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"Democrazia offesa e vituperata in questo referendum"

votare 350 260Nadeia de Gasperis - La scorsa domenica mattina, ho indossato una gonna a ruota, le scarpe con la punta tonda, di quelle che batti i tacchi e voli via con un desiderio, e mi sono recata al seggio, accompagnata dal mio fidanzato. Poi è stata la volta che io ho accompagnato lui. “Bene” dice mia madre, “è bene che a votare si vada sempre accompagnati”.
Le chiedo se non sia una regola dei fondamentali del vivere politico, o un passaggio del vademecum scaramantico, propiziatorio a una buona una tornata elettorale. “Non è che una questione sentimentale, quello del voto è un momento importante che va condiviso”.

Votare, un gesto che va condiviso

In effetti, come avrei potuto dimenticarlo, se ogni volta, ad ogni tornata elettorale, sin da piccolina mi recavo al seggio con i miei genitori, spingendomi fin dento la cabina elettorale, percependo la ritualità del momento, respirando la intensa partecipazione alla vita cittadina, sociale, politica, civile, che strideva con la lampadina fioca che faceva poca luce sul voto. La sacralità del momento, il tepore dell’aria di maggio/giugno, rimandava alla liturgia della consegna dei doni al parroco nel mese di maggio, quando mi recavo nella parrocchia di Valleradice con i miei nonni. Il volto nuovo della scuola, quella che frequentavo nei giorni qualunque, il volto nuovo della chiesa, l’emozione delle persone care accanto a me, aumentavano la comunanza del sentimento della domenica del voto e quella dei voti. Una gonna a ruota, una maglietta pulita e le scarpette con la punta tonda. In un punto preciso si incontravano i due avvenimenti, nella fede che guidava a procedere.
Ogni volta che si presentava l’occasione, mamma ci voleva tutti svegli presto, spiegando quanto fosse importante la sana abitudine di recarsi alle urne il prima possibile. Seguiva un pranzo buono, una gita domenicale, un giorno di festa, di speranza. Quello che è accaduto alla democrazia in occasione di questo referendum è importante, è stata offesa e vituperata, insieme all’intelligenza dei cittadini, ma è stata difesa e onorata dal voto delle persone che si sono recate alle urne. Non importa contarci, l’importante è poter contare sempre sui preziosi strumenti della democrazia e difenderne la sacralità con la partecipazione sentita, emozionata, che mai abbandonerà chi come me ha vissuto, seppure da piccolina, gli anni della conquista dei valori sbeffeggiati da chi è poco avvezzo al senso della parola “democrazia” o deve averlo dimenticato troppo troppo presto per dirsene ancora sua espressione.

 
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Il Sinodo dei Vescovi e la sua democrazia organizzata

sinodo vescovi 350 260di Ivano Alteri - Nel nostro precedente articolo sul Sinodo dei Vescovi (Papa Francesco ha messo in movimento davvero la Chiesa) in corso in Vaticano dal 4 al 25 di ottobre, avevamo cercato di mettere in evidenza la complessità, anche organizzativa, della discussione sinodale immaginata da Papa Francesco e dai suoi collaboratori, su “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, poiché, tra l’altro, ci sembrava assai significativo il confronto con quanto accade, invece, nelle altre sfere della vita pubblica.

A quella discussione, infatti, stanno partecipando ben 270 padri, più una novantina tra altri padri, uditori, esperti, collaboratori, famiglie e delegati fraterni (rappresentanti di altre religioni), provenienti da tutto il mondo. Essa si articola in tre parti, una per ogni settimana, come definite dall’ “Instrumentum laboris” predisposto per l’occasione: 1) “L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia”; 2) “Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia” (discernimento della vocazione familiare; 3) “Il confronto: prospettive pastorali” (missione della famiglia oggi). Tre sono i “luoghi” di discussione: gli interventi programmati nel corso delle congregazioni generali, lo spazio riservato agli interventi liberi che si svolgono al termine della giornata e la discussione nei “circuli minores” suddivisi per area linguistica. Questi ultimi sono tredici: 1 tedesco, 4 inglesi, 3 spagnoli, 2 italiani, 3 francesi (cinque in più rispetto alla precedente assemblea ordinaria che si svolse nel 2012). Alla fine di ogni settimana saranno presentate le relazioni dei circoli (qui quella in italiano relativa alla prima sessione, e qui nelle altre lingue) per un totale di 39 relazioni complessivamente. Al termine del sinodo sarà redatto e pubblicato il documento finale votato dai padri sinodali con la maggioranza dei due terzi. Il tutto, coordinato dal cardinale Lorenzo Baldisseri. Si consideri, inoltre, che quella in corso segue una precedente discussione svoltasi nell’ottobre 2014 sullo stesso tema, da cui sono scaturiti i documenti su cui oggi ci si confronta; tra l’una e l’altra, infine, vi è stata una sorta di questionario fatto circolare nella varie diocesi del mondo (contenente 46 domande stringenti, su ognuna delle tre parti costituenti la Relatio Synodi), a cui hanno risposto prelati e famiglie, i cui risultati sono entrati a far parte dei documenti posti in discussione. (Fonti: L’avvenire, L’Osservatore Romano)

Cotanta organizzazione, già di per sé, è segno di viva volontà di conseguire un risultato, che sia “alto” e duraturo, giusto secondo parametri propri, rispettoso della dottrina e, nel contempo, che innovi la “pastorale”, ossia il fare quotidiano delle strutture ecclesiastiche e delle comunità dei fedeli. Ma a questo va aggiunto il merito; a quelle comunità e strutture, dicevamo, sono state rivolte in precedenze 46 domande. Alcune di esse hanno caratteristiche tali da rendere anche il senso, la profondità e l’altezza delle altre; ne riportiamo tre (plurime), una per ogni parte, a solo titolo d’esempio: “Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel pluralismo culturale?”; “Quale pedagogia umana occorre considerare – in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale della Chiesa di fronte alla maturazione della vita di coppia, verso il futuro matrimonio?; “La collaborazione al servizio della famiglia con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta la sua importanza? Come viene di fatto attuata? Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono svolgere in tal senso le associazioni familiari? Come tale collaborazione può essere sostenuta anche nella denuncia franca dei processi culturali, economici e politici che minano la realtà familiare?”.

Confessiamo che tutto ciò, nonostante la nostra personale condizione di non credenti, suscita in noi grande ammirazione, soprattutto se confrontato col chiacchiericcio della politica, fatto di slogan spesso insulsi e involuti, teso a distogliere l’attenzione dalle questioni reali piuttosto che mettervele al centro. Questa distanza siderale ci da la misura della meschinità dei tempi, fornendoci anche un importante elemento di riflessione politica riguardo il rapporto tra rappresentanti e rappresentati; in cui i primi ritengono di potere e di dovere fare a meno dell’apporto dei secondi nelle scelte fondamentali, considerando questi ultimi come bambini scemi, al massimo capaci di essere manovrati e sfruttati fino al midollo. Una concezione meschina dei propri simili, testimone di come, quand’anche credessero in Dio, sicuramente essi non credano nell’Uomo. Cosicché, a guardare quel che accade nella Chiesa, ci sembra di assistere a una meraviglia.

Frosinone 12 ottobre 2015

 

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Informazione e democrazia oggi

informazioneoggi 350 260di Elia Fiorillo - Sempre più nella società moderna la formazione dell'opinione pubblica, nel bene e nel male, è affidata ai mezzi di comunicazione di massa. Dai giornali, alla televisione, alle agenzie di stampa, al web. Da come vengono proposti ed interpretati dai media i fatti, le notizie, così la pubblica opinione si "modella", formandosi.

Ben si può comprendere allora come sia vitale per la democrazia che l'informazione fornita dai media non sia artefatta da interessi di vario genere: politici, economici, di potere tout court. I regimi non democratici quando arrivano a conquistare il "potere" cancellano in toto la libera informazione. È un'operazione matematica. "L'informazione è potere" e chi il potere l'ha conquistato in modo autoritario, e vuol mantenerlo, deve controllare i messaggi destinati al popolo, che in questo caso "sovrano" non lo sarà mai. Sovrano il popolo lo è solo dove la democrazia regna e dove l'informazione è pluralista. Ma anche in paesi democratici il rischio dei messaggi farlocchi è grande. Specie quando l'editoria è in poche mani. Quando l'imprenditore-editore fa più mestieri ed utilizza la proprietà editoriale per "spalleggiare-sostenere" (sic) le sue attività in altri settori. La lottizzazione della Rai, ovvero del servizio pubblico, ad opera dei partiti, non può suonare rassicurante per i cittadini sull'obiettività dei prodotti informativi. Ciò al di là della professionalità dei giornalisti che lavorano in Rai. È il meccanismo che diventa perverso e va a penalizzare spesso, tra gli altri, proprio gli addetti all'informazione, facendoli perdere credibilità nell'opinione pubblica.

Di queste tematiche si è discusso all'Assemblea nazionale delle cooperative, ed altre realtà non profit, tenuta all'Expo di Milano. "Editoria ed emittenza tra innovazione, qualità, e pluralismo" è stato il tema dell'iniziativa.

Certo, le tecniche per dare ai cittadini il diritto ad essere informati sono cambiate negli ultimi anni. Il passaggio al digitale ha significato rompere acquisiti schemi giornalistici. La rapidità con cui le notizie si propagano nel web è tale che il controllo delle "fonti" non è esercitato. E chi dovrebbe e potrebbe esercitarlo in mancanza di regole? Il web appare come una pentola dove tutto ribolle e dove il vero e il falso si fondono e confondono. Il futuro passerà sempre di più da questo canale, ma anche da imprese editoriali capaci di dare ai lettori un'informazione scrupolosa fatta da giornalisti. Sbaglia chi dà per morta la “carta stampata”. Ci sarà un suo ridimensionamento, un percorso rifondativo, ma non scomparirà. Non è un caso che aziende Usa che hanno avuto successo con Internet comprano giornali, non certamente per eliminare un concorrente.

Se è vero che il pluralismo dell’informazione è la linfa vitale per la democrazia, allora esso va sostenuto con adeguate risorse pubbliche, senza che ciò sia condizionante per la libertà con cui deve operare. I finanziamenti per l’editoria ci sono nel nostro Paese, ma vanno potenziati e meglio distribuiti. Sul tema così delicato c’è una mancanza di dibattito politico che preoccupa. E’ indice d’insensibilità sulla tematica che è vista più come un “favore” agli editori - possibilmente amici - che non una vera “necessità” per la comunità tutta. Pare che entro l’estate qualche provvedimento riguardante i giornali dovrebbe arrivare da Palazzo Chigi. In seguito dovrebbe essere varata la tanto attesa riforma del Servizio Pubblico. Il vero problema da superare nei finanziamenti all’editoria è la “straordinarietà” che non consente tranquillità operativa e di programmazione nel medio e lungo periodo. Un “fondo per il pluralismo dell’informazione” dovrebbe accorpare i mille rivoli, che pur ci sono, che finanziano l’editoria.

Non sono pochi i casi denunciati dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione della Stampa di media che sfruttano i giornalisti pur ricevendo il finanziamento pubblico. E’ una storia che deve finire con regole che tutelino gli addetti all’informazione e mettano fuori gioco chi fa cattivo uso delle risorse pubbliche. L’editoria così detta minore, non profit, quella che mette insieme in cooperative giornalisti e tecnici, va potenziata ed adeguatamente sostenuta. Queste sono le voci capillari, territoriali, del pluralismo informativo, che spesso aiutano il lettore a capire complesse dinamiche nazionali.

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Astensionismo, crepa profonda nella nostra democrazia

Astensione 350 260di Antonio Simiele - L’astensionismo, in forte crescita, è sempre meno fisiologico, sempre più segno di malessere e arma di protesta. Avrebbe dovuto far riflettere il suo andamento negli ultimi anni e, ancor più, come si è espresso nel recente voto in Trentino e in quello dell’autunno scorso nelle elezioni regionali dell’Emilia. La sua natura era già allora abnorme, perché riguardava, come ora nel caso della Toscana, territori con una storica alta partecipazione al voto, in cui il tessuto democratico è robusto e il coinvolgimento dei cittadini alla vita della comunità è ampio.
Non si può e non si deve continuare a banalizzare questo fenomeno. Non sono andati a votare, prevalentemente, i disoccupati, gli indifesi, quelli che investono su se stessi, quelli che vivono del proprio lavoro, artigiani, commercianti, piccoli e medi imprenditori martoriati da un fisco iniquo, giovani tormentati dall’incertezza del futuro. Hanno rinunciato al voto perché non sanno a chi e cosa aggrapparsi, perché sono sempre più disillusi dal fatto che la politica non incide sulla vita reale e perché non si sentono rappresentati da alcuno dei partiti in campo.
Renzi e il suo governo hanno contribuito perché questo risultato si aggravasse, quando hanno fatto provvedimenti senza valutarne la sostenibilità sociale, quando hanno operato prescindendo dal coinvolgimento delle parti sociali nei processi, fondamentale per avere la coesione che serve ad affrontare le sfide cui è chiamata l’Italia. La stessa, strombazzata da Renzi, rigenerazione del personale politico, in particolare della sinistra, si è ridotta alla “rottamazione” di chi poteva dargli fastidio nella scalata verso il potere, non avendo avuto alcuna remora ad arruolare tutto il vecchio quando è apparso speculare alla salvaguardia della sua posizione, com'è stato evidente nella formazione delle liste per le ultime elezioni.
La risposta concreta che si dovrebbe dare è quella di un profondo cambiamento, atteso con ansia dalla gente. Fa bene Renzi a dire di volerlo realizzare a tamburo battente e fa bene una delle sue portavoce usuale, Debora Serracchiani, a ripetere che la vera sinistra è quella che vuole cambiare il Paese. L’uno e l’altra, però, non possono continuare a non qualificare il cambiamento: non è la stessa cosa cambiare in meglio o in peggio, da sinistra o da destra, pur di farlo in fretta.
Sbaglierebbe Renzi a persistere nel considerare l’astensionismo, nella misura in cui si è manifestato, una normalità. Esso, non solo esprime un primo segno di disaffezione verso il suo governo ma rappresenta anche una sconfitta per tutti perché con una bassa partecipazione di cittadini alle elezioni la democrazia non funziona e, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, s’impoverisce molto.
Non vale rifarsi all’esperienza di altre democrazie, in particolare quelle inglese o americana. In questi Paesi chi non va a votare lo fa nel contesto di un sistema ampiamente condiviso, dove la democrazia è consolidata da una pratica di secoli, è vissuta nell’intimo dai singoli cittadini e la delega è percepita priva di qualunque rischio per gli aspetti più di fondo della vita democratica.
Cosa diversa è per la nostra giovane democrazia che non può vantare lo stesso radicamento. Da noi, quello che va oltre un fisiologico venti, venticinque per cento, è un non voto che, come una parte del voto a Grillo e Salvini, ha un carattere antisistema e di contrasto radicale a come si propone di cambiarlo. E’, perciò, un obbligo assoluto, in primo luogo di chi governa, porsi l’obiettivo di riconquistare i cittadini alla fiducia nella democrazia, in un’Italia che ha bisogno di tutti per uscire in avanti dalla profonda crisi economica, sociale e di valori da cui è ancora attanagliata.
Vitulano, 6 giugno 2015

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La Ditta della buona scuola

giannini renzi 350 260di Fausto Pellecchia - La scuola italiana è da decenni ridotta allo sfascio. Certamente, come denunciato da vari organismi internazionali di valutazione, ciò dipende essenzialmente dalla progressiva diminuzione degli investimenti pubblici dei nostri Governi nel settore della formazione a tutti i livelli, nonché dalla miriade di grida manzoniane, ironicamente denominate "riforme", promulgate dai ministri della P.I. negli ultimi 20 anni, relativamente ai requisiti dei docenti e alle forme di reclutamento, nonché all'infaticabile affilar di coltelli dell'innovazione didattico-metodologica destinata a vivisezionare e a ridurre in pillole il corpo vetusto dei programmi (praticamente immodificabili nei loro contenuti fondamentali).
Tuttavia -al di là delle gravi carenze strutturali che hanno devastato e devastano le nostre scuole, reprimendo i bisogni e le attese di chi vi lavora e dei giovani che le frequentano, al di là della mostruosa macchinosità del sistema di reclutamento degli insegnanti - il dato più destrutturante è concentrato nella mentalità gestional-aziendalisitica che ha sussunto e permeato anche l'approccio ai problemi dell'educazione e della formazione. Basti pensare al paradosso rappresentato dagli struggenti anglismi, tratti dall'economia e dall'informatica, mutuati dal Governo pur di rimuovere dalle coscienze dei docenti e dei discenti l'avvilente scarsità di risorse finanziarie e di strumenti informatici che contrassegnano le scuole italiane nel contesto europeo. Nel progettato ddl di Renzi e Giannini sulla "buona scuola" si va dal management e dalla governance, alla comfort zone, dal problem solving, al design challenge, dal digital divide alla gamification, dal nudging al digital makers, all' hackathon,. Un'anglofilia –tipica del parvenu di provincia- che, pur di esibire le stigmate della "globalizzazione", sembra ricalcare lo slang di Nando Meniconi, l'indimenticabile personaggio di Un americano a Roma interpretato da Alberto Sordi.
Quest'incontinente americanismo non è tuttavia soltanto un innocente vezzo linguistico. Segna piuttosto l'acme dell'ideologia aziendalistica elevata a sacro dogma della modernizzazione. È questo il presupposto che realizza l'immediata equiparazione degli alunni e delle loro famiglie a potenziali clienti nel mercatodell'istruzione, per l'appunto secondo la legge della "domanda" e dell' "offerta (speciale) formativa". Il suo "equilibrio" – istruzione per tutti al più basso costo possibile- costituisce il principale meccanismo della formazione del "prezzo" nella concorrenza dei possibili percorsi scolastici. In generale, un Istituto scolastico è tanto più appetibile, quanto più basso – a parità di valore dei diplomi e delle certificazioni- è il prezzo da corrispondere in termini di impegno di studio e di serietà nei criteri di valutazione nei processi di apprendimento. Del resto, per coloro che non riuscissero, nonostante i "calmieri" ministeriali, a saldare il conto nei tempi e nei modi previsti, le scuole dispongono di appositi "sportelli didattici", che consentono di dilazionare quei pagamenti in comode rate. E va da se che, come in tutti gli spacci commerciali, la regola aurea alla quale sono innanzitutto sottoposti i commessi-insegnanti è che "il cliente ha sempre ragione"; perciò le famiglie dei consumatori-discenti vanno assecondate in tutte o quasi le loro richieste, anche le più stravaganti sotto il profilo educativo. La spietata concorrenza degli Istituti d'istruzione superiore, che si celebra solennemente nei cosiddettiopen day, con la distribuzione di apposito materiale pubblicitario, ha il preciso scopo di ampliare o di "fidelizzare" il più possibile il target della clientela per massimizzare il profitto aziendale: ci si sforza pertanto di incrementare il numero delle iscrizioni (dal quale dipende l'erogazione di fondi ministeriali e la possibilità di nuove assunzioni di personale), veicolando l'implicita promessa di praticare "prezzi popolari" riducendo la qualità e la consistenza dei contenuti dell'istruzione e abbassando i criteri di valutazione. Questa tattica commerciale, peraltro, consente di comprimere ulteriormente il salario degli insegnanti, costretti a sacrificare progressivamente la loro dignità professionale e la loro autonomia sull'altare del marketing incentrato sull'espansione degli indici quantitativi, delle percentuali dei promossi e/o dei diplomati considerati come documenti della "produttività" dell'azienda scolastica. In compenso, gli insegnanti potranno sbizzarrirsi nella fiera "meritocratica" dei cosiddetti "progetti didattici", dai contenuti sempre più fantasiosi e velleitari : un piccolo "omaggio" erogato dalla ditta come "premio" di produzione, che si aggiunge al loro magro salario di commessi culturali.
Ultima ciliegina del ddl Renzi-Giannini sulla torta della "buona scuola" è la figura del Preside-manager, investito della chiamata diretta dei docenti (anche per discipline lontanissime dal loro curriculum personale), oltre che delle responsabilità amministrative e gestionali, che vanno dal controllo degli uffici di segreteria all'ispezione sul lavoro dei bidelli. Per questo, può capitare che un Preside laureato in Scienze motorie, ex-insegnante di educazione fisica, si veda affidato il compito ineseguibile di selezionare un docente di latino e greco nei Licei classici o un docente di matematica e fisica nei Licei scientifici, esponendosi così personalmente alla marea di eventuali ricorsi da parte degli insegnanti inspiegabilmente esclusi. Eppure ancora nessuno oserebbe pensare a un Presidente di Tribunale nel ruolo di manager della giustizia, o a un primario di chirurgia come manager della sanità pubblica. Ma l'idea di un Preside-manager, che come un gigante Manga squarci finalmente la ragnatela burocratica di leggi, leggine e regolamenti, contiene un fascino irresistibile: è un'energica museruola pensata per imbavagliare il vociare confuso dei bisogni frustrati e dei disagi della scuola italiana.

pubblicato su L'Inchiesta il 20.05.2015

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Ho ereditato la democrazia

25 aprile 350 260di Sara Battisti - Ho ereditato la democrazia. Oggi compie 70 anni. Un patrimonio che dobbiamo arricchire con impegno e che si sostanzia nella Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal fascismo.
Appartengo a una generazione che attraversa un momento difficile e dalle molteplici incognite per il futuro del paese. Esiste il reale rischio che si possano affievolire i valori della coesione sociale che trae le sue radici nella Costituzione che codificò i principi che alimentarono la Resistenza. Libertà, democrazia, unità, diritti.
La memoria del 25 aprile 1945 ha un valore se mantiene la forza di far vivere giorno per giorno nel popolo italiano la fiducia in quello che la Resistenza ha tracciato, combattendo la dittatura per instaurare la democrazia. Non una celebrazione ma una verifica costante del rispetto delle scelte compiute in nome della Resistenza. L'elemento cardine su cui si organizzò la Resistenza fu il Comitato di liberazione nazionale composto da tutte le forze politiche che si richiamarono alle organizzazioni eliminate dalla dittatura nel 1926. Vi aderirono cattolici, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani, monarchici, riformisti e liberal-socialisti concordando di opporsi con le armi all'esercito dei nazisti e alle squadre fasciste. Fu l'inizio della legittimazione della nuova classe politica italiana.
Sono convinta che in quel periodo fu decisivo il ruolo dei partiti. L'unità dell'antifascismo è stata possibile perché vi era la consapevolezza di portare il paese alla democrazia, di istaurare le libertà e i diritti democratici. Obiettivi possibili perché i partiti antifascisti anteposero alle loro rivendicazioni gli interessi del popolo italiano. Il ruolo dei partiti si dimostrò fondamentale in quanto custodi del patto fondativo del nuovo Stato democratico. Dall'altra parte il vincolo di appartenenza dei cittadini ai partiti garantì la lealtà del popolo italiano alla Repubblica democratica. In questa cornice si è sviluppato il processo di crescita del paese sin quando quel sistema si è rivelato inadeguato e indifferente al cambiamento della società, segnando un solco profondo tra società e politica che esplose nel 1992-1994 e a oggi ancora non pienamente colmato. Credo che riconoscere quel 25 aprile comporta un riposizionamento del ruolo dei partiti, riconquistando un rapporto con i cittadini.
Penso come dirigente del PD che in ragione di quella eredità che ho ricevuto, occorra modificare il modo di appartenere a un partito e allo schieramento di alleanze. Certamente i tempi sono cambiati e cambieranno, ma la sostanza della democrazia rimane immutata. Guardare ai 70 anni del 25 aprile deve sollecitarci a ricercare una politica della dialettica e della tolleranza.
Un partito come il PD è a rischio della sua funzione e della sua "sostanza" politica se non ritrova le ragioni di una storia che ha accomunato le diverse culture del nostro paese e che ha i medesimi tratti formativi di quelli che diedero vita ai partiti antifascisti. Ho ereditato la democrazia per viverla nella pluralità e nelle sue rappresentanze, partiti e istituzioni. Il 25 aprile non si è concluso nel 1945.
I suoi ideali continuano il viaggio verso il futuro della democrazia ed io intendo partecipare pienamente questo viaggio.

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Democrazia: chi la studia e chi la rappresenta

StefanoPetruccianidi Anna Capogna - Nel pomeriggio inoltrato, alle 18.30, di venerdì 20 marzo, in una sala gremita ed attenta dell' Hthel Astor a Frosinone si è svolto un dibattito pubblico a partire dall'ultimo libro "Democrazia" del prof. Stefano Petrucciani, ordinario di filosofia politica presso l'Università La Sapienza di Roma e presidente della Società italiana di filosofia politica.
A patrocinare l'iniziativa di arricchire la cultura critica ciociara, sono stati il dott. Antonio Cecere, fondatore di filosofiainmovimento . it e conduttore dell'incontro e il dott. Angelo Pizzutelli, presidente dell' Associazione Frusina "bene comune".
Quale e come Democrazia? Questo il quesito su un tema tanto presente quanto sfuggente all'attenzione e al bisogno di risposte per garantire qualità di vita nel nostro tempo di crisi e di grandi trasformazioni culturali, in Occidente, e, a me piace pensare, anche non?
Per una possibile risposta, l'intento è stato "mettere a confronto chi la Democrazia la studia e la pensa", il prof. Stefano Petrucciani e il prof. Giorgio Cesarale, suo autorevolissimo collega dell'Università di Venezia e "chi la Democrazia la rappresenta nelle istituzioni", il Senatore Francesco Scalia ed il dott. Angelo Pizzutelli.
Dalla analisi degli oratori filosofi la realtà della crisi della democrazia oggi, sia rispetto al modo di "sentire" dei cittadini, sia rispetto alla forza e alla credibilità nelle sue funzioni politiche ed istituzionali, trova più d'una motivazione.
Dalla debolezza culturale e morale della rappresentanza parlamentare; all'affermarsi del verticismo e leaderismo delle istituzioni esecutive che, insieme, lasciano pochi o inutili margini alla discussione democratica; alla incertezza e parziale coerenza del segno e del mandato popolare dei governi nazionali rispetto alle tecnocrazie internazionali.
E ancora, dal mutamento nel rapporto tra le classi sociali e la politica che, sempre più mostra di lasciare il popolo senza rappresentanze; alla crisi economica che non genera più quel crescente benessere che il sistema democratico sembrava garantire.
Come affrontare tali patologie e quali proposte prima che sia troppo tardi per la qualità della democrazia?
Il prof Petrucciani, nel sui libro, agile e denso, bello da leggere e da rileggere per continuare a pensare, si sofferma su un tema, di particolare interesse e centralità, rilevando e citando interpretazioni e prospettive che vanno da J. Locke a J. J. Rousseau, da J. Dewey a N. Bobbio, a J. Habermas al sociologo Ph. Urfalino..
Far parte di una comunità politica significa accettare il principio di maggioranza che "deve essere considerato come una deliberazione all'unanimità", diversamente la comunità non è e l'azione sarebbe priva di ogni valore decisionale e operativa.
Se però, la regola della maggioranza è, di fatto, condizione unica per prendere le decisioni, la legittimità democratica della decisione stessa non può scaturire dalla somma di una molteplicità di aggregati individuali, ma invece attraverso un dibattito vero dove la partecipazione di ognuno significa vagliare e superare le proprie diverse posizioni di partenza per costruire una sintesi finale,
sempre all'interno del proprio orientamento.
Perché "lo Stato di diritto è lo stato dei cittadini.. Nello stato di diritto l'individuo ha verso lo stato non solo diritti privati ma anche diritti pubblici." ( N. Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi, p. 61)
Per "rimuovere" le condizioni che impediscono il rispetto dei diritti e per lo sviluppo della democrazia reale, garante di una "partecipazione collettiva e non coercitiva delle decisioni comuni", si può e , allora, si deve richiamare l'impegno di tutti in " un progetto multlivello", che "funzionerà –sostiene Petrucciani- se tutti i piani funzioneranno insieme":
Dal pluralismo politico, che è quella forma di sistema politico "in cui tutti sono liberi di prendere le decisioni che li riguardano e hanno il potere di farlo, sulla base del riconoscimento di alcuni dei diritti inalienabili e inviolabili, quali sono i diritti dell'uomo."(N. Bobbio, p.60);
All'inclusione sociale, che , l'articolo 3 della Costituzione italiana, analiticamente impone e dichiara fondamentali;
Alla adesione ad un ideale politico che sempre porta dentro di sé una preziosa tensione morale, ed una attenzione dinamica e costruttiva nella realtà di vita di ognuno . "Il progresso umano non era per Kant necessario. Era soltanto possibile."( N. Bobbio)

Dalla prospettiva politico- istituzionale, i rappresentanti del territorio, dopo aver plaudito per l'acutezza e la profondità delle riflessioni argomentate, raccolgono, garantendo, per il suo fine, tutta la propria motivazione politica, l'idea valoriale del progresso umano e quel concetto dinamico e costruttivo della democrazia: - sia perché, è nel suo farsi quotidiano e storico che propriamente risiede la naturale specificità dell'azione politica; - sia perché, è proprio condizione e fine del lavoro nelle istituzioni garantire e costruire il Futuro per tutti e per ognuno.

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Zagrebelsky: quasi al punto zero della democrazia

gustavo zagrebelsky 350 260da ilfattoquotidiano.it - Il costituzionalista è intervenuto nel dibattito "Meno democrazia?" organizzato dalle associazioni "Libertà e giustizia" e "I popolari" a Torino: "Bisogna interrogarsi sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato".
"Un degrado, quasi il punto zero della democrazia". Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha commentato così la discussione delle riforme in Parlamento e le polemiche sulla decisione del presidente del Consiglio di andare avanti nonostante le polemiche dell'opposizione. "Bisogna interrogarsi", ha detto il presidente emerito della Corte Costituzionale, "sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato". Dubbi simili a quelli espressi dal costituzionalista Alessandro Pace che, in un'intervista al Fatto Quotidiano, ha detto che "le Camere si trovano sotto ricatto".
Zagrebelsky è intervenuto nel corso del dibattito organizzato dalle associazioni "Libertà e Giustizia" e "I Popolari" sul tema "Meno democrazia? e ha rivelato le sue perplessità sulla situazione politica e sul dibattito in Parlamento. "Sono 40 anni", ha detto, "che si parla di riforme costituzionali, chiediamoci in che direzione vanno quelle che sono in cantiere: in quella di aprire spazi alla politica e alla democrazia o piuttosto di valorizzare il momento esecutivo, che non è compatibile con l'ampliamento della democrazia?".
Secondo Zagrebelsky, che nel suo intervento ha ammonito la politica a lavorare in un "clima costituente", bisognerebbe porsi la domanda se siano più importanti "le regole costituzionali o la qualità di chi le fa funzionare perché una cattiva Costituzione nella mani di una buona politica produce comunque risultati accettabili, mentre la migliore Costituzione nelle mani della cattiva politica produce risultati cattivi". Riferendosi, infine, all'eventualità del referendum confermativo, il giurista ha invitato a fare attenzione perché, ha detto, "qui ci si gioca moltissimo. Se è richiesto dal Governo sarà un plebiscito e sarà un voto di schiacciamento da una parte o dall'altra. Si sta giocando una partita che può essere terribile".
Nei mesi scorsi Matteo Renzi aveva liquidato i commenti dei costituzionalisti dicendo di "aver giurato sulla Costituzione e non sui professoroni". E lo stesso Zagrebelsky, in occasione della festa del Fatto Quotidiano "Partecipa" ha rivelato di aver ricevuto una telefonata del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi che cercava di scusarsi per l'equivoco: "Abbiamo a che fare con la stampa, per cui le parole che usiamo più sono pesanti, più passano", gli ha detto al telefono per giustificare le espressioni usate dal presidente del Consiglio. Ma secondo il costituzionalista sarebbe stato solo un modo per dimostrare che il governo stava cercando di sentire più esperti possibili sulle riforme.

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La democrazia è fatta di domande e di risposte, che si devono dare

bandiera sel 350 260di Viviana Cacciatori - Il testo che segue è del manifesto che sarà affisso nelle nostre bacheche. Si tratta di un comunicato nel quale abbiamo voluto affrontare la questione della presunta denuncia nei miei confronti a seguito del manifesto di auguri che SEL ha affisso prima di Natale. Stupita del fatto che quel manifesto, di carattere sarcastico, abbia creato tanto scalpore, ho voluto, insieme ai compagni, spiegarlo. Spero che per ogni manifesto ironico fatto, non debba dare altre spiegazioni. Ignara di quale sia stato il passaggio che ab-bia scatenato la eventuale querela e ignara di chi possa essere stato precisamente, con l'appoggio dell'inte-ro partito, abbiamo reputato necessario questo nuovo manifesto.
A fine manifesto si fa cenno all'autostrappamento dello stesso. Abbiamo voluto affrontare con ironia il fatto che ogni qualvolta affiggiamo un comunicato, questo viene inevitabilmente strappato da ignoti. that's why.

 

IL BAVAGLIO
Ci riferiscono che è stata presentata una denuncia penale contro SEL di Anagni per il manifesto di auguri di fine anno. Non sappiamo per iniziativa di chi, né i motivi della denuncia.
Supponiamo si tratti di qualche esponente della amministrazione comunale che si sarebbe risentito, anche alla luce dell'avvertimento verbale fatto personalmente alla nostra segretaria, con la promessa di "prendere provvedimenti". Se l'intenzione è quella di intimidirci, si tratta di un tentativo vano. Nulla può scalfire il nostro impegno verso i cittadini. Esprimere opinioni pubblicamente è un atto politico dovuto nei confronti della città. Nella nuova amministrazione vale forse il principio "noi siamo noi e voi non siete un cazzo"? Tanto è vero che, nonostante i ripetuti solleciti e la legittimità delle nostre richieste, gli amministratori si sono guardati bene dal fornire risposta alcuna. Quello che ci auspicavamo è che si uscisse dalle stanze dei bottoni.
Si è scelto invece il pubblico silenzio, si è scelto di non confrontarsi con le altre forze politiche, di sottrarsi al pubblico confronto, fondamentale affinché la discussione politica sia costruttiva.
Quello che volevamo far emergere dal manifesto è l'anomalia rappresentata da una sorella consigliere (legittimamente eletta, vogliamo sottolinearlo) e un fratello assessore. Se il Consiglio comunale è l'organo che deve sindacare l'operato della giunta, come può svolgere la
sua funzione essenziale se vi sono tra giunta e consiglio legami di stretta parentela? Per avere espresso questo legittimo dubbio siamo passibili di denuncia? Per quanto riguarda invece il rapporto tra ladri e politica abbiamo semplicemente espresso una diffusa opinione!
Esprimendola non ci riferiamo a nessun eletto, bensì a quegli elettori che al momento del voto fanno considerazioni e valutazioni di natura non politica ma di convenienza personale.
Da quando si è inserita la nuova giunta è palese da parte della stessa un'insofferenza derivante dallo stato dei conti comunali, ma mai è stato reso noto a quanto ammontino i debiti fuori bilancio. Quello che ci chiediamo è se, alla luce di tali debiti, l'amministrazione intende far
accettare supinamente ai cittadini la vendita del patrimonio comunale. Non vogliamo che alla luce di ciò tutto diventi "possibile e giustificabile". Il Comune è, data la crisi in corso, l'unica realtà locale che può disporre di buone risorse finanziarie, riteniamo quindi che ci siano fondi sufficienti per amministrare. Temiamo invece che qualche privato voglia approfittare dello stato di difficoltà solo ed esclusivamente per un proprio vantaggio. Presupposto essenziale di ogni buon amministratore, oltre all'onestà che dovrebbe essere scontata e al di là dell'appartenenza politica, è la trasparenza dei suoi atti nel rapporto con i cittadini che amministra. In questa trasparenza è compresa l'informazione che l'Ente ha il dovere di fornire ai cittadini sempre e comunque, sia quando deve comunicare azioni positive di cui può legittimamente prendersi il merito, sia quando deve comunicare situazioni di difficoltà di complessa risoluzione, siano esse dovute alla cattiva gestione di precedenti amministrazioni o a suoi errori.
Apprendiamo in questi giorni dalla stampa che sarà istituito un fondo di solidarietà in Comune con il contributo volontario dei cittadini. Iniziativa meritoria, anche se temiamo la deriva che possa originarsi dalla nascita di uno "Stato caritatevole" che vada a sconfinare e a sostituire alcune delle funzioni e doveri dello stato sociale. Iniziativa che entra però in contraddizione con l'erogazione di ben 200.000 euro di premi di rendimento ai dirigenti dell'ente comunale.
L'amministrazione della cosa pubblica è tale se a servizio del cittadino. Noi chiediamo di rispondere pubblicamente alle domande che vi abbiamo posto non per una nostra soddisfazione personale ma per dovuto rispetto nei confronti della cittadinanza che vi ha scelto per amministrare.
La volontà di censurarci, se ciò che ci è stato riferito è vero, non nuoce a SEL, ma alla cittadinanza tutta e al confronto politico, base di ogni democrazia che possa essere definita tale. Comunque, se vi sono gli estremi per una querela, ci prenderemo le nostre responsabilità davanti la magistratura, non ci sottrarremo a esse, soprattutto per difendere un metodo più che un contenuto: quello della libera espressione di un'opinione, anche se in modo ironico e sarcastico.
Questa comunicazione, qualora affissa in piazza, si "autostrapperà" fra 3 giorni.
Anagni 18 gennaio 2015
A cura di Sinistra Ecologia Libertà

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La democrazia senza l'esercizio del voto è scarnificata

partito-democratico bandiera350-250di Ermisio Mazzocchi - Il centrosinistra con presidenti PD ha vinto le regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Ne siamo felici e soddisfatti. Una vittoria, tuttavia, che ha un punto debole: l'astensionismo. Un problema certamente non di secondaria importanza, perché ha al centro il cittadino e la credibilità del sistema democratico di rappresentanza. La Costituzione repubblicana sancisce la libertà di voto e di partecipazione. Oggi diversi milioni di cittadini rinunciano a questo diritto. Perché? La risposta non è in qualche frase salomonica. Possiamo azzardare qualche breve considerazione. Il fenomeno dell'astensionismo, quindi della rinuncia a esercitare un diritto, non è di oggi, né ha coinvolto circoscritte realtà, come il voto di domenica 23, ma si è manifestato in più tornate elettorali anche nazionali. Non è nemmeno anti politica, vale a dire avere un atteggiamento contrario. Qui, a mio parere, si è prodotta una frattura tra il cittadino e le istituzioni di governo. Queste non sono più un luogo di appartenenza del "popolo", rappresentano luoghi di esercizio del potere finalizzato a interessi di parte. Non è una questione di sfiducia che pure è presente. E' venuto meno una coscienza civile di appartenenza a una comunità che si era dotata di strumenti di reciproca solidarietà che si sono rivelati inutili e rivolti ad altri obiettivi che non riguardano più quella comunità. Il vettore di quella appartenenza erano i partiti, che costituivano un riferimento di sintesi di un confronto "pubblico" nelle sedi di partito che si trasferiva nelle istituzioni. Costituivano una "piazza" aperta, sollecitavano una partecipazione, stimolavano le scelte (per il voto e per i candidati). Oggi si è cancellata questa funzione. Avrebbe ragione Renzi (l'astensionismo secondaria importanza!!! anche se ritengo per antica cultura politica che bisogna fare in modo che"non vada disperso nemmeno un voto) se questo comportamento del corpo elettorale fosse sporadico, circoscritto, saltuario. Ma la tendenza è tutta in crescita, in costante aumento. La democrazia senza l'esercizio del voto di tutto il popolo è debole, è scarnificata, si impoverisce. E i rischi sono molteplici. Se assumiamo la responsabilità non solo di governo ma di essere un perno della democrazia, dobbiamo rivedere il rapporto partito-cittadini. Questo implica la definizione della sostanza e degli obiettivi di quello che dovrebbe essere il PD, ma non abbandonando quello che sarebbe dovuto essere.
(pubblicata anche su Faceboobk)

Ecco cosa significa in voti l'astensionismo che in Emilia Romagna arriva a superare il 60%

Elezioni regionale Emilia Romagna. Grande risultato di vittoria del centrosinistra. Prosciugamento della forza del PD. I numeri (non le percentuali). Il PD ottiene in Emilia Romagna 535.109 voti in queste regionali, alle Europee aveva ottenuto 1.212.392, Il PD perde 677.283 voti; il PD nel 2013 aveva ottenuto alle politiche 989.810 voti, perde 454,711 voti; il PD alle regionale del 2010 ottiene 857.613 voti, perde 322.504 voti. LEGA NORD in queste regionali prende 233.439, alle Europee 116.394 voti guadagna 117,045; nel 2013 alle politiche prende 69.106 guadagna in queste regionali 154.333. Perde su tutti i fronti FI. Conclusione. IL PD è la principale forza che ha una emorragia di voti di astensionismo in continua successione e in espansione della grandezza. Non credo che sia un problema di "secondaria importanza" e del tutto occasionale!!!!

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