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La doppietta di Muzzi condanna un buon Ceccano

AndreaPompili 350 mindi Tommaso Cappella, Ufficio Stampa Ceccano calcio 1920 - LUPA FRASCATI-CECCANO 2-0
ROMA – Esordio amaro per il Ceccano che esce sconfitto dal campo della Lupa Frascati, tra le candidate alla vittoria finale, nella prima giornata del campionato di Promozione girone D. Un ko maturato comunque al termine di una sfida, disputata tra l’altro alla Borghesiana di Roma per l’indisponibilità dello stadio “8 Settembre” di Frascati, nel corso della quale i rossoblù di Mirco Carlini non hanno affatto sfigurato, anzi, specie nella ripresa hanno fornito un’ottima prestazione. Un vero peccato perché un risultato positivo avrebbe consentito di partire con il piede giusto in un torneo che si preannuncia alquanto difficile e, quindi, già in salita.

Tornando alla gara contro i castellani di Pace, sin dalle prime battute il Ceccano, privo degli infortunati Andrea Carlini ed Emanuele Simone, cerca la via del gol e, dopo averla mancata per ben due volte, all’8’ subisce il vantaggio dei castellani con il figlio d’arte Muzzi il quale finalizza un’azione corale dei suoi. Reagiscono i ragazzi di Mirco Carlini. Vanno vicini alla marcatura con Bignani e Alessio Carlini. Proprio nel momento migliore dei rossoblù la Lupa Frascati raddoppia al 40’ ancora con Muzzi dopo un’azione di contropiede. Nella ripresa le prova tutte il Ceccano per riaprire la gara, ma i ragazzi di Pace non si fanno sorprendere e agiscono di rimessa senza creare però pericoli alla retroguardia ospite. Al 6’, su un cross, Mennini non blocca il pallone che ai presenti dà l’impressione che abbia varcato la linea di porta. Al 10’ gran tiro di Pompili all’incrocio dei pali, pallone che si stampa sulla traversa. Tre minuti dopo ancora Pompili ci prova con un gran tiro da fuori e la sfera lambisce il palo. Subito dopo la mezz’ora ci prova Alessio Carlini ma il suo tiro si stampa sulla traversa e, sulla ribattuta, Pompili di testa manda fuori. Poi non accade più nulla e la Lupa Frascati, sfruttando le due occasioni capitate e concretizzate da Muzzi nel primo tempo, porta a casa i tre punti.

Archiviato questo primo ko stagionale ora il Ceccano è atteso dall’esordio interno nel derby con il Monte San Giovanni Campano, altra favorita per la vittoria finale. E’ chiaro che ci si aspetta, da parte di Padovani e compagni, il pronto riscatto e soprattutto la conquista dei primi tre punti stagionali davanti al loro pubblico che ci si augura sia numeroso a sostenere i colori rossoblù.

LUPA FRASCATI: Mennini, Galassini, Amantini (35’ st Tavani), Rufini, Pompili G. (16’ st Carnevali), Cortese, Ferri, De Vecchis, Pompili F. (27’ st Sebastiani), Fortunato, Muzzi (47’ st Luciani).

A disposizione: Galassi, Pace L., Dalessio, Nacci, Santopadre.

Allenatore: Pace F.

CECCANO: Micheli, Mamadou, Protani (30’ st Carlini L.), Padovani, Cipriani (17’ st Tarquini), Tiberia, Pompili, Carlini E. (36’ st Colafrancesco), Bignani (1’ st Casalese), Mattone, Carlini A.

A disposizione: Stella, Natalizi, Arduini, Pasin, Consalvo.

Allenatore: Carlini M.

Arbitro: Magagna di Collegno.

Marcatori: 8' pt Muzzi, 40’ pt Muzzi.

Note: ammoniti Mamadou e Casalese.

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Comunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di Sora

comunitàsolidali 350 minComunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di SORA Un parroco a cui piace vincere facile e che per preferisce seguire la scia del momento fatta di divisione e rancore.

Comunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di SORA Un parroco che a cui piace vincere facile per guadagnarsi un po' di notorietà e che per preferisce seguire la scia del momento fatta di divisione e rancore.

Proprio nei giorni in cui la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più venerati, San Rocco, come simbolo di carità ed esempio di solidarietà umana, e nel momento in cui Papa Francesco richiama la comunità cattolica all'accoglienza perché agli occhi di Dio nessuno è straniero, udiamo da un pulpito parole per noi inascoltabili.
È molto singolare che da quel pulpito siano venute parole di divisione, di contrasto. Quasi di odio.

In una comunità dove già l'arrivo di cinque migranti ha scatenato la raccolta di 300 firme, usare parole così divisive da parte di un rappresentante della Chiesa significa soffiare sul fuoco dell'intolleranza, ed in qualche modo legittimarla, trovando giustificazioni al razzismo e alla xenofobia.

Comunità solidali ricorda invece il grande impegno della Chiesa cattolica verso l'accoglienza e l'integrazione dei migranti, attraverso la Caritas, ma anche attraverso molte altre associazioni e parrocchie, impegno che non distoglie di certo l'attenzione dalle "nostre" povertà.

Può un Parroco usare parole come quelle pronunciate ? Può un Parroco non assumersi la responsabilità dei messaggi xenofobi che a centinaia stanno facendo da eco a quell'omelia?

Lo chiederemo anche a Papa Francesco.

Intanto chiediamo alla Chiesa di Sora e della nostra provincia, per il tramite dei suoi Vescovi di non essere indifferente a quanto accaduto ma di condannare fermamente le parole di odio utilizzate a Sora per fomentare l'intolleranza nei confronti del diverso.

E alla stessa Chiesa chiediamo se si riconosce in quella di Don Donato o in quella di Matteo, 35 "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato"

Comunità Solidali
Mob. 3478780003

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Giaccherini su punizione condanna un Frosinone in dieci

Pinamonti Barba 350 260 mindi Tommaso Cappella* - Chiude il 2018 con una sconfitta il Frosinone in quel di Verona al cospetto del Chievo per l'ultima gara del girone di andata del campionato di serie A. La squadra del tecnico ciociaro Di Carlo si porta così a due sole lunghezze dai giallazzurri che chiudono il girone di andata in penultima posizione con all'attivo solo 10 punti. Ancora una volta sono emersi alcuni limiti di questa squadra, nonostante il cambio tecnico con l'avvento di Baroni al posto di Longo. E' mancata in particolare la convinzione dei propri mezzi e alcuni elementi non hanno ripetuto le belle prestazioni fornite contro l'Udinese e soprattutto contro il Milan. Un vero peccato perché un risultato positivo avrebbe consentito di restare agganciati al carro che porta alla salvezza. Ma così non è stato e bisogna prenderne atto.

La gara del “Bentegodi”, sin dalle prime battute, fa capire che le due quadre intendono prima non prenderle piuttosto che darle. Primo quarto d'ora con il Chievo a mettere pressione e il Frosinone tranquillo e ordinato. Al 19' ci prova Chibsah ma il suo tiro appena dentro l'area è da dimenticare. Poco prima della mezz'ora i padroni di casa vanno a segno: batte un angolo Birsa, svetta di testa il solito Pellissier che mette alle spalle di Sportiello. L'arbitro Rocchi è richiamato però dal Var e la rete viene annullata per fuorigioco di Radovanovic. In avvio di ripresa il Frosinone potrebbe passare, ma il bel colpo di testa di Chibsah trova Sorrentino alla grande parata. Al 12' i giallazzurri restano in dieci. Capuano commette fallo a centrocampo, Rocchi concede il vantaggio in attesa di ammonirlo, lo stesso giocatore insegue De Paoli e lo stende al limite dell'area di rigore e il direttore di gara lo espelle mimando molto bene che si tratta del secondo giallo. Al 20' il Chievo passa grazie ad una magistrale punizione di Giaccherini che lascia impietrito Sportiello. Il Frosinone, benché in inferiorità numerica, prova a raddrizzare la gara ma inutilmente.

Ora va in archivio questo anno che ha riservato gioie e dolori al Frosinone. Nella prima parte si è assistito al gradito ritorno dei giallazzurri nella massima serie, non senza strascichi per via dei ricorsi avanzati dal Palermo che, per fortuna, non hanno inciso sul risultato conseguito sul campo. Nella seconda parte Ciofani e compagni hanno dovuto pagare lo scotto di una mezza rivoluzione nell'organico che si apprestava a disputare la serie A con tutte le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ora ci sarà la sosta e il campionato riprenderà il 20 gennaio quando alle ore 12.30 il Frosinone riceverà al “Benito Stirpe” l'Atalanta. Nel frattempo, da martedì e fino al 31 gennaio, si aprirà il calcio mercato di riparazione. L'auspicio è che la squadra di Baroni possa ingaggiare quei tre-quattro elementi in grado di far fare il salto di qualità e, soprattutto, di tagliare il traguardo di una salvezza che, ad oggi, appare alquanto problematica, ma matematicamente ancora alla portata.

*giornalista volontario in pensione

 

 

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Il Te Deum di Mattarella e la condanna in contumacia di Matteo Renzi

mattarella e renzidi Fausto Pellecchia "Il Te Deum di Mattarella e la condanna in contumacia di Matteo Renzi", (L’Inchiesta, 5/1/2017) - A strappare il telecomando del governo dalle mani di Renzi, nonostante le caute rassicurazioni di Gentiloni, è bastato il discorso di fine anno del Presidente Mattarella. L’epopea dei mille giorni del cantastorie di Pontassieve, instancabile narratore della “grande trasformazione” e del vigoroso rilancio del nostro sistema socioeconomico si è infranta dinanzi al breve ritratto tratteggiato da Sergio Mattarella nell’ultima notte dell’anno. Se non un’impennata di franchezza, degna della parresìa degli antichi greci, il discorso di Mattarella è stato certamente un salutare spegnimento dei fuochi fatui renziani, il deciso abbandono di quei pannicelli caldi, fatti di annunci, slide e tweet, per lenire le ferite purulente della crisi italiana a cui ci aveva abituato l’ex-premier. Al loro posto, Mattarella ha collocato una serie di fotogrammi impietosi sulla realtà italiana: innanzitutto la precarietà del lavoro e l’incancrenirsi della piaga della disoccupazione, l’impoverimento del ceto medio, l’aumento delle morti sul lavoro, il permanente divario tra nord e sud, tra uomo e donna (il cui sintomo è l’ aumento dei femminicidi), l’evasione fiscale, la corruzione dilagante, l’illegalità, alle quali si sono aggiunti la minaccia del terrorismo internazionale, che induce ad identificare «in modo ingiusto e inaccettabile» ogni immigrato con un potenziale terrorista.
Sui giovani che emigrano, il capo dello Stato ha pronunciato parole sconosciute dagli esponenti di governo: «Molti di voi studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa, spesso, è una grande opportunità. Ma deve essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio. I giovani che decidono di farlo meritano, sempre, rispetto e sostegno» - l’implicito riferimento di sfiducia a Giuliano Poletti è stato, dunque, puramente intenzionale!

Ricostruire la partecipazione ad una «comunità di vita»

A questo quadro realistico e preoccupante, Mattarella ha risposto con un’esortazione semplice e impegnativa che attinge alla migliore tradizione del cattolicesimo democratico: ricostruire giorno per giorno, con atti concreti, la partecipazione ad una «comunità di vita» che «se resta divisa e rissosa, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza». Anche qui la frattura rispetto al novennato di Napolitano è netta: Re Giorgio era tutto concentrato sul mantenimento dell’establishment e dei suoi meccanismi auto-riproduttivi, che bisognava proteggere e garantire ad ogni costo contro l’incombere ‘eversivo’ dell’antipolitica. Mattarella, al contrario, si volge all’analisi delle questioni concrete, puntando sulle risorse della comunità, chiamando tutte le parti sociali e politiche alle loro responsabilità. E soprattutto ha evitato sistematicamente la parola “riforme”: il mantra salmodiato da Renzi e Napolitano negli ultimi anni.
Infine, quasi a commiato, Mattarella affronta la questione della legge elettorale. Entrando nel merito del problema, il Presidente ha pronunciato il suo definitivo non expedit all’ipotesi di elezioni anticipate in assenza di una legge elettorale che “garantisca regole chiare e adeguate” tanto per la camera quanto per il senato. Certo, il frettoloso assenso concesso a suo tempo all’Italicum e il suo tacito sostegno al referendum costituzionale avrebbero meritato qualche esplicito cenno autocritico, che è stato abilmente rimosso dal discorso del Presidente. Ma l’incidenza politica di questa dichiarazione finale è stata deflagrante, e non ha mancato di suscitare le reazioni indispettite dei fascio-lepenisti di Salvini e di Giorgia Meloni. Tuttavia, il bersaglio più cospicuo colpito dalle parole di Mattarella è l’impellente desiderio di riscossa di Matteo Renzi e dei renziani attualmente parcheggiati nel governo Gentiloni : costretti a fare buon viso a cattivo gioco, hanno dichiarato pubblicamente il loro apprezzamento per il discorso presidenziale, ben consapevoli della lunga e difficile agonia che li attende nella discussione della nuova legge elettorale e che li terrà occupati probabilmente per un intero anno.

La mina più insidiosa: il Jobs Act

Ma la mina più insidiosa per le ambizioni renziane di immediata rivincita è lo spettro dei referendum sul Jobs Act promossi dalla CGL. Un frenetico, insonne lavorio di esperti e consulenti di Palazzo Chigi sta cercando di correre ai ripari, ipotizzando modifiche della disciplina che permettano il superamento dei quesiti referendari. In materia di voucher, si profila una modifica legislativa che ne riporti l’uso alla funzione originaria, intesa come forma di compenso rigorosamente limitata per prestazioni davvero occasionali, riservate a specifiche categorie (pensionati, studenti, disoccupati).
Molto più gravoso e improbabile (se non disperato), è l’impegno richiesto ai giuslavoristi compiacenti (Ichino, Sacconi, Cazzola) per il quesito concernente la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati (in sostituzione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori). Questo infatti è stato lo scalpo agitato dal governo Renzi come trofeo del cambiamento: l’idea paradossale, presto rivelatasi una chimera, secondo cui facilitare i licenziamenti avrebbe costituito la leva per incrementare l’occupazione. Qui la questione referendaria pone un’alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (miserabile) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum. I tentativi di appellarsi alla molteplicità dei quesiti per scongiurarlo appaiono privi di fondamento. I quesiti, infatti, pur riferendosi a una molteplicità di fonti di disciplina, convergono unitariamente su una domanda univoca: l’abrogazione della libera licenziabilità e il ripristino della tutela reintegratoria per i licenziamenti ingiustificati. E la priorità del lavoro, sancita dal discorso di Mattarella, va in questa direzione. Secondo una linea giurisprudenziale consolidatasi nelle sentenze della Consulta per l’ammissibilità dei referendum, quel che conta è la chiarezza, omogeneità, unitarietà del quesito. Insomma la sua perfetta perspicuità. E questa, nonostante l’ostruzionismo di Giuliano Amato, appare del tutto scontata.
La novità, sottaciuta ma trasparente nelle manovre apotropaiche del governo Gentiloni-Renzi, attiene piuttosto agli effetti politici incalcolabili attivati dalla celebrazione del referendum, e cioè dallo spettro di una partecipazione popolare tanto consistente da superare abbondantemente la soglia del quorum. Questi effetti, più che alle immediate conseguenze sugli equilibri politici contingenti su cui si sostiene il governo, riguardano più in profondità la questione democratica dell’adesione popolare.
Fino a qualche tempo fa non c’era personaggio politico che non esibisse il suo convenzionale rammarico per il declino della partecipazione al voto dei cittadini. Salvo restare stupiti quando il 70% dei cittadini si è recato alle urne per un referendum costituzionale pronunciandosi a larga maggioranza per il No. È stato così dimostrato che nel nostro Paese esiste ancora una riserva di vitalità democratica. Impedire e frustrare il manifestarsi di questa residua energia politica, che costituisce il bene più prezioso ancora disponibile nel nostro Paese, sarebbe estremamente pericoloso. Perciò, Gentiloni farebbe bene a riservare i propri timori non per gli effetti della celebrazione dei referendum, ma per l’eventualità opposta, per il caso, cioè, che il giudizio popolare sul Jobs Act possa essere arbitrariamente inibito.

 
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Una condanna assurda e iniqua

Marangoni Videocon 350-262di Ignazio Mazzoli - "L'Inchiesta", con un articolo di Rita Cacciami martedì 4 novembre è stato il quotidiano della provincia a dare la più diffusa ed esauriente informazione della condanna del Tribunale di Frosinone a 170 ex lavoratori della ex Videocon. Hanno ricevuto come pena una detenzione compresa far 30 e 40 giorni per aver occupato, nell'anno 2009, parte della sede stradale dell'A1 come clamorosa protesta promossa dall'assemblea permanente indetta dinanzi al loro stabilimento.
Non è quindi di questi aspetti che qui si vuole parlare, ma di interrogativi e dubbi strettamente derivanti da questa condanna e in particolare dalle ragioni che l'hanno determinata.
C'è un'espressione che colpisce in queste cronache: "Decisione assurda e iniqua".
Come già è stata ricordata la protesta nacque nel periodo di crisi della fabbrica, dove inizialmente si producevano cinescopi per televisori. Con l'avvento di nuove tecnologie fu rilevata da un'impresa indiana di Mumbai-Maharashtra che nelle sue pubblicità magnifica i "Videocon LED che producono perché avrebbero le caratteristiche più avanzate e le tecnologie che esaltano il piacere di osservazione con la magia delle immagini cristalline, grande chiarezza del suono e molto altro ancora". Tuttavia non investi un euro per innovare una grande azienda con un ricchissimo patrimonio di professionalità ed esperienza nel settore da mettere a frutto, finendo con il mandare sul lastrico 1300-1400 operai inizialmente messi in mobilità. Soldi dei contribuenti italiani nelle tasche della società indiana, lavoratori italiani disoccupati, istituzioni incapaci che producono provvedimenti come l'Accordo di Programma Anagni-Frosinone che poi resta colpevolmente solo sulla carta.
Questi lavoratori che hanno alle spalle altrettante famiglie che avrebbero dovuto fare? Oggi si può argomentare in vario modo, dicendo che le pene sono lievi e con la condizionale nessuno finirà in prigione, che cinque anni 2009-2014 per sei o sette udienze forse racchiudevano il tentativo di far maturare il tempo della prescrizione che nel frattempo però è passata da cinque a sette anni e mezzo. Manco un po' di quella fortuna che aiuta tanti manigoldi. Resta il fatto che sono stati condannati perché difendevano democraticamente i propri diritti ed hanno fatto bene a non accettare di commutare la condanna in pena pecuniaria.
"E' una sentenza completamente astratta dalla realtà e una vergogna per l'intero Paese", ha dichiarato il segretario provinciale dell'Ugl chimici di Frosinone, Enzo Valente.Operai Videocon su A1
Certo pensiamo sia da condividere questo giudizio. Una vicenda sviluppata intorno al diritto-dovere di difendere il proprio lavoro senza il quale non si sopravvive non può esser trattata alla stessa stregua di un delitto. Fra gli operai il giudizio è preciso: "Siamo allibiti...c'è grande amarezza perché quello che abbiamo fatto, dovevamo farlo per difendere il nostro lavoro". "E lo abbiamo fatto - è stata la conclusione - nella più assoluta indifferenza da parte di tutti". Quanto è importante e indicativa questa frase?! Quando si esorcizza la lotta democratica, isolandola, quando s'invoca il quieto vivere, che in realtà non esiste, c'è un punto di rottura perché l'ingiustizia non si tiene e non si deve far imbrigliare. Altro che manganelli. Perché punire la protesta quando invece bisogna ascoltarla e insieme con essa trovare le risposte.
"Precari a cinquanta anni è una ferita della vita, che segna, che marca l'esistenza di chi è colpito e delle loro famiglie, impone di rinunciare al futuro, impone la logica del se, l'indicativo, il tempo della certezza è abolito, il futuro, un tempo dimenticato". L'indifferenza non si cambia, devi scuoterla e provocarla. La lotta per i propri diritti è insostituibile e insopprimibile.

Si prova dello choc nel vedere le proteste? "Lo choc più grande è l'anestesia mentale di una società indifferente al dramma altrui. Se bisogna ricorrere a proteste choc significa che il sonno della ragione ha generato il mostro dell'indifferenza..."
Chi spacca il Paese? Chi difende il proprio lavoro con i suoi diritti o chi li colpisce? Lo sappia bene il Presidente del Consiglio, maestro del non ascolto, quando apostrofa gli operai, i giovani e i vecchi, gli italiani e gli stranieri, donne e uomini, che da piazza San Giovanni in poi hanno acceso la fiammella di una protesta democratica e di massa che si diffonde nel Paese.
Intanto questi lavoratori condannati e i loro compagni disoccupati sono già diventati simbolo della gravità della crisi italiana e della desertificazione industriale ed è inaccettabile diventino anche vittime di una palese ingiustizia.

In una società dove siamo controllati, per legge, minuto per minuto dall'ingresso all'uscita dell'autostrada, dal prelievo dei soldi al bancomat alla nostra possibilità di spesa, si è condannati se qualcuno vuol far conoscere quanto è in difficoltà a vivere e quanto è a rischio il suo futuro. Il diritto di far conoscere i propri diritti offesi è condannato come un delitto. Che società è questa che non comprende, fra l'altro, che se quelli senza lavoro non lo esigono sempre meno saranno coloro che potranno pagare autostrade, carte di credito ecc.. ecc..? (im)

5 novembre 2014

 

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Cgil si appellerà contro la condanna degli operai ex VDC

bandiere-cgil 350-260Sorpresi e dispiaciuti dalla condanna dei 180 lavoratori ex Vdc.

Aspetteremo le motivazioni della sentenza per esprimere un parere più articolato, ma faremo sicuramente appello a questa sentenza perché riteniamo non sia stato tenuto nella giusta considerazione il dramma di 1.400 lavoratori che, improvvisamente, nel 2009 sono stati sbattuti fuori dalla loro azienda, senza speranza alcuna di vedersi rioccupati.

La Segreteria Provinciale.

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