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Il Paese avrebbe bisogno di una sinistra più compatta ed efficace

È alto il rischio di essere schiacciati sulla governabilità quotidiana della emergenza Covid-19

fca 350 mindi Ermisio Mazzocchi - Il processo di globalizzazione ha inevitabilmente ampliato e rafforzato la multi nazionalità delle imprese produttive. Le maggiori industrie dell'Italia non fanno eccezione. L'Italia del XXI secolo assiste a un scompaginamento della propria struttura produttiva con una ricaduta sofferente nel rapporto tra economia e istituzioni.
Sono saltati i tradizionali punti di riferimento del "made in Italy".
Rimane aperto in questa dimensione globale, il rapporto fra economia, politica e istituzione con la conseguenza di correre seri e insidiosi rischi di tempeste sociali.

Si impone una analisi concreta della situazione reale che colga le trasformazioni in atto nel mercato industriale.
La FCA rappresenta il caso più emblematico di quanto avviene nei mercati internazionali. Assodato che la globalizzazione ha liberato le imprese, di maggiore prestigio e consistenza, da vincoli del proprio paese, rimangono irrisolti i problemi della loro funzione nella ripresa del Paese.
Non deve destare stupore sapere che industrie italiane abbiano la loro sede legale all'estero, dalla FCA alla Ferrari, dalla Campari alla Ferrero.
Né tanto meno, pur rimanendo riserve e dubbi su simili operazioni, la richiesta di prestiti garantiti dallo Stato.

Ed è certamente condivisibile la posizione del vice-segretario nazionale del PD, Andrea Orlando, quando chiedeva di vincolare a "impegno" la FCA, rivolto a garantire gli investimenti e i livelli occupazionali.
Proprio perché non si conoscono gli orientamenti della FCA, che dovrebbe presentare un progetto di rilancio del settore dell'auto, è necessario non solo garantire l'occupazione, ma aprire un confronto sulle prospettive dell'automobile.
In questo ambito alcuni settori decisivi potrebbero essere l'elettrico, le medie cilindrate, la formazione dell'indotto capace di non essere solo monomarca, ma plurimarca.

Non possiamo limitarci a una presa d'atto della ineluttabilità delle motivazioni addotte dalla FCA, come da altre industrie, che hanno avanzato medesime richieste di sostegni statali.
La pandemia ha scoperchiato una condizione di fragilità di tutto il sistema produttivo e ha rilevato una aggressività di ampi settori imprenditoriali nel rivendicare interventi dello Stato preferibilmente a fondo perduto, come rivendica il presidente della Confindustria.
E' evidente che si profilano impostazioni pericolose di come affrontare il futuro del dopo Covid-19.
In altre parole, se si ipotizzano, cosa che larvatamente si preannuncia con toni minacciosi, massicci licenziamenti per la mancanza di sostegni adeguati, si avranno una crescita delle disuguaglianze, un impoverimento di vasti strati della popolazione, insofferenze sociali dagli effetti incalcolabili per la mantenuta della democrazia costituzionale.

E non sono accettabili le aspre critiche alla "politica" e alla inefficienza del governo Conte, mosse da Bonomi, perché ci si sente insoddisfatti delle risposte date alle loro perentorie richieste.
E' evidente che si profila un disegno politico di più ampia prospettiva, messo in atto con graduali processi a iniziare dalla concentrazione dell'informazione con il controllo delle maggiori testate giornalistiche italiane, tale da favorire un potere politico, economico e culturale - comunicativo, per arrivare a incoraggiare la necessità di un cambio di governo, che escluda le forze progressiste e di sinistra, compreso il PD.

L'alternativa a Conte non è ben chiara nelle modalità e nei contenuti, o, meglio, è abbastanza evidente che si tenta di costruire, sull'onda di una crisi sociale dai forti contenuti di sofferenza e incertezza, una aggregazione di forze liberiste, fautrici di una "democrazia illiberale", e di settori del mondo economico e finanziario, in parte organizzato intorno alla Confindustria, desideroso di affermare le proprie necessità, ammantate dalla preoccupazione per il futuro del paese.

Si può uscire da questa prevedibile crisi e ribaltare un disegno di restaurazione conservatrice - perché questi, sono i termini esatti, anche se alcuni li ritengono vetusti - se si rifonda il vecchio sistema, calibrato sulla modificazione dei rapporti e dei ruoli delle parti sociali, con un profondo cambiamento negli assetti economici e socio-politici?

La sinistra, e soprattutto il PD, si trovano a fare delle scelte, che devono avere riferimenti nei suo solidi valori di uguaglianza, libertà, solidarietà, rivolte a concrete politiche democratiche e partecipate.
Se si vuole ridefinire una identità nuova della principale forza della sinistra in Italia, il PD, è inevitabile che esso debba assumere una connotazione politica che difenda e rilanci i diritti fondamentali della Costituzione e apra un confronto con tutte le parti sociali per ricostruire un nuovo modello di sviluppo che non sia quello che le forze populiste e le aree del mondo imprenditoriale più retrivo, vorrebbero perseguire come se nulla fosse accaduto.

È alto il rischio di essere schiacciati sulla governabilità della emergenza Covid-9, che, se per alcuni aspetti è giustificabile, per altri impone dei limiti nella elaborazione di una strategia politica dai forti contenuti riformisti e innovativi.
La sinistra non può chiudersi in una difesa, se pur legittima, della operatività del governo Conte.

Lo sforzo per superare le drammatiche difficoltà del Paese e (...) per avviarlo nella sua ripresa, impongono l'esigenza di creare condizioni per una unità progettuale e ricercare una partecipazione la più ampia possibile del popolo italiano.
Siamo a un passaggio cruciale per il Paese che avrebbe bisogno di una sinistra, compresa quella europea, più compatta ed efficace nella edificazione di una società nuova e nel garantire diritti, lavoro, uguaglianze.
Avrebbe bisogno di un Partito Democratico capace di affermare una dimensione progettuale complessiva e credibile, all'altezza di sfide acerrime in cui si giocano i futuri assetti sociali, politici, economici dell'Italia. Questa progettualità del Partito Democratico non c'è.
Un vuoto strategico che pesa e rischia di indebolire la creazione di un fronte sociale di forze progressiste, socialiste, democratiche, del sindacalismo nel lavoro e nelle imprese, della cultura, dei saperi della scienza e della ricerca.

Il PD è solo.
E' evidente che da solo non basta a contrastare forze populiste, nazionaliste e oscurantiste.
L'assenza di questa identità riformista e di sinistra del Partito Democratico impedisce di mettere mano alla rifondazione di uno Stato moderno, di avere la forza necessaria a ridefinire una strategia di indirizzo economico non secondo vecchie logiche di stampo bonomiano, cui nessuno risponde, contestandogli le sue provocatorie argomentazioni, ma saldamente ancorate ai bisogni di uomini e donne in carne e ossa, di una intera società giusta e solidale.
Così che risulta imperativo elaborare un progetto che rivoluzioni tutto l'impianto strutturale dello Stato, che passa da una revisione della funzione delle Regioni, e che metta al centro il lavoro, la salute, l'ambiente. Costruire una impalcatura per una nuova Italia rivolta a promuovere la massima occupazione, abbattere le disuguaglianze sociali, assicurare istruzione, riformare il sistema burocratico, qualificare i pubblici apparati.
Senza questo cambio di passo e un evidente protagonismo della sinistra e dello stesso Partito Democratico nella scena politica con un alto spessore progettuale, i rischi di una deriva del paese verso aspri conflitti sociali e di una instaurazione di culture leaderistiche, sono più che concreti.
Baluardo a queste deviazioni rimane la Costituzione, democratica, repubblicana, antifascista, a cui la sinistra, le forze progressiste, devono ancorare il loro impegno per la pace e la solidarietà sociale.

Rilanciare una sinistra nuova, ridare una nuova missione al PD, significherebbe arricchire quei principi del socialismo storico che oggi dovrebbero essere la bussola per orientare il Partito Democratico e tutta la sinistra affinché possano vincere una delle più difficili e cruente battaglie di questa epoca.

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Il terribile Covid-19 è riuscito a scatenare un bisogno

Coronavirus. L’unita’ batterà il male

julian carron coron virus corriere della sera 350 mindi Elia Fiorillo - Stare rinchiuso in casa è un vero tormento per chi per lavoro, per necessità, per stile di vita ha sempre passato le sue giornate muovendosi senza alcuna restrizione. Ti affacci al balcone o alla finestra e vedi l’assoluto deserto là dove, solo qualche giorno addietro, scorgevi di tutto. Dai ragazzini che giocavano a pallone, al via vai continuo di donne e uomini che entravano ed uscivano dalla bottega del fruttivendolo o del macellaio, oppure del tabaccaio. Alle coppie di fidanzatini che si tenevano per mano teneramente, e via dicendo.

Sembra che il mondo sia cambiato e che noi tutti siamo stati per un prodigio trasferiti in un’altra realtà.

Incavolarsi non serve, anche perché ti fa peggiorare la già difficile situazione personale. Certo, se qualcuno ci avesse detto che ci saremmo trovati sbarrati in casa per il Coronavirus nell’era del progresso, della medicina che ha raggiunto traguardi inimmaginabili, non ci avremmo creduto. Avremmo, forse, cominciato a ridere, facendo gli scongiuri, e dato del menagramo a chi si azzardava a ipotizzare “certe sciocchezze”. E, invece, quelle che ritenevamo idiozie, stupidate, farneticazioni si sono rivelate micidiali realtà.

Quando penso a New York, l’ombelico del mondo come l’ho sempre ritenuta, deserta, totalmente svuotata, mi vengono i brividi. Ricordo il via vai cosmopolita per le strade della Grande Mela. Manhattan con le sue luci ed i suoi locali sempre aperti. Tutto per il momento accantonato. Si contano i morti che giorno dopo giorno aumentano, raggiungendo cifre inimmaginabili. Sono stati superati i decessi causati dagli attentati dell’11 settembre del 2001 che furono 2974, più i diciannove dirottatori. Siamo arrivati a superare quota 5000. E la cifra è destinata ad aumentare.

Il virus non dà tregua e oltrepassa tutte quelle barriere sanitarie che noi, solo fino a pochi giorni fa, ritenevamo impenetrabili, più che sicure.

Certo, anche il malefico, maledetto - e chi più ne ha più ne metta - COVID-19 fra qualche tempo – speriamo presto – sarà un brutto ricordo. Ma come i “brutti ricordi” il virus nefasto non va cancellato, anzi va sempre tenuto ben in mente. Proprio per rammentarci la nostra fragilità di umani che spesso, troppo spesso, non solo in campo medico, dimentichiamo i nostri limiti. Ci sentiamo imbattibili, dei padreterni capaci di qualsiasi cosa.

Il COVID-19 qualcosa da non sottovalutare e soprattutto d’inaspettato l’ha fatto: è riuscito a scatenare il bisogno, la necessità di stare tutti dalla stessa parte per salvarsi dai contagi. E ci voleva un batterio, un bacillo, un germe, come vogliamo chiamarlo, per farci rendere conto della nostra fragilità umana? Per farci comprendere il bisogno che abbiamo d’essere uniti, di stare tutti dalla stessa parte?

Pare proprio di sì. Il male unisce e il bene divide? Comunque, il virus d’interrogativi oltre che medici ne ha posti tanti. Certo, speriamo che al più presto esso sarà debellato. Auguriamoci che gli scienziati riusciranno a trovare un antidoto, un vaccino che metta il COVID-19 fuori gioco. Ma vale la pena tener sempre a mente i danni che esso ha provocato. E soprattutto come “l’unità dei popoli”, per vincere il male, è stata vincente. E la domanda che ci dobbiamo sempre porre: “ma c’è bisogno del male assoluto – in questo caso il virus – perché le nazioni s’uniscano?”. E non sarebbe più giusto, necessario, opportuno che l’umanità si trovasse già unita in situazioni disastrose come quelle provocate dal Coronavirus? La risposta è scontata. Eppure, anche nel nostro piccolo, senza scomodare i popoli, ci comportiamo allo stesso modo. Ci uniamo fortemente solo in caso di necessità. Per il resto pare che il leat motiv della nostra vita sia: “com’è bello scontrarsi, dividersi… com’è bello star da soli…”.

C’è un unico modo per arrestare l’insano bisogno del frazionamento: la cultura. Il “coltivare” negli esseri umani sentimenti, passioni che portino al “bene comune” che è tutt’altro che divisione, prevaricazione, sopruso e via dicendo.

Passerà questo infausto momento del virus micidiale. Rimarranno però le tematiche relative al “bene comune”, alla “cultura dell’unità”. Su esse dobbiamo impegnarci se vogliamo veramente un mondo migliore. Certo, è più facile “dividere che unire”. A volte si ha più successo, specialmente nell’era mediatica in cui viviamo, a fare “la voce grossa” a “spaccare”… tutto il possibile. Ma, alla fine, è sempre “l’essere uniti” a vincere. Ricordiamocelo sempre!

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A Ceccano novità vere di idee, persone e stile di governo

CeccanoCastelloConti 1 minL’appuntamento elettorale per Ceccano è sempre più vicino e gli schieramenti iniziano a prendere forma. Circolano voci di retroscena anticipatori di possibili soluzioni, ma per ora non se ne sa molto. La recente ufficializzazione della ricandidatura dell’uscente Roberto Caligiore potrebbe aprire una sequela di annunci, dopo le tante parole ed ipotesi sui possibili candidati alla carica di Sindaco di Ceccano. Nel centrodestra la partita sembrerebbe essere appannaggio di soli uomini, con Roberto Caligiore a farla da padrone e una lotta all’ultimo accorda tra Marco Corsi, ex Presidente del Consiglio, e Mauro Roma, tra i primi dissidenti usciti dalla prima maggioranza Caligiore.

Ma per il centrosinistra non sembra valere lo stesso discorso. Sono tanti i nomi che circolano e fra questi anche quello di qualche impegnata donna. Non ci sono certezze, ma solo voci.
Ceccano ha bisogno di una reale e profonda innovazione nelle proposte, nei programmi, nello stile di fare politica e soprattutto del personale politico che sia tale da rappresentare una evidente discontinuità per tutti gli elettori, da percepire immediatamente e tale da allontanare senza dubbio e incertezza la più completa lontananza dai 54 mesi della fallimentare gestione politico-amministrativa del centrodestra a guida Caligiore.
Si, occorre un vero e proprio shock d’immagine e di proposte, di linguaggio e di ricerca del collegamento con la città ed i cittadini tutti.

In alternativa alla maggioranza "autosfinestrata" ci sono molte energie che stanno lavorando alacremente non solo per presentare un nome all’altezza della partita, ma soprattutto un nome che possa intestarsi un progetto che veda una comunità di cittadine e cittadini, associazioni, movimenti e partiti che vuole riconoscersi nei principi e nei valori della Costituzione della Repubblica italiana, dell’antifascismo e della laicità delle istituzioni – e che intende elaborare e praticare un progetto di rinascita per Ceccano.

Partire dall’ambiente e dalle politiche sociali, mondi che sembrano distanti e che invece sono fortemente intrecciati. Il disastro ambientale è un disastro sanitario che impone un atto di piena responsabilità che passi da un’amministrazione coraggiosa, capace di investire nella bonifica e nella riconversione ecologica. Da una lotta senza esitazione all’inquinamento dell’aria e dell’acqua.
Passa dalla scelta di sostenere la sanità e la salute pubblica. Passa dalla decisione di vivere la città come bene comune. A partire dal tema dell’acqua libera e non privatizzata, ma nel rispetto rigoroso dell’esito del referendum del 2011.

Si tratta di rispondere al diffuso desiderio di una città inclusiva e aperta, dove nessuno si senta minacciato e dove la diversità non sia fenomeno di divisione, ma elemento di ricchezza.
Dove la cultura diventi patrimonio di tutte e tutti a partire dalla possibilità di un utilizzo della Biblioteca accogliente e per tutti come è sempre stato.
Questo e tanto altro, in un percorso da costruire tutte e tutti insieme in un movimento che sia collettivo e condiviso.

C’è un’area di forze partecipate da partiti e liste civiche che vede l’attivismo di tante donne, quali quelle che hanno dato vita ad una reale opposizione, in Consiglio e nella società contro AceaAto 2, per l’ambiente contro l’inquinamento del fiume Sacco. Per una città solidale e aperta al nuovo. Ordinata e pulita.

Tante sono le donne politiche ed intellettuali che svolgono i più diversi lavori, che in questi brutti quattro anni di centro destra hanno manifestato insofferenza, disagio ed opposizione alla Giunta Caligiore in molte forme diverse, dalla presenza senza sosta sui giornali a quella sui social, dalle iniziative culturali agli spettacoli per i più piccoli, parlando di cultura, libri e studio.

In tante potrebbero essere coinvolte e per il momento non se ne fanno i nomi, ma sicuramente sono l’unica e vera novità presente sulla scena politica ed elettorale di Ceccano 2020. L’immagine che la loro presenza ha già dato a Ceccano è quella di personalità attive nel mondo femminile, ma non solo, dal momento che i loro interventi hanno riguardato l’insieme della società cittadina e dei più diversi problemi.
Opposizione, iniziative e proposte hanno dato nei mesi e negli anni trascorsi il volto di un’altra Ceccano che non si arrende all’arroganza del centrodestra di Caligiore. Una risorsa nuova, non sperimentata che vuole cimentarsi in prima persona con tutte le cittadine ed i cittadini di buona volontà in un progetto che delinei la Ceccano del prossimo futuro. Potrebbero essere un’occasione per un’aggregazione intono a queste nuove energie?

Quale potrebbe essere la prospettiva unitaria di queste forze? Oggi non può che essere l’obiettivo di liberare Ceccano da questo incapace e dannoso centrodestra che ha fallito per i suoi intrighi interni fino a causare il dimissionamento del Sindaco che si era scelto.
Uno schieramento alternativo all’uscente maggioranza può raccogliere donne e uomini di grande competenza, con un forte senso delle Istituzioni ed una grande conoscenza delle loro regole.

Una sfida che sarà probabilmente accesa nei toni che, però, un quadro di regole condivise di comportamento e di qualità del linguaggio, definite da tutte le forze in campo può consentire una campagna elettorale corretta in cui le differenze tra destra e sinistra si trasformino in un civile confronto di argomenti e non in una rissa.
La lunga tradizione di confronto democratico che ha sempre qualificato Ceccano meriterebbe questo impegno da parte di tutti per impedire una mera lotta di potere che alcune dichiarazione di esponenti del centrodestra lasciano immaginare.

 

 

 

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Città di Anagni ha bisogno di punti

citta di anagni 26ago18 350 260 minCITTÁ DI ANAGNI CALCIO - VIS ARTENA 0-1

Partita importante al Caslini di Colleferro nel quale và di scena il derby tra la la compagine ciociara e quella dell'Artena. CITTÁ DI ANAGNI ha bisogno di punti per rimanere a distanza dalla zona play-out.

Anagni parte bene al 4' minuto con Flamini che crossa al centro ma Rausa esce in presa alta. Al 6' è ancora Flamini a rendersi pericoloso con una punizione dal limite che però finisce alta sopra la traversa.
Artena sempre brava a ripartire velocemente dalla propria area di rigore soprattutto con Capitan Costantini. All'8' è Pagliaroli a rendersi pericoloso sulla fascia. La difesa Anagnina respinge. Al 12' Persichini si invola sulla fascia e pesca il solitario Origlia che scocca un tiro a ridosso dell'area di rigore. Il tiro viene intercettato da Tataranno che d'istinto si gira e colpisce involontariamente con la mano.
Il direttore di gara non vuole saperne e decreta il penalty.

Batte Costantini che realizza il gol del vantaggio Artenese nonostante il tuffo dal lato giusto del portiere Stancampiano. Artena passa in vantaggio per 0-1.

Nei minuti successivi al 20' è ancora Flamini ad imbastire il gioco d'attacco dell'Anagni che salta l'uomo mette sul secondo palo ma la palla esce fuori di un soffio.
Al 27' Artena innesca Origlia che si trova sempre solo davanti al portiere, batte a colpo sicuro e Stancampiano é bravissimo a difendere la propria porta con un gran parata.
Al 35' ed al 37' il sempre pericoloso Pagliarini affonda sulla fascia ma i compagni non trovano la deviazione per il raddoppio.

Sull'azione successiva Pralini svetta di testa su invito di D'Orsi ma nonostante la successiva mischia in area, Rausa riesce a bloccare palla a terra fortunosamente.
Anagni prova qualche altra azione offensiva con D'Orsi e Capuano senza riuscire a centrare lo specchio della porta.
Termina il primo tempo con l'Artena in vantaggio e Anagni che prova ad imbastire senza troppa convinzione.
Al rientro sul terreno di gioco Anagni prova con Galvanio all'8' e con D'Amicis al 13' ma la difesa Artenese non si fà trovare impreparata.
Al 16' prova Capuano che salta due uomini in area e colpisce troppo debolmente al momento del tiro.
Artena si riaffaccia nell'area avversaria al 28' con Panella che batte a rete trovando uno Stancampiano pronto a parare con presa a terra.
Continua la partita e L' Anagni rimane costantemente presente nella metà campo avversaria in particolare con La Terra e Pagliarini ma non riesce a rendersi veramente pericolosa nonostante riesca ad ottenere numerosi calci d'angolo.
L'Artena attende e gioca di ripartenza rendendosi pericolosa con Crescenzo al 44' che scocca un bel tiro deviato in angolo dal n.1 biancorosso.
Di fatto la partita finisce con l'espulsione di D'Amicis, che viene espulso per doppia ammonizione a seguito proteste su azione reiterata di Palombi dell'Artena.

Situazione a questo punto che si complica per il CITTÁ DI ANAGNI CALCIO che torna in zona playout.

 

 

 

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L'Opes vicina a chi ha bisogno, obiettivo Tokio 2020

 EliseoFerrante 350 260 mindi Tommaso Cappella* - Tra le tante iniziative che sta portando avanti l'Opes provinciale presieduta da Massimetto Armellini, c'è anche il Comitato Italiano Paralimpico-Cip Lazio. In particolare tanti ragazzi disabili svolgono attività calcistica e vengono seguiti da tecnici specializzati presso la struttura di Corso Lazio messa loro a disposizione dall'Opes stessa. Naturalmente tutto questo è possibile grazie anche all'impegno e al lavoro che sta portando avanti Eliseo Ferrante, delegato provinciale del Comitato Italiano Paralimpico-Cip Lazio e da anni in prima linea per creare un vera e propria rete che racchiuda tante discipline sportive. Proprio con lui quindi si fa il punto della situazione in vista dell'avvio di tutta l'attività, in particolare presso l'impianto di Corso Lazio. “Da anni ci stiamo battendo per una vera e propria integrazione che possa vedere impegnati i nostri iscritti nelle varie attività sportive e non solo – esordisce Eliseo Ferrante – In particolare stiamo coinvolgendo varie strutture e amministrazione pubbliche e private per creare un vero e proprio movimento sportivo paralimpico provinciale. Debbo dire comunque con grande soddisfazione che stiamo ottenendo risultati importanti e risposte concrete da parte di molti addetti ai lavori che operano nello sport e non solo. Ci auguriamo che tanti altri si facciano avanti per dare una mano concreta”.

Quali discipline sono maggiormente praticate in provincia di Frosinone?

"La parte del leone naturalmente la fa l'atletica leggera. Ma anche il calcio sta decisamente prendendo piede, come anche le arti marziali e difesa personale, oltre al nuoto. Proprio per questo vorrei ringraziare i gestori della piscina ex Euroclub per la loro collaborazione e disponibilità. La disciplina che per ora si sta decisamente espandendo è lo showdown, praticato dai non vedenti e ipovedenti. Abbiamo molti iscritti destinati ad aumentare nei prossimi mesi"

Particolare attenzione quindi anche al calcio, grazie proprio alla disponibilità concreta dell'Opes?

“Quello con l'organizzazione provinciale presieduta da Massimetto Armellini è un rapporto speciale. Quando gli abbiamo proposto l'attività per i nostri iscritti non ci ha pensato due volte. Si è messo a disposizione immediatamente ed ha concesso l'utilizzo, ogni sabato, dell'impianto di Corso Lazio. Vorrei quindi ringraziarlo pubblicamente, al pari del Frosinone calcio che sta portando avanti tante altre iniziative che ci riguardano. I ragazzi sono seguiti da istruttori qualificati come Laura Tallini, Gerardo Chiappini e Andrea Citarelli”

I vostri progetti e obiettivi futuri?

“Intanto il nostro obiettivo principale è quello di portare qualche nostro atleta alle Paralimpiadi di Tokio 2020. Ma soprattutto chiediamo una maggiore e costante collaborazione con le strutture e i centri sportivi perché si sentano sempre più coinvolti nella pratica sportiva per i disabili. E sin da adesso vogliamo ringraziare tutti, in particolare e soprattutto l'Opes provinciale”.

*giornalista volontario in pensione

 

 

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Segneri: 'Un’area di crisi complessa, ha bisogno di sostanziali stanziamenti economici'

foto Segneri M5S 350 260 minSegneri, M5S: “Piena soddisfazione per l’attenzione del governo all’area di crisi complessa di Frosinone - Anagni, l’istituzione del tavolo e’ un segnale importante”
Roma, 01/08/2018 - «Abbiamo ereditato un territorio al collasso e se l’area Frosinone- Anagni, risulta essere dal 2016, tra le aree di crisi complessa, lo dobbiamo purtroppo anche al pessimo lavoro svolto dai politici che si sono susseguiti in tutti questi anni.» – lo dichiara la Deputata del 5 Stelle Enrica Segneri che continua – «Perché dobbiamo spiegarlo bene ai cittadini cosa significa essere inseriti tra queste aree, significa essere identificati come territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale e con impatto significativo sulla politica industriale nazionale. Dunque non proprio uno di quei “riconoscimenti” di cui andare fieri, nonostante, in passato, abbia sentito qualche politico locale, vantarsi di questo “risultato”». – e continua – «Ovviamente un’area di crisi complessa, ha bisogno di sostanziali stanziamenti economici, per finanziare CIGS o mobilità in deroga e il ruolo del Ministero del Lavoro è molto importante. Nei giorni scorsi io e l’alleato di governo, Francesco Zicchieri, abbiamo avuto modo di incontrare Vertenza Frusinate, che ormai non raccoglie più solo le istanze gli ex lavoratori della VDC, ma di tutta una platea di lavoratori e non, fortemente in difficoltà. Avevamo dichiarato dell’importanza di aprire un Tavolo di crisi specifico e l’incontro che il Sottosegretario al Ministero del Lavoro e alle politiche sociali Durigon, ha convocato per venerdì 3 agosto con le sigle sindacali, in cui saremo presenti, si muove proprio in tale senso. Questo è un segnale importante della grande attenzione che il Governo dà alla problematica».

 

 

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Ora c’è bisogno di una Sinistra vera

LAVORO 350 260di Ernesto Cossuto - Oggi alla luce delle condizioni politiche, economiche e sociali che costringono gli italiani, specie i più deboli, le donne ed i giovani a vivere la peggiore crisi dalla fine della guerra, appare sempre più chiaro che c’è bisogno di una Sinistra vera che con l’elaborazione e la pratica di una proposta adeguata sappia far uscire dalla fase di difesa e di resistenza le forze democratiche che hanno respinto, lo scorso quattro dicembre, l’attacco finale che le forze del neoliberismo europeo hanno sferrato alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza al nazi-fascismo. Ma, a mio parere, c’è poco da star tranquilli: è stata vinta una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ammesso che la battaglia per la democrazia, per la giustizia sociale e la libertà si possa vincere una volta per sempre.

Gli sconfitti tentano già di riorganizzarsi: la crisi del PD, formazione di punta del neoliberismo in Italia, va letta come tentativo di creare uno strumento più efficace per raggiungere l’obiettivo mancato il quattro dicembre. Occorre che in questa delicata fase della storia italiana le forze che si dicono di sinistra siano consapevoli di cosa è in gioco e che si attrezzino in modo adeguato. Per questo fine ritengo:
-Va recuperato e fatto rivivere il filone politico-culturale comunista che è stato alla base di ogni iniziativa, lotta e conquista democratica nel nostro Paese. Non è, questo, un cedere alla nostalgia della quale non c’è né può esserci alcuna necessità. Il fatto è che l’opzione della Sinistra non può restare una opzione generica. Si tratta di recuperare, come si diceva, un filone di idee e di lotte che ancora oggi appare vitale e necessario se si vuole lavorare e lottare per l’attuazione della Costituzione, per la libertà, la giustizia e la democrazia. Che questo sia un tema attuale e sentito da molti che appaiono delusi dai partiti e dalla politica di oggi è dimostrato dalle numerose iniziative che si mettono in campo per questo obiettivo. Mi piace a tal proposito riportare quanto scritto su Micromega da Francesco Raparelli: ”Migliaia di persone per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17—La Conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile Comune (presso la Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l’attenzione sul tema: il comunismo.

Il Lavoro

Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l’odio delle penne forcaiole, d’improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d’altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no. Ma soprattutto occorre rimettere al centro dell’elaborazione programmatica e della battaglia politica la questione del lavoro.

E’ sul lavoro, infatti, sulla sua evoluzione nel periodo della globalizzazione, sulla sua trasformazione nel periodo della rivoluzione informatica che la sedicente sinistra riformista specialmente italiana, ma non solo, ha accumulato i ritardi maggiori. Della globalizzazione, infatti, che pure ha i suoi aspetti positivi essa ha pienamente assunto esclusivamente il punto di vista liberista. Quello che ha ridotto il lavoro a merce, che ha “finanziarizzato” l’economia assegnando un ruolo decisivo alle banche che detengono nelle loro mani praticamente il destino dell’umanità. Compito di una sinistra che vuole essere lo strumento dei più deboli, degli sfruttati, di quelli che non ce la fanno e che restano dietro nella società deve essere perciò, in via prioritaria, riformare il lavoro, recuperando il senso che ad esso dà la Costituzione come strumento di crescita complessiva dell’uomo che grazie ad esso diventa cittadino attivo e contribuisce allo sviluppo della società e della civiltà umana. E allora occorre recuperare il significato del conflitto sociale come momento della lotta di classe contro chi oggi sfrutta il lavoro che non è più solo lavoro di massa ma è divenuto lavoro sociale, cioè lavoro di tutti coloro che cooperano alla organizzazione della produzione, compreso i precari, i disoccupati specie giovani, le donne, i lavoratori saltuari, le cosiddette Partite IVA ecc.).

Occorre acquisire piena consapevolezza che il lavoro, il capitalismo sono cambiati, è cambiato il comando nella società, ma altrettanta consapevolezza occorre per comprendere che, malgrado i profondi cambiamenti, l’alienazione capitalista non ha raggiunto l’animo, il cervello del proletario. Occorre scoprire e valorizzare la nuova soggettività proletaria che produce oggi lavoro vivo (“non più quindi solo lavoro salariato dal quale anzi bisogna liberarsi, ma lavoro, grazie al sapere, come pura potenza di produrre, in grado oggi, essenzialmente, di comunicare in termini scientifici e relazionali”, per parafrasare in modo elementare il Marx dei Grundisse). E il ritardo non è solo della Sinistra riformista, il ritardo è anche (e forse in maniera ancora più grave) del Sindacato, diventato spesso mero strumento corporativo dei “garantiti”.

Ci vuole un partito?

-Certamente è aspetto non secondario del problema la forma organizzativa dello strumento necessario per ridare un ruolo da protagonista alla Sinistra nella Società italiana. A mio avviso, alla luce delle esperienze che si sono succedute nella nostra provincia in particolare, ma non è andata troppo diversamente a livello nazionale, la scelta migliore sarebbe quella di un “Partito leggero”. Un Partito, cioè, poco o per nulla burocratizzato, agile e capace di entrare velocemente in sintonia con le articolazioni (Associazioni, aggregazioni ecc.) più serie ed impegnate della società. Il nuovo Partito dovrebbe essere in grado di recepire le elaborazioni più serie relative all’utilizzo e alla gestione dei Beni Comuni (acqua, territorio, cultura e formazione, salute, lavoro, difesa della Costituzione, democrazia nei luoghi di lavoro, diritti di cittadinanza ecc.), sintetizzarle in proposte politiche e sottoporle all’esame degli iscritti utilizzando tutti gli strumenti che assicurino la effettiva partecipazione democratica, da quelli più tradizionali a quelli più moderni. Particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai rapporti con il sindacato, di cui va rispettata la piena autonomia e che va incalzato quando si riscontrano timidezze e indecisioni nel suo ruolo di difesa dei lavoratori e della dignità del lavoro, e che va affiancato e sostenuto nella sua lotta per la democrazia nei luoghi di lavoro.

Radicamento e lotta democratica

-Il radicamento territoriale del nuovo strumento politico va perseguito, come si affermava, con la capacità di collegarsi con i movimenti democratici “di protesta e di proposta” più seri e responsabili, nel senso che debbono risultare capaci di impegnarsi responsabilmente per gli obiettivi assunti di fronte ai cittadini, il conseguimento dei quali chiaramente è condizionato dai rapporti di forza rispetto alle controparti. Il rispetto della Costituzione e l’opzione irrinunciabile del terreno democratico per la lotta politica saranno certamente fattori di radicamento in una società come quella italiana che, malgrado i tanti limiti, ha chiaramente dimostrato il quattro dicembre 2016 che la democrazia è una scelta irreversibile. La chiarezza dell’obiettivo politico è un altro fattore del radicamento sociale: la nuova formazione politica deve apparire come una forza costituente, cioè come una forza che quando si impegna in una lotta anti istituzionale, lo fa perché lotta per istituzioni più democratiche, più trasparenti e più vicine ai cittadini (es. destino degli Enti di secondo grado, destino dei piccoli comuni ecc. ) .
Cassino 20 febbraio 2017

 
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