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Ceccano. Appunti su una crisi annunciata

ceccano palazzo antonelli 350 253di Maurizio Cerroni - Lunedì mattina i consiglieri comunali dovrebbero dimettersi davanti al segretario comunale, decretando lo scioglimento del Consiglio comunale e le conseguenti dimissioni del Sindaco della città di Ceccano.

Negli ultimi anni Ceccano è stata governata da un centrodestra ideologico, settario, privo di qualsiasi senso di governo della città: non c'è stata programmazione, non sono stati realizzati progetti, non è stata avanzata alcuna richiesta di finanziamento agli enti preposti. Nulla è stato fatto se non addossare colpe a fantomatici nemici, individuati di volta in volta nella amministrazione provinciale o regionale. Questa situazione ha penalizzato fortemente la nostra città e le conseguenze le continueremo a pagare nel futuro. Per non parlare dello slogan "è colpa di quelli che c'erano prima" che, cavalcato con discreto successo in campagna elettorale e nella prima fase dell'esperienza amministrativa, si dimostra oggi nella sua totale faziosità.

Infatti, sarebbe veramente semplice fare l'elenco delle cose fatte nel passato per metterle a confronto con il nulla prodotto dal governo del centro destra ceccanese dal 2015 ad oggi.
La crisi politica di questi mesi è figlia di un collasso all'interno del centro destra e di una forte ostilità che monta sempre con più evidenza tra i cittadini.
L'opposizione si è mossa poco, a volte si è persa in chiacchiere senza essere incisiva; altrimenti la caduta del governo cittadino si sarebbe potuta verificare già nell'anno passato.

Apprezzabile, senza ombra di dubbio, quello che si è verificato in queste ore: l'opposizione, insieme ad altri consiglieri comunali, ha avuto uno scatto d'orgoglio staccando la spina ad un governo cittadino ormai moribondo.
Bene, ma cosa dire adesso di questa crisi?

Lo slogan né destra né sinistra, privo di qualsiasi contenuto, fatto da soli uomini al comando, ha portato la nave a spiaggiarsi.
Una simile situazione si era manifestata a suo tempo con l'esperienza dell'ex Sindaco Maliziola, quando, subito dopo la sua elezione, produsse una forte rottura con i partiti che, dopo aver assicurato la sua vittoria, furono visti dal sindaco come un ostacolo. E questo fu il motivo della sua sfiducia. È vero che l'ex sindaco Maliziola decise di ricandidarsi alle elezioni del 2015, incentrando la sua campagna elettorale contro i "vecchi", ma il consenso alle liste e al candidato sindaco fu abbastanza modesto.
Infatti, al ballottaggio andarono i partiti e liste del Centro sinistra, a sostengo del candidato sindaco Luigi Compagnoni, e la destra guidata da Caligiore.
La vittoria andò al centro destra.

Anche qui di analisi ne sono state fatte tante. Probabilmente è mancata una vera discussione all'interno del centro sinistra per comprendere le cause della sconfitta elettorale e, soprattutto, per non sbagliare di nuovo.
Se si dice che il centrosinistra ha perso perché era diviso si fa una constatazione parziale dei fatti, dei dati, dei flussi elettorali, perché nel turno di ballottaggio si riparte da zero. Nel ballottaggio la partita politica che si gioca è un'altra rispetto al primo turno, conta la base elettorale e come si determina la maggioranza che si aggrega attorno al candidato sindaco.

Per nostra memoria, il centrosinistra era diviso anche nel 1994 quando però vinse il ballottaggio di giugno. Ed era diviso nel 1998 quando vinse al primo turno. Era diviso nel 2002, quando al ballottaggio andarono due candidati del centro sinistra (Ciotoli e Querqui) e al ballottaggio vinse Ciotoli. Anche nel 2007, il centrosinistra diviso vinse al primo turno. Perciò, la verità politica è molto più complicata. Solo le pigrizia politica può portare a tagliare con l'accetta le motivazioni, individuando colpe personali che in parte esistono ma non costituiscono le reali ragioni della sconfitta.

Le vittorie del centrosinistra a Ceccano, prima e dopo la nuova legge elettorale del 1994 che da quel momento dava la possibilità ai cittadini di eleggere direttamente il sindaco, sono state determinate da una classe dirigente cresciuta all'interno di partiti, sindacati, movimenti, e che prima del 1994 nel Consiglio Comunale aveva visto l'affermarsi del buon governo riformista di sindaci che portano il nome di Aldo Papetti e Angelino Loffredi, due dirigenti comunisti con una visione programmatica e con relazioni istituzionali che sono riusciti a dare centralità sia politica che amministrava a Ceccano.
La classe dirigente che ha vinto le elezioni amministrative dal 1994 al 2007, in parte anche nel 2012, è figlia di questa storia politica e amministrativa.

La sconfitta del 2015 è stata generata dai cosiddetti rottamatori, che alla fine essi stessi sono stati rottamati aprendo la strada a destra.
La sconfitta ha sicuramente palesato una situazione di profondo mutamento che aveva toccato il tessuto sociale ed economico della nostra città, che il centrosinistra non ha compreso e a cui non è riuscito a parlare. Mi riferisco ai tanti giovani che girano il mondo per motivi di studio e lavoro.

Ai Ceccanesi che fanno mille mestieri in tante e diffuse attività produttive di cui chi la politica non conosce nemmeno l'esistenza.
Ai tanti Ceccanesi che in questi anni hanno sofferto la crisi nello svolgimento delle loro attività artigianali e commerciali, che spesso si sono sentiti abbondanti.
Per non parlare delle nuove solitudini, delle nuove fragilità, come quelle dei nostri anziani.
Ci sono poi realtà importanti nel mondo della scuola, ci sono migliaia di studenti del liceo scientifico, dell'istituto alberghiero, dell'ITC, a cui non parliamo e a cui non proponiamo niente.
Quindi, ci sono temi di attualità stringente su cui sviluppare iniziativa politica, come la sanità, l'ambiente, la valorizzazione del territorio, le possibilità di un nuovo sviluppo economico, etc.
Per chi ha passione politica c'è tanto da fare, al di là della politica urlata dalla tastiera o dal tavolinetto del bar.

Chi ha ambizioni politiche, per soddisfarle deve lavorare più degli altri. Se gli altri dividono, bisogna impegnarsi nel ricucire.
Se alcuni parlano da soli in piccoli gruppi autoreferenziali, bisogna parlare con tutti.
È necessario, dunque, un po' di visione, di coraggio, di impegno nell'organizzare incontri per stimolare la partecipazione dei cittadini, di fare assemblee per coinvolgere le persone sui temi concreti. Infatti, dirigente si diventa perché altri ne riconoscono il ruolo. Ho constatato che ci sono in giro alcuni "pseudo dirigenti", non so bene di che cosa, che "aspettano la benedizione da vertici"...ma non lo sanno che solo il Papa, dalla sua autorità divina, può nominare i Cardinali?!?
Per fortuna la politica, la buona politica, è altro.

Questi sono consigli per il mio centrosinistra, quello che voglio ancora credere che abbia voglia di lottare per tornare alla vittoria e per dare una speranza in un altro futuro per Ceccano.
Perciò, non è possibile nessuna scorciatoia anche rispetto alle passate esperienze negative vissute. Una forte coalizione di centrosinistra non può prescindere dai partiti, che sono centrali in quanto danno stabilità.
PD, M5S, PSI, Prc, Leu, Art. 1, Verdi, con una grande apertura alle liste civiche, possono costituire la base per il centrosinistra ceccanese. È necessario fare un accordo programmatico fortemente innovativo, che possa dare vita ad una sorta di cantiere dove le forze politiche possano sollecitare la partecipazione di tutti i cittadini.

Il candidato Sindaco, in questo senso, rappresenta una persona che porta un valore aggiunto rispetto alle forze di coalizione, e, pertanto, deve essere prima di tutto una persona che rispetta la politica e che sia predisposto ad ascoltare i cittadini. Sul nome o sui nomi si può discutere, ricorrendo a forme democratiche di confronto e di scelta, come le primarie di coalizione, che, anche seguendo il percorso tracciato da Zingaretti, possono aiutare a creare un dialogo con i M5S e valorizzare le forze civiche.

Solo la buona politica che è fatta di passione può permettere di superare egoismi e personalismi. Il mio auspicio è che, in questo oscuro momento politico, tutti i democratici Ceccanesi che hanno a cuore il futuro della nostra città facciano uno scatto d'orgoglio per liberarci insieme della destra a doppio petto e per creare le condizioni per una nuova stagione politica a Ceccano.

 

 

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"Nicola è stato sempre così"

zingaretti 350 260di Antonella Necci - “Nicola è sempre stato così. Pure da ragazzino. Tu lo attaccavi, lo insultavi, lo provocavi. Lui ti stava a sentire e poi ti diceva: parliamone. Ha diversi nemici, ma non è nemico di nessuno. Per anni abbiamo pensato fosse un limite. Sta diventando una grande opportunità“.

Sono tanti gli ex compagni dei tempi della Fgci che mai, senza il senno di poi, negli anni ’80-90 avrebbero scommesso un euro (anzi, una lira) su Nicola Zingaretti futuro segretario del partito. E pure potenziale candidato alla formazione di un governo giallorosso Conte Bis.
Lo chiamavano er “Sor Tentenna”, ancora oggi lo etichettano come “Er Saponetta”, ma in quasi 40 anni di politica attiva ha sempre fatto la mossa giusta, senza mai fallire una competizione. Anche a costo di perdere qualche treno. Come quello del 2013 che avrebbe dovuto portarlo in Campidoglio, convoglio poi deragliato miseramente e finito nel burrone portandosi via (quasi) tutti coloro che vi erano a bordo. Occhio lungo, clinico. Anzi, cinico. Lui optò per il porto sicuro della Regione Lazio, da dove ha continuato a fare ciò che faceva da 30 anni: intessere relazioni, costruire alleanze e cucire gli strappi. “È il Partito Comunista Italiano, bellezza”, dice oggi chi, nel Pd, rivede le tecniche della “vecchia scuola”.

La scuola, quella ufficiale, non è mai stata il suo forte. D’altronde, nato nel 1965, la sua generazione è stata forse l’ultima a ritenere che la vera formazione avvenisse in sezione e al Liceo (come all’Università) bisognava andarci per fare politica. Così, mentre all’Istituto per Odontotecnici coltiva il piano B nel caso la politica non dia i frutti sperati, alla Sezione del Pci Montagnola studia Marx, Gramsci e Pasolini, mentre partecipa ai collettivi prima al Liceo Classico Mameli e poi all’Università Sapienza dove, in realtà, non si è mai laureato. Perché nel frattempo l’ex deputato Goffredo Bettini lo prende sotto la sua ala protettiva. In breve tempo Nicola diventa segretario della Fgci romana, guida l’organizzazione attraverso il passaggio traumatico della Bolognina e nel 1991 diventa segretario nazionale della Sinistra Giovanile. Il debutto nelle istituzioni lo farà nel 1992, quando sindaco della Capitale era Franco Carraro, restando in Aula Giulio Cesare per meno di un anno. Non tornerà più sul colle capitolino.

D’altronde, in quel momento, al ragazzo la politica di territorio piace fino a un certo punto. Preferisce i “massimi sistemi”. Negli anni ‘90 è presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista e vicepresidente dell’Internazionale Socialista, incarichi grazie ai quali gira il mondo e intesse relazioni importanti in Medio Oriente, Asia e Sudamerica. Il suo vate Goffredo Bettini – che all’epoca portava avanti il ‘modello Roma’ prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni – lo vuole sul campo. Così ne sostiene l’elezione a segretario dei Ds di Roma nel 2000, cui seguirà il salto a segretario regionale nel 2006. In quegli anni si consuma una sorta di dualismo con un altro “compagno” bettiniano dei tempi della Fgci, l’allora assessore Roberto Morassut. In questo periodo, la “vocazione europea” lo spinge a diventare, nel 2004 parlamentare europeo, dove continua a tessere relazioni all’interno del Pse e con gli “amici” dei Verdi Europei che non smetterà mai di coltivare.

Ma è da segretario regionale che mette in mostra le sue “doti” politiche. Prova in tutti i modi a contenere l’emorragia del 2007 che vede fuoriuscire la “mozione Mussi” dalla trasformazione in Partito Democratico, consumatasi con un duro scontro con il segretario del Circolo di Testaccio, Roberto Gilioli. Nel frattempo, dà il suo contributo alla costruzione del Pd radunando gli imprenditori locali da Rinaldo all’Acquedotto, cena in cui l’ospite d’onore era Massimo D’Alema. Determinante il suo lavoro dietro le quinte per tenere compatta la maggioranza che appoggia Walter Veltroni in Campidoglio, con l’allora sindaco impegnato – specialmente nei due anni del suo secondo mandato – a costruire la sua candidatura nazionale. Qui Zingaretti interviene spesso, contribuendo a tenere unita una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi con la sinistra radicale con un piede fuori dalla porta.

Dura poco, però. Perché dopo tanta “politica” per Nicola è arrivato il tempo di sporcarsi le mani. Con Marrazzo in Regione affidato alla guida di Esterino Montino e Rutelli ricandidato in Campidoglio, Bettini lo vuole presidente della Provincia. Lui all’inizio non è entusiasta, ma non sa ancora che è proprio da qui che inizierà la sua vera scalata. Mentre un Rutelli sempre più in versione cattolica rompe con Rifondazione e consegna – di fatto – la città a Gianni Alemanno, Zingaretti stravince il ballottaggio con il forzista Alfredo Antoniozzi e diventa presidente della Provincia. Non senza un “piccolo” scandalo, da cui poi uscirà pulito: il 15 febbraio 2008 – 24 ore prima di accettare la candidatura – viene assunto a 8.348 euro lordi dal Comitato provvisorio Pd Lazio. In quel momento, la legge permetteva ai datori di lavoro di far gravare sulla Provincia gli stipendi e i contributi per gli eletti. Il presidente si sarebbe messo in aspettativa, salvo il diritto al versamento dei contributi previdenziali rimborsati al datore di lavoro dalla Provincia. La Procura di Roma, dopo aver aperto un’inchiesta su esposto dei Radicali, non rileva la presenza di reati e archivia tutto.

A Palazzo Valentini inizia ad affrancarsi pian piano da Bettini e a costruire la sua rete. Stringe i rapporti con Massimiliano Smeriglio, non perde mai di vista il movimentismo e il sindacato, tesse le sue reti anche al centro. Soprattutto, mette su uno staff della comunicazione che confermerà per i 10 anni a seguire. Fino al 2012, quando tutto sembra pronto per la sua candidatura a sindaco. Abbastanza giovane, abbastanza bravo, abbastanza “ecumenico” e pure con un fratello famoso – che non guasta – è pronto per il Campidoglio. Ma in Regione succede l’imprevedibile. Il centrodestra viene travolto dallo scandalo sui rimborsi (che intacca anche il Pd) e Renata Polverini scappa in Parlamento. Così in Regione si vota di nuovo. La vittoria è facile, scontata, ma sul candidato naturale, il medico Ignazio Marino, non c’è la quadra. Nicola ne approfitta per ribaltare il tavolo e togliersi dall’impiccio: lui va in Regione mettendo tutti d’accordo, e spedisce il chirurgo genovese alle primarie per il Comune. Il ‘marziano’, sostenuto da Bettini, vincerà a sorpresa contro David Sassoli e Paolo Gentiloni. Il resto è storia di questo ultimo mese, per ciò che ci è dato sapere.

Si parla di contatti con la sfidante in regione per M5S, Roberta Lombardi alla quale i giornalisti riconoscono doti da stratega politica che a confronto Napoleone Bonaparte era un pivello.
Il curriculum politico della Lombardi è però irrisorio se confrontato con altri. Le sue doti politiche sembrano “ciniche e spietate” perché confrontate con l'inesperienza dei Grillini. La Lombardi sta crescendo e maturando grazie a zar Nicola. Grazie ar Saponetta. Ogni ulteriore commento a ciò che ci dobbiamo aspettare in un futuro nemmeno tanto lontano farebbe rabbrividire i profeti dell'alta politica. A noi comuni mortali viene solo richiesta una flebile speranza di risoluzione dei problemi contingenti. Se non risoluzione almeno prospettiva di miglioramento.

Ma per favore, evitiamo di osannare chi non merita. Evitiamo di rendere un mito una grillina che fa parte di un partito che non è un partito, ma una grande società per azioni a zero ideali politici. Ci siamo appena resi conto dei negativi effetti collaterali del salvinismo. Possibile che non sappiamo proprio ragionare in modo autonomo?

 

 

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Il PD e la crisi attraverso le sensibilità di Maria Spilabotte e Toni Pironi

  • Pubblicato in Partiti

partito democratico bandiera350 250Due lettere, quella di Toni Pironi in risposta a quella di dimissioni di Maria Spilabotte dal PD danno il senso di come gli apparteneti a questo partito stanno vivendo la crisi di governo e la ricerca di una soluzione ad essa.
Le pubblichiamo così come le conosciamo. quella di Pironi ci è giunta per email, quella di Spilabotte l'abbiamo letta su Ciociaria Oggi, riportata da Corrado Trento

Veroli 2 settembre 2019

All’Attenzione della Senatrice Maria Spilabotte, da Toni Pironi

Cara Maria,

Ho ricevuto e letto con attenzione la tua nota con la quale ci hai comunicato la riconsegna della tessera e la contestuale tua uscita dal Partito Democratico.
Ho apprezzato molto, per quel che possa contare, la forma della tua missiva la quale rispetta i modi e le regole della militanza. In un’epoca di comunicazione fatta di slogan urlati su una piattaforma digitale l’aver preso ‘carta e calamaio’ per indirizzare una lettera ai tuoi segretari è cosa preziosa.
Io non entro, sono l’ultima ruota del carro, nello specifico delle motivazioni personali che muovono la tua decisione di salutare il Partito. Sono motivazioni rispettabili che inducono tutti a riflessione su quanto sta accadendo.
Riflessione, tra l’altro, che sono certo l’intero nostro popolo sta praticando poiché nessuno di noi sa se la navigazione che ci accingiamo ad iniziare sia capace di condurci ad un approdo oppure se ci lascerà in alto mare al cospetto dei marosi della politica.
Ho idea che quello che si sta tentando sia un esperimento che ha qualche ragionevole speranze di successo ma che ha, al contempo, numerose possibilità di fallimento.
Mettere insieme una tradizione consolidata del progressismo europeo quale è (nel bene e nel male) la nostra con un aggregatore politico del tutto avulso, per storia e comportamento, daltoni pironi 400 min riformismo tipico della sinistra moderata può apparire come un azzardo. E lo è.
Ma, perché anche in questa storia c’è un ma, io personalmente voglio fidarmi dell’intuizione di chi pensa che questa fusione a freddo abbia un senso. Lo voglio fare perché da uomo di Partito sono tendenzialmente abituato a sostenere le scelte che vengono prese in alto (non per ossequio ma per rispetto dei processi di democrazia interna che mi auguro ancora esista nel PD odierno) anche quando queste (e nel recente passato è avvenuto molto spesso) non incontrano i miei favori. Ma lo voglio fare soprattutto perché esiste la possibilità di tenere insieme porzioni di elettorato che muovono istanze politiche delle quali è possibile procedere a sintesi.
Gli americani usano dire ‘segui il denaro’ per trovare la ragione di alcune azioni. In questo caso è possibile che sia utile dire ‘segui il voto’ per tentare di motivare questo tentativo.
E’ chiaro che, come tu affermi, in questo momento non vi è sufficiente riflessione sui contenuti. E’ anche chiaro, però, che quando il tempo per una riflessione non esiste una classe dirigente viene chiamata a prendere decisioni per conto di tutti e di queste decisioni una classe dirigente intera dovrà rendere conto, nel bene e nel male.
Il punto sul quale mi trovo purtroppo d’accordo con te è, invece, quello relativo all’unità del Partito. Il tuo ‘non sappiamo stare in pace con noi stessi’ ha risuonato in me con forza e con drammatica attualità. Hai perfettamente ragione. Siamo un Partito plurale ma la pluralità non dovrebbe mai sfociare nel preferire l’interesse della propria parte a quello dell’intera nostra comunità.
E questo vale a tutti i livelli: nazionale, regionale, provinciale, comunale.
Per concludere ti dico grazie. Non abbiamo avuto grandi occasioni di lavorare insieme. La mia elezione è coincisa con una fase del tuo impegno politico che ti ha portato lontano dalla nostra terra ma è stato un onore per me e per il circolo che rappresento avere tra i propri iscritti un parlamentare e, ti prego di credermi, abbiamo sempre avvertito la tua presenza.
Non ti chiederò, non me ne riconosco l’autorevolezza, di ripensarci. Soprattutto non ne riconosco l’utilità. Avverto che le tue motivazioni sono robuste abbastanza per spingerti verso altri lidi. Lidi che comunque, ne sono altrettanto convinto, non saranno mai così distanti dai nostri e che ci potranno, anche in un futuro prossimo, vedere lavorare insieme.
Un lavoro magari fatto da postazioni diverse ma con il comune senso di appartenenza ai valori fondanti della sinistra.

Grazie ancora.

Il segretario del circolo
di Veroli del Partito Democratico

Toni Pironi

 

La lettera di Maria Spilabotte che annuncia la sua decisione di lasciare il PD

La lettera è stata inviata al segretario provinciale del Partito Domenico Alfieri ed a Tony Pironi responsabile del circolo di Veroli, quello di appartenenza della Spilabotte.

da Ciociaria Editoriale Oggi in un articolo di Corrado Trento


«Con la presente sono a comunicarvi la mia decisione di riconsegnare la tessera di Partito e di dimettermi dagli organismi dirigenti di cui faccio ancora parte». Firmato Maria Spilabotte, già senatrice del Pd nella scorsa legislatura e militante storica in Ciociaria del Pds-Ds-Pd.

Maria Spilabotte attacca: «Al dibattito, abbastanza imbarazzante e strampalato, che si è aperto in questi giorni sul futuro Governo, sarebbe utile da parte mia astenermi. Non per sottrarmi ad un confronto, ma solamente perché ritengo ogni considerazione superflua e inutile in quanto non condivido assolutamente la linea assunta dal gruppo dirigente, le motivazioni addotte. Ma soprattutto perché rimango convinta di dover essere coerente fino in fondo con i miei principi e con i miei valori. Soprattutto nei confronti dei cittadini ai quali ho chiesto il voto alle nostre primarie, rassicurandoli sul fatto che mai avremmo ceduto ad un accordo politico ed elettorale con il Movimento Cinque Stelle».

«Sorvolo sulle dichiarazioni che in questi anni gli esponenti dei Cinque Stelle hanno riservato al Partito Democratico. Solo una domanda: com’è possibile passare, nell’arco di poche ore, dalle offese mortali alle mani tese e salvifiche? Dal disprezzo totale alla pretesa di sintonie e intese?»

«Tutti quelli che dal 4 marzo fanno pressioni, decisamente indebite, sul Pd perché offra i propri voti a Di Maio potrebbero spiegarmi per quale ragione il Pd dovrebbe essere l’unico partito a cui verrebbe chiesto un presunto atto di responsabilità? Dignità e orgoglio non possono essere messi da parte da chi come me ha ancora in mente l’insopportabile scena con Roberta Lombardi che, davanti alle telecamere dello streaming grillino, umilia Pierluigi Bersani, con ruoli perfettamente invertiti».MariaSpilabotte min

Aggiunge la Spilabotte: «Da parlamentare eletto nella scorsa legislatura non posso dimenticare né sottovalutare la campagna d’odio che noi abbiamo subito per cinque anni ovunque, a partire dalle aule parlamentari. Discontinuità è la parola magica che giustificherebbe l’accordo fra M5S e Pd? Il Pd dovrebbe prendere atto invece che Di Maio propone la continuità. E avere il coraggio di dire senza se e senza ma che questo accordo non si può fare perché non ci sono le condizioni e la colpa è proprio di Di Maio, perché è caduto il governo dei due populisti».

«Non è caduto solo Salvini. E il cedimento del Pd sui contenuti? Sembra davvero che si voglia un accordo ad ogni costo. Altro che discontinuità. Stiamo cedendo a tutte le scemenze del populismo più becero, mentre mi sarei aspettata una risposta rigorosa del mio partito e dei riformisti sui contenuti. E invece noto solo imbarazzo, silenzio e balbettamenti».

Maria Spilabotte spiega ancora nella lettera: «Il Partito Democratico a guida Zingaretti, che in questo momento sventola la parola discontinuità, accettando di accordarsi con i pentastellati, sta palesemente disconoscendo e rinnegando le politiche dei governi Renzi-Gentiloni. Che su crescita, lavoro, sblocca-Italia, scuola e politiche sociali avevano compiuto svolte epocali che oggi il mio partito sta rinnegando, giustificando tutto questo nella lotta, come unico responsabile della rovina del nostro Paese e della incapacità di governarlo, solamente nei confronti di Salvini. Per me è solo l’alibi per andare comunque al governo. Stiamo vendendo la nostra anima al diavolo».

«E non si tratta nemmeno di prendere al volo un treno che passa e che ci riconsegna momentaneamente le potenzialità per governare. Perché quel treno viaggia, a mio avviso, su un binario morto. E questa imprudente scelta ci porterà alle prossime elezioni a contare i voti con il pallottoliere. Avverto, giorno dopo giorno, di fronte a tutto questo, solo aride emozioni e la scelta che ho compiuto 24 anni fa di iscrivermi al Pds poi Ds e Pd, mi chiede oggi di fare una pausa di riflessione per tenere salda la mia identità».

«Questo Partito mi ha consentito di vivere momenti belli, meno belli, mi ha dato tanto. Sicuramente più di quanto io sia riuscita a restituire. Ho avuto il dono di formarmi attraverso la militanza e l’impegno politico. Mi ha dato grandi soddisfazioni, mi ha insegnato a comprendere meglio le idee degli altri e a confrontarle con le mie. La mia storia, con tutti i suoi errori, mi appartiene interamente e mi segna indelebilmente. Per questo e tanto altro la mia scelta oggi è assai sofferta e dolorosa».

 

 

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Il Comico

beppe grillo 350 mindi Aldo Pirone - Finora Zingaretti, da quando è stato eletto segretario, è sembrato sempre in ritardo e un po’ frenato da tanti condizionamenti e da tante paure. La sua ipotesi strategica del voto subito ove si fosse aperta una crisi di governo, è stata immediatamente travolta da un variegato fronte interno che andava dai renziani agli ex popolari-margheritini disponibili a trovare un accordo di governo con il M5s.

A questo proposito Salvini sta mandando in giro, per pararsi le terga, la diceria che la sua mossa di mezza estate si basava sulla convinzione assicuratagli (da chi? Da Zingaretti, da Renzi?) che non avrebbero offerto sponde ai “grillini”. Questi ultimi, infatti, diretti da quel genio di Di Maio, sulle prime non avevano disdegnato l’ipotesi elettorale. Ma, come si dice, la toppa del “bauscia” è peggio del buco. Non aveva previsto, il poveretto, due cosette che hanno cambiato subito la situazione.

In ordine di tempo: l’intervento di Grillo che dava al M5s un’altra linea; la capriola di Renzi, imbattibile nel genere, che stavolta ha giocato in positivo. Insomma si era fidato, il merlo, dei suoi avversari.

L’altro ieri, dicevamo, Zinga ha smentito se stesso: è stato rapido. Di fronte all’intervento di Grillo che, facendo finta di parlare a suocera, mollava un altro sonoro ceffone al povero Di Maio, ha subito risposto positivamente. Che cosa ha detto Grillo? “Abbiamo un’occasione unica…voglio che vi sediate a un tavolo, a parlare di queste cose, e invece ci abbrutiamo a parlare di scalette, di controscalette... Il posto, lo dò a chi... i 10 punti, i 20 punti...”. Cioè i punti di Di Maio; quelli di cui forse abbisognerà la sua testa alla fine di questa crisi.

Le cose, dette dal “guru” alla sua solita in maniera visionaria, sono urbanistica, materie prime, sistemi industriali mobilità ecc., tutto da rivedere e riprogettare. Poi ha concluso: “Basta, basta, io mi rivolgo al Pd, alla base, ai ragazzi del Pd. Sarete contenti, è il vostro momento questo. Il vostro momento. Abbiamo un’occasione unica non si riproporrà più così. Cerchiamo di compattare i pensieri, di sognare a 10 anni”. Il segretario dem ha subito replicato: “Caro Beppe Grillo, mai dire mai nella vita. Cambiamo tutto e rispettiamoci gli uni con gli altri”.

Se questo governo PD-M5s-Leu e altri nascerà, lo si dovrà a tanti fattori che si sono coagulati in un combinato interno e internazionale che non è qui il caso di analizzare. Tra questi anche l’azione politica di un comico che non ha fatto certo ridere Salvini. Quest'azione si è manifestata con una certa puntualità. Il 10 agosto, all’indomani della sfiducia con richiesta di elezioni a tambur battente reclamata dal “bauscia” per avere “pieni poteri”, Grillo lo stoppava nel modo che sappiamo: “Altro che elezioni…salviamo il paese… che l’estate ci illumini, in alto i cuori!”. Il 12 agosto stoppa Renzi: “avvoltoi persuasori… strisciano veloci fra gli scranni: ma è soltanto un’illusione, nient’altro che un’illusione dovuta alla calura”. E rimette Zingaretti al suo posto di leader del PD, il solo con cui interloquire. Il 18 riunisce i suoi a Bibbona per dargli la linea e rintuzzare quella di Di Maio e di altri: Di Battista, Taverna, forse lo stesso Casaleggio.

Il 23 fa il suo endorsement per Conte, “benvenuto tra gli Elevati”, stimolando nel PD a superare il veto di Zinga. Il 28, il visionario, dimostra di avere senso pratico e anche una certa lungimiranza politica: “Non ci sono i tempi né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare. Oggi è l’occasione di dimostrare a noi stessi e agli altri che le poltrone non c’entrano nulla: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica”. Poi il discorso di ieri. L'ha chiuso dicendo: “Ora basta! Sono esausto!”. Non aveva torto.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Discontinuità

Mattarella consultazioni ago19 350 min.jpgdi Aldo Pirone - Il PD ha votato all’unanimità una risoluzione che pone cinque condizioni per la formazione, con il M5s e non solo, di un governo di lunga durata. Le condizioni sono temi abbastanza generali ed ecumenici per una forza che si definisce progressista e di sinistra da cui bisognerà vedere, poi, se emergeranno priorità più precise e cogenti. Inoltre la Direzione del PD ha dato mandato al segretario Zingaretti - qualcuno l’ha definito “mandato pieno” come se al segretario si potessero dare mandati semipieni o semivuoti - per gestire la trattativa con le altre forze, innanzitutto con il M5s, disponibili a fare un governo con le caratteristiche richieste dal PD. Nel dispositivo della risoluzione c’è una parola, “discontinuità” – in passato usata spesso per dare corso a politiche scriteriate -, ma che in questo caso vorrebbe significare, giustamente, che bisogna fare altro rispetto a quel che ha combinato il governo gialloverde in versione salviniana. La frase completa dice: “Se tali condizioni troveranno nei prossimi giorni un riscontro basato sulla necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare siamo disponibili ad assumerci la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura”.

Naturalmente è più che giusto che il PD invochi “discontinuità” rispetto al governo Salvimaio, ma se si vuole essere seri, onesti, innovativi e veramente incisivi nella situazione apertasi con la crisi di governo, la magica parola non può riguardare solo il governo gialloverde, deve riguardare anche quel che c’era prima, regnanti Renzi e poi Gentiloni, e che portò al disastro elettorale del 4 marzo 2018. In altre parole se il PD vuole giustamente imporre una svolta di programmi e indurre i “grillini” a concezioni democratiche e conseguenti comportamenti non può non mettere in gioco anche il cambiamento di se stesso rispetto a quel che è stato finora. Non solo sotto il profilo programmatico ma anche morale. Pure al M5s si pone, per altri versi, un problema simile. Per loro la questione è di avviare un processo di liberazione di se stessi dalla demagogia, dalle semplificazioni propagandistiche, dall’assunto “il cittadino ha sempre ragione”, mentre qui il problema è che il “cittadino” bisogna farlo ragionare su soluzioni razionali ai problemi che lo angustiano.

Perciò, in gioco vi sono non una ma due “discontinuità”.
Questo significa che il nuovo governo, sia nel programma che nelle persone che eventualmente lo comporranno, deve essere di alto profilo politico e morale con molte personalità esterne ai cerchi, più o meno magici, ai caminetti, alle conventicole, ai raduni in villa, delle attuali forze politiche chiamate a partorirlo.
Su tutta la situazione apertasi con la crisi del governo Conte pesa il modo in cui ci si è arrivati. Essa non è il frutto di un’iniziativa dell’opposizione di sinistra che, inserendosi nelle contraddizioni crescenti fra M5s e Lega, poteva aver già avviato un qualche discorso politico con quella parte con cui oggi ci si propone, in qualche modo per costrizione politica e in tempi strettissimi – quelli voluti dal Presidente Mattarella -, di realizzare la svolta di governo. La crisi è frutto di un colpo di sole di Salvini, di una rana che si è gonfiata con la propaganda più incivile e becera fino a scoppiare. Che poi quel suo consenso cresciuto all’ombra del governo gialloverde e certificato, non tanto dai sondaggi quanto dal voto europeo, stia ora evaporando, è tutto da vedersi. Evaporerà se un’eventuale nuova compagine di governo aggredirà soprattutto i problemi sociali e di precarizzazione della vita degli italiani a cominciare dai lavoratori e dai giovani. Per questo occorre fin da subito mettere in grado di non nuocere i tatticismi dettati da interessi personali, le piroette politiche degne del miglior Circo Barnum che se oggi giocano a favore di un isolamento di Salvini, domani potrebbero dargli una mano a risollevarsi rapidamente.

Per questo il PD non può pensare di tornare semplicemente a un “heri dicebamus”. Perché sarebbe subito un fallimento. L’ennesimo.

 

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Giuseppe Conte si è dimesso

crisi governo 20lug19 350 min - Ore 15:58 di martedì 20 agosto 2019. Il Primo Ministro Giuseppe Conte termina il suo discorso annunciando la salita al Colle per rassegnare le sue dimissioni e rimettere l’incarico nelle mani del Presidente Sergio Mattarella. Finisce così l’esperienza del governo gialloverde; crisi partita dai lidi romagnoli dove il vice premier Matteo Salvini decretavala fine di un’esperienza troppo basata, a suo dire, sui veti continui del M5S.

Il leader del Carroccio lancia così l’offensiva a Palazzo Chigi chiedendo una risoluzione immediata e elezioni il prima possibile. Giuseppe Conte, nel pieno rispetto della democrazia parlamentare, ha deciso di affrontare la crisi nella sede deputata, ovvero il Parlamento.
La seduta a Palazzo Madama si apre proprio con la vera e propria arringa dell’Avvocato Conte. Il j’accuse lanciato dal suo scranno è diretto chiaramente al Ministro Salvini ed al suo partito, la Lega. Il premier parla di una “crisi voluta dalla Lega che blocca l’opera riformista del governo e viola gli impegni contratti in buona fede e leale collaborazione. I tempi della decisione espongono il paese a gravi rischi, in particolare il pericolo di ritrovarsi in esercizio finanziario provvisorio è altamente probabile”. Dopo il preambolo iniziale parte l’attacco frontale al titolare del Viminale, accusato di “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”. Conte si è detto anche preoccupato per la continua invocazione delle piazze. Secondo la sua visione “non c’è bisogno di uomini con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità”.

Sicuramente più debole il tentativo di Giuseppe Conte di autocandidarsi a continuare sostanzialmente a guidare il Paese, magari a capo di un governo istituzionale sostenuto da una maggioranza di colore diverso rispetto a quella attuale.
Il Senatore Matteo Salvini tenta da par suo di parare i colpi, ma dà l’impressione di un pugile suonato. Curioso il siparietto sul luogo dell’intervento, indeciso se parlare tra i banchi del governo o tra quelli del suo gruppo parlamentare. Un Salvini che prova a difendersi accusando praticamente tutto l’arco costituzionale, che durante le comunicazioni del Presidente del Consiglio, sedeva sulla sua poltrona ministeriale a mo’ di Commissario Tecnico e guidava la sua squadra, incitando o calmando alla bisogna i parlamentari della Lega.

L’esperienza del governo del contratto è dunque giunta al termine ed ora Il Presidente Mattarella dovrà svolgere il suo compito di arbitro della crisi. Se l’asse sovranista Lega-Fratelli d’Italia pare ben saldo ed orientato verso nuove consultazioni elettorali, il Partito Democratico dovrà fare i conti con le visioni delle due correnti. La maggioranza di segreteria, per stessa comunicazione di Nicola Zingaretti, ha apprezzato le parole del Premier, rimproverando allo stesso un attendismo durato troppo. Poco dopo la nota del segretario dem, il senatore Matteo Renzi, nel suo intervento, lascia trasparire la necessità della formazione di un governo che scongiuri l’aumento dell’IVA e l’aumento della pressione fiscale ai danni dei contribuenti.

La posizione del M5S è unicamente indirizzata all’attacco a Matteo Salvini. All’improvviso, dopo 14 lunghi mesi di governo, i pentastellati iniziano a far valere la loro forza maggioritaria all’interno del Parlamento. Anche il gruppo misto (LeU, +Europa e indipendenti) si dichiara disponibile ad appoggiare un governo che sia sì di scopo, ma che abbia delle basi politiche concrete.

Una giornata calda e non solo per la temperatura atmosferica che conferma la volontà delle forze opposte a Matteo Salvini di continuare l’esperienza di governo con questo Parlamento. Ad oggi, però, la struttura politica appare ancora abbozzata, perché per il M5S il nuovo esecutivo dovrà essere un Conte bis, figura che non metterebbe d’accordo pienamente le altre forze.

Ancora una volta, dopo i 100 giorni che seguirono le elezioni del 4 marzo 2018, il Quirinale sarà protagonista della discussione politica. Lo scoglio da superare sarà quello della manovra finanziaria da approvare entro il 31 dicembre, quindi nelle prossime ore al via le consultazioni del Colle con i delegati dei gruppi.
La crisi è aperta e il Premier è ormai dimissionario. Tra pochi giorni conosceremo il destino del nostro Paese, coscienti che alcuni toni non potranno mai rappresentare le istituzioni democratiche e la nostra Costituzione. Cori da stadio, cartelli, fischi e parole poco consone. Confidare nel senso delle istituzioni di Sergio Mattarella è l’unica possibilità per una Nazione da troppo tempo orfana del suo Stato.

 

 

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La crisi è reale. I cittadini chiedono risposte concrete ed efficaci

BANDIERE PD 350 260di Ermisio Mazzocchi - La maggioranza di governo si è disciolta. Lega e M5S hanno chiuso la loro convivenza politica, ma non istituzionale.
Nessuno ministro si è dimesso e si attende quello che avverrà martedì 20 agosto con le dichiarazioni di Conte. A oggi questo è lo scenario politico.

Centrale rimane il ruolo del PD. Credo che il PD debba assumere una posizione comprensibile, chiara e responsabile. Partire da una reale valutazione delle condizioni pessime del paese, che è stato gettato in un baratro da un insipiente governo gialloverde, per arrivare a formulare una proposta di ampio respiro politico-programmatico.
Un obiettivo vitale per ridare corpo e anima alla rinascita del paese con un realismo che esige e chiede una svolta e un cambiamento di indirizzo della politica nazionale, che punti a riformare profondamente la struttura economica e sociale.
Occorre, quindi, una forte e nuova volontà politica che il PD deve rappresentare e allo stesso tempo sollecitare in quelle forze disponibili a farsi carico di creare una nuova maggioranza e un nuovo governo.

La crisi è reale. I cittadini chiedono risposte concrete ed efficaci. Delusi da un governo che è stato inconcludente e fallimentare.
In ragione di questi inconfutabili fatti, occorre che il PD, confido per questo nella volontà espressa da Zingaretti e lo vedremo nella prossima Direzione nazionale, esprima una proposta programmatica realistica e adeguata che tenda a impiantare un disegno complessivo di sviluppo e di trasformazione.
E per questo si candida al governo del paese. E' una scelta politica, non tecnica, di ingegneria istituzionale che finirebbe per essere fragile, temporanea e per questo inefficace e rattrappita.

Non sarà facile visto che chiediamo agli eventuali interlocutori, compreso 5S, di compiere scelte politiche e sociali che incidono nelle strutture fondamentali della società italiana.
Senza queste condizioni è impossibile considerare la formazione di una nuova maggioranza tale da esprimere un governo stabile e credibile. Su questo terreno il PD deve misurare la sua capacità di presentarsi come forza di governo con un disegno complessivo di una alternativa, certamente non propagandistica, ma politica, quindi reale.
La crisi è molto profonda e le manovre della Lega, oggi disperate, sono pericolose e dannose. Ma è altrettanto possibile aprire un varco su la base di un programma cristallino e di lunga gittata, in quelle forze, come il M5S, che intendono o quanto meno dimostrano di volere imboccare la via della discontinuità con una rottura definitiva con il passato.

A fronte di una crisi politica, istituzionale ed economica di vaste proporzioni, il compito del PD è quello di favorire un confronto reale su un terreno e contenuti di profondo rinnovamento della politica e della società.
Costruire reali alternative sul piano degli indirizzi programmatici e sul piano degli schieramenti, suscitando un confronto politico aperto e serio da cui possa derivare una espressione di disponibilità a costituire un nuovo governo rimodulato nella sua qualità e nel suo prestigio.
Questo è il paradigma su cui il M5S deve esprimersi per una nuova prospettiva politica.
Non ci sono alternative se non quella delle elezioni anticipate.
Il PD rimane la forza che può contribuire a mettere in campo un fronte politico, programmatico, culturale e democratico che si oppone alle forze, come la Lega, reazionarie, autoritarie, oscurantiste. Gravissimo e pericoloso.
Non rimane che una necessaria risposta alle emergenze del paese - lavoro, sviluppo, scuola, infrastrutture - è anche e forse soprattutto un impegno straordinario per l'affermazione dei principi della Costituzione della repubblica italiana e dei suoi valori democratici.

 

 

 

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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

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La crisi è arrivata?

Aula di Montecitorio 350 260di Maria Giulia Cretaro - C'era una volta un patto di governo e forse adesso non c'è più. Un equilibrio nato precario, e oggi, a distanza di un anno e mezzo, sembra più traballante che mai.Tanti casus belli evitati, crisi arginate per il rotto della cuffia: il Governo del cambiamento da salvare a tutti i costi.

Eppure quando si mettono di mezzo i baluardi da campagna elettorale, la guerra fratricida è alle porte. Campo di battaglia questa volta il Senato, dove per la giornata di Mercoledì, sono state presentate le mozioni riguardo il TAV e le seguenti votazioni. Un tema scottante quello dell'Alta Velocità a cui il M5S si è sempre opposto tanto da valergli consensi specialmente nello zoccolo duro della Val di Susa. A Febbraio il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo aver rispolverato l'inesistenza del traforo del Brennero, suggerito come alternativa alla Torino-Lione, aveva istituito una commissione di 6 esperti. Tutti si erano espressi in maniera contraria alla nuova tratta, tranne uno licenziato subito dopo.

Per il Movimento il TAV non s'adda fare, opera costosa, impatto ambientale immane e specialmente superflua. Una linea fortemente diffusa ma che si scontra con chi, da almeno vent'anni, il Treno ad Alta velocità lo vuole eccome. Già al preludio della votazione però, La mozione pentastellata sembrava aver scontentato proprio tutti. Anche lo storico leader dei No Tav Perino, bollava negativamente l'intervento. "La mozione del Movimento 5 stelle contro la Torino-Lione è un'idiozia. È una maniera per cercare di salvarsi la faccia, ma non ci riescono. Anzi, è proprio una presa per i fondelli". Una pesante affermazione che mette in discussione appoggi e soprattutto consensi.
Il Premier Conte ha tentato la via del temporeggiare, ma non essendo Quinto Fabio Massimo ad un certo punto ha dovuto sciogliere la riserva in data 23 Luglio, dando il consenso alla prosecuzione dei lavori. A questo punto dello status operandi la perdita in caso di interruzione sarebbe maggiore dei papabili benefici. La stessa Ue, dopo aver assicurato un contributo maggiore per l'Italia, ricorda la restituzione dei 120 milioni già ricevuti e la perdita di oltre 800 milioni per violazione di vincoli internazionali in caso di dietrofront.
Una tematica tecnica che per l'attuale Esecutivo ha assunto i connotati di un termometro degli equilibri interni.

Una verifica che arriva il giorno successivo alla conversione a Palazzo Madama del Decreto Sicurezza Bis. Legge fortemente voluta dalla Lega ma avallata altre sì dei pentastellati. Quello che poteva essere un do ut des politico però non è arrivato. Matteo Salvini ed i suoi infatti, hanno votato contro la mozione No TAV avanzata dagli alleati, dando appoggio a tutte le altre cinque presentate e favorevoli all'opera transfrontaliera, compresa quella PD.

Il grido di Luigi Di Maio è subito all'inciuncio, termine troppo caro al Movimento per non essere rispolverato quando si parla di Dem. C'è da ricordare anche la mossa suggerita da Calenda rigorosamente via Twitter: ovvero approvare tutti il testo grillino e lasciare che la resa dei conti tra Caino e Abele arrivasse all'istante. Mossa audace, che nessuno dei senatori ha accolto come possibile. Inutile negare che l'appuntamento è stato enfatizzato più del dovuto; dopotutto una mozione non è che uno strumento di indirizzo per il Governo, dunque giuridicamente sottomessa ai precedenti accordi internazionali, ma serviva un motivo per tirare le somme ed eccolo servito.
All'orizzonte dunque una crisi di Governo che il Premier ha respirato già dalle prime dichiarazioni. Conte ha provato a contenere i due pretendenti al trono, così come aveva fatto già qualche mese fa. A Palazzo Chigi però è arrivato solo il leader leghista prima di dirigersi a Sabaudia per il comizio in programma. Aveva già annullato il Beach Tour nella mattinata, non poteva lasciare disattese le aspettative di tutti gli avventori. Luigi Di Maio ha preferito un colloquio privato con i suoi, rilasciando come dichiarazione propagandistica "Noi non abbiamo tradito".

Questo è quello che succede quando pur dovendo governare ci si lascia governare.
Ora le due correnti di Maggioranza, che esercitano una forza contraria ma non certo uguale, sono su fronti opposti. E le armi a favore della Lega sono il voto europeo e un'acclamazione mediatica da influencer. Di contro il Movimento che del mediatico era stato l'avanguardia, si ritrova con numeri esponenziali in Parlamento ma di fatto nulli per procedere altri tre anni. Uno stallo alla Messicana subito aggirato da Salvini e risolto in votazioni entro l'autunno. Per questo Mattarella nel primo pomeriggio di Giovedì ha ricevuto il Presidente del Consiglio, e successivamente quelli delle due Camere. Atti che prefigurano un proscenio da decisioni definitive, dopo che l'idea di un rimpasto è stata sconfessata da tutti. Addio alla leadership di Conte dunque, di fatto in tredici mesi è stata poco più che una comparsa. Un po' come gli allenatori della Nazionale che prendono il posto di colleghi che hanno fatto la storia, nel bene o male: sono destinati all'oblio della transizione.

Doveva essere il Governo che trascendeva la vecchia politica, è divenuto quello dei compromessi a tutti i costi. Luigi Di Maio, privato del sostegno anche dei suoi, vede il suo ruolo nell'Esecutivo e nel partito compromesso, Matteo Salvini si è tramutato in un Deus Ex Machina a suon di stereotipi.
Questa è la Terza Repubblica, la più analizzata, criticata o tifata sin da berlusoniana memoria.
La Terza Repubblica che ha trasformato ogni decisione per il Paese in tasselli per la pace politica. Sarà un anno bellissimo, dicevano, ma il risultato è difficile da analizzare: sotto l'osservatorio internazionale per Finanze, Leggi improbabili e cooperazione vacante, il bilancio è un naufragio nazionale.

Forse Gaber aver ragione "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono".

 

 

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La crisi FCA

  • Pubblicato in Partiti

FCA Piedimonte 350 260di Oreste Della Posta - La Consulta dei sindaci che si è tenuta a Cassino il 18 giugno, a cui erano presenti tutti i sindacati, sulla grave crisi che attanaglia la FCA di Cassino nella discussione si è evidenziato che la crisi sta annientando l'indotto. Basta ricordare che c'è il rischio che tremila lavoratori restino senza ammortizzatori sociali! Tutto ciò è aggravato dal continuo calo di vendite dei modelli prodotti a Cassino e perfino i nuovi modelli che dovevano essere destinati al nostro stabilimento non se ne vede nemmeno l'ombra!

In questo campo la confusione e le notizie inesatte stanno facendo da padrone. Il PCI regionale condivide la scelta della consulta di aggiornarsi al prossimo 25 giugno convocando tutti i deputati e i senatori eletti di questo nostro territorio. Il Partito Comunista Italiano, considerato che circa il 90% degli eletti nella nostra provincia sono al governo Nazionale, è convinto che loro devono assumersi le proprie responsabilità rispetto al territorio.
Infatti la loro voce potrebbe essere determinante affinché si apra un tavolo nazionale con FCA.

Il PCI ritiene, inoltre, che occorre una mobilitazione generale del territorio a partire dalla chiesa, dai partiti, da tutti i sindacati, dalle associazioni sociali per costruire un movimento che senza speculazioni politiche si batta per la difesa dello stabilimento di Cassino perché se chiude questo grande sito industriale l'economia di una intera provincia crollerà vertiginosamente.

La crisi FCA non si può far risalire all'ecotassa ma secondo noi è da attribuire al ritardo che è stato accumulato rispetto ai modelli elettrici o ibridi, infatti in Europa è l'ultima in questo segmento o per meglio dire inesistente.
Chi dice che la colpa è della ecotassa per noi vuol dire che è solo una speculazione politica di bassa lega. In questo quadro il ruolo della Regione diventa importante per fare pressione sul Governo per aprire il tavolo con FCA.Bandiera pci 350 260

Il Partito Comunista Italiano ringrazia i sindaci per la sensibilità dimostrata su questa problematica infine fa notare che il cassinate non è inserito nelle aree di crisi complessa e questo non ci dà la possibilità di allungare i tempi degli ammortizzatori sociali.
Il partito comunista italiano sta da una parte sola ovvero quella dei Lavoratori ed esprime utta la sua solidarietà ai lavoratori coinvolti in questa triste vicenda.
Questa è la linea del Piave indietro non si può più andare, tutti insieme possiamo vincere questa battaglia!

*Il segretario regionale del PCI

 

 

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