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Covid 19. Il conflitto uomo-natura come si affronta?

 La natura si ribella all'uomo

lanaturasiribellaalluomo 350 mindi Giuseppe Sarracino* - Ormai siamo tutti convinti che il Covid-19 abbia radicalmente cambiato il nostro modo di vivere. Il rapporto spesso conflittuale tra uomo e natura, non è nuovo ma l’emergenza Covid-19 lo propone in modo drammatico all’ordine del giorno.

L’interrogativo, da porsi in questo momento, è capire se continuare, a essere ancorati a visione di crescita infinita e senza regole, che caratterizza le economie di tutto il pianeta, oppure ripartire da un diverso modello di sviluppo. La pandemia ha cambiato prima di ogni altra cosa i nostri stili di vita, parole come “distanziamento” o “confinamento”, mai presenti nel nostro quotidiano, pongono un’inedita questione, come rapportarci con l’ambiente che ci circonda, dove gli habitat in cui viviamo sono il prodotto di una crescita spesso scellerata, che ha distrutto interi ecosistemi, sottratto migliaia di ettari di suolo, realizzato agglomerati urbani spesso invivibili.

La stessa origine della pandemia sembra essere il frutto della distruzione della biodiversità di numerose specie viventi, sia animali sia vegetali. L’urbanizzazione delle città a scapito delle campagne, che caratterizza, la vita quotidiana di ognuno di noi, in questo momento ha mostrato tutto il suo limite. Tra urbanisti, pianificatori e intellettuali si è aperta un’intensa e interessante riflessione sul ritorno alla vita nei borghi, e nelle piccole città.

Certamente l’emergenza Covid-19 può rappresentare un momento interessante per ripensare a un diverso sviluppo del territorio, equilibrando il rapporto tra città, campagna, verde urbano e la popolazione. Questo è tanto più necessario in una regione come il Lazio, dove il 75% della popolazione è concentrata nell’area metropolitana di Roma, occupando appena il 30% dell’intero territorio regionale. Occorre riconsiderare un diverso equilibrio tra città, campagna e spazi verdi, non è più possibile pensare la campagna come un’area marginale in attesa di eventuali usi edilizi ma piuttosto trasformarla in nuove opportunità per la realizzazione moderne e innovative infrastrutture verdi, in grado di fornire benefici ambientali e sociali.

La provincia di Frosinone è costellata di una miriade di piccoli e medi comuni, immersi in un tessuto territoriale, che si estende su di una superficie di circa 3.200 Kmq., caratterizzato essenzialmente da dolci colline e da una pianura. I circa 500 mila abitanti sono distribuiti in 91 comuni, il 74% di essi è composto di una popolazione che oscilla tra i 300 e poco meno dei 5000 abitanti, il 12% non supera i 9.000 abitanti e solo 12 comuni superano i 10.000 residenti. Una realtà controversa ma ricca di potenzialità, che va collegata in un unico progetto di sviluppo, piuttosto dell’immagine degradante del fiume Sacco.

Occorre sviluppare un’agricoltura di qualità, come la viticoltura, l’olivicoltura, la zootecnia, che caratterizzava i numerosi comuni che lambiscono il fiume. Non si tratta di proporre il vecchio modello economico, tipico del settore primario ma, piuttosto un’agricoltura multifunzionale, che eroga una serie di servizi di qualità, capaci di integrare il reddito dell’ agricoltore, come l’agriturismo, le attività naturalistiche e didattiche, colture di qualità. Tutto questo potrebbe contribuire a evitare il continuo esodo verso le già affollate città, vedi Roma e costruire nuovi rapporti tra popolazione ed ecosistema.

Per quanto riguarda Frosinone, la città si estende su di un’area di 47 kmq. ma presenta la più elevata densità abitativa del Lazio, circa 900 ab./Kmq. nonostante ciò esistono ancora numerosi ecosistemi verdi distribuiti a macchia di leopoardo nell’area urbana, lungo il fiume Cosa e nelle zone a confine con gli altri comuni. La maggior parte di tali aree sono ancora libere ma non presentano una particolare “protezione urbanistica” e quindi potenzialmente possono essere utilizzate per qualsiasi uso. Queste aree rappresentano un capitale naturale importante, sono spazi sociali che la città può mettere in campo per attrezzarsi in tempi di pandemia e cominciare a costruire un diverso rapporto tra i cittadini e l’ambiente che li circonda.

Per fare ciò occorrono due condizioni: un Piano strategico su vasta scala, quale atto di alta amministrazione del nostro territorio, l’altra condizione riguarda la concentrazione delle risorse finanziarie verso pochi ma strategici obiettivi del piano. Solo riassumendo e unendo le esigenze delle singole amministrazioni locali sarà possibile promuovere in modo armonico e coordinato lo sviluppo economico sociale del territorio, ed essere centro propulsore dell’intero sistema regionale, e per qualificarsi nel confronto diretto con gli interlocutori nazionali ed europei attraverso l’elaborazione di progetti di medio e lungo periodo. Questo richiede un livello istituzionale capace di agire su scala ”metropolitana”, che potrebbe essere identificato nell’attuala Provincia, che dopo il mancato scioglimento, andrebbe ripensata e rilanciata.

La sfida che abbiamo di fronte è enorme e richiede l’impegno di una rigenerata classe dirigente.

*Giuseppe Sarracino - Agronomo Paesaggista

 

 

 

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Postilla 17 giugno

Per il dopo. Ma intanto…

dopoCovid19 390 mindi Mario Quattrucci - Nella trasmissione dibattito di Sky Idee per il dopo del 16 giugno, sono intervenuti Andrew Ross Sorkin, editorialista del New York Times e della Cnbc, Moises Naim, ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, e Jill Lepore, storica della Harvard University. Molte cose interessanti, molte scomode e preoccupanti verità sulla situazione politica e umana mondiale. Andrebbero lette e rilette. Mi soffermo però solo su alcune idee espresse dalla Lepore. In particolare su queste.

«Credo che i social media abbiamo avuto un effetto negativo sull'autogoverno democratico e sulle relazioni tra i vari Stati e questo, infatti, si è dimostrato vero per ogni rivoluzione nelle tecnologie delle comunicazioni. Dall'invenzione della carta stampata, fino al telegrafo, la radio, la televisione, la tv via cavo, internet stessa e infine i social media. Quello a cui assistiamo è un modello abbastanza prevedibile, secondo il quale le tecnologie di comunicazione che permettono l'inclusione di un numero maggiore di individui nel dibattito politico e una comunicazione più rapida a distanza maggiore sono uno sviluppo che dà potere alle persone che prima erano escluse da quella sfera di interazione politica e che ottengono accesso a queste forze in equilibrio per un certo periodo, finché non si arriva a una nuova situazione politica. Spesso nella storia americana questo è stato associato a un ampliamento dell'emancipazione: la disponibilità di un giornale che si poteva comprare per pochi spiccioli, per esempio, ha portato all'emancipazione dei maschi bianchi proletari, che prima erano esclusi. Potevano leggere i giornali, essere coinvolti nella politica e in seguito hanno potuto votare. Poi è toccato ad alcune persone escluse dal diritto di voto. Quindi ogni nuova rivoluzione ha un effetto di trasformazione sulla democrazia, ma prima bisogna attraversare uno squilibrio. Siamo ancora nel pieno di questa fase, i social media hanno dato solo un contributo a questa specie di degrado delle istituzioni politiche e quel processo di ricostruzione di un nuovo ordine politico non è ancora iniziato al momento.»

Noi (quel che resta della sinistra italiana antagonista) veniamo da tempo osservando e descrivendo/denunciando codesta realtà. Ben individuata al suo nascere da Enrico Berlinguer, di cui Paolo Ciofi ricorda in un suo recente articolo quanto affermato in una intervista del 18 dicembre 1983: «… la rivoluzione elettronica rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo». Tutto dipende, sottolineava il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

Non è un caso che l’avventuriero italiano Mattero Renzi, oggi definitivamente qualificatosi e propostosi quale Piccolo Cesare del capitalismo italiano, proprio in nome della rivoluzione elettronica richieda la elezione diretta del Capo dello Stato e del Capo del Governo (modello USA?) che è appunto la forma attuale del cesarismo politico. Trump docet.

Dice inoltre Jill Lepore:
«Ma credo che tornando al discorso sulla leadership è importante osservare che una delle istituzioni decadute negli ultimi 20 anni è proprio il sistema dei partiti.» Ed anche di ciò abbiamo (sempre noi di sinistra alternativa) ampiamente parlato/denunciato quali scelte dei poteri e della cultura dominante (anche ex comunista) dell’era thatcheriana-reaganiana, e qui berlusconiana-renziana, nell’opera di scardinamento della democrazia costituzionale.
Ma la Lepore prosegue poi toccando lo scottante tema della cosiddetta democrazia elettronica: «Per rispondere alla sua domanda di prima… credo che i social media abbiano contribuito a nutrire una specie di iperindividualismo perché molte persone si considerano partiti a sé stanti, si esprimono come singoli individui non come membri di una comunità politica. C'è un'invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale, ma coesiste a fianco di un pazzesco iperindividualismo ed è impossibile per i partiti mettere da parte la loro faziosità e fare in modo che i leader decidano nell'interesse della nazione. Il sistema dei partiti può assorbire gran parte della violenza e del fermento politico, forse a volte in senso negativo se l'espressione politica si rivela insufficiente, ma al momento negli Usa non c'è un sistema di partiti funzionante, così come non abbiamo un governo federale adeguato. Ed è molto difficile che un cambio di potere possa risolvere tutto questo.»

Quanto agli effetti possibili della pandemia aggiunge queste sue, a mio avviso non solo sue bensì largamente diffuse, riflessioni e speranze… o auspici:
«Secondo me una pandemia ci condiziona a livello dell'organismo, colpisce tutti e ci fa porre pure domande essenziali riguardo l'umanità. In termini di storia e di immaginario letterario ciò che ci ha rivelato è stata la nostra animalità di base. Il maggior punto di forza della specie umana è la capacità di creare una comunità, di sviluppare le arti, l'ingegneria, l'architettura, di operare, di creare utensili e creare la letteratura, ma tutto questo viene a mancare durante una pandemia e non possiamo che vederci come creature dotate di una tremenda inclinazione alla crudeltà e dalla sconcertante abilità di ferirci a vicenda. Penso che questa sia una buona opportunità, questo momento porta con sé una sorta di risveglio della morale che possiamo sperimentare tutti. È un momento chiave per i leader più potenti che applicano la chiarezza morale e mostrano un impegno vero nei confronti delle comunità politiche per farsi avanti e chiedere al popolo di essere più partecipe. Perché questo è il momento in cui vari movimenti ambientalisti in tutto il mondo possono farsi sentire e lottare per un rimodellamento del sistema di approvvigionamento globale e rivalutare i danni, combattere il globalismo nel senso di attività economica. È un momento pieno di possibilità...»

Ma tutto ciò è inscritto nella, è il programma della Costituzione Repubblicana, contro cui però hanno lavorato e lavorano - salvo pochi e parziali (giusti e lodevoli ma parziali) ripensamenti e perfino resipiscenze – poteri forti e deboli pensieri, e naturalmente questi sinistri soggetti politici che occupano il campo, ora con un nome ora con un altro, ormai da trent’anni. E come non ci stanchiamo di ripetere a chi ci ascolta e agli insofferenti e quasi sordi interlocutori politici di una evanescente sedicente sinistra, questa è la linea indicata da Berlinguer (vedi appunto l’intervista del ’63 prima ricordata, o il “discorso alla cultura italiana” del 1977 detto dell’austerità) in sviluppo teorico e concretamente politico del pensiero di Gramsci.

Il Gramsci banditore di una “riforma intellettuale e morale” fondata su una profonda trasformazione economica e sociale, il Gramsci suscitatore dell’impegno politico e umano contro l’indifferenza e la chiusura individualistica.
Ci sembrò importante, e lo abbiamo rilevato in molte occasioni, che il Papa Francesco I – rifacendosi e rivivendo i fondamenti evangelici del cristianesimo – sia venuto sviluppando un pensiero attivo che molto si avvicina a quei luoghi gramsciani e berlingueriani: contro l’indifferenza; per una rinascita intellettuale e morale (testuale); per un nuovo modello di sviluppo (testuale); per una rivoluzione della tenerezza (noi diciamo solidarietà umana) contro le tenebre che avvolgono il mondo. E la sintonia col pensiero gramsciano di Berlinguer è quasi totale laddove chiama specialmente i giovani al risveglio e all’impegno – all’evangelico “date e vi sarà dato” che "vale anche nei confronti del creato. Se continuiamo a sfruttarlo, ci darà una lezione terribile. Se ce ne prendiamo cura, avremo una casa anche domani".

Il che peraltro comporta appunto che tu, uomo d’oggi abitante di un mondo quanto mai grande e terribile, non ti costituisca o senta un essere individuo ma parte di una specie. Di una comunità, di una Nazione, e innanzitutto del Genere Umano.
Quando Einstein esule sbarcò a Staten Island gli fu chiesto di scrivere su un modulo a quale razza appartenesse [razzismo: antico peccato originale americano, come oggi viene esplicitamente denunciato dai bravi liberal e criptosocialisti di quel Paese e del mondo], al che egli scrisse: RAZZA UMANA.
Così, dunque, quelle riflessioni di Jill Lepore su individuo e specie, su animalità e socialità, mi sembrano una nuova conferma (come del resto quanto viene affermando la seppur minoritaria sinistra di Sanders e di altre non minime forze europee inglesi, tedesche, nordeuropee) di quanto sia ancora vivo e vitale il barbuto di Treviri, il vecchio Karl Marx.

Non aveva infatti egli detto che l’uomo non è solo un ente di natura ma è anche un ente sociale, uno zoon politikòn, e quindi il suo rapporto costitutivo con la natura è un rapporto sociale, una prassi sociale? "L’individuo è l’essere sociale" ha scritto: "Le sue manifestazioni di vita – anche se non appaiono nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con gli altri – sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale", e dunque il rapporto dell’uomo con la natura è diverso da quello che gli altri animali intrattengono con essa, perché la caratteristica peculiare dell’uomo è avere un’“attività vitale cosciente”, cioè essere un ente naturale e sociale che riflette su sé stesso.

Aristotele, Marx, Epicuro, Francesco (il Santo), Francesco (il Papa): non puoi essere se non fai; non puoi essere se non dai. E dovrei aggiungere quel commento, già ricordato in altra occasione, di Adin Steinzalts a Hillel il vecchio: «…l’uomo per sé stesso non conta nulla, ciò che fa da solo non è rilevante, ognuno singolarmente preso non ha senso né valore perché l’importante è l’opera della collettività. Allora, qual è la cosa fondamentale, ciò che ognuno fa da sé o ciò che fa insieme agli altri, e non solo per sé stesso?»

Ma qui è il punto. Anzi il rebus. Mentre sarebbe necessario un risveglio, anzi una esplosione di tale valore collettivistico; mentre bisognerebbe finalmente convertirsi ad un definitivo umanesimo che, per citare ancora una volta l’impolitico Leopardi, «Tutti fra sé confederati estima/Gli uomini, e tutti abbraccia/Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/Negli alterni perigli e nelle angosce/Della guerra comune”; e mentre sarebbe per lo meno opportuno cessare infine di fronteggiare le offese della natura e dei poteri senza più “Dell'uomo armar la destra, e laccio porre/Al vicino ed inciampo…»; mentre insomma ci sarebbe quanto mai bisogno di socialismo…, accade tutto il contrario.
Non dispero, naturalmente. E lotto ancora e invito alla lotta. Perché, come dice Romain Rolland, “anche senza speranza, la lotta è ancora una speranza”. E vi sono in tutto il mondo milioni di persone, milioni di giovani, che lottano per un rovesciamento delle sciagurate scelte che stanno portando alla rovina del pianeta, che lottano perché quei due miliardi di umani siano liberati dalla fame, che combattono ogni giorno perché ogni 5 secondi un bambino non muoia più per fame o malattie o per le guerre, che lottano contro il razzismo e contro le guerre, contro le infauste ideologie religiose e nazionaliste fondate sull’odio, che lottano per “la giustizia sociale senza la quale non c’è né pace né libertà” e, in breve, per una nuova più alta forma di civiltà.
Ci sono, ma sembrano prevalere ben altri valori, le disragioni delle tenebre, ed altre prassi, altri bui istinti che pur fanno parte dell’umana natura e paiono averne in eterno il dominio.

Il fanatismo religioso e nazionalista di grandi masse e insieme, in occidente, l’indifferenza, la dissipazione dell'essere, la totale libertà di consegnarsi al padrone, di rendersi schiavi. L'edonismo reaganiano (sembrava uno scherzoso modo di dire e invece è realtà), quella "miriade di occupazioni dedite alla cura di sé, edonistiche o protese verso un esplicito «dimenticarsi di esistere», pur di rubare istanti di felicità immemore e acefala, pur di strappare qualche consolazione alla fatica di vivere” di cui parlava, sono già anni, Duccio Demetrio nel suo "Ascetismo metropolitano". E c’è ancora di più, ancora peggio, a minare le democrazie uscite dalla vittoria sul nazifascismo ma non dal dominio capitalistico.

C’è, torno alla Lepore, quella “specie di iperindividualismo… e insieme quella invocazione della nazione nel senso peggiore di nazionalismo razziale”, e così, con questa duplice facies, pronti a darsi al Mario il mago di turno, il più rozzo o la più rozza, il più fasullo pagliaccio o gangster (o gangster-pagliaccio) aspirante al consolato, essi formano la massa dei portatori malati del virus del fascismo eterno e spingono al potere le nuove destre sovraniste, razziste, demagogiche, menzognere, autoritarie, che, qualsivoglia nome esse prendano, vanno avanti e si affermano in ogni parte del mondo.

Appare così quasi certo che il dopo pandemia non celebrerà quella svolta di civiltà, politica, sociale, etica che sarebbe necessaria, e che continua ad essere, purtroppo, soltanto una speranza contro ogni speranza. Da noi in Italia questa destra dichiara oggi il 49,5%, e i padroni del vapore si apprestano a riedificare la torre dei loro poteri economici e sociali sulle ceneri del mondo prepandemia.

Come diceva Mario Monicelli, ci vorrebbe la rivoluzione. O almeno qualcosa che fermi quell’onda e ripristini la Costituzione in tutti i suoi valori e dettati. Un’alleanza di popolo e di progresso, un patto di generazioni e di forze sociali, un nuovo incontro di idee e di visioni, come quello per cui risorgemmo nel Quarantacinque – Quarantotto. Io credo che queste forze ci siano, che questo patto sarebbe oggi possibile. Ciò che invece non vedo è il soggetto politico capace di mettere insieme quell’alleanza e quel patto, né la capacità dei non-partiti oggi in campo di mettere da parte i propri miserandi egoismi per sancire il nuovo compromesso storico che salvi la democrazia costituzionale e ponga l’Italia fuori della deriva di destra.

 

 

 

 

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Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

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Anita Tarquini e la storia di 3 donne durante Covid 19

Stiamo uscendo dall’emergenza sanitaria. ma cosa lascia alle nostre attività lavorative?

donne COVID 19 390 minLa Segretaria territoriale Uil Anita Tarquini ha raccolto le testimonianze di tre donne in carriera ciociare
Stiamo uscendo dall’emergenza Coronavirus, che cosa lascia nelle nostre realtà lavorative? Abbiamo intervistato la Segretaria Territoriale della UIL Frosinone Anita Tarquini che ha raccolto le sensazioni e stati d'animo di tre delle donne in carriera oggetto dell’inchiesta fatta a gennaio, tre storie diverse ma difficoltà simili per Tiziana, Tamara e Maria Rita durante l’emergenza sanitaria.

“Le prospettive sono terribili, il futuro tutt’altro che roseo, almeno ad oggi”. Parla così Tiziana del suo negozio di vendita di computer e assistenza informatica, rimasta aperta anche durante il lockdown come il codice Ateco imponeva: “Sarebbe stato meglio rimanere chiusi perché non abbiamo visto alcun cliente in queste settimane, il fatturato è stato pari a zero, ed essendo stati aperti, non rientriamo nelle categorie che fanno parte di quelle per le quali lo Stato ha previsto degli aiuti”.

Dunque oltre al danno, dunque, la beffa che si è fatta ancor più pensate per altri aspetti: “A soffrire più di ogni altro è stato mioUilFrosinone 350 min figlio che ho dovuto blindare a casa, con una baby sitter visto che anche mio marito è stato costretto a lavorare. Per tutelarlo abbiamo dormito in stanze separate, una sofferenza ulteriore per lui e per tutti noi”. Dal punto di vista economico si prevedono tempi duri: “Fatturato nullo a fronte di bollette e altre spese che sono arrivate puntualmente. Ad oggi ho ricevuto solo i 600 euro che non sono sufficienti neanche a pagare un mese di affitto. Neanche il bonus baby sitter è stato saldato. Abbiamo fatto assistenza in remoto che in termini economici non ha portato nulla. Per noi poi, adesso, parte un periodo, quello estivo che usualmente è poco producente e porterà ad un altro calo del fatturato. L’unica strada – conclude Tiziana – è quella di stringere i denti e sperare”.

Tamara è nel campo della vendita del caffè, un’attività che stava spiccando il volo prima dell’onda Covid-19 e l’inevitabile stop: “Le criticità – racconta – sono state diverse: macchine del caffè rimaste ferme negli uffici, chiusura per dieci giorni, durante le settimane di picco. Abbiamo sofferto un po' non potendo servire neanche la nostra clientela consolidata. Ovviamente ci sono state delle perdite anche se non irreparabili. Ho tenuto mia sorella a casa assorbendo l’intero turno giornaliero. Tutto sommato possiamo dire di aver retto bene l’urto e ora speriamo di poter riprendere l’attività in pieno. Siamo pronti ad approdare sul web – sottolinea Tamara – e ampliare il nostro bacino d’utenza oltre i confini regionali e perché no anche nazionali”.

Maria Rita, ispettore Forestale per enti internazionali ed italiani che si occupano di rilasciare certificazioni specifiche per aziende del settore legno, vive in Lombardia, regione a rischio: “Ricominciare a lavorare girando per le varie aziende (del settore legno e carta) in cui effettuo i miei controlli – spiega – è stato un po’ problematico. Ho ripreso il 4 maggio ma sia io che i referenti delle ditte con cui interagisco durante i miei audit, abbiamo convenuto quanto sia paradossale e decisamente un po’ “complicata” la situazione, considerando che, portando obbligatoriamente le mascherine, non è possibile neanche vedersi in viso e le sue espressioni, aspetto fondamentale nel mio lavoro. C’è un senso di prudenza diffuso, ovunque saponi igienizzanti per le mani, guanti in dotazione, regolamenti per il “COVID” affissi nelle aziende, riunioni effettuate con pochi presenti e tutti a distanza, saluti da lontano fatti con un cenno del capo e c’è anche, fra tutti, il pensiero comune di un “chissà se tutto andrà bene e quando?”.

 

 

 

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L’arte in quarantena: il punto di vista dei ragazzi

 Questo è stato un gioco, più che un compito,assegnato agli alunni ...

Imagine arte 2 S.Galella min“Crea uno Sticker rielaborando un’opera d’arte, del movimento o avanguardia artistica, legata al tuo percorso d’esame. Puoi utilizzare anche un’opera diversa da quella che hai scelto di riprodurre. Devi trasformare l’immagine aggiungendo scritte o cambiando alcuni elementi e la devi contestualizzare con il momento eccezionale che tutti stiamo vivendo a causa del Coronavirus. Vi allego alcuni esempi di foto e video realizzati da artisti e amatori durante la quarantena. Mi fido del vostro buon gusto e della vostra creatività. Buon divertimento!”

Questo è stato il gioco, più che il compito, che l’insegnante di arte, Serena Galella, ha assegnato agli alunni delle classi terze di Gallese e Vasanello. Una modalità alternativa di fare scuola, un modo diverso di dimostrare che si può essere distanti ma uniti. E perché non farlo con una modalità che i ragazzi conoscono : “Ho casualmente scoperto che tanti ragazzi creano degli sticker o meme per trasmettere le loro emozioni, cosa provano e sentono. Ho pensato di proporre loro di esprimere il proprio stato d’animo o i loro desideri attraverso un lavoro grafico, non manuale ma digitale. Fare un lavoro artistico a distanza, senza la guida dell’insegnante che nel laboratorio può trasmettere una tecnica pittorica o dare suggerimenti durante la realizzazione, è veramente complicato. La didattica a distanza ha permesso di interagire con i ragazzi anche se lontani, è stata una grande prova di forza e vitalità, ma purtroppo, suo malgrado, è svuotata dall’empatia, dal pathos che può derivare quando gli sguardi docente – alunno si incontrano. Ebbene si! Se vale per tutte le materie, ancor più vale per le materie in cui bisogna essere “portati”. L’impresa può diventare ardua e poco gratificante con il conseguente senso di frustrazione che ne può derivare. Per questo ho pensato di alleggerire il compito, di offrire loro la possibilità di imparare l’arte, di conoscere le opere, di attivare in loro lo spirito di ricerca, di sceglierle e perché no renderli consapevoli dell’emergenza che stiamo vivendo, contestualizzando il tutto”.

 

La “generazione digitale” ha risposto positivamente. Ecco alcuni dei loro lavori! le Le didascalie indicano lo studentem autore e il pittore che lo ha ispirato
Alice Spoletini SALVADOR DALI 150   La prof SERENA FRIDA KALO Ilaria Fumagalli 150  Riccardo Pizzano LIBERTY 150
Alice Spoletini da Salvator Dalì Ilaria Fumagalli la prof Serena Galella da Frida Kalo Riccardo Pizzano - Liberty
 Alessandra Franco FRIDA KALO 150  Filippo Paganini FORTUNATO DEPERO 150  Samuele Mariani HENRI MATISSE 150
Alessandra Franco da Frida Kalo Filippo Paganini - Fortunato Depero  Samuele Mariani da Henry Matisse

 

 

Fonte   https://www.icsorianonelcimino.edu.it/larte-in-quarantena-il-punto-di-vista-dei-ragazzi/

 

E' una parziale selezione d'immagini. Successivamente pubblicheremo altri lavori.

 

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UGL: "Oltre l’emergenza covid-19”

“Italiani, lavoro ed economia oltre l’emergenza covid-19”: ecco il rapporto Censis-Ugl

UGL logoellissi 350 minCome gli italiani stanno affrontando l’emergenza sanitaria e quali sono le aspettative per il futuro. Questi i temi del primo Rapporto Censis-UGL dal titolo “Italiani, lavoro ed economia oltre l’emergenza Covid-19” realizzato per il 70esimo anniversario del sindacato.

Dal rapporto emerge come ci sia preoccupazione per la salute e incertezza riguardo il futuro e il lavoro. Il 57,1% degli italiani giudica il futuro piuttosto nebuloso, il 25,5% crede nella ripresa e il 17,4% si dimostra confuso. Sul fronte del lavoro il 50% degli intervistati teme la disoccupazione e il 62% è convinto che ci sarà l’inevitabile aumento della stessa. I diffusi dall’Istat, che indicano come gli inattivi tra i 15 e i 64 anni siano a marzo in forte crescita di 301mila unità, con un tasso di 0,8 punti che lo attesta al 35,7% aumentano i timori. Tra le paure anche quella di perdere i propri risparmi.

Se per l’occupazione il decennio post-crisi è stato segnato dal lento ritorno ai livelli occupazionali pre-crisi (la variazione percentuale del numero di occupati segna +2,9%, pari a +661.149 unità nel 2009-2019) il mercato del lavoro ha visto la crescita di tempo determinato e part-time con la conseguente diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie. I dati relativi al bimestre gennaio-febbraio 2020 (rispetto allo stesso periodo del 2019) non mutano il profilo: occupati stabili (+0,1%), tempo determinato a +1,8%, tempo indeterminato +0,4%. Il 51,5% del totale dei lavoratori riguarda i settori essenziali e il rimanente 48,5% quelli dei settori bloccati pari a circa 7,1 milioni di lavoratori (tra cui giovani, contratti precari, più bassi redditi e microimprese con un solo addetto, a cui vanno aggiunti gli operatori delle varie forme della gig-economy).

Per quasi 9 italiani su 10 (l’88,6%) lo Stato è considerato non presente come dovrebbe. Una convinzione più radicata tra le persone con un basso titolo di studio (34,4%), i redditi bassi (32,4%), e i disoccupati (30,9%). In tale contesto, emerge una rinnovata attenzione ad organismi intermedi, come il sindacato, nel quale ha fiducia il 34,9% degli italiani, con percentuali più alte tra laureati (38,3%), operai ed esecutivi (37,3%).

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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zip.png Modulo di autocertificazione
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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Una notizia negata

Raccontiamo ai nostri lettori una notizia mai data

julian carron coron virus corriere della sera 350 minIl 4 maggio inizia una nuova pase di protezione dal covid 19. Chi dice che è troppo presto per avere una maggiore libertà di movimento e chi lamenta che la ripresa delle attività avvenga in ritardo. In ogni caso bisogna ancora essere prudenti e guardinghi e non è ora di bilanci. Ci dà speranza il prossimo arrivo di un vaccino in cui anche un laboratorio italiano è impegnato nella ricerca e realizzazione.

Ma… dal frusinate vogliamo raccontare ai nostri lettori di una notizia mai data. Tutto sommato possiamo dire che qui non abbiamo avuto grandi lutti. Fortuna (non guasta mai), rispetto delle misure di tutela? Chissà? Verrà il momento per capire e sapere.
Tuttavia, anche qui non siamo vissuti nell’attesa del fato e nella distrazione dagli avvenimenti che riguardavano e riguardano il nostro Paese ed il mondo intero.

Un nostro lettore ed amico medico ci ha messo a disposizione un suo carteggio di messaggi con alcune testate giornalistiche e l'Istitutom Superiore della Sanità (che noi qui in frodo vi alleghiamo integralmente)

Era il 26 febbraio scorso quando il dottor Franco De Falco, medico di Cassino oggi in pensione, scrisse «Dall'inizio della vicenda coronarovirus ho cercato di comunicare agli "esperti" alcune mie considerazioni che mi avevano portato ad ipotizzare l’uso del 'tiocilizumab' nella terapia contro il covid19 . Dai primi di Febbraio ho tentato di contattare social o partecipare a forum, ma inutilmente. Infine, mi sono deciso ad inviare dei file a vari indirizzi di posta elettronica (per esempio a La7 il 26 Febbraio e 03/03/20, all’ISS prof. G. Rezza il 2/03/20 etc. che riporto in calce). Tutto ciò, attualmente, risulta superato dagli avvenimenti, ovvero e per fortuna, dalla comunicazione del 07/03/20 dell’inizio dell’uso del tiocilizumab da parte di strutture ospedaliere napoletane.»

Così, amareggiato, il dottor De Falco commenta «Resta il rammarico di non aver potuto, forse, contribuire ad più precoce utilizzo del farmaco se fossi riuscito a comunicare tempestivamente le mie ipotesi a chi dotato di maggiore autorità e competenza specifica medica (virologi, immunologi etc.).
Comunque, vorrei ancora sottoporre al vaglio degli esperti alcune considerazioni:
1) Il tiocilizumab agisce su una citochina, la interleuchina-6. Perché non utilizzare anche il Kineret (anakinra) che agisce sulla interleuchina -1 o ogni altro anticorpo monoclonale utile nella sindrome da rilascio di citochine? Segnalo che gli antimalarici sperimentati nella terapia, sembra con un buon successo, inducono la soppressione di IL-1 (e TNF)
2) Ammesso che la suddetta sindrome sia dovuta ad una reazione anomala delle difese del paziente, ovvero ad un eccesso di reazione immunitaria, questa esagerata risposta potrebbe essere contenuta dall’impiego di antistaminici e cortisonici all’inizio del contagio o, addirittura, in prevenzione?
3) Chiedo se questo sovrabbondante atteggiamento immunitario potrebbe essere correlato
a)con una infezione da helicobacter pylori che può avere un interessamento sistemico mediante una liberazione di citochine. Può essere una coincidenza ma la curva di contagio del batterio/età è sovrapponibile a quella del covid19/età
b) con una recente vaccinazione o altrettanto recente infezione che possa già aver stimolato il sistema immunitario.»

In una stagione in cui si esaltano le “competenze” (di chi?) queste come le chiamano? Infatti dal 26 febbraio bisogna arrivare alla seconda metà di marzo per avere notizia da Napoli (ospedale Cotugno ad opera del prof Paolo Ascierto e colleghi ) che con successo hanno sperimentato il 'tiocilizumab' su pazienti affetti fa coronavirus. Ed è interessante apprendere che l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) ha autorizzata il 29 aprile la sperimentazione utilizzando Kineret (anakinra), come il Dott. De Falco aveva precedentemente indicato.
Un fatto significativo, contenuto, nelle 6 lettere, raccolte integralmente negli allegati che sono state inviate a Tv ed autorità dell’Istituto Superiore della Sanità.

Perché pensiamo che questa vicenda sia degna di essere conosciuta?
Ci sono comportamenti che lasciano perplessi e sbigottiti. Avremo avuto, e abbiamo tutt'ora bisogno, di tutte le energie scientifiche per combatte e sconfiggere il virus. Non sempre è cosi. Il Paese è ricco di intelligenze scientifiche diffuse e di alta professionalità che riguarda tutta la catena sanitaria dai medici agli infermieri, dai ricercatori ai medici di base, operativi in prima fila in modo capillare sul territorio. Sono proprio quest'ultimi ad avere un diretto riscontro dello stato delle condizioni di salute dei loro pazienti. Un lavoro che ha consentito di avvalersi della loro professionalità volto ad approfondire lo studio della struttura del virus. Molti medici, come nel caso del Dott. De Falco, hanno avanzato delle proprie valutazioni scientifiche, con relativa documentazione, che sono state recapitati a enti scientifici, ripetutamente sollecitati, e a organi stampa, che non si sono degnati di dare una risposta, quanto meno come gesto di cortesia. Sorprende ancora di più il silenzio di illustri accademici della ricerca, cui è stata inviata la documentazione scientifica, che non hanno nemmeno dato un segnale di "ricevuto" a un loro collega medico. Questi incresciosi fatti mettono in evidenza comportamenti di indifferenza assoluta e per quanto riguarda quelli del mondo accademico, interpellati e con compiti di responsabilità, hanno assunto un modo di essere che è di chiaro superbo distacco. E' inaccettabile e costituisce un precedente che mette in discussione la corretta informazione e il rispetto di quanti vogliono contribuire in diverso modo e sempre rigorosamente scientifico, a individuare soluzioni a problemi complessi come il nuopvo coronavirus.

Al lettore i commenti che preferisce

Noi facciamo qualche domanda: tutti mettono a disposizione indirizzi email, come l'Istituto superiore della sanità, per ricevere informazioni, ma poi ... nessuno risponde. Almeno una frase di circistanza per educazione di fronte a tante argomentazioni scientifiche e tecniche potevano, o no? Raro è stato il caso dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) che, su iniziativa del Codacons, aveva organizzato una video-conferenze con il Dott. De Falco, purtroppo rinviata perche tutto lo staff manageriale si era ammalato.

Perché non dare voce all’intelligenza diffusa che è su questo territorio italiano? Solo di nomi famosi  si dà notizia perchè fanno vendere? Ma che editoria dell'informazione è questa italiana?

 

Scarica le lettere integrali del dott. Franco De Falco

zip.png Carteggio del Dott. De Falco
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Carteggio De Falco-Tv-ISS

Data 2020-05-03 Dimensioni del File 150.66 KB Download 11 Scarica
 

 

zip.png Covid 19 . Decreto in vigore dal 4 maggio '20
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4 maggio: autocertificazione per la fase 2

Data 2020-03-24 Dimensioni del File 780.03 KB Download 12 Scarica

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Urge liquidità

covid19 lavoro minMobilità in deroga, artigiani, commercianti, piccole imprese, lavoratori autonomi in genere, singole famiglie: è un dramma.

I meccanismi di erogazione sono ancora complicati. Ieri la Regione ha comunicato che hanno evaso tutte le richieste di cassa integrazione. I 600€ per gli autonomi sono stati erogati per i due terzi della platea.

I prestiti alle imprese attraverso le banche sono lentissimi.

La nuova manovra, il cosiddetto Decreto Aprile, contiene, tra le altre cose, reddito d’emergenza e contributi a fondo perduto per PMI... Insieme al decreto saranno approvate norme per la semplificazione drastica delle procedure amministrative...
Questo dovrebbe accadere a breve ma, appunto, ma non ci sono date certe.

Ma quale senso di responsabilità si chiede alle banche? Sono il collo di bottiglia degli interventi di emergenza. Può mai essere che solo per loro debbono esserci garanzie no limits anche a fronte degli impegni del Governo e delle Stato già presi ed operanti?

Urge l'immissione di liquidità a fondo perduto per tutte le attività, senza creare disparità di trattamenti tra le stesse; altre soluzioni, diversamente, non riusciranno a risolvere tale crisi delle imprese. Ahimè mi tocca sostenere che probabilmente il costo di questa crisi sanitaria è stata e sarà pagata da tutti coloro che rientrano nel settore privato, datori di lavoro, dipendenti e consulenti, dove l’unica garanzia di sostenibilità è rappresentata dal mercato”.
Quali sfide bisognerà affrontare nella Fase 2?
La sfida oggi, e per il futuro, è innanzitutto unirsi ed essere compatti con l’obiettivo comune di dialogare con le Istituzioni per la redazione dei prossimi provvedimenti tecnici da adottare: ad oggi sembra impensabile che provvedimenti riguardanti l’apertura e il modus operandi delle varie attività, dalla  ristorazione, al rifornimeto dei magazzini, dai laboratori di estetica a quelli di riparazioni varie non siano condivise con chi effettivamente sta dietro ai banchi da lavoro, poiché il mancato coinvolgimento di tali attori potrebbe addirittura comportare problematiche in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

 

 

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Anagni: uscire dalla crisi economica dell’epidemia Covid 19

Uscire dalla crisi economica a seguito dell’epidemia da Coronavirus

Anagni notturno 350di Nello Di Giulio - Anagni: uscire dalla crisi economica a seguito dell’epidemia da Coronavirus. La pandemia che ha investito l’Italia ed il mondo è causa di sconvolgimenti e lutti che lasciano segni indelebili nell’ordine dello sviluppo economico e sociale in ogni Paese. Un nuovo ordine tra gli stati e nuove priorità politiche dovranno farsi strada in un sistema dimostratosi fragile ed artificioso.

Sta ai diversi organi di governo, a chi ha pubbliche responsabilità, ai cittadini di buona volontà portarsi oltre il conto dei danni e cogliere la sfida per ripartire in un nuovo quadro di sviluppo che coniughi benessere economico ed ambiente, sicurezza sociale e qualità della vita.

Da ogni parte si legge, si ascolta: “tutto è cambiato, nulla sarà come prima”. Ed Anagni, certamente, non potrà essere un’eccezione.

Anagni, per non pagare ingenti costi di astrazione rispetto a tale repentino cambiamento, deve maturare anzitutto consapevolezza che “tutto è cambiato” e che nuove analisi, nuovi modelli e priorità diventano obbligatorie nell’amministrazione della città.

Se è vero che dopo ogni crisi sistemica c’è una ripartenza, è altrettanto vero che questa beneficerà prioritariamente chi sarà in grado di capire prima ed interpretare il nuovo superando idee, schemi e pratiche improvvisamente logore.

Anagni necessita, ora quanto mai, di uno straordinario piano di rilancio partendo dal suo prestigio costituito da grande storia millenaria, posizionamento geografico, potenzialità del vasto territorio, servizi, formazione, scuola, arte e cultura di riguardo.

Anagni non è una città qualsiasi. Anagni ha al suo interno risorse inestimabili da poter mettere a reddito e ridisegnare, con esse, un futuro nuovo con articolato benessere per i cittadini di oggi e di domani. Fondamentale muoversi per tempo e con cognizione, eppoi fare e saper fare in una visione univoca nel settore della cultura, dell’urbanistica, nelle attività produttive come nei servizi e nelle infrastrutture.

Senza voler trascurare la realtà industriale che ha distribuito ricchezza economica per oltre un trentennio, Anagni deve recuperare il suo valore di città storica, culturale, formativa (tre prestigiosi collegi), commerciale, artigianale, terziaria, agricolo alimentare.

Sarà strategico tornare ‘città attrattiva’ con valorizzazione del passato in parallelo a nuova intensità e qualità della vita. Attrattività presuppone il pieno recupero dei caratteri identitari (market branding) in uno con il deciso sviluppo di reti circuiti tematici, nuova proattività e competitività in uno scenario più esigente di quello crollato sotto l’aggressione della pandemia.

Una scelta, una direzione di sviluppo obbligatoriamente opposta all’automatismo della sopravvivenza nella quotidianità. Le piccole città che non ripensano il loro futuro, ora più che mai, rischiano di condannarsi al progressivo spopolamento con impoverimento diffuso ed abbandono delle generazioni più dinamiche.

Al governo cittadino è richiesto di essere all’altezza di una sfida assolutamente inedita che travalica approssimazioni, personalismi e click di gradimento social. Anagni deve saper mettere a reddito la sua ‘materia prima’ (petrolio che non inquina) in chiave di motore di sviluppo di attività economiche dirette, connesse e collaterali. Non si tratta, infatti, di comuni ‘beni economici’ ma di ricchezze identitarie non fruibili in altro luogo; tra esse: l’ambiente, il paesaggio, la storia millenaria, l’arte, il centro storico medievale, il vissuto dei suoi personaggi, l’area archeologica in uno con lo storico parco urbano di fine Ottocento.

Una ‘materia prima’ che costituisce patrimonio a “costo zero” a disposizione di tutti i cittadini, per ogni attività d’impresa o di servizio nella città e nel territorio. Obiettivo dovrà essere il saper riempire il carrello di spesa di ogni visitatore/cittadino con molteplicità di prodotti culturali, ambientali ed esperenziali, tali da caratterizzare la stessa percezione di valore di beni commerciali e di consumo che la città deve tornare a produrre/offrire/vendere.

Anagni deve rendersi fruibile a chi sceglie di viverla, visitarla, amarla, promuoverla. Accessibilità, mobilità, sicurezza, verde pubblico e qualità ambientale devono essere elementi primari nel piano di rilancio post pandemia. Una visione qualitativa che affonda radici nel racconto diffuso di una città densa di memorie e restituita alla mobilità delle persone con stringente regolamentazione per le autovetture. Insomma, una città ed un territorio facile da vivere che induce a restare volentieri o a tornare appena possibile.

Solo una città recuperata nei suoi valori peculiari ed organizzata nella fruibilità potrà promuovere con successo le sue potenzialità nei diversi settori del turismo e dell’ospitalità, come pure nel commercio tipico e di prossimità, nell’artigianato, nella valorizzazione urbanistico - ricettiva, nello sviluppo della filiera agro alimentare e dell’offerta enogastronomica.

Una siffatta ripartenza passa anche attraverso nuova attenzione e cura di tutti quei servizi che la propongono e la relazionano al mondo esterno, unico inflessibile mercato della competizione globale sempre più attento ai giudizi ed umori veicolati dai social. In tal senso, accoglienza, esperienza, sensazioni ed emozioni contano non meno dei grandi valori storico monumentali. Un ventaglio di ‘qualità’ da sviluppare tanto nell’approccio ad un museo quanto nell’esplorare un vicolo cittadino, così come nell’offerta gastronomica o in quella commerciale, oppure, solamente, nell’empatia di relazione o nella disponibilità un servizio igienico ‘post pandemia’ a relativa necessità.

Un articolato salto di qualità si impone, pertanto, all’amministrazione comunale per il rilancio di Anagni a valle di questa terribile crisi da Coronavirus. Una crisi domestica e sistemica che non ha precedenti al di fuori dei due conflitti mondiali. In alternativa si rischierebbe un impoverimento progressivo che, al di là del grande valore della solidarietà, piomberebbe la città in un assistenzialismo prolungato con effetti di deprecabile marginalizzazione economico e sociale di tante famiglie.

 

 

 

 

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Covid 19. Accordo FCA-Lavoratori

Verso fase 2 Covid 19

fcalavoratori 350 minGrazie ad un comunicato del PCI Lazio possiamo pubblicare ampi stralci dell'accordo nazionale FCA e rappresentanti dei lavoratori, definito Il giorno 9 aprile 2020 in previsione della la fase due che affronterà l'emergenza Covid 19. In fondo anche una comunicazione della Fiom.

«premesso che: - il Paese è stato colpito da una gravissima emergenza sanitaria a causa dell’epidemia di COVID-19; - nella prima fase dell’epidemia le Parti hanno già convenuto su alcune linee guida di profilassi sanitaria da seguire durante l’esercizio dell’attività lavorativa;

- successivamente i DPCM del 22 marzo 2020 e del 1° aprile 2020 hanno sospeso ogni attività lavorativa, fatte salve alcune definite di carattere essenziale, fino al 13 aprile 2020.

Con il presente accordo le Parti intendono definire le linee guida per la regolamentazione condivisa delle misure atte a consentire la progressiva ripresa delle attività del Gruppo FCA in Italia, anche cosiddette non essenziali, nei tempi e nei limiti che saranno fissati dal Governo. (…)

la loro completezza ed efficacia viene inoltre validata e confermata da virologi, esperti nell’analisi e nella valutazione delle misure di prevenzione e profilassi nella presente situazione pandemica. In ogni caso le Parti seguiranno l’evoluzione degli studi in materia sanitaria e le indicazioni delle autorità competenti per migliorare ulteriormente le misure indicate nelle linee guida (….)

L’effettiva corretta implementazione delle linee guida sarà oggetto di confronto e di monitoraggio in sede locale, anche in ragione delle diverse specificità delle singole unità produttive. In questa stessa sede l’Azienda presenterà di volta in volta il piano di applicazione delle linee guida alle articolazioni aziendali delle OO.SS. immediatamente prima della ripresa lavorativa.

Le Parti concordano inoltre di prevedere presso dette unità produttive un costante monitoraggio strutturato con appositi incontri, con la necessaria fattiva partecipazione di RSPP e RLS (garantendo la loro presenza in azienda durante il processo di riavvio delle attività), per verificare e coadiuvare l’efficace applicazione del complesso delle misure previste in relazione alle diverse caratteristiche degli specifici ambienti di lavoro (….)

In relazione alla durata dell’attuale fase di emergenza per l’epidemia di covid 19, così come definita dalla decretazione governativa, il presente accordo resterà in vigore fino al 31 luglio 2020.»

 

Quella che segue, è la comunicazione Fiom dopo la sottoscrizione dell’accordo: «Coronavirus. Fiom: scienza e contrattazione alla base linee guida per la salute e la sicurezza in FCA. E' stato raggiunto oggi l'accordo unitario sulle linee guida per affrontare l'emergenza “Covid 19”.

L'intesa individua le misure e azioni utili alla progressiva ripresa delle attività del Gruppo FCA in Italia quando il Governo deciderà la ripresa produttiva. L'accordo è il risultato dell'incontro tra le competenze dei delegati, dei lavoratori e gli esperti in materia e la volontà delle organizzazioni sindacali e della direzione di FCA di cercare e raggiungere un'intesa per la tutela della salute e della sicurezza delle persone e la garanzia occupazionale e produttiva a seguito dell'accordo quadro precedentemente siglato. Nel testo sono definite le modalità della ripartenza graduale delle fabbriche a partire dal confronto sulle linee guida tra azienda e delegati che stabilimento per stabilimento dovranno trovare le migliori soluzioni per la tutela delle persone attraverso la riorganizzazione della produzione, una riduzione dei volumi produttivi, dispositivi di protezione individuale. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori saranno preventivamente informati perchè l'accordo valorizza la consapevolezza delle persone. Questo accordo resterà in vigore fino al 31 luglio 2020 e ci sarà un monitoraggio continuo per eventuali ulteriori integrazioni e miglioramenti, alla luce delle indicazioni delle autorità pubbliche e della comunità scientifica. Per la Fiom la priorità è sempre garantire la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori. La Fiom ritiene un passo importante per i metalmeccanici il fatto che in piena emergenza scienza, conoscenza dei lavoratori e contrattazione abbiano guidato la trattativa fino alla firma dell'accordo dopo anni».

 

 

 

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