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I buoni per l’emergenza alimentare

Covid 19

Coronavirus spesa supermercato 350 mindi Angelino Loffredi - Questa mattina la notizia più commentata riguarda l’assegnazione, da parte delle autorità governative ai comuni italiani, della disponibilità di 400 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza alimentare, aggravata dalle ripercussioni sociali dovute alla diffusione del Corona Virus.

Non è il caso, per ora, di discutere se la cifra sia sufficiente o meno, è importante seguirne la direttrice di marcia, che si muove, giustamente, per sostenere gli ultimi, chi sta peggio.

Proprio per questo credo sia importante mantenere l’attenzione attorno al tema e conoscere la somma disponibile per il comune di Ceccano e quando questa sarà concretamente erogabile.

Sin da ora il comune deve essere in grado di avere sotto gli occhi un quadro reale del disagio sociale dei propri cittadini in modo da essere in grado, da subito, di soddisfare le esigenze più urgenti.

Oggi più di ieri esiste la necessità di conoscere, seguire ed intervenire. Non bisogna rilasciare cambiali in bianco nelle mani di nessuno. Se vogliamo evitare che i Buoni alimentari cadano nelle mani di chi non ne ha diritto la Partecipazione e la Trasparenza rimangono gli unici strumenti per fronteggiare positivamente situazioni dolorose e precarie utilizzando metodi giusti e non di favore.

Ceccano 30 marzo 2020

 

 

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Ceccano: Il sostegno del PSI al Commissario Prefettizio

Comunicato stampa

psi 350 minIl PSI cittadino rinnova tutto il proprio sostegno all'attività di governo della città operata con attenzione e senso di responsabilità per opera del Commissario Prefettizio e del Vice-commissario Prefettizio, rivolgendo loro un doveroso plauso.

In questo momento così delicato per la nostra comunità la politica -specie quella locale- ha il gravoso compito di sostenere senza se e senza ma le strategie sovra territoriali messe in campo per fronteggiare l’emergenza e preservare l’incolumità dei cittadini e, sin dal primo momento in tutte le altre realtà il PSI ha perseguito questo unico obiettivo.

Ci sarà tempo per la politica attiva, ora il nostro ruolo è principalmente quello di essere da esempio in ambito di osservanza scrupolosa delle regole, di diffusione delle informazioni utili al contrasto all'emergenza COVID-19 e di supporto della nostra comunità, per quanto ci è consentito dalle nostre abitazioni.

Pieno sostegno dunque e piena collaborazione agli organi di governo cittadino e sovra territoriali: i socialisti, a Ceccano come altrove, si stringono alle Istituzioni e fanno la loro parte con rigore e responsabilità: STIAMO TUTTI A CASA e confidiamo nelle misure di sostegno alle famiglie e alla comunità che l’amministrazione sta attuando con puntualità, pure in una condizione così straordinaria, sconosciuta e delicata.

L’attivazione del C.O.C. (Centro Operativo Comunale) è ulteriore garanzia di attenzione per il territorio, ma se tutti noi non ci atterremo alle limitazioni tutto il sacrificio dei più rischierebbe di non servire a molto.

In chiusura il PSI esprime tutta la solidarietà possibile al momento non unicamente per gli operatori sanitari impegnati in prima linea e a tutti i lavoratori che garantiscono i beni di primaria importanza, ma anche e doverosamente alle centinaia di concittadini, lavoratori in proprio, commercianti, liberi professionisti, precari e disoccupati che in questa emergenza vivono senza esagerazione una tragedia nella tragedia. Ceccano è una città seria, forte e capace di risorse inesauribili: preserviamo la nostra salute oggi non senza sacrificio per essere tutti insiemi domani ed affrontare uniti questa pesante crisi che soltanto un mese fa ha trasformato le nostre vite.

Sezione PSI “Sandro Pertini” di Ceccano - Il Segretario Antonio Ciotoli

Ceccano, 27 MARZO 2020

 

 

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Coronavirus: Pupi Avati scrive alla RAI

Bellissima lettera alla Rai di Pupi Avati

PupiAvati 350 minRiflessione e proposta

E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi ,che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava Memories of you, meglio di Benny Goodman . E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo ,cimiteriale di una città morta , appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire.

Ma in questo sterminato silenzio , che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria , ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci.
E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore , di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto , soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.

Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film , “ dimmi quando ricomincia “ dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove. . Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente , è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire

E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia.
E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente.

Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittorii, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro ,al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare , quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Pupi Avati

 fonte: corriere.it

 

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Coronavirus e rispetto delle norme...in India

 Disciplina e rigore....

 

 

 

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Quando finirà?

L'interrogativo di tutti

sanificazionesuoli 350 mindi Elia Fiorillo - L’interrogativo che in questi giorni ci rintrona in testa come un leitmotiv è: «Quando finirà? Un altro mese? Altri due? Quando?». Gli occhi puntati sono sulla Cina. Da lì è tutto cominciato con il Coronavirus e pare che, dalle notizie che ci vengono, proprio in Cina si registrano risultati positivi. Ovvero la fine della pandemia.

È finita in Cina com’è cominciata, senza alcun segno premonitore dell’inizio del disastro virale. Al di là della quarantena, senza vaccini ancora da trovare. Sarà così anche nel nostro Paese? Probabilmente sì. Come, speriamo, al di là delle polemiche, l’Italia possa regalare al mondo un vaccino contro questo terribile e temibile virus.

Chi ne sta facendo più le spese dell’esiziale virus sono gli anziani, in special modo quelli che vivono da soli o che sono ospitati in case di riposo. Se ne vanno senza neanche poter avere vicino i loro cari. Senza una benedizione alle bare in cui sono stati deposti. È sicuramente terribile per un familiare non avere la possibilità d’accompagnare al cimitero e piangere il proprio caro defunto. Ma la prudenza in questi casi non è mai troppa. I rischi di contagio sono spaventosi e ha fatto bene il nostro Governo a emanare norme molto, ma molto restrittive.

Nella disgrazia atroce che ha colpito il nostro Paese un elemento positivo. Il riconoscimento unanime all’Italia della capacità di affrontare il virus in modo efficiente ed efficace. Insomma, in questo caso non siamo secondi a nessuno. Per lo spirito d’abnegazione che abbiamo messo nell’affrontare il pericolo. Per le scelte drastiche messe in atto dal nostro Governo. Ma, soprattutto, per la capacità dei nostri infermieri, dei nostri medici nello sfidare - senza alcun timore - un «male oscuro» che, più che ad altri, per loro poteva essere estremamente esiziale. E i numeri dei decessi del personale medico ed infermieristico dimostrano come questa categoria si è opposta, senza preoccupazioni per le proprie vite, al funesto virus.

Ci sono poi atti eroici che non potranno mai essere dimenticati. Come quello compiuto da un medico affetto dal virus, con gravi difficoltà respiratorie, che non esita a dare il respiratore che lo teneva in vita ad un giovane degente. Pur sapendo che quel gesto gli poteva costare la vita, com’è stato. E di casi del genere, di pura generosità, se ne potrebbero elencare altri.

E pensare che il nostro Paese è stato spesso visto all’estero – ma anche da noi italici, in verità - come terra del qualunquismo. Una realtà che come «squadra» puntualmente fa autogol. Stavolta, in caso di necessità come spesso avviene, ci siamo dimostrati altruisti, anche oltremisura.

Nell’analizzare certe situazioni, come quella testé descritta, ma anche pensando alle varie calamità che il nostro Paese ha dovuto sopportare – terremoti, alluvioni, ecc -, una domanda viene spontanea: «Perché solo nelle grandi avversità diventiamo una squadra eccezionale, superiore a tutte le altre?».

Se certi valori non li hai dentro, se non li conosci, non li possiedi, nemmeno nel momento del bisogno assoluto essi possono uscir fuori. Non ci sono e basta! Ciò significa che, al di là della nostra immagine nel mondo, spesso centrata sul qualunquismo, sull’egoismo, sul disinteresse, sulla svogliatezza, e chi più ne ha più ne metta, siamo un popolo di grande generosità. È un vero peccato che la nostra indole positiva debba venir fuori solo nel momento dell’assoluto bisogno, quando altri, con molta probabilità e anche con qualche giustificazione, difronte a situazioni estreme avrebbero, come si dice, «cambiato strada». No, noi italiani certe strade, in caso di necessità, non le cambiamo, anzi ci affrettiamo a percorrerle.

Pensate un po’ se la tecnica del battere strade difficili, tortuose, impraticabili, noi italiani l’applicassimo per le normali vie lastricate e senza buche o fossi. Pensate un po’ se facessimo squadra anche nei momenti non eccezionali, ma sempre. Con le nostre materie prime «magnifiche», ma anche con i nostri «cervelli» non secondi a nessuno, potremmo essere in molti campi i primissimi nel mondo.

Già oggi il nostro «made in Italy» mette i brividi alla concorrenza nel mondo. Si sono inventati di tutto per creare problemi a questo marchio. Lo hanno denigrato, copiato. Ma, al di là di tutto, anche dei nostri «carachiri», non c’è proprio niente da fare, anche divisi, riusciamo a mantenere primati mondiali. E se fossimo fortemente uniti…?

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Mogol contro il coranavirus

L'inno contro il coronavirus di Mogol cantato da medici e infermieri

 

 

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Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

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Oggi, un particolare equinozio di primavera

Forum dei Giovani di Frosinone

PalazzoComunaleFrosinone 350 260di Michele Scaccia* - Oggi è il giorno dell’equinozio di primavera, uno dei due giorni durante l’anno in cui ci sono le stesse ore di luce e di buio. Questo mi fa venire in mente l’associazione con il brutto periodo che l’Italia e il mondo intero stanno attraversando.

Paragono le ore di buio alle persone che non hanno preso coscienza della pericolosità di questo virus, che non sanno guardare oltre l’orticello in cui stanno ben radicati i loro egoismi, interessi e scuse, quelle che si fanno correre dietro dalle forze dell’ordine per essere obbligate ad avere rispetto del dono della vita, sì, perché la vita è un dono, non ce lo dimentichiamo. E ancora alle persone che fanno rimbalzare video e messaggi carichi di polemiche, recriminazioni, offese verso chi cerca di mettere in guardia, come se fosse il momento…

Paragono le ore di buio alle persone che escono da casa appena possibile fornendo gambe a questo maledetto virus, a quelle che non guardano negli occhi chi lancia accorati messaggi, sempre e comunque in modo rispettoso ed educato, dalle zone da dove vengono portate via camionette piene di bare. Questa gente obbliga chi ha scelto di osservare seriamente le regole a rimanere a casa almeno per il triplo del tempo necessario, si arroga la responsabilità di rallentare la ripresa dell’economia italiana senza rendersi conto delle difficoltà che incontreremo per rialzarci.

Paragono invece le ore di luce a tutto il personale della sanità, agli autotrasportatori, alle forze dell’ordine, volontari, commessi, ai rispettosi di divieti e regole, a tutti quelli che non ho nominato ma che comunque ogni giorno, non avendo scelta, devono recarsi sul posto di lavoro rischiando di ammalarsi insieme ai loro familiari.

Non andrà tutto bene, non passerà presto e non “festeggeremo”, non vedo come e cosa si potrebbe festeggiare con il lutto al braccio. Possiamo però impegnarci per non fare peggio. Dobbiamo essere tutti a rimboccarci le maniche per curare il nostro paese, da tutti deve venire l’aiuto più grande.

Non si può sentirsi orgogliosi di essere italiani solo guardando il Tricolore riflesso sulla facciata di un monumento famoso in giro per il mondo o tra l’acqua di una cascata, solo portando la mano al petto mentre ascoltiamo l’inno di Mameli sul balcone di casa. Verde bianco e rosso devono essere i colori del nostro cuore e delle nostre coscienze, non tre colori senza significato tra i tanti in una scatola di pastelli. Tutto quello che vorrei ancora scrivere ve lo risparmio, mi sono già troppo dilungato.

Solo un’ultima cosa, tra qualche mese ci sarà il solstizio d’estate: più ore di luce e meno di buio.


*Il presidente del Forum dei giovani
Scaccia Michele

 

 

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La vita al tempo del coronavirus

Questo nostro tempo di emergenza

mascherineantivirus 350 mindi Valentino Bettinelli - C’è tempo durante questa quarantena; un tempo da riscoprire, un tempo per pensare e rivalutare il proprio stile di vita, in relazione a quello che, sempre di più, sta diventando protagonista delle nostre giornate: il nuovo Coronavirus, classificato dalle due scienziate dello Spallanzani come COVID-19.

Il virus che sta contagiando migliaia di persone in tutto il mondo è partito da Wuhan, megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti, scatenando una vera e propria guerra che si sta combattendo senza armi convenzionali, ma che sta lasciando dietro di sé una scia di morte senza precedenti.

Il nostro tempo, in queste settimane di isolamento, è scandito dal rincorrersi delle notizie, dal susseguirsi dei Decreti e dall’attesa del resoconto quotidiano del Capo della Protezione Civile Borrelli. Le dichiarazioni delle 18:00 sono il vero e prorpio bollettino della guerra in corso, che negli ultimi giorni ci racconta una situazione drammatica, atrocemente devastante per il nostro Paese, colpito da un aumento esponenziale di contagi e da un numero di decessi che non è secondo nemmeno alla Cina. Un primato poco gratificante, che delinea un quadro complicato e che fa guardare al prossimo futuro con preoccupazione, ma che deve essere un forte ammonimento per chi ancora oggi non riesce a cambiare i ritmi del proprio tempo, della propria vita.
Parchi, strade e città sono ancora piene di persone che continuano ad uscire per motivi non dovuti a esigenze di primaria importanza. E’ urgente, e quantomai necessario, sviluppare una piena coscienza sulla situazione di emergenza che stiamo vivendo. Bisogna essere consapevoli che senza un corretto comportamento, e senza rispettare le direttive restrittive non sarà possibile un’uscita in breve tempo da questa epidemia.

Non è accettabile assistere inermi, da casa, all’incoscienza dei molti che, in barba alle buone norme del senso civico, continuano a vivere la prorpia quotidianità con i ritmi di sempre. Bisogna capire, tornando al concetto del tempo, che il tempo di oggi necessita di un rallentamento, per far sì che il tempo di domani torni a scorrere con il ritmo consueto.

Non si può pensare di essere immuni da una pandemia che sta seminando panico in tutto il mondo. Non si può, e non si deve essere correi di un contagio che rischia di immobilizzare il nostro futuro, congestionando la sanità e distruggendo in maniera irrimediabile la nostra economia.

C’è stata una sottovalutazione iniziale del fenomeno, che ci ha fatto pensare che il virus potesse nascere e morire in quella Cina che sembrava così lontana ed isolata da noi. Purtoppo non abbiamo preso in considerazione la facilità della diffusione di un virus nel tempo della globalizzazione e dei collegamenti rapidi tra Paesi. Anche in seguito ai primi focolai italiani, da Codogno a Vo’ Euganeo, il senso comune era quello di una “semplice influenza” che colpisce nella sua forma più grave solo i più anziani, come se questi ultimi fossero meritevoli di una morte atroce, lontani dai propri cari, costretti a spegnersi su un letto di ospedale, attaccati ad una respiratore che prova a tenerli in vita.

Oggi è arrivato il tempo della responsabilità. E se per la politica è il momento delle decisioni emergenziali e consistenti, per i cittadini è arrivato il giorno di sviluppare il tanto decantato senso civico. Le immagini di qualche giorno fa di Bergamo siano un monito per tutti noi; una fila di camoin militari che trasportavano salme. Donne e uomini, vittime di un nemico invisibile ed infido, costretti ad essere allontanati dalla propria città per garantire loro un giusto trattamento dopo la morte. Bergamo è l’esempio della strage che il nostro Paese sta vivendo. Comune ricco, dotato di una sanità all’avanguardia, eppure in difficoltà. Il nostro territorio non ha, purtroppo, le stesse caratteristiche della ricca e sviluppata Lombardia; pensiamo, dunque, a quali potrebbero essere gli effetti di un’epidemia dalle nostre parti.

Purtoppo la politica locale sembra un po’ ferma sulle proprie posizioni. C’è bisogno di prevenzione e di anticipare, come in una vera e propria guerra appunto, le mosse di un avversario potente, come il COVID-19. Tante proposte sono state avanzate per prevenire una eventuale esplosione di contagi, in particolare la riattivazione degli ex ospedali di Anagni, Ceccano e Pontecorvo. Le istituzioni sembrano, però, non attente a queste richieste, quantomai necessarie in un territorio che non offre una garanzia sanitaria tale da vivere con serenità questo periodo di emergenza.

La vita di oggi, alle porte di una primavera che per fortuna sembra non accorgersi del disastro che stiamo vivendo, è sempre più scandita da un tempo dove ognuno di noi ha la facoltà di imporre il proprio ritmo. Curioso come in musica questa libertà lasciata all’esecutore venga indicata da un punto definito Coronato. Uno scherzo del destino, forse, ma un’opportunità di riscoprire se stessi, le proprie priorità e il proprio rapporto con un tempo che troppo spesso ci costringe a vivere il quotidiano con frenesia.

Ancora una volta, in conclusione di queste riflessioni, mi preme richiamare tutti alla responsabilità e al rispetto delle norme e delle linee guida diffuse dal Governo e richiamate costantemente dagli esperti. Oggi dobbiamo fare squadra, tutti insieme, senza polemiche che contribuiscono solo a sterilizzare le azioni, al fianco di chi, come i medici e gli infermieri, lottano in prima linea per sconfiggere l’avversario di turno. Dobbiamo essere una grande retrovia, in grado di offrirci sostegno l’un l’altro e, così facendo, la musica che oggi ravviva i balconi delle nostre città tornerà a risuonare nelle piazze e nelle strade.

Torneremo a rivalutare l’importanza di un abbraccio e scopriremo di essere un grande Paese che, ancora una volta, ha saputo lottare e resistere, sconfiggendo un invasore che oggi si chiama COVID-19.

 

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Abolire la nota 388 è un obbligo morale del MIUR

 Covid 19 e Scuola

miur 350 mindi Antonella Necci - La docente Filomena Pinca scrive ad uno dei tanti quotidiani online che ci informano sulle notizie burocratiche della scuola per porre i propri paletti culturali e anche per far capire l'illogicitá della nota Miur n. 388 del 17 marzo 2020, e della quale i sindacati di categoria hanno chiesto l'annullamento in data 18 marzo 2020.

La docente è risentita, come tanti altri, intanto per il tono adottato in tale nota Miur, come se il periodo di vacanza fosse cominciato in quel lontano 5 marzo e i docenti, invece di curare gli interessi delle proprie classi, fossero partiti per viaggi in posti esotici. Meglio rimproverarmi subito per negligenza, avranno pensato nelle alte sfere burocratiche. Non sia mai che ci rubino le prenotazioni.

Ma al tono perentorio fanno seguito una serie di categoriche disposizioni che non tengono conto del significato di didattica a distanza, peraltro svolta dai docenti in remoto e con i propri mezzi, che non sempre sono adeguati allo scopo.

Certo, non sempre sono adeguati, perché un bonus di 500 euro cumulabile solo per due anni, per un totale di 1000 euro, non ti permette di acquistare il Mac più sofisticato che molti alunni possiedono, e che alcuni di loro hanno acquistato con i loro "risparmi" e che si attesta attorno ai 5000 euro. Consideriamo, pertanto, i docenti alla stregua di quei pochi o tanti alunni che non hanno un PC valido, aggiornato, veloce, iperconnesso. Del resto lo stipendio dei prof. equivale ad un quarto di quello dei dirigenti scolastici, ad un decimo di quello dei dirigenti Miur, ad un ventesimo di quello di un ministro dell'istruzione.
Quindi il tono perentorio è assolutamente fuori luogo, oltre che materialmente inapplicabile.

Chiarito questo, semmai ce ne fosse bisogno per tutti coloro che non hanno ben chiaro il momento estremo, complesso in cui stiamo cercando di lavorare, tenendo il più possibile coesi i nostri alunni, monitorando i loro sforzi h24 su applicazioni non create dai geni informatici che vanno bene a tali burocrati, ma da ricercatori software che non lavorano in una italietta corrotta, ma in centri specializzati siti in luoghi dove ancora si premiano le vere eccellenze, e ritornando alla professoressa Filomena Pinca, qui di seguito vi allego la sua lettera che chiede il ritiro della nota Miur 388 proprio perché nessuno vuole venire meno agli obblighi morali nei confronti dei propri studenti.

"Mi sono imbattuta sui Social in un carteggio davvero singolare, protagonisti il M.I. e i docenti. Strano, perché dovremmo appartenere tutti alla stessa “famiglia”. Ho letto le motivazioni per i cui i miei colleghi chiedono il ritiro della Nota 388 a firma dell’Ispettore Bruschi e non mi sembra che con questo vogliano venir meno a degli obblighi morali o costituzionali. Personalmente è dal 5 marzo 2020 che continuo a garantire il diritto allo studio ai miei studenti e, ovviamente, lo faccio applicando l’art.33 della nostra amata Costituzione, non perché “me lo chiede il Ministro”. Sono una docente, ho la legge morale dentro di me e il cielo stellato sono i miei ragazzi, non lascerei mai qualcuno di loro indietro o in difficoltà e sono sicura che ciò sia valido per tutti coloro che amano questo lavoro, perno della società.

Quella nota scritta in perfetto burocratese, alla fine cui prodest?

Siamo consapevoli che la formazione è “obbligatoria, permanente e strutturale” e sappiamo che l’ex Miur fissa gli ambiti dell’aggiornamento, il Dirigente Scolastico detta le linee di indirizzo e, infine, il Collegio Docenti, cuore pulsante della comunità scolastica, elabora tutte queste indicazioni e inserisce specifiche proposte formative all’interno del Piano Triennale dell’Offerta Formativa del proprio Istituto.

Per quanto riguarda i 21 anni di “conoscenza delle tecnologie innovative”, che discendono dal DPR 275/1999, art. 4, comma 5, sinceramente non credo affatto che nel 1999 si pensasse alla didattica a distanza e soprattutto ritengo che il concetto sia ascrivibile ad una conoscenza delle TIC come strumento di supporto e mai come fine.

Mi lascia un po’ perplessa il periodo che così recita ancora nella risposta ai colleghi: “Si tratta di prime indicazioni, come ben evidenziato, che sono però strutturate non su idee personali dei funzionari ministeriali o dei dirigenti scolastici, bensì sulla lettura attenta della norma, la quale comprensibilmente – per non essere sua competenza contrattuale -, sembra sfuggire manifestamente alla Sua conoscenza”. Beh, se lo scrivere fosse meno sibillino, si potrebbe capire a quale norma si faccia riferimento, ma non è possibile dal momento che NON ESISTE. Invece, esiste il secondo comma dell’articolo 25 del T.U. 165 del 2001, il quale precisa che i poteri del dirigente scolastico sono esercitati nel rispetto delle competenze degli organi collegiali.

Il modo pariniano, poi, in cui si congedano i singoli docenti scriventi, “Restiamo in attesa delle Sue qualificate proposte – alternative alla complessa struttura organizzativa messa in atto nelle ultime settimane dal Ministero – al fine di garantire a tutti gli studenti italiani il diritto allo studio, in un contesto di piena validità giuridica dell’anno scolastico.”, m’induce a far notare che la Ministra stessa è laureata in Legge e si avvale della collaborazione di esperti della normativa che un docente, comprensibilmente, non può conoscere non essendo sua competenza contrattuale."

 

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