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Voto e democrazia paritaria

la marcia delle donne in politica 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Qualche buona ragione per la democrazia paritaria
In vista del nuovo governo che prima o poi si farà, entrambi le coalizioni e i partiti vincitori di certo non hanno messo ai primi posti le questioni di genere e la democrazia paritaria. In particolare le donne della Lega, come scrive Manuela Manera, linguista, del Comitato "Se non ora quando" di Torino, in un recente articolo su «Noi Donne» sicuramente non si faranno carico di questioni femminili in quanto tali.
Riprendendo a sua volta uno scritto recente di Flavia Perina, che nel ricordare la maggiore incidenza numerica nella prossima legislatura, si sofferma anche sulla convinzione che per la Lega le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari diritti e specifici diritti, ma heimat, patria, focolare e radice della comunità.
Manuela Manera trae quindi le giuste conclusioni che la negazione delle differenze di genere porta a un agire politico e giuridico che non tiene in considerazione le specificità; inoltre, che l’essere heimat non le fa agire in uno spazio pubblico, ma privato, come garanti della comunità, del focolare, all’interno di una visione che riporta alla mente le tipologie fasciste sulle donne.

La realtà però ha anche una sua crudezza per fortuna, e la chiusura dell’articolo della Perina riporta anche le risposte alla domanda rivolta alle esponenti vittoriose della Lega: “ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolista, un collegio, un’opportunità?” Le più oneste hanno risposto che senza di esse in lista ci sarebbero stati solo uomini. Una bella contraddizione, considerato anche le donne leghiste ritengono di avere alle spalle una gavetta molto dura, quindi di aver superato una selezione, che l’Italia non è un paese particolarmente sessista, e che sono sufficienti le capacità per farcela. Naturalmente, il linguaggio al femminile è aborrito, con buona pace anche delle esternazioni dell’Accademia della Crusca. Manuela Manera si domanda in conclusione se si è veramente consapevoli di negare quelle stesse pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito la presenza in Parlamento. Poste queste premesse al futuro ingresso delle numerose leghiste in Parlamento, ritorna pressante anche l’interrogativo su come sarà interpretata e difesa la democrazia paritaria, perché se hanno negato la necessità delle quote, figuriamoci delle quote di democrazia pari al 50 e 50.

Una rapida riflessione allora su qualche buona ragione per non demordere sulla conquista di una democrazia paritaria. La prima è sicuramente il rispetto verso se stesse, e il proprio genere. La politica, la giurisprudenza, la teologia e le scienze esatte sono state quelle sfere della conoscenza proibite per prime e per millenni alle donne, in quanto genere. Fin dalle civiltà greco-romane, le donne sono state ricomprese all’interno di entità collettive come la famiglia e quindi non soggetti autonomi, oppure considerate come individualità temporanee, coloro che esistevano per dare vita a qualcun altro. Hanno fatto parte di comunità politiche dai primordi, ma senza cittadinanza piena e diritto di rappresentanza e addirittura regine senza titoli di sovranità. Contro tutto questo, tante donne hanno lottato, per secoli e disconoscerle non è né utile, né dignitoso. Quindi, se la politica deve essere riformata, la fedeltà a una scala di valori va tenuta presente.

La seconda buona ragione è l’inversione di rotta della globalizzazione, che se è stata finora poco friendly con il genere femminile, ha avuto però anche un grande merito: mostrare impietosamente il collante di una realtà mondiale caratterizzata sì da grosse differenze, ma trasversale. Uno sguardo d’insieme mostra l’esigenza di un cambiamento globale della politica, di cui le donne stesse hanno posto le premesse, in tempi recenti, con l’eco femminismo, con l’attenzione alla qualità della vita e alle risorse alimentari.

La terza buona ragione è nell’opposto della globalizzazione, cioè nella cosiddetta glocalizzazione. La dimensione della territorialità, l’altra faccia della globalizzazione, corrisponde a quella sfera del buon governo nella quale le donne si sono sempre positivamente confrontate.
La democrazia paritaria può costruire un legame intergenerazionale. Le meno giovani, le giovani e le giovanissime sono tutte interessate a una buona democrazia paritaria perché le età delle donne sono diventate mobili, intersecate fra loro, per motivi diversi: l’allungamento della vita, le maternità in tempi non più correlati all’età, l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro che può voler dire entrarci tardi, o uscire e rientrare, o prolungare il tempo lavorativo. Costruire un vocabolario intergenerazionale che faccia parte della politica, a partire da esigenze comuni, può essere un anello importante di congiunzione; esiste infatti oggi, fra le tante contraddizioni, quella di costruire una trasversalità politica femminile, in assenza delle ideologie; in altre parole, quello che è riuscito più facilmente alle donne della Costituente repubblicana nel ’46, fortemente ideologizzate, riesce invece più faticoso negli anni che si dicono privi di barriere ideologiche.

L’esercizio della cittadinanza non si collega solo alla parità numerica, ma alla qualità della rappresentanza femminile, legata a sua volta al livello culturale. Oggi, la cultura politica femminile deve fare i conti con la scarsa alfabetizzazione di genere, l’impreparazione ai meccanismi e al lessico della politica, fondamentali per fare fronte alle nuove generazioni per le quali la politica tutta è screditata.

La proposta pratica è quindi fare pressione per un nuovo disegno delle politiche di pari opportunità; la filiera è attualmente impoverita, con il recente ridimensionamento delle figure di Consigliere di parità; è indispensabile che si sciolgano due nodi fondamentali: il coordinamento con le forze vive femminili di questo Paese, per non apprendere che quattro delle regioni del su italiane hanno un tasso di occupazione femminile lontanissimo dalla media europea; in secondo luogo, che in nome del mainstreaming, si approfondisca e si delinei una riforma dei contenuti scolastici; se vogliamo costruire un ponte con le nuove generazioni e un diverso futuro politico, vanno inserite nei programmi almeno le seguenti materie d’insegnamento: Storia delle relazioni fra i generi-Educazione all’affettività- Educazione alla cittadinanza- Eco-ambiente-Integrazione europea. Magari togliendo ogni accenno al genere, neutralizzandolo, sarebbero d’accordo anche le leghiste e molte delle candidate penta stellate.

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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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Da Anagni verso l'assemblea per la Democrazia e l'Uguaglianza

anagni 25nov17di Valerio Ascenzi - L’Inchiesta Quotidiano e UNOeTRE.it ad Anagni, insieme ai lavoratori di Vertenza frusinate, per parlare di politiche occupazionali. Nei locali della biblioteca Comunale “A. Labriola” sono stati affrontati temi che questa provincia non deve assolutamente mettere in secondo piano. Della disoccupazione si dovrà si dovrà continuare a parlare anche se qualcuno vuole ancora spazzare la polvere sotto lo zerbino.

I mali di quest’area geografica sono sicuramente la malasanità, l’ambiente ecologicamente compromesso e la disoccupazione. Il frusinate, il nord in particolare, hanno conosciuto la crisi prima ancora dell’arrivo della depressione a livello globale. Il tessuto industriale ha iniziato a vacillare già fina dalla fine degli novanta. Le politica neoliberiste e il mercato globale hanno solo assestato il colpo di grazia alla nostra provincia.

Non solo ex Videcon o ex Marangoni. Ci sono migliaia di lavoratori che erano impiegati in queste aziende e anche in alcune più piccole, o nell’indotto delle grandi aziende. Quel che è rimasto oggi è un territorio spoglio, senza possibilità occupazionali e con una questione ambientale compromessa. C’è inoltre un nuovo fenomeno migratorio in uscita: i giovani lasciano la provincia di Frosinone per andare al nord, ma soprattutto all’estero.

Nonostante una politica disattenta alle esigenze del territorio e dei lavoratori, gli aderenti a Vertenza Frusinate (organizzazione che tra l’altro è nata proprio ad Anagni), hanno ottenuto risultati inaspettati anche a loro stessi. Gramsci sosteneva che la società avrebbe avuto bisogno dell’impegno dell’intelletto dei singoli, che avrebbero dovuto impegnarsi studiando. Ed è quello che hanno fatto i lavoratori di Vertenza Frusinate: hanno studiato vari modi per riuscire ad ottenere un riconoscimento per la loro dignità di lavoratori disoccupati. Sono riusciti ad arrivare a tavoli di concertazione molto in alto, in regione e al ministero del lavoro. Sono riusciti a far rinnovare per un altro la mobilità e, tra non molto ci dicono, saranno in grado proporre addirittura un progetto per una economia alternativa in questa provincia. “Ci hanno detto che sappiamo lamentarci ma che non siamo propositivi – spiegano – ma presto si ricrederanno”. Il risultato di Vertenza Frusinate è unico nel suo caso: sono riusciti a far riconoscere l’area di Frosinone come area a forte complessità per la crisi economico lavorativa (senza questo riconoscimento non sarebbe arrivata neanche la nuova mobilità), si sono confrontati con alti funzionari dello stato, senza che vi fosse intercessione né di politica né di sindacati.

In barba a quello che il burocratico e macchinoso reddito di cittadinanza, che probabilmente sarà riconosciuto a pochi, considerate le clausole e i paletti che contiene, stanno iniziando una petizione per la presentazione di una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito. I lavoratori però non vogliono essere pagati senza lavorare. “Dopo la chiusura delle nostre aziende – ha spiegato uno di loro – se ci avessero detto: da domani non avrete più questo lavoro ma andrete a fare lavori più umili, noi ci saremmo andati, ma non ci è mai stata data alcuna possibilità”. Nel chiedere il reddito minimo garantito comunque fanno riferimento ai modelli del nord Europa, dove c’è la flexsecurity, una sorta di mobilità in cui i lavoratori rimasti inoccupati, percepiscono comunque un reddito, frequentano corsi di formazione per essere riconvertiti nel mondo del lavoro con altre mansioni.

Il lavoro è un diritto, ma per molti politici questo concetto, sancito dalla Costituzione, è morto da anni. I politici di spicco in questo territorio sono stati più volte coinvolti nelle questioni del lavoro e della disoccupazione, ma hanno dimostrato di essere completamente disinteressati e, a volte, anche poco competenti. Di fatto non hanno tutelato la dignità umani di questi lavoratori senza occupazione. Chi si è opposto al reddito minimo, non ha fatto i conti con queste persone: ci sarebbe da chiedere se sono riusciti a guardare mai negli occhi un disoccupato, a percepire le ferite alla dignità di queste persone, se sono mai riusciti a comprendere quale umiliazione sia per un padre di famiglia non riuscire a sostenere i propri cari. Evidentemente no, altrimenti la politica in questo territorio avrebbe dato risposte, mostrando almeno un minimo di interesse… per le competenze, beh… non si possono fare miracoli.

Continueremo a parlare di lavoro e di numerose altre questioni il 1° dicembre a Frosinone nell’Assemblea per la Democrazia e l’Uguaglianza (convocata per le ore 17 nel salone dell’Amministrazione provinciale), non nascondendoci e non nascondendo i fatti. La disoccupazione è un problema e come tale va affrontato per essere risolto. Per quel che ci riguarda: guai a non divulgare informazioni su questioni così delicate per questo territorio.
25 nov 2017

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Discutendo di Democrazia e Uguaglianza a Frosinone

Verso il 1dicembreMercoledì 22 novembre 2017 alle ore 17,30 presso la Saletta Centro delle Arti in Via Matteotti 2 si è svolta l' «Assemblea popolare "Noi di qua sotto" siamo stanchi di essere calpestati da un’èlite politica annoiata. Per noi di qua sotto, tutela della salute, accesso pubblico all’acqua, valorizzazione dei beni archeologici, devono essere assicurati con l’integrale applicazione della Costituzione. Sono invitati: Cittadini, Associazioni, Movimenti politici e sindacali .... comprese le èlite interessate.»

L’incontro è stato indetto nel quadro delle iniziative promosse dal sito d’informazione UNOeTRE. It e dal quotidiano “L’Inchiesta”, nella condivisione di un percorso che si snoda in tutta la Provincia di Frosinone con gli appuntamenti di Sora (18 novembre), Cassino (24 novembre), Anagni (25 novembre) finalizzati all’individuazioni delle criticità e delle necessità impellenti nel territorio. Le conclusioni di questo dibattito verranno proposte ad un’assemblea plenaria, che si terrà il prossimo primo dicembre presso il salone di rappresentanza della Provincia di Frosinone, a cui è stata invitata, anche, l’avvocata Anna Falcone, promotrice assieme allo storico dell’arte Tomaso Montanari, del movimento “Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza".
L’assemblea di ieri, coordinata da Ivano Alteri, redattore di UNOeTRE.it, ha ascoltato 3 relazioni che hanno visto impegnati, Severio Lutrario sui temi dei beni comuni e l’uso delle risorse idriche, Francesco Notarcola sulle criticità della sanità qui in provincia e nel Lazio e Luca Oropallo che ha illustrato il lavoro di ricerca e sensibilizzazione per la tutela dei beni archeologici presenti nel territorio del capoluogo.

Dalle questioni della rescissione del contratto con Acea all’attuazione della legge 4 del 2015 che delinea nuovi bacini idrografici con “l’obiettivo imprescindibile di favorire le condizioni per la definizione e lo sviluppo di un governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato dell’acqua, in grado di garantirne un uso sostenibile e solidale”, si è giunti ad una interessante illustrazione assistita dalla presentazioni di slide, del lungo lavoro e non senza risultati, per iniziare a tutelare le testimonianze archeologiche della città. L’intervento di Francesco Notarcolaha avuto una particolarità, insieme ai danni che la progressiva privatizzazione della sanità sta portando, privando i più deboli delle cure necessarie, ha voluto mettere il dito nella piaga delle piaghe. «Perché non si riesce a costruire la necessaria unità di intenti e di iniziative né nei movimenti né nell’individuazione di un nuovo soggetto politico che assicuri la doverosa rappresentanza politica ai diritti feriti sul lavoro ed in economia e ai disagi dei più deboli?»

Nell’introduzione di Ivano Alteri, con intelligente sincerità, era stata indicata una diversificazione che si sarebbe presentata durante l’incontro: chi avrebbe proseguito verso l’appuntamento del 1° dicembre nel tentativo di trovare nuove risposte alla possibilità di rappresentanza politica unitaria e chi invece si sarebbe fermato solo all’enunciazione delle necessità, insopprimibili, della protesta e dei movimenti.

L’attuazione dei diritti costituzionali, il rinnovamento di questa società ingiusta e penalizzante per chi lavora e per i più deboli hanno bisogno di proteste, movimenti, ma anche di una forza che sappia sostenere le loro ragioni nelle Istituzioni, chiaramente alternativa a tutti i partiti che in salse diverse promuovono e affermano politiche neoliberiste, mortificanti la partecipazione democratica e i diritti di uguaglianza.

Queste due gambe sono indispensabili per muoversi ed avanzare. Se mancano, tutto resta com’è e ci si condanna al suicidio. Il confronto è assicurato, nel rispetto di tutto le posizioni. Speriamo che vada avanti e porti risultati.

Un pensierino che arriva assistendo all'incontro:

«Il 55% degli aventi diritto al voto in Italia, non vota. Il 45% che vota, determina per tutti gli altri, non solo. Domanda: Basta solo il 40% di quel 45% per gestire tutto grazie ad una legge scellerata? Sapete quanto è quel famoso 40% ? E' appena il 18% dell'intero corpo elettorale?

Non può continuare così. Chi vuole cambiare non è rappresentato.»

Frosinone 22 novembre 2017

 
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Cos'è l'inclusione?

PinaIsopo 350 260 minSabato 18 novembre si è svolto il primo degli incontri in preparazione dell’assemblea per la Democrazia e l’Uguaglianza che si svolgerà a Frosinone il 1° dicembre prossimo nel Salone della Provincia di Frosinone. Presieduto e coordinato da Nadeia De Gasperis ha ascoltato otto interventi sul tema della "inclusione sociale". A tutti coloro che sono intervenuti abbiamo offerto le colonne de L’Inchiesta e di UNOeTRE.it per pubblicare integralmente quanto da loro detto.

La professoressa Pina Isopo ha accolto subito l'invito e messo a disposizione il testo con cui ha partecipato al dibattito e così ci parla di sé e del suo impegno: “quando avevo circa 25 anni mi sono trasferita in Francia con i miei figli, ho imparato la lingua francese che non conoscevo minimamente, ho insegnato italiano presso il Centro Kiron di Parigi, ho collaborato con l'Ambasciata somala di Parigi ed anche con l'ex Ambasciatore Samantar per la redazione di articoli, testi da pubblicare ecc. .
Circa 6 anni dopo sono tornata a Sora ed ho creato il Centro Agorà Lingue (lingue straniere, traduzioni, interpretariato, soggiorni studio all'estero ed il primo soggiorno studio di stranieri -venuti da diversi paesi europei per apprendere l'italiano- in Ciociaria. Ho collaborato per alcuni anni con Amnesty International.
Ho vinto un concorso, sono entrata nella scuola pubblica e adesso sono quasi vent'anni che insegno italiano per stranieri nel CTP ora divenuto CPIA.

 

Buonasera.
Ho saputo che qualcun altro parlerà dell'importanza della conoscenza della lingua italiana, quindi non mi dilungherò sull'argomento, anche se da diversi anni insegno proprio italiano per stranieri.
Conoscere l'italiano è importante per tutti noi, ma è fondamentale per gli stranieri. Don Milani ha detto che senza il possesso della lingua non c'è riscatto possibile. E' vero. E ha detto anche che la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo, ma sul grado di cultura.
E anche se coloro che alcuni miei amici chiamano simpaticamente scimmie urlanti aizzano la gente con lo slogan "prima gli italiani", dobbiamo riconoscere che i più poveri tra i poveri sono questi migranti, i miei alunni, che arrivano sui barconi.
Altri li fermano nei lager della Libia, lager finanziati da noi italiani-brava-gente così gli italiani¬brava-gente non vedono gli sbarchi e tutto va bene in Italia.
Ho già avuto occasione di dire che secondo me non è razzismo questo. Se arriva in Italia qualche principe arabo musulmano, gli facciamo pure l'inchino e ci mettiamo a disposizione. Non parliamo di invasione né di terrorismo perché è ricco.

Il problema quindi non è la razza e non è neanche la religione: sono i soldi. Allora non dovremmo parlare di razzismo, ma di CLASSISMO.

Quel classismo che aveva trasformato le nostre scuole in un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati, come diceva Don Milani.
Ho detto aveva trasformato per ragioni di ottimismo.
L'argomento del nostro incontro è l'Inclusione, quindi vediamo come siamo arrivati a parlare di inclusione.
In Italia hanno abolito le classi differenziali nel 1977 ed hanno contestualmente iniziato a parlare di Integrazione, ossia l'inserimento di portatori di handicap nelle classi normali al fine di eliminare ghettizzazioni che, invece di rimuovere le discriminazioni, le rendevano permanenti.
Fra gli anni 80 e 90 si parlava ancora di integrazione, ma stavolta riferendosi ai bambini immigrati. Si diceva integrazione ma si intendeva omologazione, assimilazione culturale, un po' come i famosi bambini africani di ex colonie francesi che dovevano recitare nos ancétres les Gaulois... (i Galli nostri avi)
In ogni caso, il senso era : facciamo entrare nelle classi normali bambini a cui manca qualcosa (alunni disabili, alunni con disturbi dell'apprendimento, con deficit di linguaggio, con deficit della coordinazione motoria, con svantaggio sociale e... bambini stranieri). E' chiaro: agli stranieri manca la conoscenza della lingua italiana, quindi, con direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012, il MIUR li ha anche inseriti nei BES (Bisogni Educativi Speciali) insieme ai ragazzi disabili o con gravi disturbi dell'apprendimento.

Io lo considero uno schiaffo sia per gli uni che per gli altri se si considera che questa disabilità, questo svantaggio potrebbe essere curato, come in altri paesi europei, con un corso intensivo di lingua italiana prima dell'ingresso nella scuola normale. Ma evidentemente non è una soluzione accettabile. Meglio inserirli di punto in bianco nelle classi e poi chiamarli BES.Sora 18nov17 350 260 min

Cos'è l'inclusione

Dopo il termine Integrazione si è passati al termine, mutuato dalla pedagogia anglosassone, di INCLUSIONE, anche questo diretto inizialmente agli alunni disabili e poi, per affinità ministeriale, agli stranieri.
Prima di cercare di capire cosa è Inclusione, vorrei provare a dire cosa per me NON è inclusione :
_ Non è inclusione la legge che prevede che i migranti non possano lavorare in attesa di sapere se la richiesta di asilo politico o di protezione internazionale è stata accolta o meno Non è inclusione la legge Minniti — Orlando (quella che facilita le espulsioni) che cancella il terzo grado di giudizio solo per i migranti e che prevede che facciano lavori socialmente utili gratuitamente
_ Non è inclusione fare le barricate per respingere 12 donne africane, come è successo nella civilissima Brianza, mi sembra
- Non è inclusione incendiare alloggi destinati ai richiedenti asilo e non lo è neanche lasciare i migranti in mezzo alla strada dopo che l'asilo l'hanno ottenuto
- Non è inclusione sfruttare i fondi destinati ai migranti per arricchirsi e poi farli vivere in condizioni indegne, come ho visto in alcune strutture
- Non è inclusione una legge che dichiara reato la clandestinità
- Non è inclusione dividere in mondo in NOI e LORO, anche perché noi siamo stati loro e ce
ne dimentichiamo facilmente.
Infatti, a parte l'emigrazione italiana nei vari paesi ricchi, dove ognuno di noi attualmente ha parenti, c'è stata anche l'emigrazione italiana in nord Africa, e questo non tutti lo sanno. Tra 1'800 e il 900 c'è stata l'invasione (per usare un termine alla moda) della Tunisia. Gli italiani scappavano dalla fame.
Apro una parentesi : oggi, di nuovo, anche non c'è nessuna guerra e nessuna carestia, moltissimi nostri giovani vanno a cercare lavoro all'estero, e giustamente diciamo che vanno a cercare migliori condizioni di vita. Per una logica poco comprensibile, lo stesso ragionamento non si applica ai giovani che arrivano qui. Misteriosamente quelli, che realmente scappano dalla guerra e dalla carestia, invadono e rubano il posto di lavoro ai residenti...
Tornando alla Tunisia, all'inizio del '900 c'erano oltre 100 mila italiani su una popolazione di poco più di 1 milione di abitanti. Claudia Cardinale è nata a La Goulette, vicino al porto di Tunisi, dove i nostri compatrioti avevano creato una grossa comunità. Abituati alla tolleranza, i tunisini non hanno avuto niente da ridire su quella presenza massiccia di stranieri e non ci sono stati problemi.
- Infine, non è inclusione neanche quello che accade in questa città dove un pubblico servizio, la scuola, è stato interrotto nel silenzio generale e dove viene negato il diritto allo studio garantito dall'articolo 34 della Costituzione... In questo periodo siamo ospiti gratuiti e persino graditi dell'Associazione Il Faro, che ringrazio con tutto il cuore. Infatti la mia scuola, il CM, non ha una sede. Abbiamo più di 500 iscritti e non abbiamo una sede. Forse questa amministrazione non ritiene urgente ottemperare ai suoi doveri visto che si tratta di migranti...

Insegnare a fare, salvare le tradizioni e dare una professionalità

E allora, cosa potrebbe invece essere Inclusione ?
In un seminario che ho seguito a La Spezia ultimamente, ho visto che hanno realizzato un progetto interessante: hanno fatto in modo che gli anziani insegnassero ai migranti come si fanno i muretti a secco, un lavoro che stava sparendo perché non voleva farlo più nessuno. Hanno salvato una tradizione, un mestiere necessario da quelle parti e hanno dato una professionalità ed un lavoro ai migranti.
Non potremmo farlo anche da noi ? Quanti mestieri stanno sparendo, quante botteghe artigianali stanno chiudendo per mancanza di manodopera ? Nella mia scuola -che ora non c'è- arrivano, tra gli altri, agricoltori, artigiani, sarti, operai specializzati. Non abbiamo niente da salvare, ripristinare, far rinascere nelle nostre città, nei nostri paesi, nei nostri centri storici formando contemporaneamente molti dei futuri italiani ?
Penso che le possibilità siano tante. In altri posti stanno ripopolando piccoli paesi destinati a sparire con famiglie - che chiedono solo di vivere e di guadagnarsi la vita dignitosamente - provenienti dal Maghreb, dalla Siria, da altri paesi devastati.
Non sarò certo io a trovare soluzioni, ma credo di poter dire che alla base di tutto ci sono la conoscenzana per tutti, la conoscenza della lingua per gli stranieri, la tolleranza, l'umanità e una visione intelligente della società. Queste mi sembrano le uniche chiavi per attuare l'inclusione.

 
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Democrazia e Uguaglianza: le ragioni di Tomaso Montanari

TomasoMontanari 350 260di Tomaso Montanari - Il Brancaccio si ferma. Per ripartire.

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.

E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronucniato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

Tomaso Montanari

 
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Anna Elisa De Santis: Aderisco al Manifesto - Appello per la democrazia e l’uguaglianza

disagisociali protesta mindi Anna Elisa De Santis - Aderisco al Manifesto-Appello per la democrazia e l’uguaglianza, assemblea provinciale di Frosinone ed esprimo le ragioni dell’adesione.

L’Appello ha nella sua premessa che l’Assemblea provinciale di Frosinone sarà in linea con i contenuti dell’Assemblea del Brancaccio, che si è tenuta a Roma il 18 giugno per promuovere la costituzione di un’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, di seguito ho potuto leggere i contenuti. Ho letto anche i dieci punti programmatici dal sito web che all’Assemblea di Roma sta dando seguito.

Quanto all’ambiente, che è tema a me caro, c’è un approccio diversificato nell’elaborazione, sintetica nell’Appello provinciale, articolata attorno a nodi strategici nell’Appello nazionale. La sinteticità dell’elaborato locale sul punto mi ha colpita, devo dirlo con franchezza, vista la preminenza del problema nella nostra zona. C’è il rischio della genericità, dell’opzione di principio che scivola sulla pelle del programma politico senza lasciare il segno. Un rischio, che come tale può essere evitato. Quanto all’elaborato nazionale io credo che dovrebbe contenere la focalizzazione del problema ambiente in un Punto specifico di programma. La questione ambientale, perché ormai di questo si tratta, è il discrimine su cui si definisce lo statuto degli enti politici che si vanno costruendo e sarà dirimente anche per la costruzione di alleanze in vista delle elezioni politiche e delle altre occasioni elettorali future.

La tutela del lavoro e l’idea stessa di diritto al lavoro, che non esclude ma completa quella del diritto a vivere dignitosamente per chi il lavoro non lo ha o lo ha incerto, come è drammaticamente nell’area frusinate, è connessa intimamente con quella ambientale. Sia la tutela del lavoro che la tutela ambientale hanno origine nella responsabilità che abbiamo verso l’ambiente e verso i lavoratori. La responsabilità nei confronti dei lavoratori è fondata sul nostro appartenere all’umanità secondo i principi e le regole conquistate attraverso lotte durissime, secondo pensieri di libertà prodotti nel vivo di immense fatiche intellettuali, difesi senza risparmio di sé da persone e popolazioni nella storia umana, fino alla contemporanea Resistenza antifascista e successivamente. La laicità è il perno su cui si costruisce il futuro, valore coinvolgente per credenti e non credenti, fedi diverse, non appannaggio di una parte migliore di altre, ma enzima della crescita culturale diffusa.

Esso è in particolare il cardine del processo di liberazione della donna, contraddetto nel frusinate da scelte di lungo periodo di svuotamento di strutture essenziali per l’empowerment femminile, come i consultori, dalla difficoltà nella mobilità pubblica o condivisa nelle città e nei paesi, dalla limitatezza dei servizi sociali e dalla contrazione delle opportunità di lavoro. Un insieme di fatti che richiedono l’urgente attivazione delle forme di promozione dei contenuti di autodeterminazione e libera scelta, nei processi produttivi e nella vita di relazione personale, per contrastare con più efficacia la violenza contro le donne. La responsabilità nei confronti del mondo che dovremo restituire alle generazioni future almeno come lo abbiamo abitato, è un impegno da molto tempo acquisito nei documenti internazionali fin dal Rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo del 1987. Dare seguito al Rapporto Brundtland nel frusinate, può significare oggi riconoscere il ritardo rispetto a quel documento, non rispetto ad una specifica norma o regolamento, ma al documento nel suo senso, perché troppo nel frusinate è stato invaso nel senso dell’irresponsabilità.

Poiché il soggetto di principale incidenza è quello d’impresa, la riappropriazione del Rapporto potrà avvenire a partire da esse, dalla loro partecipazione attiva ai progetti di attuazione del Rapporto, non ancillare rispetto ai programmi di crescita del profitto aziendale, che, per la perdurante instabilità dei risultati in zona, omogenea in tutta l’area, richiede ormai la presa di coscienza della necessità di un asse strategico sulla base della realtà territoriale, esito di inquinamenti reali e non solo percepiti. Territorio potente per risorse naturali e disponibilità onesta al lavoro, non solo per sé ma anche per le generazioni a venire. Questa, che è una tradizione, la famiglia ciociara, può diventare un valore di eccezionale forza lavorando per la liberazione della relazione d’amore da moduli rigidi, guardando alle possibilità da offrire alla tranquillità di relazioni d’amore nel contesto di iniziative per il recupero del territorio insieme alle imprese, ma senza confusione sui doveri d’impresa. Secondo un’etica rispettosa di uomo e ambiente, istituzioni, che ha ragioni vive nella Costituzione, in costante dinamicità come è per l’esperienza umana di ognuno, uomo o impresa che sia.

 

Parteciperò all’Assemblea volentieri, perché la realtà politica nazionale che si va creando con la spinta del movimento per l’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza promosso da Anna Falcone e Tomaso Montanari, sia forte anche dei contenuti emergenti dalla realtà frusinate, tanto nella sostanza che nel metodo. Perché anche il metodo è importante. Un’Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza deve avere metodi democratici nel suo vivere quotidiano e strategico. La democrazia di una formazione politica non è un lusso, ma la garanzia stessa di esistenza. Significa rispetto tra le persone, rispettarsi come parte di un impegno, con limpido dire e fare. Diversamente, sarebbe solo un progetto esclusivo ed escludente la popolazione che onestamente si incontra e si unisce per affrontare con più forza e tranquillità il proprio presente e cercare di far bene per il futuro. Di conseguenza, un punto fermo sarà la chiarezza delle parole, la lealtà delle parole e il rifiuto della violenza nel linguaggio, nel metodo, il rispetto della coscienza.

Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno proposto con linguaggio chiaro un’idea di sinistra aperta al respiro inquieto, al sudore della fatica, della terra o del computer inesorabile sulla schiena di chi digita dati o quanto di altro possa essere digitato, per lo più da free tanto per dire. Una sinistra che è di conforto a chi vive la sofferenza della malattia, la difficoltà delle malattie lunghe, quelle con cui una parte sempre più ampia della popolazione deve “convivere”, così si dice con ineffabile leggerezza. Come, con quali mezzi, con quali strutture, in quale condizione nella modificata relazione nei contesti sociali? E in una provincia senza strutture di mobilità pubblica, dove finisce la dignità dei più fragili? Un abisso tra il nord e il sud del Paese, una frontiera tra le città e i paesi, le periferie, dove più schiacciante è il peso delle diseguaglianze. Il linguaggio di Anna e Tomaso è vicino a quello che si parla ogni giorno, ma non è sottoposto al senso comune, della cui pericolosità già Gramsci avvertiva. E’ agli antipodi del metodo usato nei confronti del Senatore Pietro Grasso dal PD.

La pressione pesante esercitata nei confronti del Presidente del Senato è propria della deviata concezione della preminenza della decisione di partito rispetto ai principi dello Stato, alle regole, alla coscienza, anche professionale. Dunque, è bene non aspettare ancora, se un metodo di tal fatta ha potuto trovare applicazione nei confronti della seconda carica dello Stato. Per la democrazia anche nel metodo, è un obiettivo a cui cercherò di dare l’impegno che posso, e per l’uguaglianza, consapevole che l’uguaglianza non accetta schemi perché tante sono le forme possibili della disuguaglianza, della discriminazione. Anche nel territorio di Frosinone, dove la vita sa essere durissima quando il profilo della democrazia sfuma in lontananza. Anna Elisa De Santis

 
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La spiaggia di Barcellona

barcellona 4 mindi Anna Elisa De Santis - «Quelli che seguono sono versi legati a un pensiero che mi preme in questi giorni, come è per tanti di noi.

Parlo della Spagna, che non è una romanticheria, ma una parte attiva del nostro presente e che rischia di bruciare la sua democrazia in un rogo assurdo, troppo forte il richiamo alla violenza di Stato con tutti i suoi esiti anche nella dinamica politica.

Ma non sono solo "fatti loro".»

 

La spiaggia di Barcellona

Alle dieci del mattino
del decimo mese dell’anno,
il dieci ottobre alle dieci,
tutti i porti d’Europa
per un’ora,
tutti i porti saranno vicino a Portal de la Pau.

Alle dieci del mattino i treni,
tutti i treni d’Europa,
piccoli vagoni tra le massicciate
aride perse tra rovi e ginestre o fulminei
in gara col cielo,
insieme muoveranno le loro ruote
come se fossero su una sola carreggiata
nella Barcelona Sants.

E’ alle dieci del mattino
che si apriranno le porte, in un attimo
si apriranno le porte di tutti i musei d’Europa
che il loro cuore porteranno
sull’altare della Sagrada familia,
perché non si senta sola, a quell’ora squarciata
nell’orologio di ogni piazza,
di ogni casa sul Lungotevere chiaro di Roma.

Il sole d’Europa
si aprirà, poco prima delle dieci del decimo mese.
Il dieci ottobre il sole d’Europa si aprirà.
Le montagne d’Austria, le Alpi,
i Pirenei invaghiti di luce, scenderanno sulla spiaggia
per ricevere in dono semplici conchiglie,

lì dove il tempo le ha lasciate.
Sulla spiaggia di Barcellona, ci saranno conchiglie
e dolore.
Il mare porterà le conchiglie e il vento
condurrà il dolore muto di Auschwitz.
Da Auschwitz porterà il suo drappo nero
nelle mani minute
della bambina in attesa.


 barcellona 350 260 min

Aspetta, nella spiaggia dei turisti,
le bambine come lei,
chi con le trecce chi senza.
Avevano trecce nere sulle spalle,
le bambine di allora,
qualcuna mostrava una stella gialla sul petto,
prima che il buio la inghiottisse
e insieme a lei
il barlume della ragione e l’anima
di chi non volle vedere altro
che la sua sfrenata tristezza nello specchio
dei laghi limpidi d’Europa.

La bambina aspetta
sulla spiaggia di Barcellona
chi vorrà giocare con lei senza paura
della sua parlata e del suo ridere aperto,
lei non ne ha dell’altrui.
Lei che sa tenere tra le dita
la sabbia con cui aveva alzato castelli,
con piccole palette di legno,
la fata catalana.

Tutte le fate d’Europa
arriveranno in un soffio, perché
la bambina non resti sola.
Prima delle dieci del decimo mese dell’anno,
il dieci ottobre, saranno lì
per prendere tra le braccia e accarezzarla,
la terra grande, umida di vento atlantico, arsa di sale,
sfiorata dal gelo. Sparsa di pagine scritte
per sentire e parlare, parlarsi,
quando la voce non basta. In ogni grano di terra
è inserrata una lettera dell’alfabeto. Dalla terra
germinano racconti sapienti
che ognuno può sentire, se vuole. Di vita,
non di morte. Troppo breve è la morte e semplice.

Le fate d’Europa porteranno in dono
una penna leggera,
perché da Barcellona a Madrid
raccolgano il canto della vita,
con mani libere dalla violenza lo raccolgano.
Prima delle dieci del dieci ottobre
dell’anno che non sperderemo, il duemiladiciassette,
qualcuno lo raccoglierà quel canto
confuso alla terra e al suo cielo,
prezioso di lapislazzuli e diafane nuvole,
lo raccoglierà per darlo alle bambine
impazienti di gioco
sulla spiaggia di Barcellona.

Anna Elisa De Santis
Versi per la democrazia e la pace in Catalogna e nella Spagna tutta

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Adesioni all'Assemblea per la Democrazia e l'Uguaglianza - Frosinone

MovimentiLE PRIME ADESIONI CHE SONO ARRIVATE AL MANIFESTO-APPELLO DELL’ASSEMBLEA PROVINCIALE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA - FROSINONE (come si aderisce? Scrivendo un messaggio a o - non basta mettere "Mi piace" al post in questa pagina. Grazie) L’ordine dell’elenco vede in testa le più recenti e in coda le prime arrivate.

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Fiorenza Taricone Docente dell'Università di Cassino e del Lazio Meridionale; 17 nov '17 - Aderisco allo spirito dell'Assemblea provinciale per la democrazia come Docente Universitaria, innamorata della ricerca e dell'insegnamento, il cui primo sforzo quotidiano è resistere alla demotivazione che la Legge di Riforma delle Università, nota come Legge Gelmini, mi ha da tempo procurato. La democrazia del sapere è una delle poste in gioco del futuro, mentre il presente si traduce in una cultura universitaria per la formazione di nuove élites.

Anna Elisa De Santis, avvocata, Ceccano; 31 ott '17 - Aderisco al Manifesto - Appello per la democrazia e l’uguaglianza, assemblea provinciale di Frosinone ed esprimo le ragioni dell’adesione. (non sono di poche e si possono leggere su UNOeTRE.it

Bruno Barbona, funzionario dell'Archivio di Stato, già sindaco di Trevi nel Lazio 28 ott '17 - Invio la mia richiesta di adesione all' Assemblea Provinciale per la Democrazia e l'Uguaglianza, convinto che oggi più che mai, esiste la necessità di costruire tutti insieme, oltre le differenze che pure esistono e che possono essere non un motivo di divisione ,anzi una grande risorsa, un soggetto politico di SINISTRA, non solo per dar vita ad una nuova stagione dei diritti, per rimettere al centro del dibattito politico i temi del Lavoro della qualità della vita, e del governo politico degli accadimenti mondiali, a cui oggi assistiamo senza che gli stessi siano governati dalla politica. Ma anche e soprattutto per porre al centro dell'agenda i valori della politica moralità, solidarietà diritti.

Oreste Della Posta, funzionario delle F.S., Segretario della Federazione del Pci, 28 ottobre '17 - Come già detto al Direttore de L'inchiesta Stefano Di Scanno, ribadisco il mio interesse alla vostra iniziativa L'adesione è a titolo individuale.

Enza Belli, insegnante. Frosinone, 22 ott '17 - Buongiorno, desidero comunicare di aderire all'iniziativa che si terrà a Frosinone "un'alleanza popolare per la democrazia e l'uguaglianza ". Nel ringraziare i promotori per la sensibilità e l'impegno, formulo i più sentiti auguri di una piena riuscita dell'evento che sappia toccare le menti e il cuore di tutti e tradursi in una elevata qualità morale di cui il nostro territorio, così profondamente ferito, ha disperato bisogno.

Ivano Alteri, consulente del lavoro, Frosinone; 12 ott '17

Simone Sambucci, Cassino 11 ott '17 - Desidero aderire all'assemblea. Resto in attesa della data e del luogo in cui si terrà.

Romeo Fionda, architetto, Cassino 8 ott '17 - Nel nostro Paese permangono ampie fasce di ingiustizie, di precariato, di anziani costretti a lavorare, di giovani costretti ad emigrare, di persone che non si possono curare e poi leggi fatte per vanificare il voto dei cittadini. Tutto questo è frutto, in parte, anche della sinistra dei nostri fallimenti. È una verità amara. Solo una grande discussione pubblica, in cui siano protagoniste e protagonisti chi vive e combatte l'Italia della disuguaglianza e che avanzi le proposte per il futuro potrà aiutarci per riconquistare credibilità, con e senza partito o partitino, ripartendo dai valori di base. Romeo Fionda

Paola Bucciarelli docente precaria,Sezze 5 ott'17 - Condivido il progetto e penso ci sia bisogno dell' impegno e della partecipazione di tanti.

Pasquale Caggiano, funzionario della Polizia di Stato in pensione, di Sinistra Italiana, Frosinone, 4 ott 17- Aderisoco all'Assemblea per la Democrazia e l'Uguaglianza  Frosinone

Bruna Caruso, 4 ott '17 - Comunico la mia adesione all'appello per l''ASSEMBLEA PROVINCIALE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA. Saluti, Bruna Caruso

Giuseppe Antonelli, giornalista de L'Inchiesta 3 ott '17

Aniello Varsavia, studente universitario 1 ott '17 - Buongiorno, voglio aderire al manifesto-appello dell'assemblea provinciale per la democrazia e l'uguaglianza. Ho il domicilio a Cassino e sono uno studente universitario. Il mio nome è: Aniello Varsavia

Guglielmo Madde' operaio e consigliere comunale prc di Esperia, 1 ott '17 - Aderisco con entusiasmo

Sanguigni Osvaldo, giornalista e scrittore. 1 ott '17 - Aderisco, auguro successo

Forletta Carlo, residente a Sora e attualmente disoccupato, militante di Rifondazione Comunista. 30 set ‘17 - Do la mia adesione all'assemblea da voi convocata. Saluti rispettosi e buon lavoro

Dionisio Paglia, funzionario della Regine Lazio, coordinatore dei comitati per il No 27 set '17

Annunziata Sanseverino, docente di ingegneria informatica dell’Università di Cassino e de Lazio Meridionale, 27 set’17

Paolo Ceccano Segretario provinciale Federazione Prc-Se, 27 set 17 “Aderiamo con convinzione”.

Virgino (detto Gino) Rossi disoccupato, di Vertenza Frusinate. Disoccupati uniti

Angelo Costanzo, avvocato, Cassino 25 set 17

Renata Di Pede, disoccupata, Sora (Fr) 23 set 17 Parteciperò perché il mio futuro è quello dei miei cari dipende dalle decisioni che verranno prese ed è fondamentale avere una classe dirigente adeguata.

Anna Maria Bellisario, Sinistra Italiana, sinistra Unita Sora, Sora (Fr) 22 set 17 Mentre i media parlano di sinistra riferendosi al PD, il Pd non ha niente a che vedere con la sinistra, le sue leggi vanno nel senso opposto ai valori radicati nella sinistra. C’è bisogno di una sinistra unita, che si faccia carico dei problemi delle persone e reclami visibilità dalla stampa e dai media. C’è bisogno di riaffermare i principi di diritto al lavoro, alla scuola, alla sanità, al rispetto della vita e della dignità delle persone, siano esse italiane o provenienti da altri Paesi. Ma per questo la sinistra non può continuare a dividersi in mille rivoli. Una sinistra forte che abbia la forza anche nelle istituzioni di combattere il renzismo, il grillismo, il salvinismo e il berlusconismo, il qualunquismo. Per questo aderisco con convinzione al vostro appello.

Angela Mancini, lavora presso Azienda sanitaria Locale Frosinone, di Isola del Liri 22set17 Aderisco con convinzione all'appello e ringrazio i promotori. La parola chiave oggi è DEMOCRAZIA. Diritti uguali per tutti e tutte, sevizi pubblici efficienti ma in primo luogo l'emergenza è quella del lavoro. Senza lavoro non c'è dignità. Senza lavoro le persone sono ricattate dai capibastone che controllano ciò che resta dei partiti. In provincia di Frosinone è evidente che i "signori della politica" traggono giovamento da una situazione di estrema difficoltà in cui versano le persone che in tal modo sono purtroppo ancora più ricattabili. La vera sfida è quella di dare speranza a chi oggi non ne ha e per farlo occorre riparte dalla democrazia e dai diritti. Nadeia De Gasperis Lavora presso RVM Hub, redattrice di unoetre.it, Sora 21 set 17

Valerio Ascenzi Insegnante, Anagni; 21 set 17

Paola Frascone insegnante di scuola primaria Sora 21 set 17. Aderisco volentieri a questa assemblea, c'è bisogno di partecipazione, di cercare risposte, di domande ne abbiamo fin troppe, la Costituzione è la Risposta, bisogna lavorare per far sì che venga rispettata ed applicata, avremmo tutti i diritti che Essa ci garantisce, ma non dimentichiamoci anche dei doveri di ognuno. Grazie per l'invito, parteciperò molto volentieri, ottima iniziativa, Grazie ancora.

Paola Serra, insegnante scuola secondaria, Sora. 21 set 17 Ho letto l'appello e ne condivido ogni punto, come potrebbe essere altrimenti? Credo che di fondo sia necessario ricreare una coscienza civile, impegno difficilissimo, e agire soprattutto nelle scuole, in tutti I contesti educativi. Il disagio economico spesso, e lo vediamo, è solo un alibi: servono senso civico e rispetto della legalità.

Angelino Loffredi, già sindaco di Ceccano, redattore di UNOeTRE.it, 20 set 17

Giuliano Sera musicista 20 set 17 - Aderisco volentieri alla vostra iniziativa. Spero che si riesca a costruire un progetto in grado di ridare una speranza a tanti delusi da questa politica e da questa evanescente sinistra.

Ernesto Cossuto insegnante Cassino 19 set 17 Marco Maddalena, Lavora presso Servizi per il lavoro e politiche giovanili, Segretario Federazione provinciale di Sinistra Italiana 17 set 17

Alberto Carè consulente industriale, Frosinone 9 set 17 -

Aderisco e cercherò di essere presente Mauro Meazza, insegnante scuola secondaria, Anagni 9 set 17 -Disperatamente interessato ad un futuro diverso, comunico la mia adesione all'Assemblea in oggetto. Un saluto di buon lavoro Si può aderire da questa pagina o scrivendo a e a

https://www.unoetre.it/politica-e-economia/iniziative/item/5041-adesioni-all-assemblea-per-la-democrazia-e-l-uguaglianza-frosinone.html

 

 
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Assemblea Provinciale per la Democrazia e l’Uguaglianza

alleanzapopolarelogo minI promotori in provincia* - Assemblea Provinciale per la Democrazia e l’Uguaglianza - Provincia di Frosinone
Forti del risultato del referendum costituzionale, convochiamo un’assemblea in linea con quella che si è svolta il 18 giugno al teatro Brancaccio di Roma.
Siamo convinti che il referendum sia stato uno spartiacque: ha dimostrato che milioni di italiani credono ancora al voto, alla partecipazione democratica, ai principi della costituzione. Nonostante ci stiamo distinguendo anche noi italiani per la crescente astensione elettorale, il 4 dicembre ha dimostrato che se la spinta propulsiva di una proposta da votare è sufficientemente motivante, il popolo dell’astensione si reca alle urne. E vota contro una deforma che avrebbe legittimato una decurtazione della partecipazione democratica alla decisioni politiche. Siamo, perciò, convinti che il popolo degli astenuti, di chi non trova rappresentanti in cui riconoscersi, è costituito principalmente dalle vittime del neoliberismo, delle diseguaglianze sociali ed economiche da esso prodotte. Questo popolo, se tornasse a votare, potrebbe indurre un profondo cambiamento nei rapporti di forza in Parlamento, garantendo un’inversione netta delle scelte politiche, nella direzione indicata dalla nostra Costituzione in ogni sua parte, e che ha il suo autentico sigillo nell’articolo.

Restituire rappresentanza e dignità civile a quella metà del paese che non ha più voce

Si tratta dunque di ridare nuovo slancio allo spirito della costituzione: riportare alla luce il popolo dei senza voto, restituire rappresentanza e dignità civile a quella metà del paese che non ha più voce. Per fare questo dobbiamo riconoscere le specificità del nostro territorio, farlo parlare attraverso l’attenzione e l’analisi dei suoi drammi, delle sue diseguaglianze, dei suoi migliaia di cittadini di fatto espulsi dalla politica. A noi sembra che l’appello di un’alleanza per la democrazia e l’uguaglianza risponda alle esigenze reali della nostra provincia, che la politica politicante, chiusa nell’ autoreferenzialità delle tattiche di potere, non riesce più a intercettare né a risolvere. platone

Dare voce al disagio diffuso in questo territorio: Numero uno, la disoccupazione

Ci interessa innanzitutto dare voce a questo disagio, a una terra senza lavoro, senza acqua, gestita privatamente dalla società Acea, nonostante il referendum del 2011, ma con montagne di rifiuti in permanente emergenza ambientale. Ci preme portare alla luce le sofferenze di una terra dove esisteva una grande concentrazione industriale, attualmente ridotta a un deserto lavorativo; dove i dati sulla disoccupazione e inoccupazione, specie giovanile, sono allarmanti e apparentemente senza soluzione; dove il sistema sanitario è stato taglieggiato e contratto determinando congestione ed inefficienza del polo ospedaliero del capoluogo.

Diritto allo studio vero per tutti

Il diritto allo studio è minacciato non soltanto dalle contraddizioni della legge 107/2015, da piani assunzionali insufficienti, ma anche dalla drastica riduzione degli investimenti nella scuola producono crescente incertezza nella copertura dell’organico, e nel quale si registra una drammatica carenza di mediatori culturali, in un territorio dove in molte scuole sono presenti figli di migranti, che avrebbero estremo bisogno di integrazione linguistica e culturale. Per non parlare del polo universitario di Cassino, che lungi dall’aver trovato radicamento e interazione nel sistema istituzionale e gestionale del territorio, appare ancora come un’isola sganciata dalle problematiche sociali del suo contesto.

Trasporti efficienti a costi abbordabili o gratuiti

Connesso al tema dell’istruzione è il sistema dei trasporti pubblici, non adeguato alla diffusione delle scuole sul territorio della provincia, ove il pendolarismo è fenomeno quotidiano, ma sconta un inadeguato servizio sia su gomma che su rotaie.

Risanare l’ambiente

Da ultimo, ma non per minore importanza, né urgenza, un ambiente naturale che sconta una gestione irresponsabile del ciclo dei rifiuti, nonché un rispetto delle norme sugli scarichi industriali del tutto opinabile e altamente rischioso per la salute dei cittadini. uguaglianza
Per una forza politica che riporti la giustizia e l’uguaglianza al centro di un progetto di ricostruzione dello stato sociale
Per queste ragioni, proponiamo momenti aperti di discussione, analisi, proposte, in vista della formazione di una forza politica che riporti la giustizia e l’uguaglianza al centro di un progetto di ricostruzione dello stato sociale, che sostenga e difenda il diritto del lavoro, di chi ce l’ha e di chi non ce l’ha, e di chi sta addirittura rinunciando a cercarlo; della sanità e scuola pubblica e gratuita, del valore della cultura e della formazione; dell’ambiente, dei diritti dei migranti e della lotta alle mafie
Intendiamo perciò convocare un’assemblea, larga e includente, un’alleanza di popolo a cui dare reale rappresentanza, mettendo dietro le spalle una stagione di identitarismi, divisioni e personalismi, che hanno appunto portato la sinistra in Italia ad essere frammentata e inadeguata al mondo che cambia.

Verso il voto del 2018

Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, lavoratori e pensionati, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di garanzie e di prospettive, a causa di una crescente riduzione della sfera dei diritti.
L’assemblea che intendiamo a convocare si terrà in Novembre a Frosinone. Sarà preceduta da momenti di incontro pubblici nelle città di Anagni, Cassino, Frosinone, Sora, ove discuteremo insieme, rispettivamente di: Lavoro, Beni culturali, Beni Comuni e Sanità, Immigrazione.
Collaboreranno con noi docenti e studenti dell’università di Cassino e tutti coloro che risponderanno al nostro appello.

 

Promotori

I giornali L’Inchiesta quotidiano e UNOeTRE.it tramite i loro Direttori Stafano Di Scanno e Ignazio Mazzoli. Daniela Mastracci redattrice di UNOeTE.it, Fausto Pellecchia docente universitario di Filosofia, in pensione. Hanno comunicato la loro adesione: Mauro Meazza, Anagni, docente di liceo; Alberto Carè, Frosinone, avvocato Consulente industriale; Ernesto Cossuto, insegnante; Luciano Granieri, giornalista e insegnante; Marco Maddalena, Segretario Federazione provinciale di Sinistra Italiana; Giuliano Sera, musicista; Paola Serra, insegnante scuola secondaria, Sora; Paola Frascone insegnante di scuola primaria Sora; Angela Mancini, lavora presso Azienda sanitaria Locale Frosinone, di Isola del Liri; Anna Maria Bellisario, Pensionata, Sinistra Italiana, sinistra Unita Sora, Sora; Renata Di Pede, Disoccupata, Sora; Angelo Costanzo, avvocato, Cassino; Paolo Ceccano Segretario provinciale Federazione Prc-Se, 27 set 17; Annunziata Sanseverino, docente di ingegneria informatica dell’Unoiversità di Cassino e del Lazio Meridionale, 27 set’17; Dionisio Paglia, cordinatore dei comitati per il No 27 set '17; Forletta Carlo, residente a Sora e attualmente disoccupato, militante di Rifondazione Comunista. 30 set ‘17;

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inchiesta1e3 640 min

 
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