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Il 4 dicembre fra irrisolta crisi economica e turbolenze internazionali

votoNO 350 260di Daniela Mastracci - Provavo a ricordare da quanto tempo siamo in campagna referendaria (?) Difficile rispondere visto che subito prima di questa campagna abbiamo vissuto settimane in fibrillazione per il Mare e le Trivelle. Siamo attivi in questo anno. E forse questo è bene. E stato un anno denso, per noi italiani e per il mondo.
Mi sono svegliata senza il SI delle trivelle; senza Remain e interdetta ho riflettuto su una Brexit che non mi aspettavo; ho cominciato a vedere i risultati dei Voucher; quelli della “buona scuola” che ormai dà i suoi frutti, un po’ amari, direi; ho visto Nizza il 14 luglio; e nemmeno faceva in tempo a sorgere il nuovo giorno che il 15 si moriva in Turchia.
Aleppo non smetteva di bruciare e fumare; i migranti venivano fermati al confine tra Grecia e Macedonia; riempivano il Mediterraneo di morti. E intanto studiavamo la “riforma” perché alla Costituzione ci crediamo! Poi è arrivato anche Trump e adesso arriva il 4 Dicembre.
Ne parlo con i miei figli perché la Costituzione è mia, ma è soprattutto la loro: noi abbiamo votato e voglio continuare a farlo; abbiamo avuto i Partiti; il Boom economico e sappiamo cosa significa politiche Keynesiane. I miei figli non lo sanno perché sono nati dopo, e quelle politiche già non c’erano più. E adesso impera il capitalismo finanziario, la delocalizzazione, il lavoro fatto con il sub appalto; il lavoro fatto “a nero”; il lavoro fatto senza tutele...e loro? I nostri figli?
E mentre penso a questo, che ne è di Aleppo? Un giorno ho scritto che dal cielo non ci aspettiamo le bombe, perché al cielo rivolgiamo preghiere. E invece la Siria e tanto altro del mondo vive, si fa per dire, sotto le bombe.

Né accentratrice, né discriminante

Ce ne siamo dimenticati? Forse un po’ si: impegnati come siamo nella campagna referendaria sulla riforma legge di revisione costituzionale. Un impegno tutto italiano? Direi di no, visto il grande interesse e le tante ingerenze internazionali. Ma noi siamo chiamati in causa! Perché la Costituzione è la nostra. E allora siamo impegnati a leggere e studiare per bene la riforma. E noi, che voteremo NO perché questa riforma non ci piace, non ci convince, la rifiutiamo, ci siamo impegnati a custodire la nostra Costituzione a sovranità popolare, parlamentare, rappresentativa, democratica, bilanciata: che è forte proprio della sua dialettica, non compromissoria, non accentratrice, non coprente e né svilente le minoranze, ma capace di farle emergere e di rappresentarle, tutte.
"Non una di meno" per la violenza sulle donne, ieri 25 novembre: io dico "non una di meno" la nostra Carta del ’48, nelle differenze sociali, religiose, economiche, sessuali, razziali, linguistiche ivi riconosciute e garantite.
Ognuno di noi è visto e riconosciuto nella nostra Costituzione: da noi non ci sono "curdi" nostrani da isolare, braccare, emarginare, ridurre al silenzio; da noi non ci sono religiosi da combattere perché diversi da un credo unico; non ci sono dissidenti perché non c'è un pensiero unico.
Forse il solo pensiero unico è quello di chi vuole andare veloce ad ogni costo; che parla di "palude" additando proprio la Costituzione: ma allora è palude la rappresentanza di tutte le parti sociali? Perché in passato quelle parti hanno messo in scacco partiti più grandi, ricattandoli (questo ho sentito dire ieri sera) allora quelle parti piccole tanto vale che non entrino proprio in Parlamento (con il maggioritario e premio di maggioranza, così sarebbe). E' questo il pensiero?
Non persecuzioni ma oblio più o meno istituzionale? Non lasciar emergere le differenze così da poter fare a meno di confrontarcisi? Assicurare al Governo, quale sarà, 5 anni di "stabilità"? E se quella stabilità significasse mettere ancor più in discussione l'accoglienza dei migranti? significasse meno diritti civili? ancor più delocalizzazione? ancor più precarizzazione? ancor più "pareggio di bilancio"? "La stabilità di un governo non è un valore in sé, fine a se stesso". Andrò controcorrente, ma non è un valore per me.
Voglio un Governo che dialoghi con tutte le parti sociali, che sia all'altezza della varietà di idee e opinioni, che della eterogeneità faccia un valore e non uno spauracchio da cui trarsi lontano; un Governo che non dimentichi nessuno, soprattutto! E difficile? Ma chi ha mai pensato che la POLITICA fosse cosa facile? E proprio perché è difficile a farla ci vogliono donne e uomini appassionati e GIUSTI.

 
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Un "tavolo al giorno" non toglie la crisi di torno

LuciaValente 350 260di Ignazio Mazzoli - A Mazzo’ so’ inc...to nero, me sa che divento razzista, qua se trovano soldi pe’ tutti meno che pe’ chi è senza lavoro. Girando fra i capannelli dei disoccupati arrivati alla spicciolata davanti alla sede della Regione Lazio a Frosinone si può cogliere ed anche ascoltare tutto il malcontento rabbioso verso la sordità e l’inerzia della Giunta Zingaretti. Basta spostarsi di qualche metro per cogliere altre considerazioni amareggiate e ormai quasi senza speranza: «che senso ha proporre 25.000 euro di micro credito ad un disoccupato cinquantenne che vive, con tutta la sua famiglia, grazie ai prestiti del suocero e glieli dovrà pure restituire? Prende i soldi pubblici ad un ottimo tasso, l’1%, ma anche con il massimo della somma che attività si può avviare? Perché non si possono mettere insieme i destinatari del micro credito tanto da fare una somma più congrua? Ma lo sapete quanto ci vuole per avviare un piccolo bar? 80.000 euro.» Questo è un piccolo campionario delle conversazioni in corso mentre si attende di sapere se questo tavolo di oggi sarà diverso dalla delusione del 27 maggio scorso.
Come abbia fatto a dire, l’ineffabile dottor Paolo Orneli, che il clima è cambiato rispetto al 27 maggio non si capisce, qualcuno sa spiegarselo?
L’unica vera novità è rappresentata dall’incontro dell’Assessora al Lavoro, Valente, con una folta delegazione dei lavoratori presenti. Nessuna delegazione ristretta, ma nemmeno la riunione promessa per bocca di Orneli. L’Assessora teme che si faccia troppo tardi (?). In compenso chi voleva sentire poteva sentire e Lucia Valente non è sparita come il 27 maggio scorso ed è rimasta lì, a rispondere alle domande. In prevalenza c’erano rappresentanze dell’ex-Vdc e dell’Ilva, attente e pronte nei commenti, con grande compostezza e però anche con molto senso critico.
Questa volta era assente l’Assessore Buschini, forse perché non ci sono elezioni vicino e, neppure abbiamo potuto raccogliere commenti dei sindacati presenti, Cgil, Cisl, Uil e Ugl.Cartelli
Non sappiamo come si sia svolta la riunione, è stato riferito dall’Assessora che il 20 settembre è partito il bando per il bonus degli 8.000 euro alle imprese che assumono e che avrebbe già avuto 200 adesioni. Subito i disoccupati per bocca di Tiziano Ziroli hanno chiesto che venisse resa pubblica la mappatura delle aziende che vorranno assumere. La gola profonda che circolava nell’androne dove si è svolto l’incontro, raccontava di dubbi da parte delle associazioni imprenditoriali che “spronati” dalla Valente non si sarebbero espressi. Cosa che riportava a galla con forza tutti i dubbi dei disoccupati su questa misura del bonus assunzionale, come Nico Evangelista ha fatto notare subito.
Gino Rossi ha buttato nella discussione il tema del riconoscimento dell’Area di crisi complessa per sapere di alcune cifre che sono circolate sulla stampa (500 euro per 12 mesi a chi? Proroga della cassa integrazione in deroga, per chi? Visto che qui in provincia non c’è e invece c’è la fine della mobilità).
Come morsa dalla tarantola l’Assessora Valente ha replicato stizzita che lei non commenta le inesattezze dei giornali precisando che il decreto deve ancora avere il placet della Corte dei Conti e poi se ne parlerà. A marzo Zingaretti se la prese con i Sindaci e con gli imprenditori che non facevano il loro dovere e oggi è l’ora dei giornali. Forse perché al di là delle ispirazioni editoriali non potevano evitare le critiche che hanno rivolto alla Giunta regionale? Può essere?

Capannello con NicoNonostante il tentativo di non parlarne, il decreto di riconoscimento dell’Area di crisi complessa ha ricevuto l’attenzione che merita. Molti dicono di non sapere che significa questo riconoscimento: esso viene assegnato dal Governo a quelle aree territoriali in gravissima crisi economica e occupazionale e a loro vengono riconosciuti provvedimenti finanziari particolari per fronteggiare il disagio e cercare di riavviare la produttività dell’area.
È una opportunità da sapere utilizzare, ma anche da attuare con il massimo impegno delle Istituzioni (non come hanno operato con l’Accordo di programma).
C’è qualcuno che non gradisce questo tipo di provvedimenti perché sarebbero assistenzialistici. Non si tratta qui di esaurire l’argomento, lo faremo in seguito. Per ora solo alcune rapide considerazioni: 1) Se si chiede di battersi per una politica industriale che manca è una esigenza giusta, ma non si deve dimenticare che è una richiesta inascoltata per lo strano orientamento “culturale” (?) che riconosce all’imprenditore l’assoluta libertà di scegliersi dove investire (è un criterio che seguono anche al BIC Lazio di Ferentino dove interpellati sul tipo di assistenza che si riceverebbe per utilizzare il micro credito hanno riposto che le tipologie di investimento ognuno se le deve scegliere da solo. Loro al BIC che fanno, assistono a riempire i moduli?); 2) Qualcuno mi sa spiegare perché stanziare somme per aiutare i senza lavoro a trovare occupazione è assistenzialismo e invece elargire generosamente somme agli imprenditori è investimento e non è assistenza?Capannello con Rosa
Il riconoscimento del Frusinate quale Area di crisi complessa è una opportunità per l’intera provincia, disoccupati, commercianti, professionisti e tutti i cittadini. Altro da dire è che non si deve aspettare che tutto cammini da solo. Abbiamo visto che così non funziona. Comuni, cittadini, lavoratori, studenti, imprenditori devono assumere sulle proprie spalle l’attuazione delle disposizioni che verranno adottate e l’uso delle somme che saranno disponibili per ben 10 aree di crisi complessa in tutta Italia.
La prima richiesta è: TRASPARENZA, perché nessuno faccia il furbo, né singolo, né partito, né sindacato o associazione.

clicca sulle foto dei capannelli per ingrandirle

 
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Il frusinate è "Area di crisi complessa". E ora "fatti concreti" subito

Crisi complessa 350 260di Ignazio Mazzoli - Visto che si poteva fare qualcosa! Benvenuto il riconoscimento di “Area di crisi complessa per il frusinate”. Ma dando a Cesare quel che è di Cesare e ai lavoratori quel che è dei lavoratori e non solo a loro. Perché? Non si può leggere, senza interrogarsi, la dichiarazione del Presidente Maurizio Stirpe che sollecita a ringraziare il Ministro Calenda e il Presidente Zingaretti per avere tenuto in buona considerazione le ragioni di questo territorio (su Il Messaggero del 15 set 16).
Dopo oltre 20 mesi di proteste e di proposte sempre inascoltate e spesso ridicolizzate da incontri farsa inutili e miranti a negare ogni emergenza e difficoltà, oggi ci si dice che qualcuno ha “tenuto in buona considerazione le ragioni di questo territorio”.
Siamo all’incredibile, dovremmo ringraziare chi (da Zingaretti ai suoi consiglieri di provenienza ciociara per mesi con il sostegno dei loro colleghi parlamentari) ci hanno spiegato che era tutto a posto, che le proteste non avevano ragione d’essere che la Regione aveva fatto tutto il suo dovere e che l’accordo di programma Anagni-Frosinone aveva già dato quello che poteva dare e non poteva essere rimodulato.
Poi, siamo arrivati alla sua scadenza del 3 agosto 2016 e sotto la spinta delle proteste operaie e dei disoccupati si “è prodotto un decreto di proroga” dell’accordo stesso con l’impegno a correggerne tutti gli aspetti che l’hanno reso improduttivo. Altro "incredibile", di fronte alle bugie che per mesi si sono seguite dando responsabilità di poca iniziativa ai sindaci ed agli imprenditori di questo territorio. E poi, quando i primi si sono mossi con un documento firmato da 74 di loro, che conteneva proposte concrete e realizzabili fra cui precisi riferimenti all’Accordo di programma e al riconoscimento di “Area di crisi complessa” per questo territorio, indirizzato a Zingaretti, non l’hanno neppure preso in considerazione.

Brevemente prima di fare un commento:

Era il 6 aprile di questo 2016 quando il Presidente di ConfimpreseItalia, Guido D’Amico, nel corso di un incontro in Provincia, richiesto da Vertenza Frusinate, dichiarava «È sicuramente positivo - che in questa riunione - «si sia fatto esplicito riferimento alla necessità di far ottenere alla provincia di Frosinone lo status di Area di Crisi o di Zona Economica Speciale. Prendiamo atto con soddisfazione che le nostre proposte vengono ritenute utili non soltanto dalla politica, ma anche da altre associazioni di categoria.» Giusto, proproste fino ad allora inascoltate.
Ed era 1l 14 dicembre dell’anno 2014 quando fu posta con forza dai disoccupati e dai lavoratori delle aziende in crisi la necessità di adeguamento dell’Accordo di Programma. Una prima richiesta ufficiale alla quale seguirono le più svariate risposte, da quelle che affermavano che non si poteva modificare, a quelle che ripetevano che la sua funzione si era esaurita occupandosi delle industrie farmaceutiche (che nessuna nuova assunzione hanno fatto) fino al massimo sforzo intellettuale di ripetere che era inutile parlarne perchè tanto l’Accordo di programma era fallito (?). Finché il 20 marzo scorso il Deputato Luca Frusone del M5S in una lunga e documentata interpellanza ai ministeri competenti chiese che spiegassero e prendessero provvedimenti, mentre nello stesso documento chiedeva un deciso intervento della Magistratura perché nella vicenda di questo accordo forse c’erano aspetti da chiarire.
Questo molto in breve quello che c’è alle spalle dell’aver “tenuto in buona considerazione le ragioni di questo territorio”. A noi pare che abbiano fatto il minimo indispensabile, anche perché le emergenze stanno tutte in piedi prive delle necessarie risposte immediate e non c’è da esultarne. Il vero protagonista di questo primo risultato è il Comitato promotore della Vertenza Frusinate che instancabilmente ha sostenuto le sue rivendicazioni per 22 mesi.
Può essere mai che in questa nostra Italia sia solo campagna elettorale 365 giorni all’anno tutti gli anni e nessuno abbia il senso di responsabilità di vero governante, tanto da riconoscere come stanno realmente le cose e come si sono svolti i fatti. Sarebbe più meritorio per una Istituzione e per chi la rappresenta dimostrare anche con le parole di avere cercato di ascoltare le voci che vengono dal Paese. O no?
Nei prossimi giorni ci sarà da valutare la congruità economica e finanziaria del decreto (carte alla mano) e ritorneremo con le opportune valutazioni.

 
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15 settembre 2016

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«Ingiustizia e violenza feriscono l'umanità»: che risposte nel 2016?

papa francesco 350 260di Donato Galeone - Il 2015 ci ha consegnato per il 2016 un ampio e turbato futuro di incertezze tra pace e guerre e anche di migrazioni con scarso riguardo dei diritti umani pur consapevoli sia della presenza di condizioni disagiate sociali locali e sia delle prevedibili condizioni climatiche planetarie – confrontate recentemente a Parigi - e che ci coinvolge, giorno dopo giorno, con inquinamenti, siccità e alluvioni.

E' questa una complessa epocale realtà che viviamo, all'inizio del secondo quindicennio del terzo millennio e in una Europa dal cammino lento e ritardato sia lungo le sue frontiere terrestri orientali e sia a sud del mediterraneo del 2015 che ha contato 3.771 morti e dispersi e con arrivi – via mare – di 996.645 migranti : “persone disperate che hanno perso le loro vite e che la comunità internazionale dovrebbe agire per fermare questo dramma umano, rilevato e ricordato, più volte, che la mobiltà delle persone non è volontaria o quale liberta scelta ma causata da conflitti e povertà acuta” (fonte direzione OIM – Organizzazione Intrenazionale per le Migrazioni).

E nell'Unione Europea - al suo interno - il percorso è stato ed è tanto incerto sia verso la costruzione politica degli Stati Europei quanto - non trasparente - verso quella economica e bancaria-finaziaria dai risultati più che deboli verso le azioni sociali e gli annunciati posti di lavoro attesi dai cittadini europei.

Si aggiunge la guerra in Siria e in Iraq che, con il terrorismo, si è pensato di ricostruire l'antico Califfato accelerando attacchi strategici e colpendo non solo l'Europa nella sua cultura e nei suoi diritti di libertà (Francia) ma anche il museo di Tunisia e le sue spiagge oltre l'abbattimento dell'aereo russo sul Sinai per poi ritornare a Parigi il 13 dicembre scorso.

Ecco l'esodo di migranti in fuga che hanno potuto raggiungere l'Europa - nel 2015 - in circa un milione giustificati dalle guerre e in un contesto di interessi economici, politici ed energetici in continuo movimento, prevalenti rispetto ad ogni rapporto tra diplomazie.

In un contesto così turbolento a sud del mediterraneo la diplomazia internazionale ha svolto più un ruolo di attesa che di iniziativa politica mentre la decisione giunta a fine anno 2015 - per la prima volta unanime da parte del Consiglio di Sicurezza dell ONU - chiedeva di cessare il fuoco in Siria e avviare negoziati di pace a partire dal gennaio 2016; di costituire un “Governo Provvisorio” e decidere la data delle elezioni politiche con la partecipazione di tutti i siriani, compresi coloro fuggiti per il conflitto.

Ed anche il tentativo diplomatico, di questi ultimi giorni, attivato dalla Farnesina verso la Libia - punto di partenza riconosciuto più agevole per i profughi verso l'Italia per proseguire in Europa - segue il piano proposto dalle Nazioni Unite che dovrebbe condurre a pacificazione - dopo due anni di guerra civile - un territorio diviso in due da caos politico tra Tripoli e Tobruk.

Si dovrebbe definire a breve, in Libia, la creazione di “un governo di accordo nazionale” il cui premier designato a presiedere il “Comitato di Presidenza” - Fayez Serraj - ha voluto incontrare Matteo Renzi a Roma assicurandogli il sostegno dell'Italia.

Gli appelli di Papa Francesco e del Presidente Mattarella

Questa veloce e parziale sintesi - incompleta nella dimensione di “terza guerra mondiale a pezzi” così come definita e ripetuta da Papa Francesco nel Messaggio del 1° gennaio 2016 - permette di collegarmi anche al Messaggio augurale di fine anno 2015 del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella perchè - a mio avviso - sollecitano credenti e non credenti di “non abbandonarci alla rassegnazione e alla indifferenza” ed a convicerci - condividendo con Mattarella - che “la prosperità, il progresso, la sicurezza di ciascuno di noi sono strettamente legati a quelli degli altri e che non esistono barriere, naturali o artificiali, che possano isolarci da quel che avviene oltre i nostri confini e oltre le frontiere dei nostri vicini “.

E se la indifferenza verso gli altri e il prossimo - ci dice Papa Francesco - “assume diversi volti e non può competere con la pace superando la dimensione individuale” è la solidarietà praticata e operativa, giorno dopo giorno, che “costituisce l'atteggiamento morale e sociale tra la vita del singolo e della sua comunità in un determinato luogo e quella di altri uomini e donne nel resto del mondo”.

E se il nostro Presidente Mattarella rivolgendosi agli italiani riconosce loro il senso di responsabilità per l'impegno sofferto a tenere in piedi l'economia italiana, malgrado la crisi, ha voluto sottolineare e richiamare con pronta determinazione che le “disuguaglianze rendono più fragile l'economia e le discriminazioni aumentano le sofferenze” - innanzitutto - per “il lavoro che ancora manca e, troppo, dei nostri giovani e che la occupazione femminile è insuffciente congiunta alla perdita di lavoro dei 40-50 anni di età”.

Ma il Capo dello Stato richiamando il 70° anno della Repubblica Italiana e la Costituzione ha detto anche che essa “non è soltanto un insieme di norme ma una realtà viva di principi e di valori”.

Condividendo quei princìpi mi permetto osservare e con me, sono certo, milioni di italiani osservano che la nostra Costituzione è rimasta - purtroppo e in buona parte - solo scritta e inapplicata nella “realtà viva” e vera di ogni giorno, quale è il “riconoscere a tutti i cittadini il diritto al lavoro”congiunto alla “tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” e il “diritto a una rteribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro”.

Questi riconoscimenti di diritti e tutele costituzionali sono esclusi - mediamente dal 2008 - a oltre 2 milioni di cittadini senza lavoro e a circa 2,3 milioni di occupati con contratti a termine, peraltro, compensati con una media retributiva Istat tra 1.200 -1.300 euro/mensili, di poco superiore alla soglia di poverta relativa.

Ecco che giunge incisivo - per il 2016 - l'appello universale di Papa Francesco ai Responsabili degli Stati “di operare con gesti concreti verso la mancanza di un lavoro, di una terra e di un tetto”.

E il Presidente Mattarella al termine del suo discorso agli italiani mentre accoglie l'appello-messaggio del Papa dice che è un “forte invito alla convivenza pacifica e alla difesa della dignità della persona”. E aggiunge - in senso laico - che è anche un messaggio “di comprensione reciproca e di un atteggiamento che possa diffondere molto il nostro vivere insieme”.

Nel condividere i due appelli-messaggi mi permetto concludere con l'augurio e l'impegno comunitario di un 2016 che sia meno turbato del 2015 e più solidale per il lavoro e la inclusione sociale a tutti i livelli terrirtoriali. (DG)

Roma, 2 gennaio 2016

 
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La crisi portoghese, l’Europa e l'importanza delle Costituzioni

Francisco Louçã Portogallo 350 260di Dario Guarascio e Valeria Cirillo da sbilanciamoci.info - "L’Europa sembra avere assunto una configurazione tale per cui al suo interno i governi non possono far altro che imporre austerità, vivendo perennemente come di debitori in difficoltà. Si tratta di un sistema che genera politiche di destra e profonde restrizioni degli spazi di democrazia". Intervista a Francisco Louçã, membro del Blocco di Sinistra
L’impasse politica che sta investendo il paese, il protagonismo del Presidente della Repubblica, il peso dell’austerità e dei vincoli europei. La crisi portoghese come paradigma del corto circuito tra rispetto del vincolo esterno e l’esercizio dei poteri democratici. Intervistiamo Francisco Louçã, economista dell’Università di Lisbona, ex parlamentare e membro del Blocco di Sinistra. Cosa sta avvenendo in Portogallo e cosa ha di nuovo la situazione attuale?
La novità principale è rappresentata dal cambiamento dei rapporti di forza parlamentari dato dal fatto che il partito di estrema destra – che è stato al governo negli ultimi anni – ha perso oltre un milione di voti – all’incirca il 12% - ed è ora in minoranza in parlamento. E, a quanto pare, non è più nelle condizioni di governare. Questo ha condotto, per la prima volta in quaranta anni, ad una discussione politica tra il partito socialista – partito tradizionale e conforme all’europeismo per come esso è oggi concepito a Bruxelles – ed i partiti della sinistra (il Partito Comunista ed il Blocco di Sinistra). Una discussione per tentare di costruire un’alternativa all’austerità ed alle politiche messe in atto sino ad ora. E questa è una grossa novità.
Come crede reagiranno la Germania e l’Europa di fronte alla possibilità che il Portogallo si doti di un governo contrario al proseguimento dell’agenda dell’austerità?
Wolfgang Schauble e Angela Merkel saranno più cauti questa volta perché vorranno sicuramente evitare un altro caso greco. Anche perché il governo che potrebbe emergere dall’accordo tra i socialisti portoghesi e la sinistra, e questo è importante sottolinearlo, sarebbe decisamente più moderato rispetto a quelli che erano i propositi del primo governo Syriza. Si tratterebbe di un governo principalmente incaricato di assumere delle misure emergenziali tese ad alleviare le sofferenze più acute degli strati bassi della popolazione. Per una questione di realismo politico, la Germania non ha intenzione di scatenare un nuovo conflitto. Credo che accetterebbe di confrontarsi con un governo di tipo socialdemocratico tanto più che non si tratterebbe di un governo di sinistra analogo al primo governo Tsipras. In ogni caso cercheranno, per quanto gli è possibile, di evitare che un tale governo possa nascere continuando a sostenere la necessità di una coalizione unitaria tra centro-destra e centro-sinistra.
Che forme e che intensità stanno assumendo le pressioni esterne sulla dinamica politica portoghese? Vi sono ingerenze analoghe a quelle andate in scena in Grecia durante le fasi più dure del confronto tra Tsipras e la Troika?
Ci sono ingerenze molto forti, ma non siamo ai livelli raggiunti in Grecia. Non abbiamo un intervento di destabilizzazione del sistema bancario ad opera della BCE come quello visto nel paese ellenico. Tuttavia, le pressioni ci sono e sono tutt’altro che nascoste dal momento che la Commissione Europea sta formalmente intimando a al futuro governo – di qualunque governo si dovesse trattare – di non azzardarsi a deviare dal programma prestabilito. Un programma che ha al suo centro una profonda riforma del sistema pensionistico ed un vastissimo piano di privatizzazioni che, tuttavia, non saranno attuabili nei termini indicati da Bruxelles nel caso la coalizione con la sinistra andasse al governo.
Come spiega, in un tale contesto, la scarsa intensità della reazione popolare e, più in generale, del conflitto sociale?
Fino ad ora, l’unica area politica che sta cercando di mobilitare la propria base è la destra. Tuttavia, la manifestazione andata in scena qualche giorno fa per dare sostegno al premier uscente ha visto una bassissima partecipazione. Meno di un migliaio di persone. Per quanto riguarda l’assenza di mobilitazioni popolari, penso che ci siano due spiegazioni fondamentali. In primo luogo, la situazione non è ancora chiara e le persone sono in attesa per comprendere cosa accadrà nelle prossime settimane. Inoltre, la struttura sociale è cambiata molto durante gli anni della Troika e questo ha avuto effetti anche sulla struttura e le dinamiche sociali. La percentuale di coloro che sono coperti da un contratto collettivo di lavoro è, dopo cinque anni di austerità e di riforme strutturali, precipitato ad un livello pari al 5% della forza lavoro totale. Questi lavoratori spesso scelgono di non prendere parte alle mobilitazioni per paura di essere licenziati. Le persone sono molto spaventate, e questa è, dal mio punto di vista, la principale spiegazione dell’assenza di mobilitazioni di massa contro l’austerità. Le persone sono spaventate dal rischio di rimanere senza lavoro.
Pensando a quanto è accaduto la scorsa estate in Grecia ed all’attuale crisi politica portoghese - con il ruolo anomalo esercitato dal Presidente della Repubblica il quale è parso negare la legittimità costituzionale ai partiti che non intendessero riconoscere la primazia degli attuali principi europei, e cioè dei principi dell’austerità - come vede la relazione, sempre più complicata, tra l’Europa e l’esercizio delle prerogative democratiche negli stati membri?
È una questione complicata. Per essere concreti, io penso che l’Europa abbia assunto una configurazione tale per cui al suo interno i governi non possono far altro che imporre austerità, vivendo perennemente nelle condizioni di debitori in difficoltà. Si tratta di un sistema che genera, in modo quasi naturale, politiche di destra e profonde restrizioni degli spazi di democrazia. Lo spettro delle scelte politiche – e in particolar modo delle scelte di politica economica – è fortemente ridotto dai vincoli di bilancio, dall’euro, dall’orientamento dell’OECD e delle altre istituzioni sovranazionali, dal dominio della Germania in Europa – con ciò che questo significa dal punto di vista del comportamento della borghesia europea. Tutti questi elementi stanno agendo in modo combinato contribuendo a produrre una progressiva riduzione della democrazia e della libertà di scelta politica dei popoli europei.
Che ruolo possono giocare, in questo quadro, le costituzioni nazionali? La difesa della democrazia potrebbe passare dalla difesa delle costituzioni nazionali e, in particolare, delle parti delle stesse che riguardano la tutela e l’esercizio dei diritti sociali?
Le costituzioni dei vari stati membri sono molto diverse tra loro. Tuttavia, nel caso portoghese, si tratta di una costituzione relativamente giovane, promulgata subito dopo la rivoluzione e caratterizzata da un forte progressismo. Anche quando è stata in minoranza in parlamento, ad esempio, la sinistra ha potuto sbarrare la strada alle misure maggiormente antipopolari derivanti dai pacchetti di austerità appellandosi alla Corte Costituzionale e sfruttando la forza della Costituzione nazionale. Io penso che questo sia un punto centrale. La costituzione è legata in modo decisivo alle prerogative popolari ed all’esercizio della sovranità. Non vi può essere democrazia senza sovranità. Senza la libertà, da parte del popolo, di assumere posizioni e decisioni politiche che possano anche contrastare con la visione dominante. Difendere tali spazi di democrazia e di sovranità popolare è l’unica strada per combattere la xenophobia, il razzismo e le misure antipopolari e antidemocratiche che sono nell’agenda delle destre. E per combattere a difesa degli interessi di chi è oggi si trova al fondo della scala sociale.
12/11/2015

 

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Renzi, chi l’ha voluto?

matteo renzi renzi 350 260di Antonio Simiele - Sempre più spesso si sente fare la domanda su chi “ha voluto” l’ascesa di Renzi. Da più parti si risponde evocando, criticamente, l’abbraccio di poteri e interessi vari. Questo, però, sta nelle cose e, semmai, è l’effetto e non la causa: chiunque, rispettando le regole della democrazia, ha diritto di sostenere il politico ritenuto più idoneo a soddisfare le proprie attese. La realtà è che Renzi è il prodotto di tutti i difetti e pregi del PD.
Da un sondaggio sui votanti alle primarie, per l’elezione del segretario, risultò che solo il 5% dei suoi elettori l'aveva scelto perché vedeva in lui ben rappresentati gli ideali del PD e solo il 59% avrebbe anche votato il partito alle politiche. Alcuni mesi dopo, il 9 ottobre 2014 sul giornale di Berlusconi, Sallusti scrisse: “A noi Renzi piace nei preliminari; deciso, enuncia principi liberali e striglia i postcomunisti, annuncia sfracelli, litiga con i sindacati e dice di rottamare il vecchiume”.
E’ stato, evidentemente, chiaro sin dall’inizio che l’idea di Renzi non fosse la stessa, dichiarata di sinistra, che aveva ispirato la nascita del PD. Egli, invero, si richiama al blairismo ma, nei fatti, dimentica che Blair perseguì la conquista del voto di centro facendo attenzione a non incrinare il radicamento tradizionale del partito laburista e, com’è compito di un leader, seppe motivare tutte le energie del partito e non solo i fedelissimi. Per di più, il blairismo è messo oggi in discussione dallo stesso partito laburista inglese, con l’elezione di Jeremy Corbyn a suo leader.
Per trovare una risposta attendibile bisognerebbe prestare maggiore attenzione ad altre questioni, senza farsi deviare dai maldestri tentativi di Renzi di scaricare colpe sulla minoranza interna e dall'incapacità di quest’ultima a riflettere criticamente sulle proprie responsabilità.
Penso al profilo indefinito del PD, ondeggiante su programmi e alleanze, e alla conseguente fragilità delle motivazioni per cui vi si aderisce: fa capire il perché sia potuto accadere che la maggioranza degli iscritti votasse per la proposta di Bersani e solo dodici mesi dopo per quella di Renzi, così diverse nella sostanza e tra loro contrapposte.
Penso all’azione svolta dai gruppi dirigenti, non solo del PD, che hanno traghettato la sinistra verso gli anni duemila. Essi l'hanno fatto, timorosi di rinverdire le proprie radici, cambiando la forma e l’immagine esteriore ma non adeguando davvero le strutture e i programmi alle mutate esigenze politiche e sociali. Hanno agito al contrario di quello richiesto a un'organizzazione politica convinta delle proprie idee, non dissimile da ciò che si fa con la potatura degli alberi: a questi, per rinnovarli e rafforzarli, si tagliano i rami, anche drasticamente, ma se ne proteggono le radici, altrimenti sono destinati a cadere.
Senza tenere presente il passato, criticamente letto ma giammai offuscato, non si può costruire al meglio il futuro. Nel libro “Comunisti e Riformisti”, Emanuele Macaluso scrive: “Nell’epoca dei rottamatori, negli anni in cui i segretari del PD e di Sel evocano come loro ispiratori Giovanni XXIII e il cardinale Martini, chi pensa alle lezioni di Gramsci, Togliatti, Nenni, Longo, Lombardi, Di Vittorio, Santi, Berlinguer?”. “ Il fatto che Togliatti sia stato un protagonista maggiore nell’elaborazione della Costituzione e Nenni un padre della Repubblica non si può ricordare. Sembra che il dopoguerra sia stato segnato solo dalla personalità di De Gasperi. Ruolo essenziale ma non esclusivo, come si vuol far credere ai giovani in particolare.”
Sono comportamenti e fatti che hanno non solo favorito l’avvento di Renzi ma hanno pure contribuito ad acuire e prolungare la crisi della sinistra.
Lì, 16 ottobre 2015

 

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Progetto Penìa. Cos'è?

SoniaSirizzotti 350 260 L'Auser di Frosinone è impegnata nel Pregetto Penìa. Cos'è? si tratta di interventi finalizzati al contrasto della povertà e dell'esclusione sociale. Pasti a domicilio, raccolte alimentari e di medicinali, babysitteraggio. Ne abbiamo parlato con l'avvocata Sonia Sirizzotti, consulente legale dell'Auser frusinate per saperne di più. Ecco quanto ci ha illustrato nel video che segue...

 

 

 

 

 

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Pompeo si impegna per l'istituzione di un tavolo di crisi

vertenzenellacrisidi Ignazio Mazzoli - Come non saper cogliere un segnale di disponibilità dopo tanta trascuratezza? Alle 14 e 30 in punto Luigi Carlini, Domenico Del Brocco, Vittorio Pizzuti, Gino Rossi, Maria Concetta Scaraggi, Marco Vitaterna e Tiziano Ziroli si presentano all’incontro con il Presidente della Provincia Antonio Pompeo.
Non fanno mistero della soddisfazione di aver ottenuto l’appuntamento, ma neppure del timore di restare ancora una volta delusi. I sei disoccupati sono una delegazione del “Comitato promotore della Vertenza Frusinate contro la disoccupazione e il precariato” e giungono a piazza Gramsci con qualche anticipo per mettere a punto le richieste da avanzare e come regolarsi a seconda delle risposte. Ansia e serietà non sono in alternativa, anzi, vogliono comportarsi al meglio perché sono consapevoli della situazione loro e di tutti coloro che vogliono rappresentare, quell’oltre 20% di frusinati che sono senza occupazione.
Le note di soddisfazione abbastanza presto lasciano il posto ad una certa apprensione – così raccontano – perché nonostante la loro puntualità a fronte di una modifica dell’orario d’incontro, inizialmente previsto per le 17,30, di Pompeo che questo cambio ha voluto, neppure l’ombra c’è. Bisogna aspettare fino alle 15,15 per vederlo arrivare. In quei trequartid’ora sai quante volte nella testa dei sette è circolata la convinzione che di loro non si ha alcuna considerazione? La disoccupazione in questa provincia è la piaga più dolorosa e drammatica, dovrebbe procurare l’insonnia a chi si è voluto assumere la responsabilità di un ruolo pubblico e istituzionale, dovrebbe essere al primo posto di ogni pensiero e ad ogni risveglio ed invece? Perché non chiedono ai commercianti di questa provincia che cosa significano, in termini di mancati guadagni, 115000 disoccupati che non possono spendere?
Alle 15 e 15 questi pensieri lasciano il posto alla concentrazione sulle richieste da avanzare e all’attenzione verso i comportamenti degli interlocutori. Insieme al Presidente Pompeo c’è Il Sindaco di Palano Domenico Alfieri e il Deputato Nazzareno Pilozzi. Apre l’incontro Gino Rossi ex-Videocon, ormai considerato punto di riferimento in queste vicende e in questi incontri, dopo di lui prendono la parola Domenico Del Brocco della Marangoni e Maria Concetta Scaraggi ex-Tecna ed oggi precaria presso il Tribunale di Cassino.
Impossibile tacere la scarsezza di dialogo ed i tempi esageratamente lunghi per discutere (dal 2 febbraio al 27 maggio. No comment) ma poi si passa agli argomenti urgenti illustrati da Rossi: la fine della mobilità dei lavoratori ex-Vdc e l’adozione della “sesta salvaguardia” per chi ne ha diritto; riprendere con decisone la sollecitazione alla rimodulazione dell’Accordo di Programma per renderlo utilizzabile alle esigenze di lavoro e d’impresa di tutto il territorio (non solo ex-Videocon che è un modo per sminuire l’importanza di questo straordinario strumento conquistato con le lotte dei lavoratori); verificare lo stato delle relazioni con le industrie farmaceutiche con particolare riferimento alla definizione dei criteri pubblici e limpidi su come avverranno le eventuali (poche) assunzioni; verificare concretamente la reale possibilità di utilizzare il sito ex Videocon, con quali progetti e con quali garanzie per il ricollocamento dei lavoratori disoccupati ex-Videocon; a che punto sono le trattative per l’acquisto della stabilimento che era Marangoni per dare risposte concrete almeno ad una parte di disoccupati, su cui si soffermato Domenico Del Brocco perché da aprile non si hanno notizie e ha lanciato l’allarme perché ancora non hanno alcune certezza sulla procedura di mobilità. La difficoltà è stata confermata anche dall’onorevole Pilozzi. Maria Concetta Scaraggi si è impegnata a rendere evidente come senza interventi mirati quelli che oggi impropriamente sono chiamati precari della giustizia, come lei, resteranno senza prospettive perché in realtà sono dei semplici tirocinanti a 190 euro netti al mese da 5 anni.
Una risposta è arrivata. «La Provincia di Frosinone - ha spiegato il Presidente Pompeo in un comunicato - accogliendo le richiesta del "Comitato promotore per la Vertenza Frusinate contro la disoccupazione e la precarietà" intende avviare il percorso per la costituzione di un tavolo di lavoro aperto a tutti gli attori istituzionali e produttivi del territorio e che possa essere utile a superare l'emergenza occupazionale in atto, con tutte le conseguenze che ne derivano.» La Provincia - promuoverà la convocazione del tavolo, già per la prossima settimana e il Comitato della Vertenza Frusinate ne farà parte.
Un appuntamento iniziato con le nuvole si è concluso con un impegno, quindi anche se fuori pioveva per la delegazione che usciva dal Gabinetto del Presidente si intravvedeva un po’ di luce. Ora aspetteranno di vedere i fatti appresso alle parole. Intanto una cosa non sfugge, la determinazione e la serietà con cui si muove il “Comitato della Vertenza Frusinate” trova interlocutori e ne troverà altri. Subito vogliono incontrare i sindacati per trovare posizioni condivise e da sostenere tutti insieme.

Altri in difficoltà, anche giovani, in cerca di ogni possibile occupazione possono trovare una speranza guardando a questa iniziativa.

28 maggio 2015

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Crisi dell'edilizia e ruolo delle opere pubbliche di un comune

ediliziacantiere 350 260Autori: Arch. Anita Mancini e dall'Ing. Antonio Olmetti - Il crollo del comparto edile, nel Lazio, ha probabilmente i numeri più impressionanti di qualsiasi altro settore interessato dalla crisi: Unioncamere ci informa che, nel Lazio, in cinque anni sono 70mila i lavoratori che hanno perso il lavoro, 5mila le aziende edili che hanno chiuso, e 400 mln di euro la "massa salari" persa. La crisi, per questo settore, è più dura che per molti altri. Forse varrebbe la pena di riflettere sul fatto che è come se fossero stati chiusi 35 stabilimenti FIAT, o 50 VideoColor.
Al presidente della Regione Nicola Zingaretti è stato chiesta da tempo l'istituzione dell'annunciato "Tavolo permanente di crisi del settore delle costruzioni", ma di questi lavoratori a Zingaretti sembra proprio che non interessi ed ovviamente non c'è nessun sindaco delle nostre parti a pretendere che si faccia qualcosa, in Regione, a questo proposito.
La risposta che un sindaco può dare al problema è nel favorire una specifica formazione (o meglio aggiornamento formativo) dei lavoratori del settore e nella scelta e nella programmazione degli interventi pubblici, modulandoli in piccole e medie opere che diano la possibilità alle imprese del territorio di partecipare alle gare.
Se è vero che la più grande opera pubblica è la salvaguardia del territorio dobbiamo fare in modo che le nostre imprese edili acquisiscano il knowhow che consenta loro di partecipare ai lavori di questo tipo: ingegneria naturalistica ma anche ristrutturazioni ed efficientamento energetico ad esempio. Tali azioni vanno nella direzione della sostenibilità, cioè di uno sviluppo durevole: basta pensare che il settore delle ristrutturazioni rappresenta l'80% dei lavori edili che verranno eseguiti nei prossimi vent'anni.
Bisogna puntare ad un diffuso programma di opere medio-piccole; programma, questo, che può trasferire rapidamente sul territorio gli effetti positivi derivanti dall'attività prodotta. Queste opere, infatti, sostengono con più consistenza, rispetto a quelle grandi, le attività e l'occupazione dell'economia locale, assicurando una cantierizzazione rapida e veloci ricadute occupazionali. Manutenzioni ordinarie e straordinarie, efficientamento energetico, ristrutturazioni: sono queste le opere che garantiscono una ricaduta immediata sul disastrato settore edile. Le scuole, la rete viaria, la prevenzione del rischio sismico e del rischio idrogeologico sono prioritarie ed attraverso una oculata programmazione dei lavori pubblici possono avere una ricaduta economica sulle famiglie del comparto edile senza consumare altro suolo ed anzi, al contrario, provvedendo alla tutela del territorio ed alla sicurezza del patrimonio immobiliare pubblico.

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Occupazione: Ciociaria maglia nera. Urge vertenza territoriale

bandiere pcdi 350 260dal PCdI Frosinone - I dati relativi all'anno 2014 della disoccupazione nel Lazio sono drammatici: 329.000 cittadini senza lavoro, con un aumento dell' 8,7% rispetto al 2013, ovvero, in numeri assoluti, 26.300. La provincia di Frosinone riporta un 27,5% di rispetto al 2013. E' la maglia nera del Lazio. La nostra provincia vanta il triste primato nel Lazio anche per quel che riguarda l'occupazione femminile. Se a ciò si aggiunge che i redditi delle famiglie non tengono il passo con l'inflazione, allora è inequivocabile constatare che la provincia si sta impoverendo. Gli ultimi dati dimostrano che, nel 2014, il reddito delle famiglie è diminuito dello 0,9%, provocando la perdita del potere d'acquisto in modo consistente. Siamo in presenza di un crollo economico della nostra provincia rispetto ad altri territori del Lazio. Noi comunisti vogliamo mettere al centro del dibattito politico la crisi del nostro territorio che è drammatica. Solo l'intervento pubblico può dare una scossa per ripartire. In questo quadro è importante costituire una vertenza territoriale che possa ridare una speranza ai giovani che, con la disoccupazione giovanile al 50,2%, è stata loro tolta la speranza del futuro.

Le politiche del governo si sono dimostrate errate, profondamente ingiuste e totalmente inefficaci. Noi comunisti proponiamo che la Regione Lazio metta la centro del suo programma di sviluppo economico la nostra provincia, con un piano provinciale che dia slancio al turismo e all'ambiente. Che sappia agevolare l'accesso al credito, favorire lo sviluppo nell'agricoltura attraverso la valorizzazione dei prodotti tipici, della ricerca tecnologica per nuovi prodotti per i nuovi mercati. Le risorse si possono e si devono trovare nella riduzione della spesa regionale attraverso la creazione di una struttura regionale molto più snella ed efficiente.

Il segretario provinciale del Pcdi, Oreste Della Posta

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