Liberazione nella giornata per ricordare i caduti di tutte le guerre e del Covid-19 con la canzone del Piave al posto di Bella ciao, è provocatoria e offensiva per la storia della Repubblica italiana. Indecente e inaccettabile. Nella Resistenza e nell'antifascismo ci sono le radici della democrazia e della Costituzione italiana. Il 25 aprile si festeggia la liberazione dal fascismo e la lotta ai nazisti.

Qualsiasi variazione sopprime quelle idee per cui combatterono i partigiani e i partiti antifascisti e che sono alla base della nostra democrazia. L'apparente proposta "unitaria", del tutto falsa e ipocrita, nasconde un disegno politico e culturale di maggiore consistenza, che punta a egemonizzare un pensiero di disconoscimento del passato, in questo caso della Resistenza, per instaurare una convinzione populista e nazionalistica che tende ad abbattere i capisaldi della democrazia repubblicana.

Comportamenti pericolosi e insidiosi, sempre più virulenti, in un momento critico del paese per il Covid-19, che finiscono per infiltrasi tra le difficoltà e le incertezze delle ripresa sociale ed economica, facendo leva su paure e indeterminatezza per il futuro. Il vero significato, oggi, nella celebrazione e nell'attualità del 25 aprile 2020, è proprio quello di sconfiggere propositi e tentativi di scardinare questa democrazia, opponendo una forte resistenza da parte di tutte le forze democratiche e antifasciste, così come esse fecero per abbattere il nazionalismo fascista.

 

 

 

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Basta proroghe e ampliamenti della discarica di Roccasecca

Rifiuti, Muroni (LEU): Basta proroghe e ampliamenti della discarica di Roccasecca.

RosellaMuroni 350 minI cittadini hanno diritto alla corretta gestione dei rifiuti

«In questo periodo di emergenza, in cui tantissimi cittadini restano chiusi in casa per contenere il contagio del coronavirus, arrivano sorprese che non vorresti vedere. Ad esempio accade che la Regione Lazio chieda alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di annullare una deliberazione dello scorso anno con cui si vincolava l’autorizzazione alla sopraelevazione della discarica di Cerreto, a Roccasecca (Fr), ad un fattore temporale di 14 mesi e dimensionale di 10 metri lordi. Limiti introdotti in parziale accoglimento delle osservazioni del MiBACT.

Questo malgrado in regione sia disponibile il sito di Colleferro e sia in arrivo una discarica di servizio per Roma. E Nonostante una relazione Ispra-Cnr sul sito di Cerreto evidenzi ripetuti superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione per manganese, ferro, arsenico, benzene, cloroformio, dicloropropano,1,2 dicloroetilene trans e 1,2 dicloroetilene cis. Un quadro ambientalediscarica Roccasecca Snapseed 350 260 grave che ha spinto la Provincia a diffidare la Mad srl, che gestisce il sito, ad eseguire interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale. Sull’area, che si trova in un territorio a rischio idrogeologico, permangono inoltre vincoli paesaggistici che consentono la sola prosecuzione di attività già autorizzate.

Dopo una prima interrogazione su Roccasecca tuttora in attesa di risposta, con un nuovo atto di sindacato ispettivo raccolgo le istanze del territorio e torno a chiedere al governo quali iniziative intenda adottare per evitare che vengano presi in considerazione ulteriori ampliamenti o proroghe della discarica. Perché l’economia circolare non può essere solo uno slogan ma va realizzata a partire da una corretta gestione del ciclo dei rifiuti. A tutela della salute dei cittadini sollecito, inoltre, l’esecutivo a realizzare finalmente un monitoraggio epidemiologico sugli eventuali rischi sanitari per i residenti».

Lo afferma la deputata LeU Rossella Muroni depositando una interrogazione al Ministero dell’Ambiente sulla situazione della discarica di Cerreto, a Roccasecca.

Si trasmette in allegato anche il testo dell'interrogazione

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Basta salari da fame

Basta salari da fame foto 350 minMercoledì 22 gennaio dalle 18:30 alle 20:30 presso il Circolo Arci Sottoscala 9
“Oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, di livello di istruzione, di carriera. Vale per tutti, tranne per quella minoranza che sta in alto. Questo dovrebbe essere il problema.” (Basta salari da fame, Marta Fana)

Questo è un brano tratto da “Basta salari da fame!”, il titolo di un libro dall’intento chiaro, diretto, forte. È un titolo impattante e significativo. È, in definitiva, il titolo del libro di Marta Fana, membro della redazione di Jacobin Italia, già autrice, per Laterza, di “Non è lavoro, è sfruttamento”. “Basta salari da fame” racconta – tramite un’analisi accurata e dettagliata – i tratti del mondo del lavoro di oggi, delle sue trasformazioni, dei suoi protagonisti e del suo declino. Racconta le contraddizioni di un sistema e di un pensiero, prima politico e poi economico, che ha regolato il mondo sin qui, che ha determinato il crescere delle disuguaglianze, della precarietà, della sofferenza di milioni di persone. La quotidiana tragedia di tantissime lavoratrici e di tantissimi lavoratori. Ma è un libro che restituisce anche speranza, oltre alla riflessione e all’analisi, perché dimostra che ancora oggi e anzi, soprattutto oggi, esistano ancora battaglie che valga la pena combattere, strade che valga la pena percorrere, un mondo che vada finalmente tutelato e reso protagonista. Quello del lavoro e dei lavoratori tutti. Donne e uomini. Giovani e anziani.

Per questo, anche per questo, Leonardo, Valeria, Francesco, Chiara, Stefano e Filippo, un gruppo di ragazzi proveniente da diverse realtà di impegno, sia associative che politiche, hanno deciso – abbiamo deciso – di organizzare un evento al Circolo Arci Sottoscala9, alle ore 18:30 di mercoledì 22 gennaio, per presentare questo libro con la presenza dell’autrice Marta Fana e con l’aiuto di Massimo Bortoletto che modererà l’incontro, dialogando con l’autrice. Proveniamo da mondi diversi, ma abbiamo trovato tutti la necessità di incontrarci, facendo rete, per condividere i nostri interessi e le nostre esperienze. Partendo dai temi e dalle questioni che riteniamo fondamentali affrontare: il lavoro, appunto, è la prima di queste. La volontà è anche quella di riportare con sguardo critico e attento la questione del lavoro nel dibattito cittadino.

Vi aspettiamo!

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A Ceccano, basta con il rancore. Idee e programmi

ceccano palazzo antonelli 350 253di Antonio Nalli - “Hanno vinto gli assassini del confronto” Mario Sodani; “Hai fatto trapelare solo gelosia e invidia nei confronti di chi ti avava asfaltato politicamente sul campo. Lunedì hai completato l’infamia politica” Stefano Gizzi in risposta a Filippo Misserville; “La mini passerella con le dimissioni di massa è stata solo un’operazione propagandistica che qualcuno ha maldestramente architettato per rifarsi una verginità politica” Daniele Maura; “Cari impresentabili” Massimo Ruspandini; “Ma il sindaco (lo scrive lei in lettera minuscola) è la persona che è stata eletta da noi cittadini 5 anni fa e che ieri è stato sfiduciato per scelta di 9 burattini arrivisti che hanno deciso al posto di 7.000 persone?... MA DO IAT?” Alessandra Bianchini, sorella della consigliera comunale Ginevra Bianchini.

Sono questi soltanto alcuni esempi di parole pronunciate in merito alla sfiducia nei confronti di Roberto Caligiore. Commenti carichi di livore, che in questi giorni abbiamo letto in massa sui social, luogo ideale per sfogare la propria rabbia ed i propri istinti, con il solito accanimento da bullo.

Le parole non descrivono il mondo ma lo creano. Del resto il racconto della Genesi biblica ci indica che Dio chiama l'uomo a nominare il mondo e ciò che lo abita. Quando si dice una cosa, quella cosa “è”, “sta”, è messa al mondo.

Ciò che stanno mettendo al mondo i più incalliti sostenitori di Roberto Caligiore, è un carico di rancore, rabbia ed odio che mi fa paura, soprattutto se pronunciate addirittura da chi opera nel mondo della scuola, tra i più giovani. Parole che creano un mondo che non rappresenta assolutamente un modello da seguire come esempio.

Non vi è alcuna riflessione politica, nessuna autocritica nel merito del proprio operato. Nessun accenno a programmi futuri da mettere in atto.

Solo autocelebrazione ed insulti nei confronti degli avversari, nei quali si dimentica perfino il ruolo del Caligiore dimissionario in quel del 2014, ma allora, evidentemente, faceva comodo.

Con molta attenzione, invece, ho letto la riflessione politica di Maurizio Cerroni. Mi è piaciuta e si percepisce, ovviamente, l'abisso tra un politico di lunga esperienza come la sua e la rabbia dei cosiddetti "rottamatori". Non nascondo di aver fatto parte o comunque tifato in passato per quest'ultima categoria.
Come ha ben sottolineato Cerroni, di lavoro, per chi vuole fare politica, ce ne è molto.

L'idea di raggiungere subito il traguardo, dettata sempre più da una società figlia dello spettacolo e del berlusconismo, ha arenato però tanti delle giovani generazioni, compresa la mia.
Allo stesso tempo, l'idea di credersi immortali, anch'essa figlia del berlusconismo, porta taluni a restare sul piedistallo, anziché passare il testimone, facendo da affiancamento e dando fiducia a chi ha meno esperienza.
Occorre riscoprire l'impegno politico figlio della vita di sezione ed allo stesso tempo si rende necessaria la consapevolezza e l'esigenza di un giusto equilibrio tra chi ha rappresentato il passato amministrativo e coloro che dovranno rappresentarne il futuro.

Ciò che può iniziare a dare equilibrio, al momento, è proporre ai cittadini un programma concretamente attuabile nei 5 anni di governo che il futuro Sindaco sarà chiamato ad affrontare, offrendo con i fatti risposte alle tante problematiche che affliggono oggi i ceccanesi, a partire dalla questione ambientale.

In che modo?

Ecco un esempio di punti che ho in mente:

- Facendosi promotori, ad esempio, della predisposizione con Prefettura ed aziende private insistenti sul territorio e classificate a rischio di incidente rilevante, di un adeguato Piano di Emergenza Esterno, previsto dalle Normative Vigenti e dalla Normativa Europea, alla quale sempre più dobbiamo fare riferimento;

- Predisponendo sul sito internet istituzionale dell’Ente, una sezione completamente dedicata alla trasparenza degli atti in fatto di autorizzazione ambientali, stipulando al tempo stesso una convenzione con le industrie locali, il Consorzio Asi e la società che gestisce il depuratore consortile, obbligando ognuno a rendere di pubblico dominio i dati giornalieri riscontrati e misurati, che potrebbe avere effetto sulla salute delle persone, in modo particolare relativo alle emissioni in atmosfera delle più svariate sostanze da essi lavorate. Piena visibilità, inoltre, ai dati relativi sui ripetitori di telefonia mobile ed ancora sull’elettrodotto della linea Tav;

- Il rilancio del patrimonio culturale dei beni immobili a disposizione dell’Ente, come pure del materiale archivistico e documentario, dando maggiore vitalità alla biblioteca comunale, letteralmente fatta a pezzi in questi 4 anni di amministrazione Caligiore, priva totalmente di idee e servizi da parte di amministratori senza passione per la cultura ed il patrimonio librario. Non era un caso che l’assessore del ramo fu autore del rogo di un romanzo bestseller in pubblica piazza, tale da riportare alla memoria avvenimenti storici tra i più bui del XX secolo;

- La predisposizione di un importante progetto per il recupero dell’area dell’ex Annunziata, con il coinvolgimento della Fondazione delle Ferrovie, per la realizzazione di un’officina meccanica per il recupero ed il restauro di locomotive storiche o in fase di dismissione, la realizzazione di un apposito museo di riferimento a pochi chilometri da Roma capitale e facilmente raggiungibile rispetto all’analogo museo di Pietrarsa, di una scuola di formazione per macchinisti e di un interscambio ferroviario merci in grado di rilanciare occupazione nel territorio, nonché di una nuova viabilità nel centro urbano, con ampi spazi verdi;

- Il rilancio dell’ex struttura del Santa Maria della Pietà attraverso la creazione di un grande centro sperimentale incentrato sulla cura e conoscenza della psiche, ampliando il servizio di assistenza attualmente fornito dal Centro di Salute Mentale, per una maggiore fruizione del servizio in grado di snellire le liste di attesa. Un centro sperimentale di cura in grado di omaggiare figure come quelle di Franco Basaglia, Jaques Lacan, o Massimo Fagioli, promotore quest’ultimo delle sedute collettive, intervenendo allo stesso tempo sul pregiudizio con cui ancora oggi viene affrontato l’approccio sui disturbi e la malattia mentale;

- La realizzazione di una nuova viabilità per Piazza XXV Luglio, attraverso un adeguato progetto che tenga in considerazione esigenze di cittadini residenti, commercianti ed automobilisti;

- La totale rivisitazione del Corpo di Polizia Municiapale, con la creazione di un apposito nucleo destinato ai controlli ambientali, in particolare a tutela del fiume Sacco, ed agli abusi edilizi, formato in modo adeguato, in grado di saper fare fronte alle nuove tecnologie, come pure la guida di sistemi a pilotaggio remoto (droni).
- Il ritiro immediato della vergognosa Delibera “bavaglio” 66;

- Il recupero del Palazzetto dello Sport attraverso i fondi previsti nel programma di finanziamento “sport e periferie”;

- Ma anche un recupero della memoria storica e collettiva, propensa ad una maggiore accettazione della diversità e della figura femminile, con l’intitolazione di nuove arterie a Pier Paolo Pasolini ed Ilaria Alpi.

Arrivare alle elezioni con improvvisazione e senza un programma condiviso e realmente attuabile, ma solo con una sfilza di nomi di candidati "unti dal Signore", significherebbe consegnare la città al nuovo Caligiore di turno, ovvero un improvvisato senza arte né parte, circostanza questa che un territorio ed una cittadina morenti, dopo 4 anni di amministrazione neofascista, non possono certo permettersi.

 

 

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"Urge giornalismo d’inchiesta basta con quello ….a richiesta"

inquinamento del sacco pompeo ordina piu controlli e convo 350 260 mindi Angelino Loffredi - Il Convegno tenuto a Frosinone sabato 5 ottobre promosso dalla Diocesi di Frosinone e da altre organizzazioni cattoliche sebbene sia già stato ben riportato da Valentino Bettinelli sul sito unoetre.it ,merita di essere ripreso proprio per sviluppare ulteriori elaborazioni poste dalle relazioni ascoltate.

Con molta soddisfazione mi sento di scrivere di aver partecipato ad un incontro necessario, che mantiene aperta l’attenzione su un tema epocale e attorno al quale sono necessari approfondimenti, puntualizzazioni e apporti. Confesso che mi ha favorevolmente colpito la notevole presenza giovanile; gran parte dei presenti con carta e penna li ho visti prendere appunti e mantenere una generale attenzione per circa tre ore di impegnative relazioni.

Abbiamo ascoltato interventi profondi che hanno spaziato a largo raggio ma quello che ha colpito e diffusamente riportato dalla stampa è stato quello del Vescovo Ambrogio Spreafico: senza fronzoli, privo di ipocrita diplomazia, diretto, coraggiosamente autocritico ma anche di impegno progettuale. Riporta infatti Valentino Bettinelli:

“Il dramma della Valle del Sacco è frutto di più di cinquant'anni di silenzi. Il processo di bonifica va affrontato con una visione a lungo termine, altrimenti sarà l’ennesimo intervento palliativo e non concreto. Mi impegnerò personalmente a vigilare sui 53 milioni che saranno impegnati per l’avvio delle bonifiche dei siti previsti dall’Accordo di Programma di marzo”. Un occhio anche all’interno della sua stessa Diocesi: “Grazie alla cooperativa Diaconia abbiamo trovato le prime risposte ai problemi ambientali: verranno infatti costruite due nuove chiese con criteri di ecosostenibilità, e gli edifici principali della nostra Diocesi saranno dotati di pannelli solari e di sistemi di recupero delle acque piovane”.

SScrivevo di un intervento autocritico perché il Vescovo ha riconosciuto che da parte dei cattolici esiste un ritardo nell’affrontare il tema ambientale mentre le chiese evangeliche e quella ortodossa da tempo ne sono impegnate. Mi è parso molto dirompente, anche per il tono ( quasi arrabbiato) quel riferimento al controllo della spesa dei 53 milioni previsti per la bonifica dei siti inquinanti esistenti nella provincia di Frosinone ( Ceprano, Ceccano, Frosinone, Ferentino Guarcino e Anagni ). “Siamo nella Valle del Sacco“ ha detto “io adesso controllerò che fine faranno i fondi stanziati dal governo Conte-1 anche perché come accade in questi casi ci saranno consulenti, progettazione per cui è il momento di vedere dove vanno i fondi“. Un impegno che va sostenuto sia perché sono passati sei mesi dalla fase della prevista “caratterizzazione“ e sia perché dai Comuni interessati e dalla Regione non arrivano segnali.

Da quel 6 marzo, quando venne firmato nella Prefettura di Frosinone l’accordo di programma fra il Ministro Costa e il Presidente Zingaretti tutto tace. In questi sei mesi, insomma, non abbiamo visto momenti di informazione né di partecipazione. Tutto si svolge in gran segreto, al di fuori di ogni rapporto con altri soggetti a cominciare dalle Associazioni ambientaliste. Non si conoscono le dinamiche del lavoro e nemmeno come verranno effettuate le assunzioni. Per esempio se per quest’ultime verranno applicate le Politiche attive, spesso promesse.
Mi permetto inoltre di ricordare che la catastrofe Valle del Sacco ha una priorità: l’inquinamento del fiume Sacco o se si preferisce il suo avvelenamento, che diventa avvelenamento anche dei terreni lungo le sponde. Esistono dirette responsabilità, spesso dimenticate: quelle degli imprenditori e volutamente parlo di una categoria e non di singole persone, perché abbiamo a che fare con un ceto omertoso e corresponsabile che non ha il coraggio di mettere fuori dalla propria organizzazione gli avvelenatori e che si rifiuta di lanciare o condividere l’allarme sempre più diffuso.

Il Vescovo ha annunciato che due chiese della Diocesi verranno costruite con criteri di eco sostenibilità e gli edifici principali verranno dotati di pannelli solari e di sistemi di ricupero di acque piovane. Nel momento in cui esprimo il mio sostegno a tale prospettiva nello stesso tempo intendo riprendere l’invito stesso fatto dal Vescovo: non accontentarci di scelte singole o settoriali che rischiano di essere solo dei palliativi ma di ad avere una visione complessiva, ha accennato addirittura ad un sogno. Ecco dunque la necessità di avere un’azione collettiva per costruire un vasto movimento che riesca ad incidere sulle scelte pubbliche e le tecnologie da usare.

E’ E’ necessario dunque unire le lotte ambientali a quelle della difesa del patrimonio artistico, dell’istruzione e della ricerca scientifica. Nello stesso tempo con grande preoccupazione riporto, a proposito di comunicazione, che qualcuno ci ha ricordato che purtroppo non esiste più come sarebbe necessario il giornalismo d’inchiesta ma quello ….a richiesta.
Preciso che non è stata una battuta ma la messa in evidenza che le campagne pubblicitarie di piccoli e grandi colossi imprenditoriali riescono a oscurare o sterilizzare valide iniziative e molto spesso a fare opera di distrazione di massa.

 

aggiornato lunedì 7 ottobre '19 alle oren16,59

 

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7 ottobre 2019

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