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Cosa è stato l'incontro fra Letta e le Sardine?

 CRONACHE&INTERVISTE

Da open.online l'intervista a Jasmine Cristallo sull'incontro con Enrico Letta

di Felice Florio
JasmineCristallo 350 minLe Sardine dopo l’incontro con Letta. Cristallo: «Ha riconosciuto il nostro ruolo» – L’intervista.


Il movimento guidato da Mattia Santori supporterà alle amministrative i candidati di centrosinistra in quei territori «in cui ci sarà la volontà di fare larghe coalizioni»
Prima di incontrare tutte le forze politiche del «campo largo di centrosinistra», Enrico Letta ha scelto di parlare con un movimento che non ha mai voluto fare il passo per costituirsi come partito. Le Sardine sono nate il 14 novembre 2019 su iniziativa di quattro ragazzi. Da quel momento hanno riempito decine di piazze, proprio quelle che i Dem avevano lasciato vuote durante la campagna elettorale per le elezioni regionali di gennaio 2020. Questo movimento prima ha contribuito alla vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna. Poi, complice la pandemia, le Sardine sono lentamente scomparse dalla scena politica nazionale.

Non si è dimenticato di loro, invece, il segretario Pd. Ieri, 26 marzo, c’è stato un colloquio durato quasi due ore tra Letta, il vicesegretario Giuseppe Provenzano, il coordinatore della segreteria Marco Meloni e alcuni rappresentanti delle Sardine, tra cui Mattia Santori e Jasmine Cristallo. «Un incontro utile e costruttivo» l’ha definito Letta. «Abbiamo scambiato riflessioni e messo sul tavolo idee. Ottime prospettive. Avanti». Nel futuro prossimo, in vista delle elezioni amministrative, bisognerà capire con quali formule le Sardine torneranno a dare il proprio contribuito ai candidati del centrosinistra. «Non sarà un sostegno incondizionato – assicura a Open la Cristallo – al Partito democratico. Premieremo lo sforzo di fare coalizioni ampie e che rispecchino la nostra base valoriale».

Cristallo, com’è stato l’incontro con Letta?
«Si è svolto in un clima positivo. Ecco, la franchezza è la cosa che più mi ha colpito. Non c’è stato un approccio docente-discente, ma abbiamo discusso in modo cordiale e franco».

Vi ha chiesto supporto per le iniziative che intraprenderà il Pd?
«Più che richieste reciproche ci siamo scambiati spunti. Noi abbiamo portato avanti le nostre istanze, le tematiche che ci stanno a cuore».

Quali istanze?
«È stato un confronto di quasi due ore. Sintetizzando, abbiamo voluto sottolineare quanto sia fondamentale per le forze politiche cercare energie fuori da se stesse. Noi non siamo una formazione politica, ma incarniamo un’esigenza che va persino al di là delle Sardine. L’abbiamo dimostrato con l’eterogeneità e la partecipazione massiccia nelle piazze: ci siamo fatti interpreti di una richiesta accorata di politica in grado di contrastare il populismo. Dal Pd ci aspettiamo che non si pieghi alla dinamica populista del nemico-amico e inizi a parlare di complessità, facendo delle buone sintesi per la costruzione di un fronte progressista».

E lei, personalmente, ha detto qualcosa in particolare a Letta?
«Io posso definirmi una erede eretica della sinistra, ma c’è una generazione che è totalmente orfana di politica. Le sezioni di partito, un tempo, avevano una funzione educativa che adesso non c’è più. Si recuperi quel tipo di formazione, uscendo dalle dinamiche di asserragliamento. Ciò che invece ho segnalato al segretario è la situazione grave che vive il Pd, con due dimensioni territoriali del partito: una buona, quella della base, che conserva in maniera ostinata i valori del centrosinistra, e una cattiva, quella dei potentati, che cercano di difendere le torri di avorio anche in vista del taglio dei parlamentari».

Faccia un esempio.
«In Calabria abbiamo un Partito democratico commissariato. La città di Cosenza porta avanti una volontà di apertura, di fronte largo, un’unione di forze che si inserisce nell’alveo dell’incontro tra Letta e Giuseppe Conte. A livello regionale, invece, succede che viene fatto il nome di un candidato che non ha una coalizione alle spalle, e ciò contraddice la linea nazionale del partito».

A proposito di Letta e Conte, le Sardine vedono di buon occhio un’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Pd?
«Stiamo parlando di due ex presidenti del Consiglio chiamati a portare a termine un’operazione fondamentale: riunire un campo di forze progressiste. Dovremmo avere tutti come faro l’esempio di padri e madri costituenti. Seguendo quell’esempio virtuoso, Letta e Conte dovranno impegnarsi mantenendo ognuno la propria storia politica, rivendicandola, ma facendo convogliare le energie dei democratici e dei 5 stelle in un lavoro congiunto di costruzione».

Lei da tempo si batte per la questione di genere. Condivide la decisione di Letta di sostituire i due capigruppo Pd di Camera e Senato?
«È un atto politico le cui caratteristiche devono essere comprese. Io ho capito il passaggio, perché credo che la politica debba comunicare anche attraverso dei simboli. Il cambio dei capigruppo è stato un simbolo, di fatto la volontà di testimoniare un’inversione di rotta. Certo, non basta questo per derubricare la questione di genere in politica».

Le Sardine non sono mai state così vicine al Pd come adesso. Bonaccini vi ha, di fatto, scaricate poco tempo fa. Cos’è cambiato?
«Sono rimasta molto dispiaciuta perché il nostro approccio per la causa emiliana era di puro slancio, disinteressato da ruoli, ma semplicemente di sostegno al centrosinistra. Non si può non riconoscere il nostro contributo in quella tornata elettorale. Con Nicola Zingaretti, invece, abbiamo sempre avuto un buon rapporto, così come con la presidente Valentina Cuppi. Non c’è stato un cambiamento, per rispondere alla domanda, semplicemente il Pd è un arcipelago e sarei bugiarda se non ammettessi che ci sono alcune correnti che soffrono la nostra presenza nel centrosinistra».

Letta, prima di incontrare Matteo Renzi, ha parlato con le Sardine. È un segnale?
«Quello di Letta è stato un atto di generosità, ci siamo trovati davanti a un uomo con una grande onestà intellettuale che ci ha riconosciuto un ruolo importante nella tornata elettorale emiliano-romagnola. Il fatto che l’abbia riconosciuto, ci dà nuova linfa».

Le Sardine ripartono da Letta.
«Le Sardine restano dove sono sempre state, manifestandosi come collegamento, come ponte tra le mille anime del centrosinistra. Le Sardine parlano con Letta, con Bersani, con le associazioni, con la società civile…».

Con Calenda e Renzi parlate? Perché Letta, per rilanciare un centrosinistra di campo largo, con loro si incontrerà.
«Innanzitutto per me tra Renzi e Calenda c’è una bella differenza e non mi sento di equipararli. Certamente di entrambi non condivido che si siano fatti eleggere in un partito per poi crearne un altro ad personam. Se lasci un partito devi dimetterti perché non incarni più la volontà del popolo sovrano e il suo mandato. Renzi ha gravissime responsabilità politiche e comportamenti inaccettabili, basti pensare alle relazioni intrattenute con il principe Mohammad bin Salman. Ritengo che dovrà risponderne alla storia. Gli italiani, hanno già presentato il conto e i sondaggi lo certificano. Io non l’ho mai apprezzato».

Alle amministrative di autunno le Sardine sosterranno il Pd come è stato fatto alle elezioni in Emilia-Romagna?
«Non ci siamo mai sottratti alle partecipazioni elettorali. Anche la scorsa estate abbiamo fatto un lungo tour, sostenendo le persone e i progetti che erano vicini al nostro mondo valoriale. Ad esempio, ci siamo spesi molto per la candidatura di Jacopo Melio alle regionali in Toscana. Così sarà il prossimo autunno: ci spenderemo nei luoghi in cui incontreremo i nostri valori. Ma non sarà un sostegno indistinto. Ci aspettiamo che l’idea nazionale di allargare il campo di centrosinistra sia coerente in tutti i territori. Non sarà, il nostro, un sostegno incondizionato al Partito democratico. Premieremo lo sforzo di fare coalizioni ampie e che rispecchino la nostra base valoriale».

Il Movimento 5 stelle, però, ha quella matrice populista che voi avete sempre criticato.
«Il Movimento 5 stelle si è dovuto scontrare con la realpolitik. Non ho mai lesinato critiche al Pd e ai 5 stelle. Ma vivo in questo Paese, in questo momento storico, e so che i 5 stelle hanno rappresentato una forza importante per una grande fetta di elettorato. Non possiamo ignorare i processi di maturazione e la volontà di evolversi. Hanno imparato che per governare bisogna accettare dei compromessi, quando questi compromessi arrivano dal governo della complessità e non dai personalismi. Per questo, non mi sento di dire di no a priori al tentativo di Conte. L’orizzonte più importante è far sì che nasca un fronte compatto per arginare l’avanzata delle destre. Dobbiamo essere competitivi correndo insieme».

Vedremo mai partecipare alle elezioni una lista delle Sardine?
«Non lo so dire. Penso che i tempi non siano ancora maturi per immaginare un passo di questo tipo. Una decisione così importante deve essere il risultato di consultazioni più ampie con tutte le Sardine sparse in Italia. Restiamo, per ora, non una formazione politica, ma un’esigenza che si fa movimento: l’esigenza di persone che vorrebbero vedere attuati i principi costituzionali. Presidiamo la politica affinché essa stessa ripristini i valori che il populismo ha compromesso».

 

fonte: https://www.open.online/2021/03/27/pd-letta-sardine-centrosinistra-intervista-a-jasmine-cristallo/

 

 

 

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Unità, identità, visione: cosa serve al Pd

OPINIONI. Partiti

Sono giorni difficili anche per la politica e per il PD

di Romeo Fionda
BANDIERE PD 350 260Sono giorni molto complicati, difficili. Stiamo vivendo la gestione dell'emergenza Covid che sta colpendo di nuovo, molto duramente tutto il nostro territorio. L'incidenza delle varianti si fa sentire e sta anche cambiando volto a questa pandemia. Pesano le difficoltà delle persone, delle famiglie, degli adolescenti, delle persone con disabilità, di chi lavora e di chi ha perso il lavoro perché precario, di chi sta tentando di tenere con mille difficoltà le serrande ancora alzate.

Sono giorni difficili anche per la politica, per il PD.
Credo sia utile provare a fare insieme un ragionamento insieme su quello che è accaduto e sta accadendo:
•La formazione del governo Draghi con una maggioranza larghissima segue ad una sostanziale dichiarazione di fallimento della politica da parte del Presidente Mattarella che ha scompaginato tutti gli equilibri pre-esistenti e rischia di cambiare profondamente anche il PD.
•Zingaretti si è dimesso da qualche giorno. Voglio anche ringraziare Zingaretti per il lavoro svolto e per aver guidato il PD , in una fase difficile per l'Italia, con coerenza e spirito unitario, facendolo tornare a vincere e rompendo l'isolamento politico che lo aveva marginalizzato. Un lavoro importante svolto in pochi mesi.
•Abbiamo un nuovo segretario: Enrico Letta. Un politico di grande levatura internazionale che ha fatto subito chiarezza su come intende muoversi nel Partito, senza “ipocrisie”. Una grande battaglia per lo Ius soli, che significa per noi tutti: diritti, costituzione, lavoro, società, uguaglianza, dignità e umanità.

Su questo il Partito Democratico sfiderà il governo Draghi e le forze politiche che lo sostengono. Per andare avanti servirà un partito rinnovato nelle forme e nelle regole, ha detto il nuovo segretario. Per battersi contro il correntismo al nostro interno e contro il trasformismo in Parlamento, per la piena attuazione dell’art. 49 della carta costituzionale. Allo stesso tempo, ha chiarito, bisognerà consolidare il profilo dei valori, con la battaglia delle idee, con lo studio e la militanza. Per rendere davvero la nostra comunità libera e inclusiva verso chi è escluso per ragioni sociali, di genere, culturali e anagrafiche. Anzitutto le donne e i giovani.

Non si parte quindi da zero, anche se la situazione é difficile. Credo che Letta sia la figura giusta per rilanciare questo percorso ma penso che non abbia la bacchetta magica. Da solo potrà fare delle cose ma non tutto. Soprattutto al PD serve darsi un'identità chiara, coerente con i nostri valori.
Un'identità che non si fonda però astrattamente solo su valori enunciati ma su scelte di campo da praticare.
La crisi del PD è anche la crisi del campo progressista, e sicuramente chiarisce definitivamente il bivio a cui ci troviamo. Un bivio che non può essere affrontato soltanto con l’ennesimo cambio di segretario.

Ha ragione Provenzano, "Capisco Zingaretti. Malato un Pd che vive solo per il potere, in ogni caso dobbiamo cambiare tutto e ora. L'identità va ricostruita su lavoro, sanità, fisco per uscire dalla ztl" .
Occorre a questo punto ricostruire il presente e il futuro su delle basi che siano finalmente diverse:
1. Transizione ecologica;
2. Lavoro di qualità;
3. Contrasto alle diseguaglianze sociali, territoriali, quelle di genere e anche quelle generazionali.
La transizione ecologica ci offre opportunità senza precedenti: possiamo dare del lavoro di qualità, facendo risparmiare alle famiglie e riducendo al contempo le emissioni così nocive per l'ambiente, per la nostra salute. Possiamo fare ciò attraverso l'efficientamento energetico delle strutture pubbliche e private, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio in prevenzione anziché intervenire sempre dopo l'emergenza, attraverso l'economia circolare e l’uso delle energie rinnovabili che oggi costano meno delle fonti fossili.

Per quanto riguarda il terzo punto è essenziale dare risposte a chi oggi sta pagando, di nuovo, maggiormente questa crisi, cioè le donne e i giovani, che secondo i dati dell'ISTAT sono stati colpiti di più dagli effetti della crisi sanitaria in termini di posti di lavoro persi, anche perché hanno ereditato una situazione già compromessa dall’onda d’urto della crisi economica iniziata nel 2007.

L’Italia è un “paese rugoso”, come scrive Fabrizio Barca, e quindi non possiamo immaginare, né a Roma né a Cassino, di cercare di costruire delle risposte che vadano bene per tutto il territorio.
Diventa basilare la gestione di risorse senza precedenti che arrivano con il Next Generation, oltre 200 miliardi da investire bene e in fretta per ricostruire il Paese su basi nuove. Avviamo, anche noi, una discussione larga, aperta, che vada oltre il PD, che in qualche modo possa focalizzarsi su questi temi, che riguardano i problemi concreti della vita delle persone, perché altrimenti il dibattito politico, oggi così asfissiante, non lo capisce nessuno, e con un paese che soffre così tanto, invece, avremo tante cose da dire: sulla sanità, sulla scuola pubblica, sui beni comuni, sulla crisi climatica, sulle politiche sociali e su come creare lavoro dignitoso.

Allora mi chiedo, se non sia questo, per quanto così caotico e drammatico, il momento buono per immaginare un cambiamento e per raggiungere l'obiettivo, ma sono essenziali una discussione e un confronto largo dentro e fuori del PD.
Una discussione che in qualche modo possa focalizzarsi su questi temi che riguardano i problemi concreti della vita delle persone, perché altrimenti il dibattito politico non lo capirebbe nessuno.
Non servono a niente grandi contenitori come i partiti, così pieni di contraddizioni se non sanno indicare una direzione chiara e dire parole coerenti.
Vale per il PD, per il M5S, ma anche per la sinistra, per gli ecologisti.
In questa fase è necessario mettere insieme una rete che trasversalmente unisca chi nelle diverse forze sociali e politiche condivide questa stessa visione del futuro, che pone al centro la giustizia ambientale, la giustizia sociale, il tema della parità, il lavoro di qualità.

Una rete in cui ognuno metta in gioco la propria sensibilità e la propria identità.
Ripartiamo da qui perché se iniziamo con la domanda sbagliata difficilmente ne usciremo con una risposta giusta.
Se iniziamo a chiederci quale partito, oppure quale atteggiamento verso il governo e con chi lo guida è migliore, temo, che resteremo divisi dagli steccati del ceto politico e non riusciremo a ridiscutere con quelle forze, soprattutto più giovani, che si stanno muovendo, tra cui le mobilitazioni sociali e le esperienze migliori anche nel terzo settore. Abbiamo bisogno di questa aria fresca, credo, per ricostruire una visione condivisa e soltanto così potremmo riavvicinare le nostre posizioni, riaggregarci attorno a questa comune visione e a valori che siano davvero condivisi.

Servono proposte coraggiose, ci servono persone credibili per ricostruire l'intero campo su basi diverse.
Un campo che parli il linguaggio del futuro in grado di interpretare le nuove sfide e dare risposte ai bisogni concreti delle nostre comunità, per scrivere una storia che sia davvero diversa altrimenti temo che con gli schemi del passato non riusciremo a dare risposte a queste nuove urgentissime sfide.

Lunedì 15 marzo 2021

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Fiume Cosa: il Parco che vogliamo

Il Capoluogo

Comunicato del Coordinamento Schioppo Bene Comune. 25 gennaio 2021

schioppobenecomune 390 minIl Coordinamento “Schioppo Bene Comune”, con riferimento agli interventi di esponenti dell'Amministrazione comunale apparsi di recente sulla stampa locale in merito alla realizzazione del Parco del Fiume Cosa, ritiene di dover esplicitare la propria visione su come dovrebbe configurarsi un progetto di parco che interessi il tratto urbano del fiume Cosa e le sue aree spondali.
Il dibattito in corso ha focalizzato l'attenzione sull'accesso agli stanziamenti piuttosto che su ciò che si intende realizzare. È invece a nostro avviso prioritaria la condivisione dell'idea progettuale di fondo che ispira gli interventi desiderati sull'area. Tale idea, peraltro, non può non scaturire dalla conoscenza acquisita di chi il fiume lo frequenta e lo vive, ne conosce le dinamiche idrogeologiche e lo stato del suo ecosistema, e sa comprendere il valore della biodiversità che ospita. Perché per progettare è necessario saper ascoltare il fiume, conoscerne il respiro fatto di alternanza stagionale di piene e siccità, che vincola in modo molto rigido le possibilità di intervento.

Noi crediamo fermamente che la fruibilità delle aree spondali debba coniugarsi in maniera inscindibile con la tutela e la salvaguardia della naturalità degli habitat, che è il vero patrimonio da consegnare in eredità alle future generazioni. L'obiettivo primario deve essere dunque non certo la realizzazione di interventi costosi, manomissivi o di opere tanto invadenti quanto effimere, quanto piuttosto la conservazione della wilderness, l'arricchimento della diversità floro-faunistica, la preservazione dei servizi ecosistemici resi dall'ambiente fluviale, in una prospettiva di irrobustimento tangibile della resilienza urbana.

Ciò che proponiamo non è, sia chiaro, la creazione di un santuario intoccabile e inaccessibile. Proponiamo che siano i cittadini, con la loro partecipazione attiva, gli attori della tutela e cura, nonché i beneficiari ultimi del futuro parco, in un'ottica di ricucitura armonica degli insediamenti antropici esistenti con il corridoio ecologico che attraversa la città da parte a parte e che costituisce oggi un valore aggiunto e identitario di Frosinone. L’autogestione in regime di Bene Comune che si sta sperimentando allo Schioppo, laddove cittadini, associati e non, tutelano, curano e rendono fruibile l’area a tutti i cittadini.
Ben venga dunque un progetto per il parco finalizzato a ricucire il rapporto tra "fiume e città", tra Frosinone alta e bassa, la qual cosa renderebbe l'asta fluviale il cuore verde della città e dunque anche segno identitario della stessa.

Ben venga quindi il parco, purché lo sia non solo nominalmente ma effettivamente. Ben vengano il restauro e la valorizzazione delle antiche mole, purché siano accompagnati dalla tutela delle altre emergenze storiche e archeologiche rinvenibili lungo il corso del fiume. Ben venga la realizzazione di percorsi ciclopedonali a basso impatto, ma contestualmente a un'azione capillare di rimboschimento di essenze arboree autoctone da attuarsi con la partecipazione attiva della cittadinanza e delle scuole.

A questo proposito, deve essere sottolineata la centralità del fiume Cosa e dei suoi ambienti più rappresentativi - come l’area dello Schioppo - oggetto delle cure assidue dei volontari delle nostre Associazioni, come anche l’area di Maniano, Mola Vecchia, Vignali-Fontana Tonica, nell’educazione ambientale delle nuove generazioni, vero pilastro nella costruzione di una comunità che sappia confrontarsi con le immani sfide poste dalla crisi ecologica e climatica.

Rifuggiamo dunque dall'idea di un parco come l'ennesima opportunità, dipinta stavolta di verde, per distribuire denaro pubblico e prebende dai ritorni elettorali, ma sosteniamo invece con forza il progetto di un parco vero in cui tutti possano sì camminare ma in punta di piedi, un parco autenticamente tale in grado di riconciliare i frusinati con la natura dimenticata che nonostante tutto ancora prorompe nel cuore della città.

 

 

 

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Divorzio, 50 anni dopo: cosa è cambiato

Dopo 50 anni

Un prezioso diritto conquistato nel 1970 e difeso vittoriosamente nel 1974

di Rossana Germani
Vogliamoildivorzio 350 minEra il primo dicembre del 1970 quando l’ordinamento giuridico italiano introduce la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. La legge n.898 fu una grande conquista. Fu una conquista, mi permetto di dire, soprattutto per quelle donne che spesso, una volta sposate, si trovavano incatenate ad un uomo a volte violento, a volte padrone e impositore. Nel 1974 tentarono di abrogarla col referendum ma fortunatamente vinse il NO. Sono passati 50 anni da quella legge e mi sento di dire un profondo grazie a quelle donne e a quegli uomini che si batterono per donare a tutti un diritto in più.
La storia di Anna è frutto della mia fantasia ma credo che ce ne siano di reali molto simili.
Tratto dal libro “Storie in Centrifuga” di Lorenzo Rossomandi e Rossana Germani. Temperatura edizioni.

Tutti i giorni la stessa routine. Si alzava all'alba, cominciava a riassettare la casa mentre tutti ancora dormivano e intanto teneva d'occhio l'orologio. Doveva svegliarlo alle sette in punto, altrimenti avrebbe passato la giornata a piangere per quei lividi che l'ira del marito le avrebbe di certo procurato. Anna non stava mai con le mani in mano ma era soltanto una casalinga, una madre e una moglie. E questo dava a suo marito l'autorizzazione a trattarla come uno straccio vecchio. Stava tutto il giorno in casa, in quella grande casa. Troppo grande per quattro persone. Troppo silenziosa quando i figli andavano a scuola. Troppo rumorosa quando restava da sola con lui. Era uno di quei mariti che dicono di amare la propria moglie scambiando il sesso per amore. Di quei mariti che invece di essere compagni di vita sono padroni di vita. Padroni e direttori della vita della propria moglie. Di quei mariti che pretendono a suon di botte, o violenze verbali, che tutto vada secondo il loro modo di vedere. Maschilisti per natura. Egoisti e crudeli. Anna stava cominciando ad abituarsi a quelle violenze. Cominciava ad accettarle. Si colpevolizzava. Pensava che, in fondo, aveva ragione lui. Era lui quello che portava i soldi a casa. Era grazie a lui che i suoi figli potevano permettersi di fare una vita agiata.

Lei veniva da un'umile famiglia di contadini e allevatori. Non le era mai mancato nulla ma non era mai uscita fuori dalla sua provincia. Caserta, in fondo, aveva tutto ed era sempre piena di turisti. Quella reggia, poi, aveva dato lavoro ai suoi tre fratelli mentre lei, ispirata proprio dal Vanvitelli, voleva studiare per diventare un bravo architetto. Ma quel giorno, proprio in quel giardino inglese della reggia, quell'incontro con il bel napoletano cambiò le sorti della sua vita. Si sposò quasi subito e dopo sei mesi abbandonò l'università e quindi il suo sogno. Non fu una sua decisione, se ne rendeva conto, ma era innamorata. O credeva di esserlo.

La sua vita cambiò drasticamente. Andò a vivere in quell'enorme casa a Napoli. Catapultata in un nuovo ambiente e senza la sua calorosa famiglia, Anna si sentiva sola. Non si sentiva abbastanza amata. Non era così che l'aveva immaginata la vita di coppia. I primi tempi forse suo marito l'aveva anche un po' coccolata, ma ben presto la magia finì e lei si ritrovò accanto un uomo diverso, freddo, cinico e anche violento. Soprattutto dopo l'arrivo dei figli, lui alzava spesso la voce, offendeva, ordinava e pretendeva. E poi, cominciarono le violenze fisiche: prima lievi ma poi, via via sempre più pesanti tanto che spesso doveva recarsi al pronto soccorso accompagnata dal marito stesso che la minacciava costringendola a fare le solite dichiarazioni da casalinga sbadata: “sono caduta per le scale, sono scivolata in cortile, sono inciampata sul tappeto, sono scivolata in bagno, ecc…”.

Non c'era più complicità o forse non c'era mai stata. Forse lei, troppo ingenua, troppo giovane e innamorata di un uomo più grande, quella complicità l'aveva solo immaginata nella sua testa.
Ora si sentiva umiliata da quell'uomo.
Si sentiva sola. Stava vivendo una vita che non le piaceva.
Usciva solo per fare la spesa. Andava al negozietto del quartiere, a piedi. Già, a piedi. Il marito non le aveva permesso nemmeno di prendere la patente di guida. Non le serviva, diceva. Quando dovevano fare acquisti eccezionali l’accompagnava sempre lui. Aveva il controllo su di lei. Nell'ultimo anno anche le uscite domenicali per andare a trovare la famiglia a Caserta si stavano sempre più diradando. Lei ne soffriva molto e anche i suoi figli, che a casa dei nonni ritrovavano quella serenità che la vita in campagna, tra i cavalli, i cani, i gatti e le galline nell'aia, offriva.

Sembrava essersi rassegnata a quella vita, finché un giorno arrivò quella lettera. Non ci sperava più ormai. Erano mesi che aveva fatto la domanda e alla fine, dopo tutto quel tempo, ci aveva perso la speranza. E invece... invece arrivò la risposta positiva. L'aspettavano per un colloquio in quella grande fabbrica di elettrodomestici. Alla Ignis aspettavano proprio lei, Anna, quella madre amorevole, moglie maltrattata e umiliata ma donna capace di lavorare. Donna con braccia, gambe e un cervello perfettamente funzionanti. Quella lettera la risvegliò da quel limbo in cui era finita, in cui si era lasciata cadere. Quel lavoro l'avrebbe riscattata, l'avrebbe fatta rialzare, l'avrebbe resa indipendente economicamente ma soprattutto indipendente da quel marito che ogni giorno che passava la umiliava sempre di più.

Così, quella mattina del giorno stabilito, Anna si presentò puntuale all'appuntamento e la sua voglia di lavorare bastò al responsabile del personale per assumerla quel giorno stesso senza dover passare tutto l'iter. Era felice, avrebbe cominciato a vivere, finalmente.
Le cose cominciavano ad andare per il verso giusto, anche il marito cominciava ad avere un atteggiamento diverso nei suoi confronti, ma Anna non dimenticava tutti i lividi. Forse ora non erano più visibili ma rimanevano impressi nella sua mente e nella sua anima.
Non poteva dimenticare tutte le offese, le brutte parole e le umiliazioni.
Non poteva dimenticare tutte quelle volte che l'aveva posseduta contro il suo volere.

Erano passati cinque anni dalla legge 898, quella sul divorzio, e appena uno da quel referendum che quelliNO NO al Referendum min come suo marito avevano cercato di utilizzare per abrogarla. Lei aveva votato per il NO contrariamente a quello che il marito le aveva detto di fare, e ne andava fiera.

Ora aveva la possibilità di liberarsi.

Sì, doveva proprio farlo, era giusto, ma ci voleva quella spinta, quel coraggio e quel distacco che a lei mancavano. Non aveva nemmeno un'amica con cui sfogarsi e alla quale chiedere consiglio. In fabbrica, sì, aveva legato con molte colleghe ma non al punto da poter confidare cose personali così pesanti.

Con Nico, però, era diverso. Lui era molto simile a lei, sempre disposto ad ascoltare e mai a criticare. Le parlava non solo come un amico ma anche come un fratello o un padre. Era sempre pronto a consolarla e a consigliarla. Le aveva detto che c'era un'associazione a tutela delle donne maltrattate che avrebbe potuto aiutarla. Le aveva persino procurato il numero di telefono. Molte volte, quando si ritrovava da sola in casa, dopo l'ennesimo maltrattamento subito, Anna aveva preso la cornetta e composto quel numero ma quando la voce all'altro capo cominciava a fare domande, chiudeva la telefonata. Non si sentiva pronta per affrontare tutte le conseguenze che quella sua iniziativa avrebbe portato. Anche nell'ultimo colloquio avuto con la dottoressa del pronto soccorso, per un momento pensò di fare quel passo e dire la verità ma non ce la fece.

"Sono caduta dalle scale". Questa era una frase che aveva usato troppe volte, ora le toccava inventarne altre. Ma quando raccontò di aver battuto lo zigomo all'anta dell'armadio, la dottoressa la portò in un'altra stanza, lontano dal marito che l'aveva accompagnata. Poco dopo si trovò a rispondere al maresciallo dei carabinieri che nel frattempo era stato avvisato. Travolta da tutte quelle domande, alla fine, Anna crollò in un pianto liberatorio. Raccontò tutto. Tra le lacrime sue e della dottoressa che non riuscì a rimanere impassibile, si liberò di quel peso che si portava dentro da troppi anni. Scattò subito la denuncia e dopo qualche udienza in cui dovette rivivere tutte quelle brutte scene, Anna riuscì ad uscire da quell'incubo che la teneva incatenata ad una vita che non era la sua.

Con i suoi due figli andò a vivere in un piccolo appartamento vicino la fabbrica. Certo non era la bella casa in cui il marito le aveva, quasi per gentile concessione, permesso di vivere. Ma questa era frutto del suo lavoro, un lavoro dignitoso, di tutto rispetto: operaia addetta al controllo dei cestelli. Era un lavoro ripetitivo ma non troppo pesante e a fine mese le permetteva di poter pagare l'affitto e far fronte alle esigenze primarie dei suoi figli prima che delle sue.

Era rinata. Stava vivendo una nuova vita, era serena, attiva e felice. Aveva fatto anche una specie di concorso interno e lo aveva vinto. Era passata di grado, ora era responsabile del settore controllo meccanico: capo area. Il lavoro non era più noioso e ripetitivo. Era di responsabilità. Guadagnava di più e si sentiva gratificata.

E poi, aveva sempre in testa il suo Domenico. Era stato il suo primo e forse unico vero amore. E ora che era tornata libera e soprattutto che lo aveva ritrovato, Anna sognava di tornare ad amare e di essere amata.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

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Vi presento la Phytolacca decandra: cos'è e a cosa serve

SaluteBenessere

Un altro potente anti virale

di Antonio Colasanti

Phytolacca 390 minLa "Phytolacca decandra" è una pianta originaria dell'America settentrionale, coltivata ed introdotta in Europa nel 1600, a scopo terapeutico. Si usa la radice. La pianta contiene il 45% di potassa caustica, la "filtolaccina" alcaloide, sostanze resinose e peptiche, inoltre una saponina idrosolubile ed una sostanza colorante rosso di cariofillina.

Nella medicina popolare i suoi frutti rossi venivano usati come purgante, mentre le radici trovano impiego nelle malattie del ricambio, come artritismo, obesità, reumatismo articolare. Esternamente venne usata nella cura della psoriasi, nella tigna del capo tricofita e fungina.

Recentemente dalla pianta è stata isolata una proteina ad effetto antivirale. mentre dalla radice sono state isolate 5 sostanze dalle proprietà mitogene.

L'estratto di Phytolacca possiede una potente e specifica azione di stimolazione della mitosi dei linfociti "T" e "B" di origine midollare. Quindi l'uso della Phytolacca stimola la formazione dei linfociti deputati alla formazione degli anticorpi.

La tintura di phytolacca viene usata nellae infezioni del cavo oro-faringeo tanto è vero che viene chiamata"penicellina vegetale" tutto cio giustifica il suo impiego in campo oncologico integrato. La phytolacca presenta molte somiglianza con il sambuco.

Nella pianta: foglie, radici, bacche è presente un potente principio attivo antivirale la "PAP" proteina antivirale dotata di un azione ad ampio spettro contro una vasta gamma di virus. nella sua forma attiva la "pap" è stata in grado di rendere inattivo il "Virus Hiv", ma la stessa pianta è un potente antivirale ad ampio spettro, per di piu la radice agisce a livello linfatico potenziando l'effetto dei linfonodi.

La posologia per la tintura di Phytolacca è di 10 gocce in poca acqua, mattino e sera; in tisana foglie e fiori, 1 cucchiaio in 500 cc di acqua. Bere 2 tazze al di.

Ecco un altro potente anti virale in particolare contro il covid 19.

 

 

 

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Ceccano. Ma che cosa aspettano?

Stanno sempre lì i tronchi ammassati contro le colonne del ponte sul fiume Sacco

coraggiodicambiare 350ok minNonostante siano state effettuate più segnalazioni, i tronchi ammassati contro le colonne del ponte sul fiume Sacco, che collega Piazza Berardi con Borgo Berardi, non sono ancora stati rimossi.
La situazione del fiume nei pressi del ponte non può essere ulteriormente sottovalutata, perché risulta rappresentare un potenziale pericolo, non solo per il ponte stesso ma per le aree a monte.
Delle sei arcate del fiume, due, in destra idraulica, sono completamente ostruite da una folta vegetazione cresciuta in loco. La mancanza di detriti e tronchi dimostrano che non sono state interessate dall’ultima piena.
Le rimanenti quattro arcate hanno una luce ridotta, anche sensibilmente, da un groviglio di tronchi e rami, trasportati dalle piogge di fine inverno.
La traversa a monte risulta seriamente danneggiata dall’ultima piena. Grossi tronchi, ancora incastrati nel punto franato, sono pronti ad alimentare, unitamente alle porzioni di muratura franati, gli accumuli alla base dei piloni del ponte.
Altri grossi tronchi sono arenati lungo la sponda destra, pronti a fare diga con quelli già a ridosso del ponte.
pizzuti-350 minLe piogge di fine estate-autunno, normalmente copiose nel nostro bacino idrografico, possono creare seri problemi. Non solo al ponte, che potrebbe veder ridotta sensibilmente la capacità di scorrimento di una portata autunnale anche non eccessiva. Il problema maggiore potrebbe venire dall’innalzamento del livello delle acque, conseguente al diminuito deflusso, che potrebbe portare all’esondazione a monte del ponte, sia dove non sono stati completati i lavori di innalzamento delle sponde, che in destra idraulica dove resta una parte dell’area golenica, dallo stabilimento Annunziata fino allo scarico del depuratore ASI, con possibile compromissione della circolazione in Via per Frosinone e allagamenti di numerose abitazioni.
E’ impellente effettuare la rimozione di tutti i tronchi, accumulati alla base del ponte e sparsi nell’area a monte nonché del ripristino della traversa a monte del ponte, finché persiste l’attuale periodo di magra, al fine di prevenire possibili danni a cose e persone.
Nell’impossibilità di attendere i tempi lunghi per affidare “qualche appalto” si può, stante la situazione di possibile immanente pericolo, attivare la Protezione Civile e chiedere l’intervento dei Vigili del Fuoco per la rimozione. Si può, inoltre, predisporre, con urgenza una gara per il ripristino della traversa.
Questo è quanto farebbe una “buona amministrazione della cosa pubblica” nell’interesse della collettività.

Oriano Pizzuti, Candidato con la lista Ceccano a Sinistra per Emanuela Piroli Sindaco alle elezioni Comune di Ceccano

 

 

 

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Disoccupati cosa ci aspetta nel 2020?

assembleadiVertFrusinate 7ott19 350 minLuigi Carlini - Anno nuovo, nuovi improrogabili impegni.
Noi disoccupati di Vertenza Frusinate abbiamo maturato nelle lotte affrontate e per quelle ancora da affrontare, la consapevolezza di metterci in gioco, come sempre, con la nostra faccia.
D’altronde non abbiamo altre alternative. Ripartiamo perciò dalle Dichiarazioni che l'assessore al lavoro del Lazio, Claudio Di Berardino rilasciò il 12 dicembre 2019: «In merito alle aree di crisi industriale complessa, c’è inoltre la necessità di prevedere un loro rifinanziamento per il 2020, introducendo un emendamento alla Legge di Bilancio che consenta il sostegno agli ammortizzatori sociali nelle Aree di crisi complessa, nonché a disporre di risorse sufficienti per la mobilità in deroga per 12 mesi».

Vertenza Frusinate prontamente ha scritto all'assessore Di Berardino ricordandogli i mesi da recuperare per tutti, sia nel 2018, che nel 2019 perché oltre al denaro perso, mancano anche i contributi figurativi che in questo periodo sono molto importanti per tante persone perché potrebbero consentire loro di valorizzare i calcoli e condizioni ai fini della pensione.

Ci sono, inoltre, da acquisire certezza circa i finanziamenti che nella Legge finanziaria 2020 sono previsti per le Aree di crisi industriale complessa. Dalla lettura della Gazzetta ufficiale si intuisce che il governo ha fatto lo spacchettamento delle aree di crisi complesse. Lazio, Sardegna e Sicilia stanziando circa 10 milioni di euro. Tutto qui? Non è molto, ma se è poco come vanno utilizzati? Perché le istituzioni e i sindacati, se hanno notizie precise del denaro stanziato non ci mettono a conoscenza di quello che realmente sarà disponibile?

C'è la necessità, intanto, di un nuovo accordo quadro che comprenda i 12 mesi di deroga più i mesi persi individualmente da molti disoccupati. Questo si deve fare nel più breve tempo possibile perché ci siamo stufati di aspettare mesi e mesi prima che ci danno questa miseria di mobilità. Abbiamo anche delle proposte da fare a tutte le istituzioni, presidente della Provincia, politici, sindacato. A questo proposito vale la pena rammentare a tutti noi disoccupati, quanto accadde nel 2015. Vertenza Frusinate venne a sapere che a Livorno e Piombino c'era uno strumento molto importante per i disoccupati che avevano perso il lavoro, messo a disposizione dal governo e si chiamava "Area di crisi complessa". Durante un consiglio provinciale Vertenza Frusinate propose ai presenti e a tutte le istituzioni questo strumento utile per il territorio; ci sono voluti molti passaggi prima che ci dichiarassero area di crisi industriale complessa.

Dopo circa due anni di continue battaglie e assemblee permanenti, che ci sembrarono eterni, finalmente ottenemmo questo riconoscimento del nostro territorio. Anche parte della provincia di Frosinone fu dichiarata ”Area di crisi complessa" e a luglio 2016 arrivò la prima proroga della mobilità per quelli che avevano meno di 50 anni. Questo riconoscimento al nostro territorio permise, poi, il 9 maggio 2017 che fosse approvata la proroga della mobilità per gli altri disoccupati. Adesso come allora da Livorno e Piombino, c'è un ulteriore novità per le aree di crisi complessa come la nostra.

Il 6 dicembre 2019 è stato approvato un ordine del giorno che impegna il governo italiano ad istituire una Zona Economica Speciale ZES. L’istituzione di Zone Economiche Speciali (ZES) appaiono quanto mai opportune per permettere l’adozione di regimi fiscali e tariffari adeguati anche a quelle aree del paese che richiedono un rilancio economico e produttivo, su questo ulteriore strumento, con la serietà dovuta e l'impegno di tutti noi, ci si può lavorare sopra e utilizzarlo come abbiamo fatto nel 2015 con l'area di crisi complessa.
Abbiamo prontamente scritto all'assessore Di Berardino di questa novità, la zona ZES (zona economica speciale) chiedendogli se anche noi possiamo usufruire di questo strumento. Ad oggi non abbiamo avuto risposte.
Forse si tratta di studiare una rielaborazione di questo strumento (già bocciato più volte) che renda utilizzabili le agevolazioni della ZES non solo nelle zone colpite da calamità naturale, ma anche in quelle caratterizzate da perdurante condizione di disagio sociale e da carenza di occupazione, nonché da desertificazione industriale.

La nostra storia sembra destinata ripetersi.

Vorrei sempre ricordarvi che se la nostra area di crisi complessa non è attrattiva e virtuosa, dipende maggiormente dai disoccupati che non fanno abbastanza nel chiedere alle istituzioni TUTTE di svolgere il proprio lavoro, ossia proteggere il proprio territorio e non il proprio orticello.

La delusione che ci procura la mancanza di ogni iniziativa per l’avvio delle cosiddette “POLITICHE ATTIVE” è angosciante perché ci priva di ogni prospettiva futura. Ci lascia in un limbo senza speranza.

Si dice sempre che di denaro per le politiche attive ce n'è tantissimo, ma ora non è questa la sede per ripetere l’ennesimo elenco. Quello che manca è una volontà politica che diventi irreversibile iniziativa che pensi e progetti un futuro per il proprio territorio.

Crediamo che non esista un territorio in Italia più dimenticato e se volete più tradito dai suoi eletti come il frusinate. Non é una bestemmia, è la constatazione della mancanza di guida e di cura in cui vivono i cittadini di questa provincia. Basterebbe impegnarsi seriamente per i problemi reali cominciando dalla bonifica della Valle del Sacco, a partire dai 53 milioni di euro a disposizione del territorio e si creerebbero tantissimi posti di lavoro.

Altrove ci si muove diversamente: sono in arrivo 150 milioni di euro in 2 anni, i primi 50 milioni già nel 2020, per le aree di crisi complessa di Taranto, lo prevede un emendamento dei relatori alla manovra corretto da un subemendamento M5S. Previsti anche 100 milioni l’anno per due anni per le agevolazioni per l’attrazione degli investimenti privati sul Mezzogiorno, questi finanziamenti erano dell'area di crisi complessa di Torino, sono stati spostati nell'area di Taranto, perché la politica locale e tutte le istituzioni hanno fatto squadra.

Risulta rifinanziato il Bonus assunzione Sud manovra 2020, (questo bonus è stato conquistato da Vertenza Frusinate quando c'era l'assessore al lavoro Lucia Valente) nel 2017 quando fummo ricevuti in regione: 8060 euro di sgravio per ogni nuova assunzione di disoccupati a tempo indeterminato, anche nel 2020 nelle Regioni: Molise, Campania, Calabria, Abbruzzo, Sicilia, Puglia e Sardegna, ma nel Lazio non si hanno notizie se ancora ancora esiste di questo bonus, avranno spostato pure questo oppure no?

Che fine hanno fatto questi provvedimenti?

L’Italia continua ad essere uno dei maggiori finanziatori del bilancio dell’Unione Europea ma non è in grado di ottenere e spendere adeguatamente le risorse comunitarie, nel 2018 l’Italia ha complessivamente versato nelle casse di Bruxelles la somma di 17 miliardi (con il +23,1 per cento rispetto all’anno precedente), mentre dall’Unione abbiamo ricevuto in totale nel 2018 la somma di 10,1 miliardi. 7 miliardi di euro sono rimasti nelle casse della comunità europea, possibile che i politici del territorio non sono capaci di intercettare quel denaro proveniente dalla comunità europea per la green economy?

Quando noi "TUTTI" riusciremo a capire che, agendo insieme, siamo come un vento potente che riesce a direzionare le bandiere, qualsiasi tipo di colore esse siano, allora saremo molto avanti....

Quando ognuno di noi penserà con la propria testa, abbandonerà l'egoismo, si dedicherà un po' agli altri meno fortunati, uscirà dalle "gabbie mentali" della solita politica e soprattutto non delegherà più nessuno e ci metterà la faccia, saremo molto avanti...

Quando riusciremo a capire che, anche se una persona lavora, non c'è la fa a vivere dignitosamente perché la ricchezza non è distribuita equamente? Sono decenni che è in atto una crescente diseguaglianza sociale, quasi tutta la ricchezza prodotta è andata soltanto al 10% del popolo, mentre il resto e anche la classe media continuano ad arrancare...

 

 

 

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Voto 2019. Il 26 maggio cosa è successo

VotoUE 2019 in Italia minIl voto del 2019 è sotto la lente di tutti gli analisti nazionali. Vediamo di riuscire a leggere quello espresso nello spazio dove viviamo.. la comunità frusinate, nel Lazio.

418.116 elettori; 251.174 votanti 60,07%; schede nulle 5.884; schede bianche 5.703: schede contestate 9. Questi voti si suddividono come segue:
Lega Salvini Premier 96.671 (40,35%); M5S 44.494 (18,57%); PD 38.536 (16,08%); FdI 21.319 (8,90%); FI 19.472 (8,13%). La destra arriva a 137.462 voti (57,38)], la sinistra si ferma a 43.179 (18%)], anche aggregando altre piccolissime formazioni e non proprio definibili di sinistra, a mala pena sfiora il 20%, ma è una forzatura.
Diverso il quadro che emerse dalle urne nel 2014: 427.063 Elettori; 253.001 votanti cioè il 59,24 %) Schede bianche 7.989; Schede non valide (bianche incl.) 20.300 che cosi destinarono le loro preferenze: PD 86.328 (37,10%); FI 56.764 (24,39%); M5S 51.172 (21,99%); FdI 9.616 (4,13:); Lega Nord 3.401 (1,46%); L'altra Europa con Tsipras 6.808 (2,93%); Italia dei Valori 1.317 (0,57%); Verdi Europei- Green Italia 1.298 (0,56%) [9423 (4,6%)]

L’inversione dei rapporti di forza è compiuta: la Lega è il primo partito d’Italia. Lo è anche in provincia di Frosinone. La destra a pié pari si appropria o meglio si riappropria (?) della provincia di Frosinone. Leggere quello che accade qui potrà esser utile anche fuori di qui? Provo trattando separatamente due questioni: le scelte operate e i comportamenti dei partiti, delineando il quadro generale che tutti possiamo vedere intorno a noi. (in 3 articoli separati: questo, Partiti ed altro, Il Pd)
Destra e centrodestra raccolgono 137.462 voti pari al 57,38%; centrosinistra e sinistra raccolgono 43.179 pari al 18% e se si volesse aggiungere qualche verde comunque non si arriva neppure al 20% pieno. E, se centrosinistra e sinistra sono un manipolo allo sbando, ce dell’altro, non c'è più il “centro” in provincia e non solo. Il ceto medio che votava quel tipo di centro non c'è più. Deluso e sfiancato dalle promesse non mantenute e dalla malapolitica, ora cerca risposte a destra. Un brutto segno.
Cioè, in generale, a 15 secondi di distanza lo stesso elettore vota Matteo Salvini e sindaci come, per esempio, Marco Galli, Simone Costanzo, Simone Cretaro, Enrico Pittiglio.... Roba da infarto per qualcuno? Ma no! Accade. Che strana contraddizione, dall'aggressività disumana di Salvini all'ipermoderazione dei sindaci (quella che impedisce loro qualunque coraggio verso la STO di Acea Ato 5 o nel Comitato dei Sindaci per governare la Asl, o nella gestione privatizzata dei rifiuti e in generali nei confronti di Regione e Ministeri, o nel chiedere con la dovuta fermezza a Enel che sistemi le reti e le cabine della fornitura di energia elettrica a dovere tanto da non avere lunghissime interruzioni di erogazione alla prime quattro gocce di pioggia o al primo tuono con fulmine), ma comunque sono e restano le uniche orecchie che ascoltano il cittadino. Almeno l’ascolto qui c’è. Sicuramente le amministrazioni locali meritano una trattazione a parte. La farò.

Torno al voto europeo. Rappresenta un quadro politico in cui il “centro” non c’è più. Possiamo pure considerare che esso sia fagocitato in qualche formazione, ma, tuttavia ugualmente non c’è con una sua identità come in precedenza. Significa qualcosa?
Penso proprio di sì. Quella cosiddetta moderazione che ha sempre voluto indentificarsi con il centro mediatore che governa non è più ricercata dagli elettori, ma solo da anacronistici inseguitori collocati nei vertici di alcuni partiti.
Questo centro, che ha ricercato e ancora ricerca d’identificarsi nella rigorosa austerità “europea” ha distrutto le politiche per il lavoro ed ha privato di diritti ceti fragili e ceti medi per la prima volta, è oggi identificato con i responsabili del disastro. La rincorsa al centro non paga più. Soprattutto ora dopo l’esperienza del “centro” delle “larghe intese”. Le ricordate quelle tanto care a Napolitano e a Renzi? L’ossessione della quadratura dei conti non viene apprezzata dagli elettori, perché quei conti non li riguardano. Quel far di conto che ha premiato banche e grande finanza non esercita alcun rassicurante interesse per chi è senza lavoro, per chi ha perso diritti sociali, reddito e prospettive di vita. I Calenda di questa stagione parlano di un far di conto che non torna a chi non sa come sopravvivere. «La paura del “baratro” non ha inciso. Hanno continuato a fare effetto, invece, le altre paure, quelle propinate dalla Lega e da Fratelli d’Italia della Meloni. (Lucia Annunziata)» (alcune paure sono indotte da vere e proprie invenzioni menzognere, indimostrate, come quella che definisce le navi delle ONG in accordo con gli scafisti e operino per l’immigrazione clandestina. Non esiste neppure una prova, infatti proprio sabato 1° giugno è stata dissequestrata anche la nave “Sea Watch”).

Se, poi, passata la paura, perché il sovranismo in Europa non è prevalso, è da sciocchi e sprovveduti tornare a respirare, riproponendo rigori e norme ormai respinte dal voto: pareggi di bilancio, risanamenti forzati e forzosi, occorre cambiare non solo linguaggi, ma adottare misure nuove, diverse e di contrasto alla povertà, alla mancanza di diritti ed alla mancanza di ascolto dei bisogni. Quale forza di convincimento possono avere discorsi di aritmetica contabile per chi non trova lavoro da anni, ma è costretto ad arrangiarsi giorno dopo giorno e non ha interlocutori credibili?
Jean Paul Fitoussi (economista francese premio Nobel)*, scrive ne “Il teorema del lampione o come mettere fine alla sofferenza sociale ...”: «la UE sbaglia sempre, come prende fiato ricomincia come prima a sbagliare». Come pure rincara la dose Thomas Piketty (altro economista francese)* che dopo questo voto ha affermato: «L'ingiustizia favorisce i populisti». E già!

La speranza è dura a morire a fa fare i “tentativi” più diversi e anche sbagliati e forse pure pericolosi, ma il voto sta tutto qui, dentro questa sagra delle diseguaglianze.
Occorre far ripartire una dialettica reale nella società e fra i partiti. Partiti con tutti dentro non servono, perché lì i potenti sopraffanno gli altri, come non servono pulviscolari formazioni in grado di gratificare solo qualche capetto, ma non hanno alcuna capacità attrattiva. Sono solo demotivanti.

Molto pungente questo post di Margherita Eufemi, che trovai subito dopo l’esito elettorale su Facebook: «La formica che odiava lo scarafaggio votò per l'insetticida. Morirono tutti quanti, anche il Grillo che si era astenuto». Contiene delle verità. Ora, tuttavia, occorre affrontare I problemi, che restano tutti interi e forse anche più gravi se seguirà una crisi di governo e il voto anticipato.

*cioè entrambi europei

Seguono: I partiti e altro, il PD e non solo.

aggiornato il 18 giugno '19 alle 8,20

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Cosa rischiano Di Maio e Salvini se si torna al voto?

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il ritorno alle elezioni e i rischi per Di Maio e Salvini.
“Nun c’è bisogno ‘a zingara p’andivinà” – dice la canzone - come andrà a finire tra Salvini e Di Maio. I tempi stringono ed una soluzione va trovata per il varo del nuovo governo. Sia Salvini che Di Maio devono scegliere cosa vorranno fare da “grandi”. Adesso però c’è in gioco il governo del Paese e traccheggiare ancora o, peggio, andare alle elezioni per loro significherebbe una sconfitta più che politica, personale.

Mattarella, dopo aver atteso le mosse dei due “litiganti”, con santa pazienza, ha conferito un nuovo mandato al presidente della Camera, Roberto Fico. Visto il fallimento della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, forzista doc, l’inquilino del Colle ha dato indicazioni più stringenti: lavorare su un’intesa 5Stelle-Pd. E’ vero che i dem ripetono il mantra che loro, avendo perso le elezioni, stanno all’opposizione (ovviamente costruttiva). Ma come dire di “no” al capo dello Stato? Nella politica contrattualistica o dei “due forni” di Gigino Di Maio la soluzione di un esecutivo grillino-dem c’è sempre stata. Il capo però, ovviamente, vuole essere lui. Tutto cambierebbe se Matteo Salvini si decidesse, una buona volta, a lasciar perdere l’ex Cav.. Il presidente del Carroccio però non lo farà. E’ prudente. Punta più ad un assorbimento lento di pezzi di Fi che non ad una guerra guerreggiata in cui il vecchio Silvio s’inventerebbe di tutto e di più per danneggiarlo.

Le carte Fico ne ha poche in mano per formare un governo. Sul fronte Pd, Renzi in testa, l’idea di andare a braccetto con i grillini è ritenuta balzana. Sì, loro hanno sempre sostenuto che avrebbero rispettato le indicazioni del capo dello Stato. Nell’attuale situazione però sarebbe dare una mano a chi li vuole morti. Eppoi ci sono i risultati delle elezioni nel Molise che riaprono le ferite del 4 marzo. Il Partito democratico è al 9,03% che significa aver perso quasi la metà dei consensi rispetto alle politiche. No, niente da fare, nessuna possibilità d’intesa. A Roberto Fico non resterà che ritornare da Mattarella e riferire il nulla di fatto. E, di nuovo, la palla passerà al presidente della Repubblica che non potrà far altro che individuare un governo tecnico alla Monti. Non ci sarà nemmeno bisogno d'esplicitare la mission del nuovo esecutivo: ordinaria amministrazione, riscrittura della legge elettorale e elezioni al più presto possibile. Una vera e propria sconfitta per Salvini e Di Maio che alle elezioni qualche problema l'avrebbero proprio per non essere riusciti a dare al Paese la svolta tanto declamata. Due forze anti vecchio sistema che non riescono ad uscire dai copioni della prima e seconda Repubblica.

Un colpo di teatro ci potrebbe ancora essere. Un'intesa "per il bene del Paese" tra Salvini e Di Maio su un "ibrido" presidente del Consiglio, che potrebbe andar bene ad entrambi i leader. Una squadra di governo, anch'essa "ibrida", che includerebbe anche berlusconiani non di prima linea. Il nuovo governo dovrebbe avere precisi obiettivi, sintesi delle tante promesse elettorali fatte dal Carroccio e dai 5Stelle. Un esecutivo con un programma ben definito per evitare che il Paese, in una situazione non certo felice, ritorni alle elezioni. Certo, non è pensabile che un governo del genere possa reggere per tutta la legislatura, ma almeno per i prossimi due anni, questo sì.

Tutto lascia prevedere che i galli continueranno a beccarsi senza possibilità di qualche intesa. Mattarella, suo malgrado, alzerà la bandiera bianca stabilendo la data delle elezioni. E continuerà la campagna elettorale, in verità mai terminata. È sicuro che Giggino Di Maio e Matteo Salvini prenderanno gli stessi consensi del 4 marzo? Entrambi daranno la colpa all'avversario per come sono andate le cose. Insomma, la solita tarantella fatta di "parole, parole, parole". Non è vero, come qualcuno ritiene, che l'elettorato continuerà ad abboccare agli ami populistici e semplicistici. I risultati sono importanti e in questo giro di cose concrete non se ne sono viste. Reddito di cittadinanza, sburocratizzazione, meno tasse, slogan che ritorneranno nella prossima campagna elettorale e troveranno l'elettore sempre più scettico e sempre più propenso a non votare. La Lega e i 5Stelle si stanno giocando una partita decisiva per loro, ma soprattutto per il Paese.

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Ma cosa è diventata la Scuola italiana?

la scuola da lontano 460 minIl valore per cui mi batto. Un anno fa tanta stampa si interrogava sulla lettera dei 600 professori universitari che denunciavano lacune profonde negli studenti. Si provava ad interpretare, tra lo sconcerto e la preoccupazione, tra la rassegnazione a giovani “irrecuperabili” e il desolato sentimento di un’Italia sempre più ignorante. L’aspetto che la lettera non metteva a fuoco, però, riguarda la qualità del percorso scolastico, ma non dal punto di vista di giovani “privi di capacità di concentrazione, svogliati, indifferenti”; e nemmeno dal punto di vista, acriticamente ripetuto, relativo ad un corpo docente “inadempiente, incapace, impreparato”.
La lettera non prendeva in considerazione che cosa sia diventata la Scuola italiana a valle di riforme che ne hanno modificato la natura stessa: la Scuola non ha più il compito di trasmettere conoscenza, di educare e formare cittadini preparati e consapevoli. La Scuola ha il compito di essere “leggera”, facile, veloce; deve eliminare il peso delle conoscenze per essere la scuola delle competenze, del saper fare, piuttosto che del sapere.
Per comprendere perché gli studenti siano meno preparati e facciano risentire i professori universitari, occorre riflettere su cosa sia la scuola oggi, su cosa gli studenti facciano nelle ore curriculari, e cosa non facciano; si devono conoscere le leggi che hanno riformato la scuola, che hanno modificato in profondità la funzione docente: gli insegnanti devono accompagnare gli alunni nel mondo di Internet, non devono più svolgere le lezioni frontali (ovvero spiegare gli argomenti che gli alunni dovrebbero studiare e imparare), devono facilitare gli apprendimenti, eliminando parti consistenti di programmi, al fine di consegnare agli studenti pacchetti minimi di conoscenze, contenuti e obiettivi sempre più esigui. Gli insegnanti hanno a disposizione sempre meno tempo da dedicare alle lezioni, perché a scuola si spazia tra attività innumerevoli e alternative, appunto, alle lezioni in classe: la Scuola, si scrive, deve essere aperta e interattiva con il territorio (ma ciò oltre ad essere poco chiaro, taglia ore di insegnamento). Da tre anni a questa parte, inoltre, la condizione di una didattica impoverita in tempo e contenuti, è aggravata dalle 200 e 400 ore di alternanza scuola-lavoro, che sposta i ragazzi lontano dalle aule scolastiche, lontani dall’apprendimento, a lavorare gratuitamente presso soggetti ospitanti. Se ciò non bastasse, le cronache ci rimandano fotografie allarmanti, in termini di sicurezza e affidabilità quando, sull’intero territorio nazionale, si sono registrati incidenti ai danni degli studenti, come il caso del ragazzo su cui si è rovesciato il muletto fratturandogli le ginocchia; oppure il caso raccapricciante delle ragazze di Monza vittime di abusi sessuali.
Il tempo scuola, come tempo dello studio e dell’apprendimento, diminuisce: se la scuola non è più chiamata a trasmettere conoscenza; se a scuola entra il mondo degli operatori finanziari, et similia, piuttosto che insegnanti che possano trasmettere cultura; se alla conoscenza si è sostituita la competenza digitale, (utile per che cosa, quando i giovanissimi che entrano nella scuola sono chiamati “nativi digitali”?); come possiamo imputare alla scuola e agli insegnanti, oppure agli studenti stessi, la responsabilità della impreparazione denunciata nella lettera dei professori universitari?
Quella responsabilità va cercata nella qualità inadeguata della scuola di oggi, ma dobbiamo avere il coraggio di comprendere le ragioni di tale inadeguatezza, riconoscendo la povertà intellettuale cui le leggi di riforma scolastiche hanno ridotto la scuola italiana, immiserendone i contenuti, spostando l’attenzione su altro, che non fosse la conoscenza. E riconoscendo anche che un’istituzione pubblica, come è la scuola pubblica, non può funzionare bene se non viene adeguatamente finanziata: senza capacità di spesa non si possono raggiungere risultati, non si mette in sicurezza la scuola, e intendo sotto tutti i punti di vista, dalla sicurezza degli edifici, alla sicurezza di una preparazione solida degli alunni; non si mettono in sicurezza i suoi lavoratori, docenti e Ata, ma soprattutto i suoi studenti, cui poi capita di essere inseriti in statistiche per niente incoraggianti.

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