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Il Comico

beppe grillo 350 mindi Aldo Pirone - Finora Zingaretti, da quando è stato eletto segretario, è sembrato sempre in ritardo e un po’ frenato da tanti condizionamenti e da tante paure. La sua ipotesi strategica del voto subito ove si fosse aperta una crisi di governo, è stata immediatamente travolta da un variegato fronte interno che andava dai renziani agli ex popolari-margheritini disponibili a trovare un accordo di governo con il M5s.

A questo proposito Salvini sta mandando in giro, per pararsi le terga, la diceria che la sua mossa di mezza estate si basava sulla convinzione assicuratagli (da chi? Da Zingaretti, da Renzi?) che non avrebbero offerto sponde ai “grillini”. Questi ultimi, infatti, diretti da quel genio di Di Maio, sulle prime non avevano disdegnato l’ipotesi elettorale. Ma, come si dice, la toppa del “bauscia” è peggio del buco. Non aveva previsto, il poveretto, due cosette che hanno cambiato subito la situazione.

In ordine di tempo: l’intervento di Grillo che dava al M5s un’altra linea; la capriola di Renzi, imbattibile nel genere, che stavolta ha giocato in positivo. Insomma si era fidato, il merlo, dei suoi avversari.

L’altro ieri, dicevamo, Zinga ha smentito se stesso: è stato rapido. Di fronte all’intervento di Grillo che, facendo finta di parlare a suocera, mollava un altro sonoro ceffone al povero Di Maio, ha subito risposto positivamente. Che cosa ha detto Grillo? “Abbiamo un’occasione unica…voglio che vi sediate a un tavolo, a parlare di queste cose, e invece ci abbrutiamo a parlare di scalette, di controscalette... Il posto, lo dò a chi... i 10 punti, i 20 punti...”. Cioè i punti di Di Maio; quelli di cui forse abbisognerà la sua testa alla fine di questa crisi.

Le cose, dette dal “guru” alla sua solita in maniera visionaria, sono urbanistica, materie prime, sistemi industriali mobilità ecc., tutto da rivedere e riprogettare. Poi ha concluso: “Basta, basta, io mi rivolgo al Pd, alla base, ai ragazzi del Pd. Sarete contenti, è il vostro momento questo. Il vostro momento. Abbiamo un’occasione unica non si riproporrà più così. Cerchiamo di compattare i pensieri, di sognare a 10 anni”. Il segretario dem ha subito replicato: “Caro Beppe Grillo, mai dire mai nella vita. Cambiamo tutto e rispettiamoci gli uni con gli altri”.

Se questo governo PD-M5s-Leu e altri nascerà, lo si dovrà a tanti fattori che si sono coagulati in un combinato interno e internazionale che non è qui il caso di analizzare. Tra questi anche l’azione politica di un comico che non ha fatto certo ridere Salvini. Quest'azione si è manifestata con una certa puntualità. Il 10 agosto, all’indomani della sfiducia con richiesta di elezioni a tambur battente reclamata dal “bauscia” per avere “pieni poteri”, Grillo lo stoppava nel modo che sappiamo: “Altro che elezioni…salviamo il paese… che l’estate ci illumini, in alto i cuori!”. Il 12 agosto stoppa Renzi: “avvoltoi persuasori… strisciano veloci fra gli scranni: ma è soltanto un’illusione, nient’altro che un’illusione dovuta alla calura”. E rimette Zingaretti al suo posto di leader del PD, il solo con cui interloquire. Il 18 riunisce i suoi a Bibbona per dargli la linea e rintuzzare quella di Di Maio e di altri: Di Battista, Taverna, forse lo stesso Casaleggio.

Il 23 fa il suo endorsement per Conte, “benvenuto tra gli Elevati”, stimolando nel PD a superare il veto di Zinga. Il 28, il visionario, dimostra di avere senso pratico e anche una certa lungimiranza politica: “Non ci sono i tempi né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare. Oggi è l’occasione di dimostrare a noi stessi e agli altri che le poltrone non c’entrano nulla: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica”. Poi il discorso di ieri. L'ha chiuso dicendo: “Ora basta! Sono esausto!”. Non aveva torto.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Discontinuità

Mattarella consultazioni ago19 350 min.jpgdi Aldo Pirone - Il PD ha votato all’unanimità una risoluzione che pone cinque condizioni per la formazione, con il M5s e non solo, di un governo di lunga durata. Le condizioni sono temi abbastanza generali ed ecumenici per una forza che si definisce progressista e di sinistra da cui bisognerà vedere, poi, se emergeranno priorità più precise e cogenti. Inoltre la Direzione del PD ha dato mandato al segretario Zingaretti - qualcuno l’ha definito “mandato pieno” come se al segretario si potessero dare mandati semipieni o semivuoti - per gestire la trattativa con le altre forze, innanzitutto con il M5s, disponibili a fare un governo con le caratteristiche richieste dal PD. Nel dispositivo della risoluzione c’è una parola, “discontinuità” – in passato usata spesso per dare corso a politiche scriteriate -, ma che in questo caso vorrebbe significare, giustamente, che bisogna fare altro rispetto a quel che ha combinato il governo gialloverde in versione salviniana. La frase completa dice: “Se tali condizioni troveranno nei prossimi giorni un riscontro basato sulla necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare siamo disponibili ad assumerci la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura”.

Naturalmente è più che giusto che il PD invochi “discontinuità” rispetto al governo Salvimaio, ma se si vuole essere seri, onesti, innovativi e veramente incisivi nella situazione apertasi con la crisi di governo, la magica parola non può riguardare solo il governo gialloverde, deve riguardare anche quel che c’era prima, regnanti Renzi e poi Gentiloni, e che portò al disastro elettorale del 4 marzo 2018. In altre parole se il PD vuole giustamente imporre una svolta di programmi e indurre i “grillini” a concezioni democratiche e conseguenti comportamenti non può non mettere in gioco anche il cambiamento di se stesso rispetto a quel che è stato finora. Non solo sotto il profilo programmatico ma anche morale. Pure al M5s si pone, per altri versi, un problema simile. Per loro la questione è di avviare un processo di liberazione di se stessi dalla demagogia, dalle semplificazioni propagandistiche, dall’assunto “il cittadino ha sempre ragione”, mentre qui il problema è che il “cittadino” bisogna farlo ragionare su soluzioni razionali ai problemi che lo angustiano.

Perciò, in gioco vi sono non una ma due “discontinuità”.
Questo significa che il nuovo governo, sia nel programma che nelle persone che eventualmente lo comporranno, deve essere di alto profilo politico e morale con molte personalità esterne ai cerchi, più o meno magici, ai caminetti, alle conventicole, ai raduni in villa, delle attuali forze politiche chiamate a partorirlo.
Su tutta la situazione apertasi con la crisi del governo Conte pesa il modo in cui ci si è arrivati. Essa non è il frutto di un’iniziativa dell’opposizione di sinistra che, inserendosi nelle contraddizioni crescenti fra M5s e Lega, poteva aver già avviato un qualche discorso politico con quella parte con cui oggi ci si propone, in qualche modo per costrizione politica e in tempi strettissimi – quelli voluti dal Presidente Mattarella -, di realizzare la svolta di governo. La crisi è frutto di un colpo di sole di Salvini, di una rana che si è gonfiata con la propaganda più incivile e becera fino a scoppiare. Che poi quel suo consenso cresciuto all’ombra del governo gialloverde e certificato, non tanto dai sondaggi quanto dal voto europeo, stia ora evaporando, è tutto da vedersi. Evaporerà se un’eventuale nuova compagine di governo aggredirà soprattutto i problemi sociali e di precarizzazione della vita degli italiani a cominciare dai lavoratori e dai giovani. Per questo occorre fin da subito mettere in grado di non nuocere i tatticismi dettati da interessi personali, le piroette politiche degne del miglior Circo Barnum che se oggi giocano a favore di un isolamento di Salvini, domani potrebbero dargli una mano a risollevarsi rapidamente.

Per questo il PD non può pensare di tornare semplicemente a un “heri dicebamus”. Perché sarebbe subito un fallimento. L’ennesimo.

 

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Giuseppe Conte si è dimesso

crisi governo 20lug19 350 min - Ore 15:58 di martedì 20 agosto 2019. Il Primo Ministro Giuseppe Conte termina il suo discorso annunciando la salita al Colle per rassegnare le sue dimissioni e rimettere l’incarico nelle mani del Presidente Sergio Mattarella. Finisce così l’esperienza del governo gialloverde; crisi partita dai lidi romagnoli dove il vice premier Matteo Salvini decretavala fine di un’esperienza troppo basata, a suo dire, sui veti continui del M5S.

Il leader del Carroccio lancia così l’offensiva a Palazzo Chigi chiedendo una risoluzione immediata e elezioni il prima possibile. Giuseppe Conte, nel pieno rispetto della democrazia parlamentare, ha deciso di affrontare la crisi nella sede deputata, ovvero il Parlamento.
La seduta a Palazzo Madama si apre proprio con la vera e propria arringa dell’Avvocato Conte. Il j’accuse lanciato dal suo scranno è diretto chiaramente al Ministro Salvini ed al suo partito, la Lega. Il premier parla di una “crisi voluta dalla Lega che blocca l’opera riformista del governo e viola gli impegni contratti in buona fede e leale collaborazione. I tempi della decisione espongono il paese a gravi rischi, in particolare il pericolo di ritrovarsi in esercizio finanziario provvisorio è altamente probabile”. Dopo il preambolo iniziale parte l’attacco frontale al titolare del Viminale, accusato di “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”. Conte si è detto anche preoccupato per la continua invocazione delle piazze. Secondo la sua visione “non c’è bisogno di uomini con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità”.

Sicuramente più debole il tentativo di Giuseppe Conte di autocandidarsi a continuare sostanzialmente a guidare il Paese, magari a capo di un governo istituzionale sostenuto da una maggioranza di colore diverso rispetto a quella attuale.
Il Senatore Matteo Salvini tenta da par suo di parare i colpi, ma dà l’impressione di un pugile suonato. Curioso il siparietto sul luogo dell’intervento, indeciso se parlare tra i banchi del governo o tra quelli del suo gruppo parlamentare. Un Salvini che prova a difendersi accusando praticamente tutto l’arco costituzionale, che durante le comunicazioni del Presidente del Consiglio, sedeva sulla sua poltrona ministeriale a mo’ di Commissario Tecnico e guidava la sua squadra, incitando o calmando alla bisogna i parlamentari della Lega.

L’esperienza del governo del contratto è dunque giunta al termine ed ora Il Presidente Mattarella dovrà svolgere il suo compito di arbitro della crisi. Se l’asse sovranista Lega-Fratelli d’Italia pare ben saldo ed orientato verso nuove consultazioni elettorali, il Partito Democratico dovrà fare i conti con le visioni delle due correnti. La maggioranza di segreteria, per stessa comunicazione di Nicola Zingaretti, ha apprezzato le parole del Premier, rimproverando allo stesso un attendismo durato troppo. Poco dopo la nota del segretario dem, il senatore Matteo Renzi, nel suo intervento, lascia trasparire la necessità della formazione di un governo che scongiuri l’aumento dell’IVA e l’aumento della pressione fiscale ai danni dei contribuenti.

La posizione del M5S è unicamente indirizzata all’attacco a Matteo Salvini. All’improvviso, dopo 14 lunghi mesi di governo, i pentastellati iniziano a far valere la loro forza maggioritaria all’interno del Parlamento. Anche il gruppo misto (LeU, +Europa e indipendenti) si dichiara disponibile ad appoggiare un governo che sia sì di scopo, ma che abbia delle basi politiche concrete.

Una giornata calda e non solo per la temperatura atmosferica che conferma la volontà delle forze opposte a Matteo Salvini di continuare l’esperienza di governo con questo Parlamento. Ad oggi, però, la struttura politica appare ancora abbozzata, perché per il M5S il nuovo esecutivo dovrà essere un Conte bis, figura che non metterebbe d’accordo pienamente le altre forze.

Ancora una volta, dopo i 100 giorni che seguirono le elezioni del 4 marzo 2018, il Quirinale sarà protagonista della discussione politica. Lo scoglio da superare sarà quello della manovra finanziaria da approvare entro il 31 dicembre, quindi nelle prossime ore al via le consultazioni del Colle con i delegati dei gruppi.
La crisi è aperta e il Premier è ormai dimissionario. Tra pochi giorni conosceremo il destino del nostro Paese, coscienti che alcuni toni non potranno mai rappresentare le istituzioni democratiche e la nostra Costituzione. Cori da stadio, cartelli, fischi e parole poco consone. Confidare nel senso delle istituzioni di Sergio Mattarella è l’unica possibilità per una Nazione da troppo tempo orfana del suo Stato.

 

 

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La crisi è reale. I cittadini chiedono risposte concrete ed efficaci

BANDIERE PD 350 260di Ermisio Mazzocchi - La maggioranza di governo si è disciolta. Lega e M5S hanno chiuso la loro convivenza politica, ma non istituzionale.
Nessuno ministro si è dimesso e si attende quello che avverrà martedì 20 agosto con le dichiarazioni di Conte. A oggi questo è lo scenario politico.

Centrale rimane il ruolo del PD. Credo che il PD debba assumere una posizione comprensibile, chiara e responsabile. Partire da una reale valutazione delle condizioni pessime del paese, che è stato gettato in un baratro da un insipiente governo gialloverde, per arrivare a formulare una proposta di ampio respiro politico-programmatico.
Un obiettivo vitale per ridare corpo e anima alla rinascita del paese con un realismo che esige e chiede una svolta e un cambiamento di indirizzo della politica nazionale, che punti a riformare profondamente la struttura economica e sociale.
Occorre, quindi, una forte e nuova volontà politica che il PD deve rappresentare e allo stesso tempo sollecitare in quelle forze disponibili a farsi carico di creare una nuova maggioranza e un nuovo governo.

La crisi è reale. I cittadini chiedono risposte concrete ed efficaci. Delusi da un governo che è stato inconcludente e fallimentare.
In ragione di questi inconfutabili fatti, occorre che il PD, confido per questo nella volontà espressa da Zingaretti e lo vedremo nella prossima Direzione nazionale, esprima una proposta programmatica realistica e adeguata che tenda a impiantare un disegno complessivo di sviluppo e di trasformazione.
E per questo si candida al governo del paese. E' una scelta politica, non tecnica, di ingegneria istituzionale che finirebbe per essere fragile, temporanea e per questo inefficace e rattrappita.

Non sarà facile visto che chiediamo agli eventuali interlocutori, compreso 5S, di compiere scelte politiche e sociali che incidono nelle strutture fondamentali della società italiana.
Senza queste condizioni è impossibile considerare la formazione di una nuova maggioranza tale da esprimere un governo stabile e credibile. Su questo terreno il PD deve misurare la sua capacità di presentarsi come forza di governo con un disegno complessivo di una alternativa, certamente non propagandistica, ma politica, quindi reale.
La crisi è molto profonda e le manovre della Lega, oggi disperate, sono pericolose e dannose. Ma è altrettanto possibile aprire un varco su la base di un programma cristallino e di lunga gittata, in quelle forze, come il M5S, che intendono o quanto meno dimostrano di volere imboccare la via della discontinuità con una rottura definitiva con il passato.

A fronte di una crisi politica, istituzionale ed economica di vaste proporzioni, il compito del PD è quello di favorire un confronto reale su un terreno e contenuti di profondo rinnovamento della politica e della società.
Costruire reali alternative sul piano degli indirizzi programmatici e sul piano degli schieramenti, suscitando un confronto politico aperto e serio da cui possa derivare una espressione di disponibilità a costituire un nuovo governo rimodulato nella sua qualità e nel suo prestigio.
Questo è il paradigma su cui il M5S deve esprimersi per una nuova prospettiva politica.
Non ci sono alternative se non quella delle elezioni anticipate.
Il PD rimane la forza che può contribuire a mettere in campo un fronte politico, programmatico, culturale e democratico che si oppone alle forze, come la Lega, reazionarie, autoritarie, oscurantiste. Gravissimo e pericoloso.
Non rimane che una necessaria risposta alle emergenze del paese - lavoro, sviluppo, scuola, infrastrutture - è anche e forse soprattutto un impegno straordinario per l'affermazione dei principi della Costituzione della repubblica italiana e dei suoi valori democratici.

 

 

 

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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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La crisi è arrivata?

Aula di Montecitorio 350 260di Maria Giulia Cretaro - C'era una volta un patto di governo e forse adesso non c'è più. Un equilibrio nato precario, e oggi, a distanza di un anno e mezzo, sembra più traballante che mai.Tanti casus belli evitati, crisi arginate per il rotto della cuffia: il Governo del cambiamento da salvare a tutti i costi.

Eppure quando si mettono di mezzo i baluardi da campagna elettorale, la guerra fratricida è alle porte. Campo di battaglia questa volta il Senato, dove per la giornata di Mercoledì, sono state presentate le mozioni riguardo il TAV e le seguenti votazioni. Un tema scottante quello dell'Alta Velocità a cui il M5S si è sempre opposto tanto da valergli consensi specialmente nello zoccolo duro della Val di Susa. A Febbraio il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo aver rispolverato l'inesistenza del traforo del Brennero, suggerito come alternativa alla Torino-Lione, aveva istituito una commissione di 6 esperti. Tutti si erano espressi in maniera contraria alla nuova tratta, tranne uno licenziato subito dopo.

Per il Movimento il TAV non s'adda fare, opera costosa, impatto ambientale immane e specialmente superflua. Una linea fortemente diffusa ma che si scontra con chi, da almeno vent'anni, il Treno ad Alta velocità lo vuole eccome. Già al preludio della votazione però, La mozione pentastellata sembrava aver scontentato proprio tutti. Anche lo storico leader dei No Tav Perino, bollava negativamente l'intervento. "La mozione del Movimento 5 stelle contro la Torino-Lione è un'idiozia. È una maniera per cercare di salvarsi la faccia, ma non ci riescono. Anzi, è proprio una presa per i fondelli". Una pesante affermazione che mette in discussione appoggi e soprattutto consensi.
Il Premier Conte ha tentato la via del temporeggiare, ma non essendo Quinto Fabio Massimo ad un certo punto ha dovuto sciogliere la riserva in data 23 Luglio, dando il consenso alla prosecuzione dei lavori. A questo punto dello status operandi la perdita in caso di interruzione sarebbe maggiore dei papabili benefici. La stessa Ue, dopo aver assicurato un contributo maggiore per l'Italia, ricorda la restituzione dei 120 milioni già ricevuti e la perdita di oltre 800 milioni per violazione di vincoli internazionali in caso di dietrofront.
Una tematica tecnica che per l'attuale Esecutivo ha assunto i connotati di un termometro degli equilibri interni.

Una verifica che arriva il giorno successivo alla conversione a Palazzo Madama del Decreto Sicurezza Bis. Legge fortemente voluta dalla Lega ma avallata altre sì dei pentastellati. Quello che poteva essere un do ut des politico però non è arrivato. Matteo Salvini ed i suoi infatti, hanno votato contro la mozione No TAV avanzata dagli alleati, dando appoggio a tutte le altre cinque presentate e favorevoli all'opera transfrontaliera, compresa quella PD.

Il grido di Luigi Di Maio è subito all'inciuncio, termine troppo caro al Movimento per non essere rispolverato quando si parla di Dem. C'è da ricordare anche la mossa suggerita da Calenda rigorosamente via Twitter: ovvero approvare tutti il testo grillino e lasciare che la resa dei conti tra Caino e Abele arrivasse all'istante. Mossa audace, che nessuno dei senatori ha accolto come possibile. Inutile negare che l'appuntamento è stato enfatizzato più del dovuto; dopotutto una mozione non è che uno strumento di indirizzo per il Governo, dunque giuridicamente sottomessa ai precedenti accordi internazionali, ma serviva un motivo per tirare le somme ed eccolo servito.
All'orizzonte dunque una crisi di Governo che il Premier ha respirato già dalle prime dichiarazioni. Conte ha provato a contenere i due pretendenti al trono, così come aveva fatto già qualche mese fa. A Palazzo Chigi però è arrivato solo il leader leghista prima di dirigersi a Sabaudia per il comizio in programma. Aveva già annullato il Beach Tour nella mattinata, non poteva lasciare disattese le aspettative di tutti gli avventori. Luigi Di Maio ha preferito un colloquio privato con i suoi, rilasciando come dichiarazione propagandistica "Noi non abbiamo tradito".

Questo è quello che succede quando pur dovendo governare ci si lascia governare.
Ora le due correnti di Maggioranza, che esercitano una forza contraria ma non certo uguale, sono su fronti opposti. E le armi a favore della Lega sono il voto europeo e un'acclamazione mediatica da influencer. Di contro il Movimento che del mediatico era stato l'avanguardia, si ritrova con numeri esponenziali in Parlamento ma di fatto nulli per procedere altri tre anni. Uno stallo alla Messicana subito aggirato da Salvini e risolto in votazioni entro l'autunno. Per questo Mattarella nel primo pomeriggio di Giovedì ha ricevuto il Presidente del Consiglio, e successivamente quelli delle due Camere. Atti che prefigurano un proscenio da decisioni definitive, dopo che l'idea di un rimpasto è stata sconfessata da tutti. Addio alla leadership di Conte dunque, di fatto in tredici mesi è stata poco più che una comparsa. Un po' come gli allenatori della Nazionale che prendono il posto di colleghi che hanno fatto la storia, nel bene o male: sono destinati all'oblio della transizione.

Doveva essere il Governo che trascendeva la vecchia politica, è divenuto quello dei compromessi a tutti i costi. Luigi Di Maio, privato del sostegno anche dei suoi, vede il suo ruolo nell'Esecutivo e nel partito compromesso, Matteo Salvini si è tramutato in un Deus Ex Machina a suon di stereotipi.
Questa è la Terza Repubblica, la più analizzata, criticata o tifata sin da berlusoniana memoria.
La Terza Repubblica che ha trasformato ogni decisione per il Paese in tasselli per la pace politica. Sarà un anno bellissimo, dicevano, ma il risultato è difficile da analizzare: sotto l'osservatorio internazionale per Finanze, Leggi improbabili e cooperazione vacante, il bilancio è un naufragio nazionale.

Forse Gaber aver ragione "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono".

 

 

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La crisi FCA

  • Pubblicato in Partiti

FCA Piedimonte 350 260di Oreste Della Posta - La Consulta dei sindaci che si è tenuta a Cassino il 18 giugno, a cui erano presenti tutti i sindacati, sulla grave crisi che attanaglia la FCA di Cassino nella discussione si è evidenziato che la crisi sta annientando l'indotto. Basta ricordare che c'è il rischio che tremila lavoratori restino senza ammortizzatori sociali! Tutto ciò è aggravato dal continuo calo di vendite dei modelli prodotti a Cassino e perfino i nuovi modelli che dovevano essere destinati al nostro stabilimento non se ne vede nemmeno l'ombra!

In questo campo la confusione e le notizie inesatte stanno facendo da padrone. Il PCI regionale condivide la scelta della consulta di aggiornarsi al prossimo 25 giugno convocando tutti i deputati e i senatori eletti di questo nostro territorio. Il Partito Comunista Italiano, considerato che circa il 90% degli eletti nella nostra provincia sono al governo Nazionale, è convinto che loro devono assumersi le proprie responsabilità rispetto al territorio.
Infatti la loro voce potrebbe essere determinante affinché si apra un tavolo nazionale con FCA.

Il PCI ritiene, inoltre, che occorre una mobilitazione generale del territorio a partire dalla chiesa, dai partiti, da tutti i sindacati, dalle associazioni sociali per costruire un movimento che senza speculazioni politiche si batta per la difesa dello stabilimento di Cassino perché se chiude questo grande sito industriale l'economia di una intera provincia crollerà vertiginosamente.

La crisi FCA non si può far risalire all'ecotassa ma secondo noi è da attribuire al ritardo che è stato accumulato rispetto ai modelli elettrici o ibridi, infatti in Europa è l'ultima in questo segmento o per meglio dire inesistente.
Chi dice che la colpa è della ecotassa per noi vuol dire che è solo una speculazione politica di bassa lega. In questo quadro il ruolo della Regione diventa importante per fare pressione sul Governo per aprire il tavolo con FCA.Bandiera pci 350 260

Il Partito Comunista Italiano ringrazia i sindaci per la sensibilità dimostrata su questa problematica infine fa notare che il cassinate non è inserito nelle aree di crisi complessa e questo non ci dà la possibilità di allungare i tempi degli ammortizzatori sociali.
Il partito comunista italiano sta da una parte sola ovvero quella dei Lavoratori ed esprime utta la sua solidarietà ai lavoratori coinvolti in questa triste vicenda.
Questa è la linea del Piave indietro non si può più andare, tutti insieme possiamo vincere questa battaglia!

*Il segretario regionale del PCI

 

 

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Cercasi somme delle Aree di complessa

Leoni che si battono 350 260 minPasqua, 25 aprile, 1° maggio. Per molti un lungo ponte dal 21 aprile alla Festa dei Lavoratori, per tantissimi altri, festività e ricorrenze nelle quali riconfermare la fedeltà alla democrazia conquistata unitariamente - al di là dell’imbarbarimento di qualche vicepremier - e rinnovare gli impegni di lotta per garantire lavoro e occupazione a questo nostro Paese.
Ormai si aspetta il Primo Maggio ’19 che quest’anno ha, da noi, una vigilia altrettanto importante, il 29 aprile di Vertenza Frusinate con una assemblea convocata come in tante altre occasioni nel salone dell’Amministrazione provinciale.

Come gli stessi disoccupati ricordano senza posa su Facebook, per “voce” di Luigi Carlini, due sono gli argomenti principali: “Quante risorse darà il governo alla Regione Lazio per l'area di crisi complessa Frosinone/Rieti per l'accordo quadro 2019 /2020?”
Dove sono le cosiddette politiche attive senza le quali nessun intervento di sostegno per sopravvivere sarebbe stato possibile? Le hanno individuate i disoccupati, per intanto, nei 53 milioni di euro stanziati per la bonifica della Valle del Sacco in 19 comuni. Da qui non intendono retrocedere chiedendo che allo scadere dei sei messi previsti per la “caratterizzazione“ dei territori inclusi (analisi degli interventi da effettuare e modalità della loro realizzazione), si individuino lì posti di lavoro certi sia per giovani inoccupati che per quelli che il lavoro l'hanno perso, iniziando sin da ora a conoscere procedure e modalità di accesso trasparenti.
Come si legge, si tratta di temi ed argomenti che influiranno anche sugli impegni del 1° Maggio.

Sulla prima questione posta dai disoccupati bisogna rammentare che si tratta di tradurre in pratica gli impegni dell’accordo del 28 febbraio 2018, riconfermato ed aggiornato il 28 dicembre scorso, ma ad oggi ancora “incompiuto” nel rispetto degli impegni assunti verso i disoccupai, dei quali così Gino Rossi descrive lo stato d’animo: «non ci sono più parole per descrivere questa indifferenza da parte chi oggi rappresenta la Ciociaria, dopo la finanziaria approvata a dicembre che rifinanziava per 117 milioni di euro le mobilità in deroga nelle aree di crisi complesse ad oggi nessuna novità da parte del governo, quanto dovranno aspettare le (nostre) famiglie…?»

Vale la pena ricordare due fatti di cui poco si è parlato, tranne rapidi annunci a caldo. Poi silenzio.
Il 18 marzo scorso la Segreteria nazionale della Cgil chiedeva al Governo lo sblocco delle risorse per le aree di crisi complessa, ricordando che «oltre 60.000 lavoratori attendono, ormai da mesi, gli ammortizzatori sociali che spettano loro di diritto» chiedendo ai Ministri del Lavoro e dell’Economia di emanare “immediatamente” il necessario decreto interministeriale. E, concludevano mettendo in evidenza che con questi ritardi il «Governo del cambiamento sta replicando, nei modi e nei tempi, quelli precedenti».
Ad oggi nulla è accaduto e neppure è stato convocato dal Ministro Di Maio il tavolo specifico sugli ammortizzatori sociali per cui si era impregnato con Landini, Furlan e Barbagallo. Un duro atto di critica, quindi quello della Cgil. Inascoltato. Punto e basta.

Esiste anche un secondo richiamo, più ravvicinato, infatti si verifica al Senato della Repubblica nel "question time" del 4 aprile 2019 (seduta n° 107). La Senatrice Teresa Bellanova (PD), illustra la sua interrogazione (n° 3-00754 ) al Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, sulla soluzione delle attuali crisi occupazionali e sul sostegno alla riconversione industriale, ricordando che «l'Istat, l'OCSE, Confindustria (attraverso il suo ufficio studi) e tanti altri ancora certificano che in Italia la crescita è negativa. Praticamente, siamo in recessione: il fatturato industriale è a -7,3 per cento, gli ordinativi a -5,3 per cento… gli occupati diminuiscono» (nei giorni successivi i numeri cominciano a ballare…diventano positivi. Meglio così?!!).

C’è un ben di più, tuttavia, che c’interessa qui. Dice la Senatrice «Signor Ministro, la situazione è molto grave. È chiaro che la vostra ricetta non funziona. Ma c'è una situazione ancora più grave che è quella delle aree di crisi complessa. Sono 18 in Italia, distribuite su tutto il territorio, da Portovesme a Taranto, a Savona, a Trieste, a Gela, e così via dicendo, territori che hanno subito crisi devastanti nel corso dell'ultimo decennio: 60.000 lavoratori dislocati in queste 18 aree di crisi, da gennaio sono senza stipendio perché lei, il suo collega dell'economia, il suo Governo non avete avuto il tempo di fare un decreto. E non ci dica che ha firmato due giorni fa. Quello era un atto dovuto, ma il decreto non è ancora applicabile perché non porta la firma dell'Economia e la registrazione alla Corte dei conti.».

Queste parole sono state pronunciate in Senato. E’ chiaro perché i soldi non arrivano?

Nella stessa interrogazione, anzi nel suo resoconto stenografico, attenzione, si apprende che la storia “non ci sono i soldi”, non è vera. La Senatrice Bellanova rivela che «sulle aree di crisi avete una dote di 721 milioni di euro in gran parte della scorsa legislatura»; la cifra viene ridimensionata nella replica del Ministro, ma non smentisce che i fiondi ci sono in abbondanza, infatti «sono complessivamente 283 milioni di euro» (senza pudore ci viene da chiedere: la differenza fino a 721 milioni esisteva o no e se esisteva dove è andata a finire?). Comunque, bene disoccupati, tenetelo a mente. Non lo dimenticate e non fateveli toccarei 283 miioni a voi destinati.

Buon Primo Maggio a Isola del Liri.

I virgolettati sono tratti dal resoconto stenografico dell’interrogazione 3-00754 nella seduta n°107 del 4 aprile 2019 in Senato.

25 aprile 2019

 

 

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Aree di crisi complessa: utilizzare subito i fondi esistenti!

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260PCI Lazio* - Aaree di crisi complessa: attuare progetti coi fondi esistenti! Come diciamo da tempo noi comunisti, la crisi economica che stiamo subendo, non ha nulla di casuale o ciclico. Purtroppo è una crisi strutturale che non avrà fine fino a che non ci sarà una totale inversione delle scelte economiche che mettano in discussione il sistema capitalistico.
Tuttavia, pur all’interno della situazione data, è possibile approntare interventi di parziale tutela, ovvero di risposte di area dove l’acutezza sociale sta devastando intere comunità. Questo è il caso delle aree di crisi complessa nel Lazio.
Per questo è condivisibile quanto portato avanti dalla interrogazione parlamentare della senatrice Bellanova, che, a proposito di aree di crisi, chiama il Governo alle proprie responsabilità. Governo che, tramite il vicepresidente Di Maio, risponde che in effetti il proprio ministero ha dato indicazioni ma altri ministeri non firmano lo sblocco di fondi.

E’ una vergogna! Ma che sono due Governi differenti? Ma il punto di vista che interessa questi governanti sono le liti quotidiane, oppure i lavoratori che restano senza tutele e che hanno le famiglie ridotte alla povertà?
Da parte dei lavoratori, il quesito al governo, la risposta attesa è proprio quella di voler sapere a che punto è l'attuazione dei progetti di riconversione e riqualificazione produttiva delle aree di crisi complessa. Di come si realizzano questi progetti e come effettivamente si costruiscono le condizioni perché le persone possano rientrare nel posto di lavoro, magari con progetti anche innovativi.

I lavoratori sappiano che il Partito Comunista Italiano, è e sarà al loro fianco sia da solo che con altri. Sia nei momenti di lotta che nei momenti della proposta: l’interesse del PCI è la difesa e la tutela dei lavoratori, non le passerelle elettorali o le insulse frasi governative “vorrei, ma non posso”.

Questa è l’ora di pretendere: i fondi ci sono. Le volontà di moltissimi, se non di tutti, sono state dette. Per opportunismo o per scelta convinta? Noi diciamo che poiché sono state pronunciate devono essere attuate. Il governo agisca, attui, questo interesse a noi e ai lavoratori!

*Dichiarazione congiunta del responsabile del lavoro, Tiziano Ziroli, e del segretario Oreste Della Posta del Partito Comunista Italiano – Lazio

 

 

 

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Crisi e lavoro: il PD deve ripartire da qui

partito democratico bandiera350 250di Alfiero Grandi su Il Fatto Quotidiano 12/3/2019 - Tanti hanno partecipato alle primarie sperando di aiutare la ricostruzione di una posizione di sinistra, diroccata da Renzi, che ora tenta di ipotecare la vittoria di Zingaretti. Anche le manifestazioni sindacale e antirazzista di Milano sono state partecipate e importanti. Novità incoraggianti ma insufficienti.

Ora la discontinuità del Pd con il passato deve essere netta. La maggioranza giallo-verde finora non ha dovuto fare i conti con una reale alternativa politica. F.I. e F.dI. sono subalterni alla Lega, il loro obiettivo è riallacciare con Salvini.

A sinistra un'opposizione confusa e divisa ha attaccato il governo con argomenti contraddittori e senza il coraggio di fare i conti con la sconfitta elettorale. Emblematico il reddito di cittadinanza. Alcune critiche al governo hanno rivendicato il REI introdotto da Gentiloni, chiedendo di potenziarlo invece di scegliere altre strade, mentre altre critiche hanno ritenuto un errore spendere risorse per alleviare le sofferenze della povertà, raddoppiata in dieci anni, dimenticando che anche gli 80 euro erano destinati ai lavoratori a basso reddito, quindi erano un intervento sulla domanda.

Interventi per aiutare i redditi che non bastano per una vita dignitosa sono giusti e necessari di fronte ad una crisi che dura da un decennio e non è finita. Il reddito di cittadinanza proposto dal governo ha aspetti criticabili come la confusione tra interventi per l'occupazione e sostegno al reddito delle aree di povertà. L'opposizione di sinistra dovrebbe condividere l'obiettivo e lavorare per correggerne errori e storture, compreso avere ignorato le regioni e i sindacati.

Una battaglia si impone ma per correggere in meglio. Il reddito di cittadinanza non crea occupazione e sono necessari altri interventi che questa maggioranza sembra incapace di fare. Tuttavia reddito di cittadinanza ed altri provvedimenti sono di segno diverso da quelli di Salvini sui migranti e sulla sicurezza. Zingaretti deve puntare ora a costruire un'alternativa al governo giallo-verde, prima che sia troppo tardi. La precondizione è rompere con la logica renziana del “mai con i 5 Stelle” sconfitta dalle primarie e prima ancora dal referendum costituzionale.

Per di più sulla Costituzione c'è la tentazione nel governo di riscriverne aspetti centrali con troppa faciloneria. La destra non ha i voti in parlamento, mentre una qualche convergenza tra Pd, sinistra e M5 Stelle potrebbe essere un'alternativa. Un confronto tra Pd, sinistra e 5 Stelle non è semplice ma - ad esempio - la proposta del salario minimo è una novità a fronte della frantumazione e della svalutazione del lavoro. Questo governo non è in grado di governare l'Italia in crisi, per di più in continuità con Renzi ha ignorato le rappresentanze sociali, sindacati in testa.

Ridare ruolo alla rappresentanza sociale è un punto chiave del futuro politico di questo paese. Zingaretti deve assumerlo esplicitamente.

Se il governo arranca la difficoltà è politica. Se l'Italia non vuole perdere il contatto con il gruppo di testa dell'Europa deve mobilitare le energie politiche, intellettuali e sociali che possono aiutare a fare uscire il paese da una crisi pericolosa.

La risposta deve essere politica e deve valorizzare il contributo delle forze sociali e intellettuali fondamentali di cui l'Italia tuttora dispone. Occorre costruire un progetto di futuro su cui far convergere governo e parti sociali. Il governo propone, le forze sociali fondamentali e l'intellettualità ne discutono e si tenta una sintesi condivisa, con impegni e verifiche precisi. Il punto di partenza deve essere la valorizzazione del lavoro, la sua quantità, la sua qualità, la sua crescita nella considerazione sociale, retribuzioni comprese.

Per un patto credibile occorre un governo affidabile e quello attuale non lo è, quindi il suo superamento è centrale, ora.

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