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Ma come siamo arrivati sin qui?

VERSO IL VOTO DEL 25 SETTEMBRE E NON SOLO

Dagli anni '90 i partiti ex comunisti e socialdemocratici sono i più formidabili agenti propagatori e realizzatori dell'agenda neoliberista 

di Piero Bevilacqua*
crisidellasinistra ManricoSocial 390 minCome è stato possibile arrivare all'attuale grado di impotenza della politica, disugaglianza tra i cittadini nei poteri e nel godimento dei diritti , dissolvimento individualistico della società, torsione autoritaria delle istituzioni democratiche?

Io credo che le risposte forniteci dalla ricostruzione storica posseggano un elevato grado di chiarezza e di orientamento prospettico. Pur nei limti di una breve nota, si puo sostenere che il punto di partenza costitutivo, da cui prende avvio l'attuale stagione storica, sia da ricercare nella formidabile controffensiva della politica capitalistica partita nel Regno Unito e in USA sin dai primi anni '80.Una iniziativa, com'è noto, che si è materializzata nella lotta aperta alle conquiste sindacali del dopoguerra, nel disfacimento delle strutture del welfare rooseveltiano e di Beveridge, nella deregolamentazione del mercato del lavoro, nella liberalizzazione dei capitali, ecc.

Tale iniziativa politica che consentiva al capitale di riprendere il processo di accumulazione frenato dai conflitti operai degli anni precedenti, ha goduto di un particolare successo di congiuntura storica, grazie al convergere astrale di vari e fortunatissimi fenomeni. Il crollo dell'URSS – interpretato anche dai dirigenti dei parititi comunisti e socialdemocratici quale prova dell'impossibilità di una alternativa al capitalismo – ha permesso al vasto patrimonio analitico dell'economia neoliberistica, dei von Hayek e dei Friedman, di dilagare nella cultura mondiale e diventare il pensiero unico per i decenni successivi. (D.De Masi ne ha appena fatto un'agile e densa ricostruzione, in "La felicità negata", Einaudi 2022)

La rivoluzione informatica ha permesso una ristrutturazione senza precedenti del capitalismo industriale, tramite svariatissime forme di frammentazione, esternalizzazione, delocalizzazione dei processi produttivi, che hanno destrutturato la fabbrica fordista, ghettizzato e resa impotente la classe operaia. Ma sempre grazie ai nuovi dispositivi informatici il capitale, non solo quello finanziario, ha acquistato una mobilità mondiale, che lo ha sottratto al conflitto operaio rimasto chiuso nel recinto dello stato nazionale.

E' evidente a tutti oggi lo squilibrio tra la dimensione ancora nazionale, territoriale, della lotta popolare e di classe e la natura transnazionale del capitale. La politica moderna nasce, per i ceti popolari, come conflitto contro il modo di produzione capitalistico, che ha, nei suoi caratteri originari la dimensione mondiale. Ricordano Marx ed Engels, nel Manifesto,che il capitale domina  «l’intero globo della Terra» (die ganze Erdkugel). Perciò la scala della lotta contro di esso deve essere mondiale:«proletari di tutto il mondo unitevi».

Se nel conflitto tra capitale e lavoro, nelle vertenze dentro la fabbrica, il capitale gode del vantaggio di poter fuggire, dipiero bevilacqua CatanzaroInforma 390 min trasferirsi altrove, per gli operai, che in questo altrove non hanno alcuna rappresenza, la possibilità del conflitto è mutilata in partenza. Perciò l’impotenza che si è creata nel cuore originario dell’antagonismo anticapitalistico si riverbera su tutto il resto della società.

Se l'avversario scompare, la lotta non ha più direzione, la politica che dovrebbe rappresentarlo (quella forma di soggettività organizzata intesa a cambiare il mondo) si spegne, resta solo amministrazione, scade in propaganda. E' una ricostruzione storica necessariamente ridotta all'osso.Ma in essa non può mancare un secondo capitolo, che ci porta all'oggi.

Negli anni '90 sono stati i partiti ex comunisti e socialdemocratici i più formidabili agenti propagatori e realizzatori dell'agenda neoliberista. I più adatti, presentandosi col volto amico, a vincere le resistenze popolari e sindacali. Sono Clinton in USA (che abolisce la Glass-Steagall lownel 1999), Mitterand in Francia, Blair in UK, Schoroeder in Germania,
Prodi, D'Alema e Amato in Italia, ad avviare o continuare con varia incisività le politiche di privatizzazione di imprese e beni pubblici, deregolamentazione del mercato del lavoro, sostegno alle imprese, abolizione della progressività fiscale, emarginazione dei sindacati.

Non conosco ricostruzione più ricca e circostanziata di questa fase di quella di S.Halimi, "Il grande balzo all'indietro.Come si è imposto al mondo l'ordine neoliberale", Fazi 2006). Dunque, da allora i grandi partiti popolari hanno compiuto un'opera mirabile di autoemarginazione: hanno privato lo Stato di buona parte dei poteri sull'economia che deteneva dal dopoguerra, e, lasciando piena libertà d'azione al mercato, hanno rinunciato - soprattutto in Italia - ad avere una politica economica, a impegnarsi nel governo della produzione della ricchezza e della sua distribuzione. Tale scelta coincideva con il distacco politico ed organizzativo dai ceti popolari, ai quali ormai si poteva elargire solo il “gocciolamento” della ricchezza prodotta dal processo di accumulazione, secondo la teoria neoliberista del trickle down economics.

Una scelta che ha lasciato sconfitti i ceti subalterni, ma ha salvato le élites dirigenti come ceto politico. Il quale, tuttavia, si è trovato doppiamente deprivato di potere. Per essere vincolato al territorio nazionale nei confronti del dominio capitalistico a scala mondiale (la costituzione dell'UE neoliberistica non ha limitato, ma contribuito a tale processo) e per aver tagliato le radici col mondo operaio e popolare, privandosi della forza del conflitto di massa. La trasformazione dei partiti in agenzie di marketing elettorale è diventata dunque un passaggio naturale.Il Partito Democratico incarna perfettamente questa deriva, non ha più bisogno di Gramsci per «organizzare la volontà collettiva», gli bastano i sondaggi di Sandro Pagnoncelli. La cultura come strumento di lettura di un'epoca è scomparsa dall'orizzonte delle forze che erano state di sinistra.

Da 15 anni sulla scena, gran parte dei quali in posizione di governo, il PD non ha neppure scalfito le disuguaglianze del Paese, che sono cresciute. Nessun “gocciolamento” verso gli ultimi.Ma l'aspetto più grave del posizionamento di questo (come di gran parte degli altri partiti) è di non scorgere che il mercato è diventato lo scatenamento dei “poteri selvaggi”, come li chiama Luigi Ferrajoli. Forze che hanno messo a soqquadro il mondo del lavoro e saccheggiano a piene mani le risorse del pianeta. Poteri che spingono gli stati alla guerra per conservare gli spazi sempre più ristretti della sopravvivenza.

Non c'è dunque alcuna prospettiva e via d'uscita a muoversi sulla scia di tali partiti, oggi impegnati nella campagna elettorale, l'unica forma di mobilitazione di cui sono capaci. Ma trovare altre strade di impegno politico, civile, ambientale è ancora possibile per chi non deve difendere piccoli interessi personali.

 

*Note
Piero Bevilacqua si laureò in Lettere con Alberto Asor Rosa all'università La Sapienza di Roma, dove fu poi Professore ordinario di storia contemporanea; in precedenza ha anche insegnato negli atenei di Salerno e di Bari[. Dopo aver partecipato al gruppo redazionale della rivista Laboratorio politico (1981-1983), nel 1986 ha fondato l'Istituto meridionale di Storia e di Scienze sociali (Imes), che tuttora presiede, e la rivista Meridiana, di cui è direttore.
Tra le sue opere più note, spiccano Le Campagne nel Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra: il caso Calabria (Einaudi, Torino 1980), il fortunato saggio Breve storia dell'Italia meridionale dall'Ottocento ad oggi (Donzelli, Roma 1993), i volumi su Venezia e le acque: una metafora planetaria (Donzelli, Roma 1995) e su Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia (Donzelli, Roma 2001), La mucca è savia. Ragioni storiche della crisi alimentare europea (Donzelli, Roma 2002) e La terra è finita. Breve storia dell'ambiente (Laterza, Roma-Bari 2006). Fra le opere da lui curate, si segnalano: Le bonifiche in Italia dal Settecento ad oggi con Manlio Rossi Doria e uscito per Laterza nel 1984; i tre volumi sulla Storia dell'Agricoltura italiana in età contemporanea, editi fra il 1989 e il 1991 dalla casa editrice Marsilio; assieme ad A. Placanica il volume sulla Calabria del 1985 per la nota collana einaudiana della «Storia d'Italia»; unitamente ad A. De Clementi e ad E. Franzina, i volumi I e II della Storia dell'Emigrazione italiana, usciti, rispettivamente nel 2001 e 2002, per l'editore Donzelli.
Si candida alle elezioni europee del 2019 con la lista La Sinistra nella circoscrizione dell'Italia meridionale, senza risultare eletto.

 

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Crisi di governo, la posta in gioco è la qualità della nostra democrazia

DISCUTERE LA CRISI. VOTO 2022

Rilanciare la lettura critica dei problemi e della società. Suscitare partecipazione

di Alfiero Grandi
Per Partecipaziomne e democraziaReale LiberoPensiero 390 minAvevamo già conosciuto modalità di approvazione dei provvedimenti di legge che hanno gradualmente ribaltato i ruoli tra Governo e parlamento, con quest’ultimo costretto ad approvare decreti e leggi senza una reale possibilità di decidere veramente sulle scelte politiche, come recita la Costituzione. Voti di fiducia a raffica e decreti legge in numero crescente, maxi-emendamenti del Governo sottoposti al voto di fiducia, uso spregiudicato dei regolamenti parlamentari sono i principali strumenti adottati negli anni scorsi per imporre le scelte dei governi che si sono succeduti. Riducendo il ruolo del parlamento ad un prendere o lasciare, rivolta o acquiescenza.

Il taglio dei parlamentari, definitivo dal 2020, ha segnato il punto più grave dell’attacco al ruolo del parlamento, portando la sua credibilità al punto più basso. Alcune delle convulsioni di questi giorni derivano proprio dal taglio dei parlamentari, che riducendo di un terzo il numero degli eletti ha spinto molti a ritardare il più possibile la fine della legislatura. Poteva essere fermato ma ha prevalso un acquiescente opportunismo verso il ricatto del M5S e le promesse di riequilibrio costituzionali, ad esempio per il Senato, rimarranno tali.

Camere a mezzo servizio
Con Draghi c’è stato un ulteriore salto di qualità. Non solo gli strumenti impositivi verso il parlamento sono diventati regola, ma è stata introdotta la novità delle Camere a mezzo servizio. I decreti legge del Governo sono stati infatti esaminati a turno dalla Camera o dal Senato. All’altra Camera è restata solo la possibilità di confermare quanto deciso da chi aveva esaminato il provvedimento per primo. Eppure la Costituzione è chiara. Un provvedimento per diventare legge deve essere approvato nello stesso testo dai due rami del parlamento, con regole precise, mentre durante il Governo Draghi una camera, a turno, poteva solo ratificare il lavoro dell’altra. Le Camere e i loro organi rappresentativi potevano ribellarsi ma non lo hanno fatto, rinunciando a difendere le loro prerogative. Un precedente da non sottovalutare.

E’ evidente che questo comportamento è un giudizio politico ed istituzionale sul ruolo del parlamento (e sui suoi componenti) al di là delle schermaglie tattiche. Gli omaggi al parlamento erano quindi pura forma. Questa in pratica è una modifica della Costituzione in nome della governabilità (presunta) e della velocità. Perdere tempo a discutere e a confrontarsi è sembrato un sovrappiù per chi ritiene di incarnare la verità delle scelte da compiere, infastidito per le perdite di tempo, o almeno considerate tali.

Eppure in gioco è il merito delle scelte. Pochi esempi. Questa modalità ha portato ad approvare provvedimenti che altrimenti non sarebbero passati, come introdurre l’improcedibilità negli appelli penali, se non si chiuderanno in media entro un paio di anni, in cambio è stato garantito che i processi si svolgeranno entro quei tempi. Ormai sappiamo che la giustizia non sarà abbastanza veloce da impedire che i processi saltino dopo avere introdotto l’improcedibilità nei processi di appello. Così la cosiddetta riforma fiscale, che dovrebbe prevedere, in coerenza con la Costituzione, una tassazione progressiva per tutti i redditi ma in realtà la prevede solo per i redditi da lavoro e da pensione, mentre per gli altri redditi, finanziari, da capitali, immobiliari, ecc. è prevista l’aliquota unica a livelli inferiori. Due pesi e due misure, fisco più pesante per i redditi da lavoro e da pensione, più lieve sugli altri.

Nessuna misura preventiva è stata adottata per contrastare l’inflazione, a lungo colpevolmente sottovalutata, per prevenire l’effetto fuga della mandria impazzita (come sta avvenendo) imboccando invece una (perdente) rincorsa a tassare i superprofitti dei colossi energetici (meglio di nulla) che stanno guadagnando sempre di più con gli aumenti vertiginosi dei prezzi dell’energia fossile. Se l’energia è strategica e per di più è il motore dell’inflazione dovrebbe essere ovvio che occorre intervenire con determinazione, ad esempio la Francia ha ripreso il controllo di Edf, ritenuta strategica e la Germania ai primi di luglio ha adottato provvedimenti che aumentano di molto il ricorso alle energie rinnovabili. In Italia Cingolani ha blaterato di nucleare di nuova generazione ma si è ben guardato dal portare in parlamento una proposta di interventi energetici fondato su un’accelerazione nelle rinnovabili, compreso eolico off shore e idrogeno verde, mentre continuava a inseguire i produttori di gas in alternativa a quello russo.

La guerra in Ucraina
A questo proposito va detto che continua una coazione a ripetere non solo della Nato ma anche dell’UE e dell’Italia sul sostegno all’Ucraina fondato sull’aumento delle sanzioni e dell’invio di armi. Mentre le trattative per la pace vengono rinviate a data da destinarsi, lasciando per di più a Erdogan la trattativa per la soluzione della questione del grano. Per di più Erdogan ha, chissà perché, anche la facoltà di collaborare con la Russia sul gas.
Eppure è evidente che continuare con questa guerra di attrito rischia continuamente di portare ad un conflitto ben più ampio, proprio in Europa con danni di ogni tipo, economici, sociali, per la pace. Mentre gli Usa si tengono al riparo da conseguenze di questo tipo. Andrebbe riproposta un’iniziativa di pace, puntando su un rilancio della coesistenza tra sistemi, per invertire la rotta di collisione attuale, ripensando a tutto: spese militari, difesa europea, iniziative di disarmo bilanciato e controllato, a partire dal nucleare. Invece l’accento è sulla rincorsa agli armamenti e inevitabilmente alla guerra.

Dipingere la guerra in Ucraina come un confronto tra democrazia e dittature è un falso come dimostra la qualità democratica dei nuovi fornitori di gas.

Anche lavoro e redditi sono un capitolo su cui si è fatto ben poco, preferendo i bonus una tantum a misure strutturali su diritti di chi lavora e redditi da lavoro che sono notoriamente diminuiti negli ultimi 30 anni, caso unico in Europa.
La possibilità di scegliere

I problemi su cui le diverse soluzioni politiche debbono emergere in un chiaro confronto sono tanti, strategici, e richiedono un coinvolgimento dei cittadini, che per ora, delusi, si allontanano sempre più dal voto e dalla partecipazione alle scelte, come capita quando le questioni in campo non sono chiarite e i comportamenti incoerenti. Abbiamo bisogno di questo confronto chiaro e coinvolgente. Per farlo era indispensabile cambiare anzitutto la legge elettorale. Ha ragione chi ha detto che le coalizioni raccogliticce, forzate dal maggioritario per avere una maggioranza ad ogni costo, sono fallite, sia di centro destra che di centro sinistra.

Per rivitalizzare il parlamento e costringere i partiti a cambiare se stessi occorre che si presentino ai cittadini con il loro volto, le loro proposte e che ottengano il loro sostegno facendoli entrare a pieno titolo nelle scelte, altrimenti non usciremo da questa crisi. L’esperienza del governo del supertecnico Draghi potrebbe essere usata come la premessa del presidenzialismo, cogliendo l’occasione della crisi del governo Draghi come spunto per rilanciare la modifica della Costituzione.

Se non si torna alla Costituzione, alle sue regole è proprio la Carta fondamentale che verrà cambiata e l’uomo solo al comando diventerà la proposta istituzionale in campo. I partiti hanno affrontato questa fase senza tentare seriamente di cambiare la legge elettorale. Certo, ci sono tante affermazioni che il rosatellum è la peggiore legge elettorale possibile (Prodi, Brunetta) ma poi non è esistita una reale iniziativa parlamentare per cambiarla.

Sarebbe stato un passo avanti nel funzionamento della democrazia italiana se ciascun partito si fosse presentato con le sue proposte, con il suo profilo e solo dopo le elezioni si fosse arrivati a formare una maggioranza e un governo in grado di rappresentare un compromesso politico trasparente tra diversi, introducendo finalmente la garanzia che siano i cittadini a scegliere direttamente i loro rappresentanti in parlamento. Questo non è avvenuto e sulle spalle dei partiti (quelli di oggi ovviamente) grava una responsabilità enorme perché avranno il compito di recuperare la crisi della democrazia se non si vuole che l’astensione elettorale tracimi oltre il tollerabile.

Non è esagerato parlare di crisi della democrazia (non solo in Italia in verità), di urgenza di comportamenti all’altezza della sfida attuale in cui si intrecciano più piani di crisi, dalla pandemia, che ritorna, all’occupazione, dalla guerra che andrebbe sostituita da un’iniziativa di pace ad una disuguaglianza sociale crescente che ricorda la società dei 2/3 descritta da Peter Glotz.

Ad oggi non ci sono segnali che questa consapevolezza ci sia nei partiti e questo deve preoccuparci tutti. Parafrasando il concetto che la guerra è questione troppo seria per essere lasciata ai generali, si potrebbe dire che una reazione democratica e partecipativa è troppo seria per essere lasciata ai soli partiti, tanto più come sono oggi, con le loro debolezze culturali e partecipative. Il tempo è poco ma è nei momenti difficili che occorre dimostrare una capacità di reazione, rilanciando una lettura critica dei problemi, della società e suscitando iniziative e partecipazione.

Il pessimismo è comprensibile, ma se si vuole evitare un futuro pessimo occorre reagire, favorendo la costruzione di novità politiche, senza le quali non avranno il voto e questo va chiarito fin dall’inizio.

25 Luglio 2022

 

 

 

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Discutere la crisi. Due pesi e due misure

DISCUTERE LA CRISI

Perchè non riconoscere che nei 9 punti di Conte si ripropongono le emergenze sociali trascurate?

Draghi Renzi ilfattoquotidiano 390Il 22 luglio UNOeTRE.it pubblicò un primo articolo sulla crisi che ha portato alle dimissioni di Mario Draghi da Presidente del Consiglio dei Ministri. L'articolo di Ermisio Mazzocchi ha per titolo "Una Crisi con tanti padri ed un solo regista".
Si è avviata una riflessione a più voci sulla crisi, le sue cause, il suo sviluppo e le sue conseguenze. Oggi si riporta qui il commento di Angelino Loffredi, postato sulle pagine di FB, che introduce uno nuovo elemento di analisi e di riflessione.

di Angelino Loffredi
Ermisio, in questo articolo mancano due aspetti: Mattarella, attraverso Renzi, affonda il Conte 2 senza chiedere la fiducia al Parlamento mentre con Draghi la fiducia viene chiesta. Questo voler liquidare Conti con rapidità la dice lunga. E' espressione di una volontà dei poteri forti a non fare consolidare un governo che aveva fronteggiato bene la pandemia, ridotto lo spreed, contenuto le disuguaglianze ed aveva un grande consenso popolare. Con il governo Draghi si allarga l'area della povertà e della disuguaglianza. Viene minacciata la democrazia per via di una volontà presidenzialistica che elimina i confronti in parlamento. E' il governo che porta la spesa militare a 33 miliardi annui. Con le sanzioni boomerang verso la Russia e relative ripercussioni si aggrava la crisi sociali che tu non indichi e non ricordi a sufficienza.

Infine perchè non riconoscere che nei 9 punti di Conte esiste un tentativo di mettere al centro questo tema?

 

 

 

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Una crisi di governo con tanti padri e un solo regista

 COMMENTI

Per ora solo alcune riflessioni

Draghi se ne va 380 min

di Ermisio Mazzocchi
Sono molte le considerazioni che si possono fare su quanto è avvenuto in merito alla conclusione del governo Draghi.
Ci sarà modo per riprendere questi argomenti. Per ora mi limito ad alcune riflessioni.

E' d'obbligo la premessa.
Draghi indicato dal Presidente Mattarella costituisce, come sappiamo, un governo di emergenza con la partecipazione di tutti i partiti, tranne FdI, auto escluso.

La posizione e le divisioni di 5S sono note. Ma, penso che sullo svolgimento dei successivi avvenimenti ci siano state molte forzature, quelle di 5S e calcoli di convenienza da parte di molti partiti in particolare di Lega e FI ed errori di valutazione da parte di altri e dello stesso PD.

Si deve prendere atto che 5S, dopo la scissione Di Maio, tenta di riportare il Movimento a un ruolo centrale della politica italiana e presenta legittimamente a Draghi un pacchetto di proposte che Conte ritiene essenziali per il paese.
La proposta non riceve da parte di Draghi nessuna risposta. I motivi di questa posizione di Draghi possono avere diverse interpretazioni.

Ma il dato di fatto è che si accelera l'iter della crisi.
In politica non avviene nulla per caso ed è nelle cose che da parte di Lega e FI ci sia stato un calcolato disegno fortemente di convenienza per interrompere l'esperienza Draghi, ma soprattutto dare un messaggio di un centrodestra compatto e speculare alle posizioni di 5S e per mettere in un angolo il PD.

Per alcuni aspetti il PD, il quale mantiene una posizione sempre coerente con la scelta di pieno e totale sostegno a Draghi, non ha valutato adeguatamente gli effetti delle posizioni di 5S e dell'azione di sganciamento del centrodestra.
Il 25 settembre si vota e le liste si presentano entro 40 giorni vale a dire a partire dal 15 agosto.
Credo che bisogna essere chiari: la campagna elettorale è una sfida acerrima tra sinistra e destra. Il resto è di contorno.

Lo scontro è tra due culture politiche che fanno parte della tradizione politica del paese, inconciliabili e incompatibili.
Decisive sono le alleanze per formare una coalizione con un candidato Presidente.
La destra Lega, FI, FdI appare pur con le sue contraddizioni, unito e con una maggiore facilità a individuare un candidato a Presidente e, stando ai sondaggi da considerare con cautela, essi da mesi danno la destra complessivamente tra il 45% e il 47%.

La sinistra si presenta più frantumata e rissosa.
Il PD che aveva valutato come possibile alleato 5S, si trova senza consistenti alleati sia a sinistra che al centro che è qualcosa oggi di indistinto e non strutturato.
La sua forza, sempre secondo i sondaggi, si aggira tra il 21% e il 22%.
Esso deve da subito costruire alleanze che siano in grado di recuperare il rimanente 30%.

E, in questo caso non esistono le liste civiche di tipo amministrativo che possano essere di supporto.
Inoltre il PD deve dimostrare una grande capacità per indicare il candidato Presidente, il quale sia di alto profilo politico e di grande credibilità.
Una ricerca tutta da iniziare tra molte difficoltà senza cadere nell'imporvvisazione.
Potrebbe prendere in considerazioni la candidatura dello stesso Mario Draghi sia perché il PD ha dimostrato nei suoi confronti una infinita lealtà sia perché sarebbe apprezzato da aree del paese della media e alta borghesia e da forze imprenditoriali, finendo per essere una garanzia per il paese.

Una ipotesi con molte incognite, ma deve essere questo l'obiettivo del PD per avere una credibile possibilità per vincere le elezioni?
Se queste sono scelte fondamentali di carattere "organizzativo", rimane essenziale, a mio parere, la collocazione politico-culturale. La coalizione con il PD è una coalizione di sinistra per i suoi contenuti, per la sua cultura, per la sua tradizione.

L'Ulivo non è riesumabile, ma certo è che oggi gli schieramenti sono più netti e sono in un contesto nazionale ed europeo tale da richiedere una loro precisa identità.
Una condizione necessaria per riconquistare quel 40% di astenuti che faranno la differenza in questa campagna elettorale.
Gli elettori, il popolo italiano vogliono certezze, rassicurazioni, tranquillità, lavoro e pace.
Il loro voto sarà per chi più risponde a queste richieste e lo si può avere se essi comprenderanno chiaramente chi sei, cosa fai e con chi stai.

E non si tratta solo di programmi elettorali.
Spetta al PD, se ne ha la forza, di edificare una coalizione che abbia la capacità di presentarsi agli elettori con una sua identità programmatica per governare e per una società democratica e progressista.
Le vie di mezzo non ci sono.

22 luglio 2022

 

 

 

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Crisi di governo, scioglimento delle Camere. 25 settembre data del voto 2022?

POLITICHE 2022

Possibili date ipotizzate: 18, 25 settembre, 2 ottobre

Con la cdraghiseneva 21.7.22 400 minrisi di governo, le dimissioni del premier Mario Draghi e il conseguente scioglimento delle Camere si profilano nuove elezioni per l'Italia: il voto dipenderà da una serie di timing dettati dalla Costituzione. I cittadini sarannoo chiamati alle urne per dare un nuovo esecutivo al Paese domenica 25 settembre.

Ecco cosa dice la Costituzione - Occorre combinare un complicato puzzle di termini per arrivare a stabilire il giorno dell’apertura delle urne. Secondo la Costituzione le elezioni hanno luogo entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere. In base all'articolo 61, infatti, "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti". A questa disposizione occorre aggiungere la norma elettorale per cui il decreto che fissa la data del voto deve essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale "non oltre il 45/mo giorno antecedente quello della votazione". Infine va anche considerata la disposizione relativa al voto degli italiani all'estero, che prevede che l'elenco provvisorio degli aventi diritto vada comunicato dal ministero dell'Interno a quello degli Esteri 60 giorni prima della data delle elezioni.

Prima riunione delle nuove Camere intorno al 20 ottobre - Sciogliendo le Camere questo fine settimana, sarà possibile votare sil 25 settembre, se si considera il termine dei 60 giorni. Difficile sarebbe stao ipotizzare un voto trascorsi soltanto 45 giorni dalla fissazione della data delle elezioni: avrebbe significato andare alle urne l’11 settembre, con adempimenti e breve campagna elettorale in pieno agosto. Tornando infine all’articolo 61 della Costituzione, nel decreto che fissa la data delle elezioni viene anche indicata quella per la riunione del nuovo Parlamento, che ipotrebbe riunirsi il fra il 15 e 20 ottobre.

 

fonte ©ansa

 

 

 

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Crisi di governo o di democrazia?

OPINIONI E ANALISI

Incolpare solo i 5stelle è un’operazione intellettualmente ardita

di Luca Fazzi* da ilfattoquotidiano.it
giuseppe conte 400 minI primi a mettere alla gogna i populisti 5stelle, rei di non avere votato la fiducia a Draghi, sono ovviamente i grandi giornali dei padroni delle ferriere. Il Corriere titola ‘Calcoli e sghignazzi: la truppa M5S all’ultima performance’, Repubblica parla di un movimento ‘in tilt che perde altri pezzi’, mentre l’Huffpost ricorda agli italiani che ‘i mercati sono pronti a tirare le orecchie all’Italia’ e che, senza Draghi, ‘avremo presto grossi problemi’ dimenticando, probabilmente causa la grande calura estiva, che lo spread ha ricominciato a salire almeno dal novembre dello scorso anno. Lo spettacolo è quello di una democrazia morente, surreale e melanconico allo stesso tempo.

I 5Stelle, persa ormai definitivamente, oltre che tra poco la metà degli eletti, anche la carica antagonista iniziale, hanno fatto né più né meno che quello che tutti i partiti della prima e seconda Repubblica da sempre sono lesti a fare in prossimità delle elezioni: smarcarsi e cercare un po’ di visibilità per recuperare qualche voto. Di grandi scandali nella scelta di non votare la fiducia al premier se ne vedono pochi, anche perché pur senza i voti di Conte, Draghi continua a avere una solida maggioranza in Parlamento. Tutt’al più rinviare il primo ministro alle Camere porterà a una ulteriore erosione della compagine pentastellata e un maggiore compattamento della maggioranza a sostegno del Migliore.

Arrivare ad accusare con così tanta veemenza il partito di Grillo di sfasciare la nazione per avere negato la fiducia al premier si rivela così per quello che è: un’operazione intellettualmente ardita, ma soprattutto necessaria per tentare di mascherare la situazione drammatica in cui si trova ormai il paese e permettere a chi se ne sta approfittando di continuare a spartirsi gli ultimi resti del tesoro.

La crisi dell’Italia nasce da lontano, dallo sfascio morale dei partiti negli anni 80, e dopo da governi che non hanno mai affrontato una delle grandi questioni nazionali: la criminalità organizzata che controlla e annichilisce l’economia di intere regioni, la mancata lotta all’evasione, la corruzione. E ancora il disinvestimento verso i settori di mercato più competitivi, gli aiuti di Stato ai grandi potentati di affari, il ricorso sistematico e inutile al debito pubblico per elargire bonus e provende preelettorali, i mancati investimenti in istruzione e ricerca, l’inefficienza e il clientelismo della pubblica amministrazione, la perdita del potere di acquisto dei salari, il monopolio nel controllo dei media, il crollo demografico, l’immigrazione biblica delle nuove generazioni verso l’estero.

Alcuni dei protagonisti di questa lunga stagione di degrado, persone che avevano ruolo e titolo per incidere sulle decisioni dell’epoca, ricoprono ancora oggi le più alte cariche dello Stato: Sergio Mattarella, 25 anni in Parlamento, poi giudice della Corte Costituzionale e ora al secondo mandato di Presidenza della Repubblica, Giuliano Amato segretario del Psi al tempo del corrotto primo ministro Craxi e, sempre in ottemperanza all’italico principio della separazione dei poteri, dal 2022 presidente della Corte Costituzionale e Mario Draghi, direttore generale del tesoro ai tempi delle privatizzazioni degli anni 90, oggi premier.

La compagine di campioni democratici al potere, ultimo baluardo contro i populismi e le barbarie secondo la stampa controllata dagli oligarchi nazionali, è la medesima che ha permesso negli ultimi due anni e mezzo agli organi esecutivi e legislativi di assumere decisioni in base a uno stato emergenziale continuo, che ha fatto diventare il rinnovo del Presidente della Repubblica figura di garante della Costituzione prassi ordinaria dell’ordinamento democratico, che ha permesso di piegare a ripetizione la Costituzione in materie delicatissime come la giustizia, il diritto della salute, il diritto al lavoro, il ripudio della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali, che ha sostituito in pianta stabile la rappresentanza elettorale e la formazione di agende riformiste con governi tecnici incaricati di mettere in ordine il registro dei conti da presentare ai creditori internazionali.

Più che perdere tempo per gridare all’irresponsabilità di Conte e dei 5stelle superstiti, le prime pagine dei giornali dovrebbero forse chiedersi: cosa sta succedendo alla democrazia italiana? E a chi risponde chi governa il paese?

solo16invierebbearmiUcrainaE’ di oggi un sondaggio che certifica che solo il 16% di italiani è favorevole all’invio delle armi all’Ucraina. A che titolo il vecchio Draghi continua a chiedere il segreto di stato e a spedire armi per alimentare una guerra senza fine? Perché presidente Matterella avalla queste scelte? In base a quali norme il presidente Amato giustifica la partecipazione bellica dell’Italia a un conflitto che si dovrebbe cercare in ogni modo di evitare? E perché il Parlamento vota la fiducia a un premier che decide tutto da solo?

Forse il problema dello sfascio della nazione e dell’arrivo di un autunno dolorosissimo non è solo colpa di Conte e dei superstiti grillini. Forse il populismo non è la vera malattia, ma è solo il sintomo di un male più profondo e molto più devastante: la dissoluzione lenta e silenziosa dei principi portanti della democrazia liberale.

 

*Docente in Sociologia presso l'Università di Trento

 

 

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Siccità, crisi idrica, Regione Lazio e Acea

  • Pubblicato in Partiti

 PRC FRUSINATE*

Emergenza idrica nel Lazio, fin dove arriva la ragione !?!

acqua reticolabrodoNon piovema il vero problema è lo spreco di acqua 400 minZingaretti, il presidente della regione Lazio, ha proclamato, lo scorso 22 giugno e fino al 30 novembre 2022, lo stato di calamità naturale per la grave crisi idrica che attanaglia la regione Lazio ed anche la nostra provincia. Ha detto testualmente: “Dobbiamo prepararci ad una situazione che sarà molto critica, che dovrà basarsi sul risparmio idrico di tutte le attività a cominciare dai consumi familiari”.

Non ci è dato sapere in che stato sono le condutture in altre provincie mentre, grazie al conforto della Magistratura di Frosinone, sappiamo che la gestione del sistema idrico di Acea nella nostra provincia fa acqua da tutte le parti, se è vero come è vero, e la stampa locale ha dato molta enfasi alla notizia, che in Ciociaria la dispersione idrica ha oramai raggiunto l’80%, vale a dire che su 1000 litri immessi nella rete 800 vanno persi! Intanto il governo Draghi, a conferma dell’orientamento aristocratico dei decisori politici nazionali e regionali, annuncia di voler nominare un nuovo commissario straordinario per gestire l'emergenza, in carica fino al 31 dicembre 2024 , che si avvarrà di uno staff di 30 persone e che dovrà tentare di risolvere la crisi idrica. Forse questo ennesimo commissario proverà a risanare le reti colabrodo visto che potrà avvalersi dei fondi del PNRR, con ordinanze che andranno in deroga ad ogni disposizione di legge, sia Nazionali che Europee.

Potremmo anche starci, se solo fossimo ciechi e sordi come molti dei partiti politici che appoggiano sia Zingaretti che Draghi e la loro politica servo-padronale a servizio delle lobby. Pero' noi non lo siamo e, usando parole chiare e forti, diciamo : ne abbiamo le scatole piene di Draghi, Zingaretti ed alleati vari, e non solo per le condizioni in cui versa il nostro territorio ciociaro.

Ancora una volta Draghi conferma il dato che l'Italia, anche governata dal “migliore”, è un paese che va avanti per stati di emergenza e commissari straordinari; che non ha progettazione a lungo termine per risolvere le problematiche ambientali delle quali questa crisi idrica è figlia, con l'unico risultato di creare sperpero di denaro pubblico. Con Zingaretti ci riprova ad usare la vecchia furbata di scaricare le responsabilità della crisi sulle famiglie anche se non arriva a dire con sorriso ebete: «Vuoi bere o lavarti i denti?».

Non crediamo che Zingaretti non abbia memoria delle battaglie e lotte, anche giudiziarie, che da anni comitati e cittadini portano avanti rispetto alla privatizzazione del S.I.I. ; Non crediamo che non sappia che molti comuni ciociari da anni hanno l'acqua razionata tutto l'anno perche' le condotte sono “bucate”; Non crediamo non sappia che questa crisi idrica Nazionale da noi e' aggravata da anni di malagestione Acea con l'aggravio della complicità di larga parte della politica.

Zingaretti e i suoi sodali provinciali forse vedono Acea come una fonte di sponsorizzazioni elettorali, visto che non hanno mai obbligato il gestore a sostituire le condotte colabrodo come da contratto; non hanno mai ascoltato I comitati ed I cittadini istituendo una cabina di regia regionale dando potere ai rappresentanti dei comitati, ai cittadini attivi, di controllare e proporre soluzioni; ne tanto meno hanno mai mostrato interesse alla qualità stessa delle acque erogate dal gestore Acea. Eppure il nostro territorio è il più sanzionato dalla Comunità Europea per la mancata depurazione!

Zingaretti & soci ci stanno a provà! La crisi idrica dovrà forse servirgli a nascondere le tante e vere responsabilità che lui e chi governa la provincia hanno rispetto alle vessazioni che da anni Acea Ato 5 propina al popolo ciociaro. E a farne le spese saranno solo e sempre I cittadini. Intanto ai nostri concittadini ciociari diciamo: Forse è tempo di pensare ad organizzare in modo sistematico ed esteso la sospensione dei pagamenti, come indicato anche dai comitati che da anni hanno fatto sentire la propria voce anche in Tribunale, sopratutto in questo momento di crisi economico-sociale.

 

*Frosinone, 7 luglio 2022 La Segreteria provinciale di Partito della Rifondazione Comunista, Federazione di Frosinone.

 

 

 

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PACE SUBITO e....uscire dalla crisi con il rilancio della riconversione ecologica!

UCRAINA E CRISI ENERGETICA

L’unica risposta alla guerra è riaprire il dialogo e non l’estensione della Nato

fonti rinnovabili 390L’escalation bellica in Ucraina ha subito una accelerazione drammatica dopo l’invasione di Putin che rischia di minare la pace in Europa per la contrapposizione di blocchi contrapposti.

Si adombra perfino la minaccia nucleare e questo richiama l’esposizione alle minacce incombenti sull’umanità ricordate da papa Francesco: la guerra annientatrice, il clima ostile alla sopravvivenza, l’ingiustizia sociale che corrompe le esistenze. Nè possiamo dimenticare che la pandemia aggredisce tuttora gran parte del pianeta. Questa situazione rischia di mettere in ombra la questione climatica, che finalmente e faticosamente è diventata centrale e da cui dipende il futuro dell’umanità. Le anomalie climatiche si moltiplicano e si aggravano: dall’estrema siccità allo scioglimento accelerato del permafrost in Siberia, alla mancanza d’acqua, questioni che vengono rimosse sotto la pressione della guerra.

La risposta all’impazzimento dei prezzi dei combustibili fossili e alle carenze di rifornimenti non può che avere la risposta dell’accelerazione della strategia indispensabile per mantenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi.
L’uso dei combustibili fossili è ancora in campo come fattore di potenza e di dominio del mondo. L’Europa non deve cedere a questa deriva, neppure in presenza della guerra in Ucraina.

L’unica risposta alla guerra è riaprire il dialogo e non l’estensione della Nato, senza comprendere che occorre anzitutto fornire condizioni di sicurezza a tutti, all’Ucraina come alla Russia. Occorre cercare la comprensione tra tutti paesi, abolire la guerra come mezzo di regolazione delle contese, come del resto afferma solennemente l’art. 11 della nostra Costituzione.
Insistendo sull’uso dei fossili l’Europa pagherebbe un prezzo altissimo di dipendenza dall’estero, con sottrazione di risorse, con il blocco dello sviluppo, con la caduta dell’occupazione.
Per raggiungere l’autonomia in Italia e in Europa e quindi ridurre i costi occorre produrre energia in modo sempre piùboombollette youtube 390 min compatibile con gli obiettivi climatici. Occorre un progetto complessivo che comprenda investimenti massici nelle energie rinnovabili, nell’idrogeno verde, nel risparmio energetico.

Nelle posizioni del Governo ci sono evidenti ambiguità. Puntare su misure transitorie come maggiori estrazioni nazionali di gas e nuovi rigassificatori (occorrono alcuni anni) e insistere sull’uso del carbone sono misure tampone o scelte che contrastano con gli impegni presi in precedenza ?
Oggi disponiamo di tecnologie che possono portarci fuori da questa crisi. La guerra può indurre misure di arretramento e conservazione del modello economico precedente o invece essere l’occasione per fare subito scelte coraggiose e innovative per l’ambiente, riducendo i consumi e approntando da qui ai prossimi 3 anni 60 GW di rinnovabili, come suggerisce l’A.D. Starace di ENEL, che farebbero risparmiare all’Italia 18 miliardi di metri cubi di gas. Se avessimo continuato a investire in impianti di energie rinnovabili come nel triennio 2010/13, avremmo consolidato i posti di lavoro creati nel triennio ed oggi, dopo 8 anni, avremmo operativi gli stessi 60 GW di rinnovabili in più ipotizzati da Starace, riducendo già oggi il consumo di gas fossile di 18 miliardi di m3, pari al 66 % del gas importato dalla Russia. Le misure ipotizzate dal Governo sono ben lontane da questo risultato, per questo chiediamo una svolta coraggiosa.

Governo e parlamento debbono decidere subito un nuovo programma di politiche energetiche accelerando al massimo gli investimenti nelle energie rinnovabili e nell’idrogeno, concentrando gli investimenti del PNRR anzitutto su questo obiettivo.

Mario Agostinelli
Alfiero Grandi
Jacopo Ricci
Alex Sorokin
4 marzo 2022

 

 

 

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Evitata (per ora) una enorme crisi della democrazia italiana

E' emerso un interessante protagonismo del parlamento con la rielezione di Mattarella

di Alfiero Grandi
Fico Mattarella rielezione 29gen22 390 minÈ stata evitata, per ora, una crisi della democrazia italiana. Lo scampato pericolo grazie alla rielezione di Sergio Mattarella offre le basi per affrontare seriamente i problemi che sono all’origine di questa crisi, prima che sia troppo tardi. I vertici dei partiti sapevano da tempo che Mattarella era in scadenza e che aveva chiesto di non essere rieletto perché aveva in mente di fare altro nella vita, come ha ricordato agli “ambasciatori” che gli stavano comunicando la richiesta di rendersi disponibile alla rielezione alla Presidenza della Repubblica. La conferma di Mattarella Presidente della Repubblica – che a differenza di Napolitano non ha indicato scadenze più brevi del settennato – e di conseguenza di Draghi, offre un quadro di continuità. Non userei di stabilità perché vorrebbe dire non cogliere i guasti che hanno portato a questa crisi della democrazia italiana e sottovalutare i problemi dell’azione di governo fino alla scadenza della legislatura che meritano un articolo a parte.

Il primo prezzo di questa soluzione è la conferma del Presidente uscente per altri sette anni, ritenuta anzitutto dallo stesso Mattarella non opportuna (da ultimo lo ha detto in occasione del ricordo di Giovanni Leone) anche se non vietata dalla nostra Costituzione. 14 anni sono tanti per una carica istituzionale come il Presidente della Repubblica. Per questo sarebbe bene che il parlamento trovasse il modo di approvare la modifica della Costituzione che vieta la rielezione del Presidente in carica. Proposta di legge costituzionale che è già presentata in Senato. Il secondo aspetto che emerge con forza da questa soluzione è l’incapacità dell’attuale rappresentanza parlamentare di trovare un assetto politico stabile di governo, tranne quello rappresentato dal presidente Draghi proposto da Mattarella e sostenuto da un ampio arco di partiti. Solo questa soluzione è oggi in grado di portare alla fine la legislatura.

Le velleità di imporre una candidatura di destra per la Presidenza sono miseramente fallite, con la conseguenza di una crisi di credibilità verticale della destra.

Non a caso Meloni ha dichiarato che oggi in parlamento il centro destra non esiste più, mentre Salvini ha tentato fino all’ultimo di trovare una soluzione che unisse il centro destra e infatti se fosse passata qualcuna delle candidature proposte avrebbe provocato la crisi del governo Draghi. Il percorso ondivago di questa posizione aggressiva e sbruffona ha portato la destra a sbattere perché ha sbagliato dall’inizio la valutazione, non aveva la maggioranza tra i grandi elettori e ha preteso di comportarsi come se l’avesse, dopo averlo strombazzato ai quattro venti si è convinta della sua stessa propaganda. Questo ha indotto a provarci prima Berlusconi, che si è ritirato sull’orlo del burrone politico dopo avere tenuto il paese sulla corda, dimostrando la centralità che ha sul centro destra, malgrado tutto. Salvini ha bruciato candidature di varia natura dimostrando di essere incapace di una strategia politica che non sia una carica a testa bassa e ha fallito, Meloni non è riuscita nell’intento di fare saltare la coalizione. Entrambi hanno lasciato a Berlusconi ancora una volta il ruolo politico principale.

Pd, Leu, Movimento 5Stelle hanno affrontato questa prova con esiti diversi. Il Pd può non essere del tutto insoddisfatto, purché ricordi che ha dovuto ricorrere all’usato sicuro perché nessun’altra scelta si è rivelata possibile e dovrebbe riflettere se una valutazione più realistica non avrebbe potuto individuare fin dall’inizio la rielezione di Mattarella come l’unica soluzione possibile, tenuto conto che lo schieramento alternativo alla destra aveva nel M5Stelle un soggetto politico impossibilitato a soluzioni diverse, visto che il suo presupposto irrinunciabile è stato dall’inizio non cambiare il governo Draghi, per il terrore di elezioni anticipate. L’articolazione tra Conte e Di Maio nel M5Stelle non è questione di poco conto perché sullo sfondo è evidente uno sbandamento di Conte nei rapporti con Salvini.

Tuttavia lo sguardo deve andare in profondità per capire la natura della crisi della democrazia italiana. Per questo la riflessione non può limitarsi alla congiuntura dell’elezione di Mattarella.

Qualche giorno prima dell’inizio del voto per scegliere il Presidente della Repubblica c’è stata l’elezione della nuova deputata che ha sostituito Gualtieri, eletto sindaco di Roma. Cecilia D’Elia era una buona candidatura ed è stata eletta con il 59% dei voti, tanti in percentuale, purtroppo su una base dell’11% di votanti, quindi con il voto del 7% degli elettori. È l’ennesimo segnale che il distacco tra elettori ed eletti in Italia è arrivato a livelli di guardia. Continuando così si rischia di avere gli astenuti in maggioranza nelle prossime elezioni politiche e questo è un problema serio per la democrazia. Questa fase ha avuto un momento importante quando Bonaccini in Emilia Romagna nel 2014 fu eletto Presidente con una buona maggioranza ma su un 37% di partecipanti, che per questa regione è uno shock su cui non si è voluto riflettere per tempo. Del resto, non discutere dei problemi scottanti è purtroppo un’abitudine politica nel Pd e nelle sinistre. Ancora oggi non c’è stata una discussione sulla direzione politica di Renzi del Pd e sulla sua crisi verticale. Non sono d’accordo con D’Alema, il renzismo non è una malattia guarita spontaneamente, anzi è tuttora presente, non tanto per la persona in sé quanto per il significato che hanno le scelte fatte, il cui cambio andrebbe motivato. Invece l’impressione è che ci sia una vischiosità politica che continua e rende poco comprensibili le scelte politiche, anche quando sono diverse.

In ogni caso la questione di fondo è che il rapporto tra eletti ed elettori è ai livelli più bassi di sempre. Le elettrici e gli elettori vivono con distacco, con alterità quanto accade nelle istituzioni, parlamento in particolare, non si sentono rappresentati.

L’attacco al parlamento ha radici lontane. Eppure il parlamento è il perno del nostro sistema democratico e ha avuto un punto di forte crisi quando su iniziativa del M5Stelle, e per la subalternità degli altri partiti, è stato approvato il taglio del numero dei parlamentari. Il taglio è come dire che i parlamentari sono troppi e, per il ruolo che svolgono se ne può fare a meno, sottovalutando drammaticamente le conseguenze di questa decisione, che purtroppo è stata approvata dagli stessi parlamentari che in questo modo sono diventati corresponsabili, mentre avrebbero dovuto opporsi o almeno opporre una linea minimamente razionale, come poteva essere proporre il monocameralismo con 600 deputati e semmai attribuire al Senato la funzione di rapporto con le regioni come avviene in altri paesi. Il parlamento ha preso un colpo pesante, che si è aggiunto ad una credibilità già compromessa. I parlamentari hanno fatto autogoal con l’approvazione del taglio ma avevano già commesso errori tremendi quando hanno approvato a maggioranza (di destra) che Ruby è la nipote di Mubarak (su ordine di Berlusconi) e in seguito hanno accettato da tempo di subire una primazia del governo (non costituzionale) con provvedimenti come i decreti legge, i maxiemendamenti, i voti di fiducia a valanga che di fatto sono una modifica della Costituzione, nello spirito e nella pratica.

La novità è che nell’elezione di Mattarella è emerso un protagonismo del parlamento interessante.

Certo, ci sono stati promotori del voto dei grandi elettori a favore di Mattarella, in contrasto con diverse indicazioni dei gruppi. Tuttavia è un fatto che il voto dei parlamentari per Mattarella ha finito per indicare la soluzione allo stallo politico nell’elezione del Presidente della Repubblica. È corretto che il parlamento si esprima e prenda posizione. Meglio tardi che mai. Nessuno si aspettava questa vitalità, che contrasta vistosamente con i conciliaboli ristretti quanto inconcludenti dei leader. È un buon segnale, da coltivare e incoraggiare, soprattutto in vista della ripresa dell’azione del Governo. Tanti si stanno rendendo conto che un nuovo sistema elettorale è decisivo per risollevare la credibilità della rappresentanza parlamentare, che è decisiva per il nostro sistema democratico. È evidente che nella destra, e non solo, c’è la tentazione forte di rilanciare il presidenzialismo, cioè la personalizzazione esasperata della politica e soprattutto il passaggio da un Presidente di garanzia a un Presidente che è il capo di una delle fazioni in campo e questo vorrebbe dire cambiare inevitabilmente buona parte della Costituzione, dei ruoli delle istituzioni e dei poteri del Presidente. In sostanza un’altra Costituzione, accantonando quella del 1948, nata dalla Resistenza.

Sarebbe un errore clamoroso per le sinistre e i democratici del nostro paese accettare di mettere in discussione il patto costituzionale, che – come ha scritto benissimo Domenico Gallo – è la nostra patria.

So bene che ci sono state tentazioni di modifiche di fondo della Costituzione anche a sinistra, dalla bicamerale fino alla “deformazione” costituzionale renziana. Sarebbe bene chiudere questo improvvido capitolo. Basta pensare alla riforma del Titolo V, voluta dalle sinistre, che tanti guai rischia di dare senza alcune modifiche di fondo che escludano l’autonomia regionale differenziata come grimaldello per la divisione dell’Italia e la spaccatura dei diritti fondamentali degli italiani. Il primo indispensabile rimedio è una nuova legge elettorale proporzionale che dia la possibilità alle elettrici e agli elettori di scegliere alle prossime elezioni direttamente i loro parlamentari, avviando la ricostruzione di un nuovo rapporto di fiducia. Oggi i leader dei partiti scelgono dall’alto chi fare eleggere, questo stabilisce un legame di fedeltà e dipendenza dei parlamentari. È questa la spiegazione di come il Pd abbia subito l’esodo non di un singolo parlamentare ma di un intero partito (Italia viva). Troppi si attardano a negare la lezione storica che ha portato con il maggioritario guai a tutte le coalizioni. Il secondo governo Prodi è andato in crisi malgrado la maggioranza, Berlusconi è andato in crisi malgrado la maggioranza bulgara conquistata nel 2008. Il maggioritario non ha portato fortuna a nessuno.

Il secondo punto è la riforma democratica dei partiti ex art. 49 e ristabilire un finanziamento pubblico moderno e controllato dei partiti (a correzione della partecipazione politica riservata ai ricchi) con norme draconiane di controllo. Potrebbero essere contributi ad un rilancio del ruolo dei partiti per tentare di superare la loro riduzione al ruolo di comitati elettorali. A questo va aggiunto che i partiti hanno bisogno di cultura politica, di progetti, di visione del futuro, tanto più in una fase in cui sono in discussione questioni di fondo come l’ambiente, la vita stessa, la pace, il ruolo del lavoro, ecc…

La pandemia ha ridotto le relazioni sociali collettive, per questo occorre rilanciare tutte le forme possibili di partecipazione e protagonismo democratici. Non tutto può essere risolto dai partiti. Anzi su questioni di fondo è indispensabile avere un’iniziativa sociale che pretende risposte politiche. Penso di nuovo al clima, all’ambiente, come dimostra la discussione sulla tassonomia europea. Occorre una reazione corale di tutte le forme associative per correggere la direzione di marcia che interessi grevi e conservatori rischiano di deviare dal progetto di lungo termine.
La petizione contro gas e nucleare nella tassonomia europea nel frattempo è prossima a 150.000 firme.

Alfiero Grandi su www.jobsnews.it il 31 gen 2022

 

 

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“Benvenuto Amazon” a Colleferro: crisi dopo pochi mesi

LAVORO E LAVORATORI 

 I carichi di lavoro sono molto sostenuti,  ... lavoro non certo

Ina Camilli*
ScioperoAmazon minIl 22 marzo 2021 con la primavera è arrivato in Italia anche il primo sciopero di Amazon, della filiera del trasporto e dell’indotto della logistica, con la richiesta ai clienti di astenersi dall’inviare ordini online per 24 ore. I sindacati denunciano le condizioni di lavoro e reclamano miglioramenti, a fronte di stratosferici profitti del colosso dell’e-commerce per l’incremento vertiginoso delle vendite con la pandemia.

Amazon si autorappresenta attraverso la retorica green e della sicurezza sul lavoro, smentita dalle molteplici testimonianze di lavoratrici/ri. Le attività interne agli stabilimenti sono infatti organizzate con il fine di evitare qualsiasi possibile perdita di tempo e ordinate in base a un preciso controllo algoritmico.

I carichi di lavoro sono molto sostenuti, i tempi contingentati, le pause cronometrate, i livelli di performatività altissimi e l’autonomia delle mansioni è praticamente inesistente.

I lavoratori, anche quelli dell’hub di Colleferro, chiedono chiarezza sull’organizzazione dei turni di un polo di distribuzione che non dorme mai, e sulla ripetitività delle mansioni: svolte per troppo tempo in modo meccanico espone al rischio di sviluppare disturbi muscolo-scheletrici e forme di stress lavoro correlato.

La comunicazione interna all’azienda è finalizzata alla costruzione dell’identità del dipendente Amazon e alla sua fidelizzazione alle norme/dettami aziendali, comunicazione gestita secondo precisi modelli scientifici mutuati dalla psicologia del lavoro, che risponde al fine di limitare il più possibile la nascita di qualsiasi tipo di dissenso interno.

Allo sciopero hanno partecipato anche lavoratori ed ex dipendenti del centro Amazon di Colleferro, provenienti da varie località della valle del Sacco. La stragrande maggioranza di loro, dopo l’entusiastica assunzione con un contratto di somministrazione a tempo determinato, è rimasta senza lavoro e senza prospettive.

Ad una politica aziendale che spreme risorse umane e territoriali non può opporsi l’argomento che il lavoratore che accetta il contratto MOG (monte ore garantito) sa fin dal momento della firma che potrebbe non essere rinnovato/prorogato, posto che per tutto il tempo in cui presta servizio nessuno parla di flessibilità, ma di conferme meritocratiche.

Il punto problematico sono anche le complesse modalità di chiamata e la brutalità dell’interruzione del rapporto di lavoro. Sono chiari i motivi per i quali Adecco, agenzia per il lavoro “al servizio delle aziende”, non dei prestatori di opera, dopo aver selezionato e scelto un soggetto per quella mansione, che viene formato da Amazon, non gli rinnova il contratto e assume un nuovo lavoratore. Lo scopo di tale “ricambio” sta nel logorare e frammentare il tessuto sociale, indebolire la forza collettiva dei lavoratori.

A Colleferro i tanti lavoratori, che non sono stati riconfermati, ritengono di essere stati “ingannati” da Amazon-Adecco, ma sono anche convinti di essere stati “scaricati” dall’Amministrazione comunale che non ha preso posizione nei loro confronti. L’opposizione consigliare (la maggioranza è indifferente?) il 24 marzo scorso, due giorni dopo lo sciopero, ha interrogato il Sindaco sui mancati rinnovi e/o proroga dei contratti.

Il Sindaco di Colleferro (come pure gli altri del comprensorio) non ha spontaneamente ritenuto opportuno richiedere la convocazione del Consiglio e incontrare sindacati e lavoratori, ma è ancora meno comprensibile l’aver affidato all’Assessore la lettura formale e burocratica della sua risposta all’interrogazione. Non è tardi, se ci fosse la volontà politica, per portare il conflitto sociale Amazon-Adecco-precari-ex lavoratori sul tavolo del Prefetto e dell’azienda.

Non risponderebbe al vero che nell’hub di Colleferro – operativo dall’ottobre 2020 - non si effettui il confezionamento dei pezzi e non sembra realistica l’affermazione secondo cui il Comune non avrebbe definito con Amazon, prima del suo insediamento, un accordo a tutela dell’occupazione per il territorio.

Ecco la testimonianza di un ex lavoratore: “Confermo le problematiche descritte, vorrei solo aggiungere che il sistema di sfruttamento del precariato attuato da Amazon è reso possibile anche grazie alle maglie larghe delle leggi italiane che in teoria avrebbero dovuto contrastare il precariato, ma vengono invece abusate per giustificare una precarizzazione ancora più indecente. Tutti noi, lavoratori e cittadini, dobbiamo chiedere al legislatore di risolvere il problema, prima che la società regredisca a quella dell’800, con tutti i mali insiti nella prima rivoluzione industriale e la distruzione reale dei diritti fittizi dei lavoratori, considerati semplice manodopera da usare e gettare, a vantaggio del solo profitto dell’azienda.”

Sotto il profilo della sostenibilità ambientale, ricordiamo il “Benvenuto ad Amazon” dell’Amministrazione colleferrina, che ha presentato l’azienda, al riparo di paradisi fiscali, come soggetto economico capace di un progetto sostenibile di sviluppo economico e occupazionale per il territorio (valle del Sacco). In realtà era ben consapevole della riproduzione di modelli di precarizzazione e di estrattivismo, con un impatto senza precedenti per consumo di suolo, colate di cemento, peggioramento della qualità dell'aria per il trasporto su gomma e annichilimento della prospettiva dell'imprenditoria agricola. A cento metri dal Polo logistico inizia la via del vino cesanese, al centro di un grande investimento di valorizzazione viticola, in aperta contrapposizione con il numero delle bocche di carico delle merci.

Il conflitto dell'Amministrazione Sanna risiede in una politica di facciata e, mentre si professava ambientalista, contestualmente autorizzava lo sbancamento di un intero colle. Con il tempo vedremo i danni idrogeologici della zona, che ha subìto un forte inquinamento luminoso per ogni specie vivente. Mentre arrivavano le ruspe la Giunta propomeva al Consiglio comunale l'approvazione di una delibera di bandiera sulla rigenerazione urbana, riduzione del consumo di suolo e recupero ex aree industriali.

Sono i Comuni di Colleferro e Paliano a dare il colpo fatale al morente monumento regionale La Selva, quasi 500 ettari di terreno di parco naturale.

Per ampliare il Polo logistico l’Amministrazione colleferrina ha pure promosso un avviso pubblico per trasformare la zona agricola adiacente a quella industriale, peraltro fallito miseramente, mentre il costo della nuova viabilità con due/tre rotonde sulla Palianese - due milioni di € - è stato messo a carico della collettività.

Tutta l’operazione Amazon-Leroy Merlin si è retta sulla mancanza di trasparenza delle informazioni, di coinvolgimento e di partecipazione della comunità, di confronti pubblici e dibattiti in Consiglio comunale e nelle piazze. E’ un giornale locale a diffondere le prime informazioni su Amazon, a cui segue un tardivo post del Sindaco Sanna, che conferma il “miracolo” di Seattle.

Agli studenti del professionale IPIA, ubicato a pochi metri dall'ingresso del Polo logistico, il Sindaco ha presentato Eric Véron, fondatore di Vailog, società di sviluppo immobiliare industriale, a cui il Comune ha rilasciato il permesso a costruire il magazzino Amazon di Colleferro, sponsorizzando di fatto quel modello e quel sistema di insediamento/sfruttamento territoriale.

Dove sono il rilancio e lo slancio promesso, la nuova occupazione e la crescita? E’ ancora possibile sostenere che Amazon è ambientalmente compatibile con il nostro territorio e che ci consentirà “di mantenere nel tempo la nostra identità di comunità operaia e operosa”?


*Ina Camilli
Rappresentante Comitato residenti Colleferro
Contrada Fontana degli Angeli, 00034 Colleferro – Roma
cell. 3357663418

 

 

 

 

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