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Una destra ributtante

CRONACHE&COMMENTI

Uno spaccato dell’Italia di oggi e della lotta politica e morale che vi si conduce

di Aldo Pirone
pentolada sotto regione lombardia 390 minSe volete vedere uno spaccato dell’Italia di oggi e della lotta politica e morale che vi si conduce, basta guardare a quel che succede in questi giorni e ore. Da una parte la destra di Salvini, Meloni, Berlusconi, aiutata dal solito Renzi, impegnata nella caccia grossa a una brava persona, il ministro della salute Speranza, dall’altra la Lega del “bauscia” e FI del cavaliere di Arcore che restituisce il vitalizio al condannato Formigoni e si prepara, su quella scia, a restituirlo ad altri corrotti condannati in via definitiva.

Da una parte, si cerca di togliere di mezzo chi ha fronteggiato con rigore la pandemia avvalendosi del parere degli scienziati, anche contro quelli che oggi gli danno la caccia – ricordiamo gli aperturisti (Meloni e Renzi) di tutto a prescindere, i riduzionisti del pericolo del virus, i facenti l’occhiolino a tutti gli scimuniti irresponsabili negazionisti del Covid 19, i rifiutatori per principio (Salvini) della mascherina ecc. – dall’altra si condona chi, come Formigoni, ha intascato tangenti per favorire quella privatizzazione della sanità lombarda che è alla base del disastro pandemico particolarmente grave in quella Regione. Stessa cosa si può dire di Ottaviano Del Turco in Abruzzo, con tutto il dispiacere per il suo stato di salute attuale e con tutto il rispetto per la sua storia di dirigente sindacale della Cgil che, semmai, costituisce non un attenuante ma un aggravante per quel che ha combinato dopo come Presidente della Regione.

Chi fa politica con incarichi apicali e gli capita di svolgerli in situazioni inedite, sconvolgenti e drammatiche com'è capitato a Speranza, commette anche errori. E certamente il ministro ne ha commessi, ma non quello di seminare illusioni, raccontare storie o, peggio, cavalcare le paure e le sofferenze degli italiani per strumentalizzarle a fini elettorali. Ha affrontato il Covid 19 avendo alle spalle una demolizione sistematica della sanità pubblica condotta dai governi precedenti e si è trovato a fare i conti con sistemi sanitari regionali e con i Presidenti “governatori” che li gestiscono non all’altezza dell’emergenza pandemica, a parte qualche eccezione. Gente incapace di assumersi responsabilità se non quella di piagnucolare continuamente verso il governo per tutto e su tutto, avendo come bussola solo quella di conservare i voti delle categorie più in sofferenza. Nonostante ciò il ministro Speranza ha saputo reggere bene la barra nel governo Conte e la sta reggendo altrettanto bene in quello Draghi, nonostante tutto. Per questo è odiato oltre ogni limite dalla destra incarognita.

Ben diversa è la situazione, e le colpe, di chi, come Formigoni e del Turco, a suo tempo sbagliò intascando tangenti per sé, dando luogo nelle rispettive Regioni a una politica sanitaria che ha ridotto la rete di protezione pubblica sul territorio in favore delle cliniche e delle strutture private. All’arrivo del Covid 19 è stata questa politica la causa principale – ormai lo riconoscono tutti - dell’intasamento di reparti di terapia intensiva negli ospedali e, di conseguenza, dei tanti morti, soprattutto anziani, che potevano essere evitati.

In questi casi di corruzione che concorrono a determinare vere e proprie catastrofi umanitarie è insito un elemento criminogeno che non può essere sottaciuto né scusato.
Non sono un esperto di leggi e regolamenti, può darsi che gli onorevoli Giacomo Caliendo di Forza Italia, presidente della commissione senatoriale e i due vicepresidenti leghisti Simone Pillon e Alessandra Riccardi (ex grillina fuoriuscita) della commissione contenziosa si siano avvalsi di leggi e regolamenti esistenti (ma c’è chi dice di no) da veri azzeccagarbugli per aggirare la decisione presa nel 2015 dal Presidente del Senato Grasso. Sta di fatto che il risultato è una cocente ingiustizia tanto più beffarda perché di fronte ad essa ci sono milioni di persone in gravissimo affanno economico e decine di migliaia di morti, gli uni e gli altri causa pandemia. Di questo schiaffo alla giustizia è la destra, comunque camuffata, che ne porta la responsabilità politica.

I progressisti farebbero bene a evidenziarlo per ogni dove.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Lenin e il bandito

Cronache & Commenti

Il bandito non è stupido ma rimane sempre un bandito

di Aldo Pirone
berlusconi leader del centrodestra 390 minLenin, qualunque cosa si pensi di lui, fu un politico rivoluzionario di prima grandezza. Sebbene avvezzo a presentarsi come un teorico marxista antirevisionista fu, in quanto politico, alieno da ogni dogmatismo ideologico.

Ebbe a dire che l’essenza del marxismo era “l’analisi concreta della situazione concreta” e, quindi, sbeffeggiò chi fra i suoi compagni faceva degli avversari tutt’erba un fascio. Nel suo libretto “L’estremismo malattia infantile del comunismo” scrisse che chi, fra i comunisti, non era in grado di utilizzare, nella maniera “più diligente, accurata, attenta, abile, ogni benché minima ‘incrinatura’ tra i nemici […] e anche di ogni minima possibilità di guadagnarsi un alleato numerica¬mente forte, sia pure temporaneo, incerto, incostante, infido, non incondizionato […] non ha capito un'acca né del marxismo, né del moderno socialismo scientifico in generale”. Prima, aveva ironizzato su chi non sapeva distinguere fra i “compromessi” necessari e obbligati e quelli compromissori e opportunisti con gli avversari. Nel primo caso fece l’esempio dei banditi cui, pur di liberarti della loro “piacevole compagnia” e aver salva la vita, molli la borsa, nel secondo quando ti metti d’accordo con loro per spartirti il bottino di una grassazione. Sia detto tra parentesi: la malattia infantile con cui polemizzava Lenin, tanto infantile non fu, i comunisti se la portarono appresso, purtroppo, fino all’età adulta con focolai mai spenti anche nella vecchiaia. Essa, quando fu dominante, coincise con gli anni più bui e infecondi della loro vita: i primi anni ’30 del secolo scorso (socialfascismo).
Perché ho richiamato il vecchio Lenin?

Ma perché nelle ultime settimane è stato tutto un discutere su Berlusconi, le sue profferte alla maggioranza di governo, i suoi movimenti che hanno dapprima incrinato il centrodestra e i rapporti con la Meloni e Salvini per poi trascinarli ad approvare lo scostamento di Bilancio alla Camera e al Senato giovedì scorso. Del resto lo scostamento di otto miliardi era tutto a beneficio delle categorie commerciali e delle partite Iva cui il governo aveva già cominciato a fornire abbondanti “ristori” dovuti alle restrizioni adottate con l’impennata di autunno della curva epidemica. Non approvarlo sarebbe stato difficile, per il centrodestra sovranista, spiegarlo a quei cittadini e a quelle categorie di cui esso si fa quotidianamente paladino, quasi sempre a sproposito. Diciamo la verità, la vicenda ha presentato aspetti anche comici. Meloni e Salvini, per esempio, che, all’indomani del voto, dichiarano di aver piegato il governo, sembrano i classici due figuri caduti dal cavallo anti Conte dicendo che volevano scendere. Ma non è su questo che mi preme soffermarmi. Su questo terreno nei giorni scorsi aveva provveduto a infierire Marco Travaglio che ha sbertucciato Bettini, il deus ex machina di Zingaretti e del Pd, che si era subito sbrigato e sbracato nei confronti del Cavaliere “mascarato” mettendo in relazione implicitamente la necessità di raccogliere le profferte berlusconiane – chiamate niente meno che “contributi delle forze politiche consapevoli e democratiche, che sinceramente intendono dare una mano” - con l’immissione di nuove “energie migliori” nel governo. Subito seguito a ruota, ça va sans dire, da Renzi. Poi Bettini ha corretto le “relazioni pericolose” dal sen fuggite.

Travaglio, che com’è noto non è né Lenin né un suo simpatizzante, si era divertito a fare due elenchi. Il primo, delle “energie migliori” di Forza Italia: “Gasparri, Brunetta, Letta, Casellati, Gelmini, Minetti, Tremonti, Schifani, Ghedini, Longo, Lunardi, Scajola, Alfano, Mccichè, Bertolaso e Giggino 'a Purpetta, per citare solo la prima fila, possono bastare. Senza contare Dell'Utri, Previti, Verdini, Cosentino, Cuffaro, Galan e Romani purtroppo impediti a partecipare in quanto pregiudicati o addirittura detenuti, e Matacena, tristemente esule a Dubai”. Il secondo, dei leader della sinistra che furono infinocchiati da Berlusconi:" D’Alema, Veltroni, Letta e Renzi”.

L’esempio leniniano sui banditi rapinatori mi sembra quello più confacente a Berlusconi. Non c’è bisogno di edulcorare la figura del “delinquente abituale”, di eleggerla a “sincero democratico” allo “statista ritrovato” per avere i voti di FI in Parlamento, prima e dopo averli ottenuti. E’ ormai acclarato che egli ha solo una stella polare: gli interessi delle sue TV. Per esse si fa politicamente concavo e convesso, come nel 2013 quando, pur di stare al governo e sbarrare la strada a un’intesa PD-M5s con legge sul “conflitto d’interessi” al seguito, si disse disposto ad appoggiare perfino Bersani premier. L’emendamento della maggioranza governativa su Vivendì è il prezzo che è già stato pagato al grassatore. Deciderà l’Unione europea se poteva esserlo. Rifarlo diventare un padre della Patria, non solo è fuori luogo ma è nella solita demenzialità degli esponenti del PD già più volte infinocchiati. Alcuni dei quali, vedi Renzi, appartenevano alla seconda specie citata da Lenin: quelli che fanno gli accordi con i banditi per spartirsi il bottino.

A limitare il perimetro politico dell’intesa con il Cavaliere era intervenuto, prima del voto sullo scostamento di Bilancio, il ministro Gualtieri. “Come ha detto anche il leader di Forza Italia, - ha precisato il ministro - non deve trattarsi di una confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione”. Infatti, Berlusconi sa benissimo quali siano, per ora, i limiti da non superare con richieste e mosse eccessive: il doppio relatore sulla manovra di Bilancio, l’entrata nella maggioranza e nel governo ecc. Sia per quel che riguarda gli equilibri della maggioranza sia per quelli del centrodestra. Non a caso tutti e due entrati subito in fibrillazione, soprattutto il secondo, per ora.

Il bandito non è stupido ma rimane sempre un bandito.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Berlusconi indagato per Costanzo!

rai mediasetdi Stefano Balassone, La Repubblica, Onda su onda, 27 settembre 2019 - Le vie delle indagini giudiziarie sono infinite e dunque non ci ha meravigliato più di tanto il Berlusconi indagato anche per l’attentato mafioso destinato a Costanzo di ritorno dal Teatro Parioli insieme con Maria De Filippi.
Era il 14 maggio 1993 e a luglio, ci sarebbero stati altri attentati che colpirono chiese e monumenti vari provocando molte vittime. E ancora prima l’Addaura, Falcone e Borsellino.

Una scia che ha cosparso di bombe la penisola, per minacciare e ottenere qualcosa dopo quel maxiprocesso di Palermo che segnava un punto di rottura col passato menage fra mafia e pezzi dello Stato. Rai Tre, dove stavamo allora, lo registro e mostrò in ogni dettaglio allo sbalordito pubblico.
Quel che è certo è che proprio in quegli anni, dietro la spinta di trasmissioni come quella di Santoro e altri fino a coinvolgere il Costanzo Show, la televisione passò da strumento di informazione e intrattenimento punto e basta a mezzo di messa a fuoco delle problematiche più gravi, girando i fari su fatti che c’erano sempre stati, ma fino allora avevano interessato solo pochi.

La tv possiede infatti, come è noto, la proprietà di intrecciare la notizia con l’emozione, mischiando insieme parole, suoni e memorie, facendo rivedere le cose e aiutando, basta volerlo, a unire i puntini fra eventi apparentemente differenti. Quindi, in poche parole, pensiamo che i mafiosi d’alto bordo abbiano fatto allora due più due concludendo che la tv fosse ormai un Potere e come tale dovesse essere costretto a scegliere tra scendere a patti o morire. E dovendo colpire era ovvio che si mirasse in alto. Come su Costanzo che rappresentava la tv che un po’ scherzando un po’ mettendola sul serio, arrivava al maggiore assortimento di persone.
Oggi la situazione in tv è molto diversa perché ogni parola detta pesa meno di quelle d’allora e la mafia eversiva sono piuttosto le Cambridge Analytica via social. Mondo in cui è difficile trovare un simbolo che valga la spesa di una bomba.

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Berlusconi-Salvini: alla resa dei conti?

salvini e berlusconi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L’ex Cavaliere e Matteo Salvini. Alla resa dei conti? Di esperienza politica ne ha da vendere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Deputato dal 1983 al 2008, più volte ministro eppoi giudice costituzionale. Tipo calmo, spesso imperscrutabile l’attuale inquilino del Colle ma dalle radicate passioni politiche. Gli ex democristiani ricordano le battaglie che intraprese contro Rocco Buttiglione quando questi si candidò alla segreteria del Partito popolare, in sostituzione del segretario dimissionario Martinazzoli. Eppoi, una volta che Buttiglione fu eletto segretario del partito, il fermo “no” all’ipotesi - un “vero incubo irrazionale” - che Forza Italia potesse entrare a far parte del Partito Popolare Europeo, appellando il segretario “el general golpista Roquito Butillone...”. Mattarella si dimise dalla direzione del giornale del Ppi, “Il popolo”, quando il segretario del partito cominciò a perseguire un’alleanza con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Va ricordata la scelta dell’attuale presidente della Repubblica d’impegnarsi in politica dopo la barbara uccisione, ad opera della mafia, nel 1980, del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana.

Un personaggio dalla storia appena sommariamente descritta si può immaginare come stia vivendo l’attuale momento politico. No, non ha nessuna intenzione d’imitare il suo predecessore Giorgio Napolitano con l’individuazione di presidenti del Consiglio alla Monti. Sono i partiti che devono fare le loro scelte, senza che il capo dello Stato interferisca minimamente.

Di giorni ne sono passati dal 4 marzo data in cui si votò. L’Italia, con tutti i problemi che ha, non può più restare senza un governo che governi. Tra i 28 Paesi dell’Ue il nostro ha la crescita più bassa. Si prevede per il 2019 solo il +1,2%, dopo il +1,5% previsto per quest’anno. Siamo a pari merito con il Regno Unito che però è alle prese con le trattative per la Brexit. Fino all’ultimo il capo dello Stato spererà in un governo, al di là delle formule, che possa sedersi a Palazzo Chigi in pianta stabile. Farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché ciò accada. Solo in extremis manderà tutti a casa per il ritorno alle urne.

I leader che hanno vinto le elezioni continuano a fare campagna elettorale. A sentirli a volte viene un sospetto: ma hanno intenzione di governare? C’è chi pensa che il ritorno alle urne possa far gioco ai propri interessi di parte. Non è detto però. Gli elettori difronte alla paralisi del Paese, che si avverte anche nelle piccole cose della vita quotidiana, possono cambiare gli orientamenti espressi solo qualche mese addietro. Eppoi ci sarà l’irrobustimento dell’esercito dei non votanti, un vero pericolo per la democrazia.

Sulla linea del “fuori gioco” Luigi Di Maio manda a Matteo Salvini un’altra ipotesi d’intesa: presidente del Consiglio individuato di comune accordo, ma l’ex Cav. comunque non può entrare in partita. Proposta simile già avanzata all’inizio della trattativa? Forse, ma le idee di percorso vanno valutate in base ai tempi in cui vengono fatte. Una cosa era ieri, un’altra oggi con Mattarella pronto a scendere in campo, come abbiamo visto, suo malgrado. L’inquilino del Colle potrebbe varare un “governo del presidente” per la preparazione della legge di stabilità ed evitare l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva dal 22 al 25%, come vuole l’Europa, in assenza di manovre correttive. In tal modo si tornerebbe al voto nella primavera del 2019. Percorso questo che non viene preso assolutamente in considerazione da Salvini e Di Maio: “o esecutivo politico o si torna al voto”.

Le notizie che trapelano dagli incontri tra Berlusconi, Meloni e Salvini parlano di dissidi seri tra il presidente di Forza Italia e la Lega. Salvini l’ipotesi all’ultimo secondo di Di Maio di un governo 5Stelle- Lega non la scarta a priori in nome della lealtà alla coalizione di centro-destra. Il pragmatismo lo porta a ritenere che gli italiani, nella situazione altamente a rischio in cui si trova il Paese, non capirebbero un ritorno immediato alle urne. Ovviamente Berlusconi non può accettare un’esclusione del genere. C’è chi però tra i suoi non si scandalizza per la nascita di un governo Grillini-Carroccio senza Forza Italia. Più pericoloso andare subito alle urne con la possibilità che l’alleato destrosso assorba un mare di voti da Fi.

Non c’è più tempo per giri di valzer. O si concretizza immediatamente un governo dei vincitori delle elezioni o Mattarella suo malgrado dovrà decidere il da farsi.

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Cuore di mamma

toglieremo iva alla zanicchi 350 260 mindi Aldo Pirone - La cronaca politica, ormai priva di pensieri lunghi, è traboccante di quelli corti, cortissimi e anche un po’ confusi. Ogni tanto c’è qualche accadimento minore che viene a ricordarci che siamo messi male. Come se, per la bisogna, non bastassero quelli maggiori e ufficiali ancora ruotanti attorno al quotidiano gioco delle tre carte – che poi, visti i giocatori, si potrebbe definire anche un tressette (Di Maio, Salvini e Berlusconi) col morto (PD) - di chi dovrebbe formare uno straccio di governo.

Ieri (mercoledì 2 maggio) a farci sorridere, amaramente, è stata Iva Zanicchi, detta anche “L’aquila di Ligonchio” quando, negli anni ’60, a competere con lei in bravura c’erano altrettante ugole d’oro come “La tigre di Cremona”, Mina, e “La pantera di Goro”, Milva. La pennuta signora, qualcuno lo ricorderà, è stata fin dall’inizio una fan sfegatata di Silvio Berlusconi. C’è chi dice che in questa sua infatuazione politica molto contarono le sue lunghe performance nelle TV dell’ex cavaliere, ma sarebbe fare torto a chi, essendo nomata aquila, aveva uno sguardo così acuto da individuare nello statista di Arcore un prodigio politico.
Nel 2001, alla vigilia delle elezioni politiche che videro il signore di Mediaset surclassare una sinistra già abbastanza scombussolata, sostenne, in rappresentanza della gente di spettacolo pro Forza Italia, un immemorabile confronto con Sabrina Ferilli icona della sinistra d’antan. La sua argomentazione principale: per sapere se Berlusconi è capace o meno, bisogna, come il budino, provarlo e quindi votarlo. Come se non fosse già ampiamente chiaro che il dolce era guasto ab origine. Fu ricompensata per tanta dedizione. Divenne deputata al Parlamento europeo per FI nel 2008 (subentrata) e per il Pdl dal 2009 al 2014. Candidata per conto di Berlusconi lo è stata più volte. Sebbene assidua alle sedute a Strasburgo non si ricordano sue significative iniziative legislative. Poi, qualcosa con il cavaliere deve essersi rotto nel tempo.

Ospite ieri di un “giorno da pecora”, la Zanicchi, certamente molto meglio come cantante che come politica, ha confessato di aver votato PD il 4 marzo scorso. Il motivo? “Perché li vedevo in difficoltà. Io sono una mamma, una nonna, e vado sempre coi più deboli”. Per questo andò con il Berlusconi dei tempi d’oro. Da nonna ha dato un suggerimento a Renzi: “Dovrebbe tornare ad Arcore, parlare con Berlusconi e diventare lui il leader di Forza Italia, così almeno scappa da quel 10% che ha”.

La vista non è più quella dell’aquila ma il fiuto è quello del segugio.

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L’ircocervo di Berlusconi e le intese di Salvini e Di Maio

Ircocervo 460 mindi Elia Fiorillo - E’ il caso di dirlo: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Chi tra Salvini e Di Maio è Maometto non ha importanza. Il risultato è quello che conta. Dopo tanti giri, “bucie”, promesse varie, alla fine “la montagna e Maometto” si sono accordati portando alla presidenza del Senato la forzista doc Maria Elisabetta Alberti Casellati e a quella della Camera “l’ortodosso” cinquestelle Roberto Fico. Soddisfazione tra il centrodestra e i grillini, ma fino ad un certo punto.

L’ex Cav., Silvio Berlusconi, ha capito fino in fondo l’inaffidabilità e la protervia del suo alleato e candidato alla presidenza del Consiglio, Matteo Salvini. Altro che i litigi in canottiera tra l’Umberto Bossi, il Senatùr, e l’allora presidente del Consiglio: giochi da ragazzi. Allora il capo del Carroccio non puntava né alla guida del centrodestra, né a quella del Paese. Con i riti, le ampolle piene d’acqua della sua terra sacra, pensava solo alla Padania e ai benefici di tutti i tipi che poteva rastrellare. Certo, Berlusconi era il capo della coalizione ma su certe questioni era lui, l’Umberto, a decidere. I tempi sono cambiati e il Matteo non si pone alcun problema di opportunità con il “vecchio” Silvio. Fino al punto da mettere da parte il candidato berlusconiano alla presidenza del Senato, Paolo Romani, inviso ai grillini, e “suggerire” Anna Maria Bernini come aspirante alla presidenza del Senato. Pare che, pensando di essere più furbo degli altri, l’ex Caimano avesse accettato il nome “suggeritogli” da Salvini, mandando in bestia Romani e Brunetta. Tra incomprensioni, furbizie, rancori e “vaffanc” tra i due capogruppo da una parte e Berlusconi dall’altra, passa alla fine la mediazione che cade su Maria Elisabetta Alberti Casellati, suggerita dall’avv. Nicolò Ghedini.

Il problema di Berlusconi in questo momento, di là dei dissidi con i suoi capogruppo, è come muoversi nell’attuale situazione politica. L’amico Dem Matteo, anche se fa il suggeritore dal “gobbo” del palcoscenico del suo partito, non è più il capo-carismatico-indiscusso. E i democratici non sono più la forza con cui nei momenti di bisogno lui si alleava. Oggi il presidente di Forza Italia non può far altro che puntare sul raggruppamento di centrodestra, sperando che il Pd si dia una grande mossa, uscendo da quella posizione del “restare a guardare” che lo danneggia per primo. In un’intervista al Corriere della Sera, sul ruolo di Forza Italia, è categorico: “Nei prossimi mesi e anni, proprio per la confusa situazione politica che si è determinata, vi sarà ancora più bisogno di una forza tranquilla, responsabile, coerente, in grado di influenzare gli indirizzi politici e di governo del Paese”. Eppoi, sull’ipotetico governo Salvini-Di Maio, afferma: “Sarebbe un ircocervo, l’animale mitologico spesso citato dai filosofi antichi come esempio di assurdità, perché in esso convivono caratteri opposti e inconciliabili”.

Complimenti da parte di Beppe Grillo al capo della Lega: “Salvini quando dice una cosa poi la mantiene”. E’ un auspicio per future intese? Con un po’ d’ansia i partiti aspettano le consultazioni con il capo dello Stato. Mattarella non ha accelerato il confronto con le forze politiche. Sembra dire: “Riflettete bene prima di venire da me. Non mettetemi in condizione di dover firmare il decreto per lo scioglimento delle Camere. L’Italia ha bisogno di stabilità”. A chi affiderà il primo incarico esplorativo? Difficile a dirsi. Tanti i fattori che condizioneranno la sua scelta. Certo il presidente Mattarella proverà a cogliere tutte le sfumature più nascoste nelle posizioni dei partiti e in base a queste deciderà come muoversi. Un buon segno l’accordo Lega grillini per le presidenze di Camera e Senato. Un governo però di coalizione tra i due schieramenti sembra impossibile come afferma Berlusconi. Più probabile un esecutivo di garanzia, con a capo la presidente del Senato e con ministri pescati un po’ in tutti gli schieramenti. La cosa da evitare per tutti sono le elezioni anticipate: “si sa come s’entra, non si sa come se ne esce”. Gli umori della base, più che i sondaggi elettorali, Di Maio e Salvini li conoscono bene. E non sembra proprio che l’amore “opportunistico” nato tra i due piaccia ai loro seguaci. Forse si passerà ad una relazione segreta, senza il racconto osé delle tante telefonate giornaliere tra i due.

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Accordone perfetto che soddisfa tutti, dal Quirinale alla Lega

patto renzi berlusconi 350 260di Alessandro De Angelis, L'Huffington Post 10 ott '17 - Forzatura di Sistema. Accordone perfetto che soddisfa tutti, dal Quirinale alla Lega. Un modo con cui il Sistema perpetua se stesso.

L'accordone, anzi la forzatura del Sistema, viene sancita quando, prima del consiglio dei ministri, i capigruppo di Forza Italia chiamano Paolo Gentiloni: "Puoi mettere la fiducia – questo il senso del messaggio - noi non ci opponiamo e accompagneremo il percorso della legge fino alla fine". È una svolta che matura nelle ultime 48 ore, fortemente voluta da Renzi. Il quale, solo qualche giorno fa, confidava ai suoi: "C'è un unico modo per far passare la legge, con tutti questi voti segreti: la fiducia. Ma Brunetta non è d'accordo...". A convincere Silvio Berlusconi, mai entusiasta di questa legge, c'è innanzitutto un ragionamento, spietato e lineare, che ha a che fare le liste, le teste da tagliare e le facce da cambiare: "Renzi – dice una fonte di casa ad Arcore – ci ha recapitato questo messaggio: il Rosatellum, conviene sia a voi che a noi, perché ci consente di far fuori quelli che vogliamo fare fuori", che nella fattispecie sarebbero per uno la sinistra degli odiati D'Alema e Bersani, per l'altro quella nomenklatura che resisterebbe con le preferenze, per plasmare liste di obbedienti ai voleri del Capo. In Senato fonti solitamente attendibili parlano anche di contatti diretti tra Renzi e Berlusconi che però le fonti ufficiali negano.

Ma non c'è solo questo, c'è qualcosa di più e più grande. C'è un Sistema che si tutela e autoriproduce, escludendo dalla prospettiva del governo quelle che una volta si sarebbero chiamate "ali" e oggi si potrebbero chiamare "turbolenze", mutuando un termine del mercato. I Cinque Stelle, la sinistra fuori dal Pd: turbolenze per la stabilità immaginata. Il dato politico è che, su quest'ultima forzatura della legislatura, si realizza l'accordo perfetto, politico e istituzionale, come neanche ai tempi del Nazareno, che si ruppe sull'elezione di Sergio Mattarella. Proprio dal Quirinale arriva il via libera sostanziale al patto che, al tempo stesso, configura un unicum assoluto nella storia repubblicana: due fiducie, sempre sulla legge elettorale, nello stesso settennato, prima sull'Italicum ora sul Rosatellum (leggi qui il via libera di Mattarella). Con la stessa tensione fuori e dentro il Parlamento, con opposizioni che chiamano i militanti a manifestare fuori, con una nuova, drammatica spaccatura a sinistra. Certo con Mdp, ma anche nel corpaccione del Pd: "Sono scosso", diceva Cuperlo in Transatlantico.

Detta in modo un po' tranchant. Il cuore dell'accordo è certo il prima (liste di nominati e ognuno che torna padrone a casa sua) ma è soprattutto il dopo, ovvero il minuto dopo quelle elezioni su cui circolano già delle date, a sentire i renziani che hanno accesso nelle stanze dei bottoni: "Scioglimento il 23 dicembre, voto il 4 marzo". La legge agevola e fotografa una doppia opzione che, presumibilmente, il capo dello Stato si troverà di fronte: se il centrodestra raggiunge il 40, un governo di centrodestra, altrimenti le larghe intese. Due opzioni che il Sistema ha già sperimentato, sia pur con diversi rapporti di forza quando la Lega era più debole.

E torna Renzi. Perché la dinamica maggioritaria, anche se la legge sul punto è pasticciata, a livello politico e mediatico risuscita la figura del candidato premier, con una coalizione. Col Consultellum votavi Pd non sapendo chi sarebbe andato a palazzo Chigi, con questa voti Renzi per mandarlo a palazzo Chigi. Cambia la dinamica. Torna la centralità dei leader e del voto utile. Ecco perché il segretario del Pd ha imposto la forzatura che, per esempio, non volle ai tempi della legge tedesca, di impianto proporzionale, affossata dal Parlamento. Le perplessità di Gentiloni (leggi qui) rivelano il senso di una operazione win win per Renzi, tutta giocata sulla pelle del governo: se il tentativo va a buon fine, ha vinto e incassa un'arma; se va male sono tutti povero Gentiloni, costretto a fare una legge di stabilità in un quadro terremotato e col governo che ha perso forza e faccia.

Quella vecchia volpe di Casini diceva a qualche collega a Palazzo Madama: "Vedrete che, al dunque, Silvio non avrà problemi a fare l'accordo con Renzi, con lui a palazzo Chigi. Non si impiccherà per Gentiloni o altri. Tanto sarà un governo di coalizione. Avrà i numeri per tiralo giù se l'altro non sta ai patti". Saranno anche ricette per l'osteria dell'avvenire, ma gli ingredienti si vedono tutti. Come anche l'oggettivo vantaggio di Salvini su una legge che gli consente di stare nel gioco e di lanciare, al tempo stesso, un'Opa su Forza Italia al Nord destinata a farlo crescere in modo rilevante in termini di consenso e forza parlamentare. È il timore di Gianni Letta, la "salvinizzazione del centrodestra", messo agli atti in tempi non sospetti. Un parlamentare azzurro, critico, spiega: "Certo che conviene a Salvini. Al Nord fa il pieno e condiziona anche noi. Facciamo un esempio, tanto per capirci: nei collegi c'è da scegliere i candidati comuni. Berlusconi dice Tajani. Quello dice: i miei Tajani non lo reggono, voglio Toti. Così ci costruiamo la quinta colonna in casa". Insomma, l'accordo è perfetto, nella misura in cui ognuno incassa qualcosa. E tutti disegnano un nuovo perimetro politico di Sistema nel quale giocare la partita del governo. Manca solo un voto segreto, dopo la fiducia. Uno solo, invece dei novanta previsti se si fosse data al Parlamento la possibilità di esprimersi.

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Renzi e Berlusconi, duo vincente? Segreta speranza o incubo?

renzi berlusconi 350 260di Elia Fiorillo - E chi lo avrebbe mai detto, e soprattutto pensato, che Silvio Berlusconi potesse diventare un punto di riferimento, un ispiratore per quelli che lo volevano morto, politicamente s’intende. A sbirciare nel partito di Renzi sembra proprio così. Proprio quelli che hanno brindato quando il Cavaliere è stato fatto cadere da cavallo, oggi sperano che lui possa ritornare sui banchi del Parlamento italiano. Forza Italia con Sua Emittenza candidato potrebbe fare un balzo in avanti bloccando le aspirazioni di leader “duro e autosufficiente”, in tutti i sensi, quale vorrebbe essere Salvini.

Insomma, si scongiurerebbe l’avanzata del Matteo di destra, che più di destra non si può. Ma anche il pericolo che in caso di vittoria del trio Berlusconi-Salvini-Meloni la sorella – fratello - d’Italia Giorgia potesse sedersi a Palazzo Chigi come soggetto di mediazione tra i due super maschi, Matteo e Silvio.

Dopo anni di attacchi all’uomo di Arcore, quello del bunga-bunga, delle Olgettine, di Ruby Rubacuori, e chi più ne ha più ne metta, Silvio potrebbe essere l’uomo che può scongiurare, da una parte la salita al potere (leggi Palazzo Chigi) dei 5Stelle e dall’altra quella della Destra-centro, dove c’è pure lui all'interno. Ciò, però, nel caso che non il suo partito ma la Lega, diventata italiana, faccia l’en plein. Insomma, una seconda edizione riveduta e corretta del Patto del Nazareno. Allora si parlava di riforma del titolo V della Costituzione, della fine del bicameralismo perfetto con la trasformazione di Palazzo Madama in una "Camera delle autonomie", senza elezione diretta dei rappresentanti, e modifica della legge elettorale. Oggi è in ballo il governo del Paese. Chi ruppe l’intesa allora fu il Matteo gigliato che non volle mediare con Berlusconi su chi doveva salire al Quirinale come presidente della Repubblica.

Si sentiva forte, allora, l’ex sindaco di Firenze e non poteva accettare il candidato di Silvio quel socialista, Giuliano Amato, che in fatto di gestione del potere non si sentiva, né era, secondo a nessuno. Era stato il fido furiere di Bettino Caxi, poi presidente del Consiglio dei ministri, ministro del Tesoro, ministro delle Riforme Istituzionali, Ministro dell’Interno, ecc.. Uno così al Quirinale, dopo Re Giorgio Napolitano, per un decisionista-assolutista come lui, Matteo, c’era da temere. Non ci possono essere due galli a cantare. E il solista non poteva che essere lui. Meglio allora Sergio Mattarella, che pure era stato vicepresidente del Consiglio e più volte ministro, ma la pasta sembrava diversa. Eppoi, doveva essere lui a decidere e non Silvio. Questione soprattutto d’immagine.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Il referendum che doveva essere l’atto dell’incoronazione di Matteo a capo assoluto d’Italia si è trasformato in una sconfitta epica. Comunque, la voglia di ritornare inquilino di Palazzo Chigi a Renzi è rimasta. Anzi, ogni volta che vede Gentiloni che si muove come una trottola a destra e a manca vorrebbe ripetergli un benaugurale “stai sereno”, ma i tempi sono cambiati.

Il Rosatellum, la nuova legge elettorale che sta per essere approvata, può essere paragonata ad una mistura di vino bianco con del rosso, con l’aggiunta di un bel po’ d’acqua di rubinetto. Un Rosato super annacquato, per capirci.

La notte delle elezioni non sapremo chi governerà il Paese. Potremo solo immaginare le possibili coalizioni. C’è allora bisogno di preparativi necessari ed opportuni per gli accordi post elezioni, visto che dalle urne non uscirà un vincitore. Se poi per Silvio dovesse andar bene con la sua Forza Italia, all’interno del trio Meloni-Salvini-Berlusconi, con la maggioranza assoluta presa dai tre, allora tutto cambia. Ma questa è un’utopia che nemmeno il più ottimista degli ottimisti berlusconiani ipotizza. In caso di accordo tra Fi e Pd è chiaro che il presidente del Consiglio lo farebbe Renzi, proprio per la maggiore forza elettorale. Da buon imprenditore Berluskaiser, come lo chiamava l’Umberto, si farà ricompensare alla grande.

E Speranza, D’Alema, Bersani e compagni con il loro Art.1? E Giuliano Pisapia con il suo Campo progressista? Dopo i saluti e baci dell’ex sindaco di Milano al giovane Speranza che pensa alla grande ma in fatto di numeri pare si sia fermato a tre, lui con Massimo e Pier Luigi, i giochi cambiano. Pisapia è sempre convinto di poter fare un nuovo Ulivo. Illusione? Chissà.

 
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Il miracolo che Berlusconi sogna

berlisconi 2017 350 260di Elia Fiorillo - Berlusconi e le strategie per ritornare vincente.
Se san Silvio gli facesse il miracolo di farlo ritornare “candidabile” sarebbe l’uomo più felice del mondo. Il “giovane”, per non dire altro, Matteo Salvini se la dovrebbe vedere con lui e con la sua leaderscip. In attesa della “grazia” ad opera del tribunale europeo Silvio Berlusconi previdente – non si sa mai - mette in atto disegni alternativi al suo ritorno nelle liste elettorali. Certo, la magistratura milanese lo perseguita, a suo avviso, con storie di – ormai – ordinario sostentamento a quelle che furono le “olgettine bunga bunga”. Ma volete mettere una candidatura a premier? Tutto passerebbe in second’ordine. E si potrebbe allora gridare al protagonismo mediatico dei giudizi. In attesa però dell’evento risolutore tribunalizio, la prima strategia è quella di non rompere definitivamente con il “bullo” padano e con la sorella “fratello d’Italia”. Non gli conviene. La situazione è talmente complessa nel Pd, con la delegittimazione referendaria di Renzi e con lo squalo D’Alema in cerca di prede avversarie interne da colpire, che le carte della politica si sono rimescolate e gli assi vincenti tornati nel mazzo. Insomma, la partita che solo qualche tempo fa sembrava persa per l’ex Cav. si è tutta riaperta.

Per non parlare poi del temuto “comico” Grillo che fino a poco tempo fa faceva solo piangere d’invidia e di paura il mondo politico avversario. Da qualche tempo è ritornato a far sorridere i suoi antagonisti. Per loro la salvezza si chiama Raggi Virginia, sindaca di Roma Capitale, che in fatto di amici farlocchi e di pensate storiche negative (leggi non candidatura alle Olimpiadi) non è seconda a nessuno. Si è fidata ciecamente di funzionari avvoltoi, fedeli ai vincoli di sangue, che per certi sociologi in vena di approfondimenti prosaici si chiamano “familismi amorali”. E di botte ne sta prendendo a gogò. Pare che nella vicenda, a dar manforte ai nemici di sempre, si sia aggiunta qualche “amica”, si fa per dire, gelosa che è stata lesta a passare a giornali e magistrati quanto appurato nelle sue indagini riservate sulla prima cittadina del Campidoglio. Questione di trasparenza, di correttezza, d’onestà e via dicendo, ma c’è chi dice che dietro c’è, soprattutto, lo stress da seconda fila. L’interessata, Roberta Lombardi, smentisce e annuncia querele senza fine.

Chi ride e chi non ride più

Chi non ride più è il Beppe nazionale sempre più preso da attacchi di bile per le sceneggiate senza copione dei suoi “ragazzi”. Il “garante” non ce la fa più a placare le aspettative di ribalta di sempre più grillini che non ci stanno a rispettare le regole on line del Casaleggio figlio. Urla, minacce non placano certi ”arrivisti” interni che vanno espulsi “senza se e senza ma”. Roma però è un’altra storia. E’ una croce che non può essere scaraventata lontano con la cacciata di Virginia e di qualche suo compagnuccio stupido e in malafede. Qui c’è la vita o la morte del suo “MoVimento”. Le telefonate di Beppe si fanno sempre più pressanti sulla sindaca che “deve fare qualche cosa” per risalire la china amministrativa. Perché, al di là delle cavolate familistiche, se i romani cominciano a constatare un minimo d’efficienza nei trasporti, nella viabilità e via dicendo tutto può cambiare, alla faccia degli “iettatori”, alla napoletana, e dei “gufi”, alla fiorentina, che vogliono la morte dei 5Stelle. Certo che Beppe ci ha pensato alla destituzione della Raggi, un po’ come fece Renzi con Marino, ma troppo complicati gli scenari successivi alla rimozione, sia per la Capitale che soprattutto per i 5Stelle. Meglio, allora, tenere duro e gridare: “er Sinnaco de roma nun se tocca / er popolo ha votato e nun se pente”. Incrociando le dita, sotto sotto.

Sornione, come al solito, Sua Emittenza elabora i propri disegni sfruttando quando può possibile gli errori degli altri. Si vocifera che il leghista con felpa, ruspa, talk e social abbia deciso di non candidare più l’ex fondatore e padre-padrone della Lega. Matteo c’è l’ha proprio sui c... il vecchio Umberto che un giorno sì e pure l’altro lo critica con quella ferocia padana che l’ha reso famoso. Più che mettere pace tra il “vecchio e il nuovo”, la mossa di Salvini lo renderebbe felice. E come potrebbe negare all’Umberto Bossi un posto in lista in Forza Italia? Da una parte aiuterebbe un vecchio compagno di governo e dall’altra proverebbe a sfruttare in tutti i modi possibili la conseguente – lui, l’ex Cav., lo spera - scissione della Lega Nord. Ufficialmente però Silvio Berlusconi è per l’unità con Meloni e Salvini.

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L'unità del Centrodestra, un miraggio

Berlusconi Parisi 350 260di Elia Fiorillo - La distanza tra Milano e Pontida è di una sessantina di chilometri. Il percorso lo si fa in un’ora di macchina. La lontananza politica invece tra Stefano Parisi, che a Milano ha tenuto la sua attesa convention, e Matteo Salvini, che a Pontida ha celebrato l’annuale raduno della Lega, sembra abissale. Mentre il leader leghista alla notizia della morte di Carlo Azelio Ciampi, presidente emerito della Repubblica, lo apostrofa come “traditore” per il suo impegno a favore dell’Europa e dell’euro, l’ex direttore di Confindustria afferma che “oggi è una giornata di lutto” e tutti i partecipanti alla sua “conferenza programmatica” si alzano in piedi applaudendo a lungo. Due modi di vedere un grande servitore dello Stato. Due modi di guardare al futuro. Due modi di far politica che sarà difficile mettere insieme in un solo grande assembramento di centro-destra. Certo, l’interesse per “governare” c’è da ambo le parti, ma allo stato attuale sembra difficile un percorso comune. Più prudenti di Salvini appaiono il presidente della Regione Lombardia Maroni e il presidente Zaia del Veneto. Anche se la Lega per la loro elezione è stata determinante, l’altro pezzo dell’alleanza, si chiami Berlusconi o Parisi, non può essere né sbeffeggiato, ne’ sottovalutato. Meglio aspettare gli eventi prima di sparare ad alzo zero, tenendo ben presente il risultato dell’elezione del sindaco di Milano: Sala 51,7%, Parisi 48,3%. Alle prossime regionali per loro due, o si fa squadra o si potrebbe perdere.

A Pontida c’è andato pure il governatore della Liguria, Giovanni Toti. L’ex consigliere politico di Berlusconi ha voluto mandare un po’ di messaggi con la sua presenza a Pontida. Uno all’ex Cav.: senza la Lega salviniana non si va da nessuna parte. E l’altro a Parisi: “Esiste già un centrodestra, non c'è da inventare un granché”. Insomma, non c’è bisogno di Mago Merlino per fare chissà quale operazione di rinnovamento. A Toti non dovranno essere piaciute alcune posizioni di Matteo Salvini, a cominciare dalle magliette in cui si riconosce come papa non l’attuale Francesco, ma il papa emerito Benedetto XVI, Joseph Aloisius Ratzinger. Ciò per via delle posizioni caritatevoli sugli immigrati che Francesco ripete ogni volta che può. Come se Benedetto avesse avuto posizioni diverse dall’attuale papa. Se c’è una linea di base che lega Benedetto a Francesco questa è sulla carità, sulla disponibilità, sulla eguaglianza della persona umana. E come poteva essere diversamente?

IL “rigeneratore” del centro-destra, ma.....l

Negli spazi postindustriali del Megawatt di Milano Stefano Parisi, nella veste di “rigeneratore” del centro-destra, con la benedizione-mandato di Berlusconi, ha radunato circa duemila persone, rappresentanti della società civile. “Siamo profondamente alternativi alla sinistra”, afferma. E ribadisce che “la nostra funzione è di rigenerare in modo unitario” perché “solo uniti si vince ma se siamo in grado di rappresentare tutte le nostre diversità”.

Il problema è proprio questo: come unire – e con quale leader – tutto il centro-destra nelle sue tante sfaccettature. Bisognerà aspettare quattro mesi, come Stefano Parisi ha promesso, per avere un suo programma di governo. In altre parole, al di là del raduno al Megawatt, Parisi pensa in 120 giorni di poter battere dal Nord al Sud l’Italia per aggregare consensi, ma soprattutto per poter trasformare la sua kermesse in un qualcosa di organico, anche al di là di Forza Italia.

I bene informati sostengono che Silvio Berlusconi abbia espresso qualche perplessità sul raduno parisiano: “Mi è parsa un’adunata poco scintillante e un po’ troppo professorale”. Presa di distanza dell’ex Cav. dall’uomo che lui aveva designato? Saranno i risultati che Parisi riuscirà ad ottenere sul campo a convincere l’ex presidente del Consiglio, che per il momento prova a rassicurare un po’ tutti, all’interno e all’esterno di Forza Italia. Non gli conviene, almeno per adesso, calcare troppo la mano. In cuor suo Berlusconi pensa di poter tornare in campo. Aspetta l’esito del ricorso che il 7 settembre del 2013 presentò alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) sull’interpretazione corretta della legge Severino. Aspetta che la Corte sostenga che la legge Severino non debba avere valore retroattivo. E, quindi, la sua cacciata dal Parlamento fu un’ingiustizia vera e propria. Si può immaginare se il responso dovesse dare ragione all’ex Cav. Tutto cambierebbe. E’ per questo che Silvio da Arcore sembra far melina?

 
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