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“Bozzetti” un’occasione per consolarsi dalle brutture

Bozzetti

bozzetti un romanzo di daniela mastracci mindi Giancarlo Torroni - Sulle pagine di UNOeTRE era già apparsa, poco prima della presentazione presso la biblioteca provinciale di Frosinone, una mia breve recensione dei “Bozzetti” di Daniela Mastracci. In quelle poche righe paragonavo il libro ad una traccia lasciata tra le pieghe del mondo, una traccia spirituale che attende i suoi interpreti, i quali, seguendola, saranno condotti in un qualche “luogo” della propria anima. Trattandosi di un libro nel quale filosofia e poesia si incontrano felicemente, era inevitabile che in me sorgessero immagini prima ancora che pensieri; esse sembravano spuntare, miracolosamente, come delicati fiori di campo su una terra devastata o come una melodia soave, appena percettibile, ma che possiede la tenacia delle cose buone che non tramontano.

Al lettore attento e sensibile, i “Bozzetti” offriranno l’occasione di consolarsi dalle brutture, dai rumori, dalla cacofonia in cui, nostro malgrado, siamo immersi. Ma i “Bozzetti” non hanno solo un valore consolatorio; anzi direi che il loro maggior pregio consiste nel fatto che offrono anche l’occasione di riflettere su aspetti fondamentali della nostra vita sociale, su questioni, appunto, di cui ne va di noi stessi e di quelli che verranno dopo di noi.

Uno di questi temi, che percorre e ricorre in molti bozzetti, è il tema della cura: cura di noi stessi, cura dei figli e cura di quelli che ci sono affidati; è insomma il tema dell'educazione. E' su questo tema che, anche per uno specifico interesse professionale, vorrei soffermare l'attenzione del lettore.

Trovo delizioso il bozzetto intitolato “Ricordo”, in cui compare la figura indimenticabile della “maestra gentile”, figura che riassume in un episodio di vita vissuta il segreto, forse l'unico, dell'apprendimento: l'amore per il sapere suscitato dall'atto gentile del prendersi cura. Ma vale la pena riportarne almeno un brano. Scrive dunque Daniela Mastracci: «Come mai una bimba ripete la lezione a voce alta sulla strada che la porta a scuola di inglese? Non s’è mai vista tutta questa sollecitudine. Poverina, chissà come va terrorizzata!? Sarà impaurita? Chissà che le capita se non ripete bene?! Si passava dalla bimba strana alla bimba spaventata. Non c’è scampo, pare, da quel che può sembrare a chi ci guarda rispetto a ciò che facciamo o che non facciamo, specie se si tratta di studio! Ma anche per questo mistero c’era la risposta, o almeno io avrei saputo rispondere perché lo sapevo bene perché ripetessi la lezione: io volevo fare bella figura, io volevo piacere alla mia maestra, volevo che lei fosse contenta di me, che mi apprezzasse e che mi sorridesse contenta. Avevo già visto accadere questo spettacolo per i miei occhi: lei aveva sorriso, aveva apprezzato, aveva lodato contenta chi mostrava di aver imparato la lezione. Per me vederla sorridere era la cosa più bella che mi potesse accadere in quel momento, andando a lezione di inglese. E perciò studiavo con tutto l’impegno possibile, e ripetevo e ripetevo perché non volevo sbagliare, perché l’avrei scontentata, sarebbe stata triste anziché contenta, e io non avrei visto il suo sorriso. Tutto qua. Studiavo per lei. Lei mi sorrideva contenta dell’essermi stata utile, dell’avermi insegnato, perché io le mostravo di aver imparato. Imparavo per i suoi occhi felici ed io ero felice di aver fatto bene i miei compiti. Quella felicità sua e mia che erano una sola felicità era bellissima da vivere. Ho amato quelle settimane e le porto nel cuore dopo tanti anni e sono per me la scaturigine del mio amore per il sapere, del cercare sempre un po’ di più, dell’imparare sempre un po’ di più. Lei mi ha insegnato ad amare il sapere. Perché era l’occasione della nostra felicità. Io progredivo e lei era piena di gioia per i miei progressi. Come era piena di coraggio quando invece si trattava di tornare indietro e spiegare meglio a chi non avesse ancora imparato. Non mollava. Lei si provava ad accendere un desiderio ed era sempre ben disposta a farci vedere i nostri progressi che premiava col suo bel sorriso».

Ora va da sé che questa pedagogia naturale, spontanea, profondamente umana esclude la competizione. Nel celebrare la scuola come luogo in cui fiorisce l'amicizia, quella in carne ed ossa, non quella che corre attraverso l'etere dei social, l'autrice avverte: «A patto che non si inneschino anche in classe dinamiche competitive ed escludenti». E già, perché la “competizione” lascia sempre sul campo uno sconfitto, uno o più esclusi. Alle competizioni l'autrice dedica un bozzetto specifico, avvalorando il suo sentimento anticompetitivo, per così dire, con il ricorso al suo amato Aristotele, il quale, nel libro VIII della Politica, sostiene che il fine della paideia non può essere estraneo all'atto stesso dell'apprendere sicché, se io imparo a suonare uno strumento in vista dei premi riservati a chi vince nelle competizioni musicali, subordino l'atto di suonare ad un fine estraneo, mentre questo atto, in quanto atto piacevole in sé, dovrebbe essere desiderato e compiuto per se stesso. Pensate a Sanremo ed avrete un esempio concreto di ciò contro cui lo Stagirita si pronunciava. Ma pensate anche alla tendenza impressa alla scuola attuale dalle dissennate riforme che ormai da decenni stanno progressivamente imponendo nei programmi e perfino nel linguaggio il modello economicistico della competizione, cioè quanto di più lontano si possa immaginare dalla paideia aristotelica e dalla scuola nel senso etimologico di scholè, cioè di “ozio felice”, come dice l'autrice in un altro bozzetto; ozio attivo, dedicato alla cura di sé attraverso gli studi liberali, quelli che un tempo potevano permettersi solo i ricchi e che oggi, considerando il dettato costituzionale, dovrebbero essere garantiti a tutti senza distinzione di condizione sociale.

Ma è proprio l'educazione come fine in sé, l'attività dell'apprendere non subordinata ad alcun fine estraneo, che viene negata. Dalla intangibili altezze della Commissione europea ci informano che la didattica deve essere rinnovata nel senso di favorire le competenze. Generalmente la parola “competenza” è avvertita nel suo significato positivo e pochi notano la stretta somiglianza con la parola “competizione”. Si sente ripetere dappertutto che la scuola è finalizzata ad inserire i giovani nel mondo del lavoro, ma pochi riflettono sul fatto che questo “mondo del lavoro” è lo stesso che, attraverso una competizione esasperata e spregiudicata, crea le disuguaglianze ed i disastri ambientali. Anche il linguaggio è insopportabilmente mutato nella stessa direzione: il piano di studio lascia il posto all'offerta formativa, gli alunni diventano utenti, le carenze scolastiche diventano debiti, mentre l'aver accumulato buoni voti dà diritto a crediti spendibili.

La competizione inquina anche il rapporto tra le scuole, che dovrebbe essere di collaborazione e di solidarietà, ma oggi esse si affannano a contendersi gli alunni attraverso quelle sagre dell'apparenza che sono gli open days (la sostituzione della lingua inglese è anch'essa sintomatica della tendenza “economicistica” e competitiva in cui si cerca di incanalare la scuola non solo in Italia).

Per fortuna però, data l'incompetenza e la scarsa serietà della nostra classe politica, il piano di distruzione della scuola come luogo della paideia non è stato realizzato pienamente; e allora, negli interstizi e nelle smagliature dell'inefficienza, possono trovare riparo i bravi insegnanti, non molti in verità, ma di grande valore, che agiscono in una sorta di semi clandestinità per tenere alto il vessillo della paideia, incuranti delle brillanti e vuote apparenze, ucronicamente preoccupati di lasciare un buon segno nell'animo dei loro allievi, come la gentile maestra di inglese di quel felice bozzetto e come Daniela Mastracci nei confronti dei suoi fortunati allievi.

 

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