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Sì, certo i Dem…e il penta-leghismo allora?

Parlamento vuoto 350 mindi Fausto Pellecchia - Lo spettacolo offerto dalle forze di sinistra che vorrebbero (dovrebbero) opporsi al governo giallo-verde, è particolarmente deprimente, per non dire disperante.

Archiviata ignominiosamente la generosa iniziativa di Tomaso Montanari e Anna Falcone al teatro Brancaccio nel giugno del 2017, la galassia dei movimenti e di partiti che avrebbero dovuto dar corpo e gambe a quel progetto si è di nuovo lasciata inghiottire dal buco nero di personalismi e di capziosi distinguo. L’intensità della forza centrifuga che li ha dissolti, ha prodotto il “dis-astro” attuale: letteralmente: la scomparsa degli astri sostituita dalla luce fatua di una costellazione di stelle morte. Questo esito non discende tuttavia solo da errori di visione strategica o dal mancato rinnovamento dei gruppi dirigenti, ma da una più radicale crisi di cultura politica della sinistra. Infatti neppure la gravità dell’attuale situazione politica, caratterizzata dall’ingrossarsi minaccioso dell’ondata nazional-populista che, mentre fa strame dei più elementari principi di democrazia, sembra in grado di scuoterla.

Dinanzi a questo estremo pericolo, la cornucopia di movimenti e partitini che pretendono di collocarsi alla sinistra del PD rappresenta un chiaro sintomo non soltanto di miopia e di debolezza, quanto piuttosto una forma obliqua di connivenza e di favoreggiamento dell’avanzata della destra cripto-fascista. Un universo di nano-particelle e di movimenti browniani, formato da una serie di vortici a protezione e sostegno di un piccolo leader (un “minuscolo padre”) che coltiva la meschina ambizione di un seggio istituzionale qualsivoglia per ottenere un po’ di spazio nelle cronache dei media nazionali. I risultati delle inchieste in proposito oscillano tra le 13 e le 16 sigle di gruppuscoli sedicenti comunisti, con percentuali di consenso decimali o centesimali, raccolte a pelle di leopardo solo in alcune regioni, ma regolarmente dotate di un apparato di fantomatici organismi dirigenti. Ad essi sembra che tra breve voglia aggiungersi anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la fondazione di un ennesimo partitino antisistema. Naturalmente, nonostante l’estrema somiglianza delle velleità programmatiche e strategiche di questo caleidoscopio di sigle, ciascuna custodisce gelosamente la propria separatezza. Tutti questi raggruppamenti, infatti, decisi a praticare fino in fondo la fissione politica del bosone di Higgs, si contendono l’oscar della purezza e della radicalità ideologica, rimproverando ai loro diretti competitor pretestuosi sintomi di cedimento alle derive centriste del PD. Quest’ultimo, del resto, dopo l’esiziale stagione del renzismo, si prepara ad affrontare il suo congresso con lo stesso meccanismo che ne ha decretato la rovina: la deregulation delle elezioni primarie del segretario - come fosse un concorso per la selezione di una miss- con una mezza dozzina di candidati in rappresentanza delle varie anime – o piuttosto delle varie cordate- del partito. E mentre tutti – anche quelli che furono stetti collaboratori di Matteo Renzi- giurano sulla necessità di superare il renzismo e di inaugurare una fase nuova, le proposte avanzate alla vigilia del confronto, non solo non contengono alcun cenno significativo di autocritica, ma si limitano a ritinteggiare con nuovi slogan la tartufesca formula del “cambiamento nella continuità”.

Queste diverse forme di nichilismo autodistruttivo fanno da sfondo e da stimolo alle virate autoritarie del governo a trazione fascio-leghista, alimentato e amplificato dal mimetismo demagogico con il quale i pentastellati cercano di dissimulare l’inconsistenza e la disarmante imperizia del loro ceto politico. L’ultimo episodio inquietante è costituito dalle dichiarazioni dei capi, Di Maio e di Battista, dopo l’assoluzione della sindaca Virginia Raggi. I dioscuri grillini (uno dei quali, com’è noto, è vice-presidente del consiglio dei ministri) vi hanno colto l’occasione per sferrare un attacco furibondo- non, si badi, alla Procura di Roma che ha iniziato il procedimento ma- all’informazione non-allineata, rea di aver raccontato l’inchiesta e il processo sul caso Marra, senza schierarsi pregiudizialmente con la sindaca di Roma. Per questo i giornalisti sarebbero, per Di Battista,“"i veri colpevoli, pennivendoli e puttane", mentre Di Maio li ha definiti "infimi sciacalli", promettendo di vendicarsi con leggi punitive per gli editori.

La conclusione allarmante da trarre potrebbe essere espressa parafrasando il manifesto politico del marchese de Sade: “Italiani, ancora uno sforzo se volete essere nazi-populisti”. Se la politica del PD -almeno a partire dal governo Monti- è stata costellata di errori e di gravi cedimenti al neoliberismo dell’establishment, il governo giallo-verde rappresenta i punto estremo di caduta della medesima parabola. Si potrebbe persino parafrasare a rovescio il leit motiv autoassolutorio che circola nell’opinione pubblica filogovernativa: “Sì, certo, il Pd, ma il pentaleghismo allora?”

Eppure, basterebbe prendere spunto dal rinnovamento della sinistra in alcuni paesi europei per trarre ispirazione sulla linea politica necessaria per invertire la rotta che ci porterà al naufragio. Si pensi alla Spagna e ai buoni risultati ottenuti dai socialisti di Sanchez e da Podemos; al Portogallo con l’alleanza tra il partito socialista, le due formazioni della sinistra radicale, il Bloco de Esquerda e la Coalizione democratica unitaria (Cdu), composta da comunisti e verdi; o ancora più significativamente al Labour di Corbyn, che ben lungi dall’essersi frantumato nel pulviscolo settario che costituisce l’attuale Aventino della sinistra italiana, hanno dato vita a una linea politica inequivocabilmente progressista e democratica. Certo, il Labour di Corbyn ha ben poco a che vedere con quello di Tony Blair. Ma non v’è stato bisogno di alcuna scissione: è bastato un radicale cambiamento di linea e di visione strategica all’altezza delle trasformazioni epocali del XXI secolo. Quale insegnamento trarne per l’Italia?

Intanto il PD- partito per il quale non ho mai votato- faccia un congresso vero, confrontandosi non sui nomi dei capicordata, ma su mozioni programmatiche contrapposte, individuando 5 o 6 priorità per il Paese: ad esempio, diritto al lavoro per una drastica riduzione del precariato e della disoccupazione [a proposito, che fine ha fatto la sacrosanta rivendicazione di una riduzione dell’orario di lavoro?]; consolidamento-estensione di politiche del welfare; politica di alleanze internazionali per la riforma democratica dell’eurozona; integrazione dell’immigrazione extraeuropea in un quadro normativo europeo, sistema di investimenti per frenare il dissesto idrogeologico, ecc. Alternative di linea programmatica e non volti di candidati, l’uno fotocopia sbiadita dell’altro, che si confrontano in primarie farlocche, chiamando al voto truppe cammellate reclutate per strada all’ultimo momento.

Per i partiti alla sinistra del PD, il percorso è assolutamente analogo: si avvii un processo federativo dei movimenti e delle formazioni di ispirazione socialista ed ecologista, disposti ad aderire ad un manifesto progettuale “realistico”, con pochi punti qualificanti, formulati nella prospettiva di governo possibile della complessità contemporanea, e non congelati nella conservazione superstiziosa di ideologie semplificatrici con pretese onnicomprensive. Il manifesto in questione non va infatti pensato come le tavole mosaiche della legge, ricevute in excelsis et in aeternum, ma come principi fondanti che si incarnino in programmi a medio termine, perché il mondo attuale – come si dovrebbe aver finalmente compreso- è attraversato da trasformazioni continue, che eccedono (pre-) visioni panoramiche. Hic Rhodus, hic salta; questa è la Rodi del cambiamento, qui ed ora spicca il tuo salto che segni la svolta .

Altrimenti, dum Romae loquitur, Seguntum expugnatur: mentre la sinistra della chiacchiera – nei salotti o negli scantinati di Roma e fuori di Roma - si divide in mille borghi periferici, il nazional-populismo si impadronisce della Sagunto della nostra democrazia.

 

 

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I dioscuri

walter veltroni e massimo d alema 350 260 mindi Aldo Pirone - In queste due ultime settimane, nel mezzo del bailamme assordante della propaganda di governo grilloleghista, ci sono stati gli interventi di Veltroni (intervista al Corriere della Sera a cura di Aldo Cazzullo di mercoledì scorso) e l’apparizione televisiva a “Di martedì” di Massimo D’Alema il 9 ottobre.

Naturalmente le cose dette dai due ex dioscuri del PDS-DS spaziavano sull’attualità politica, sulle questioni economiche, sulle prospettive della sinistra ecc. Veltroni, sempre uguale a se stesso, continua a dire cose che si potrebbero riassumere nella “banalità del bene”. Con, in più, qualche approssimazione storica come quella, per esempio, sulle analogie dell’attuale crisi della democrazia occidentale con quella avutasi in Europa con la grande depressione degli anni ’30. Tema interessante che dovrebbe consigliare chi lo accosta a capire le differenze e le specificità di queste crisi, fra l’una e l’altra epoca, più che le astratte similitudini; condizione indispensabile per fronteggiare dal lato democratico gli effetti devastanti della crisi attuale sulla democrazia nell’Occidente euroatlantico, connotata dal propagarsi “alluvionale”, come dice bene l’ex segretario di DS e PD, delle pulsioni plebiscitarie, demagogiche e populiste, xenofobe e razziste. Non basta il richiamo alla rivoluzione tecnologica e all’introduzione del computer.

Al di là di questo e di molto altro ancora, quello che continua a unire personalità così diverse per storia e attuale collocazione politica come il “lider maximo” e “l’amico americano” è, per così dire, la irresponsabilità. Loro, se c’erano, quando si decideva di seguire il blairismo e l’ulivo mondiale e s'inneggiava alla globalizzazione, dormivano. Pensarono di fare il surf politico sulle onde della mondializzazione neoliberista, non accorgendosi che quei marosi avrebbero travolto la sinistra. Certo non sono responsabili per l'odierna crisi globale della democrazia, per carità, ma di quella della sinistra italiana sì; almeno per notevole parte. La descrizione dei processi di cambiamento e destrutturazione economica, sociale, ideale ed etica avvenuti in tutti i campi e l’incapacità a comprenderli e fronteggiarli - proprio nel momento in cui ci tenevano a presentarsi, specialmente Veltroni, col volto degli innovatori, dei rinnovatori, dei discontinuisti più radicali rispetto a un passato (il PCI) considerato vecchio, stantio e ammuffito - non sfiora le approfondite riflessioni dei due ex dioscuri usciti dalla tradizione comunista-berlingueriana. Essi sono soliti descrivere ciò che è successo e il punto di sfascio cui è arrivata la sinistra, dentro e fuori il PD, come se loro non c’entrassero. Anzi ci tengono a dire e a farsi dire (vedi le domande prostrate di Cazzullo a Veltroni) che loro l’avevano detto, previsto, denunciato come novelle e inascoltate cassandre.

D’Alema dice a Floris che le conseguenze devastanti per la sinistra delle scelte economiche e sociali renziane lui le aveva previste; con ciò dando a intendere che è da quelle che è arrivata l’ondata grillina. Ha pure criticato il ritardo a prendere atto dell’errore renziano e a separarsene. Alludendo evidentemente ad alcuni compagni di viaggio (Bersani) che poi hanno dato vita a Leu. Dimenticando che il M5s è esploso - diventando il primo partito in Italia nel 2013 - quando il PD era diretto da Bersani che lo aveva portato, con il consenso di tutti leader correntizi, a sostenere il governo Monti senza se e senza ma; e lui, D’Alema, era ben piazzato nella dirigenza piddina. E’ lì che dopo una lunga incubazione è esplosa la cosiddetta “rottura della connessione sentimentale” di gramsciana memoria, ultimamente evocata da D’Alema, fra i dirigenti della sinistra e il loro popolo. Il richiamo al Brasile fatto dall’ex segretario del Pds per significare che, a differenza dell’Italia, lì la “sinistra è stata sconfitta ma non ha ceduto”, riferita implicitamente al periodo renziano, non è storicamente fondata. Perché se si vuole parlare di cedimento strutturale non si può non risalire al periodo in cui a sinistra impazzavano i due ex dioscuri postcomunisti.
In verità il “lider maximo”, in momenti riflessivi più di spessore consegnati soprattutto alla sua rivista “Italianieuropei”, è arrivato a una certa anche personale autocritica sulle sue responsabilità, mentre tanti altri dirigenti di sinistra a lui coevi ancora procedono con solenni facce toste. Soprattutto, ed è quello che più interessa, è arrivato a dare un certo contributo all’analisi, seppur tardiva, delle caratteristiche della rivoluzione conservatrice, neoliberista e globalizzatrice. Tuttavia si vede e si sente che nell’esaminare criticamente il passato è come se lui non fosse stato, e in prima persona, della partita.

Un po’ più grave, se possibile, il caso di Veltroni. Il padre della sinistra, della democrazia e dell’Europa, come sentenzia Scalfari una domenica sì e l’altra pure, dice a Cazzullo che “ Oggi la sinistra ha perduto questa intensità, questa capacità di condividere il dolore degli altri” e perciò, “è evaporata in una grande nube”. Come se il dissolvimento allo stato gassoso fosse cosa degli ultimi anni e non un processo piuttosto lungo al quale Veltroni ha dato un non modesto contributo. Ma lo stile alato veltroniano, a imitazione dei discorsi dei leader democratici americani, pieno di buone intenzioni, di frasi fatte, di concetti di buon “cuore”, alla fine, seppur tra le righe, mostra il suo limite nella polemica retrospettiva sulla fondazione del PD. Parlando di come la sinistra dovrebbe presentare alle prossime elezioni europee, Veltroni auspica una lista aperta “che assomigli a come immaginavo il Partito democratico: un luogo cui persone, associazioni, movimenti, gruppi potevano aderire, restando se stessi. Le primarie dovevano servire a sintetizzare tutto questo. Poi il Pd è stato prosciugato e occupato dalle correnti; e il meccanismo delle primarie ne ha sofferto”. In sostanza cerca di riproporre la favola di un PD che lui voleva federatore della società civile progressista e che, solo dopo, fu occupato dalle correnti. Una rappresentazione furbesca e non veritiera. Perché le correnti - compresa la sua che ancora non disarma - le cordate e le sotto cordate erano già ben incistate sia nei DS sia nella Margherita soci fondatori del PD, a livello locale e nazionale. Furono queste forze reali a essere le vere fondatrici del PD; l’aggiunta delle primarie per l’elezione degli organismi dirigente e del segretario - “sintetizzarono” sì, come dice Veltroni, ma l’intruglio correntizio, non altro - furono il definitivo slittamento verso una concezione plebiscitaria anticamera del populismo; accompagnata, perché in politica tutto si tiene, da un impianto politico-culturale, quello del Lingotto per intenderci, interclassista, fondamentalmente liberal democratico, aperto ai successivi smottamenti renziani

Fecero un bel lavoro, in “concordia discors”, i due dioscuri postcomunisti. Misero insieme il correntismo con il plebiscitarismo, due cose stravecchie e non certo progressiste per la sinistra del futuro. Compreso il solipsismo della cosiddetta “vocazione maggioritaria” cui Veltroni dice di continuare a credere, ma, questa volta, con le alleanze, le aperture alla società civile, agli ecologisti, al pensiero liberale, al cattolicesimo democratico ecc. ecc. Insomma le solite cose. Una vocazione che non ha portato fortuna alla sinistra, perché, vedi un po’ l’eterogenesi dei fini, l’ha accompagnata verso il dissolvimento nella “grande nube”.

L’unica vocazione rimasta è quella di Veltroni: volare tra le nubi.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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A un anno dal Brancaccio

Brancaccio 18giu17 min L'aspettativa, la delusione. La distrazione di massa. Riprendere la lotta per il lavoro, i suoi diritti e la sua retribuzione

di Ignazio Mazzoli - Accadeva un anno fa. Il 18 giugno 2017, come previsto dagli organizzatori, alle 9 del mattino davanti al teatro ncaccio di Roma c'era già la fila. Si riempì la platea e poi la galleria, centinaia di persone restarono fuori ascoltando dagli altoparlanti. Che accadeva? Tomaso Montanari e Anna Falcone davano il via a un tentativo, ancora, di rianimare la sinistra puntando a una lista unica alle elezioni politiche che si sarebbero svolte il 4 marzo del 2018. L’aspettativa era la seguente: «Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento» (Montanari). (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
  

  1. Entusiasmo alle stelle...
  2. E oggi?

Entusiasmo alle stelle...un anno fa

L’entusiasmo era alle stelle e la speranza infiammava cuori e intelligenze.
Si lanciò un percorso: dare vita a 100 piazze figlie del 18 giugno al Brancaccio. Migliaia di persone iniziarono a vivere una grande aspettativa e la speranza che finalmente la sinistra diffusa, sotto scacco in questo Paese dove l’egemonia della destra è sempre più evidente, potesse rialzare la testa e mettere in campo una alternativa credibile ed efficace. Questo significava confermare sì il ruolo dei partiti, riconosciuto dalla nostra Costituzione, provando però … PERO’ … a percorrere strade nuove, diverse, caratterizzate da un forte rinnovamento, sia programmatico sia di metodo. Strade nuove di partecipazione vera, evidente, vivace di rapporto vero e umano, non virtuale, con cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori giovani e pensionati; italiani e immigrati.

L’aspettativa era di costruire con la più larga consultazione reale mai vista una lista che accogliesse, unisse e portasse in Parlamento la Sinistra più diffusa, concreta e carica di futuro. Quella dei cittadini, e delle tante lotte e vertenze disseminate nel Paese, per la difesa di un posto di lavoro, di un territorio, di un bene comune, di uno spazio, un diritto, un servizio o un principio. Quella della Costituzione che aveva vinto il 4 dicembre 2016.
Dissero. «Abbiamo proposto di farlo non contro, ma con, i partiti: in un'alleanza per la democrazia e l'uguaglianza. Perché, come ci ha ricordato anche ieri Maurizio Landini, "il problema non è mettere insieme cose che già ci sono, ma innescare un nuovo processo"».

I giorni passavano e nulla accadeva. I giorni passarono e nessuno consultò nessuno. Nuovi processi non furono innescati.
Che succedeva? Secondo metodi vecchi e stravecchi, criticati e condannati, quelli stessi che domandavano le novità avevano avviato incontri di conventicole e stati maggiori. Il politicismo degli organigrammi ingurgitava e digeriva, neutralizzandola ogni dichiarata novità possibile.falcone e montanari
Non basta definirsi alternativi a qualcosa o a qualcuno, bisogna comportarsi davvero in maniera alternativa innanzi tutto dimostrandosi antagonisti, di quelli da cui ci si vuole distinguere, nei contenuti concreti.

L'alleanza con Mdp.Art 1 è stata la prima patente di poca credibilità Quale era stata la condotta di chi era stato nel PD? Uscivano con almeno 3 anni di ritardo. E poi quel continuo lasciar intendere che si poteva anche rientrare senza Renzi. La rottura con quell'antefatto doveva essere radicale convinta e convincente. Ci sarebbero voluti fatti e persone nuove. Il Brancaccio del 18 giugno aveva queste caratteristiche.

Il riferimento al 4 dicembre 2016 era nelle nebbie e negli equivoci, forse. Si diceva che era anche una vittoria della sinistra e ci si comportava come se fosse solo una vittoria della sinistra. Fu una vittoria di popolo a cui contribuirono moltissime associazioni e molti partiti. Decisiva fu la forza unificante del tutti “contro Renzi”. Chi evocava quella vittoria, rifiutando di prepararsi in forma corretta alle elezioni che richiedono liste e candidati, o sognava di vivere in eterni movimenti non si sa bene promossi e diretti da chi o aveva già deciso con chi schierarsi e per chi votare, come poi è avvenuto. M5S, centro destra-Lega e senza dimenticare il decisivo contributo del “Il Fatto Quotidiano” furono, con l’impegno della sinistra fuori del PD, le forze decisive su cui poggiò quella battaglia vittoriosa. Però, i partiti a sinistra del PD non hanno raccolto alcun risultato. Il dopo 4 dicembre avrebbe dovuto essere costellato di lotte per il lavoro e i diritti che quella Costituzione, ancora una volta vincente, afferma e difende. Ahooo! Solo alchimie di parole. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Gli effetti oggi e le loro cause

Non sono fantasie né retroscena. Si sono paralizzati due comportamenti: ai duri e puri “costituzionalisti” si è contrapposto il “concretismo politicista” che ha travolto ogni aspirazione alla consultazione di massa, sperando in accordi per la formazione delle liste e stando troppo accorti a non creare circostanze di conflitto esplicito con il PD e le sue proposte. Con una battuta qualcuno ha scritto: “troppo Grasso ha saturato il Brancaccio”. Esagerato. Magari fossero stati solo gli errori di Grasso!
A novembre è palese il fallimento. Salta l’assemblea prevista per il 18 di quel mese. I promotori del Brancaccio scaricarono su tutti gli altri le responsabilità dicendo: «Ci siamo fermati quando abbiamo avvertito con nettezza, nei soggetti organizzati, la paura di mettersi in gioco fino in fondo, preferendo ad una partita in campo aperto il tratto autoconsolatorio dell'identità, e quello politicista dell'autoconservazione: si stava, e si sta andando, verso la somma di tre partiti già esistenti.»

Non era la sola verità. Anna Falcone e Tomaso Montanari non erano in grado di andare avanti perché nell’estate e nell’autunno nulla avevano fatto di quello che, a Roma il 18 giugno, si era deciso di mettere in cantiere. Avevano il vuoto intorno a loro. Una debacle da piangere.
E il pianto sgorgò davvero in molti, che avevano sperato, quando Anna Falcone fini in lista con Liberi e Uguali. Per non essere eletta, poi. Sembrava di stare nel film “Pinocchio” quando incontra il gatto e volpe e si fa derubare delle monete d’oro.

Le formazioni politiche che hanno promosso l’assemblea del 2 dicembre dissero di volere dare un segnale di apertura concreto… ai cittadini di quella “maggioranza invisibile” del Paese che non votava più. Parole. Parole. L’esito lo conosciamo. La ragione? Hanno perso, perché non avevano più “credibilità”. Il Brancaccio e le sue decisioni erano l’ultima speranza di recuperare in parte quel "dono" che con lo sperpero dell’eredità delle lotte e delle conquiste della seconda metà del ‘900 si era smarrito nella totale inaffidabilità delle parole pronunciate dalla fine degli anni novanta in poi...

Le 100 piazze oggi servono davvero per ritornare su un binario non distorto dal governo giallo-verde e dalle suggestioni contrastanti che evoca.
Certo, perché mentre si fa di tutto per far credere di combattere il razzismo della Lega di Matteo Salvini con un solidarismo parolaio e di facciata, in realtà si staLAVORO 350 260 demonizzando il risultato elettorale del M5S (che fino ad ora ha fatto poco o nulla per impedirlo ???). Il giochino dei sondaggi serve per tenere al centro il tema immigrazione facendo credere che è l'emergenza italiana. I numeri dimostrano il contrario, ci sono solo 2,5 immigrati ogni 1000 abitanti italiani, il dato più basso nell’Europa occidentale. Se n'è accorto anche Salvini che ha spostato il tiro sulle Ong (il volontariato è diventato un nemico da battere) ed ora sui Rom.
«L’uso politico dello spread: come la BCE ha messo in riga l’Italia» così hanno titolato alcuni giornali. Penso che ci sia del vero. Su queste colonne abbiamo già scritto come si è manipolato negli 88 giorni che hanno preceduto la nascita del nuovo governo e poi si è continuato anche dopo.

L'emergenza italiana è una e solo una: la mancanza di lavoro in particolare per i giovani. E’ su questa voce che si è realizzato il 32% del M5S. (ma loro se lo ricordano?)
Su questo si deve spostare l'attenzione di.... tutti per correggere quel presunto 57% a favore delle iniziative di Salvini. L'opposizione sui temi dell’immigrazione diventa ridicola se non diventa opposizione per riportare al centro il tema lavoro costi, quel che costi. (Ma certo cosa c’è da aspettarsi da chi neppure è riuscito a fare un’autocritica serie e argomentata per essere creduta). Anche l'Europa preferisce ora parlare di immigrati (ed è una buona cosa, prima neppure di questo si riusciva a parlare) piuttosto che parlare di lavoro e diritti che toccano il portafoglio di banche e di lor signori.

Basta con questa gigantesca distrazione di massa. Spegnere i riflettori su Salvini e accenderli sul lavoro che non c'è, sui suoi diritti carpiti e sulla pessima retribuzione che riceve.
Si il Brancaccio del 18 giugno 2017 dovrebbe essere ricordato e ripreso. Ma come? Prima di tutto bisogna sapere a chi parlare.

 

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Voto e democrazia paritaria

la marcia delle donne in politica 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Qualche buona ragione per la democrazia paritaria
In vista del nuovo governo che prima o poi si farà, entrambi le coalizioni e i partiti vincitori di certo non hanno messo ai primi posti le questioni di genere e la democrazia paritaria. In particolare le donne della Lega, come scrive Manuela Manera, linguista, del Comitato "Se non ora quando" di Torino, in un recente articolo su «Noi Donne» sicuramente non si faranno carico di questioni femminili in quanto tali.
Riprendendo a sua volta uno scritto recente di Flavia Perina, che nel ricordare la maggiore incidenza numerica nella prossima legislatura, si sofferma anche sulla convinzione che per la Lega le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari diritti e specifici diritti, ma heimat, patria, focolare e radice della comunità.
Manuela Manera trae quindi le giuste conclusioni che la negazione delle differenze di genere porta a un agire politico e giuridico che non tiene in considerazione le specificità; inoltre, che l’essere heimat non le fa agire in uno spazio pubblico, ma privato, come garanti della comunità, del focolare, all’interno di una visione che riporta alla mente le tipologie fasciste sulle donne.

La realtà però ha anche una sua crudezza per fortuna, e la chiusura dell’articolo della Perina riporta anche le risposte alla domanda rivolta alle esponenti vittoriose della Lega: “ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolista, un collegio, un’opportunità?” Le più oneste hanno risposto che senza di esse in lista ci sarebbero stati solo uomini. Una bella contraddizione, considerato anche le donne leghiste ritengono di avere alle spalle una gavetta molto dura, quindi di aver superato una selezione, che l’Italia non è un paese particolarmente sessista, e che sono sufficienti le capacità per farcela. Naturalmente, il linguaggio al femminile è aborrito, con buona pace anche delle esternazioni dell’Accademia della Crusca. Manuela Manera si domanda in conclusione se si è veramente consapevoli di negare quelle stesse pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito la presenza in Parlamento. Poste queste premesse al futuro ingresso delle numerose leghiste in Parlamento, ritorna pressante anche l’interrogativo su come sarà interpretata e difesa la democrazia paritaria, perché se hanno negato la necessità delle quote, figuriamoci delle quote di democrazia pari al 50 e 50.

Una rapida riflessione allora su qualche buona ragione per non demordere sulla conquista di una democrazia paritaria. La prima è sicuramente il rispetto verso se stesse, e il proprio genere. La politica, la giurisprudenza, la teologia e le scienze esatte sono state quelle sfere della conoscenza proibite per prime e per millenni alle donne, in quanto genere. Fin dalle civiltà greco-romane, le donne sono state ricomprese all’interno di entità collettive come la famiglia e quindi non soggetti autonomi, oppure considerate come individualità temporanee, coloro che esistevano per dare vita a qualcun altro. Hanno fatto parte di comunità politiche dai primordi, ma senza cittadinanza piena e diritto di rappresentanza e addirittura regine senza titoli di sovranità. Contro tutto questo, tante donne hanno lottato, per secoli e disconoscerle non è né utile, né dignitoso. Quindi, se la politica deve essere riformata, la fedeltà a una scala di valori va tenuta presente.

La seconda buona ragione è l’inversione di rotta della globalizzazione, che se è stata finora poco friendly con il genere femminile, ha avuto però anche un grande merito: mostrare impietosamente il collante di una realtà mondiale caratterizzata sì da grosse differenze, ma trasversale. Uno sguardo d’insieme mostra l’esigenza di un cambiamento globale della politica, di cui le donne stesse hanno posto le premesse, in tempi recenti, con l’eco femminismo, con l’attenzione alla qualità della vita e alle risorse alimentari.

La terza buona ragione è nell’opposto della globalizzazione, cioè nella cosiddetta glocalizzazione. La dimensione della territorialità, l’altra faccia della globalizzazione, corrisponde a quella sfera del buon governo nella quale le donne si sono sempre positivamente confrontate.
La democrazia paritaria può costruire un legame intergenerazionale. Le meno giovani, le giovani e le giovanissime sono tutte interessate a una buona democrazia paritaria perché le età delle donne sono diventate mobili, intersecate fra loro, per motivi diversi: l’allungamento della vita, le maternità in tempi non più correlati all’età, l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro che può voler dire entrarci tardi, o uscire e rientrare, o prolungare il tempo lavorativo. Costruire un vocabolario intergenerazionale che faccia parte della politica, a partire da esigenze comuni, può essere un anello importante di congiunzione; esiste infatti oggi, fra le tante contraddizioni, quella di costruire una trasversalità politica femminile, in assenza delle ideologie; in altre parole, quello che è riuscito più facilmente alle donne della Costituente repubblicana nel ’46, fortemente ideologizzate, riesce invece più faticoso negli anni che si dicono privi di barriere ideologiche.

L’esercizio della cittadinanza non si collega solo alla parità numerica, ma alla qualità della rappresentanza femminile, legata a sua volta al livello culturale. Oggi, la cultura politica femminile deve fare i conti con la scarsa alfabetizzazione di genere, l’impreparazione ai meccanismi e al lessico della politica, fondamentali per fare fronte alle nuove generazioni per le quali la politica tutta è screditata.

La proposta pratica è quindi fare pressione per un nuovo disegno delle politiche di pari opportunità; la filiera è attualmente impoverita, con il recente ridimensionamento delle figure di Consigliere di parità; è indispensabile che si sciolgano due nodi fondamentali: il coordinamento con le forze vive femminili di questo Paese, per non apprendere che quattro delle regioni del su italiane hanno un tasso di occupazione femminile lontanissimo dalla media europea; in secondo luogo, che in nome del mainstreaming, si approfondisca e si delinei una riforma dei contenuti scolastici; se vogliamo costruire un ponte con le nuove generazioni e un diverso futuro politico, vanno inserite nei programmi almeno le seguenti materie d’insegnamento: Storia delle relazioni fra i generi-Educazione all’affettività- Educazione alla cittadinanza- Eco-ambiente-Integrazione europea. Magari togliendo ogni accenno al genere, neutralizzandolo, sarebbero d’accordo anche le leghiste e molte delle candidate penta stellate.

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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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Da Anagni verso l'assemblea per la Democrazia e l'Uguaglianza

anagni 25nov17di Valerio Ascenzi - L’Inchiesta Quotidiano e UNOeTRE.it ad Anagni, insieme ai lavoratori di Vertenza frusinate, per parlare di politiche occupazionali. Nei locali della biblioteca Comunale “A. Labriola” sono stati affrontati temi che questa provincia non deve assolutamente mettere in secondo piano. Della disoccupazione si dovrà si dovrà continuare a parlare anche se qualcuno vuole ancora spazzare la polvere sotto lo zerbino.

I mali di quest’area geografica sono sicuramente la malasanità, l’ambiente ecologicamente compromesso e la disoccupazione. Il frusinate, il nord in particolare, hanno conosciuto la crisi prima ancora dell’arrivo della depressione a livello globale. Il tessuto industriale ha iniziato a vacillare già fina dalla fine degli novanta. Le politica neoliberiste e il mercato globale hanno solo assestato il colpo di grazia alla nostra provincia.

Non solo ex Videcon o ex Marangoni. Ci sono migliaia di lavoratori che erano impiegati in queste aziende e anche in alcune più piccole, o nell’indotto delle grandi aziende. Quel che è rimasto oggi è un territorio spoglio, senza possibilità occupazionali e con una questione ambientale compromessa. C’è inoltre un nuovo fenomeno migratorio in uscita: i giovani lasciano la provincia di Frosinone per andare al nord, ma soprattutto all’estero.

Nonostante una politica disattenta alle esigenze del territorio e dei lavoratori, gli aderenti a Vertenza Frusinate (organizzazione che tra l’altro è nata proprio ad Anagni), hanno ottenuto risultati inaspettati anche a loro stessi. Gramsci sosteneva che la società avrebbe avuto bisogno dell’impegno dell’intelletto dei singoli, che avrebbero dovuto impegnarsi studiando. Ed è quello che hanno fatto i lavoratori di Vertenza Frusinate: hanno studiato vari modi per riuscire ad ottenere un riconoscimento per la loro dignità di lavoratori disoccupati. Sono riusciti ad arrivare a tavoli di concertazione molto in alto, in regione e al ministero del lavoro. Sono riusciti a far rinnovare per un altro la mobilità e, tra non molto ci dicono, saranno in grado proporre addirittura un progetto per una economia alternativa in questa provincia. “Ci hanno detto che sappiamo lamentarci ma che non siamo propositivi – spiegano – ma presto si ricrederanno”. Il risultato di Vertenza Frusinate è unico nel suo caso: sono riusciti a far riconoscere l’area di Frosinone come area a forte complessità per la crisi economico lavorativa (senza questo riconoscimento non sarebbe arrivata neanche la nuova mobilità), si sono confrontati con alti funzionari dello stato, senza che vi fosse intercessione né di politica né di sindacati.

In barba a quello che il burocratico e macchinoso reddito di cittadinanza, che probabilmente sarà riconosciuto a pochi, considerate le clausole e i paletti che contiene, stanno iniziando una petizione per la presentazione di una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito. I lavoratori però non vogliono essere pagati senza lavorare. “Dopo la chiusura delle nostre aziende – ha spiegato uno di loro – se ci avessero detto: da domani non avrete più questo lavoro ma andrete a fare lavori più umili, noi ci saremmo andati, ma non ci è mai stata data alcuna possibilità”. Nel chiedere il reddito minimo garantito comunque fanno riferimento ai modelli del nord Europa, dove c’è la flexsecurity, una sorta di mobilità in cui i lavoratori rimasti inoccupati, percepiscono comunque un reddito, frequentano corsi di formazione per essere riconvertiti nel mondo del lavoro con altre mansioni.

Il lavoro è un diritto, ma per molti politici questo concetto, sancito dalla Costituzione, è morto da anni. I politici di spicco in questo territorio sono stati più volte coinvolti nelle questioni del lavoro e della disoccupazione, ma hanno dimostrato di essere completamente disinteressati e, a volte, anche poco competenti. Di fatto non hanno tutelato la dignità umani di questi lavoratori senza occupazione. Chi si è opposto al reddito minimo, non ha fatto i conti con queste persone: ci sarebbe da chiedere se sono riusciti a guardare mai negli occhi un disoccupato, a percepire le ferite alla dignità di queste persone, se sono mai riusciti a comprendere quale umiliazione sia per un padre di famiglia non riuscire a sostenere i propri cari. Evidentemente no, altrimenti la politica in questo territorio avrebbe dato risposte, mostrando almeno un minimo di interesse… per le competenze, beh… non si possono fare miracoli.

Continueremo a parlare di lavoro e di numerose altre questioni il 1° dicembre a Frosinone nell’Assemblea per la Democrazia e l’Uguaglianza (convocata per le ore 17 nel salone dell’Amministrazione provinciale), non nascondendoci e non nascondendo i fatti. La disoccupazione è un problema e come tale va affrontato per essere risolto. Per quel che ci riguarda: guai a non divulgare informazioni su questioni così delicate per questo territorio.
25 nov 2017

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Discutendo di Democrazia e Uguaglianza a Frosinone

Verso il 1dicembreMercoledì 22 novembre 2017 alle ore 17,30 presso la Saletta Centro delle Arti in Via Matteotti 2 si è svolta l' «Assemblea popolare "Noi di qua sotto" siamo stanchi di essere calpestati da un’èlite politica annoiata. Per noi di qua sotto, tutela della salute, accesso pubblico all’acqua, valorizzazione dei beni archeologici, devono essere assicurati con l’integrale applicazione della Costituzione. Sono invitati: Cittadini, Associazioni, Movimenti politici e sindacali .... comprese le èlite interessate.»

L’incontro è stato indetto nel quadro delle iniziative promosse dal sito d’informazione UNOeTRE. It e dal quotidiano “L’Inchiesta”, nella condivisione di un percorso che si snoda in tutta la Provincia di Frosinone con gli appuntamenti di Sora (18 novembre), Cassino (24 novembre), Anagni (25 novembre) finalizzati all’individuazioni delle criticità e delle necessità impellenti nel territorio. Le conclusioni di questo dibattito verranno proposte ad un’assemblea plenaria, che si terrà il prossimo primo dicembre presso il salone di rappresentanza della Provincia di Frosinone, a cui è stata invitata, anche, l’avvocata Anna Falcone, promotrice assieme allo storico dell’arte Tomaso Montanari, del movimento “Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza".
L’assemblea di ieri, coordinata da Ivano Alteri, redattore di UNOeTRE.it, ha ascoltato 3 relazioni che hanno visto impegnati, Severio Lutrario sui temi dei beni comuni e l’uso delle risorse idriche, Francesco Notarcola sulle criticità della sanità qui in provincia e nel Lazio e Luca Oropallo che ha illustrato il lavoro di ricerca e sensibilizzazione per la tutela dei beni archeologici presenti nel territorio del capoluogo.

Dalle questioni della rescissione del contratto con Acea all’attuazione della legge 4 del 2015 che delinea nuovi bacini idrografici con “l’obiettivo imprescindibile di favorire le condizioni per la definizione e lo sviluppo di un governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato dell’acqua, in grado di garantirne un uso sostenibile e solidale”, si è giunti ad una interessante illustrazione assistita dalla presentazioni di slide, del lungo lavoro e non senza risultati, per iniziare a tutelare le testimonianze archeologiche della città. L’intervento di Francesco Notarcolaha avuto una particolarità, insieme ai danni che la progressiva privatizzazione della sanità sta portando, privando i più deboli delle cure necessarie, ha voluto mettere il dito nella piaga delle piaghe. «Perché non si riesce a costruire la necessaria unità di intenti e di iniziative né nei movimenti né nell’individuazione di un nuovo soggetto politico che assicuri la doverosa rappresentanza politica ai diritti feriti sul lavoro ed in economia e ai disagi dei più deboli?»

Nell’introduzione di Ivano Alteri, con intelligente sincerità, era stata indicata una diversificazione che si sarebbe presentata durante l’incontro: chi avrebbe proseguito verso l’appuntamento del 1° dicembre nel tentativo di trovare nuove risposte alla possibilità di rappresentanza politica unitaria e chi invece si sarebbe fermato solo all’enunciazione delle necessità, insopprimibili, della protesta e dei movimenti.

L’attuazione dei diritti costituzionali, il rinnovamento di questa società ingiusta e penalizzante per chi lavora e per i più deboli hanno bisogno di proteste, movimenti, ma anche di una forza che sappia sostenere le loro ragioni nelle Istituzioni, chiaramente alternativa a tutti i partiti che in salse diverse promuovono e affermano politiche neoliberiste, mortificanti la partecipazione democratica e i diritti di uguaglianza.

Queste due gambe sono indispensabili per muoversi ed avanzare. Se mancano, tutto resta com’è e ci si condanna al suicidio. Il confronto è assicurato, nel rispetto di tutto le posizioni. Speriamo che vada avanti e porti risultati.

Un pensierino che arriva assistendo all'incontro:

«Il 55% degli aventi diritto al voto in Italia, non vota. Il 45% che vota, determina per tutti gli altri, non solo. Domanda: Basta solo il 40% di quel 45% per gestire tutto grazie ad una legge scellerata? Sapete quanto è quel famoso 40% ? E' appena il 18% dell'intero corpo elettorale?

Non può continuare così. Chi vuole cambiare non è rappresentato.»

Frosinone 22 novembre 2017

 
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Cos'è l'inclusione?

PinaIsopo 350 260 minSabato 18 novembre si è svolto il primo degli incontri in preparazione dell’assemblea per la Democrazia e l’Uguaglianza che si svolgerà a Frosinone il 1° dicembre prossimo nel Salone della Provincia di Frosinone. Presieduto e coordinato da Nadeia De Gasperis ha ascoltato otto interventi sul tema della "inclusione sociale". A tutti coloro che sono intervenuti abbiamo offerto le colonne de L’Inchiesta e di UNOeTRE.it per pubblicare integralmente quanto da loro detto.

La professoressa Pina Isopo ha accolto subito l'invito e messo a disposizione il testo con cui ha partecipato al dibattito e così ci parla di sé e del suo impegno: “quando avevo circa 25 anni mi sono trasferita in Francia con i miei figli, ho imparato la lingua francese che non conoscevo minimamente, ho insegnato italiano presso il Centro Kiron di Parigi, ho collaborato con l'Ambasciata somala di Parigi ed anche con l'ex Ambasciatore Samantar per la redazione di articoli, testi da pubblicare ecc. .
Circa 6 anni dopo sono tornata a Sora ed ho creato il Centro Agorà Lingue (lingue straniere, traduzioni, interpretariato, soggiorni studio all'estero ed il primo soggiorno studio di stranieri -venuti da diversi paesi europei per apprendere l'italiano- in Ciociaria. Ho collaborato per alcuni anni con Amnesty International.
Ho vinto un concorso, sono entrata nella scuola pubblica e adesso sono quasi vent'anni che insegno italiano per stranieri nel CTP ora divenuto CPIA.

 

Buonasera.
Ho saputo che qualcun altro parlerà dell'importanza della conoscenza della lingua italiana, quindi non mi dilungherò sull'argomento, anche se da diversi anni insegno proprio italiano per stranieri.
Conoscere l'italiano è importante per tutti noi, ma è fondamentale per gli stranieri. Don Milani ha detto che senza il possesso della lingua non c'è riscatto possibile. E' vero. E ha detto anche che la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo, ma sul grado di cultura.
E anche se coloro che alcuni miei amici chiamano simpaticamente scimmie urlanti aizzano la gente con lo slogan "prima gli italiani", dobbiamo riconoscere che i più poveri tra i poveri sono questi migranti, i miei alunni, che arrivano sui barconi.
Altri li fermano nei lager della Libia, lager finanziati da noi italiani-brava-gente così gli italiani¬brava-gente non vedono gli sbarchi e tutto va bene in Italia.
Ho già avuto occasione di dire che secondo me non è razzismo questo. Se arriva in Italia qualche principe arabo musulmano, gli facciamo pure l'inchino e ci mettiamo a disposizione. Non parliamo di invasione né di terrorismo perché è ricco.

Il problema quindi non è la razza e non è neanche la religione: sono i soldi. Allora non dovremmo parlare di razzismo, ma di CLASSISMO.

Quel classismo che aveva trasformato le nostre scuole in un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati, come diceva Don Milani.
Ho detto aveva trasformato per ragioni di ottimismo.
L'argomento del nostro incontro è l'Inclusione, quindi vediamo come siamo arrivati a parlare di inclusione.
In Italia hanno abolito le classi differenziali nel 1977 ed hanno contestualmente iniziato a parlare di Integrazione, ossia l'inserimento di portatori di handicap nelle classi normali al fine di eliminare ghettizzazioni che, invece di rimuovere le discriminazioni, le rendevano permanenti.
Fra gli anni 80 e 90 si parlava ancora di integrazione, ma stavolta riferendosi ai bambini immigrati. Si diceva integrazione ma si intendeva omologazione, assimilazione culturale, un po' come i famosi bambini africani di ex colonie francesi che dovevano recitare nos ancétres les Gaulois... (i Galli nostri avi)
In ogni caso, il senso era : facciamo entrare nelle classi normali bambini a cui manca qualcosa (alunni disabili, alunni con disturbi dell'apprendimento, con deficit di linguaggio, con deficit della coordinazione motoria, con svantaggio sociale e... bambini stranieri). E' chiaro: agli stranieri manca la conoscenza della lingua italiana, quindi, con direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012, il MIUR li ha anche inseriti nei BES (Bisogni Educativi Speciali) insieme ai ragazzi disabili o con gravi disturbi dell'apprendimento.

Io lo considero uno schiaffo sia per gli uni che per gli altri se si considera che questa disabilità, questo svantaggio potrebbe essere curato, come in altri paesi europei, con un corso intensivo di lingua italiana prima dell'ingresso nella scuola normale. Ma evidentemente non è una soluzione accettabile. Meglio inserirli di punto in bianco nelle classi e poi chiamarli BES.Sora 18nov17 350 260 min

Cos'è l'inclusione

Dopo il termine Integrazione si è passati al termine, mutuato dalla pedagogia anglosassone, di INCLUSIONE, anche questo diretto inizialmente agli alunni disabili e poi, per affinità ministeriale, agli stranieri.
Prima di cercare di capire cosa è Inclusione, vorrei provare a dire cosa per me NON è inclusione :
_ Non è inclusione la legge che prevede che i migranti non possano lavorare in attesa di sapere se la richiesta di asilo politico o di protezione internazionale è stata accolta o meno Non è inclusione la legge Minniti — Orlando (quella che facilita le espulsioni) che cancella il terzo grado di giudizio solo per i migranti e che prevede che facciano lavori socialmente utili gratuitamente
_ Non è inclusione fare le barricate per respingere 12 donne africane, come è successo nella civilissima Brianza, mi sembra
- Non è inclusione incendiare alloggi destinati ai richiedenti asilo e non lo è neanche lasciare i migranti in mezzo alla strada dopo che l'asilo l'hanno ottenuto
- Non è inclusione sfruttare i fondi destinati ai migranti per arricchirsi e poi farli vivere in condizioni indegne, come ho visto in alcune strutture
- Non è inclusione una legge che dichiara reato la clandestinità
- Non è inclusione dividere in mondo in NOI e LORO, anche perché noi siamo stati loro e ce
ne dimentichiamo facilmente.
Infatti, a parte l'emigrazione italiana nei vari paesi ricchi, dove ognuno di noi attualmente ha parenti, c'è stata anche l'emigrazione italiana in nord Africa, e questo non tutti lo sanno. Tra 1'800 e il 900 c'è stata l'invasione (per usare un termine alla moda) della Tunisia. Gli italiani scappavano dalla fame.
Apro una parentesi : oggi, di nuovo, anche non c'è nessuna guerra e nessuna carestia, moltissimi nostri giovani vanno a cercare lavoro all'estero, e giustamente diciamo che vanno a cercare migliori condizioni di vita. Per una logica poco comprensibile, lo stesso ragionamento non si applica ai giovani che arrivano qui. Misteriosamente quelli, che realmente scappano dalla guerra e dalla carestia, invadono e rubano il posto di lavoro ai residenti...
Tornando alla Tunisia, all'inizio del '900 c'erano oltre 100 mila italiani su una popolazione di poco più di 1 milione di abitanti. Claudia Cardinale è nata a La Goulette, vicino al porto di Tunisi, dove i nostri compatrioti avevano creato una grossa comunità. Abituati alla tolleranza, i tunisini non hanno avuto niente da ridire su quella presenza massiccia di stranieri e non ci sono stati problemi.
- Infine, non è inclusione neanche quello che accade in questa città dove un pubblico servizio, la scuola, è stato interrotto nel silenzio generale e dove viene negato il diritto allo studio garantito dall'articolo 34 della Costituzione... In questo periodo siamo ospiti gratuiti e persino graditi dell'Associazione Il Faro, che ringrazio con tutto il cuore. Infatti la mia scuola, il CM, non ha una sede. Abbiamo più di 500 iscritti e non abbiamo una sede. Forse questa amministrazione non ritiene urgente ottemperare ai suoi doveri visto che si tratta di migranti...

Insegnare a fare, salvare le tradizioni e dare una professionalità

E allora, cosa potrebbe invece essere Inclusione ?
In un seminario che ho seguito a La Spezia ultimamente, ho visto che hanno realizzato un progetto interessante: hanno fatto in modo che gli anziani insegnassero ai migranti come si fanno i muretti a secco, un lavoro che stava sparendo perché non voleva farlo più nessuno. Hanno salvato una tradizione, un mestiere necessario da quelle parti e hanno dato una professionalità ed un lavoro ai migranti.
Non potremmo farlo anche da noi ? Quanti mestieri stanno sparendo, quante botteghe artigianali stanno chiudendo per mancanza di manodopera ? Nella mia scuola -che ora non c'è- arrivano, tra gli altri, agricoltori, artigiani, sarti, operai specializzati. Non abbiamo niente da salvare, ripristinare, far rinascere nelle nostre città, nei nostri paesi, nei nostri centri storici formando contemporaneamente molti dei futuri italiani ?
Penso che le possibilità siano tante. In altri posti stanno ripopolando piccoli paesi destinati a sparire con famiglie - che chiedono solo di vivere e di guadagnarsi la vita dignitosamente - provenienti dal Maghreb, dalla Siria, da altri paesi devastati.
Non sarò certo io a trovare soluzioni, ma credo di poter dire che alla base di tutto ci sono la conoscenzana per tutti, la conoscenza della lingua per gli stranieri, la tolleranza, l'umanità e una visione intelligente della società. Queste mi sembrano le uniche chiavi per attuare l'inclusione.

 
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Democrazia e Uguaglianza: le ragioni di Tomaso Montanari

TomasoMontanari 350 260di Tomaso Montanari - Il Brancaccio si ferma. Per ripartire.

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.

E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronucniato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

Tomaso Montanari

 
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Anna Elisa De Santis: Aderisco al Manifesto - Appello per la democrazia e l’uguaglianza

disagisociali protesta mindi Anna Elisa De Santis - Aderisco al Manifesto-Appello per la democrazia e l’uguaglianza, assemblea provinciale di Frosinone ed esprimo le ragioni dell’adesione.

L’Appello ha nella sua premessa che l’Assemblea provinciale di Frosinone sarà in linea con i contenuti dell’Assemblea del Brancaccio, che si è tenuta a Roma il 18 giugno per promuovere la costituzione di un’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, di seguito ho potuto leggere i contenuti. Ho letto anche i dieci punti programmatici dal sito web che all’Assemblea di Roma sta dando seguito.

Quanto all’ambiente, che è tema a me caro, c’è un approccio diversificato nell’elaborazione, sintetica nell’Appello provinciale, articolata attorno a nodi strategici nell’Appello nazionale. La sinteticità dell’elaborato locale sul punto mi ha colpita, devo dirlo con franchezza, vista la preminenza del problema nella nostra zona. C’è il rischio della genericità, dell’opzione di principio che scivola sulla pelle del programma politico senza lasciare il segno. Un rischio, che come tale può essere evitato. Quanto all’elaborato nazionale io credo che dovrebbe contenere la focalizzazione del problema ambiente in un Punto specifico di programma. La questione ambientale, perché ormai di questo si tratta, è il discrimine su cui si definisce lo statuto degli enti politici che si vanno costruendo e sarà dirimente anche per la costruzione di alleanze in vista delle elezioni politiche e delle altre occasioni elettorali future.

La tutela del lavoro e l’idea stessa di diritto al lavoro, che non esclude ma completa quella del diritto a vivere dignitosamente per chi il lavoro non lo ha o lo ha incerto, come è drammaticamente nell’area frusinate, è connessa intimamente con quella ambientale. Sia la tutela del lavoro che la tutela ambientale hanno origine nella responsabilità che abbiamo verso l’ambiente e verso i lavoratori. La responsabilità nei confronti dei lavoratori è fondata sul nostro appartenere all’umanità secondo i principi e le regole conquistate attraverso lotte durissime, secondo pensieri di libertà prodotti nel vivo di immense fatiche intellettuali, difesi senza risparmio di sé da persone e popolazioni nella storia umana, fino alla contemporanea Resistenza antifascista e successivamente. La laicità è il perno su cui si costruisce il futuro, valore coinvolgente per credenti e non credenti, fedi diverse, non appannaggio di una parte migliore di altre, ma enzima della crescita culturale diffusa.

Esso è in particolare il cardine del processo di liberazione della donna, contraddetto nel frusinate da scelte di lungo periodo di svuotamento di strutture essenziali per l’empowerment femminile, come i consultori, dalla difficoltà nella mobilità pubblica o condivisa nelle città e nei paesi, dalla limitatezza dei servizi sociali e dalla contrazione delle opportunità di lavoro. Un insieme di fatti che richiedono l’urgente attivazione delle forme di promozione dei contenuti di autodeterminazione e libera scelta, nei processi produttivi e nella vita di relazione personale, per contrastare con più efficacia la violenza contro le donne. La responsabilità nei confronti del mondo che dovremo restituire alle generazioni future almeno come lo abbiamo abitato, è un impegno da molto tempo acquisito nei documenti internazionali fin dal Rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo del 1987. Dare seguito al Rapporto Brundtland nel frusinate, può significare oggi riconoscere il ritardo rispetto a quel documento, non rispetto ad una specifica norma o regolamento, ma al documento nel suo senso, perché troppo nel frusinate è stato invaso nel senso dell’irresponsabilità.

Poiché il soggetto di principale incidenza è quello d’impresa, la riappropriazione del Rapporto potrà avvenire a partire da esse, dalla loro partecipazione attiva ai progetti di attuazione del Rapporto, non ancillare rispetto ai programmi di crescita del profitto aziendale, che, per la perdurante instabilità dei risultati in zona, omogenea in tutta l’area, richiede ormai la presa di coscienza della necessità di un asse strategico sulla base della realtà territoriale, esito di inquinamenti reali e non solo percepiti. Territorio potente per risorse naturali e disponibilità onesta al lavoro, non solo per sé ma anche per le generazioni a venire. Questa, che è una tradizione, la famiglia ciociara, può diventare un valore di eccezionale forza lavorando per la liberazione della relazione d’amore da moduli rigidi, guardando alle possibilità da offrire alla tranquillità di relazioni d’amore nel contesto di iniziative per il recupero del territorio insieme alle imprese, ma senza confusione sui doveri d’impresa. Secondo un’etica rispettosa di uomo e ambiente, istituzioni, che ha ragioni vive nella Costituzione, in costante dinamicità come è per l’esperienza umana di ognuno, uomo o impresa che sia.

 

Parteciperò all’Assemblea volentieri, perché la realtà politica nazionale che si va creando con la spinta del movimento per l’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza promosso da Anna Falcone e Tomaso Montanari, sia forte anche dei contenuti emergenti dalla realtà frusinate, tanto nella sostanza che nel metodo. Perché anche il metodo è importante. Un’Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza deve avere metodi democratici nel suo vivere quotidiano e strategico. La democrazia di una formazione politica non è un lusso, ma la garanzia stessa di esistenza. Significa rispetto tra le persone, rispettarsi come parte di un impegno, con limpido dire e fare. Diversamente, sarebbe solo un progetto esclusivo ed escludente la popolazione che onestamente si incontra e si unisce per affrontare con più forza e tranquillità il proprio presente e cercare di far bene per il futuro. Di conseguenza, un punto fermo sarà la chiarezza delle parole, la lealtà delle parole e il rifiuto della violenza nel linguaggio, nel metodo, il rispetto della coscienza.

Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno proposto con linguaggio chiaro un’idea di sinistra aperta al respiro inquieto, al sudore della fatica, della terra o del computer inesorabile sulla schiena di chi digita dati o quanto di altro possa essere digitato, per lo più da free tanto per dire. Una sinistra che è di conforto a chi vive la sofferenza della malattia, la difficoltà delle malattie lunghe, quelle con cui una parte sempre più ampia della popolazione deve “convivere”, così si dice con ineffabile leggerezza. Come, con quali mezzi, con quali strutture, in quale condizione nella modificata relazione nei contesti sociali? E in una provincia senza strutture di mobilità pubblica, dove finisce la dignità dei più fragili? Un abisso tra il nord e il sud del Paese, una frontiera tra le città e i paesi, le periferie, dove più schiacciante è il peso delle diseguaglianze. Il linguaggio di Anna e Tomaso è vicino a quello che si parla ogni giorno, ma non è sottoposto al senso comune, della cui pericolosità già Gramsci avvertiva. E’ agli antipodi del metodo usato nei confronti del Senatore Pietro Grasso dal PD.

La pressione pesante esercitata nei confronti del Presidente del Senato è propria della deviata concezione della preminenza della decisione di partito rispetto ai principi dello Stato, alle regole, alla coscienza, anche professionale. Dunque, è bene non aspettare ancora, se un metodo di tal fatta ha potuto trovare applicazione nei confronti della seconda carica dello Stato. Per la democrazia anche nel metodo, è un obiettivo a cui cercherò di dare l’impegno che posso, e per l’uguaglianza, consapevole che l’uguaglianza non accetta schemi perché tante sono le forme possibili della disuguaglianza, della discriminazione. Anche nel territorio di Frosinone, dove la vita sa essere durissima quando il profilo della democrazia sfuma in lontananza. Anna Elisa De Santis

 
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