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Declino della sinistra. Quelli che lo contrastarono.

Riflettendo sui post comunisti

 Idee e ispirazioni riemergono oggi con forza nuova

di Aldo Pirone
Cambiamosistema 390 minSi parla spesso del declino della sinistra. Ci si riferisce, in particolar modo, alle vicende dei post comunisti che dettero vita al Pds, ai Ds e poi fondarono il Pd insieme alla Margherita degli ex popolari post democristiani e ad altri di varia provenienza liberal democratica. Non si parla quasi mai di chi quel declino cercò di contrastare, facendo parimenti uno sforzo di elaborazione innovativa che sottraesse il Pds-Ds alla subalternità al neoliberismo e al pensiero unico via via dominante. Storicamente è del tutto ovvia la responsabilità di chi ha diretto e indirizzato a quel declino. Primi fra tutti, anche se in contrasto tra loro, D’Alema, Veltroni, Fassino e tanti altri e altre. Ma questo non autorizza a sottacere di chi a quegli indirizzi politici suicidi si oppose dall’interno, con tutti i limiti, le ingenuità, gli errori e le illusioni che quella opposizione ebbe. Innanzitutto, per non essere riuscita a rovesciare le politiche e cambiare i dirigenti che stavano dissipando un grande patrimonio storico ereditato. Un’incapacità legata anche all’essersi fatta rinchiudere nell’angusto limite del correntismo tutto interno ai Ds.


Questa riflessione è riemersa nella mia mente oggi, perché tra le carte e gli opuscoli antichi ne ho ritrovato uno edito nel 2004 dalla “Sinistra Ds per il Socialismo” - l’ultima incarnazione di una parte della sinistra interna ai Ds guidata da Giorgio Mele e Cesare Salvi – in cui si faceva una serie di proposte concrete che andavano in direzione opposta a quella seguita dal partito guidato all’epoca da Fassino proposto lì da D’Alema al Congresso del 2002. Non era, però, solo questione di proposte, era un’altra ispirazione ideale e strategica quella che nella introduzione al testo avanzava Giorgio Mele. L’obiettivo, scriveva, era di spingere “i DS a un ripensamento e a un cambiamento rispetto alla linea oggi prevalente nel socialismo europeo, spesso subalterna al progetto liberista, e che ha portato in questi anni a pesanti e cocenti sconfitte nel nostro paese e in gran parte del continente”. Cosa che i dirigenti dei Ds si guardarono bene dal fare, marciando, anzi, a vele spiegate verso quel Pd a “vocazione minoritaria” che, di fallimento in fallimento, fu occupato da Renzi e dalle sue truppe di cui ancora oggi non riesce a liberarsi. Inoltre, Mele, allora senatore, metteva bene in chiaro una questione identitaria. “L’uso del sostantivo ‘socialismo’ vuol dire la collocazione e il riferimento […] a un variegato movimento che è stato parte fondamentale della storia del ‘900” che, però, non significava “il recupero di un vecchio recinto […] ma neppure copertura di politiche moderate o apertamente conservatrici”, bensì pace, eguaglianza, lavoro, libertà, sostenibilità dello sviluppo e “l’impegno a stabilire nel meccanismo economico e nel mercato ciò che deve essere sociale e pubblico e ciò che deve essere privato in un sistema di regole condivise”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si muoveva un’altra minoranza: quella ecologista già presente nel Pds. Nel 2002 per impulso di Fulvia Bandoli, Edo Ronchi, Sergio Gentili e tanti altri compagni e compagne, quest’area politica, divenuta associazione “sinistra ecologista” grazie all’incontro fra un ecologismo di ispirazione marxista e una parte di ex verdi, forze impegnate nell’associazionismo ambientalista, esponenti del mondo della ricerca, del sindacato e dell’impresa, iscritti e non iscritti ai DS, cercò di contrastare la deriva dei Ds innovandone la cultura politica. I militanti ecologisti cercarono di immettere nel Dna della sinistra una visione dell’ecologia come strutturale e generale e non più settoriale. Sia nell’analisi della società e del mondo che nelle proposte dei Ds. Rammento il nobile tentativo di una legge che prevedesse in tema di costi economici anche quelli ambientali.

“L’ecologia politica di sinistra – scrivevano quei compagni - nasce dalla piena consapevolezza che la contraddizione sociale e quella ecologica sono due facce della stessa medaglia. Esse vanno insieme. La via dello sviluppo sostenibile è quella su cui passa il superamento della povertà nei paesi in via di sviluppo, l’affermazione di maggiori diritti e sicurezze sociali, rapporti sociali più liberi perché egualitari e democratici”. Tutto il contrario del neoliberismo allora imperante. Ma gli ecologisti Ds non si limitarono a questo, introdussero anche un’innovazione organizzativa: “Sinistra ecologista” divenne un’associazione autonoma che strinse un patto federativo con i Ds. Era il tentativo di indicare la necessità e possibilità di una nuova forma partito, di tipo federativo, che stabiliva un ponte con la società civile e con i movimenti e le sensibilità nuove che in essa si organizzavano. Poi tutto si spense con l’arrivo del Pd.

Quando si parla del declino della sinistra post comunista, ricordiamoci anche di coloro che tentarono di contrastarla dall’interno e dall’esterno. Oltre a quelli citati ce ne furono parecchi altri.

Furono sconfitti, ma la validità delle loro idee e della loro ispirazione riemerge oggi con forza nuova.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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2 giugno 2020. L'anticomunismo e il declino della Repubblica

Emergenza Covid 19 e Crisi economica. Come se ne esce?

ènatalarepubblica min1. La festa della Repubblica, segnata quest’anno dai lutti e dagli sconvolgimenti del Coronavirus, ci impone una riflessione di fondo poiché la pandemia, nella quale crisi sanitaria e crisi economico-sociale si intrecciano e si condizionano a vicenda, ha portato allo scoperto la natura del capitalismo dominante con effetti disastrosi e imprevedibili. Per l’Italia la prova è ancora durissima. In gioco è il futuro degli italiani, delle donne e degli uomini di questo Paese nella loro individualità, delle classi e dei diversi gruppi sociali, della stessa nazione come Repubblica democratica «una e indivisibile».

 

Come se ne esce? Con il ritorno alla “normalità” di un sistema che non è stato in grado di assicurare la salute e il lavoro, la tenuta complessiva dell’economia accrescendo a dismisura le disuguaglianze tra ricchezza e povertà? Con una “normalizzazione” autoritaria e repressiva? O aprendo la strada a un cambiamento radicale negli assetti economici e socio-politici, in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che trasforma in continuazione il lavoro quindi anche la vita?

 

La stragrande maggioranza degli italiani, nella prima fase della lotta al virus, si è portata all’altezza del compito dando prova di unità, compattezza e solidarietà, responsabilità e partecipazione. Come hanno dimostrato soprattutto, in modo visibile ed esemplare, i medici, gli infermieri, tutto il personale socio-sanitario. Ma anche gli invisibili delle filiere industriali, agroalimentari e logistiche che con il loro lavoro - spesso sottopagato, precario e intermittente - hanno tenuto a galla il Paese. Rendendo chiaro che senza il lavoro non c’è vita.
Al bisogno di unità, solidarietà e partecipazione che nell’emergenza della pandemia consolidasse il patto democratico tra gli italiani – unificando i territori e unendo tutti gli sfruttati compresi gli immigrati, e le donne, i giovani, gli anziani - non ha corrisposto, nella sua disorganica frammentazione, il sistema politico-istituzionale. Apparso distante e inefficace, logorato da contrapposte spinte corporative e personali, privo di una visione di cambiamento e della cultura progettuale della Costituzione. Nella sostanza subalterno agli interessi economici dominanti.

 

A ciò si aggiungano le campagne di discriminazione ed esclusione, facilmente debordanti nell’odio razziale e religioso, promosse soprattutto dalla destra estrema e dalla Lega di Salvini. Che ancora prima della pandemia, trasportando armi e bagagli nelle trincee del sovranismo nazionalista con l’obiettivo di raccogliere consensi, aveva bisogno di individuare e mettere sotto accusa un nemico per giustificare il disagio, la precarietà e la disoccupazione prodotte dalle insanabili contraddizioni del sistema.

 

l risultato, mettendo insieme al liberismo e al privatismo universali un individualismo esasperato, tutti rivolti alla conquista del profitto privato e dell’arricchimento personale, si è risolto in un equilibrio istituzionale che di fatto capovolge quello della Costituzione. Viene infatti istituzionalizzata la preminenza dominante del ricco proprietario, al quale perdipiù debbono essere ridotte le tasse perché possa (compassionevolmente) assistere il povero. Come vuole la cosiddetta tassa piatta, in modo da favorire la grande proprietà privata. Che secondo Salvini, fermo allo Statuto albertino, è «sacra e inviolabile»¹.

 

 

2. Tutto è cominciato con l’anticomunismo. La foglia di fico usata da Berlusconi per coprire le pudenda, prendere il potere e incrementare il patrimonio. Ancora nel 2006, in un comizio a Napoli il 26 marzo, il Cavaliere affermava testualmente: «Ho sempre detto che i comunisti mangiavano i bambini. Ma i cinesi di Mao facevano di peggio: li bollivano per concimare i campi»². Una dichiarazione incredibile, apparentemente insensata e controproducente, che tuttavia, sostenuta da un potente apparato comunicativo, aveva lo scopo di diffondere il terrore e l’odio per i comunisti tra gli elettori spoliticizzati e declassati al livello di tifosi del Milan.

 

D’altra parte, cosa c’è di più nobile, se non la condanna irrevocabile di quei criminali senz’anima e senza dio, che compiono il più orribile dei delitti, impensabile per ogni essere umano? E infatti, nella fase di generale smarrimento che in Italia seguì al crollo dell’Urss e a Tangentopoli, Berlusconi scese in campo con uno scopo alto e nobile, spinto dal «dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti»³. All’epoca a lui non era noto che costoro usavano i bambini come concime, sapeva solo che li mangiavano. Ed era bene non correre rischi anche in Italia, il Paese dove Occhetto aveva già provveduto a sciogliere il più forte e influente partito comunista dell’Occidente.

 

Il berlusconismo è stato in realtà un fenomeno complesso, prima sottovalutato e ancora oggi, quando il Cavaliere è ridotto al lumicino, non adeguatamente studiato e compreso. Resta il fatto che l’avvento di Berlusconi alla guida dell’Italia, sulla base di un anticomunismo apertamente professato e capillarmente diffuso, segna una svolta profonda e anticipatrice nel mondo occidentale. Per la prima volta il capitale, nella persona di un piccolo borghese che cresce in maniera poco chiara tra l’edilizia e la speculazione finanziaria fino a spezzare il monopolio pubblico della televisione, prende direttamente il potere politico senza alcuna mediazione, legittimando a questo scopo il partito neofascista. Si configura così un cambio di regime.

 

Superando in un solo colpo la separazione dei poteri con la concentrazione del potere politico, economico e culturale-comunicativo nella sua persona, e dando luogo di conseguenza a un permanente conflitto di interessi, il Cavaliere di Arcore non si propone una semplice alternativa di governo, bensì il cambiamento dello Stato. Con il duplice obiettivo di rovesciare la Costituzione e di assicurare la libertà totalitaria del capitale, secondo lui «un diritto spirituale e civile». Obiettivo esplicitamente dichiarato nel 2001 all’assemblea della Confindustria, quando afferma che «sull’economia la Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica»⁴.

 

La cultura d’impresa viene elevata a cultura di governo. È una novità rilevante. Ma questa novità, che avviene con la copertura e la propaganda della democrazia liberale, sostenuta da una forte e permanente campagna anticomunista, non ha portato in Italia alla formazione di una classe dirigente capitalista di livello internazionale, stabile e con un’effettiva capacità egemonica. A conti fatti, il berlusconismo ha fallito come classe dirigente. Allo stesso modo della sinistra, incapace di costruire un’alternativa fondata sulle conquiste storiche del movimento operaio e del lavoratori, di cui il Pci è stato un pilastro decisivo. Le classi subalterne, senza rappresentanza e senza organizzazione, sono fuori gioco, e il sistema politico-istituzionale è diventato un campo di battaglia a disposizione dei politicanti e dei demagoghi di turno (con qualche rara eccezione), mentre si va riorganizzando il potere del capitale intorno alla Confindustria.

 

A differenza dell’anticomunismo della Dc e di Craxi, l’anticomunismo di Berlusconi ha una sua rilevante specificità, quella di avere coinvolto l’intero sistema politico-istituzionale, ormai monoclasse. Un salto di qualità che ha lasciato il segno, al punto che oggi l’anticomunismo è diventato di fatto un fattore costitutivo della democrazia rappresentativa. Non solo perché coloro che si dichiarano comunisti, a cominciare da Rifondazione comunista, sono fuori del Parlamento, divisi in raggruppamenti senza un peso reale nella società, e la cultura dominante è per la maggior parte anticomunista. Ma anche perché, insieme alla libera e autonoma organizzazione politica delle classi lavoratrici che i comunisti italiani rappresentavano, è stata cancellata e messa all’indice senza colpo ferire anche la storia e la memoria del Pci.

 

Gli ex comunisti, o non lo sono mai stati come ha detto di sé Veltroni, o si sono vergognati di una simile scelta. Un pesante testa-coda del pensiero, del comportamento personale e politico, di cui ancora non sono state pienamente valutate le conseguenze negative. E tuttavia, in una fase di drammatiche difficoltà come quella che stiamo attraversando si avverte acuta l’esigenza di tornare ai momenti alti e decisivi della nostra storia di italiani per ritrovare il coraggio nella lotta, l’unità di intenti e la partecipazione popolare di massa, la capacità di costruire il futuro nella democrazia non lasciando indietro nessuno. Allora, se stiamo ai fatti e ci atteniamo alla verità storica, in quei passaggi alti e decisivi troviamo in prima linea il Pci. Il Partito comunista italiano, che ha pagato la sua lunga lotta con la vita di molti militanti e dirigenti, con quella di Antonio Gramsci e con il tentato omicidio di Palmiro Togliatti.

 

 

3. I comunisti italiani hanno combattuto tenacemente contro la dittatura fascista: dei 4.671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale, 4.040 erano comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere. I comunisti italiani sono stati alla testa della Resistenza e della guerra partigiana di liberazione nazionale. Con Luigi Longo a capo del Corpo volontari della libertà («il Garibaldi del novecento» secondo Berlinguer), e con oltre 200 mila partigiani combattenti organizzati nei Gap (Gruppi di azione patriottica), nelle Sap (Squadre di azione patriottica) e in 575 Brigate d’assalto Garibaldi⁵.

 

I comunisti italiani, con Togliatti in prima persona, hanno dato un contributo decisivo alla elaborazione e alla scrittura della Costituzione antifascista, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e hanno sempre lottato per la sua attuazione. A cominciare dal fondamentale articolo 3, secondo cui - ricordiamolo in questi tempi bui - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

In poche parole, i comunisti italiani sono stati i più tenaci combattenti per la libertà e l’uguaglianza e i più coerenti costruttori della democrazia in questo Paese. È stato detto e si dice il contrario, ma questa è la realtà. E anche la prova inequivoca che l’anticomunismo non è altro che il mezzo per coprire scelte di destra, conservatrici e reazionarie. E infatti in questi anni, sotto la bandiera dell’anticomunismo lasciato liberamente prosperare senza un effettivo contrasto, lo Stato sociale è stato messo in ginocchio e le privatizzazioni hanno trionfato, il lavoro è tornato ad essere merce che si svende al mercato, la democrazia logorata e la Costituzione messa in discussione e largamente svuotata. Il risultato è sotto i nostri occhi: la crisi dell’Italia e il suo degrado.

 

Una condizione preoccupante segnata da un paradosso storico-politico, perché è molto difficile che il Paese possa costruire il suo rinascimento cancellando una componente fondamentale della sua storia e della sua coscienza nazionale che ha portato alla liberazione dal fascismo e alla formazione della Repubblica democratica. Il bel libro Noi, partigiani a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi è una testimonianza significativa di quella straordinaria stagione⁶. Ma lo tsunami della pandemia si è abbattuto su un’Italia ormai preda del degrado e della crisi.

 

Nello stato presente delle cose c’è quindi bisogno di un cambiamento radicale, vale a dire di una società diversa, di una nuova Italia. Non il ritorno al passato, ma la costruzione di una civiltà più avanzata che insieme al lavoro e alla salute tuteli l’ambiente e rilanci il Mezzogiorno, promuova la ricerca scientifica, finalizzi le tecnologie digitali alla riduzione degli orari e alla massima occupazione, assicuri a tutte e tutti gratuitamente un livello adeguato di istruzione e di cultura, sburocratizzi e qualifichi i pubblici apparti, ridefinisca il ruolo dello Stato programmatore e imprenditore, abbatta significativamente le disuguaglianze sociali, di classe, di genere e generazionali. A cominciare da quella fiscale, contrastando l’evasione e i paradisi fiscali, e stabilendo una reale progressività su redditi e patrimoni.

 

Se ci si domanda da dove cominciare per costruire la nuova Italia, la risposta è netta, ed è la stessa che ha dato Maurizio Landini: dalla Costituzione . Nelle condizioni dell’Italia di oggi lottare per l’attuazione della Costituzione antifascista, dei principi e dei diritti costituzionali, significa abbattere il muro dell’anticomunismo e aprire una stagione di avanzamento democratico, sociale e civile per tutti gli italiani e le italiane. Ponendo al centro dell’economia, della società e della politica non l’astrazione impersonale e distruttiva del profitto, ma la concretezza liberatoria del lavoro nella sua declinazione personale e classe. Non la cultura dell’individualismo proprietario e rapace, ma quella della pace e della solidarietà sociale. Una luce che può illuminare l’intera Europa.

 


Note

1. V. Paolo Ciofi, La proprietà di Salvini e quella della Costituzione, www.paolociofi.it, 6 settembre 2018;
2. Bianca Di Giovanni, Quando Berlusconi disse: i cinesi di Mao bollivano i bambini, www.huffingtonpost.it, 13 marzo 2019;
3. Silvio Berlusconi, L’Italia è il paese che amo. La discesa in campo di Berlusconi, www.repubblica.it, 22 gennaio 2004;
4. Il sole 24ore, 18 marzo 2001;
5. V. Alexander Höbel, Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto, https://futuraumanita.com, 25 aprile 2015 e anche l’articolo redazionale Il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella guerra partigiana in Teoria e Prassi, n.18 novembre 2007;
6. V. Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Prefazione di Carla Nespolo, Feltrinelli, Milano 2020.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
28 maggio 2020, Roma

 

 

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Il declino del territorio di Latina. Inesorabile?

Latina 400 mindi Salvatore D’Incertopadre - Eutanasia. Latina rinacque dopo la guerra grazie alla Cassa del Mezzogiorno. La provincia era quasi un confine naturale tra il Sud, povero e abbandonato, e il fiorente centro nord. Una miriade di aziende, tra cui molte multinazionali, s’installarono sul territorio, portando lavoro, benessere e ricchezza ma sradicando i contadini alla terra cui erano stati legati per anni dopo la bonifica delle paludi. Quel processo di industrializzazione non fu autoctono come lo era stato quello nato e cresciuto al Nord, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nel triangolo Milano, Genova, Torino. Fu indotto dai vantaggi che gli imprenditori trassero dalla Cassa del Mezzogiorno. Con un paragone attuale potremmo dire che agli inizi degli anni Sessanta il nostro Sud era come la Polonia o la Slovenia di oggi, dove il costo della manodopera è basso e i vantaggi offerti dagli Stati considerevoli. Latina era il luogo ideale, situata nel punto più a nord di quel Sud legato alla questione meridionale e privo di quegli elementi di delinquenza organizzata che si palesavano attraverso le mafie.

A partire dagli anni Ottanta iniziò, lento ma inesorabile, il declino del settore industriale, poi del settore edile e, infine, del commercio.
In quasi quarant’anni la Città ha assistito inerme al declino, al depauperamento di un patrimonio produttivo, che pian piano ha creato disoccupazione, povertà e blocco di quello che una volta si chiamava ascensore sociale. I ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sono aumentati nel numero e nella misura della loro povertà. La classe dirigente e quella politica di Latina si sono cullate sugli allori del boom economico degli anni Sessanta, su una crescita drogata dalle agevolazioni messe a disposizione dalla Cassa del Mezzogiorno e non hanno voluto, o saputo, programmare il futuro del territorio, indagare le vocazioni di una terra ricca di opportunità e immaginare un nuovo modello di sviluppo.

Tanti sono stati i tentativi per dare al territorio una speranza ma le divisioni politiche, l’incapacità degli amministratori locali, lo sperpero e la corruzione, l’indifferenza del popolo, hanno consentito che quanto di buono venisse progettato e proposto finisse nel dimenticatoio delle speranze perdute.
Ultimo tentativo di dare al territorio un progetto di rinascita risale al 2007, quando con uno sforzo significativo di tutti i soggetti in campo e la supervisione dell’allora Giunta Regionale, si sottoscrisse un protocollo d’intesa, noto come Latina 2015. Esso prevedeva una serie di iniziative, investimenti e opere pubbliche che avrebbero potuto dare a Latina e alla sua provincia un nuovo orizzonte di sviluppo. Solo per ricordarne alcune, nell’intesa si prevedeva la realizzazione dell’aeroporto civile, il porto di Foce Verde, l’autostrada Roma-Latina, etc.

Tutto naufragò solo sei mesi dopo la sottoscrizione del protocollo. Le ragioni sono tante e non tutte da addebitare all’incapacità della politica. La responsabilità più grande fu certamente dei cittadini, indifferenti, agnostici e autarchici, che non credettero, o non vollero credere, che tutto ciò che era stato concordato da pochi, potesse diventare patrimonio di tutto il territorio.
Ora rimane un’ultima cosa da fare: attendere che qualcuno tolga la spina a questo territorio. E ancora una volta restiamo indifferenti alla nostra eutanasia.

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Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino

Ilaria Alpidi Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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