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E fu la Repubblica

 2 GIUGNO 2021

Referendum. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne 

di Aldo Pirone
vittoria repubblica abitare a Roma 390 minLa cronaca politica di quei giorni tratta dal mio libro "I cinque anni che sconvolsero l'Italia 1943-1948. La rivoluzione democratica" di prossima pubblicazione, edito da Bordeaux

«Il 2 giugno 1946 il meteo dice che l’Italia è divisa. Tempo incerto con temporali al Centro-nord e primo caldo africano nel Sud. Anche le urne riveleranno un paese diviso lungo la stessa linea di demarcazione. Fin dal primo mattino la rivoluzione democratica prende forma davanti ai seggi. Lunghe file di uomini e di donne aspettano pazienti di dire la loro sul futuro dell’Italia. Per le donne, che fra gli aventi diritto al voto sopravanzano gli uomini di un milione, è la prima volta in una votazione politica nazionale. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne. Lo scrutinio inizia il pomeriggio del 3, perché si è votato anche il lunedì mattina. I primi risultati referendari arrivano dal Sud e dicono monarchia. Al Viminale c’è il ministro dell’Interno, il socialista Romita, a dirigere la macchina elettorale. Nella notte la monarchia è avanti, tanto che la mattina presto del 4 De Gasperi comunica al ministro della Real casa Falcone Lucifero che si prospetta una loro vittoria. Poi l’andamento si rovescia, arriva la valanga repubblicana del Centro-nord e nel pomeriggio del giorno successivo Romita annuncia il risultato: è Repubblica. Ma l’Italia è spaccata. Da metà Lazio in su la vittoria repubblicana è schiacciante. Viceversa, nel Sud e nelle isole, è la monarchia a prevalere nettamente.

L'ultima fellonia. Il re sembra accogliere il verdetto come aveva promesso e si prepara a partire per l’esilio. Sennonché ci ripensa. Un gruppo di giuristi padovani ha fatto osservare che il decreto elettorale luogotenenziale n. 98 assegna la vittoria all’opzione espressa dalla «maggioranza degli elettori votanti». Perciò i monarchici vogliono far entrare nel conto anche le schede nulle e bianche di cui ancora non c’è un dato definitivo. Alla fine saranno un milione e mezzo e anche volendole surrettiziamente conteggiare nel quorum, non muterebbero il risultato finale. Lo renderebbero solo più risicato e soggetto a richieste di riconteggi con querelle e recriminazioni infinite da parte monarchica. A dar man forte alla resistenza savoiarda ci si mette anche la Corte di cassazione chiamata a proclamare il risultato definitivo. Il 10 giugno il presidente Pagano legge i voti che hanno preso repubblica e monarchia, non dà il numero di quelli non validi e rimette a un’udienza successiva il giudizio finale L’ostinato e capzioso rifiuto di Umberto di prendere atto del risultato, scatena nel Paese manifestazioni contrapposte: antimonarchiche e antirepubblicane. A Roma, il pomeriggio dell’11, Romita celebra la vittoria della Repubblica con un grandioso comizio a piazza del Popolo. A Napoli, invece, si contano sette morti e molti feriti tra la folla di monarchici che assalta la federazione del Pci in via Medina, colpevole di aver esposto il tricolore senza la “ranocchia”, come viene sprezzantemente chiamato dai repubblicani lo stemma sabaudo. La Cgil mobilita i lavoratori a sostegno del governo. De Gasperi, intanto, fa la spola con il Quirinale cercando di convincere con le buone il re ad accettare il responso delle urne. È un lavoro estenuante, con momenti drammatici. In uno di questi, a Falcone Lucifero che inveisce contro di lui, De Gasperi risponde irato: "E sta bene: domattina o verrà lei a trovare me a Regina Coeli o verrò io a trovare lei". Alla fine, di fronte a un rifiuto che si fa via via più pervicace, cui si aggiunge l’intenzione di volere la ripetizione del referendum, nella notte fra il 12 e 13 il governo decide di far assumere a De Gasperi le funzioni di capo dello Stato ope legis, riducendo il re a semplice cittadino. A far decidere anche i titubanti è un “tintinnar di sciabole” golpista che si sente in alcuni ambienti militari monarchici, avvisaglia della guerra civile. Il governo è compatto nel fronteggiare il monarca. Le posizioni più lucide e intransigenti le ha Togliatti, ma anche il liberale Cattani, pur sostenendo le ragioni del re, non si oppone alle prese di posizione e alle decisioni governative. A propendere, invece, per le ragioni della Corona sono, in via personale, l’ammiraglio Stone e l’ambasciatore inglese Noel Charles. Il 13 Umberto II cede e nel pomeriggio vola da Ciampino verso Cascais in Portogallo. Se ne va irato, lanciando un proclama incendiario al Paese in cui accusa il governo di avere «in spregio alle leggi [...] compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano». De Gasperi, a nome del governo, respinge nella ricostruzione umbertina "quanto di fazioso e mendace" c’è, affermando che il regno dei Savoia "si conclude con una pagina indegna". La fellonia di Umberto l’ha privato del cordiale scambio di saluti che, all’atto della partenza, aveva immaginato di fare con il monarca.

La costituente. Ad aiutare l’isolamento della monarchia nelle sue velleità golpiste, è anche il risultato del voto per l’Assemblea costituente. Per le sinistre è una mezza delusione. I comunisti avevano due obiettivi: diventare primo partito a sinistra e ottenere insieme ai socialisti il 50% dei seggi. Invece, arrivano terzi, dopo il Psiup, e, insieme, non superano il 40%. Sempre a sinistra, chi esce distrutto dal voto è il Partito d’Azione che rimane sotto l’1,5% con due seggi, nonostante sia stato la seconda forza partigiana nella Resistenza. Prevedibilmente, invece, spariscono i demolaburisti, mentre riappare la tradizione storica del Partito repubblicano che conquista 23 seggi. A vincere è, indiscutibilmente, la Dc moderata con il 35% dei voti. Insieme ai liberali supera di poco il blocco socialcomunista. Ma a destra deve fare i conti con la presenza dell’Uomo qualunque che, essenzialmente nel Meridione, ha preso il 5,7% e i monarchici con il loro, più che deludente, 2,3% circa. Appare evidente che l’elettorato cattolico ha votato a maggioranza per la monarchia, in sintonia con il Vaticano che spinge a destra, in senso intransigentemente anticomunista, il partito di De Gasperi. Il panorama politico subisce qualche modificazione che mette irrevocabilmente da parte la vecchia “esarchia” del Cln e riassesta al centro la geografia politica del Paese rispetto al Centro-nord resistenziale. Tramontano, definitivamente, le vecchie personalità liberali prefasciste. Subito dopo i risultati, De Gasperi forma il suo secondo governo. È un quadripartito Dc-Pci-Psiup-Pri. Senza il Pli, che però lascia il ministro Corbino, trasformato in indipendente per l’occasione, a far da sentinella liberista al Tesoro e all’Economia. De Gasperi tiene anche gli Interni e, ad interim, gli Esteri. A capo provvisorio dello Stato i costituenti eleggono Enrico De Nicola, meridionale e monarchico. Lo propone Togliatti e ottiene rapidamente l’accordo unanime. È una figura perfetta per conquistare alla nascente Repubblica il consenso del Sud monarchico e isolare il revanscismo sabaudo».

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Le incrostazioni del Pd

  CRONACHE&COMMENTI

La crosta si rompe aprendosi al movimento di una costituente di un nuovo partito della sinistra

di Aldo Pirone
diceNO 390 minDomenica scorsa all’assemblea nazionale del Pd che ha incoronato segretario Enrico Letta ci sono stati due discorsi. Uno della Presidente del partito Valentina Cuppi e l’altro del segretario in pectore. I mass media naturalmente si sono occupati esclusivamente di quello, molto più lungo, di Letta, tralasciando quello di Valentina. Eppure i commentatori di lorsignori, ma anche di giornali non appartenenti a quel circolo, come “Il Fatto quotidiano” e “il manifesto”, avrebbero fatto bene a rifletterci e a darne estesa notizia. Valentina Cuppi non ha fatto un discorso di circostanza, ha messo le mani direttamente dentro ai problemi d'identità e di visione dei dem e dentro le loro contraddizioni. Non si è limitata solo a denunciare i mali profondi e genetici di quel partito ma ha anche indicato la strada per risolverli e uscire dalla palude correntizia. Il suo intervento non era sovrapponibile a quello di Letta pur non tenero con il suo partito. La prospettiva che Valentina ha proposto è quella di “dare alle persone un partito che si lasci permeare dalle loro istanze, un partito che sappia interpretarle, rappresentarle, combattere [….] partito di sinistra veramente riformista e democratico” che sappia mettere insieme diritti civili e sociali mettendo fine alla timidezza, per non dire di peggio, su questi ultimi. Che cosa volesse dire in concreto, l'ha illustrato raccontando come è nata la proposta parlamentare dei dem sulla riforma dello stage. Una delle forme di lavoro che maschera lo sfruttamento più bieco di giovani precari. In un circolo del Pd di Milano s' incontrano ragazzi stagisti, iscritti e non iscritti al Pd, elaborano una proposta e la fanno arrivare in parlamento. Nelle parole e nei concetti della Cuppi è riecheggiato il suono del vecchio riformismo emiliano, poi sussunto dal Pci, che organizzava i lavoratori, li faceva divenire protagonisti del proprio riscatto sociale e civile. “Combattendo” come ha detto la Cuppi.

Letta, dal canto suo, per dire quale Pd vuole, ha usato un’espressione quasi veltroniana: “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicalità nei comportamenti tra di noi". Ai membri dell’assemblea balcanizzati in correnti ha detto: “Non vi serve un nuovo segretario, vi serve un nuovo Pd”.

Non si può dire che il suo sia stato un discorso accomodante verso i capibastone, né che sia stato culturalmente e socialmente nel solco del vecchio impianto del Lingotto che presiedette alla nascita del Pd. La pandemia ha spinto molti a uscire dalla subalternità al neoliberismo e al conservatorismo caritatevole, prendendo coraggio per distaccarsene. Debole, però, è stato il suo dire sulle questioni riguardanti i lavoratori. L’accenno all’azionariato dei dipendenti risente di una certa cultura cattolica originata dalla “Rerum novarum”. Molto di più avrebbe dovuto proporre in tema di precariato e di lavoro come identità primaria del Pd. Letta ha detto di voler rivitalizzare i Circoli di base e ha annunciato per l’autunno le “Agorà” dem, assemblee di base con iscritti e non iscritti. Tuttavia il suo discorso è stato tutto interno al Pd, considerato il perno da rivitalizzare di una coalizione di centrosinistra vecchio stampo, da Calenda a Fratoianni. La nomina a vicesegretaria di Irene Tinagli di orientamento liberal democratico, ex di Italia Futura di Montezemolo, di Scelta civica di Monti, renziana e poi calendiana - insieme a Peppe Provenzano di orientamento di sinistra – dice più di tante parole quale sia il Pd che Letta vuole ricostruire. Un partito sempre all’interno di un perimetro progressista moderato, magari non come al tempo del neoliberismo rampante e attualmente più piegato verso la socialità perché lì spinge la pandemia. Ma siamo sempre lì.
Mentre oggi a sinistra e nello stesso campo progressista servirebbe ben altro.

Comunque si giudichi l’arrivo di Letta, è bene avere chiaro lo spessore del problema correnti nel Pd. Perché è su questo, innazitutto, che si misurerà la capacità del nuovo segretario di rinnovare se non, come si è detto, di rifondare il partito. In via preliminare la questione è legata all’identità debole del partito. E’ in questo vuoto sociale, politico e culturale che esse hanno prosperato e si sono solidificate. Ne sono state perfino un elemento fondativo. Ma a parte questo, qui non si tratta solo delle correnti nazionali che balcanizzano la segreteria, la Direzione e l’Assemblea nazionale. C’è ben di peggio.

La crosta è molto più spessa in periferia, dove le correnti sono divenute cordate e cordatine di puro potere facenti capo ai capibastone e ai cacicchi locali che hanno assoggettato i circoli facendoli diventare, salvo eccezioni, comitati elettorali che non fanno politica nei rispettivi territori, ma fanno solo da collettori di voti (anche nelle primarie) per il consigliere municipale, comunale, regionale e parlamentare che li protegge e li usa come service personale sul territorio. Vedere, per esempio, i risultati dell’inchiesta di Fabrizio Barca a Roma sui circoli del Pd nel 2015, rapidamente archiviata. Domandiamoci: ma che cosa è il Pd in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Campania ma anche in Piemonte, Liguria, Marche, Umbria, Veneto, Toscana, Emilia ecc. e a Torino, Genova, Venezia e cento altre città? E’ difficile dire con precisione, certo non è il partito di sinistra invocato da Valentina Cuppi che “si lasci permeare” dalle istanze delle persone – lavoratori dipendenti, precari, i “rider” ricordati dalla Cuppi, autonomi, donne, giovani - che dovrebbe rappresentare.

Come intende rompere questa spessa crosta Enrico Letta? Con le “Agorà” autunnali? Oddio tutto fa brodo. Ma il brodo non fa guarire gli ammalati, gli porta solo sollievo momentaneo. La crosta delle correnti si rompe aprendosi al movimento di una costituente di un nuovo partito della sinistra che chiami tutte le forze di sinistra, grandi e piccole, interne ed esterne ai partiti, insieme all’associazionismo progressista a farne parte e, soprattutto, a costruirlo. Perché le incrostazioni di ceto politico non sono solo del Pd ma anche degli altri.

L’estensione, la qualità e la forza del campo progressista dipenderanno anche dalla creazione di un tale partito che sappia esserne il motore propulsivo.

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Per una Costituente della sinistra

 CRONACHE&COMMENTI

Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti

di Aldo Pirone
28mar15 piazza del popolo 350 260Ieri si sono rifatte vive le Sardine. Hanno occupato simbolicamente il piazzale antistante al Nazareno sede del Pd. Hanno voluto significare che quel che accade nei dem non è da guardare con indifferenza. Il movimento che è stato di popolo e di giovani chiede che la crisi del Pd sbocchi in una costituente per una rifondazione unitaria di tutta la sinistra. “Chiediamo che inizi una nuova fase costituente: - ha detto Mattia Santori - aperta, democratica, innovativa. Non per il Pd, non per le Sardine. Ma per tutti gli apolidi della politica”. Jasmine Corallo, una delle esponenti più radicali di quel movimento, ha detto: “Io che sono di sinistra e non ho mai votato Pd nella mia vita mi rendo conto che tutto questo ci riguarda. Ci riguarda la costruzione di un fronte progressista plurale che accolga quella parte dei 5 Stelle che ha testimoniato una volontà di cambiamento e Leu”. L’iniziativa delle sardine è importante perché sta a significare che nello scontro interno ai dem potrebbe, auspicabilmente, irrompere, se crescerà nel paese, un movimento di popolo che per riedificare un partito della sinistra deve andare oltre il Pd. La Costituente reclamata da Sartori e Corallo può essere questo “oltre”.

Oggi, insieme a tanti altri interventi sul tema prorompente della creazione di un nuovo soggetto unitario a sinistra (vedi, per esempio, l’intervista di Fabio Mussi a “Il manifesto” e quella di Landini su “Repubblica”), c’è un’intervista molto significativa al “Corriere della sera” del ministro della salute Roberto Speranza esponente di Leu.

Dice Speranza: “Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti. Quello che c'è oggi non basta e quello che serve ancora non c'è. Con il virus che ha stravolto le esistenze, anche il nostro campo deve profondamente cambiare. […] La pandemia ha riposto l'accento sul primato di alcuni diritti irrinunciabili e non negoziabili. Beni pubblici fondamentali come il diritto alla salute, all'istruzione, al lavoro e la grande questione dello sviluppo sostenibile vanno difesi, non possono essere affidati alle sole logiche del mercato. Attorno a questi temi c'è lo spazio per rifondare una sinistra larga e plurale. Le soggettività politiche esistenti si stanno dimostrando insufficienti per rispondere alla domanda di protezione che viene dalla società. Il Pd ha mostrato i suoi limiti, ma anche le esperienze costruite al di fuori del Pd non hanno raggiunto gli obiettivi […] è ora di mettersi tutti in discussione per costruire una nuova grande forza politica che interpreti la domanda di cambiamento delle generazioni più giovani, penso anche alle Sardine. Le soggettività del campo democratico sono deboli, ma per paradosso i nostri asset fondamentali, come l'universalità delle cure o il vaccino bene pubblico, non sono mai stati più attuali”.
Dunque, sembrerebbe che l’ascia sia stata posta alla base dell’albero. L’obiettivo è far evolvere la crisi del Pd verso l’esito della Costituente, nella quale far confluire tanti altri soggetti: partiti e associazioni agenti nella società civile progressista.

Ma come? Eleggendo all’assemblea nazionale dem un segretario “unitario”? Soggetto alle mediazioni paralizzanti delle correnti e delle cordate e cordatine periferiche? No. Occorre che ne sia eletto uno/a che abbia chiaro l’obiettivo rifondativo della Costituente della sinistra e che faccia diventare questo il tema centrale del Congresso che si farà in autunno, subito dopo la vaccinazione di massa. Bisogna trasformare le primarie dem in un appuntamento unitario di popolo per la rifondazione di un soggetto politico nuovo e aperto della sinistra. Bisogna travolgere le correnti che strangolano nel Pd la sinistra, travolgere i lasciti renziani e para renziani, i moderati neocentristi liberal democratici, i nostalgici del Lingotto “a vocazione maggioritaria”, con un movimento popolare organizzato da tutti coloro (Cgil, Anpi, Libera e tante altre associazioni ambientaliste, progressiste e di sinistra) che vogliono un partito di sinistra con la schiena dritta, “robustus et malitiosus”.

Zingaretti, Bettini, Orlando, Provenzano, Amendola e tanti altri dovrebbero puntare a questo se non vogliono suicidarsi per l’ennesima volta. Franceschini, che guida la corrente degli ex popolari con qualche spruzzata di ex post comunisti come Fassino e Pinotti, dovrebbe decidersi: o farsi protagonista dell’inveramento dell’insegnamento di Papa Bergoglio e della tradizione cattolico- democratica e sociale oppure seguitare a essere l’erede del correntismo e del moderatismo democristiano come ha fatto finora, con molto opportunismo.

In questi mesi bisogna far crescere il movimento della Costituente nel paese e fra il popolo della sinistra fondando comitati appositi. Sarebbe il modo migliore per chiamare a raccolta quel che resta di un popolo militante di sinistra dentro e fuori il Pd, chiamarlo a farsi protagonista con la partecipazione e con il voto di una rifondazione e non solo suddito o cliente di capicorrente e cacicchi.

Se non ora quando?

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Proseguono le riunioni della costituente della 'buona politica?

LaFenice con G.Bonaviri minLa Rete La Fenice con Bonaviri prosegue nella sua azione finalizzata a dare opportunità di confronto per la ricostruzione nella provincia di Frosinone di un vasto schieramento di forze politiche e culturali.
Il secondo incontro per la Costituente della buona politica si è tenuto il 4 giugno presso la sede della Rete La Fenice con Bonaviri ponendo all’attenzione dei circa 50 partecipanti i temi sintetizzati nel comunicato che è riportato di seguito.

«Giuseppina Bonaviri nell’introduzione ha messo in rilievo l’incompatibilità di molte scelte di politica economica e sociale sottoscritte nel contratto che è alla base dell’attuale accordo di governo dove si elencano solo le spese e non le entrate previste per attivarlo, il che fa dubitare delle rassicurazioni date dai leader della Lega e del Movimento 5 Stelle sul ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e sulla moneta unica. Il conforto del Presidente del Consiglio a tal proposito dovranno essere verificate nel corso dei prossimi mesi quando la Commissione europea si esprimerà. Su questo tema il ProgettoProvincia Area Vasta Smart ha ricevuto l’assenso del Dr. Carlo Cottarelli, Direttore dell’Osservatorio dei Conti Pubblici dell’Università Cattolica, per un incontro a metà luglio, in cui illustrare i contenuti di cui sopra trattati nella sua recente pubblicazione.

Nel corso della campagna elettorale e nei giorni di più acuta tensione nella formazione del governo, la Lega ed il Movimento 5 Stelle hanno messo in discussione la funzione assolta dalle istituzioni ed il bilanciamento dei poteri dello Stato visti entrambi come ostacoli alla realizzazione della volontà delle cittadine e dei cittadini mentre proprio questi valori sono da salvaguardare in quanto espressione della nostra più radicata democrazia.

In questo scenario è necessaria una ferma azione delle forze d’opposizione sul piano nazionale e territoriale, a partire dal maggiore partito del centro sinistra, il Partito Democratico, a cui si chiede di riaprire un dialogo con le forze riformiste ed europeiste con contenuti diversi dal passato.

La decisione di indire il congresso potrebbe rispondere al fine appena citato solo se preceduta da un’approfondita analisi della peculiarità della crisi della sinistra italiana che, per quanto simile a quella di altri paesi occidentali, vede oggi ancor più acuite le differenti opportunità di sviluppo fra il Nord ed il Sud e quindi di quelle condizioni di vita della popolazione che si differenziano fra i territori metropolitani e le aree interne ( come la nostra) inglobando anche tutte le criticità che riguardano il lavoro e per la differenza che esiste rispetto al genere e alle nuove generazioni, i veri defraudati dalla attuale società.

Questa “rottura” è stata determinata dal dilatarsi di quanti formano la società del rischio ovvero di quante e quanti vivono nella precarietà che convive con quella quota minoritaria di popolazione che ha, invece, tutti i mezzi per difendersi dalle conseguenze della lunga crisi sopravvenuta.

In questa condizione divenuta strutturale i partiti della sinistra, le forze culturali e le esperienze di puro civismo devono riprendere con determinazione a progettare risposte concrete per garantire soluzioni di rafforzamento dello stato sociale a partire dai livelli territoriali. Per la Rete La Fenice appaiono prioritarie maggiori risorse finanziarie ed umane perché ci sia il rafforzamento delle politiche del lavoro per le giovani generazioni e per i lavoratori con professioni obsolete attraverso percorsi personalizzati di sostegno. A tal fine sarà promosso un incontro specifico per rimarcare la scelta di campo a favore di chi vive di lavoro, dipendente ed autonomo.

Sarà necessario inoltre stanziare più cospicue risorse per le famiglie in gravi condizioni di disagio economico e rimettere al centro i temi dell’agenda di sanità pubblica. Basti ricordare che nel Lazio la fine del commissariamento ha comportato un pesante processo di ristrutturazione della rete ospedaliera ed a pagarne il prezzo più elevato sono stati le cittadine e i cittadini delle province e degli entroterra mentre lunghissime sono rimaste le liste d’attesa per la diagnostica e gli interventi chirurgici e scarsi tutti gli interventi di prevenzione, ad ulteriore prova delle inaccettabili disuguaglianze nella popolazione.»

Giuseppina Bonaviri

 

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Costituente PCI. Ricordi e interrogativi tanti

bandiere rosse a piazza del popolo 350 260di Ignazio Mazzoli - Il 21 maggio 2016 Frosinone ha ospitato l’assemblea costituente del Pci. Stesso simbolo del partito che fra gli anni 1989-1992 fu messo in archivio da Achille Occhetto generando Pds poi Ds ed una profonda lacerazione da cui nacque Rifondazione comunista. Il simbolo era in possesso di Occhetto che oggi lo ha messo a disposizione dei compagni del PCd’I.
Innegabile l’effetto emotivo di rivedere in circolazione quel simbolo così glorioso. !921-1992, 71 anni di grandi battagli e tanti nuovi diritti acquisiti ai lavoratori e alla società italiana. (clicca sui titoli qui sotto par cambiare pagina e  leggere l'intero articolo diviso in 4 parti)

  1. Un simbolo
  2. Che serve oggi?
  3. Fare opposizione
  4. Il sogno concreto

Un simbolo

Sono stato invitato a questa assemblea e ho partecipato con interesse insieme a molti interrogativi.. Il primo, che forza può avere la resurrezione del nome Pci e del suo simbolo originario? Poi ancora. Che cosa potrà aggregare? Cosa è successo in questi 27 anni, dal 1989 che faccia ritenere che quel nome e quel simbolo abbiano una forza di traino ancora dinamica e in grado di esercitare un ruolo nella società? Questa ed altre domande avevo in testa anche quando sono intervenuto come testimone di una stagIl Pciione della politica ormai conclusa. Certo, bisognerà attendere il primo congresso di questa formazione, che si svolgerà in autunno, per avere, almeno in parte, alcune risposte.
Ora posso fare solo alcune considerazione sulla base della relazione di Oreste Della Posta e degli interventi degli ospiti fra i quali si colloca anche il mio da cui riprenderò alcune affermazioni.
Mi è stato chiesto di ricordare. Ma ricordare cosa per un partito che nasce e deve fronteggiare questa difficile attualità? Ho pensato a lungo, ma ciò che mi veniva in mente era solo: che deve fare un partito oggi?
“Questo partito è un animale strano – diceva Palmiro Togliatti del Pci – come la giraffa. Un lungo collo che gli permette di arrivare dove altri non arrivano”. A questo pensavo. Era insieme un partito di quadri e di massa. Popolo e dirigenti in un dialogo continuo. Un popolo, quello comunista, inserito nella società e nei luoghi di lavoro che rendeva il Pci attento, quasi sempre, alle modificazioni ed alle esigenze vecchie e nuove che si facevano avanti. Ho così riannodato i ricordi della costruzione in fabbrica della presenza comunista. In particolare la presenza nella Fiat di Piedimonte che rappresentò il riscatto di un ritardo, quello con cui affrontammo l’industrializzazione in questa provincia, dalla Valle del Sacco al cassinate. Tutti i meccanismi di assunzione erano in mano alle forze di governo senza alcuna trasparenza. Avvicinarsi a questi lavoratori e conquistarli alla causa della difesa dei loro diritti non era semplice.Rinasce il Pci Fu dura la costruzione di un partito radicato nei luoghi di lavoro, ma il dialogo con tutti, anche quelli di altri partiti, sui problemi dei tempi di produzione (il salario, lo sfruttamento, la salubrità dell’ambiente di lavoro, i trasporti dai tanti comuni ciociari alla fabbrica) fecero il miracolo di far nascere una comunità più attenta e più partecipa ai fatti della società e della politica. Grande fu lo sviluppo della sindacalizzazione, dell’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil, in primo luogo. Grandissime le conquiste della fine degli anni ‘60 e per tutti gli anni ’70 in Italia, il welfare moderno con una sanità pubblica per davvero e lo Statuto dei diritti dei lavoratori, un scuola aperta a tutti, per citare quelle che mi appaiono le più importanti.
Sicuramente il radicamento del Pci era un vantaggio certo rispetto ad altre formazioni politiche, ma non era l’unico. Una grande forza attrattiva gli proveniva dalla dialettica interna. Dal modo come, centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di iscritti discutevano di obiettivi politici, di orientamenti, di rivendicazioni. Non dimenticherò l’attenzione e la passione con cui in questa provincia decine e decine di assemblee di sezione discussero la condanna al Pcus dopo l’invasione della Cecoslovacchia e altrettanto furono gli incontri, numerosi e vivaci, sulla proposta di compromesso storico avanzata da Enrico Berlinguer. Senso critico assai acuto e ricerca di comprensioni delle posizione diverse spesso trovavano punti d’incontro, ma a volte apparivano inconciliabili. Discussioni vere, quindi, e non per un posto in giunta o per un favore. I momenti elettorali avevano i loro definiti spazi.

Che seve oggi?

Cosa c’è in questi esempi che possa essere un‘indicazione per l’oggi. Non tutto, ma certamente qualcosa. E’ vero esistono lavori diversi, organizzati in forme assai varie, ma in ognuno di essi ci sono bisogni da soddisfare e diritti da rivendicare. Basta pensare che tantissime partite-iva non sono altro che una variante di lavoro subalterno sfruttato vuoi dai possessori di software, che da quelli di materie prime o di brevetti ecc., senza mai dimenticare che c’è ancora tanto, ma tanto lavoro dipendente, in fabbrica e non solo.
Molto quindi è cambiato tranne una cosa, diritti, migliori condizioni di vita, vero ascensore sociale si possono conquistare solo con la lotta. E questa purtroppo manca. Questa strano, diffuso convincimento che impone di non disturbare il guidatore, l’adorazione del feticcio della governabilità (anche quando si governa male), hanno per ora ucciso la partecipazione tanto che la sfiducia verso i partiti e la loro azione hanno prodotto finanche una spaventosa astensione dal voto.
Non solo questo, soprattutto oggi siamo in un quadro del tutto cambiato, a partire dal potere nello scenario internazionale. La tanto invocata globalizzazione altro non è che la più scalmanata centralizzazione del potere politico della finanza internazionale che non ha avversari e neppure contrappesi. Ad essa si contrappongono truppe sparse e sbandate. Nessuna solidarietà internazionale come hanno sperimentato i greci e lo stesso Tsipras.
Non credete che prima di tutto ci vorrebbe una internazionale dei diritti del lavoro e di quelli sociali? Il senato virtuale che governa il mondo e si accanisce contro le Costituzioni europee nate dalle Resistenze che hanno abbattuto il nazismo dovrebbe avere come avversario almeno un movimento sindacale con obiettivi internazionali comuni. O no?

C’è invece un grande caos, nel quale ogni cosa che si muove è criminalizzata. Non più equilibri, tutto quello che non è sistema finanziario-economico delle multinazionali (soprattutto Usa) è terrorismo, come tutto quello che non è austerità è populismo lasciando in mano ai terroristi veri interi territori o consegnandoli a dittatori militari come l'Egitto in cui si massacra uno studioso di problemi del lavoro e dei lavoratori come l’italiano Giulio Regeni. Addio primavere arabe, ma anche addio all’Europa dei popoli quale era stata disegnata e sognata in primo luogo da Altiero difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260Spinelli e da coloro che volevano garantire diritti sociali e civili ad una Europa pacificata senza più guerre.
La “deforma costituzionale” è l’imperioso segnale dell’attacco ai diritti sociali ed economici del popolo italiano. Come non condividere l’affermazione di Della Posta quando ha ricordato che la cancellazione dell’articolo 18 non riuscì a Berlusconi ed invece Renzi ha potuto farla autodefinendosi di sinistra senza alcuna opposizione, al contrario di quanto sta avvenendo in questi giorni in Francia dove una mobilitazione senza sosta da giorni coinvolge milioni di lavoratori e cittadini di ogni età contro una legge simile a Jobs Act che li vuole privare di diritti acquisiti.
In Italia nessuno ha chiamato cittadini e lavoratori alla lotta. Ecco manca una forza politica che li tuteli insieme ai più deboli e ai più poveri. Questo occorre oggi. Ci sono le energie? Penso di si. Molti cervelli si dedicano ormai solo a ricostruire con precisione e passione il passato. Il nostro passato anche recente. La resistenza antifascista, la nascita della Costituzione per trarre da quelle vicende esempi ed insegnamenti. Giusto, una visione corretta e oggettiva della memoria è cosa importantissima.
Oggi siamo precipitati in un moderno medioevo. Nei secoli dal 476 d.C. al 1500 la conoscenza e la conservazione del passato furono l’alimento del risveglio rinascimentale. Non possiamo aspettare 10 secoli. Serve un grande risveglio. Subito. Oggi serve presenza e partecipazione, perché questo medioevo moderno cessi anche in considerazione del fatto che tante cose buone ce l’eravamo conquistate e ora ci vengono tolte brutalmente.

Fare opposizione

Sarebbe bello e utile che tutte queste forze ritornassero anche alla lotta quotidiana, per battere la delusione, la sfiducia e l'astensionismo a partire dalla lotta per difendere i diritti conquistati e affermarne di nuovi, impedendo il massacro della Costituzione nata dalla Resistenza. Il referendum, sulle proposte modifiche, merita una trattazione a parte, ma per ora vale ricordare che anche per chi condivide, come il sottoscritto, il monocameralismo è inaccettabile la riforma di Renzi e della Boschi che insieme alla legge elettorale ”Italicum” produrrà un Parlamento di nominati peggio del vecchio Porcellum. Addio potere popolare.
Credo che un nuovo impegno di opposizione, di lotta che muovano subito dalle emergenze del profondo disagio sociale, disoccupazione, povertà, gestioni privatistiche dei servizi di prima utilità a partire dall’acqua e dalla sanità, non possa però non comprendere anche un riesame serio degli errori che si sono compiuti.
Non credo che basti rimpiangere il Pci. Neppure credo che basti condannare chi ha operato per il superamento di quel partito e dei partiti comunisti. Il movimento operaio alla fine degli anni ’80 ha vissuto una tragica sconfitta che, pure si preannunciava. Perché? Per gli errori del campo cosiddetto “socialista” che non aveva consentito, in primo luogo, il dispiegamento della democrazia in quelle società che guidava; i partiti comunisti nel loro insieme, ma non solo loro anche i quelli socialisti e socialdemocratici non avevano colto cosa si muoveva nel campo avversario del capitalismo, che insieme alla spinte più feroci ispirate dalla scuola di Detroit che predicava e attuava dittature di lacrime e sangueTTIP come in Cile ed in Indonesia, si muovevano altre spinte che stavano scegliendo strade diverse per imporre quella che il guerrafondaio Edward Luttwak chiama abitualmente la dittatura del capitale. Attacco all’autodeterminazione dei singoli Paesi, trattati commerciali internazionali (vedi TTIP) in aperto conflitto con gli interessi dei consumatori non solo europei ma di tutto il mondo in ossequio ai voleri delle grandi multinazionali, sono ormai pratica corrente.
Solo Enrico Berlinguer percepì il percolo. La sua battaglia per cambiare l’atteggiamento del “suo” partito ormai avviato verso il politicismo fu interrotta dalla sua morte. Chi quella lezione ha voluto dimenticare ha riversato a piene mani nel PD la sua smemoratezza di valori e di insegnamenti e, non sono certo, eredi di quel partito e dell’insegnamento dei suoi dirigenti come Berlinguer. Qualche tempo addietro Aldo Tortorella ebbe a dire, in sintonia con Emanuele Macaluso che proprio non è il più vicino ai suoi convincimenti, che un limite serio l’avevamo avuto nel Pci. Nulla di simile all’elaborazione per l’VIII congresso si era ripetuto negli anni successivi. Cioè, cosa cambiava nella società, nell’economia, nelle centrali del potere e dei poteri non aveva beneficiato dello studio e dell’elaborazione necessaria a definire orientamenti e obiettivi adeguati. Bisogna allora, anche, dire che, pur essendo stati decisivi nella conquista di tanti diritti civili, ci siamo arrivati tardi a cogliere la loro importanza. Non è recriminazione, ma soltanto l’accertamento che è insostituibile lo studio e la valutazione autonomi da parte di un forza politica per cogliere la necessità dei cambiamenti e delle proposte conseguenti.. Oggi più che mai, manca tutto ciò.
Condivido le critiche di alcuni compagni alla svolta dell’89, detta della Bolognina e completata nel ’92. Non la ripercorro qui, rinvio al bel libro di Luca Telese “Qualcuno era comunista” che rivela bene luci, ombre e limiti seri di quell’operazione. Dico, per chiarezza del mio pensiero, che non sono in sintonia con chi avrebbe lasciato tutto com’era. Di fronte alla dura sconfitta del movimento operaio e delle sue rappresentanze politiche costituita dai partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici, non ci si poteva far camminare sopra dai fatti che precipitavano e dagli avversari che volevano la cancellazione di un grande patrimonio di conquiste sociali (come è chiaro oggi). Era opportuno fare politica, stare nell’agone, per salvare il meglio delle realizzazioni sociali del 1900.

Il sogno concreto

Ma proprio qui casca l’asino. Siamo finiti nella spirale della cosiddetta “responsabilità”, perdendo di vista che la ragione del nostro essere era e doveva restare il riscatto e la liberazione del lavoro e dei lavoratori dalla sudditanza al capitale. Avendolo come obiettivo chiaro anche se raggiungibile nei modi e tempi possibili e attraverso tutti gli obbligati passaggi tattici. Questa è la speranza. Il “sogno” come ama dire qualcuno. Si deve sapere dove si vuol arrivare. Altrimenti mai esisterà un mondo nuovo. Non ci saranno la forza e le gambe per ottenere un sistema giusto e un diverso modo di essere cittadini con diritti e doveri in un quadro di relazioni sociali che offrono opportunità reali a tutte e a tutti. Si badi bene, tutto ciò non è in un libro dei sogni perché nella “Costituzione più bella del mondo” nata dalla Resistenza, già sono codificati come diritti nella sua prima parte e ben son tutelati dalle norme previste nella seconda parte. Che significa, che nulla si può modificare? No. Certo che no. Significa che questi meccanismi della seconda parte vanno cambiati in modo tale che mai possano consentire la compromissione dei diritti riconosciuti nei primi 54 articoli e soprattutto in quelli da 1 a 12.
Prevalse allora (dal ’89-al ’92 e successivamente) il politicismo di Giorgio Napolitano e degli uomini a lui più vicini. Il resto è cronaca sotto gli occhi di tutti. Quel quadro equivoco della “svolta” ha prodotto una frammentazione della sinistra che ormai è patologica. Sfere di mercurio che si moltiplicano impazzite ad ogni piccolo urto di dissenso. Vittime della suggestione di partecipazione al potere cercano soltanto una collocazione governativa. Oggi questo si traduce nella ricerca di stare con il PD ad ogni costo, LaSperanza IlLavoro 350 260 puntilucemagari dicendo che lo si vuole condizionare? Sciocchezze. Basta vedere come questa prospettiva ha massacrato Sel, le cui ambivalenze impediscono anche il decollo di Sinistra Italiana. Quanto costerà a Sel nel Lazio l'alleanza con Zingaretti e quindi anche a SI (Sinistra Italiana) se non si libera degli equivoci? Anche in questo caso "unità deve far rima con volontà". Ci dispiace pensare al prezzo che pagheranno anche quei compagni che respinsero l'ipotesi di “Led” e oggi nei fatti, per stare abbarbicati alla Giunta regionale del Lazio, rinunciano ai propri convincimenti. Ne è riprova il caso del frusinate dove non vedono e non sentono i disoccupati e le loro emergenze.
Un scelta è irrinunciabile per la propria credibilità: essere alternativi al PD, non solo dichiararlo, ma nell’agire politico quotidiano.
La verità è che c'è un Paese sofferente, non per i gufi, ma perché la più gran parte dei sui figli è in grande disagio. Serve una forza politica che costruisca un rapporto concreto e stabile con i lavoratori e i cittadini soprattutto con i loro bisogni e in questo senso occorre che sia trasversale senza forzature ideologiche, ma impegnata nella conquista di risultati concreti (Podemos fa scuola) e sappia guidare settori di popolo e di società a conquistarne le risposte e le soluzioni. Questa è anche l’unica strada contro la sfiducia. Tutti giudicheremo e saremo giudicati su questi parametri.
La costituente del nuovo Pci è impegnativa e coraggiosa, ma anche questo partito dovrà superare le prove indicate se vorrà guadagnarsi fiducia e consenso. Diversamente, tanti come me resteranno semplicemente orfani del vecchio Pci pronti a schierarsi e battersi solo con chi vorrà avviare concretamente il necessario “nuovo rinascimento”.

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