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Cisl: misure straordinarie per contenere la Crisi del Metalmeccanico

Analisi dei dati sul Covid 19 Fase 2: Occorrono misure straordinarie per contenere la Crisi del Metalmeccanico. Nessuno si sottragga alle responsabilità del suo ruolo!

L’analisi dei dati, appena terminata, sulle richieste di CIGO per COVID pervenute e che riguardano il solo comparto metalmeccanico ciociaro, fotografa una provincia fortemente impattata dal lockdown i cui effetti ad oggi sono difficilmente prevedibili.

10060 lavoratori di 432 Aziende dislocate in 47 Comuni della nostra provincia sono stati collocati in CIGO nel periodo Marzo – Maggio 2020, dati al lordo delle domande di FIS e FSBA, ovvero degli ammortizzatori attivabili per il settore artigiano e della piccola impresa.

81% delle richieste è pervenuto da imprese con dimensione compresa tra 1 e 15 dipendenti, il 17% da azienda tra 16 e 100 dipendenti ed il 2% da aziende con più di 100 dipendenti, ma il 43% del totale dei lavoratori collocati in cassa lavora in quel 2% di aziende e FCA da sola cuba il 35% del totale delle richieste. (Grafici in Allegato)

Ma l’utilizzo di ammortizzatori sociali ha contenuto parzialmente quella che è la crisi più importante degli ultimi 25 anni, sia in termini di impatto, sia in termini di riflessi in ambito di economico globale.

L’arresto della domanda, la stagnazione dei consumi, l’incertezza dei tempi di una possibile ripresa, che recenti analisi stimano a fine 2021, induce necessariamente a ripensare il sistema paese nell’interezza della filiera produttiva alla luce dei dati analizzati.

Il Governo per gestire la seconda fase del Covid ha costruito ulteriori strumenti sociali a sostegno delle imprese che ancora oggi non sono in grado di riprendere le produzioni per mancanza di commesse, per il congelamento della domanda, o per perdita di asset che allo stato attuale non hanno visione concreta in termini di tempo sulla loro effettiva ripresa (turismo, trasporti, autovetture, aerospazio, ecc.)

Strumenti quali linee di credito agevolate per le imprese e ulteriori 9 settimane di CIGO per COVID, ma quanto messo in campo rischia di non essere sufficiente a contenere i problemi ed il fenomeno.

E’ allarme rosso tra per le piccole - medie imprese del settore metalmeccanico, è la denuncia della FIM-CISL di Frosinone che, attraverso le parole del segretario generale Fabio Bernardini, esprime profonda preoccupazione: ”Dalla metà di giugno si andrà verso la scadenza del secondo step di CIGO per covid-19, ammortizzatore sociale a cui hanno potuto accedere tutte le aziende anche al disotto dei 15 dipendenti per far fronte alla crisi, il secondo step di successive 4 settimane partirà dal 1 settembre, nel periodo che va tra i due blocchi di CIG tutte le aziende non avranno alcuna copertura e dovranno far fronte con le proprie forze alla devastazione della crisi”.

Oltre alla problematica precedentemente esposta, il segretario Bernardini sottolinea anche la gravissima situazione che riguarda tutte quelle realtà e tutte quelle categorie aziendali che normalmente hanno accesso ad ammortizzatori non CIGO attraverso fondi specifici: ”In provincia di Frosinone ci sono molte aziende metalmeccaniche appartenenti alla categoria artigiani, la quale ha un proprio fondo, denominato FSBA (fondo di solidarietà bilaterale artigiani) che, in caso di necessità, eroga sostegno al reddito ai lavoratori di quelle aziende. Nel caso del FSBA, a differenza della normativa sulla CIGO, le aziende non sono obbligate a versare mensilmente al fondo la quota prevista per ogni dipendente e per tale ragione non hanno potuto accedere ad alcun ammortizzatore sociale neanche in Deroga. Per permettere l’erogazione del sostegno al reddito il fondo chiede alle aziende artigiane che non sono in regola, di regolarizzare la propria posizione dal 01 Gennaio 2020 e a tale richiesta molte aziende hanno risposto di non avere la possibilità di coprire tale importo.”

Il segretario della FIM sottolinea come possa diventare esplosiva questa situazione se non si interviene in maniera tempestiva: ”Ulteriore problema creato dal decreto Cura Italia è il divieto ad aprire procedure di mobilità L.223 fino al 17 agosto 2020, questo genera un fenomeno di ulteriore stagnazione del mercato in relazione al fatto che molte aziende che dovranno aprire, cause di forza maggiore, ovvero la mancanza di carico produttivo, procedure di CIGS o di CDS (Contratti di Solidarietà) non potranno utilizzare lo strumento della mobilità volontaria ed incentivata per accompagnare i lavoratori, che ne hanno i requisiti, in pensione anticipata e contemporaneamente alleggerire l’organico in forza.”

Secondo Fabio Bernardini il primo passo da fare per cercare di tamponare la situazione potrebbe essere quello di anticipare il secondo step di CIG alla metà di giugno: “Le problematiche esposte precedentemente non le vive solo la provincia di Frosinone, purtroppo è comune a tutti i territori italiani, per arrivare almeno al 17 di agosto lo stato deve trovare il sistema di anticipare il secondo step di CIG per covid-19, in questo modo di sicuro non si risolve il problema ma almeno si ha più tempo per intervenire”.

Il segretario della FIM-CISL di Frosinone infine rivolge un accurato appello alle istituzioni: ”Mai come in questo momento contingente e straordinario è necessario che i principali attori della politica della provincia di Frosinone, le associazioni datoriali unitamente alle parti sociali costituiscano un 'vero' tavolo d’emergenza a sostegno di queste problematiche. Non c’è tempo da perdere, non ci sono alibi da costruire, non ci sono divisioni politiche o ideologiche che devono ostacolare un necessario ed imprescindibile momento di sintesi finalizzato alla realizzazione concreta di progetti mirati e specifici atti a sostenere le nostre imprese ed i lavoratori che vi operano. Occorre mettere a fattor comune le singole competenze e le singole specificità per cercare di arginare una crisi che potrebbe dare il colpo di grazia al tessuto industriale della nostra provincia. Nessuno si sottragga alle responsabilità del suo ruolo o si assumerà le conseguenze di quanto accadrà nel nostro territorio nei mesi a venire.”

 

 

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Allarme e proposta dei comunisti per Aree Crisi Complessa

  • Pubblicato in Partiti

Roma. PCI. Lavoratori aree di crisi complesse (Rieti e Frosinone): Allarme e proposta dei comunisti. Attesa Regione

Bandiera pci 350 260In una lettera aperta all’assessore al Lavoro della Regione Lazio, i comunisti di Rieti e Frosinone intervengono nel merito della vicenda dura, complicata, e trascinatasi da troppo tempo, dei lavoratori senza lavoro delle aree di crisi complesse.

“Per prima cosa ci congratuliamo con l'assessore regionale Claudio Di Berardino e con le organizzazioni sindacali per la celerità con cui si sono prodigati in modo che le due aree di crisi complessa delle province di Frosinone e Rieti sono state rifinanziare, e sono state snellite le procedure per l'accesso al credito. – commentano il responsabile Lavoro PCI Lazio Tiziano Ziroli, ed i due segretari delle Federazioni di Frosinone e Rieti, Bruno Barbona e Marco Luzi, unitamente al segretario regionale Oreste della Posta - Non sappiamo ancora la durata del provvedimento e ci auguriamo che si reperiscano i fondi per coprire l'intero anno".

Nell'accordo Quadro per gli ammortizzatori sociali per area di crisi complessa tra Regione Lazio e le parti sociali è menzionato "art 6, TRATTAMENTO DI MOBILITÀ IN DEROGA CONDIZIONATO ALL' ATTIVAZIONE DI UNA POLITICA ATTIVA".

"Relativamente alla procedura di mobilità in deroga dei lavoratori, ricordiamo che questo è il quarto anno di mobilità CONSECUTIVA, e, ogni anno viene inserito un articolo che prevede il ricollocamento dei lavoratori, e viene firmato dalla Regione Lazio e le varie sigle sindacali. È un accordo che il PCI di Frosinone, di Rieti e dell’intera regione Lazio, condivide pienamente, perché i lavoratori si sentono umiliati a percepire la mobilità, quando invece è solo il lavoro che dà dignità!" – sottolineano i dirigenti comunisti.

"Dopo le firme però, in realtà non viene fatto nessun corso di aggiornamento, né tantomeno i lavoratori sono stati ricollocati. Il PCI di Frosinone, di Rieti e del Lazio, chiedono alla Regione Lazio, che ha sottoscritto questo accordo, di attivarsi non solo per la sopravvivenza ma anche per la dignità umana! Da quattro anni centinaia di lavoratori aspettano di potersi assicurare un LAVORO, vista la situazione attuale e visto che non c'è più tempo."

"Ad Agosto, se la durata è di otto mesi, la mobilità cesserà e i lavoratori non percepiranno più aiuto dalla Regione Lazio. Quindi, chiediamo che tutti i lavoratori (facciamo presente che la maggior parte di loro ha superato i 50 anni di età e quindi sono lavoratori difficilmente ricollocabili) siano assorbiti dalla Regione Lazio e tramite corsi di formazione poi ridistribuiti nella filiera produttiva statale."

"La proposta non è inverosimile ed è di grande valore sociale . È facile pensare che dopo il mese di Agosto se la durata è di otto mesi tutti i lavoratori (e le loro famiglie) sarebbero costretti ad ingrossare le fila dei lavoratori in nero, per essere sfruttati da industriali senza scrupoli. – concludono Ziroli, Barbona, Luzi e Della Posta - La possibilità di essere invece impiegati, magari anche nell'ambito della sanità pubblica o nella fabbricazione di materiale sanitario pubblico (DPI) che oggi, in emergenza sanitaria nazionale, tanto manca (mascherine, materiale per tamponi, ecc). Pensiamo possa essere l’indirizzo verso la soluzione migliore sia dal punto di vista sociale che etico. Ora sollevata la questione urgente, certamente spetta a chi ha le leve della gestione e delle decisioni l’onere della risposta, coi fatti. Questo il chiarimento di merito che attendiamo da voi.”

Roma, 26 aprile 2020

 

 

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Anagni: uscire dalla crisi economica dell’epidemia Covid 19

Uscire dalla crisi economica a seguito dell’epidemia da Coronavirus

Anagni notturno 350di Nello Di Giulio - Anagni: uscire dalla crisi economica a seguito dell’epidemia da Coronavirus. La pandemia che ha investito l’Italia ed il mondo è causa di sconvolgimenti e lutti che lasciano segni indelebili nell’ordine dello sviluppo economico e sociale in ogni Paese. Un nuovo ordine tra gli stati e nuove priorità politiche dovranno farsi strada in un sistema dimostratosi fragile ed artificioso.

Sta ai diversi organi di governo, a chi ha pubbliche responsabilità, ai cittadini di buona volontà portarsi oltre il conto dei danni e cogliere la sfida per ripartire in un nuovo quadro di sviluppo che coniughi benessere economico ed ambiente, sicurezza sociale e qualità della vita.

Da ogni parte si legge, si ascolta: “tutto è cambiato, nulla sarà come prima”. Ed Anagni, certamente, non potrà essere un’eccezione.

Anagni, per non pagare ingenti costi di astrazione rispetto a tale repentino cambiamento, deve maturare anzitutto consapevolezza che “tutto è cambiato” e che nuove analisi, nuovi modelli e priorità diventano obbligatorie nell’amministrazione della città.

Se è vero che dopo ogni crisi sistemica c’è una ripartenza, è altrettanto vero che questa beneficerà prioritariamente chi sarà in grado di capire prima ed interpretare il nuovo superando idee, schemi e pratiche improvvisamente logore.

Anagni necessita, ora quanto mai, di uno straordinario piano di rilancio partendo dal suo prestigio costituito da grande storia millenaria, posizionamento geografico, potenzialità del vasto territorio, servizi, formazione, scuola, arte e cultura di riguardo.

Anagni non è una città qualsiasi. Anagni ha al suo interno risorse inestimabili da poter mettere a reddito e ridisegnare, con esse, un futuro nuovo con articolato benessere per i cittadini di oggi e di domani. Fondamentale muoversi per tempo e con cognizione, eppoi fare e saper fare in una visione univoca nel settore della cultura, dell’urbanistica, nelle attività produttive come nei servizi e nelle infrastrutture.

Senza voler trascurare la realtà industriale che ha distribuito ricchezza economica per oltre un trentennio, Anagni deve recuperare il suo valore di città storica, culturale, formativa (tre prestigiosi collegi), commerciale, artigianale, terziaria, agricolo alimentare.

Sarà strategico tornare ‘città attrattiva’ con valorizzazione del passato in parallelo a nuova intensità e qualità della vita. Attrattività presuppone il pieno recupero dei caratteri identitari (market branding) in uno con il deciso sviluppo di reti circuiti tematici, nuova proattività e competitività in uno scenario più esigente di quello crollato sotto l’aggressione della pandemia.

Una scelta, una direzione di sviluppo obbligatoriamente opposta all’automatismo della sopravvivenza nella quotidianità. Le piccole città che non ripensano il loro futuro, ora più che mai, rischiano di condannarsi al progressivo spopolamento con impoverimento diffuso ed abbandono delle generazioni più dinamiche.

Al governo cittadino è richiesto di essere all’altezza di una sfida assolutamente inedita che travalica approssimazioni, personalismi e click di gradimento social. Anagni deve saper mettere a reddito la sua ‘materia prima’ (petrolio che non inquina) in chiave di motore di sviluppo di attività economiche dirette, connesse e collaterali. Non si tratta, infatti, di comuni ‘beni economici’ ma di ricchezze identitarie non fruibili in altro luogo; tra esse: l’ambiente, il paesaggio, la storia millenaria, l’arte, il centro storico medievale, il vissuto dei suoi personaggi, l’area archeologica in uno con lo storico parco urbano di fine Ottocento.

Una ‘materia prima’ che costituisce patrimonio a “costo zero” a disposizione di tutti i cittadini, per ogni attività d’impresa o di servizio nella città e nel territorio. Obiettivo dovrà essere il saper riempire il carrello di spesa di ogni visitatore/cittadino con molteplicità di prodotti culturali, ambientali ed esperenziali, tali da caratterizzare la stessa percezione di valore di beni commerciali e di consumo che la città deve tornare a produrre/offrire/vendere.

Anagni deve rendersi fruibile a chi sceglie di viverla, visitarla, amarla, promuoverla. Accessibilità, mobilità, sicurezza, verde pubblico e qualità ambientale devono essere elementi primari nel piano di rilancio post pandemia. Una visione qualitativa che affonda radici nel racconto diffuso di una città densa di memorie e restituita alla mobilità delle persone con stringente regolamentazione per le autovetture. Insomma, una città ed un territorio facile da vivere che induce a restare volentieri o a tornare appena possibile.

Solo una città recuperata nei suoi valori peculiari ed organizzata nella fruibilità potrà promuovere con successo le sue potenzialità nei diversi settori del turismo e dell’ospitalità, come pure nel commercio tipico e di prossimità, nell’artigianato, nella valorizzazione urbanistico - ricettiva, nello sviluppo della filiera agro alimentare e dell’offerta enogastronomica.

Una siffatta ripartenza passa anche attraverso nuova attenzione e cura di tutti quei servizi che la propongono e la relazionano al mondo esterno, unico inflessibile mercato della competizione globale sempre più attento ai giudizi ed umori veicolati dai social. In tal senso, accoglienza, esperienza, sensazioni ed emozioni contano non meno dei grandi valori storico monumentali. Un ventaglio di ‘qualità’ da sviluppare tanto nell’approccio ad un museo quanto nell’esplorare un vicolo cittadino, così come nell’offerta gastronomica o in quella commerciale, oppure, solamente, nell’empatia di relazione o nella disponibilità un servizio igienico ‘post pandemia’ a relativa necessità.

Un articolato salto di qualità si impone, pertanto, all’amministrazione comunale per il rilancio di Anagni a valle di questa terribile crisi da Coronavirus. Una crisi domestica e sistemica che non ha precedenti al di fuori dei due conflitti mondiali. In alternativa si rischierebbe un impoverimento progressivo che, al di là del grande valore della solidarietà, piomberebbe la città in un assistenzialismo prolungato con effetti di deprecabile marginalizzazione economico e sociale di tante famiglie.

 

 

 

 

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Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Nadeia De Gasperis presenta un "gioco" di parole

emmadante 390 minEmma Dante è regista, attrice teatrale e drammaturga italiana. La sua arte è nota perché è sempre alla ricerca di una immediatezza comunicativa che spesso raggiunge con l’uso del dialetto e perché le sue sceneggiature hanno come protagonista l’universo culturale siciliano dove vigono oppressioni, pregiudizi e immobilismo.

In queste pagine è alle prese con un gioco molto serio, perché serie sono le parole e in questo drammatico momento sono serie più che mai e possono pesare come macigni. Ecco dunque che dovrebbero essere ricercate e calibrate, soprattutto da chi le usa per mestiere come chi di mestiere diffonde le informazioni. Ma al mondo dell’arte è ancora concesso di giocare con le parole, quando queste non danneggiano e non offendono, ma possono alleviare le nostre paure e le nostre pene e offrire spunti di riflessione.

Così Emma Dante, prende spunto da ogni lettera dell’alfabeto per coniugare le paure, le aspettative le speranze di questi giorni.
Ci piacerebbe proporre questo gioco anche a voi lettrici e lettori,
Leggendo vi vengono in mente pensieri? Mandateceli declinati nelle lettere dell’alfabeto a # (NDG)


Massimo Marino raccoglie questo lavoro di Emma Dante:
– Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z?
– Proviamo.

A come #acasa
A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.

B come Brescia
Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.

C come corona
Corona in questo caso, oggi, non è qualcosa di reale, di prezioso, di luccicante, di meraviglioso. Vuol dire contagio, una parola di odio e di guerra.

D come Dante
Non collego la parola né al Sommo Poeta, né a me. Faccio diventare la parola un participio presente del verbo dare. Mi fa pensare a qualcuno che dà, a dare il mio piccolo contributo. La mia attività teatrale si è fermata. La vita subisce un disagio. Ma penso che questo disagio è un contributo per una giusta causa.

E come eroi
Come eroi non penso certo a Spiderman, che affronta i disastri e li risolve, e neppure a Batman (ho un figlio di sette anni, per questo cito loro e non Achille o Eracle). Penso a chi si sta impegnando ogni giorno, al personale sanitario, agli infermieri, alle commesse dei supermercati, ai giornalai, ai farmacisti, ai trasportatori, alle forze dell’ordine, a tutti quelli che ci consentono di vivere, di stare a casa in questa quarantena noiosa e necessaria.

F come figli
Mio figlio ha una grande passione per i fumetti. Stare tante ore con lui in casa per me significa regressione all’infanzia. Dovendomi occupare di un bambino solo, costretto a rimanere al chiuso, sono tornata bambina, perché devo scendere al suo livello. Questa è la cosa che ci insegnano i figli: a calarsi. È bellissimo. È un salvavita.

G come Gualtieri (Mariangela)
Io l’adoro. È una grandissima poetessa, una donna sensibilissima, capace di trasformare l’orrore in qualcosa di straordinario. Ci fa riflettere. La accosto ad Anna Maria Ortese: quello che lei era nella letteratura, nella prosa, Mariangela è oggi nella poesia, cioè ha una meravigliosa capacità di far diventare poetica qualsiasi cosa, anche la più terribile. All’Ortese l’accumuna l’immenso sconsiderato amore per la natura, per tutti gli esseri viventi e non viventi, un amore sconfinato per il creato. Mariangela ci fa sentire come se in questo momento il mondo si depurasse di noi, come se il virus uomo venisse rigettato dal mondo per rinascere. È come se la natura stesse facendo la sua battaglia per ristabilire un equilibrio che si stava perdendo. Oggi, per esempio, l’inquinamento è diminuito: qui a Palermo sembra di stare in alta montagna. Mi sento sulle Dolomiti.

H come H24
Stiamo vivendo, paradossalmente, il tempo fino in fondo, stiamo sentendo, nelle nostre clausure, il tempo sui corpi e sulla vita. Quando lavoriamo, usciamo la mattina e torniamo a casa la sera, sempre di corsa, e lo perdiamo il tempo. Ora la sua percezione è più intima. Sto scoprendo il passare del tempo, le ore che si rincorrono. Aspetto ogni giorno il bollettino della Protezione civile delle 18. Prima ci occupavamo solo della nostra condizione di artisti, di lavoratori: ora stiamo in casa per gli altri.

I come Internet
Internet è la salvezza, è l’unico ponte con l’esterno. È fondamentale. Attraverso questo potentissimo mezzo di comunicazione siamo riusciti a costruire qualcosa veramente, ad andare avanti. Si insegna, si mantengono le relazioni, ci si informa. Può avere difetti, creare disagi, ma è una grande invenzione, che ha permesso all’uomo di arrivare lontano.

L come libertà
In questo momento la libertà è fatta di piccole cose, di gesti. Come il tempo, la senti più forte ora che non ce l’hai. Come quando hai mal di testa o mal di denti o alle gambe, e solo allora ti accorgi di avere una testa, i denti, due gambe, il corpo… Quando ti viene a mancare qualcosa ne capisci l’importanza. Scoprire, riscoprire il tempo e la libertà è fondamentale per non ammalarsi e per non morire. Le persone prigioniere muoiono.

M come Misericordia
La misericordia è un sentimento che gli uomini dimostrano di avere, laicamente, nei confronti dei più bisognosi. Questo periodo sta rivelando come la paura dell’altro, il rifiuto ad accogliere non hanno radici forti nel nostro paese, che nei momenti di pericolo si ricorda delle sue origini, della sua vera natura, generosa, aperta. Il mio ultimo spettacolo si chiama Misericordia. Parla di tutt’altra storia, ma non troppo. Ci sono tre donne che vivono in un tugurio, nella miseria, e che pure nonostante la loro indigenza, nonostante vivano in un mondo di brutalità, si prendono cura di un ragazzo lasciato solo dalla madre, una prostituta come loro, uccisa da un uomo violento. Misericordia è non chiudersi nel proprio agio, grande o piccolo che sia, e occuparsi invece della casa accanto.

N come nostalgia
Ho una grandissima nostalgia del teatro. Appocundria, dicono a Napoli. Mi manca tantissimo.

O come opera lirica
Mi manca forse un po’ meno del teatro, anche perché la possiamo ascoltare a casa, mentre il teatro non possiamo farcelo da soli. Nei nostri impianto wi fi o televisivi possiamo ascoltare cose straordinarie. Possiamo vedere film in tv, e io sto cercando di recuperare titoli che avevo perso. Il teatro invece mi manca da morire.

P come Palermo
Dalle finestre di casa vedo il monte Pellegrino. Davanti ho un giardino, non ho la percezione della città. Di solito a fare la spesa esce mio marito, Carmine. Sono andata fuori una sola volta e ho percorso la “spianata Goethe”, una passeggiata nel bosco che lo scrittore tedesco faceva quando era a Palermo. È una strada, un’acchianata, bella, spirituale, dove passeggiare in solitudine. Il sentiero sale verso la cima del monte, dove si trova il santuario dedicato a santa Rosalia, la “Santuzza” che salvò Palermo dalla peste nel seicento. Ogni volta che c’è il Festino della Santuzza, per la festa patronale, molta gente sale per questo sentiero per chiedere la grazia, la liberazione da qualche male. Io l’ho percorsa da sola.

Q come “quando si apriva il sipario”
Ancora la nostalgia del teatro, legata a un’idea di condivisone, al sedersi accanto a qualche sconosciuto che diventa per una o due ore uno di famiglia. È quel miracolo che mi manca, non tanto fare teatro, quando stare in una sala con altri. Che i teatri siano chiusi mi stringe il cuore, anche se so che è necessario. Sono posti importante: sono sempre stati luoghi dove si medica l’anima. Quando riapriranno, avremo bisogno delle loro cure.

R come risveglio
Risveglio dal sogno, dall’incubo… Quando mi sveglio mi chiedo sempre: come sarà questa giornata, cosa ci aspetta? Ho il desiderio di avere buone notizie, un chiodo fisso: che ci siano meno contagi.

S come streaming
Tutto quello che uno può vedere. È un canale importante per non restare soli.

T come teatro
Rimanderei a sopra, alle voci Nostalgia e “Quando si apriva il sipario”. Il teatro è un ospedale delle anime. Ospedale di solito è una brutta parola, evoca sofferenza. Ma è anche il luogo per guarire. Viene da ospitale, sito di accoglienza dei pellegrini. Il teatro è l’ospedale dove gli incubi sono tramutati in sogni.

U come umanità
L’umanità è quella cosa che in questo momento è a rischio. È la gente, è comunità. Io di solito non sono una che ama gli altri, sono intollerante, solitaria: ora mi sto rendendo conto di quanto mi mancano le persone. In questi giorni mi sono chiesta perché l’Italia è il paese più attaccato dal virus, insieme alla Spagna. Mi sono risposta che forse il motivo è perché gli italiani come gli spagnoli usano i corpi per il contatto; non possono salutarsi senza baciarsi, abbracciarsi… Anche al nord, che è pieno di sud. Amiamo contagiarci, in senso buono, romantico, toccandoci cercandoci, purtroppo passandoci anche le malattie più terribili.

V come vuoti
Sono vuoti alcuni momenti della giornata in cui salgono le smanie. Sento l’incertezza per il futuro, mi viene lo sconforto. Penso che nulla sarà come prima. Non abbiamo mai vissuto qualcosa di così grande. I nonni ci hanno raccontato di guerra, sirene, coprifuoco, bombardamenti, miseria, ma noi non avevamo vissuto quei momenti. Me li immaginavo come un film… E invece questa situazione reale genera vuoti, paure grandissime. Penso che non ci sarà un futuro. Sono rari questi momenti, ma arrivano.

Y come YouTube
Vedi sopra Internet e Streaming: ci consente di frequentare il mondo, di recuperare film. In questi giorni sto anche leggendo molto: è difficile leggere nella vita che conduciamo abitualmente, quando sei in preda alla frenesia del correre di qua e di là, di lavorare. Sto anche scrivendo un libro, Bestiario teatrale: uscirà a settembre da Rizzoli e raccoglierà dieci mie opere per il teatro.

Z come zero
In questo momento mi sembra un numero importante. Bisogna azzerare tutto e ripartire. Forse era scritto che il 2020 con i suoi zero, con la sua ripetizione, fosse l’inizio di qualcosa. Dovremmo indagare la morfologia di questo anno... Lo zero è un numero importante, e poi non è neppure un numero. Domani potrebbe anche essere annunciato che le morti sono zero.

Il ritratto fotografico di Emma Dante è di Carmine Maringola, dal sito della regista www.emmadante.com

 

 

 

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La crisi della Cartiera Reno De Medici

Bandiera pci 350 260Per il lavoro

Il segretario Regionale del PCI, Oreste Della Posta, è presente alla manifestazione degli operai della Cartiera Reno De Medici che si è tenuta questa mattina davanti ai cancelli del Cosilam.

I comunisti esprimono solidarietà ai lavoratori in quanto una crisi occupazionale, che già devasta la nostra provincia, mette a rischio 160 lavoratori che lavorano direttamente con la cartiera Reno dei Medici.

Dal punto di vista tecnico la procura concede solo 10 giorni per risolvere i problemi legati al depuratore mentre la proprietà ha già detto che praticamente faranno una serrata allora per evitare questo Noi Chiediamo immediatamente alla alla Procura e ai giudici che facciano una proroga per permettere all'azienda di riaprire e fare i dovuti investimenti sul depuratore.

Il nostro territorio non può permettersi di perdere ulteriori 300 posti di lavori, quindi noi stiamo da una sola parte, ovvero quella dei lavoratori e riteniamo che praticamente tutte la soluzione di questa vertenza debbano partire con degli investimenti pubblici della regione Lazio per la tutela dell'ambiente.

In pratica si deve essere in grado di coniugare ambiente con lavoro. Credo che si possa fare se ci sia un intervento pubblico e quindi chiediamo ai giudici del Tribunali di Cassino di sbloccare questa situazione con una proroga temporanea e nel frattempo si devono attivare gli strumenti pubblici per la difesa dell'ambiente.

Il segretario regionale del PCI
Oreste Della Posta

 

 

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Automotive e il suo indotto in grave crisi

  • Pubblicato in Partiti

FCA Piedimonte 350 260La situazione dello stabilimento FCA di Piedimonte SG. comincia a farsi preoccupante in quanto sono previste, a partire da gennaio e fino a settembre, 8 gg. di CIG al mese con conseguente riduzione dei salari dei lavoratori.

Già nel 2019 si è superata la soglia di 100 gg. attestandosi a quota 104 gg. di CIG. con una percentuale che si avvicina al 60%. La produzione della Giulietta che si attesta attualmente a 70 unita scenderà a quota 40 e i nuovi modelli annunciati per il sito di Piedimonte, riguardanti il segmento D della Maserati, sono previsti dal 2021 con una produzione di 100 auto al giorno e che avranno un costo di circa 70.000 euro, sicuramente destinato ad un target di riferimento medio-alto.
Tutto ciò crea un livello di allarme per la tenuta dello stabilimento di Piedimonte che conta oggi 3750 lavoratori con un indotto di altri 2000 e che già nella fase attuale versa in una situazione di grave sofferenza.Bandiera pci 350 260

Noi riteniamo che quello che è in crisi è soprattutto il sistema paese; c'è il rischio, infatti, che potrebbero perdersi nel prossimo futuro circa 25000 posti nel settore della mobilità. Il quadro è aggravato dal fatto che il sistema produttivo mondiale è in una situazione di surplus produttivo se consideriamo il fatto che su 100 Mln di capacità produttiva le auto vendute sono solo 60 Mln. In questo quadro il PCI ritiene assolutamente necessario riaprire un tavolo nazionale tra Governo, sindacati e FCA affinché venga messo al centro dell'agenda politica il sistema industriale ed in particolare quello dell'auto, così come in Francia dove in questo senso sono aperti ed operativi. Inoltre, è bene ricordare che l'accordo FCA-Psa riguarda esclusivamente la definizione dei vertici, senza un piano di sviluppo chiaro soprattutto per i siti del Mezzogiorno, e tenendo presente il forte nazionalismo francese se si tratterà di chiudere siti produttivi questi saranno italiani.

Il PCI ribadisce la necessità che lo stato acquisti quote del gruppo, così come il governo francese detiene piccole quote dei gruppi Psa e Renault, in modo da garantire la produzione di nuovi modelli con nuove tecnologie, investendo in ricerca e innovazione per sostenere il necessario sviluppo del settore. Per il PCI, l'intervento pubblico in questo settore, come in altri settori strategici per l'economia del nostro paese è in questa fase assolutamente indispensabile e improcrastinabile, altrimenti si corre il rischio concreto di una crisi devastante del settore industriale dell'auto con conseguenti ricadute negative dal punto di vista sociale ed economico.


Il Segretario Regionale del PCI
Oreste Della Posta

 

 

 

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La crisi delle edicole dei giornali

edicola 350ok mindi Ermisio Mazzocchi - Le edicole dei giornali chiudono. I punti vendita sono 326, in base alla legge detta di sperimentazione che consente di vendere i giornali non solo nelle tradizionali edicole, dette esclusive, ma anche nei bar, nei centri commerciali, nelle tabaccherie, nelle cartolerie. In provincia fino al 2019 la situazione è la seguente: circa 80 sono edicole esclusive (quelle con il chiostro) e 240 le promiscue. Nel 2014 erano rispettivamente 120 e 260 per un totale di 380 punti vendita.

Il dato di Frosinone città è indicativo della crisi che investe questo settore commerciale. Nel 2017 vi erano 23 edicole esclusive (chiostro), nel 2020 sono 6. Ad Anagni si riducono ancora di più, con 2 edicole di antica tradizione che chiudono nel 2019. Una contrazione che riproduce effetti negativi su tutta la filiera dai gestori di edicole ai distributori dei giornali, (smistatori, trasportatori, assistenti) alla stessa produzione di giornali (tipografie, carta ecc.) e di altro. Si può ipotizzare solo per il nostro territorio un coinvolgimento di circa 1.500 persone che sono a rischio per il proprio lavoro e quindi del proprio reddito.

Una crisi che si estende ad altre città, come Roma, dove negli ultimi 5 anni hanno chiuso oltre il 30% degli esercizi; nella stessa Lombardia delle 900 edicole che c'erano all'inizio degli anni duemila ne rimangono 480. A Bologna chiudono le edicole anche nei centri commerciali. A Torino nella piazza Statuto vi erano dieci anni fa quattro edicole, da oggi nemmeno una.

Il governo con il sottosegretario con delega all'editoria, Andrea Martella del PD, in questi giorni sta cercando di trovare soddisfacenti soluzioni, come il credito di imposta di circa duemila euro annui per esercizio che dovrebbe compensare le tasse locali Tari e Tasi e le spese di affitto.
Il governo è impegnato a sostenere gli acquisti dei giornali nelle scuole e il piano per l'editoria 5.0 dedicato al post digitale. L'informatizzazione potrà essere una possibilità di sostegno ai giornalai, di modo che le edicole eroghino servizi anagrafici e diventino un punto dove chiedere un certificato di nascita o di residenza. Alcuni esperimenti si stanno svolgendo a Roma, Milano e altre città.

Nella provincia di Frosinone non ci sono questi sevizi. La situazione è al limite del collasso con implicazioni di enorme portata per l'informazione e la circolazione della cultura e delle sue diverse espressioni. Gli edicolanti che resistono tenacemente in tutta l'Italia saranno circa cinquemila. A questo si aggiunge che da 11 anni non viene rinnovato l'accordo tra edicolanti ed editori e la trattativa è impantana dalla primavera del 2019.
Una situazione allarmante che dovrebbe indurre ad azioni più immediate e concrete, sollecitando anche i comuni a svolgere iniziative a sostegno di questa categoria, come è avvenuto nel comune di Firenze che ha adottato misure concrete per sgravi fiscali, esenzione e agevolazioni su Tosap e Cosap per i proprietari e i gestori di edicole nel territorio comunale.

Le ricadute della crisi profonda dei centri di distribuzione della carta stampata, soprattutto dei giornali, sono evidenti su tutto il sistema della informazione, che restringe il suo campo di circolazione degli strumenti di cultura e formazione dell'opinione pubblica. La ricorsa ai giornali online potrebbe essere un ulteriore strumento di circolazione dell'informazione, che in mancanza di norme che garantiscano la qualità delle pubblicazioni purtroppo si presta a speculazioni di ogni genere. Oltre ad avere aspetti di prosciugamento della circolazione delle idee e del confronto che un giornale a carta stampata fino ad ora ha garantito. Spesso le posizioni espresse on line si auto ghettizzano in gruppi e sottogruppi dove chi legge e scrive parla di opinioni rigorosamente condivise. Mancano due fondamentali individuazioni: fonti e verifica delle notizie.

Altri strumenti di comunicazione, ma non dello stesso livello del vero giornale online, sono dei blog dove mi pare prevalgano opinioni personali, legittime sicuramente, ma che spesso informano prevalentemente di posizioni di singoli personaggi.

In ogni caso l’informazione on line deve fare ancora molta strada per attestarsi al livello di qualità che la carta stampata si è conquistata fino ad oggi e richiedono notevoli investimenti finanziari e strutture adeguate.
È evidente che i rischi di una riduzione della circolazione non solo della informazione, ma anche ed essenzialmente delle espressioni della cultura politica, economica, artistica, scientifica e altro, trovano uno spazio ridotto, se non limitati a semplici e sintetici annunci.

Corriere della Sera e Repubblica riproducono online il loro giornale, ma a pagamento, ed è sempre una riproduzione della carta stampata, riducendo in questo modo i rischi che abbiamo ritenuto possibile con una desertificazione delle edicole dei giornali, ma queste tuttavia cannibalizzano. I contenuti si dovrebbero diversificare, almeno fra notizia che tempestivamente arriva e approfondimento reale e indagine rigorosa d’inchiesta.

Nella provincia di Frosinone, i giornali a carta stampata a tiratura locale sono ridotti a due, cui aggiungere una pagina provinciale del Messaggero, mentre alcuni anni fa erano in numero maggiore. E anche essi ricorrono a una riproduzione online del loro giornale.

Tuttavia, rimane il problema della caduta della presenza delle edicole dei giornali.
Le implicazioni in questo ambito sono numerose e di difficile composizione. Questo non deve indurre a rinunciare a ricercare soluzioni, a cominciare dal governo e della stessa regione Lazio, che possano sostenere un ampliamento dei centri di distribuzione della cultura giornalistica.
Non è pensabile una totale scomparsa di essi, saremmo privati della nostra libertà di scelta e della molteplicità della libera espressione.

4 febbraio 2020

 

 

 

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Ceccano. Appunti su una crisi annunciata

ceccano palazzo antonelli 350 253di Maurizio Cerroni - Lunedì mattina i consiglieri comunali dovrebbero dimettersi davanti al segretario comunale, decretando lo scioglimento del Consiglio comunale e le conseguenti dimissioni del Sindaco della città di Ceccano.

Negli ultimi anni Ceccano è stata governata da un centrodestra ideologico, settario, privo di qualsiasi senso di governo della città: non c'è stata programmazione, non sono stati realizzati progetti, non è stata avanzata alcuna richiesta di finanziamento agli enti preposti. Nulla è stato fatto se non addossare colpe a fantomatici nemici, individuati di volta in volta nella amministrazione provinciale o regionale. Questa situazione ha penalizzato fortemente la nostra città e le conseguenze le continueremo a pagare nel futuro. Per non parlare dello slogan "è colpa di quelli che c'erano prima" che, cavalcato con discreto successo in campagna elettorale e nella prima fase dell'esperienza amministrativa, si dimostra oggi nella sua totale faziosità.

Infatti, sarebbe veramente semplice fare l'elenco delle cose fatte nel passato per metterle a confronto con il nulla prodotto dal governo del centro destra ceccanese dal 2015 ad oggi.
La crisi politica di questi mesi è figlia di un collasso all'interno del centro destra e di una forte ostilità che monta sempre con più evidenza tra i cittadini.
L'opposizione si è mossa poco, a volte si è persa in chiacchiere senza essere incisiva; altrimenti la caduta del governo cittadino si sarebbe potuta verificare già nell'anno passato.

Apprezzabile, senza ombra di dubbio, quello che si è verificato in queste ore: l'opposizione, insieme ad altri consiglieri comunali, ha avuto uno scatto d'orgoglio staccando la spina ad un governo cittadino ormai moribondo.
Bene, ma cosa dire adesso di questa crisi?

Lo slogan né destra né sinistra, privo di qualsiasi contenuto, fatto da soli uomini al comando, ha portato la nave a spiaggiarsi.
Una simile situazione si era manifestata a suo tempo con l'esperienza dell'ex Sindaco Maliziola, quando, subito dopo la sua elezione, produsse una forte rottura con i partiti che, dopo aver assicurato la sua vittoria, furono visti dal sindaco come un ostacolo. E questo fu il motivo della sua sfiducia. È vero che l'ex sindaco Maliziola decise di ricandidarsi alle elezioni del 2015, incentrando la sua campagna elettorale contro i "vecchi", ma il consenso alle liste e al candidato sindaco fu abbastanza modesto.
Infatti, al ballottaggio andarono i partiti e liste del Centro sinistra, a sostengo del candidato sindaco Luigi Compagnoni, e la destra guidata da Caligiore.
La vittoria andò al centro destra.

Anche qui di analisi ne sono state fatte tante. Probabilmente è mancata una vera discussione all'interno del centro sinistra per comprendere le cause della sconfitta elettorale e, soprattutto, per non sbagliare di nuovo.
Se si dice che il centrosinistra ha perso perché era diviso si fa una constatazione parziale dei fatti, dei dati, dei flussi elettorali, perché nel turno di ballottaggio si riparte da zero. Nel ballottaggio la partita politica che si gioca è un'altra rispetto al primo turno, conta la base elettorale e come si determina la maggioranza che si aggrega attorno al candidato sindaco.

Per nostra memoria, il centrosinistra era diviso anche nel 1994 quando però vinse il ballottaggio di giugno. Ed era diviso nel 1998 quando vinse al primo turno. Era diviso nel 2002, quando al ballottaggio andarono due candidati del centro sinistra (Ciotoli e Querqui) e al ballottaggio vinse Ciotoli. Anche nel 2007, il centrosinistra diviso vinse al primo turno. Perciò, la verità politica è molto più complicata. Solo le pigrizia politica può portare a tagliare con l'accetta le motivazioni, individuando colpe personali che in parte esistono ma non costituiscono le reali ragioni della sconfitta.

Le vittorie del centrosinistra a Ceccano, prima e dopo la nuova legge elettorale del 1994 che da quel momento dava la possibilità ai cittadini di eleggere direttamente il sindaco, sono state determinate da una classe dirigente cresciuta all'interno di partiti, sindacati, movimenti, e che prima del 1994 nel Consiglio Comunale aveva visto l'affermarsi del buon governo riformista di sindaci che portano il nome di Aldo Papetti e Angelino Loffredi, due dirigenti comunisti con una visione programmatica e con relazioni istituzionali che sono riusciti a dare centralità sia politica che amministrava a Ceccano.
La classe dirigente che ha vinto le elezioni amministrative dal 1994 al 2007, in parte anche nel 2012, è figlia di questa storia politica e amministrativa.

La sconfitta del 2015 è stata generata dai cosiddetti rottamatori, che alla fine essi stessi sono stati rottamati aprendo la strada a destra.
La sconfitta ha sicuramente palesato una situazione di profondo mutamento che aveva toccato il tessuto sociale ed economico della nostra città, che il centrosinistra non ha compreso e a cui non è riuscito a parlare. Mi riferisco ai tanti giovani che girano il mondo per motivi di studio e lavoro.

Ai Ceccanesi che fanno mille mestieri in tante e diffuse attività produttive di cui chi la politica non conosce nemmeno l'esistenza.
Ai tanti Ceccanesi che in questi anni hanno sofferto la crisi nello svolgimento delle loro attività artigianali e commerciali, che spesso si sono sentiti abbondanti.
Per non parlare delle nuove solitudini, delle nuove fragilità, come quelle dei nostri anziani.
Ci sono poi realtà importanti nel mondo della scuola, ci sono migliaia di studenti del liceo scientifico, dell'istituto alberghiero, dell'ITC, a cui non parliamo e a cui non proponiamo niente.
Quindi, ci sono temi di attualità stringente su cui sviluppare iniziativa politica, come la sanità, l'ambiente, la valorizzazione del territorio, le possibilità di un nuovo sviluppo economico, etc.
Per chi ha passione politica c'è tanto da fare, al di là della politica urlata dalla tastiera o dal tavolinetto del bar.

Chi ha ambizioni politiche, per soddisfarle deve lavorare più degli altri. Se gli altri dividono, bisogna impegnarsi nel ricucire.
Se alcuni parlano da soli in piccoli gruppi autoreferenziali, bisogna parlare con tutti.
È necessario, dunque, un po' di visione, di coraggio, di impegno nell'organizzare incontri per stimolare la partecipazione dei cittadini, di fare assemblee per coinvolgere le persone sui temi concreti. Infatti, dirigente si diventa perché altri ne riconoscono il ruolo. Ho constatato che ci sono in giro alcuni "pseudo dirigenti", non so bene di che cosa, che "aspettano la benedizione da vertici"...ma non lo sanno che solo il Papa, dalla sua autorità divina, può nominare i Cardinali?!?
Per fortuna la politica, la buona politica, è altro.

Questi sono consigli per il mio centrosinistra, quello che voglio ancora credere che abbia voglia di lottare per tornare alla vittoria e per dare una speranza in un altro futuro per Ceccano.
Perciò, non è possibile nessuna scorciatoia anche rispetto alle passate esperienze negative vissute. Una forte coalizione di centrosinistra non può prescindere dai partiti, che sono centrali in quanto danno stabilità.
PD, M5S, PSI, Prc, Leu, Art. 1, Verdi, con una grande apertura alle liste civiche, possono costituire la base per il centrosinistra ceccanese. È necessario fare un accordo programmatico fortemente innovativo, che possa dare vita ad una sorta di cantiere dove le forze politiche possano sollecitare la partecipazione di tutti i cittadini.

Il candidato Sindaco, in questo senso, rappresenta una persona che porta un valore aggiunto rispetto alle forze di coalizione, e, pertanto, deve essere prima di tutto una persona che rispetta la politica e che sia predisposto ad ascoltare i cittadini. Sul nome o sui nomi si può discutere, ricorrendo a forme democratiche di confronto e di scelta, come le primarie di coalizione, che, anche seguendo il percorso tracciato da Zingaretti, possono aiutare a creare un dialogo con i M5S e valorizzare le forze civiche.

Solo la buona politica che è fatta di passione può permettere di superare egoismi e personalismi. Il mio auspicio è che, in questo oscuro momento politico, tutti i democratici Ceccanesi che hanno a cuore il futuro della nostra città facciano uno scatto d'orgoglio per liberarci insieme della destra a doppio petto e per creare le condizioni per una nuova stagione politica a Ceccano.

 

 

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"Nicola è stato sempre così"

zingaretti 350 260di Antonella Necci - “Nicola è sempre stato così. Pure da ragazzino. Tu lo attaccavi, lo insultavi, lo provocavi. Lui ti stava a sentire e poi ti diceva: parliamone. Ha diversi nemici, ma non è nemico di nessuno. Per anni abbiamo pensato fosse un limite. Sta diventando una grande opportunità“.

Sono tanti gli ex compagni dei tempi della Fgci che mai, senza il senno di poi, negli anni ’80-90 avrebbero scommesso un euro (anzi, una lira) su Nicola Zingaretti futuro segretario del partito. E pure potenziale candidato alla formazione di un governo giallorosso Conte Bis.
Lo chiamavano er “Sor Tentenna”, ancora oggi lo etichettano come “Er Saponetta”, ma in quasi 40 anni di politica attiva ha sempre fatto la mossa giusta, senza mai fallire una competizione. Anche a costo di perdere qualche treno. Come quello del 2013 che avrebbe dovuto portarlo in Campidoglio, convoglio poi deragliato miseramente e finito nel burrone portandosi via (quasi) tutti coloro che vi erano a bordo. Occhio lungo, clinico. Anzi, cinico. Lui optò per il porto sicuro della Regione Lazio, da dove ha continuato a fare ciò che faceva da 30 anni: intessere relazioni, costruire alleanze e cucire gli strappi. “È il Partito Comunista Italiano, bellezza”, dice oggi chi, nel Pd, rivede le tecniche della “vecchia scuola”.

La scuola, quella ufficiale, non è mai stata il suo forte. D’altronde, nato nel 1965, la sua generazione è stata forse l’ultima a ritenere che la vera formazione avvenisse in sezione e al Liceo (come all’Università) bisognava andarci per fare politica. Così, mentre all’Istituto per Odontotecnici coltiva il piano B nel caso la politica non dia i frutti sperati, alla Sezione del Pci Montagnola studia Marx, Gramsci e Pasolini, mentre partecipa ai collettivi prima al Liceo Classico Mameli e poi all’Università Sapienza dove, in realtà, non si è mai laureato. Perché nel frattempo l’ex deputato Goffredo Bettini lo prende sotto la sua ala protettiva. In breve tempo Nicola diventa segretario della Fgci romana, guida l’organizzazione attraverso il passaggio traumatico della Bolognina e nel 1991 diventa segretario nazionale della Sinistra Giovanile. Il debutto nelle istituzioni lo farà nel 1992, quando sindaco della Capitale era Franco Carraro, restando in Aula Giulio Cesare per meno di un anno. Non tornerà più sul colle capitolino.

D’altronde, in quel momento, al ragazzo la politica di territorio piace fino a un certo punto. Preferisce i “massimi sistemi”. Negli anni ‘90 è presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista e vicepresidente dell’Internazionale Socialista, incarichi grazie ai quali gira il mondo e intesse relazioni importanti in Medio Oriente, Asia e Sudamerica. Il suo vate Goffredo Bettini – che all’epoca portava avanti il ‘modello Roma’ prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni – lo vuole sul campo. Così ne sostiene l’elezione a segretario dei Ds di Roma nel 2000, cui seguirà il salto a segretario regionale nel 2006. In quegli anni si consuma una sorta di dualismo con un altro “compagno” bettiniano dei tempi della Fgci, l’allora assessore Roberto Morassut. In questo periodo, la “vocazione europea” lo spinge a diventare, nel 2004 parlamentare europeo, dove continua a tessere relazioni all’interno del Pse e con gli “amici” dei Verdi Europei che non smetterà mai di coltivare.

Ma è da segretario regionale che mette in mostra le sue “doti” politiche. Prova in tutti i modi a contenere l’emorragia del 2007 che vede fuoriuscire la “mozione Mussi” dalla trasformazione in Partito Democratico, consumatasi con un duro scontro con il segretario del Circolo di Testaccio, Roberto Gilioli. Nel frattempo, dà il suo contributo alla costruzione del Pd radunando gli imprenditori locali da Rinaldo all’Acquedotto, cena in cui l’ospite d’onore era Massimo D’Alema. Determinante il suo lavoro dietro le quinte per tenere compatta la maggioranza che appoggia Walter Veltroni in Campidoglio, con l’allora sindaco impegnato – specialmente nei due anni del suo secondo mandato – a costruire la sua candidatura nazionale. Qui Zingaretti interviene spesso, contribuendo a tenere unita una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi con la sinistra radicale con un piede fuori dalla porta.

Dura poco, però. Perché dopo tanta “politica” per Nicola è arrivato il tempo di sporcarsi le mani. Con Marrazzo in Regione affidato alla guida di Esterino Montino e Rutelli ricandidato in Campidoglio, Bettini lo vuole presidente della Provincia. Lui all’inizio non è entusiasta, ma non sa ancora che è proprio da qui che inizierà la sua vera scalata. Mentre un Rutelli sempre più in versione cattolica rompe con Rifondazione e consegna – di fatto – la città a Gianni Alemanno, Zingaretti stravince il ballottaggio con il forzista Alfredo Antoniozzi e diventa presidente della Provincia. Non senza un “piccolo” scandalo, da cui poi uscirà pulito: il 15 febbraio 2008 – 24 ore prima di accettare la candidatura – viene assunto a 8.348 euro lordi dal Comitato provvisorio Pd Lazio. In quel momento, la legge permetteva ai datori di lavoro di far gravare sulla Provincia gli stipendi e i contributi per gli eletti. Il presidente si sarebbe messo in aspettativa, salvo il diritto al versamento dei contributi previdenziali rimborsati al datore di lavoro dalla Provincia. La Procura di Roma, dopo aver aperto un’inchiesta su esposto dei Radicali, non rileva la presenza di reati e archivia tutto.

A Palazzo Valentini inizia ad affrancarsi pian piano da Bettini e a costruire la sua rete. Stringe i rapporti con Massimiliano Smeriglio, non perde mai di vista il movimentismo e il sindacato, tesse le sue reti anche al centro. Soprattutto, mette su uno staff della comunicazione che confermerà per i 10 anni a seguire. Fino al 2012, quando tutto sembra pronto per la sua candidatura a sindaco. Abbastanza giovane, abbastanza bravo, abbastanza “ecumenico” e pure con un fratello famoso – che non guasta – è pronto per il Campidoglio. Ma in Regione succede l’imprevedibile. Il centrodestra viene travolto dallo scandalo sui rimborsi (che intacca anche il Pd) e Renata Polverini scappa in Parlamento. Così in Regione si vota di nuovo. La vittoria è facile, scontata, ma sul candidato naturale, il medico Ignazio Marino, non c’è la quadra. Nicola ne approfitta per ribaltare il tavolo e togliersi dall’impiccio: lui va in Regione mettendo tutti d’accordo, e spedisce il chirurgo genovese alle primarie per il Comune. Il ‘marziano’, sostenuto da Bettini, vincerà a sorpresa contro David Sassoli e Paolo Gentiloni. Il resto è storia di questo ultimo mese, per ciò che ci è dato sapere.

Si parla di contatti con la sfidante in regione per M5S, Roberta Lombardi alla quale i giornalisti riconoscono doti da stratega politica che a confronto Napoleone Bonaparte era un pivello.
Il curriculum politico della Lombardi è però irrisorio se confrontato con altri. Le sue doti politiche sembrano “ciniche e spietate” perché confrontate con l'inesperienza dei Grillini. La Lombardi sta crescendo e maturando grazie a zar Nicola. Grazie ar Saponetta. Ogni ulteriore commento a ciò che ci dobbiamo aspettare in un futuro nemmeno tanto lontano farebbe rabbrividire i profeti dell'alta politica. A noi comuni mortali viene solo richiesta una flebile speranza di risoluzione dei problemi contingenti. Se non risoluzione almeno prospettiva di miglioramento.

Ma per favore, evitiamo di osannare chi non merita. Evitiamo di rendere un mito una grillina che fa parte di un partito che non è un partito, ma una grande società per azioni a zero ideali politici. Ci siamo appena resi conto dei negativi effetti collaterali del salvinismo. Possibile che non sappiamo proprio ragionare in modo autonomo?

 

 

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Il PD e la crisi attraverso le sensibilità di Maria Spilabotte e Toni Pironi

  • Pubblicato in Partiti

partito democratico bandiera350 250Due lettere, quella di Toni Pironi in risposta a quella di dimissioni di Maria Spilabotte dal PD danno il senso di come gli apparteneti a questo partito stanno vivendo la crisi di governo e la ricerca di una soluzione ad essa.
Le pubblichiamo così come le conosciamo. quella di Pironi ci è giunta per email, quella di Spilabotte l'abbiamo letta su Ciociaria Oggi, riportata da Corrado Trento

Veroli 2 settembre 2019

All’Attenzione della Senatrice Maria Spilabotte, da Toni Pironi

Cara Maria,

Ho ricevuto e letto con attenzione la tua nota con la quale ci hai comunicato la riconsegna della tessera e la contestuale tua uscita dal Partito Democratico.
Ho apprezzato molto, per quel che possa contare, la forma della tua missiva la quale rispetta i modi e le regole della militanza. In un’epoca di comunicazione fatta di slogan urlati su una piattaforma digitale l’aver preso ‘carta e calamaio’ per indirizzare una lettera ai tuoi segretari è cosa preziosa.
Io non entro, sono l’ultima ruota del carro, nello specifico delle motivazioni personali che muovono la tua decisione di salutare il Partito. Sono motivazioni rispettabili che inducono tutti a riflessione su quanto sta accadendo.
Riflessione, tra l’altro, che sono certo l’intero nostro popolo sta praticando poiché nessuno di noi sa se la navigazione che ci accingiamo ad iniziare sia capace di condurci ad un approdo oppure se ci lascerà in alto mare al cospetto dei marosi della politica.
Ho idea che quello che si sta tentando sia un esperimento che ha qualche ragionevole speranze di successo ma che ha, al contempo, numerose possibilità di fallimento.
Mettere insieme una tradizione consolidata del progressismo europeo quale è (nel bene e nel male) la nostra con un aggregatore politico del tutto avulso, per storia e comportamento, daltoni pironi 400 min riformismo tipico della sinistra moderata può apparire come un azzardo. E lo è.
Ma, perché anche in questa storia c’è un ma, io personalmente voglio fidarmi dell’intuizione di chi pensa che questa fusione a freddo abbia un senso. Lo voglio fare perché da uomo di Partito sono tendenzialmente abituato a sostenere le scelte che vengono prese in alto (non per ossequio ma per rispetto dei processi di democrazia interna che mi auguro ancora esista nel PD odierno) anche quando queste (e nel recente passato è avvenuto molto spesso) non incontrano i miei favori. Ma lo voglio fare soprattutto perché esiste la possibilità di tenere insieme porzioni di elettorato che muovono istanze politiche delle quali è possibile procedere a sintesi.
Gli americani usano dire ‘segui il denaro’ per trovare la ragione di alcune azioni. In questo caso è possibile che sia utile dire ‘segui il voto’ per tentare di motivare questo tentativo.
E’ chiaro che, come tu affermi, in questo momento non vi è sufficiente riflessione sui contenuti. E’ anche chiaro, però, che quando il tempo per una riflessione non esiste una classe dirigente viene chiamata a prendere decisioni per conto di tutti e di queste decisioni una classe dirigente intera dovrà rendere conto, nel bene e nel male.
Il punto sul quale mi trovo purtroppo d’accordo con te è, invece, quello relativo all’unità del Partito. Il tuo ‘non sappiamo stare in pace con noi stessi’ ha risuonato in me con forza e con drammatica attualità. Hai perfettamente ragione. Siamo un Partito plurale ma la pluralità non dovrebbe mai sfociare nel preferire l’interesse della propria parte a quello dell’intera nostra comunità.
E questo vale a tutti i livelli: nazionale, regionale, provinciale, comunale.
Per concludere ti dico grazie. Non abbiamo avuto grandi occasioni di lavorare insieme. La mia elezione è coincisa con una fase del tuo impegno politico che ti ha portato lontano dalla nostra terra ma è stato un onore per me e per il circolo che rappresento avere tra i propri iscritti un parlamentare e, ti prego di credermi, abbiamo sempre avvertito la tua presenza.
Non ti chiederò, non me ne riconosco l’autorevolezza, di ripensarci. Soprattutto non ne riconosco l’utilità. Avverto che le tue motivazioni sono robuste abbastanza per spingerti verso altri lidi. Lidi che comunque, ne sono altrettanto convinto, non saranno mai così distanti dai nostri e che ci potranno, anche in un futuro prossimo, vedere lavorare insieme.
Un lavoro magari fatto da postazioni diverse ma con il comune senso di appartenenza ai valori fondanti della sinistra.

Grazie ancora.

Il segretario del circolo
di Veroli del Partito Democratico

Toni Pironi

 

La lettera di Maria Spilabotte che annuncia la sua decisione di lasciare il PD

La lettera è stata inviata al segretario provinciale del Partito Domenico Alfieri ed a Tony Pironi responsabile del circolo di Veroli, quello di appartenenza della Spilabotte.

da Ciociaria Editoriale Oggi in un articolo di Corrado Trento


«Con la presente sono a comunicarvi la mia decisione di riconsegnare la tessera di Partito e di dimettermi dagli organismi dirigenti di cui faccio ancora parte». Firmato Maria Spilabotte, già senatrice del Pd nella scorsa legislatura e militante storica in Ciociaria del Pds-Ds-Pd.

Maria Spilabotte attacca: «Al dibattito, abbastanza imbarazzante e strampalato, che si è aperto in questi giorni sul futuro Governo, sarebbe utile da parte mia astenermi. Non per sottrarmi ad un confronto, ma solamente perché ritengo ogni considerazione superflua e inutile in quanto non condivido assolutamente la linea assunta dal gruppo dirigente, le motivazioni addotte. Ma soprattutto perché rimango convinta di dover essere coerente fino in fondo con i miei principi e con i miei valori. Soprattutto nei confronti dei cittadini ai quali ho chiesto il voto alle nostre primarie, rassicurandoli sul fatto che mai avremmo ceduto ad un accordo politico ed elettorale con il Movimento Cinque Stelle».

«Sorvolo sulle dichiarazioni che in questi anni gli esponenti dei Cinque Stelle hanno riservato al Partito Democratico. Solo una domanda: com’è possibile passare, nell’arco di poche ore, dalle offese mortali alle mani tese e salvifiche? Dal disprezzo totale alla pretesa di sintonie e intese?»

«Tutti quelli che dal 4 marzo fanno pressioni, decisamente indebite, sul Pd perché offra i propri voti a Di Maio potrebbero spiegarmi per quale ragione il Pd dovrebbe essere l’unico partito a cui verrebbe chiesto un presunto atto di responsabilità? Dignità e orgoglio non possono essere messi da parte da chi come me ha ancora in mente l’insopportabile scena con Roberta Lombardi che, davanti alle telecamere dello streaming grillino, umilia Pierluigi Bersani, con ruoli perfettamente invertiti».MariaSpilabotte min

Aggiunge la Spilabotte: «Da parlamentare eletto nella scorsa legislatura non posso dimenticare né sottovalutare la campagna d’odio che noi abbiamo subito per cinque anni ovunque, a partire dalle aule parlamentari. Discontinuità è la parola magica che giustificherebbe l’accordo fra M5S e Pd? Il Pd dovrebbe prendere atto invece che Di Maio propone la continuità. E avere il coraggio di dire senza se e senza ma che questo accordo non si può fare perché non ci sono le condizioni e la colpa è proprio di Di Maio, perché è caduto il governo dei due populisti».

«Non è caduto solo Salvini. E il cedimento del Pd sui contenuti? Sembra davvero che si voglia un accordo ad ogni costo. Altro che discontinuità. Stiamo cedendo a tutte le scemenze del populismo più becero, mentre mi sarei aspettata una risposta rigorosa del mio partito e dei riformisti sui contenuti. E invece noto solo imbarazzo, silenzio e balbettamenti».

Maria Spilabotte spiega ancora nella lettera: «Il Partito Democratico a guida Zingaretti, che in questo momento sventola la parola discontinuità, accettando di accordarsi con i pentastellati, sta palesemente disconoscendo e rinnegando le politiche dei governi Renzi-Gentiloni. Che su crescita, lavoro, sblocca-Italia, scuola e politiche sociali avevano compiuto svolte epocali che oggi il mio partito sta rinnegando, giustificando tutto questo nella lotta, come unico responsabile della rovina del nostro Paese e della incapacità di governarlo, solamente nei confronti di Salvini. Per me è solo l’alibi per andare comunque al governo. Stiamo vendendo la nostra anima al diavolo».

«E non si tratta nemmeno di prendere al volo un treno che passa e che ci riconsegna momentaneamente le potenzialità per governare. Perché quel treno viaggia, a mio avviso, su un binario morto. E questa imprudente scelta ci porterà alle prossime elezioni a contare i voti con il pallottoliere. Avverto, giorno dopo giorno, di fronte a tutto questo, solo aride emozioni e la scelta che ho compiuto 24 anni fa di iscrivermi al Pds poi Ds e Pd, mi chiede oggi di fare una pausa di riflessione per tenere salda la mia identità».

«Questo Partito mi ha consentito di vivere momenti belli, meno belli, mi ha dato tanto. Sicuramente più di quanto io sia riuscita a restituire. Ho avuto il dono di formarmi attraverso la militanza e l’impegno politico. Mi ha dato grandi soddisfazioni, mi ha insegnato a comprendere meglio le idee degli altri e a confrontarle con le mie. La mia storia, con tutti i suoi errori, mi appartiene interamente e mi segna indelebilmente. Per questo e tanto altro la mia scelta oggi è assai sofferta e dolorosa».

 

 

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