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Alleanza per la democrazia e l'eguaglianza

Teatro Brancaccio pienodi Daniela Mastracci - Quali sono le parole del 18 giugno?
Revisione dei trattati europei, abolizione dell'articolo 81, progressività fiscale, patrimoniale, redistribuzione della ricchezza, riduzione dell'orario di lavoro, investimenti pubblici, politiche industriali, scuola gratuita, sanità pubblica, sostenibilità ambientale, ruolo dell'Italia in Europa come traino per riconquista diritti sociali, politiche dei flussi migratori senza respingimenti né centri per rimpatrio, accoglienza e integrazione.


A memoria sono queste le parole che hanno attraversato gli interventi dei relatori che si sono avvicendati sul palco del Brancaccio.
Come ha detto Montanari, giusto per citare solo chi ha promosso l'iniziativa insieme alla Falcone, la forza politica che deve emergere dall'appello da loro lanciato, è una forza CONTROCORRENTE. Dalle politiche dove "meno Stato, più privato" alle politiche PIU' STATO, MENO PRIVATO
Uno Stato che riprenda in mano economia e società. Politiche che stanno dalla parte di chi fino ad oggi è rimasto SOMMERSO. Politiche che facciano parlare e contare "l'altra metà del Paese", la metà che oggi non conta nulla. A cominciare dai Giovani, dai lavoratori che pagano il prezzo di politiche orientate a far crescere i profitti dei privati, a dare loro bonus, incentivi fiscali e tutto il potere di contrattazioni sempre meno contrattazioni fino ad arrivare agli odiatissimi voucher.

4 dicembre: la piazza della protesta

L’abbiamo chiamato noi stessi, su questo giornale, il Popolo del No come il Popolo senza voto
Abbiamo interpretato il 4 dicembre come la piazza dove si è consumata la protesta. Abbiamo scritto dei milioni che sono andati a votare per dire NO all’austerità, alle politiche assoggettate al capitale finanziario.
Così come abbiamo scritto che il popolo del no votava contro una deforma della costituzione che l’avrebbe piegata ad essere lo strumento di chi è al potere per perpetrare un colpo alla democrazia e alla partecipazione democratica, perpetuando se stesso e diventando una oligarchia “inespugnabile”.
Abbiamo votato per la democrazia, per la partecipazione, per le nostre voci dal basso.
Poi siamo rimasti profondamente delusi dal mutismo della politica e dal suo reiventarsi uguale a prima e più di prima: una camaleontico processo che Renzi ha pilotato, dimettendosi, ma tornando sotto le mentite spoglie di Gentiloni, con leggi uguali e peggiori di prima.
Questa è la nota diversa da altri esperimenti simili. Questa è la critica a chi sta provando a disinnescare l’assemblea di domenica 18 giugno. E se proprio la penna di Paolo Mieli si prova a disinnescare, a sminuire l’effetto Falcone-Montanari, significa che l’effetto potenziale è davvero dirompente. Perché stavolta non è come le altre volte. Stavolta abbiamo una reale chiamata alle urne che ci ha portato il 68% degli aventi diritto, e dove il 60% ha votato NO. In quel 60% sta il popolo che oggi si può riconoscere nella proposta del 18 giugno.
Questa è la nota diversa perché c’è davvero un popolo dietro all’appello “Assemblea Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza”, un popolo del no costituito da chi a votare non ci andava più
Un popolo di giovani cui ha dato voce Marco, in un eccellente intervento fato di denunce ma anche di proposte chiare
Un popolo che, se non partiamo in fretta, a votare non ci tornerebbe oppure voterebbe sempre più a destra
Allora nulla è come già altre esperienze sono state
Vogliono occultare il 4 dicembre, dicendo che ci sono già stati appelli, e poi il nulla. Non oggi.
Vogliono occultare chi dice no al Pd e lo riconosce come partito di destra. Si, lo è, e le sue sciagurate riforme lo dimostrano: dal jobs act alla Minniti-Orlando. Per finire con lo scippo democratico che si è consumato con la reintroduzione dei voucher.

Il centrosinistra è un non luogo

Vogliono oscurare chi dice che il centrosinistra è morto. Lo è. Perché è diventato un non-luogo: per parlare a tutti ha finito per non parlare a nessuno e a mettersi a braccetto con Marchionne
E a chi dice che c’è ambiguità a proposito dei 5stelle, io dico: attenzione perché c’è un popolo di sinistra dentro l’elettorato pentastellato, ed è ora che ce lo andiamo a riprendere. Sono i delusi, gli arrabbiati, certo! populisticamente. Ma appunto perché è mancata la struttura di un partito nel quale riconoscersi, viceversa sono presi nella morsa dell’uomo solo al comando, sfidiamoli oggi a confrontarsi con noi e con le nostre parole d’ordine, piuttosto che con il verticismo antidemocratico del loro leaderismo, schiacciati adesso su questioni inammissibili a sinistra. Vediamo cosa farebbero. Alle ultime amministrative hanno avuto una forte battuta d’arresto, perché? Già non si riconoscono più. Ed è questo il momento per parlare con loro e trovare di nuovo l’unità di intenti comuni. Unoetre ne è la prova provata a proposito del reddito minimo garantito: una proposta che è nata dentro i 5stelle laziali, quella che poi è diventata la nostra proposta, perché lì abbiamo riconosciuto una battaglia di sinistra. Ovvero là abbiamo imparato che dentro il movimento dei 5 stelle c’era del nostro, ma che la sedicente sinistra non aveva colto appieno. Quindi c’è da riflettere a proposito della lontananza o vicinanza di posizioni. Senza strumentalizzare le incompatibilità. E senza fermarsi, altrettanto strumentalmente, in superficie, rispetto alle ultime brutte pagine di questi giorni: sta là, di nuovo, il popolo di sinistra, che deve tornare ad avere Sinistra, e a non cadere ulteriormente nel voto di rabbia indeterminata
E con Montanari e Falcone, e con tutti gli intervenuti, sfidiamo il popolo dei sommersi a riemergere e a farsi sentire. Quella metà dell’Italia che non guarda più nessuno dei politici al governo: sta là chi voterebbe per chi pronuncia oggi parole nette, controcorrente
E poi guardiamo le nuove generazioni, che sabato 17 giugno sfilavano dietro allo striscione “generazione voucher”. Sono loro che vanno ascoltati e il popolo cui ridare il futuro.
Sta qui la risposta a tuti gli incerti. Ma anche a chi prova a svilire dicendo che è un percorso partito maluccio: da dove venga venga questa critica. Si vuole affossare un processo a tutti i costi: perché dietro ci sono le due cifre, e ci sono per davvero se si guarda al 4 dicembre.

Chi non lavora non ce la fa più

Altre esperienze prima di questa avevano un popolo reale alle spalle? Un popolo oggi chiamato a fare assemblee e a discutere e poi indicare i propri candidati? Cioè non verticismo, ma al contrario democrazia partecipata dal basso verso l’alto?
Chi dice No al Pd chiama quei milioni che hanno detto NO al referendum. Quei milioni che volevano rovesciare il sistema di potere. Che finalmente hanno avuto l’occasione per votare contro, e per votare, intanto. Le urne sono state le piazze che non abbiamo il coraggio di riempire, forse. Ma se pure così è, come prendersela? Chi non lavora non ce la fa più. E chi lavora senza tutele e senza articolo 18, sa quanto può essere rischioso esporsi, manifestare. Anche solo denunciare è sentito come un pericolo perché si può essere licenziati senza giusta causa e non si ha più il diritto di reintegro. Ad un popolo così tanto ricattabile, soltanto le urne possono consentire un voto contro.
E da ultimo ripenso alle poche ombre di domenica: è vero qualcuno si è risentito perché non gli è stato dato lo spazio per intervenire. Ma la causa oggi è più grande di ogni individualismo: dobbiamo tutti saper tenere a freno l’istinto di mettersi davanti, oppure di criticare perché non ci si riconosce abbastanza. Anche Ingroia ha scritto cosi. Ma credo che dobbiamo dire se ci riconosciamo intanto standoci e partecipando e vedere assieme passo dopo passo come ci organizziamo e ci diamo reciproco riconoscimento: ci vuole tempo e tanto coraggio, ma anche tanta buona volontà.
Io ritengo che le condizioni storiche siano giunte al più alto grado di contraddizione: possono esplodere e reinventare un’Italia a misura dell’essere umano. Non più gli interessi al centro, non più il capitale, ma l’essere umano. E per chiudere momentaneamente un articolo che potrebbe continuare, seguendo il continuum del processo avviatosi, riportiamo la citazione sui migranti. Montanari ha detto così “È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.”

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Ceccano. "Dove è finita la democrazia nella nostra città?"

ceccano palazzo antonelli 350 253di Manuela Maliziola - L'atteggiamento di chiusura che ha portato il Presidente del Consiglio Marco Corsi, nella conferenza capigruppo tenutasi il 27 aprile u.s., a rifiutare la richiesta di Consiglio Comunale ampiamente motivata e sottoscritta da ben otto consiglieri, ci porta ad una doverosa e seria riflessione sul grado di democrazia esercitata dall'attuale maggioranza.
Tale ingiustificato rifiuto è da considerarsi un vero e proprio schiaffo alla sovranità popolare ed al ruolo dei consiglieri comunali eletti dal popolo, i quali chiedono spiegazioni al Sindaco Caligiore su delibere di giunta che vanno ad incidere negativamente sulla libertà di pensiero e di espressione dei cittadini .
Mi sarei aspettata che già nel seduta del 13 aprile u.s., il Sindaco nelle sue comunicazioni al Consiglio, con senso di responsabilità, avesse reso edotto l'assise sulle motivazioni che lo hanno spinto ad adottare l'ormai famosa "delibera 66\2017" riguardante i comportamenti lesivi nei confronti del Comune, con conseguente conferimento di incarico legale ad un professionista esterno. Ancora una volta il Sindaco Caligiore ha dimostrato la sua incapacità politica di gestire anche semplici situazioni, arroccandosi su posizioni di difesa che denotano l'incapacità di tenere un confronto pacato e costruttivo con le forze politiche di opposizione presenti in Consiglio.
Pertanto, la mancata convocazione, a seguito di formale richiesta di Consiglio Comunale, rappresenta un sintomo di debolezza e la mancanza di confronto è la prova provata del pressapochismo nel governare.
Ormai è prassi consolidata che durante l'amministrazione Caligiore i consigli comunali, nonostante le numerose interpellanze, mozioni ed interrogazioni presentate dai consiglieri di opposizione, vengano convocati solo per materie specifiche ed indispensabili per consentire a tale maggioranza di " sopravvivere", come ad esempio i consigli sull'approvazione del bilancio, su richieste specifiche dell'opposizione.
Voglio ricordare al Sindaco Caligiore che i consiglieri di minoranza, rappresentano i cittadini, le loro istanze ed esigenze e pertanto quando un Sindaco, con un proprio atto, non solo limita, ma va ad incidere sull'altrui libertà di pensiero e di opinione, esercitando anche un'attività di " controllo" sui social, è necessario che spieghi le motivazioni di tali decisioni in pubblica assise. Se poi il Sindaco si sente offeso da determinate esternazioni o pubblicazioni è giusto che si tuteli personalmente ed a sue spese presso le sedi competenti, senza impegnare soldi pubblici per i quali addirittura si rifiuta di dare spiegazioni .
Altro che trasparenza amministrativa, ancora una volta il Sindaco Caligiore è venuto meno ad una delle tanto sbandierate promesse elettorali.
Personalmente non ritengo la vicenda una questione chiusa, in quanto tale atteggiamento di superficialità e di arroganza è altamente lesivo della libertà e del principio di democrazia, valori questi, che per le lotte portate avanti nel passato, non possono essere messi a repentaglio da alcuno, nè tantomeno essere sviliti a semplici termini per corredare un bel discorso.

 
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Una Sinistra fatta di marinai della democrazia

Possibile logo 350 260di Gianmarco Capogna - Il referendum del 4 dicembre ha dimostrato che esiste uno spazio nella società e ci ha consegnato la responsabilità di occuparcene per dare una rappresentanza a chi il sistema politico tende ad ignorare. Barack Obama nel suo discorso di addio alla Casa Bianca ha dichiarato: «La nostra democrazia è minacciata ogni volta che la diamo per scontata. La nostra Costituzione è un regalo meraviglioso. Siamo noi, il popolo, che le diamo potere con la nostra partecipazione e le nostre scelte. Col nostro difendere o no le nostre libertà. Col nostro rispettare e far rispettare o no lo stato di diritto».
Serve una sinistra che non insegua chimere o porti sicuri ma che decide di lasciare gli ormeggi, tirare su l’ancora e navigare in mare aperto, affrontando le insidie ma avendo ben chiaro dove dobbiamo andare. Seneca diceva che «non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». Ecco noi di Possibile possiamo e dobbiamo essere marinai della democrazia, per questo non ci sottraiamo al confronto lanciato da Ignazio Mazzoli e che reputiamo ricco di spunti.

La "Costituente delle Idee"

Non ci interessa una Sinistra che pensa di esistere sulla base della strategia elettorale e delle alleanze che conviene o meno mettere in atto in questa o quella realtà territoriale o nazionale, tanto meno crediamo che si possa perdere ulteriore tempo dietro l’infinita querelle sul leader portata avanti da un ceto politico che ha paura di rinnovarsi. Vogliamo costruire una sinistra coraggiosa e determinata che esiste per il suo progetto politico, per la visione del Paese che costruisce in mezzo alla gente non nelle stanze del potere, attraverso le modalità di una politica vecchia, che non appassiona più nessuno, tanto meno i giovani. Serve una Sinistra aperta e nuova che rifugge gli schemi oramai obsoleti e superati e che ne propone di nuovi, partendo dalle persone e dai temi. All’ambizione di creare un campo che sposti a sinistra qualcun altro preferiamo la sfida del mare aperto.
Per questi motivi abbiamo lanciato la Costituente delle Idee che si svolgerà a Roma, al Roma Eventi in via Alibert, di fianco a Piazza di Spagna, dal 24 al 26 febbraio: non una convention fatta di comizi ma un lavoro strutturato in momenti di elaborazione politica tematica che dovranno servire per mettere nero su bianco le basi per una proposta di governo condivisa con tutti coloro che vorranno contribuire a scriverla. A partire dal Lavoro, che non c’è, e dalla richiesta di una legge per un reddito di dignità e dall’impegno a fianco della CGIL nei prossimi referendum, con la speranza che il Governo decida di fissare la data nello stesso giorno delle elezioni amministrative affinchè si risparmi una spesa insostenibile per il nostro Paese, evitando che si ripeta l’assurda decisione del referendum sulle Trivelle. Un programma che abbia come faro quello del contrasto alle disuguaglianze che attanagliano l’Italia e la tengono incatenata in una situazione di forti contrasti sociali. Una proposta, anche elettorale, che si faccia carico di dare voce a tutti coloro che oggi si sentono abbandonati in un rapporto diretto tra rappresentanti e rappresentati. Per una sinistra capace di affermare senza titubanze di essere a sostegno del matrimonio egualitario, di una legge per il fine vita e della legalizzazione della cannabis. Un programma che ribalti il paradigma della cultura nel nostro Paese trasformandola da settore dimenticato ad investimento nevralgico. Per una totale riconversione ecologica del nostro modello di sviluppo economico.
Faremo di tutto per costruire un fronte ampio capace di esprimere posizioni chiare e inequivocabili, senza parlare alle segreterie di partito ma rivolgendoci alle persone. Ad iniziare dalla riunione provinciale dei Comitati di Possibile che sarà aperta a tutti, interessati, simpatizzanti e cittadini che vogliono proporre temi e proposte, e che si svolgerà martedì 14 febbraio 2017 alle ore 18:30 presso i locali di Frosinone In Comune in via Marittima (Frosinone) di fronte la Banca Popolare del Frusinate in zona stadio Matusa. Rinnoviamo inoltre l’invito alla Costituente delle Idee di Roma, per scrivere tutti assieme una nuova pagina politica del nostro Paese.


Gianmarco Capogna, a nome dei Comitati di Possibile della Provincia di Frosinone

 
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"Si scrive acqua ma si legge Democrazia"

movimento 5 stelle bandiera 350 260da Amici M5S Veroli - Gli attivisti M5S di Veroli consegneranno una lettera aperta al sindaco ed al consiglio comunale viste le deduzioni del sindaco che lo hanno portato, complici tutti i consiglieri ed assessori comunali a deliberare di fatto, viste anche le ultime vicende, contro una possibile ripubblicizzazione, gli attivisti sono stati chiamati in causa dal sindaco anche in consiglio comunale e nel mentre spiegavano le loro ragioni sulla risoluzione sono stati bloccati dal presidente del consiglio Giuseppe Mignardi,che ha definitivamente fermato ogni discussione democratica aperta dal Primo Cittadino, il quale stava di fatto dando parola su questo tema importante anche ai cittadini presenti creando così un'interazione libera e democratica con i suoi concittadini.

Il nostro disaccordo con la STO e con il Sindaco

Così ad oggi dobbiamo scrivere le risposte alle deduzione del Sindaco con lettera aperta, noi non siamo d'accordo con il primo cittadino riguardo le considerazioni della STO, le quali sono state parziali rispetto alle inadempienze di Acea dimenticando soprattutto gli obblighi contrattuali, poi errato è anche il concetto secondo cui in fase di risoluzione i comuni si vedrebbero caricati dei relativi costi, perchè al gestore verrebbero riconosciute solo le somme effettivamente impiegate e non recuperate, altro punto a sfavore delle deduzioni del nostro Sindaco sono le determinazioni di queste somme le quali dovranno avvenire attraverso commissione bilaterale considerando anche che ACEA nell'anno 2014-2015 ha chiuso con un utile di 10 milioni di euro, considerando anche il fatto che si dovrà pronunciare la magistratura ordinaria e non più il T.A.R.
Altro punto sfavorevole ad ACEA ed alla tesi del Sindaco riguarda i costi che graverebbero sui comuni, in base alle leggi ed hai documenti contrattuali quelle somme ricadrebbero sul nuovo piano d'Ambito quindi de facto non cambierebbe niente rispetto ai conguagli contabilizzati sulle fatture da ACEA.
Altra cosa importante è che sta per essere stralciato il servizio idrico dalla riforma Madia e quindi si potrà rigestire il servizio pubblicamente e questo grazie anche al contributo dei cittadini verolani che hanno firmato la petizione che abbiamo portato qualche tempo fa, cioè quando ci è stato verbalizzata la multa per intenderci.

Infine abbiamo anche chiesto al nostro primo cittadino che faccia di tutto in assemblea ed in consiglio comunale per avviare procedure legali per danno erariale nei confronti dei precedenti sindaci i quali a parere del T.A.R. sono stati i principali responsabili di questa situazione e che i conguagli siano fatti pagare a loro e non ai cittadini.
Con questo augurio gli attivisti del M5S di Veroli e gli attivisti del "Forum Italiano Acqua Pubblica" ribadiscono con ancor più forza che ripubblicizzare è possibile, conveniente e democratico, per usare uno slogan del 2011, SI SCRIVE ACQUA MA SI LEGGE DEMOCRAZIA.

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L'oligarchia non è democrazia

Mario Trapazzo 350 260dell'Avv. Mario Trapazzo - Il mio NO parte da lontano. Non è solo espressione di profondo dissenso all’operato di un premier di cui non riesco ad approvare quasi nulla, meno che mai questo suo accanito impegno propagandistico che lo sta portando (ci vuol poco a capirlo) a trascurare le funzioni proprie di un capo di governo (e Dio solo sa quanto ci servirebbe oggi un governante più attento e capace di affrontare i biso-gni del Paese...) spendendosi in lungo ed in largo della penisola (a nostre spese, immagino) per catturare adesioni ad un progetto di “riforma” (tale solo nel nome) costituzionale model-lato su misura per lui e per i suoi “cortigiani” con il supporto di una legge elettorale (l’Italicum) nata anch’essa in un contesto istituzionale “disordinato”.
E per raggiungere il suo scopo (è sotto gli occhi di tutti) non esita a servirsi di tutti i mezzi di informazione che, per “rispetto” della sua carica istituzionale, si pongono a sua disposizio-ne; in primis della TV di Stato i cui servizi tradiscono quotidianamente una sapiente regia (o “direzione lavori” ?) che manda in onda, con assemblaggi e tagli di alta sartoria, interviste e riprese “a sua immagine e somiglianza”... -.
Ma sinanche (e non ce l’aspettavamo) sfruttando un sostanziale disimpegno (o estrema “cautela” ? o disattenzione ?) anche da parte di una prestigiosa testata giornalistica il cui di-rettore, fuorviando di fatto l’elettorato, si è intrattenuto a giocherellare (inopportunamente ed impropriamente) sulla differenza etimologica tra “democrazia” ed “oligarchia” concludendo con una tesi sconcertante che la prima non può non tradursi in “oligarchia” così offrendo incautamente una sponda all’operato di Renzi che a quell’oligarchia si è già ispirato da tempo a dispetto del popolo sovrano.
Eugenio Scalfari, un mito tra i giornalisti laici italiani, appannando (pur senza dolo) il lucido intervento di Zagrebesky in occasione della tribuna televisiva con Renzi, ha introdotto (v. editoriale Repubblica del 9.10.16) una querelle estremamente pericolosa confondendo il braccio con la mente dove quest’ultima è - e deve restare – solo il Parlamento che è espres-sione UNICA ed insostituibile della volontà popolare, al quale spetta il compito di vigilare anche sull’operato dell’Esecutivo.
E’ bensì vero che in sede di Esecutivo il compito di agire è poi di fatto (e per previsione co-stituzionale) affidato a “pochi” (v. Ministri e vari; da qui appunto il termine “Esecutivo”) ma il punto sostanziale è che il potere sovrano deve potere restare ben saldo in capo al popolo. Se poi la vogliamo dire tutta, sono le stesse etimologie delle parole che forniscono questa in-terpretazione: democrazia (dal greco cratia [potere] demo [popolo]) non può che essere quello che la stessa parola dice: POTERE DEL POPOLO, che la nostra Costituzione ha ben recepito all’art. 1 (“l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (primo comma) e “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (secondo comma).
Viceversa l’“oligarchia“ è già negazione della democrazia; anche qui il suo etimo lo rileva: cratia potere]+oligos pochi] = POTERE DI POCHI. E Scalfari non poteva (e non doveva) confondere le cose lasciando intendere che la presenza di “pochi” possa essere ritenuta...un fenomeno fisiologico (??!!) all’interno della stessa democrazia. La differenza è notevole: nel primo caso le decisioni sono assunte dall’intero popolo (attraverso i propri rappresentanti); nel secondo caso il volere popolare è considerato marginale: chi decide sono quei “pochi”, gli oligarchi appunto.
E, confesso, anche in virtù di tale ultima circostanza (ancorchè marginale) è maggiormente montata in me l’indignazione e si è ulteriormente rafforzato il convincimento che questa “riforma” (mi pesa anche adottare questo termine) non deve passare; essa è la negazione della democrazia e introduce un tracciato pericoloso di deriva democratica in cui avrà facoltà di inserirsi (legittimamente perché una legge elettorale ed una costituzione riformata glielo consentiranno) ogni individuo assurto al potere con meccanismi complessi e irrispettosi della volontà popolare.
Nel caso di specie il pericolo di deviazione democratica è già nelle modalità di nascita, anzi di concepimento, della legge elettorale (l’Italicum): essa è stata surrettiziamente predisposta e varata da un Parlamento già “delegittimato” dalla Corte Costituzionale che si era già espressa negativamente sulle regole che avevano permesso la nomina di quei parlamentari che l’hanno approvata.
Analizzandola nel merito si vedrà poi che è una legge fatta su misura per legittimare un possibile colpo di mano futuro che vedrà (legittimamente...) il Premierato prevalere sul popolo sovrano.
C’è da restare sgomenti. Vi si annida un serio pericolo antidemocratico nella misura in cui è aperta la possibilità ad un partito minore, non espressivo di una maggioranza popolare, conquistare la maggioranza parlamentare usufruendo del meccanismo del ballottaggio a cui si può accedere non essendo stata prevista una soglia minima.
Con tale premessa, come si può accettare senza batticuore una modifica della Costituzione che, operando una cesura profonda nelle istituzioni rappresentative (verrà decretata la fine del bicameralismo) introdurrà una struttura di cui potrebbero far parte (in virtù appunto di quel meccanismo perverso sopra segnalato previsto dalla legge elettorale) soggetti mai voluti veramente dal popolo e pronti a chinarsi al potere di un premier sempre più forte ?
Insomma, legge elettorale e referendum sono argomenti inscindibili e profondamente seri e non possono essere liquidati con slogan e monologhi affabulatori tanto cari ai “toscanacci”. Solo una nuova Assemblea Costituente composta da TUTTE le voci rappresentative dell’intero popolo italiano potrà decidere i tagli necessari ad assicurare ammodernamento procedurale e strutturale da una parte e mantenimento dei principi democratici di cui all’art. 1 della Costituzione dall’altra parte.

Cassino, 12 ottobre 2016
Avv. Mario Trapazzo

 
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“Voto NO, per far vincere la democrazia!”

PaoloCeccano 350 260PAOLO CECCANO, SEGRETARIO PRC FEDERAZIONE DI FROSINONE

“NO, per far vincere la democrazia!”
La riforma proposta stravolge completamente il sistema di garanzia democratica che il bilanciamento fra la funzione esecutiva, cioè del governo, e quella legislativa, cioè del parlamento, garantisce. Il governo Renzi con il proposito di rendere più veloce l’iter approvativo delle leggi, elimina il Senato rendendolo il luogo della delizia dei consiglieri regionali che eletti dai cittadini per espletare uno specifico mandato si ritrovano a svolgerne un altro. Quindi il cittadino rischia di votare senza sapere quale funzione andrà a svolgere
NO per far vincere la democrazia!

 
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"Sono per una Democrazia parlamentare, garantita da questa Costituzione"

Paola FrasconePAOLA FRASCONE, INSEGNANTE, RESIDENTE A SORA

"Sono per una Democrazia parlamentare, garantita da questa Costituzione"
Ciao sono Paola Frascone, insegnante, residente a Sora. Voterò NO al Referendum sulla riforma della Costituzione, innanzitutto per la legge elettorale "Italicum", che,con la concessione spropositata di premi di maggioranza alla Camera,concentrerà tutti i poteri nelle mani di una sola forza politica e del suo leader, io sono per una Democrazia parlamentare, garantita da questa Costituzione. Giuristi e costituzionalisti, di fama molto più accreditata di quella del "signor Renzi, si sono dichiarati contrari a questa riforma, che tradisce le intenzionalità di tutela della libertà della nostra Costituzione. Una riforma scritta male, ambigua ed incomprensibile in molti punti, che complichera' , invece di snellire,come promesso, l'iter delle leggi, senza apportare nessun risparmio sui costi della politica. A mio parere è l'ennesima menzogna di questo Presidente del Consiglio, un grave danno, il peggiore, se dovesse vincere il SI. Buon voto a tutti.

 
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"No alla riduzione degli spazi di democrazia"

GianmarcoCapogna 350 260GIANMARCO CAPOGNA – FROSINONE – TIROCINANTE IN ENTE DI FORMAZIONE

"No alla riduzione degli spazi di democrazia"
Voterò NO ad una riforma della Costituzione che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini e che non elimina il Senato ma lo trasforma in assemblea non eletta composta da Sindaci e Consiglieri regionali. Si poteva arrivare ad una riforma migliore e più condivisa; bastava partire da aspetti largamente condivisi: dimezzare il numero dei parlamentari e la loro indennità, semplificare l’iter legislativo e potenziare gli strumenti di democrazia diretta. Per riportare la politica tra le persone e le persone nella politica.

 
 
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Ultima chance: strenua difesa della democrazia scritta nella Costituzione del 1948

suffragiouniversale 350 260di Fausto Pellecchia - Com’è noto, tutte le costituzioni democratiche ereditano, nel concetto di sovranità popolare, l’idea moderna di una indiscussa legittimazione del supremo potere di comando statuale. Un importante corollario di questa concezione è che il corpo elettorale, nel corretto esercizio del diritto di voto, non può mai sbagliare nella scelta dei suoi rappresentanti. L’infallibilità delle decisioni formali assunte dal “popolo sovrano” stroncherebbe perciò alla radice ogni piagnisteo e ogni invettiva post-elettorale sul «popolo bue», inteso come massa passiva che, ottusa e ignorante (la ggente!), si lascia aggiogare facilmente all’aratro di poteri invisibili, sedotta da lusinghe demagogiche o da ingannevoli manipolazioni mediatiche ecc. In questa prospettiva, le recriminazioni post-festum celano un profondo spirito antidemocratico.

Il cloroformio delle “grandi intese”

Ogni coalizione, movimento o partito che risulti elettoralmente minoritario dovrebbe indirizzare i suoi strali innanzitutto su se stesso, promuovendo un’autentica autocritica: se la maggioranza del popolo non lo ha scelto, è perché sono stati commessi errori di strategia politica, sono stati presentati programmi inefficaci o lacunosi, o, almeno, c’è stata un’impostazione fallimentare nella comunicazione politica relativa ai programmi, alle strategie, ed anche alle denunce sulla manipolazione dell’opinione pubblica... Insomma, il “popolo”, nella visione liberal-democratica, è sempre formalmente incolpevole e, persino, infallibile, anche quando le sue scelte possano risultare irreparabilmente autolesionistiche.

Questo postulato è diventato alquanto problematico, sul piano della costituzione materiale, a causa della crescente diminuzione del numero di cittadini che, pur appartenendo al corpo elettorale, decidono di disertare le urne, rinunciando al diritto di voto. Una rinuncia che, certamente, ha quasi vanificato il significato della rappresentanza, e che segnala un grave disfunzione del sistema democratico; ma che è comunque ancora interpretabile (e viene di fatto interpretata) formalisticamente come una delega implicita dell’intero corpo elettorale a quei cittadini che esercitano il loro diritto di voto. Ma il potere esecutivo ha altresì provveduto a sacrificare, sull’altare della “governabilità” - dopo la deflagrazione dei grandi partiti organizzati e dei movimenti di massa del secolo scorso- ogni residua imprevedibilità nell’esercizio del comando. Con un’ulteriore mossa sedativa e preventiva contro le possibili sorprese della dialettica democratica, molti governi europei hanno varato la strategia uniformante delle “grandi intese”.

In Italia, ad esempio, l’eccezionale emergenza del terrorismo - che legittimò per un brevissimo periodo dal cosiddetto “compromesso storico”- è stata prontamente normalizzata in una stabile pratica politica, sia attraverso l’introduzione del sistema elettorale maggioritario – che ha lasciato senza rappresentanza una quota sempre più alta di cittadini- sia, soprattutto, attraverso la finale cancellazione di stampo leaderistico della distinzione centrodestra/centrosinistra che avrebbe dovuto garantire il votoNO 350 260bipolarismo del sistema. Ed oggi, approfittando delle minacce del cosiddetto “terrorismo islamico”, nuove drastiche misure di limitazione dei diritti individuali sono in fase di elaborazione nei cantieri dei governi europei. In Italia, già con l’omologazione del PDL e del PD – L, pattuita con il governo Monti e definitivamente sancita dal governo Renzi e dalla sua composita maggioranza, è stata praticamente soppressa la possibilità stessa della decisione e della scelta tra istanze, progetti e programmi realmente alternativi.

La sconfitta del "NO", aprirebbe al dominio incontrastato del capitalismo finanziario e alle sue coperture politico-ideologiche

La comparsa del terzo incomodo, il M5stelle, che ha più volte proclamato il suo “né di destra, né di sinistra” (ma neppure “di centro”!), sembra aver spostato l’asse dell’alternativa lungo la soglia indiscernibile che divide politica e antipolitica. Gli effetti di questo rimescolamento che volge verso il “partito unico” o, piuttosto, verso “il non-partito”, sono ormai evidenti. Il prezzo di questo spostamento è il tramonto non solo dei movimenti e dei partiti, ma anche della cultura riformatrice della sinistra, soffocata nell’orizzonte asfittico del pensiero unico, neoliberista in economia e politicamente subalterno alle occulte oligarchie della finanza. L’ultima chance di resistenza oggi possibile è, pertanto, il voto al prossimo referendum costituzionale, cioè la strenua difesa dell’idea di democrazia progettata dai nostri padri costituenti. È l’ultima decisione che resta nelle mani del “popolo sovrano”: la decisione di poter ancora continuare a decidere qualcosa. L’alternativa tra il Sì e il No - oggettivamente connessa all’adesione o al rifiuto dell’inasprimento del maggioritario delineato dall’ “italicum”- custodisce l’estremo tentativo di salvaguardia della distinzione fondante tra destra e sinistra, tra subalternità all’attuale dominio socio-economico ed emancipazione, e che, sul piano politico, si mostra con la falsa apparenza di ruoli invertiti tra cambiamento e conservazione. Al di là dello svuotamento delle insegne dei partiti storici e della insulsa retorica ideologica che ne dissimula l’inconsistenza, l’eventuale sconfitta del No, aprirebbe al dominio incontrastato del capitalismo finanziario e alle sue coperture politico-ideologiche di stampo xenofobo e bellicista, al quale nulla di realisticamente alternativo potrebbe opporre il tumulto extraparlamentare di una moltitudine dispersa, affidato soltanto all’autocompiaciuta direzione di una vecchia leadership parolaia e narcisista.

 

 
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Altro che costi, ci sarà un taglio della democrazia

Nocontroriforme 350 260di Valerio Ascenzi - Riflettendo sul prossimo referendum di ottobre e sulle ragioni che ci spingono a votare e a far votare no, credo che i motivi per cui una riforma di questo genere non debba passare sono semplici: la “deforma” costituzionale reziana, rappresenta una rozza involuzione democratica, dal sapore demagogico. Dietro i tagli promessi dal governo si cela - neanche tanto velatamente - la volontà di portare l’orologio indietro di oltre 15 anni, dato che si sta tentando di modificare nuovamente gli articoli della costituzione a cui abbiamo già messo mano nel 2001. All’epoca fu il centrosinistra – ricordate? Era in carica il Governo Amato - a sostenere la modifica costituzionale del Titolo V, attraverso un referendum fu vinto per una manciata di voti). La scusa è quella che non possiamo perdere l’occasioni di superare il bicameralismo. Le promesse poi, arrivano a prospettare scenari in cui l’Italia sarebbe maggiormente in grado di combattere il terrorismo. La maggior parte degli attenti lettori dei quotidiani, che hanno seguito l’iter riformista, sta ancora ridendo.
Siamo chiamati a confermare una legge costituzionale che muta profondamente l’assetto della costituzione e, checché ne dicano i sostenitori che quali minimizzano parlando solo del taglio dei costi della politica, ci sarà un taglio della democrazia. Se si è trattato solo di creare il monocameralismo, non si comprende perché sono stati toccati ben 47 articoli della Costituzione vigente: 13 sono stati riscritti per intero, 32 sono stati modificati e 2 soppressi, fatta eccezione dell’art. 48 (Ordinamento della Repubblica).

Sarà un balzo all'indetro

Torneremo in dietro di oltre quindici anni dicevamo, per riaccentrare i poteri in seno ai vertici dello Stato. Sul finire della XIII legislatura, riuscimmo ad allargare i “momenti decisionali” e di democrazia, dando maggiori responsabilità e poteri legislativi alle Regioni e agli enti decentrati. È un disegno preciso che vede un nuovo accentramento dei poteri attraverso l’abolizione delle Province, una modifica profonda delle Regioni, una legge elettorale – sulla quale torneremo in seguito – che in nome della governabilità finirà per esautorare anche la Camera dei deputati da quelli che sono i suoi ambiti di intervento.
Potremmo essere anche d’accordo con il presidente della Repubblica Mattarella, quando dice che la pluarlità, il confronto e la sintesi tra diverse idee e opinioni portano alle migliori soluzioni. Ma è la democrazia così intesa, a non essere nel Dna di questo governo: Renzi e i suoi collaboratori, è ormai palese, stanno mettendo in atto un programma che non è quello del Pd, non sarebbe mai stato accettato dal centrosinistra. D’Alema stesso – non un cinquestelle - lo ha detto a gran voce: è il programma di Berlusconi.
Credo che l’Italia intera abbia capito. Nonostante il caldo di questi giorni che annebbia i neuroni: non ci si può accontentare di una rozza involuzione democratica e farla passare per una riforma epocale. Soprattutto non accettiamo di veder paragonata miss Boschi a Nilde Iotti.
Il rischio però è quello che, dopo anni di immobilismo berlusconiano, ai cittadini disorientati, potrebbe paradossalmente risultare accettabile qualsiasi riforma, piuttosto che nulla. Voglio ricordarvi che una riforma costituzionale simile la propose già nel 2006 Berlusconi. E perse il referendum con il centrosinistra che inneggiava al colpo di stato, che chiedeva alla popolazione di difendere la costituzione.
Accontentarsi di una riforma qualsiasi però sarebbe un pericoloso modo di ragionare che andrebbe scongiurato, utilizzando sempre e solo argomentazioni sul merito di ciò che questo pasticcio va a ledere, non di certo a migliorare. Esortando i lettori ad informarsi, vorrei però anche sottolineare che il primo a personalizzare il referendum sulla sua figura, è stato proprio Renzi, il quale dopo aver visto i sondaggi usciti dopo le sue dichiarazioni da spaccone – “Se vince il NO, mi dimetto – ha preferito ritirarsi con un: “Se vince il NO, resto”.

 
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