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Tutta questa bellezza senza navigatore

cubo di Rubik mindi Arianna Rossi - Dismorfofobia: alterazione nell’elaborazione degli stimoli visivi che portano a valutare in modo scorretto il proprio aspetto.
Queste 17 parole descriverebbero la diagnosi di più della metà delle donne del pianeta eppure esse non bastano, così come non bastano le parole dei familiari, degli amici, dei professori e dei dottori.

Quando una ragazza ha una sua immagine introiettata nel cervello quell’immagine si riflette in ogni aspetto della sua vita, in ogni gesto, in ogni parola, in un film che vede al cinema, nelle parole di una canzone, in un paio di scarpe, in un programma televisivo, in una foto. Quelle maledette foto di donne che espongono i loro corpi perfetti senza preoccuparsi di chi osserva, il più delle volte lo fanno davanti ad uno specchio esaltando la loro immagine in modo esponenziale, perché quel corpo non è sufficiente ad umiliarti ma è necessaria anche la tua figura riflessa in quello specchio virtuale per distruggerti.

Il mondo si è trasformato in un gigantesco cubo di Rubik le cui facce non sono altro che immagini virtuali, corpi che si sovrastano fasciati da abiti che promettono stili di vita, ideali di felicità e personalità preconfezionati le cui etichette sono le stesse per tutte e la piazza di ritrovo è una solamente, i social.
Eppure, tra i quadratini colorati di quel cubo è nascosta tanta bellezza, una bellezza che spaventa, una bellezza che non viene considerata e che per questo motivo viene deturpata. In quel labirinto sociale e oscuro le ragazze si trovano sole a lottare contro un Minotauro forgiato dalle loro insicurezze, dalle loro paure e dall’incompatibilità che esse credono di avere con questo mondo.

Anoressia: situazione di restrizione alimentare volontaria che porta a mantenere il peso corporeo ad un valore inferiore rispetto a quello ritenuto normale.
Arriva un giorno in cui ad una tua amica viene fatto un complimento sul suo fisico davanti a te, in cui facendo un giro per i negozi di abbigliamento e girando tra gli scaffali noti che tutti i capi che potrebbero piacerti in realtà non puoi indossarli perché sono di una taglia troppo piccola per la tua corporatura. Ecco che quel Minotauro comincia a prendere forma all’interno di un labirinto in cui eri inserita ancor prima di nascere.
Ti guardi allo specchio per l’ultima volta in cui è riflessa la tua immagine reale, un’immagine che la società non vuole, un’immagine non adatta ad essa, che conduce il tuo cervello a falsare i dati di un aspetto che non abbandonerà più i tuoi occhi. Viene scattata una polaroid che porterai sempre e dovunque con te, che guiderà le tue mani quando magari vorrai mangiare un gelato con le amiche, che mortificherà il tuo stomaco quando crederai di aver mangiato un rigatone di troppo, che brucerà il tuo corpo fino a quando non ci sarà più niente da consumare, che lo renderà vuoto fino a quando anche l’ultima goccia di sangue sarà versata.

Disturbo da alimentazione incontrollata: abbuffata compulsiva che porta ad assimilare una quantità spropositata di cibo in un periodo temporale molto breve. Questa è una definizione ricavata da vari articoli raccolti da internet cercando informazioni su un disturbo alimentare opposto all’anoressia, una ricerca rivelatasi necessaria a causa della non esistenza di un termine scientifico che lo rappresenti.
Viene da chiedersi: “Perché?” Semplicemente perché esso non è una malattia SOCIALMENTE riconosciuta.

Eppure il meccanismo cerebrale e psicologico è identico a quello dell’anoressia, la polaroid che viene scattata dal nostro Gulliver è la stessa, un insieme di codici corporei che non corrispondono a verità, solo che in questo caso la bellezza del cuore e dell’anima anziché consumate vengono DEFORMATE, vengono DISTORTE, vengono ingozzate di dolore fino a portare noi stesse ad un’incontrollabile indigestione, la quale non è altro che il segnale del nostro IO che ci invita a fermarci e a guardare dentro di noi. Ma gli occhi di una ragazza le cui mani usano il suo corpo come arma per uccidere se stessa, sono accecati dal marcio e dalla superficialità della realtà che la circonda, un poster alla stazione con una pubblicità per intimo, una foto su Instagram di alcune coetanee ad una festa, una frase detta da un gruppo di ragazzi mentre cammina per le strade della città, uno sguardo di disgusto da qualcuno che non ti aspetti.

Contemporaneamente al corpo che muta, aumenta di volume e cambia la sua forma anche la tua personalità ne risente, la bocca smette di sorridere, preferisci nasconderti dietro tute e felpe sia per non mostrare cosa sei diventata ma anche perché ritieni che non abbia senso rendere femminile un qualcosa che di femminile non ha più niente, non rendendoti conto che stai celando al mondo qualcosa di ben più importante del tuo aspetto esteriore, TE STESSA.
Eppure, nonostante tu abbia appeso un cartello enorme in cui è scritto a caratteri cubitali il tuo disagio, la società, quella stessa società che ti ha portato a bruciare il filo che poteva salvarti da quel labirinto, è incapace di leggerlo accettando un unico assioma: “una donna troppo magra è anoressica mentre una troppo grassa è solo una ragazza che mangia troppo".

Allora ecco che il Minotauro diventa più forte, più feroce e l’immagine nella testa è sempre più grande, provi a chiedere aiuto alle tue amiche ma non riconoscono il tuo problema, perdi totalmente il controllo delle mani, impianti nella tua testa una legge fondamentale ovvero se sei magra sei una persona che vale, se sei magra avrai successo, se sei magra vivrai una vita felice…………………….se cambi aspetto sarai degna del mondo che abiti.
Perdi il controllo della tua bocca, vuoi fare uno scarabocchio su un foglio ma le tue dita sono più sottili della penna che vuoi usare, i tuoi denti masticano molte cose ma ogni alimento ormai ha perso sapore, tua madre ti mette davanti del cibo per farti nutrire ma solo l’odore provoca nausea, lo stomaco continua a lanciarti sos, ti chiede di fermarti perché non riesce più a smaltire il tuo malessere, i vestiti nel tuo armadio sono ormai enormi, vorresti alzarti dal letto ma non ci riesci, le tue gambe sono troppo magre esili, i pantaloni nel cassetto non ti vanno più bene, rigetti liquidi perché non mangi niente, vuoi andare a correre ma il tuo corpo è diventato ingombrante, vomiti perché mangi troppo, supplichi di diventare anoressica, preghi di non svegliarti più…la tua anima ti implora di spegnere tutto…………..…..blackout!

Lo vedi quel mostro davanti a te….sei tu, sei stata tu a crearlo e hai permesso a tutte le persone che ti circondano di innalzare, mattone dopo mattone, i muri del ghetto in cui sei rinchiusa.
Ma nonostante loro siano più forti, nonostante quel mostro che tu stessa hai creato faccia paura bisogna usare la bellezza della tua anima per sconfiggerlo, per tessere di nuovo quel filo che ti permetterà di uscire.
Non ha importanza la combinazione di colori che il mondo reale e i suoi abitanti decidono di creare, ognuno di noi ha il proprio cubo tra le mani ed ha la libertà di scegliere quali colori vuole essere perché non è arrivare alla costruzione di una faccia con lo stesso aspetto lo scopo finale, ma far brillare la nostra personalità di mille colori diversi.

 

 

 

 

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Duemila 'Briciole di bellezza'

Bricioledibellezza 350 260 minPaola Bucciarelli intervista Filippo Cannizzo

Incontriamo Filippo Cannizzo a circa cinque mesi dall’uscita del suo primo libro, “Briciole di bellezza. Dialoghi si speranza per il futuro del Bel Paese”. Filippo Cannizzo è un filosofo e ricercatore universitario, ha insegnato a Bologna, Napoli, Roma e, dopo aver collaborato con l’Istituto Luigi Sturzo e la Fondazione Ugo Spirito, ha diretto l’ICC Castelli; è stato tra i promotori ed ideatori del Festival di Filosofia in Ciociaria. Il suo libro, pubblicato per la casa editrice Mimesis il 27 settembre 2018, ha già venduto oltre duemila copie.

Ci incontriamo dopo alcuni mesi dalla presentazione del tuo libro che abbiamo organizzato come Amici di unoetre.it. Hai continuato il tour di presentazioni di “Briciole di bellezza”?

Bentrovati! L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato in occasione della presentazione del mio libro a Frosinone, una iniziativa veramente ben organizzata e molto partecipata, di cui ancora ringrazio il giornale unoetre.it. Inoltre, ringrazio voi e i vostri lettori per l’attenzione che avete dato al mio libro fin dalla sua pubblicazione. In questi mesi ho avuto modo di tenere circa venti presentazioni del libro, in tre regioni e undici province italiane, nel corso delle quali, con grande emozione e sorpresa ho avuto la fortuna di incontrare tantissime lettrici e tantissimi lettori con cui ho potuto parlare del mio libro e delle tematiche in esso contenute.

Si, la presentazione del libro organizzata da unoetre.it è stata veramente molto partecipata, e siamo davvero contenti che anche le altre siano andate altrettanto bene. Anche se forse chiamarle presentazioni è un poco riduttivo…

È vero, in effetti nel corso di queste iniziative ho provato a proporre qualcosa di più che una semplice presentazione del libro con relazioni sul testo da parte degli oratori invitati. Ho tentato di far attraversare il dibattito, spesso molto approfondito e competente, da alcune delle forme di bellezza di cui parlo nel libro; ho cercato di proporre delle piccole esperienze di bellezza in cui coinvolgere i partecipanti alle iniziative.

Il tuo esperimento sembra essere riuscito. Quando si partecipa ad una presentazione di “Briciole di bellezza”, musica, poesia, recitazione, fotografia, arte sembrano fondersi con il racconto del tuo libro e stringere le tue parole in una condivisione di bellezza con i presenti.

Di questo devo ringraziare le amiche e gli amici che mi hanno aiutato in questo. A partire dalle splendide canzoni offerte dal cantautore Federico Palladini, poi dai musicisti Pallocca e Salvatelli. La mostra fotografica “IO SONO”, realizzata da 2.0 Fotografi ed esposta in numerose presentazioni, ha meravigliato chi ha avuto l’opportunità di ammirarla. Le poesie e le letture recitate sono state intense, sia da parte di Roberta Cassetti che da Catia Monacelli. Molto toccante, e di rara bellezza, la poesia inedita che mi è stata donata da Marina Contini. Non posso, quindi, esimermi dal parlare del grande contributo dato alle iniziative da parte dell’istrionico Stefano Pennacchi che, tra letture appassionate e poesie inedite che hanno incantato, insieme ad interventi puntuali sulle tematiche trattate, mi ha accompagnato in quasi tutto il tour di presentazione fin qui realizzato.

Il tuo libro, voglio ricordarlo, ha vinto un importante premio dedicato alla filosofia. Nel corso delle presentazioni di “Briciole di bellezza”, hai detto che il testo può avere diversi piani di lettura: il racconto di un viaggio, una storia d’amore, un saggio scientifico e un manifesto filosofico. Puoi spiegarci meglio cosa intendi con filosofia? Cosa è per te la filosofia?

Quando parlo di filosofia la intendo una filosofia popolare. In questo senso, la filosofia per me rappresenta l’opposto di quello che viene oggi inteso, a torto, con questa parola. Molti considerano filosofia come una mera astrazione, come una accumulazione di nozioni o come una forma di sapere ed erudizione ormai inutile nel XXI secolo. Invece, credo fermamente che la filosofia sia la capacità di comprendere la vita, il nostro posto all’interno della vita (come singoli, come comunità e come umanità), i diritti e i doveri, i nostri rapporti con gli altri uomini. Il compito della filosofia, oggi come ieri, è quello di aiutare a prendere coscienza di sé come persone e della propria relazione con gli altri uomini. Filosofia come domandare, stimolare il pensiero e la discussione per contrastare il “sonno della ragione” dei nostri giorni, che, parafrasando Francisco Goya, può generare solo mostri.

Nel tuo libro sono presenti molti dialoghi. In “Briciole di bellezza”, i protagonisti, Giacomo e Beatrice, dialogano con i diversi personaggi incontrati durante il cammino; tale espediente narrativo che hai usato nel tuo racconto ha a che fare con quello che hai appena detto rispetto alla filosofia?

Esattamente! Infatti, penso alla filosofia come alla capacità di conoscere il mondo attraverso le sole forze del ragionamento, del dialogo e del confronto, per provare, attraverso questo, a rintracciare delle possibili strade per cambiarlo questo mondo. Sono convinto che la forma del dialogo, che ho usato nel testo, aiuti maggiormente a spiegare i problemi affrontati di volta in volta, così come le soluzioni proposte. Credo che sia proprio dal dialogo, dal confronto, che possano scaturire le possibili vie d’uscita ai problemi in cui l’Italia è invischiata: le soluzioni alle problematiche del Bel Paese non possono che esser frutto di una partecipazione collettiva!

Nel sottotitolo del libro parli di dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese. All’inizio del racconto, nell’introduzione e nella quarta di copertina, si parla di “Briciole di bellezza” come di una storia d’amore ma già dopo poche pagine il lettore si rende conto che il cuore del libro è costituito dall’analisi e dalle possibili soluzioni per i problemi del nostro paese (e non solo del nostro), insieme al tema della bellezza come speranza per il futuro dell’Italia. Mi pare di capire tu sia convinto che la soluzione a tali questioni passi attraverso una visione umanistica del mondo, è così?

Si, penso che sia ineludibile la necessità di elaborare approcci coerenti con una “nuova visione umanistica” del mondo, fondata su relazioni coevolutive uomo/uomo e uomo/natura. Occorrerebbe cominciare a ragionare di un altro sviluppo umano, da attuare attraverso una economia che cammini di pari passo con l’ecologia, al fine di conservare la qualità ambientale ed eco sistemica nel produrre, generare e ridistribuire la ricchezza. Nella ricerca di un nuovo paradigma economico ed ambientale, però, non possiamo esimerci dalla constatazione dei limiti della tradizionale organizzazione economica mostrati dalla recente crisi. Risparmio, riuso, recupero, riciclo, rigenerazione, rinnovabili: queste possono essere le fondamenta del futuro, per l’Italia e per il nostro pianeta. Perciò, l'economia, la politica e la tecnologia dovrebbero tornare ad essere poste al servizio della vita e della natura.

Bene, ma allora quale può essere il ruolo della bellezza nel mondo di oggi?

La bellezza può essere una speranza aperta nel cuore della nostra società. Per provare ad uscire dal pragmatismo utilitaristico in cui sembrano immersi il nostro paese e il mondo di oggi, può aiutarci una rinnovata attenzione alla bellezza. Quando non si impara a fermarsi ad ammirare la bellezza, in genere si considera ogni cosa come un oggetto di uso e abuso personale, senza porsi troppi scrupoli. Per scardinare il ciclo ingenerato dal mondo consumistico, dobbiamo incontrare la bellezza. Perché l'esperienza della bellezza sospende l'atteggiamento del possesso e del consumo immediato, generando l'atteggiamento del rispetto, dell'ascolto e dell'attenzione verso l'altro. L'esperienza della bellezza consente di rintracciare un qualcosa che vale di per sé, e non un qualcosa che vale come mezzo per i nostri mutevoli scopi. Per concludere, in tempi bui e complicati come quelli che stiamo vivendo, il senso della bellezza sembra suggerire che un altro mondo è possibile.

 

 

 

 

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Senza rosa né celeste - Libro del mese

senzarosaneceleste 350 min

"Senza rosa né celeste" è il "Libro del mese di UNOeTRE.it". 4 febbraio '19 - 15 marzo '19

UNOeTRE.it con il patrocinio della provincia di Frosinone e in collaborazione con Villaggio Maori Edizioni presenta il libro "Senza rosa né celeste" di Mariella Fanfarillo il 15 febbraio 2019 dalle ore 16 nella Biblioteca provinciale di Frosinone (vedi locandina*)
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«Ho imparato a mie spese la differenza tra vedere e guardare: ora so che da sempre io vedevo mio figlio ma guardavo mia figlia». È da questa folgorante consapevolezza che ha inizio il racconto di Mariella Fanfarillo, un viaggio a ritroso lungo la sua vita e quella di sua figlia Esther, transessuale coraggiosa, la seconda ad aver ottenuto in Italia l’autorizzazione al cambio anagrafico di sesso senza l’obbligo dell’operazione quando era ancora minorenne. Raggiungere quel traguardo non è stato semplice, ma Esther e Mariella sono sempre rimaste una accanto all’altra, sostenendosi a vicenda e affrontando insieme la violenza – fisica, psicologica e persino burocratica – di un paese ancora impreparato ad affrontare la diversità e forse anche, ancora di più, l’autodeterminazione. Una testimonianza necessaria che «vi farà versare lacrime dolci» (Monica Cirinnà). Una storia vera, fatta di fatica, amore e resilienza.
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L'autrice dialogherà con Nadeia De Gasperis (vicedirettrice di UNOeTRE.it). Questa conversazione sarà registrata in video e resa disponibile per tutti i lettori di UNOeTRE.it.

Dopo l'intervista a Mariella Fanfarillo ci sarà spazio alle domande del pubblico. 


 

 

Llocandina_Mariella-Fanfarillo

 Autrice della locandina è Valentina Lizzio

 

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La Certosa di Trisulti: luogo di speranza, fonte di bellezza

Certosa di Trisulti 390 260 mindi Filippo Cannizzo* - Nel cuore dei Monti Ernici, ai confini tra Basso Lazio, Abruzzo e Provincia di Roma, si trova una delle briciole di bellezza del nostro paese, la Certosa di Trisulti. Immersa nella natura, tra querceti e corsi d’acqua purissima a 825 metri di altitudine, è stata costruita in stile gotico e consacrata nel 1211, poi ampliata nel corso dei secoli adottando le forme architettoniche tipiche del barocco. Entrando tra le mura imponenti che la cingono, un sentimento di bellezza e di pace pare avvolgere i pellegrini e i visitatori. L’ingresso principale si apre su un portale sormontato da un busto di San Bartolomeo, scolpito da Jacopo Lo Duca, allievo di Michelangelo Buonarroti, mentre tra i meravigliosi affreschi che adornano le sale del complesso si possono ammirare opere di Filippo Balbi e Giuseppe Caci. Inoltre, la Certosa è stata a lungo avanguardia nello studio e nell’applicazione della farmacologia.

Per raggiungere la Certosa di Trisulti, tappa centrale del Cammino di San Benedetto, bisogna inerpicarsi per strade invase da buche che sembrano crateri e invase dalla vegetazione, abbandonate dagli enti che dovrebbero occuparsene. Lungo i bordi della strada, nascosti dietro rocce e alberi secolari, si possono scorgere cumuli di rifiuti. Si deve salire a senso, perché le poche indicazioni che si possono trovare sul percorso sono completamente divelte, arrugginite, cadute per terra, mentre per chilometri e chilometri sono mancanti, a causa dell’incuria di chi avrebbe dovuto avere “cura” di questi luoghi di meravigliosa bellezza.

Oggi sono rimaste ben poche le persone che abitano questa imponente Certosa, tra cui il priore dei Cistercensi di Casamari, don Ignazio, e un ospite straniero, Benjamin Harnwell. A partire dal Febbraio 2018, la gestione della Certosa di Trisulti è stata assegnata in concessione per 19 anni dal MIBACT, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo italiano, all’Associazione DHI - Istituto Dignitatis Humanae, fondato proprio da Harnwell e diretto dal cardinale Raymond Leo Burke. L’Istituto Dignitatis Humanae si definisce come «una organizzazione non governativa di ispirazione cattolica. Un think tank, costituito nel 2008 con l’obiettivo di difendere le fondamenta giudaico-cristiane della civiltà occidentale, riconoscendo che l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio». L’Istituto è molto attivo nel lobbying politico: ha già tre gruppi parlamentari di lavoro nel Regno Unito, in Romania, Lituania, e nel 2019 vuole costituirne uno presso il Parlamento Italiano.

Il 7 Ottobre 2015, l’allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, applicando per la prima volta il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (redatto nel 2004 dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali del governo Berlusconi, Giuliano Urbani), firmò il decreto per la concessione in uso a privati di beni immobili del demanio culturale dello Stato non aperti alla fruizione pubblica o non adeguatamente valorizzati, da cui il bando per l’affidamento in concessione della Certosa di Trisulti vinto dall’Istituto Dignitatis Humanae. In cambio della gestione del bene, l’ente vincitore del bando, a partire dalla stipula del contratto, dovrà corrispondere un canone di 100 mila euro annui al MIBACT, ma potrà detrarre da quella cifra il costo dei lavori di ristrutturazione della Certosa...

Il bando in oggetto intendeva individuare associazioni e fondazioni senza fini di lucro alle quali concedere in uso uno tra tredici beni immobili del demanio culturale dello Stato, per i quali non era corrisposto alcun canone e che richiedevano interventi di restauro. La concessione d'uso avrebbe dovuto essere finalizzata alla realizzazione di un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, l'apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione. Il bando del MIBACT, sicuramente pieno di clausole escludenti e limitanti rispetto ai soggetti potenzialmente interessati a partecipare, è soltanto uno degli aspetti controversi della vicenda che ha portato alla concessione in uso della Cerosa di Trisulti all’Istituto Dignitatis Humanae. Perché il problema vero è a monte. Per la prima volta in Italia lo Stato ha messo all'asta alcune delle sue bellezze. È vero che solo cinque dei tredici beni storici e artistici messi al pubblico incanto sono stati assegnati, ma il rischio concreto è che questo primo bando faccia da apripista ad analoghe future concessioni in uso a privati delle innumerevoli bellezza del Bel Paese.

I benefici per il MIBACT saranno probabilmente inesistenti, sia dal punto di vista economico che di tutela, perché per mantenere e ristrutturare la Certosa di Trisulti servono molte più risorse di quelle stanziate dall’Associazione di Harnwell. Senza considerare che la valorizzazione della stessa porterà solo ad interessi privati dell’Istituto Dignitatis Humanae , dato che per la prima volta dopo secoli l’accesso alla Certosa è a pagamento e le paccottaglie che vengono vendute come souvenir a Trisulti sono prodotte e vendute per il guadagno della stessa DHI. Infine, il vero intento di Harnwell pare essere quello di trasformare la Certosa in una scuola di formazione per le nuove leve del populismo europeo e mondiale, coinvolgendo il suo mecenate Steve Bannon, il giornalista e produttore televisivo, teorico del “populismo mondiale” e considerato il fautore dell’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Mi chiedo quale futuro abbia un paese che considera le proprie bellezze solo come fonte di spese (da tagliare) o su cui provare (neanche troppo lucidamente) a lucrare. Sarebbe necessario un cambio di paradigma nella considerazione delle bellezze del Bel Paese. Non si dovrebbe più intendere la bellezza come mezzo per qualche mutevole scopo, bensì sarebbe necessario gettare uno sguardo lungimirante e avere una visione organica su ciascun aspetto della cultura, capace di correlare i diversi settori e ragionare in termini di filiera, in cui la bellezza, in tutte le sue espressioni, gratuita e a disposizione di tutti, rappresenti il punto di partenza e di arrivo di processi complessi che, coinvolgendo una molteplicità di protagonisti e di attività locali, possano produrre ricchezza per la comunità.

La bellezza non è una fonte di sperperi ma rappresenta una potenziale fonte di crescita economica ecosostenibile e di occupazione durevole. Bellezza, quindi, come leva sociale e di sviluppo territoriale, bellezza come possibilità di progresso e di crescita per le persone. Per aprire il futuro, si potrebbe cominciare ad aprire a tutte e a tutti la Certosa di Trisulti, con strade agibili, indicazioni e comunicazioni chiare, riscoprendo le bellezze che custodisce e curando la natura che la circonda. Attraverso la valorizzazione e la condivisione dell’enogastronomia locale, la realizzazione di prodotti artigianali di qualità, strutture ricettive economiche e di qualità, visite tra gli splendori della natura, con percorsi fruibili a piedi e in bicicletta, insieme alla riscoperta dei veri prodotti trappisti, benedettini e cistercensi, la Certosa di Trisulti potrebbe diventare la tappa centrale e la speranza aperta per un nuovo cammino di bellezza dall’Italia centrale fino all’Europa.

Pensare alla Certosa non come alla scuola di formazione del populismo mondiale, ma tornare a vedere nella Certosa di Trisulti un luogo di speranza da cui ripartire per ri-costruire il futuro del Bel Paese: Trisulti luogo di speranza, Trisulti fonte di bellezza!

*autore del libro "Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del bel Paese"

 

 

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Briciole di bellezza - Libro del mese

Briciole di Bellezza 350 min

"Briciole di bellezza" è il "Libro del mese di UNOeTRE.it". 8 dicembre '18 - 12 gennaio '19

 

"Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del paese" è il primo libro di Filippo Cannizzo,  filosofo e ricercatore universitario. Nato a Roma il 21 luglio 1982, ha insegnato a Bologna, Napoli e Roma. Dopo aver collaborato con l’Istituto Luigi Sturzo e la Fondazione Ugo Spirito, ha diretto l’ICC Castelli. È autore di numerosi articoli sul tema della crisi del mondo moderno e sulla figura di Enrico Castelli (Enrico Castelli Gattinara di Zubiena [Torino, 20 giugno 1900 – Roma, 10 marzo 1977] è stato un filosofo e storico della filosofia italiano)

 

 

Nella recensione che abbiamo già pubblicato, Paola Bucciarelli così presenta il libro «Iniziamo subito col dire che il libro di Filippo Cannizzo, “Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese” – Mimesis Edizioni (13,60€), – non è il solito libro retorico su quanto sia bella l’Italia.

È diviso in cinque capitoli (a loro volta suddivisi in cinque paragrafi), ognuno dei quali è occasione e pretesto per parlare di uno o più temi (ambiente, istruzione, lavoro, violenza contro le donne, disabilità, Europa) in maniera approfondita e dettagliata. Si tratta di un libro ben documentato e quindi ricco di dati (tratti da studi scientifici nazionali e internazionali).»

Cannizzo, Abbruzzese, Mastracci

Il viaggio racconta la storia d’amore che una coppia vive e quella che prova verso il proprio Paese. Si viaggia «attraverso la fragilità della bellezza dell'Italia.» Non solo. Non si dimentichi il sottotitolo: "Dialoghi di speranza per il futuro del paese". C’è di più. Negli innumerevoli dialoghi si trovano attente analisi e ricerche delle ragioni dei malanni d’Italia e una continua “voglia” di trovare risposte positive e utili.

 

 Questo viaggio si rivela un delicato pretesto per un intreccio di racconto e dialoghi che presentano un’armonia di questioni e di problemi e di soluzioni che suggeriscono la scoperta di un umanesimo che manca a questi due primi decenni del ventunesimo secolo.

 

Ill pubblico del 7 dic 18UNOeTRE.it condivide quanto si legge nella prefazione «È una storia d'amore. La storia d'amore per il Bel Paese (…)
È un libro dedicato a chi coltiva la speranza, a chi percorre nuove strade, a chi libera idee, a chi ancora si commuove, ai fragili, a chi preferisce vivere di passione piuttosto che morire di noia….»


 

UNOeTRE.it si è impegnata nella presentazione di questo libro che si è svolta il pomeriggio del 7 dicembre '18 presso la Biblioteca provinciale di Frosinone. Hanno dialogato Stefano Pennacchicon l'autore le professoresse Barbara Abbruzzese e Daniela Mastracci in un ambientazione di musiche di Federico Palladini e letture di brani e poesie di Stefano Pennacchi . Federico Palladini

Nella sala c'era anche un'antologia dell Mostra fotografica "IO SONO" a cura di 2.0 Fotografi.

 

Per chi è interessato: è possibile acquistare il libro su Amazon.com,  Feltrinelli.it, Mondadori.it, IBS.it e Ubiklibri.it o presso i loro distributori Ubik Frosinone, Mondadori Cassino e tutte le librerie Feltrinelli

Per acquistare un libro con dedica dell'autore, inviare un'email a

 

 "Briciole di bellezza" è il "Libro del mese di UNOeTRE.it". 8 dicembre '18 - 12 gennaio '19

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'Briciole di bellezza' al castello Conti de’ Ceccano

Presentazione libro Cannizzo mindi Valentino Bettinelli - La bellezza del maniero dei Conti de’ Ceccano ha contribuito all’accattivante presentazione dell’opera del prof. Filippo Cannizzo, “Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese”. La serata ha offerto al numeroso pubblico presente, una visione d’insieme della situazione di crisi del nostro paese.

Il libro narra il viaggio di una storia d’amore. Un sentimento che lega l’uomo al suo Paese. Un percorso che mira al raggiungimento di una coscienza tale da portare l’essere umano a reagire, per riconquistare e rivendicare i propri diritti inalienabili.
Alla storica cornice del castello si è unita la musica di Federico Palladino e la voce di Roberta Cassetti. Le corde della chitarra a suscitare emozioni, rafforzate dalle citazioni tratte dal libro ed enunciate con grande spirito dalla Cassetti.

L’introduzione del libro è stata curata dalla prof.ssa Daniela Mastracci, la quale ha iniziato la sua relazione ricordando alla platea il riconoscimento ottenuto da Cannizzo con il proprio lavoro. Il libro ha infatti permesso al filosofo di vincere la I edizione del Premio Italo Calvino per la filosofia. Nella sua presentazione, la professoressa ha posto l’accento sul ruolo del bello nella società contemporanea. Un bello che deve fuggire il mero ruolo di contemplazione estetica, avvicinandosi ad essere un “movente d’azione”. Una bellezza che diventi “diritto per le generazioni non ancora nate”.

Il corpo principale dell’evento è stato ovviamente il discorso dell’autore. Cannizzo ha voluto raccontare un viaggio attraverso le fragilità della bellezza del nostro Paese. L’autore confessa di aver costruito il libro attraverso “l’espediente del dialogo. Un confronto continuo dei protagonisti con i vari personaggi incontrati. Conversazioni che hanno come obiettivo quello trovare delle soluzioni ai problemi italiani”. Lo scrittore è stato ispirato, nella redazione di quello che è un saggio lucidamente vestito da romanzo, dalla policentricità della bellezza italica. Una diffusione così vasta da ridurre, troppo spesso, il bello in briciole. Briciole che l’autore definisce “uno scempio continuo del patrimonio culturale ed ambientale italiano”.

Altro cardine da cui parte l’opera di Cannizzo è la Costituzione. Nello specifico l’articolo 9, nel quale la “Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e ricerca scientifica e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Obiettivo del libro, dunque, quello di ritagliare alla bellezza un ruolo etico e sociale. Un nuovo paradigma che tende ad invertire i rapporti di forza tra etica ed estetica. A favorire la cura del bene comune grazie a politiche che pongano al centro “l’urgenza di ricostruzione, non solo materiale, del Paese”, non mettendo mai in secondo piano la sostenibilità ambientale. Evidente come il “consumo indiscriminato di suolo” rappresenti un “vilipendio dei diritti di tutti i cittadini, fissati nella nostra Carta Costituzionale”.
Il lungo ed appassionante discorso di Filippo Cannizzo si è concluso con una riflessione significativa. Secondo l’autore “il bello non salverà il mondo. Sarà solo l’uomo, infatti, l’unico a poter salvare se stesso, salvaguardando la bellezza”. Una bellezza che non può dunque esistere senza un occhio al passato. Sguardo indietro utile ad aprire la finestra sul futuro.

Una presentazione letteraria molto partecipata. Emblematico il dibattito costruttivo con la platea e i numerosi quesiti posti all’autore. Un pubblico stimolato anche da un bigliettino attraverso cui dare una personale risposta alla “semplice” domanda: “che cos’è la bellezza?”. Le risposte, lette dallo stesso scrittore, accompagnato ancora una volta dalla chitarra di Federico Palladino, hanno concluso l’evento. Un “finale aperto” che ha lasciato tutti i presenti a bocca aperta.
Il filosofo Filippo Cannizzo, acquisendo un tono di istituzionale rispetto ha voluto ringraziare le associazioni (“R-Esistenze”, “Pequod” e “Cultores Artium”) che hanno contribuito alla realizzazione dell’evento.

 

 

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'Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese'

Bricioledibellezza 350 260 mindi Paola Bucciarelli - «Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese» di Filippo Cannizzo – Mimesis Edizioni 2018.

Iniziamo subito col dire che il libro di Filippo Cannizzo, «Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese» – Mimesis Edizioni, in uscita il prossimo 27 settembre – non è il solito libro retorico su quanto sia bella l’Italia.
Questo non significa, però, che l’autore non abbia grande spirito di osservazione e capacità nel descrivere scrupolosamente i tanti luoghi incantevoli e i tanti sapori della nostra penisola: che si tratti di Genova, del Salento, delle terre senesi o di Napoli, della costiera amalfitana o della Sicilia, la dovizia di particolari consegna al lettore un quadro attento e dettagliato. Ma – e qui avviene il «salto di qualità» rispetto a un’osservazione ricca di beatitudine ma passiva – l’autore è anche consapevole di una cosa: tanta bellezza non salverà «se stessa» né «ci» salverà se non ci impegniamo profondamente a coglierla e a difenderla come si deve. Questo ragionamento si evince, nel libro, già quasi a una prima lettura dell’indice: l’opera rappresenta un vero e proprio viaggio d’amore attraverso il Bel Paese che Giacomo, il protagonista, compie per raggiungere la sua amata Beatrice. Durante il viaggio di Giacomo verso la sua destinazione, l’autore cerca di aiutarci a scorgere le bellezze che ci circondano e delle quali non siamo affatto consapevoli.

Briciole di Bellezza

Il libro è diviso in cinque capitoli (a loro volta suddivisi in cinque paragrafi), ognuno dei quali è occasione e pretesto per parlare di uno o più temi (ambiente, istruzione, lavoro, violenza contro le donne, disabilità, Europa) in maniera approfondita e dettagliata. Si tratta di un libro ben documentato e quindi ricco di dati (tratti da studi scientifici nazionali e internazionali).

È da notare la notevole presenza di note, citazioni e un’ampia bibliografia che, per definizione, permettono un miglior approfondimento dei numerosi argomenti toccati.
Lo scopo principale del libro, va ripetuto, consiste nel dimostrare come solo la riscoperta del concetto autentico di bellezza potrà portare alla soluzione di alcune profonde criticità nelle quali il nostro presente è «invischiato».

 

Cannizzo alterna in tutto il libro, con sapienza, momenti di grave e seria riflessione, denuncia, critica e indignazione, a continui inviti a riscoprire – ma ancor prima a riconoscere – la bellezza del nostro Paese, un equilibrio quasi perfetto di natura, arte, enogastronomia, storia e tradizione.
Dal punto di vista della lettura, l’unione del saggio scientifico-accademico al racconto narrativo e romanzato fa sì che il libro ne tragga beneficio, acquistandone in scorrevolezza e risultando quindi «godibile».

Inoltre, l’utilizzo del dialogo, da parte dell’autore con i diversi personaggi incontrati durante il suo cammino, aiuta maggiormente a spiegare i problemi affrontati di volta in volta (così come le soluzioni che, di volta in volta, l’autore suggerisce). È proprio dal dialogo che scaturiscono le possibili vie d’uscita. Esse, infatti, non possono che esser frutto di una partecipazione collettiva: non è dunque possibile parlare di bellezza senza parlare dei «beni comuni».

La bellezza risulta essere, per il narratore, un’«idea fissa», che viene continuamente associata al concetto di cultura e con essa coniugata.
La scoperta della bellezza del paesaggio italiano è lo spunto che induce il lettore, dopo l’autore, a riflettere sull’importanza della cultura per un Paese come il nostro; sul rapporto che può e deve instaurarsi tra entrambe nell’Italia e nel mondo contemporaneo, ma, allo stesso tempo, come tra bellezza e cultura ci debba essere un dialogo imprescindibile che colleghi passato e futuro.

 

Perché tutto ciò accada, è necessario «cambiare il paradigma che abbiamo nella concezione della bellezza: uscire dal pragmatismo utilitaristico, avere una rinnovata attenzione alla bellezza, come esperienza che consenta di rintracciare un qualcosa che vale di per sé e non come qualcosa che vale come mezzo per i nostri mutevoli scopi».

Tale cambiamento presuppone necessariamente un cambio di mentalità, affinché ogni singolo si prenda cura della bellezza e della cultura. Inoltre, questo nuovo approccio non potrà avvenire se le giovani generazioni non saranno educate alla bellezza; di qui scaturisce, imprescindibile, l’importanza del sistema d’istruzione. Per Cannizzo, però, il discorso sulle responsabilità dello Stato verso la bellezza che adorna l’Italia non si limita alla scuola. Egli, bensì, auspica che si riparta dal progetto insito nell’articolo 9 della Costituzione: «La cultura va messa al centro dell’intera strategia pubblica per il Paese. La cultura va rilanciata come leva sociale e di sviluppo territoriale. Attraverso l’innovazione tecnologica, la creatività, l’incontro tra arte e scienza, solo così, la cultura può essere fonte di ricchezza, di buona crescita economica e riparo dalla regressione sociale».

L’autore critica, quindi, il mancato uso di risorse economiche dello Stato – e la sua conseguente «latitanza» – per gli investimenti nella cultura, arrivando a definire, per questo, analfabeta la classe politica nazionale.
Afferma, inoltre, che «l’Italia ha bisogno di lungimiranza e di una visione politica a lungo termine»; perciò invita la sua generazione a non rassegnarsi, a non farsi fagocitare dai problemi quotidiani, ad affrontare con maggiore lungimiranza le grandi sfide necessarie a cambiare questo Paese.

 

 

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La Bellezza e il suo esser Lusso

bambino bello povero piccolo solo 235.260di Daniela Mastracci - Lo so che non siamo più inclini a sentire la Bellezza. Lo so che ci siamo imbruttiti a furia di correre a perdifiato verso il profitto. Lo so che certi discorsi sembrano anacronistici, superati, da romantici vetusti, da decadenti forse, addirittura. Sembrano un lusso che non ci possiamo veramente permettere. Sembra roba per fare “spallucce” e pensare tra sé e sé “questa è matta, ma guarda a cosa va a pensare! Qui tocca muoversi! Mica possiamo perdere tempo a pensare ai giardinetti e alle atmosfere piacevoli! Chi ce l’ha più questi lussi?” certo non ce li ha più nemmeno la Terra, infatti è coperta da immondizia e brulicanti esseri che non fanno altro che correre verso il profitto, l’accrescimento dei capitali, la crescita del Pil, comunque sia. Brulicanti vestiti trendy e brulicanti vestiti “male”, gente incolta che non capisce di moda, gente senza gusto...come si fa a conciarsi così? Ma quella gente forse non è priva di gusto per la moda, ma è priva di gusto per il cibo, innanzitutto...mangia quel che c’è, se c’è; mangia quel che può, se può. A quale altro gusto può pensare? Loro sì, che non ne hanno il tempo, la possibilità, la condizione materiale. Loro sì, che possono giudicare ciò che è “lusso”! Perché loro non hanno i mezzi economici; sono i sottooccupati, i disoccupati; oppure, se allarghiamo il nostro sguardo sul mondo, sono quegli uomini e quelle donne, e anche quei bambini, che lavorano, ma sono sottopagati, sottoalimentati, sotto-curati, sotto-educati, quei lavoratori della delocalizzazione.

Lusso, una parola più significati

Nonostante le evidenti differenze di condizione e di senso, il “lusso” ci accomuna tutti? Anche se con significati diversi? Siamo tali, tutti gli esseri umani, da ritenere qualcosa un “lusso”? questo sostantivo è un legame? E vale la condizione materiale come sfondo in entrambe le parti del mondo che lo usano, anche intendendo fatti ed esperienze diverse? La condizione economica occidentale e quella dell’altra parte del mondo è la medesima? Pare di sì. Solo che per noi è sviluppata nel senso del profitto; per l’altra parte del mondo è sviluppata nel senso del lavoro che produrrà profitto. Noi godiamo del risultato e loro subiscono la condizione di quel risultato. Noi non subiamo nulla? Se siamo la parte che gode del profitto perché allora corriamo tanto? Perché siamo in crisi? Perché diventiamo più poveri? Ma non poveri nel senso materiale, poveri in spirito. O meglio: ci sono quelli poveri nel senso materiale e quelli poveri in spirito. Per chi, tra tutti costoro, la bellezza è un “lusso”? Per quelli che corrono verso altro profitto: chiusi nella trappola della produzione, del mercato, dell’aumento della ricchezza. Loro, sembra, non abbiano tempo per l’inutile, ciò che considerano un “lusso” che non possono permettersi. Nemmeno il “lusso” di riposare un po’; di “staccare la spina”; di rallentare rispetto alla velocità degli aggiornamenti, delle nuove versioni (2.0; 3.0; etc. etc....fin dove arriverà?). (Se le versioni si aggiornano, tocca che ci aggiorniamo anche noi. Ma le versioni chi le aggiorna? Mica lo fanno da sole?! Allora c’è sempre uno di noi ad aggiornarle: beh! Gli possiamo dire di rallentare un po’? possiamo pensare che le grandi società che operano nel web, gli operatori che gestiscono e aggiornano di continuo, possano rallentare? E possiamo almeno pensare che quel capitalismo finanziario che corre dietro, o sopravanza, i movimenti veloci, fulminei, inafferrabili, quasi, delle borse, o che li determina con le speculazioni, possa rallentare?)


Ma la bellezza è un “lusso” anche per chi, nella nostra parte di mondo, diventa più povero, precario, abbandonato ad un’altra necessità: quella di trovare denaro per il sostentamento proprio e della propria famiglia, se c’è. Anche per costoro la Bellezza è un “lusso”: non possono permettersi un bel film, una bella cena fuori; una bella casa; una bella macchina; un bel viaggio; un bel libro; un bello spettacolo teatrale; un “bel” diploma; una “bella” laurea; un “bel” master...un bel niente!
Insomma pare che il sostantivo “lusso” sia il trait d'union tra le parti della nostra attuale società: o perché non ne abbiamo il “tempo”; o perché non ne abbiamo la condizione economica. Ma in entrambi i casi è pur sempre la condizione materiale economicista che fagocita possibilità. Farebbe bene a tutte e due le parti darsi quel lusso: un po’ meno profitto, ma un po’ più di tempo libero e a disposizione per la Bellezza; un po’ meno lavoro per quel profitto altrui, perché è verso altri che quel profitto crescente si dirige (basta vedere i numeri dei ricchi del mondo e dei poveri del mondo) e un po’ più possibilità da dedicare alla Bellezza, ri-dirigendo i profitti in una più equa distribuzione della ricchezza. E allora Sì che potremmo dire che ha ragione Dostoevskij quando dice che “La Bellezza salverà il mondo”: lo salverà dalla corsa affannosa e lo salverà dall’impoverimento crescente.

 
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Moda: una bellezza che non è di questo mondo

annamagnani e le rughe 350di Daniela Mastracci - A chi parla la moda? Sono stata sempre scettica. Guardavo con occhi un po’ estasiati. Ma al contempo nel mio cervello suonava una campanellino. Perché non mi convinceva. Troppo bello. Troppo perfetto. Troppo costoso! Stoffe meravigliose. Colori da capogiro. Forme inimmaginabili. E poi quella bellezza di volti statuari. Sì, perché non ridono, non piangono, non esprimono alcun sentimento. Impassibili. Non debbono neppure sorridere. E dire che quando, ad esempio, si fa una gara di ginnastica, alle allieve e allievi si dice di sorridere. Perfino le ragazze che fanno nuoto sincronizzato sono truccate e anche a loro si dice di sorridere, con tutto che hanno per la gran parte dei secondi a disposizione, hanno, dicevo, la testa sott’acqua. Sforzo notevole. Ma loro sorridono. E perché le modelle no? E i modelli neppure?
Bellissimi di una bellezza che non è di questo mondo. Alteri. E infelici. Perché se non sorridono come si può pensare che siano felici? Anzi sembrano proprio tristissimi. Trucco perfetto. Delle donne e degli uomini. Zigomi alti. Labbra imbronciate. Già perché? Quell’andatura con una gamba rigorosamente davanti all’altra: come si fa a camminare così? Ho provato qualche volta ma è di un faticoso che smetto subito. Dritti come fusi. Fanno quelle piroette che sventolano i vestiti tutt’intorno. Oppure con le giacche tenute per mano sulla spalla, indolenti, come se tutto fosse indegno d’attenzione! E comunque un tantino fastidioso. Si passa come sollevati da terra, su un altro pianeta.

Così sottili da sembrare eterei

E sottili sottili sottili...come si fa ad essere così sottili? Non sembrano fatti di carne. Eterei. Extraumani. E quello è bello! E se non si è così, non si è belli. Punto. Belli e imbronciati.
Ma che diamine perché si deve soffrire così? Perché rifiutare la carne? Siamo tutti peccatori. Con o senza carne (scherzo, ovviamente!) ma la carne ci fa umani, e ci fa diversi, magnificamente diversi. Un po’ belli, un po’ meno belli, ma belli perché unici. Quella moda astratta dalla Terra mi sembra un rifiuto di ogni segno che ci fa irripetibili. Magre e magri, truccati e fissati quasi a uccidere il mutamento, lo scorrere del sangue. Come si può pensare che questo sia bello? Allora tanto vale imbalsamarsi! Fermare il tempo quando ciò che siamo è tempo, è il nostro unico divenire, cambiare, scolpirsi ma di segni solo nostri. Là sulle passerelle passano donne e uomini scolpiti da qualcun altro. E i loro segni dove sono? La loro vita dove sta? Nelle mani di chi modella corpi non più corpi, come fossero manichini robotici. Impossibile restare a guardare senza rimanerne disturbati. Impossibile pensare che siano ancora umani. La moda così distrugge esseri umani che sono pergamene di se stessi. Solo io posso scrivere su di me. Solo io posso decidere se scolpirmi oppure no. E solo io posso decidere se bello è sottoporsi ad una sorta di autofustigazione oppure no. Almeno riprendiamoci questo! E non facciamolo fare a prescindere. Usati e sfruttati anche perché siamo nati con un bel volto. Anche questo è abuso. Anche questo è subalternità.

 
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