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Le “combinazioni” che ti cambiano la vita

 Ricordi di vita

 Chi mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco

di Elia Fiorillo
torre annunziata 360 minHo avuto sempre la “passione” per lo scrivere. Francamente non so quale sia stato il “fiammifero” che ha acceso questo trasporto. Direi una cosa naturale, essendo “figlio unico di madre vedova”, e non avendo avuto esempi da seguire. Fin da ragazzo mi piaceva elaborare. A scuola in italiano avevo il massimo dei voti. In matematica… lasciamo perdere.


Quando frequentavo l’oratorio salesiano avevo predisposto un ciclostilato, che io chiamavo “giornalino”, in cui raccontavo gli eventi, i “fatti del giorno”, a partire dai risultati dei vari tornei di calcio che si svolgevano da quelle parti.

Correva l’anno 1968 quando mi iscrissi all’università. Ebbi, allora, tramite la mia “fidanzata” dell’epoca, la possibilità di conoscere un giornalista che da poco tempo pubblicava un mensile, “La voce della provincia”, che raccontava la vita di una realtà complessa com’era allora la città di Torre Annunziata. E fu così, per combinazione, che cominciai a scrivere. Ricordo ancora il titolo del primo “pezzo” pubblicato sulla “Voce”: “Il caro funebre”. Niente di funesto, solo la storia di quanto super-costava un funerale. Essendoci pochissime strutture per il trasporto dei cadaveri al cimitero, si può ben immaginare gli alti costi. Allora il trasporto avveniva con mastodontici cavalli che tiravano un’enorme urna di cristallo dov’era ben visibile la cassa con il feretro. I cavalli che tiravano il carro funebre potevano essere sei o otto. Tutto dipendeva dalle disponibilità degli eredi del “de cuius”.

Non mi limitavo solo a scrivere articoli, a correggere bozze in tipografia, ma una volta stampato il giornale portavo anche le copie ai vari distributori che non si trovavano solo a Torre, ma anche nelle città vicine. Partivo da casa mia circa verso le sette del mattino, con una vecchia cinquecento scassata del proprietario del giornale, e facevo il giro anche nei comuni vicini per distribuire “La Voce” fresca di stampa. Premetto che in termini economici non ci guadagnavo una sola lira, ma la passione è passione!

Una delle mie speranze, quando collaboravo con la “Voce”, era di diventare “giornalista pubblicista”. C’era bisogno di un certo numero di articoli “retribuiti” per diventare pubblicista. Il numero di articoli l’avevo raggiunto. Per la retribuzione, pur non avendo preso una lira, la prassi voleva che il direttore del giornale predisponesse una dichiarazione in cui si diceva che tu avevi avuto pochi spiccioli a “pezzo”. Tutto qui.

Insomma, dopo tanta fatica, il mio sogno si stava per coronare, ma poi tutto saltò per aria. Il motivo non lo ricordo, ma litigai con il direttore-proprietario del giornale. Che delusione! Il tanto atteso tesserino da “pubblicista” me lo potevo scordare.

Allora collaboravo saltuariamente con il giornale della Curia napoletana: “Nuova stagione”. E così, intensificando la collaborazione, con l’aiuto del direttore Luigi Maria Pignatiello, nato il 16 febbraio 1925 ed ordinato sacerdote a soli 22 anni, riuscii a diventare “giornalista pubblicista”.

Le “combinazioni” a volte sono il sale della vita. Te la possono modificare in un batter d’occhi.

Nella metà degli anni settanta, finito il servizio militare negli «assaltatori», anche se figlio unico di madre vedova, tornai a lavorare in Regione Campania, a Palazzo Reale. Posto incantevole in tutti i sensi. Io avevo l’ufficio che affacciava su Piazza del Plebiscito. Se eri per un attimo pensieroso o triste bastava che guardassi quell’immenso “ben di Dio” che tutto passava. Lì, a Palazzo Reale, per un’altra combinazione conobbi un personaggio all’apparenza bisbetico. Anzi, faceva tutto per farsi considerare tale, probabilmente perché era una persona molto dolce e legata ai suoi affetti. Ma essendo il vice segretario nazionale del Sindacato dei giornalisti, a suo avviso, doveva apparire “tosto ed irremovibile”.

La conoscenza con Mimmo Castellano non solo mi ha dato un esempio da seguire, ma anche la possibilità di fare esperienze per me inimmaginabili: sono stato Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e del Sindacato. Momenti indimenticabili, anche quando per diverse ragioni, troppo lunghe da elencare, si sono trascinate dietro amarezze infinite.

Ma chi più di altri mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco. Lo incontrai ad un Campo scuola. Capendo la mia passione per il sindacato m’invitò a collaborare con la Cisl Campania. Siamo alla metà degli anni settanta. Accettai la collaborazione e mi ritrovai a fare esperienze bellissime ed indimenticabili a favore dei lavoratori. E per tutta la vita sono rimasto in questa splendida organizzazione.

 

 

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Formare alla legalità contro mafie che cambiano

Mafia IlPadrinodi Elia Fiorillo - L’elenco è lunghissimo dei “suoi” condannati a morte. Personaggi noti tra cui Falcone e Borsellino, uomini di mafia e gente comune, bambini, uccisi ad un suo comando per un avvertimento, per bloccare indagini, per far scattare guerre tra cosiddetti uomini d’onore, per qualsiasi motivo gli potesse tornar utile. In fatto di pietà zero assoluto. Nella belva Riina la pietà era un sentimento che non poteva allignare. Una debolezza che il "capo dei capi" non può avere.

Chissà se leggendogli l’elenco delle sue vittime si sarebbe ricordato di tutti loro. Delle motivazioni che l’avevano spinto ad uccidere o a comandare gli assassini. Sicuramente no. Erano talmente tanti che anche la mente più allenata avrebbe avuto difficoltà di memoria. E’ morto a 87 anni mentre scontava 26 ergastoli per duecento omicidi accertati Salvatore Riina detto Totò "'u curtu". In un colloquio video-registrato nel carcere di Parma il 27 febbraio scorso ribadiva alla moglie Antonietta Bagarella: “Io non mi pento... non mi piegheranno. Non voglio chiedere niente a nessuno. Mi posso fare anche 3000 anni, no 30”. E come avrebbe potuto pentirsi un personaggio che per tutta un’esistenza ha puntato a essere il capo dei capi di Cosa Nostra? In fatto d'immagine c'è riuscito bene. Anche a distanza di 24 anni dal suo arresto è rimasto il Capo - per lo meno nell'immaginario collettivo - dell'organizzazione malavitosa italiana che fino a qualche anno fa era la numero uno in assoluto, appunto la mafia siciliana.

Le cose cambiano però e lo scettro dell'organizzazione criminale italiana, diciamo così, più potente è passata alla 'ndràngheta calabrese. Essa, secondo una relazione della Commissione antimafia, "ha una struttura tentacolare priva di direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica", e viene paragonata alla struttura del movimento terroristico islamico Al-Qaida. Insomma, la 'ndrangheta è diventata tra le più pericolose organizzazioni criminali del mondo, con un fatturato che si calcola superi i 53 miliardi di euro annui. C'è poi la camorra napoletana caratterizzata da un gangsterismo di bande formate ultimamente da giovanissimi delinquenti, spesso in lotta tra di loro.

Che Riina continuasse ad applicarsi, fino alla fine dei suoi giorni, a provare a mantenere l'immagine del numero uno della sua organizzazione, tramite le intercettazioni ambientali che lui immaginava potessero essergli fatte, è cosa ovvia. Ma che lo Stato si lasciasse sfuggire certi suoi pronunciamenti lascia perplessi. "Lo faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono". Così Riina si esprime nel dicembre 2013 nei confronti del magistrato Nino Di Matteo.

"Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno", dicevano due mafiosi in un'intercettazione telefonica. I "due" erano Toto' 'u curtu e Bernando Provenzano. Sono morti entrambi e con loro, forse, l'impostazione a cupola della mafia.

L'errore più grande commesso da Riina è stato quello di aver voluto scatenare una vera guerra allo Stato. La mania di grandezza e la voglia del dominio assoluto sull'organizzazione mafiosa l'hanno portato ad esaltarsi al punto d'organizzare stragi per ottenere dallo Stato benefici per i suoi sodali. C'è riuscito fino ad un certo punto. Poi è scattata l'offensiva - meglio difensiva - dello Stato che l'ha inchiodato alle sue tremende responsabilità. Resta il fatto che il nostro Paese esporta come Made in Italy criminalità in tutto il mondo e che lo Stato sembra impotente a bloccare i fenomeni malavitosi.

I tempi cambiano e anche la mafia è probabile che sia già mutata. Non più folcloristiche affiliazioni dei soci o cupole formate da soggetti assolutamente ignoranti, con la dote però della scaltrezza e dell'aggressività senza limiti. C'è chi già ipotizza il successore e lo va a cercare tra i compagni di Totò 'u curtu. C'è chi parla di Matteo Messina Denaro, il super latitante, più propenso però a curare la sua super latitanza ed i suoi affari.

Forse già da anni la mafia si è data un'organizzazione più rispondente ai tempi e soprattutto alla necessità di ritornare prima nel business del malaffare. Per combatterla certo l'azione della polizia e della magistratura, ma soprattutto bisogna puntare sulla formazione dei giovani alla legalità. La politica può far molto a partire dalle prossime elezioni, senza ambiguità, puntando su liste elettorali di soggetti che per tutta la loro vita hanno dimostrato com'è possibile lavorare nell'assoluta legalità, senza compromessi con chicchessia.

 
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In GB le cose cambiano

jeremy corbyndi Augusto Illuminati da dinamopress.it - Le cose stanno cambiando, non proprio secondo le nostre previsioni e aspettative, ma stanno cambiando e questo conta. Cresce in Europa una sinistra imprevista (Mélanchon e Corbyn) e ci sono due problemi: perché in Italia non ce l’abbiamo e perché non l’abbiamo prevista.
I gazzettisti italiani davanti agli exit poll inglesi erano furiosi: come fa a vincere una sinistra “anacronistica”, che vince proprio perché va controcorrente: vuole far pagare di più i ricchi, ripubblicizzare acqua, poste e ferrovie, sopprimere le iperboliche tasse universitarie, migliorare il welfare, curare meglio i malati e smettere di aggredire altri popoli... Sempre più realisti di Renzi, che addirittura impartisce lezioni ai laburisti, opinando (lo sciagurato) che con una candidatura più centrista avrebbero fatto di meglio.


Corbyn (come Mélanchon e Iglesias) è un terribile semplificatore, mescola “arcaiche” parole d’ordine, che però suonano nuove a orecchie disabituate da un ventennio, e domande attualissime, come l’abbattimento dei costi per l’istruzione e l’acqua pubblica. Ha “vergognosamente” sedotto i giovani con promesse “impossibili”, come eliminare i costi annuali di 10.000 pound e oltre per l’istruzione superiore, ha convinto un milione di poveri illusi under 24 a registrarsi come elettori nel giro di pochi mesi e a votare per lui, mentre noi li aiutavamo “realisticamente” con la Garanzia Giovani, la Buona Scuola e il JobsAct. L’accusa di populismo è dietro l’angolo, vero? Sta pure usando spregiudicatamente la Brexit (su cui resta ambiguo) per eludere i veti europei alle nazionalizzazioni e sfondare l’austerità.
Ma la lezione l’abbiamo imparata anche noi, ci mancherebbe. Ammaestrato dalle sventure della vispa Theresa e tramortito dalla farsa parlamentare del voto “segreto” (ahah) sul Trentino, Renzi ha rapidamente rinunciato alle elezioni anticipate e promesso che d’ora in poi «si occuperà di economia e di lotta alla povertà, non più di legge elettorale». Dio ne scampi. E cercherà l’accordo con Pisapia, almeno per il Senato dove la soglia dell’Italicum consultellizato (ritornata la legge che tutto il mondo ci invidia) per i non coalizzati sta all’8% e dunque gli fa un favore.
Lo strumentalismo tattico di Renzi cade nel ridicolo e si intona perfettamente al numero da circo dei franchi tiratori smascherati sul tabellone elettronico, ma il problema sta sull’altro versante: Pisapia e associati mirano a un centro-sinistra con barra al centro? E accettano la leadership renziana? O accettano il raccordo con il Pd senza Renzi (prima risposta di Pisapia)? Qual è il loro “manifesto” politico (Corbyn l’ha fatto, eccome)? Mica la rivoluzione, per carità, ma nazionalizzare qualche banca in fallimento, l’acqua pubblica, alt alle privatizzazioni, mettere soldi nella sanità e nella scuola, rimodulare il sistema fiscale, ritirarsi da certe “missioni di pace”, insomma un riformismo piccolo piccolo? Neppure quello?
Con il che veniamo al primo corno del problema enunciato all’inizio: perché in Italia non abbiano uno straccio di sinistra? Perché le uniche proposte programmatiche che abbiano letto si riferiscono alla data del voto, all’asticella di esclusione, ai capilista nominati, alle candidature plurime nei collegi e altre robe da ceto politichese (politico mi sembra eccessivo)? Cosa pensano della difficile stretta economica d’autunno, del reddito di cittadinanza, del JobsAct?
Il ritiro del Fianum o come cazzo si chiama non è un incidente di percorso, è l’esposizione grafica di una crisi agonica di tutto il sistema dei partiti e della rappresentanza, il collasso definitivo della c.d. seconda Repubblica, inappariscente ma di gravità paragonabile al 1992-1993 per la prima. Non solo il Parlamento è spaccato in tre, ma nessuno di quei blocchi controlla i suoi e dunque, in assenza di contenuti politici, sono impossibili coalizioni affidabili e governabilità. Per questo il vuoto programmatico e le conseguenti beghe e liti della sinistra sono criminali, perché basterebbe davvero poco per riprendere agibilità politica nella confusione letale del sistema e nello scarto fra poteri forti (senza radici) e il loro sbandato braccio armato. Il dissidio Napolitano-Renzi ne è la manifestazione più eclatante.
Veniamo al secondo corno del problema: perché non siamo capaci di costruire una sinistra all’altezza. Chiaro che non basta auspicare la scomparsa fisiologica di quel ceto di partito e di movimento-partito responsabile dei lutti e piagnistei di questi ultimi quindici anni cosa che tuttavia vivamente ci auguriamo. Liberarsi dei cadaveri – lo diceva già Eraclito – è la prima cosa.
Ma come produrre vita? Come inserirci in un movimento che, siamo franchi, ci ha colto di sorpresa e a volte ci ha fatto arricciare il naso?
Dovremmo smetterla di elaborare soltanto apparati concettuali sofisticati e complessi e ricavarne parole d’ordine semplificate e alternative al mainstream neoliberale. Non smettere di elaborare, ma tradurre. Dietro le “semplici” Tesi d’aprile ci stavano gli studi leniniani sul capitalismo in Russia e la capacità di tradurli (e all’occasione alterarli) in frasi che muovevano milioni di persone in armi.
Due esempi. Sul reddito di cittadinanza la tradizione operaista si è impegnata da decenni, possibile che oggi il termine sia diventato popolare nella versione di seconda mano e workfarista del M5s? Sul fenomeno migrante, i confini, l’integrazione abbiamo prodotto o incorporato il meglio della sociologia e delle pratiche correnti: quanto riusciamo a trasmetterne? Come andare oltre il solidarismo cattolico (pure infinitamente più a sinistra delle pratiche governamentali e della linea del Pd) e l’assistenza emergenziale? Dire, oltre ad accoglienza e ius soli: disdetta di Dublino, indistinzione fra le categorie di rifugiati, riclassificazione ammnistrativa del permesso di soggiorno e voto amministrativo, copertura non-etnica del reddito incondizionato di cittadinanza – è irrealistico o è ormai il minimo sindacale, anche nel rapporto con l’Europa?
Non parliamo poi di rivendicazioni più tradizionali ma sempre pressanti, del tipo di quelle welfariste contenute nel manifesto laburista, o dell’acqua pubblica, che ha già una consolidata tradizione da noi. L’Onda era riuscita a creare un senso comune di massa su scuola e università e oggi ci riescono assai bene, nel loro campo, i movimenti femministi e di gender. Il sindacalismo sociale è ai primi e promettenti passi. Sui beni comuni e gli spazi pubblici, non a caso, sono stati conseguiti successi proprio in rapporto alla semplificazione sloganistica e alla pratica dell’obbiettivo, ma non è affatto facile estendere questo ad altri settori, diciamo a riscrivere dal basso la legge di stabilità. Mica di riusciremo, certo, ma non sarebbe male cominciare a provarci. Dal mosaico a sinistra del Pd possiamo aspettarci qualcosa (forse) solo come sussidio a un’azione autonoma di nuovi soggetti autonomi. Guai a ripetere la colonizzazione post-Genova o le sue parodie arcobaleno, viola e arancione.

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