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“Noi per Fontana Liri” è un movimento culturale e politico

logo NoiXFontanaliri 350 minContrariamente alle "chiacchiere del paese" ribadiamo che “Noi per Fontana Liri” è un movimento culturale e politico nato per sensibilizzare le persone alle politiche del comune per garantirne la trasparenza nelle scelte. Vogliamo principalmente sottolineare che a tutt'oggi, non siamo schierati con nessuna compagine politica anche se abbiamo avuto degli avvicinamenti, in vista delle prossime elezioni comunali.

In questo momento attendiamo come tutti di conoscere il programma delle diverse liste e poi eventualmente decidere se appoggiarle direttamente, indirettamente o meno. Continuiamo, nel frattempo, a dare voce alle persone che vogliono esporre il proprio pensiero riguardo non solo il cattivo funzionamento strutturale del paese ma anche e soprattutto nel presentare idee e progetti al fine di migliorarne le attività commerciali, culturali e paesaggistiche . Invitiamo pertanto, a chi volesse partecipare, a comunicare con noi o ancor meglio, a entrare a far parte del movimento.

E-mail : F. to Il Coordinatore Loreto Chiarlitti

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Il 21 ottobre un'iniziativa dell’Associazione Culturale Fabraterni

La copertina dell'Opuscolidi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - L’Associazione Culturale Fabraterni, attraverso l’illustrazione del dott. Piero Cesari, Prefetto Emerito di Frosinone, presenterà il nostro ultimo lavoro il 21 ottobre 2015 alle ore 17 in Ceccano presso l’ex Cinema Italia di Borgo Garibaldi.
In tale iniziativa verrà consegnato e discusso l’opuscolo “Ceccano 3 novembre 1943/ Fame, bombe e morte“.
Il testo è tratto dal libro da noi scritto ed in attesa di pubblicazione, dal titolo “Ceccano e dintorni 1943-1944 ( Bombardamenti angloamericani, razzie e fucilazioni tedesche, stupri dell’esercito francese “
Con quest’anticipazione abbiamo voluto riconfermare il legame con l’Associazione, guidata dal presidente Ennio Serra, che 25 anni fa con altri contribuimmo a fondare.
Il lavoro che il 21 ottobre verrà presentato mette in evidenza la fame, l’orrenda distruzione, il sangue versato e lo sfollamento. Il nucleo centrale riguarda il bombardamento di mercoledi 3 novembre 1943.
Lo scritto riprende spunti riportati dal libro “ Ceccano ricorda “ pubblicato dal comune di Ceccano nel 1990 ampliandone ulteriolmente i contenuti, effettuando qualche correzione e arricchendolo di nuove, preziose testimonianze compresa una lettera dell’arciprete di Ceccano don Giusto Meniconzi inviata al vescovo di Ferentino Tommaso Leonetti alcuni giorni dopo la tragedia cittadina.

Ceccano 15 Ottobre 2015

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Seria contestazione civile, politica e culturale della Giunta Ottaviani

Frosinone villa comunale 350 260di Ivano Alteri - Abbiamo partecipato, con gran profitto, al Consiglio Comunale di Frosinone del 29 giugno, insieme alle associazioni e i cittadini che si oppongono all’ennesima cementificazione delle aree archeologiche urbane: negli anni Sessanta era toccato all’Anfiteatro Romano, oggi dovrebbe toccare alle Terme Romane. Tanto profitto che, a fronte delle contestazioni dei cittadini presenti, abbiamo potuto assistere al “ritiro” (non tecnico, ma politico) delle delibere incriminate, che sancisce una prima vittoria del movimento cittadino, di buon auspicio per le future, probabili, battaglie sullo stesso tema. Ma, soprattutto, abbiamo potuto rilevare alcune dinamiche, che hanno caratterizzato le prime fasi del Consiglio stesso, assai indicative della situazione politico-amministrativa generale della città. Dalle debolezze del sindaco, fino alla scarsa relazione tra amministratori e amministrati, ora è tutto più chiaro.
Prima dinamica. All’inizio del consiglio, non erano presenti né il sindaco né il vice-sindaco; il primo, assente ufficialmente per “ragioni personali”. Qualcuno faceva allora circolare la voce tra i presenti che egli avesse subito un’operazione; ma qualcun’altro, meglio informato, chiariva che, sì, era vero dell’operazione, ma fino a poche ore prima aveva partecipato ad una riunione. Le ragioni personali, quindi, c’erano, ma non si trattava dell’operazione chirurgica; bensì della consapevolezza che: primo, concedendo quelle autorizzazioni per l’edificazione, egli infliggerebbe l’ennesima umiliazione alla città e alla Ciociaria, per favorire un interesse privato a scapito di quello pubblico; secondo, i cittadini, questa volta, non rimarrebbero a guardare. Molto meglio, perciò, testare la situazione da lontano, mandando avanti altri; altri che poi sono effettivamente arrivati. Poco dopo l’inizio, infatti, arrivava il vicesindaco, il quale trascorreva i primi minuti della sua presenza al telefono (vogliamo immaginare, intrattenuto in conversazioni attinenti ai temi in discussione). Insomma, da parte dei vertici dell’Amministrazione, un approccio circospetto, molto timido, per non dire timoroso.
Seconda dinamica. I primi interventi venivano dall’opposizione, durante il “question time”. Ci saremmo aspettati interventi sulla questione urbanistica, che aveva condotto al consiglio comunale centinaia di cittadini; ma si trattava di tutt’altro. Qui si manifestava, con ciò, una seconda caratteristica dell’ambiente amministrativo elettivo: se la prima consisteva nella ipersensibilità agli interessi privati, questa consisteva nella spaesata insensibilità all’interesse generale. A tale imbarazzante situazione poneva poi rimedio, parzialmente, un altro consigliere d’opposizione, che finalmente chiedeva di modificare l’ordine del giorno, per porre ai primi punti i temi che interessavano i convenuti e posticipare gli altri (come i cittadini presenti avrebbero voluto). Proposta bocciata. Ci chiediamo, allora: se è questa la situazione, e così a noi pare, chi li rappresenta in consiglio gli interessi dei cittadini?
Terza dinamica. Un consigliere della maggioranza (!), per conto del suo gruppuscolo in pieno schieramento tattico, subito dopo chiedeva un “rinvio tecnico” delle proposte di delibera relative alle Terme e alle altre questioni urbanistiche presenti all’ordine del giorno, non avendo potuto, a suo dire, consultare la documentazione. Al ché, preso atto dell’andazzo, interveniva il vicesindaco, per annunciare il “ritiro di tutte le delibere relative all’urbanistica”; quindi il “rinvio tecnico” non c’è più stato, e in sua vece c’è stato un “ritiro politico”. È significativo, inoltre, il fatto che un altro consigliere di maggioranza (!) intervenisse allora piuttosto bruscamente nei confronti del vicesindaco, per chiedergli con una certa veemenza se avesse davvero i poteri per farlo, senza il parere del consiglio comunale; l’interessato e altri rispondevano di sì; le delibere venivano così definitivamente ritirate dall’ordine del giorno, e si procedeva su altri punti. Per capire meglio questa terza dinamica, occorre sapere che, tra le delibere relative all’urbanistica, alcune riguardavano espressamente l’area delle Terme, d’interesse di uno specifico privato; altre, riguardavano ulteriori diverse cementificazioni (a qualche decina di metri dal fiume Cosa), d’interesse di altri privati. Così lo schema è completo: il sindaco, per racimolare una maggioranza purchessia e sostenere l’intera operazione, aveva messo all’ordine del giorno più concessioni edilizie di più privati; una parte della maggioranza, rappresentante dell’interesse privato più debole (dei cementificatori del fiume), chiedeva il “ritiro tecnico”, temendo di essere sacrificata, vista la situazione piuttosto precaria; un’altra parte della maggioranza, rappresentante invece dell’interesse privato più forte (del cementificatore delle Terme), chiedeva al vicesindaco di mantenere gli impegni presi. Il vicesindaco, a scanso d’equivoci e in chiara veste di portavoce del sindaco contumace, comunicava che, per adesso, i giochi erano chiusi in vista di tempi migliori.
Gli elementi di riflessione che emergono con chiarezza, e dolorosamente, da questa sommaria descrizione, nello specifico della questione delle Terme, a nostro avviso sono:
1) è in atto il tentativo di procurare un altro affronto alla citta di Frosinone e a tutti i ciociari (alla faccia della serie A!), per interessi privati, edificando di nuovo su un’area archeologica (e in prossimità del fiume), nonostante la città stessa abbia già subìto e subisca l’onta di un Anfiteatro Romano semisepolto da un palazzo;
2) tuttavia, se cinquant’anni fa lo scempio avveniva nella distrazione generale della popolazione, oggi tutto avviene sotto l’occhio vigile di cittadini associati, organizzati, competenti, determinati e intransigenti, quanto necessario e sufficiente a far rispettare fino in fondo la propria città.
3) il ritiro delle delibere è solamente tattico; l’interesse privato spinge, ed esse saranno molto probabilmente presentate di nuovo, in momenti più propizi: quando? alla chetichella, in pieno agosto?
Inoltre, più in generale:
4) l’attuale giunta non ha una maggioranza politica in Consiglio, ma è sostenuta invece da un’accozzaglia d’interessi privatissimi ed egoistici (il continuo ricorso al trucco della “seconda convocazione” ne è solo il sintomo tecnico);
5) la “rappresentanza” amministrativa in generale è ben lungi dall’essere rappresentanza reale dell’interesse della città e di chi la abita;
6) la città capoluogo non è in grado di dare degne indicazioni al resto del territorio, bensì quasi invita gli altri al vandalismo istituzionalizzato.
Un ottimo consiglio comunale; più chiaro di così! Vista la situazione, quindi, i dirigenti di quelle associazioni che tanto stanno facendo per il territorio dovrebbero sollecitamente organizzarsi, intanto, per evitare che lo scempio si compia con decisioni ferragostane; e dovrebbero poi prendere in seria considerazione l’ipotesi di dare una struttura organizzativa unitaria ai diversi fermenti specifici che la comunità produce, a Frosinone e in provincia, allo scopo di colmare tale vuoto politico e di rappresentanza, ormai insopportabile e insostenibile. Ogni tentennamento da parte dei cittadini in questa fase delicata, sarebbe anch’esso, pensiamo noi, insopportabilmente colpevole.

Frosinone 30 giugno 2015

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Che ambiente se manca il presupposto culturale?

educazione ambientale 350 260di Agnes Preszler - Non posso tacere, dopo l'ennesimo episodio di inciviltà di cui sono stata testimone, in sé non grave ma purtroppo quotidiano e molto diffuso.
Mentre tornavo a casa a piedi, davanti a me camminava una signora, poco fa uscita dal supermercato vicino. Portava la busta della spesa nella mano, mentre dall'altra faceva cadere con nonchalance un brik di succhi di frutta, presumo, appena svuotato. Esitavo se chiederle il perché del gesto: avrebbe potuto mettere il brik nella busta e buttarlo nel cestino a casa, ma evidentemente questo pensiero non l'ha sfiorata. Probabilmente mi avrebbe risposto male e mi avrebbe fatto notare anche i molti rifiuti abbandonati sui bordi della strada.

La signora, dall'aspetto curato, immagino tiene la sua casa pulita, perché allora inquina l'ambiente? Qual'è l'educazione che dà ai suoi figli se lei stessa non rispetta la natura? Tanti genitori delegano alla scuola, ma sono inutili gli sforzi degli insegnanti se in famiglia è questo il comportamento adottato. Non sottovalutiamo questi piccoli gesti diventati automatici perché sono molto diffusi e determinanti anche per il futuro. Oltre al danno estetico, fanno sì che l'atteggiamento non cambi e si replichi anche da parte delle nuove generazioni. Dove le strade sono sporche a molti evidentemente viene naturale abbandonare i rifiuti senza sensi di colpa. Se i bambini vedono che i loro genitori ed altri adulti inquinano, lo faranno anche loro.

Trovo desolante la situazione dell'ambiente in Ciociaria e non vedo segni di speranza. Sono 25 anni che vivo qui in questa meravigliosa terra di bellissimi centri storici e di una generosa natura, ma ahimè piena di rifiuti. I vari comuni sporadicamente organizzano giornate ecologiche e raccolta di rifiuti, ma non serve a molto se manca il presupposto culturale.

Mi ricordo che quando nell'80 ho passato una vacanza in Germania, là già c'era la raccolta differenziata. Questo 35 anni fa! Infatti, le strade e anche i boschi erano privi di rifiuti, là c'era (e c'è sicuramente) un grande rispetto e sensibilità nei confronti dell'ambiente. Non c'era bisogno neanche di cartelli dissuasivi, la gente semplicemente si comportava così. Similmente il mio paese, l'Ungheria, è molto più pulito dell'Italia. A New York e anche a Long Island ho visto invece cartelli che promettevano 1000 dollari di multa a chi depositiva rifiuti nella natura.

E da noi, si fanno le multe per l'inquinamento? Inoltre, non sarebbe meglio premiare chi ricicla e si comporta responsabilmente con sconti sulla tassa dei rifiuti, invece che calcolarla in base della superficie della casa?
Perché in Italia non si riesce a far accettare l'idea che l'ambiente va protetto? Dopotutto l'uomo fa parte dell'ecosistema, se inquiniamo avveleniamo noi stessi. Posso capire che gli ottantenni difficilmente cambieranno atteggiamento, ma hanno la scusante che all'epoca non c'era tutta questa produzione di plastica e prodotti artificali, imballaggi non biodegradabili. L'educazione ambientale doveva andare a pari passi con l'industrializzazione, ma purtroppo siamo molto indietro. Agiamo prima che sia troppo tardi.

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Urge ricominciare dalla battaglia culturale

Luciano Canforadi Vittorio Bonanni da controlacrisi.org - Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l'Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest'anno ha partecipato in qualità di condirettore all'edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell'Università di San Marino, dedicata questa volta al tema "Auri Sacra Fames". Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.
 
Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l'economia è la struttura portante della storia dell'umanità, e con essa il denaro e l'avidità dell'uomo, si può intravedere un'epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?
Una storia dell'umanità in sintesi l'ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro del "De Rerum Natura", una pagina formidabile, una specie di storia dell'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, dice che il conflitto e quindi la storia conflittuale dell'umanità, comincia quando fu scoperta la proprietà. "Res reperta", appunto la proprietà, e "aurunque", cioè l'oro. Riferimento del valore convenzionale. E forse, anche se non possiamo saperlo con certezza, probabilmente già Epicuro si soffermava molto su questo punto se lo stesso Lucrezio appunto lo ha molto tradotto parafrasandolo e rievocandolo. Io sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto importante. Comunque l'intuizione che l'intera vicenda umana sia legata a questo fenomeno e alla dinamica della proprietà e al conflitto che essa determina, diventa lì, nel suo pensiero, molto chiara. Ed è altrettanto chiara e ben presente nella consapevolezza e nella coscienza di tutti gli storici e i pensatori del mondo antico, che sono millenni di storia non certamente un quarto d'ora. Insomma il materialismo storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un convincimento radicato nella realtà.
 
Anche quando si parla della "guerra motore della Storia" siamo sempre dentro il concetto di "scontro per la proprietà"?
Certo. Che sia conflitto imperiale o conflitto civile sempre della stessa cosa si tratta. Ci sono però dei momenti in cui tutto questo passa in secondo piano nelle coscienze delle persone, e questo lo abbiamo visto varie volte riprodursi, a seguito della conflittualità a base religiosa. L'altro malanno dell'umanità sono infatti le religioni, che scatenando i fanatismi contrappositivi, ovvero "quello che penso io è vero, quello che pensi tu è demoniaco", innescano appunto conflitti spaventosi che possono durare secoli. L'Europa, che è un luogo molto ipocrita, per secoli si è dilaniata per guerre di religione, totalmente sconvolgenti dal punto di vista mentale. Si può ritenere che anche dietro, ma molto mediatamente, questi conflitti allucinanti a base religiosa ci siano motivi di carattere materiale. Di cui gli stessi protagonisti però non sono consapevoli. Sicuramente il petrolio è alla base della guerra lancinante del nuovo califfato contro i paesi vicini, ma i militanti di quella realtà, completamente obnubilati dal punto di vista mentale, credono di lottare per una religione, per una fede. Sono probabilmente molto mediatamente manovrati e quindi la loro posizione appare ancora più tragica in quanto diventano oggetti e non soggetti della storia. Però tendo a pensare che se uno guarda da vicino anche in quel caso al di sotto c'è la "res" come diceva Lucrezio.
 
Questo vale anche per le guerre di religione europee che prima ha citato...
Certamente anche lì c'era un conflitti tra poteri. Non è che Lutero si ponesse solo il problema del culto dei santi o di altre cose di questo genere. C'era il potere romano implicato con le grandi potenze dell'epoca, la Germania che aveva un ruolo in Europa. Però coloro che seguivano i vari movimenti religiosi credevano anche loro di lottare per delle fedi contrapposte più o meno motivabili. E talvolta il potere cercava o cerca ancora di favorire questo equivoco. Per esempio durante tutto il periodo della Guerra fredda, nello scorso secolo ventesimo, l'Occidente ha cercato di convincere masse sterminate di persone, e molte ci hanno creduto, che quella fosse una lotta per la libertà. E tanti si sono impegnati convinti di fare questo tipo di battaglia. In un certo senso la cartina di tornasole ha dimostrato il carattere propagandistico e quindi falso di questa impostazione. E il risultato ce lo abbiamo sotto il naso. Se la Russia di Putin continua ad essere il nemico ed è un Paese governato dalle mafie capitalistiche, allora vuol dire che era una lotta di potenza anche prima. E' evidente. Però bisognava dire che era per il mondo libero e via dicendo. E' un po' più difficile dirlo per la Cina, perché è un Paese che forse può essere definito nazional-socialista, in quanto ha un'economia mista, con la parte povera con ancora un carattere socialista, mentre la parte ricca è ultracapitalistica e con il partito unico che governa. Ma anche se il capitale comanda, per l'Occidente la Cina resta il nemico giurato. Bisognerà dunque cercare di dimostrare che stiamo lottando per la libertà contro la tirannide anche lì. E Hong Kong a riguardo ci può servire. Ci sarà tutta una frattaglia giornalistica e mediatica che si sforzerà stancamente di ripetere questa solfa. Meno persone di prima probabilmente ci crederanno però tenteranno di nuovo di far passare lo stesso concetto di guerra del bene contro il male.
 
Nella fase in cui stiamo vivendo, e da qui l'attualità del convegno, il denaro la fa da padrone più che nei decenni scorsi. E la democrazia sempre più è diventata una scatola vuota, ammesso che sia mai stata piena. Ma almeno una volta nell'immediato dopoguerra, le grandi socialdemocrazie e in Italia il Pci, ma anche gli stessi partiti di orientamento cattolico, lottavano per averla questa democrazia e non davano per scontato che fosse già inverata. Ma questa fase è poi terminata. C'è stato il fallimento del modello dell'Est per le ragioni che sappiamo e con delle ripercussioni anche all'Ovest, con le sinistre che hanno subito il fascino perverso del liberismo. Le forze più piccole sono rimaste minoritarie e da noi sono di fatto scomparse. L'esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere però rivista come un tentativo per mettere un argine a questo predominio del denaro senza cancellarlo del tutto dal nostro orizzonte?
Io lo direi senza tante esitazioni. Il fatto che ci abbiano martellato con "l'impero del male" fa parte della frattaglia giornalistica di cui parlavo prima. Che non corrisponde al vero. L'esperienza sovietica è crollata perché non è stata capace di eliminare la disuguaglianza al proprio interno. E quindi non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. Perché predicare un'ideologia egualitaria praticando la disuguaglianza sia pure a livello molto più modesto di quelli che oggi sono sotto i nostri occhi era un tallone di Achille colossale. La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta. Sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d'anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare nei limiti in cui viene concesso di parlarne. Con rispetto ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana. Però la constatazione più rilevante secondo me è un'altra: che cioè l'errore di partenza del presupposto stesso che mise in moto allora un processo rivoluzionario di grandissima estensione, perlomeno a livello euro-asiatico, era insito nel fatto che ci si illudeva di essere giunti al capolinea della Storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico. Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky ogni tanto intuiva qualcosa anche perché c'era stato e dunque l'aveva vista da vicino quella realtà nel periodo prerivoluzionario. E soprattutto perché con gli occhi di oggi noi possiamo fare la seguente constatazione: l'esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l'ex impero russo e la Cina. Trascinandole fuori da una situazione semi feudale, comunque paleo e proto capitalistica, a chiazze isolate, e ha creato le premesse, crollando sul piano politico, per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello. Quindi la Storia del capitalismo è appena cominciata. Il fatto che noi non lo vedremo defungere non ha nessunissima importanza. Perché non è detto che uno nell'arco della sua vita debba vedere anche il compimento di qualcosa del genere. Sarebbe una pretesa demiurgica. Però è sciocco non rendersi conto che la Storia comunque cammina. Perché nessuna forma economico-sociale è eterna. Dobbiamo sapere che contro ogni previsione il socialismo reale ha accelerato lo sviluppo capitalistico di paesi dove questo sviluppo non era arrivato perché la Cina era in una posizione semicoloniale e la Russia di impero separato essenzialmente agricolo e arretrato. E' una durissima lezione della Storia però anche illuminante. Spazza via l'idea, "ergo il capitalismo è eterno poveri illusi avete pensato di liquidarlo". Non è eterno. Ha una storia molto più lunga di quella che allora, nell'illusione determinata dalla fine della Prima guerra mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19, si era pensato. Erano degli europei e non cittadini del mondo quelli che pensavano queste cose. E come europei vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della Storia, quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista, si erano convinti che si stava voltando pagina nella Storia dell'umanità. In parte era vero. Ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la Storia, ma bisogna stare dentro quel fiume, serbando la consapevolezza e prendendo atto che collocarsi dentro le lezioni della Storia senza suicidarsi è il metodo giusto.
 
Tornando al tema stringente dell'attualità e del dominio del denaro come possiamo contrastarlo tenendo conto di quanto abbiamo detto finora e di uno scenario europeo lontanissimo dal prendere atto di questa situazione?
L'Europa, come dice tutti i giorni Sergio Romano che non è un bolscevico, è una piccola articolazione della politica statunitense. E' comico essere europeisti ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della Storia, è una droghetta, mariuana. Il problema magari è come contrastare tutto questo. Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Ma non più di questo. Perché le forze politiche nate sull'onda del Novecento sono arrivate al lumicino. E si è realizzato in forme diverse nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce. Che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico. Quindi il periodo in cui il movimento operaio riuscì ad essere un soggetto autonomo e fare una sua politica traducendola in opere, in carte costituzionali e conquiste sociali, si è concluso con l'espulsione appunto di questo soggetto. Quel che resta fa un'altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia. Giustamente divisi tra loro, altrimenti l'inganno elettorale non funzionerebbe. L'aspetto rivoluzionario, potremmo dire, del fascismo era quello di puntare al partito unico. Perché pensava di realizzare una sua propria rivoluzione nazionale, a metà strada tra le due alternative, quella capitalistica e quella sovietica. Una rivoluzione fallita ed anche primitiva dal punto di vista degli strumenti. In realtà il vero strumento è il partito unico articolato, il gioco elettorale, come nel circo di Costantinopoli dove si scannavano azzurri contro verdi. Quindi è inutile contare su quella o quell'altra formazione politica. Poi la storia, si dice heghelianamente, ogni tanto si crea il suo strumento. Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E' un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e localmente sta attuando il piano di Gelli di Rinascita democratica, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere. E gli altri scenari europei non sono molto diversi. Certo, ci sono le specificità nazionali, ma la socialdemocrazia tedesca che era il maestro di tutte le socialdemocrazie, è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro. Perché da solo non ce la farà più. Prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità. Ed io vedo a riguardo dei nuclei intellettuali che hanno un referente: il magma gigantesco del mondo della scuola. Perché per fortuna tutto questo sviluppo ha prodotto un'acculturazione di massa, magari scandente, ma diffusissima e con un inevitabile bisogno di capire. Quindi tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza.
 
Chiudiamo affrontando sia pure rapidamente un concetto, ovvero il condizionamento che la cultura e l'arte in particolare subiscono dalla presenza del denaro e del profitto. Ne hanno parlato durante il Festival il critico d'arte Roberto Gramiccia, che ha accennato all'imminente uscita del suo ultimo libro "Arte e potere", e la studiosa francese Isabelle Garo. Che cosa pensa di questa tematica?
Pindaro diceva "l'uomo è denaro". E se i signori della Grecia del nord lo pagavano di più parlava in poesia, dove in versi recitava di quanto fossero bravi coloro nella corsa dei cavalli o nella ginnastica. Il fatto che il denaro compra tutto e la sublime poesia pindarica di fatto sia un prodotto del denaro alle persone informate non suscita stupore. Sul fatto che adesso ci sia un salto di qualità non saprei. Se uno leggesse Balzac forse si renderebbe conto che era già così. E' irresistibile in un certo senso. Ma perché fa leva su un elemento fondamentale elementare e biologico, l'egoismo cioè, l'"amor sui". L'altruismo, come l'antirazzismo o il pacifismo sono conquiste mentali, ma il punto di partenza è un altro e queste conquiste sono punti di arrivo di uno sforzo mentale nel fare dei passi in quella direzione. Altrimenti l'istinto va naturalmente dove abbiamo detto. Hobbes diceva "homo homini lupus" è la realtà, dovremmo poi creare delle regole per frenare quella che sarebbe una guerra ferocissima. Dopo la fine del fascismo, quella fase che potremmo definire dei buoni propositi, per la generosità di tanti che si sono gettati nella mischia e hanno dato la vita per questo, si è esaurita. E il grande capitale che fa: governa direttamente. E' stufo di questa mediazione politica, le costituzioni da difendere, i principi fondamentali e via dicendo. E questa è un'esperienza che a rigore non è nuovissima. Basti ricordare la Francia di Luigi Filippo e dei banchieri e quella di Pompidou dopo la crisi della quarta repubblica, che, dopo la parentesi bonapartista di De Gaulle, riporta al potere i banchieri al potere. Non è dunque una cosa nuovissima. Si tratta di un andamento ciclico. Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare. Altrimenti i capitalisti intervengono direttamente. Vivono dentro l'economicismo, vissuto come esperienza intellettuale totalizzante. Non possono fuoriuscirne e men che meno distrarsi.

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Applicare la Costituzione è vera rivoluzione culturale

Costituzione e rivoluzionedi Antonio Simiele - L'Italia vive una crisi profonda che è anche culturale. Per farvi fronte, i provvedimenti necessari, economici e di adeguamento istituzionale, non sono neutri nella loro ricaduta sulle parti sociali, secondo che siano ispirati dalla destra o dalla sinistra: quelli presi fino ad ora hanno arricchito il dieci per cento degli italiani già ricchi e impoveriti tutti gli altri.
In ogni caso, perché essi realizzino risultati apprezzabili e duraturi, si dovrebbero accompagnare con una vera rivoluzione culturale, come quella che portò i nostri padri a stilare la Carta Costituzionale più avanzata e moderna del mondo e che oggi ci potrebbe guidare ad attuarla finalmente in tutte le sue parti. Solo allora e quando i principi che la Costituzione ispira, i diritti che essa dà e i doveri cui chiama saranno vissuti dalla stragrande maggioranza dei cittadini, potremo ritenere compiuta la nostra democrazia e considerarci in possesso degli anticorpi sufficienti per difenderla con successo, insieme al nostro benessere, anche in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo.
Dopo più di sessanta anni, questo non è, perché è mancato il convergente agire di Stato, scuola e famiglie, con la conseguenza che anche per la Costituzione è avvenuto quello che si verifica in Italia per ogni legge di vero cambiamento: se ne ritarda a lungo l'attuazione, per poi dire che è obsoleta e che necessita una nuova legge, con l'obiettivo di ripristinare eventuali privilegi perduti. Due esempi illuminanti sono la riforma sanitaria e le leggi di decentramento dei poteri dello Stato.
Durante la prima Repubblica, a una tale lacuna hanno parzialmente sopperito i partiti, le organizzazioni sindacali e professionali, che, però, hanno svolto il compito guardando, e non poteva essere diverso, preminentemente agli interessi dei propri rappresentati. Con la cosiddetta seconda Repubblica si è affievolita l'azione delle organizzazioni sociali, si è esaurita quella dei partiti, mentre quella dei governi è stata, spesso, addirittura di contrasto; hanno fatto eccezione i Presidenti della Repubblica e rappresentanti della cultura e dello spettacolo come Roberto Benigni e Roberto Saviano.
Si sono prodotti, così, danni incommensurabili alle coscienze dei cittadini, soprattutto dei giovani. Sono stati colpevolmente incoraggiati, da parte di chi ha governato, devianti convincimenti. Il lavoro che l'art. 4 della Costituzione sancisce come un diritto per il quale la Repubblica "promuove le condizioni" che lo rendano effettivo, spesso, specialmente al Sud, è divenuto un obiettivo raggiungibile solo se si conosce "un santo in paradiso", non, come dovrebbe essere, per meriti e, quando è necessario, attraverso la lotta che se è comune risulterebbe vincente. Il dovere, disciplinato dall'art. 53 della Costituzione, di tutti gli italiani a contribuire alle esigenze della Patria in ragione della loro capacità contributiva con criteri di progressività, si è trasformato, specialmente al Nord, in un un obbligo cui sfuggire con furbizia perché imposto da uno Stato nemico. Considerazioni simili si potrebbero esprimere per i diritti allo studio e alla salute, per il dovere di essere fedele alla Repubblica o per quello spettante ai dipendenti pubblici nei confronti dei cittadini.
Ecco, la rivoluzione da fare è quella che ribalti queste convinzioni e aiuti i cittadini a essere artefici del proprio futuro: il compito perché questo avvenga è di tutti, ma in primo luogo dei governi, della politica e della scuola.
Io penso che i governanti dovrebbero mostrare fiducia nei confronti dei cittadini italiani e dire loro sempre la verità; dovrebbero considerarli, con i loro problemi e le loro attese, al centro di ogni scelta; dovrebbero decisamente puntare su di loro per rilanciare il nostro Paese perché, credo, che sia ancora valido dire come Rita Levi Montalcini che "bisognerebbe essere felici di essere nati in Italia per la bellezza del capitale umano maschile e femminile".
5 giugno 2013

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