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"No alla riduzione degli spazi di democrazia"

GianmarcoCapogna 350 260GIANMARCO CAPOGNA – FROSINONE – TIROCINANTE IN ENTE DI FORMAZIONE

"No alla riduzione degli spazi di democrazia"
Voterò NO ad una riforma della Costituzione che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini e che non elimina il Senato ma lo trasforma in assemblea non eletta composta da Sindaci e Consiglieri regionali. Si poteva arrivare ad una riforma migliore e più condivisa; bastava partire da aspetti largamente condivisi: dimezzare il numero dei parlamentari e la loro indennità, semplificare l’iter legislativo e potenziare gli strumenti di democrazia diretta. Per riportare la politica tra le persone e le persone nella politica.

 
 
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Ultima chance: strenua difesa della democrazia scritta nella Costituzione del 1948

suffragiouniversale 350 260di Fausto Pellecchia - Com’è noto, tutte le costituzioni democratiche ereditano, nel concetto di sovranità popolare, l’idea moderna di una indiscussa legittimazione del supremo potere di comando statuale. Un importante corollario di questa concezione è che il corpo elettorale, nel corretto esercizio del diritto di voto, non può mai sbagliare nella scelta dei suoi rappresentanti. L’infallibilità delle decisioni formali assunte dal “popolo sovrano” stroncherebbe perciò alla radice ogni piagnisteo e ogni invettiva post-elettorale sul «popolo bue», inteso come massa passiva che, ottusa e ignorante (la ggente!), si lascia aggiogare facilmente all’aratro di poteri invisibili, sedotta da lusinghe demagogiche o da ingannevoli manipolazioni mediatiche ecc. In questa prospettiva, le recriminazioni post-festum celano un profondo spirito antidemocratico.

Il cloroformio delle “grandi intese”

Ogni coalizione, movimento o partito che risulti elettoralmente minoritario dovrebbe indirizzare i suoi strali innanzitutto su se stesso, promuovendo un’autentica autocritica: se la maggioranza del popolo non lo ha scelto, è perché sono stati commessi errori di strategia politica, sono stati presentati programmi inefficaci o lacunosi, o, almeno, c’è stata un’impostazione fallimentare nella comunicazione politica relativa ai programmi, alle strategie, ed anche alle denunce sulla manipolazione dell’opinione pubblica... Insomma, il “popolo”, nella visione liberal-democratica, è sempre formalmente incolpevole e, persino, infallibile, anche quando le sue scelte possano risultare irreparabilmente autolesionistiche.

Questo postulato è diventato alquanto problematico, sul piano della costituzione materiale, a causa della crescente diminuzione del numero di cittadini che, pur appartenendo al corpo elettorale, decidono di disertare le urne, rinunciando al diritto di voto. Una rinuncia che, certamente, ha quasi vanificato il significato della rappresentanza, e che segnala un grave disfunzione del sistema democratico; ma che è comunque ancora interpretabile (e viene di fatto interpretata) formalisticamente come una delega implicita dell’intero corpo elettorale a quei cittadini che esercitano il loro diritto di voto. Ma il potere esecutivo ha altresì provveduto a sacrificare, sull’altare della “governabilità” - dopo la deflagrazione dei grandi partiti organizzati e dei movimenti di massa del secolo scorso- ogni residua imprevedibilità nell’esercizio del comando. Con un’ulteriore mossa sedativa e preventiva contro le possibili sorprese della dialettica democratica, molti governi europei hanno varato la strategia uniformante delle “grandi intese”.

In Italia, ad esempio, l’eccezionale emergenza del terrorismo - che legittimò per un brevissimo periodo dal cosiddetto “compromesso storico”- è stata prontamente normalizzata in una stabile pratica politica, sia attraverso l’introduzione del sistema elettorale maggioritario – che ha lasciato senza rappresentanza una quota sempre più alta di cittadini- sia, soprattutto, attraverso la finale cancellazione di stampo leaderistico della distinzione centrodestra/centrosinistra che avrebbe dovuto garantire il votoNO 350 260bipolarismo del sistema. Ed oggi, approfittando delle minacce del cosiddetto “terrorismo islamico”, nuove drastiche misure di limitazione dei diritti individuali sono in fase di elaborazione nei cantieri dei governi europei. In Italia, già con l’omologazione del PDL e del PD – L, pattuita con il governo Monti e definitivamente sancita dal governo Renzi e dalla sua composita maggioranza, è stata praticamente soppressa la possibilità stessa della decisione e della scelta tra istanze, progetti e programmi realmente alternativi.

La sconfitta del "NO", aprirebbe al dominio incontrastato del capitalismo finanziario e alle sue coperture politico-ideologiche

La comparsa del terzo incomodo, il M5stelle, che ha più volte proclamato il suo “né di destra, né di sinistra” (ma neppure “di centro”!), sembra aver spostato l’asse dell’alternativa lungo la soglia indiscernibile che divide politica e antipolitica. Gli effetti di questo rimescolamento che volge verso il “partito unico” o, piuttosto, verso “il non-partito”, sono ormai evidenti. Il prezzo di questo spostamento è il tramonto non solo dei movimenti e dei partiti, ma anche della cultura riformatrice della sinistra, soffocata nell’orizzonte asfittico del pensiero unico, neoliberista in economia e politicamente subalterno alle occulte oligarchie della finanza. L’ultima chance di resistenza oggi possibile è, pertanto, il voto al prossimo referendum costituzionale, cioè la strenua difesa dell’idea di democrazia progettata dai nostri padri costituenti. È l’ultima decisione che resta nelle mani del “popolo sovrano”: la decisione di poter ancora continuare a decidere qualcosa. L’alternativa tra il Sì e il No - oggettivamente connessa all’adesione o al rifiuto dell’inasprimento del maggioritario delineato dall’ “italicum”- custodisce l’estremo tentativo di salvaguardia della distinzione fondante tra destra e sinistra, tra subalternità all’attuale dominio socio-economico ed emancipazione, e che, sul piano politico, si mostra con la falsa apparenza di ruoli invertiti tra cambiamento e conservazione. Al di là dello svuotamento delle insegne dei partiti storici e della insulsa retorica ideologica che ne dissimula l’inconsistenza, l’eventuale sconfitta del No, aprirebbe al dominio incontrastato del capitalismo finanziario e alle sue coperture politico-ideologiche di stampo xenofobo e bellicista, al quale nulla di realisticamente alternativo potrebbe opporre il tumulto extraparlamentare di una moltitudine dispersa, affidato soltanto all’autocompiaciuta direzione di una vecchia leadership parolaia e narcisista.

 

 
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Altro che costi, ci sarà un taglio della democrazia

Nocontroriforme 350 260di Valerio Ascenzi - Riflettendo sul prossimo referendum di ottobre e sulle ragioni che ci spingono a votare e a far votare no, credo che i motivi per cui una riforma di questo genere non debba passare sono semplici: la “deforma” costituzionale reziana, rappresenta una rozza involuzione democratica, dal sapore demagogico. Dietro i tagli promessi dal governo si cela - neanche tanto velatamente - la volontà di portare l’orologio indietro di oltre 15 anni, dato che si sta tentando di modificare nuovamente gli articoli della costituzione a cui abbiamo già messo mano nel 2001. All’epoca fu il centrosinistra – ricordate? Era in carica il Governo Amato - a sostenere la modifica costituzionale del Titolo V, attraverso un referendum fu vinto per una manciata di voti). La scusa è quella che non possiamo perdere l’occasioni di superare il bicameralismo. Le promesse poi, arrivano a prospettare scenari in cui l’Italia sarebbe maggiormente in grado di combattere il terrorismo. La maggior parte degli attenti lettori dei quotidiani, che hanno seguito l’iter riformista, sta ancora ridendo.
Siamo chiamati a confermare una legge costituzionale che muta profondamente l’assetto della costituzione e, checché ne dicano i sostenitori che quali minimizzano parlando solo del taglio dei costi della politica, ci sarà un taglio della democrazia. Se si è trattato solo di creare il monocameralismo, non si comprende perché sono stati toccati ben 47 articoli della Costituzione vigente: 13 sono stati riscritti per intero, 32 sono stati modificati e 2 soppressi, fatta eccezione dell’art. 48 (Ordinamento della Repubblica).

Sarà un balzo all'indetro

Torneremo in dietro di oltre quindici anni dicevamo, per riaccentrare i poteri in seno ai vertici dello Stato. Sul finire della XIII legislatura, riuscimmo ad allargare i “momenti decisionali” e di democrazia, dando maggiori responsabilità e poteri legislativi alle Regioni e agli enti decentrati. È un disegno preciso che vede un nuovo accentramento dei poteri attraverso l’abolizione delle Province, una modifica profonda delle Regioni, una legge elettorale – sulla quale torneremo in seguito – che in nome della governabilità finirà per esautorare anche la Camera dei deputati da quelli che sono i suoi ambiti di intervento.
Potremmo essere anche d’accordo con il presidente della Repubblica Mattarella, quando dice che la pluarlità, il confronto e la sintesi tra diverse idee e opinioni portano alle migliori soluzioni. Ma è la democrazia così intesa, a non essere nel Dna di questo governo: Renzi e i suoi collaboratori, è ormai palese, stanno mettendo in atto un programma che non è quello del Pd, non sarebbe mai stato accettato dal centrosinistra. D’Alema stesso – non un cinquestelle - lo ha detto a gran voce: è il programma di Berlusconi.
Credo che l’Italia intera abbia capito. Nonostante il caldo di questi giorni che annebbia i neuroni: non ci si può accontentare di una rozza involuzione democratica e farla passare per una riforma epocale. Soprattutto non accettiamo di veder paragonata miss Boschi a Nilde Iotti.
Il rischio però è quello che, dopo anni di immobilismo berlusconiano, ai cittadini disorientati, potrebbe paradossalmente risultare accettabile qualsiasi riforma, piuttosto che nulla. Voglio ricordarvi che una riforma costituzionale simile la propose già nel 2006 Berlusconi. E perse il referendum con il centrosinistra che inneggiava al colpo di stato, che chiedeva alla popolazione di difendere la costituzione.
Accontentarsi di una riforma qualsiasi però sarebbe un pericoloso modo di ragionare che andrebbe scongiurato, utilizzando sempre e solo argomentazioni sul merito di ciò che questo pasticcio va a ledere, non di certo a migliorare. Esortando i lettori ad informarsi, vorrei però anche sottolineare che il primo a personalizzare il referendum sulla sua figura, è stato proprio Renzi, il quale dopo aver visto i sondaggi usciti dopo le sue dichiarazioni da spaccone – “Se vince il NO, mi dimetto – ha preferito ritirarsi con un: “Se vince il NO, resto”.

 
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"Democrazia offesa e vituperata in questo referendum"

votare 350 260Nadeia de Gasperis - La scorsa domenica mattina, ho indossato una gonna a ruota, le scarpe con la punta tonda, di quelle che batti i tacchi e voli via con un desiderio, e mi sono recata al seggio, accompagnata dal mio fidanzato. Poi è stata la volta che io ho accompagnato lui. “Bene” dice mia madre, “è bene che a votare si vada sempre accompagnati”.
Le chiedo se non sia una regola dei fondamentali del vivere politico, o un passaggio del vademecum scaramantico, propiziatorio a una buona una tornata elettorale. “Non è che una questione sentimentale, quello del voto è un momento importante che va condiviso”.

Votare, un gesto che va condiviso

In effetti, come avrei potuto dimenticarlo, se ogni volta, ad ogni tornata elettorale, sin da piccolina mi recavo al seggio con i miei genitori, spingendomi fin dento la cabina elettorale, percependo la ritualità del momento, respirando la intensa partecipazione alla vita cittadina, sociale, politica, civile, che strideva con la lampadina fioca che faceva poca luce sul voto. La sacralità del momento, il tepore dell’aria di maggio/giugno, rimandava alla liturgia della consegna dei doni al parroco nel mese di maggio, quando mi recavo nella parrocchia di Valleradice con i miei nonni. Il volto nuovo della scuola, quella che frequentavo nei giorni qualunque, il volto nuovo della chiesa, l’emozione delle persone care accanto a me, aumentavano la comunanza del sentimento della domenica del voto e quella dei voti. Una gonna a ruota, una maglietta pulita e le scarpette con la punta tonda. In un punto preciso si incontravano i due avvenimenti, nella fede che guidava a procedere.
Ogni volta che si presentava l’occasione, mamma ci voleva tutti svegli presto, spiegando quanto fosse importante la sana abitudine di recarsi alle urne il prima possibile. Seguiva un pranzo buono, una gita domenicale, un giorno di festa, di speranza. Quello che è accaduto alla democrazia in occasione di questo referendum è importante, è stata offesa e vituperata, insieme all’intelligenza dei cittadini, ma è stata difesa e onorata dal voto delle persone che si sono recate alle urne. Non importa contarci, l’importante è poter contare sempre sui preziosi strumenti della democrazia e difenderne la sacralità con la partecipazione sentita, emozionata, che mai abbandonerà chi come me ha vissuto, seppure da piccolina, gli anni della conquista dei valori sbeffeggiati da chi è poco avvezzo al senso della parola “democrazia” o deve averlo dimenticato troppo troppo presto per dirsene ancora sua espressione.

 
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Il Sinodo dei Vescovi e la sua democrazia organizzata

sinodo vescovi 350 260di Ivano Alteri - Nel nostro precedente articolo sul Sinodo dei Vescovi (Papa Francesco ha messo in movimento davvero la Chiesa) in corso in Vaticano dal 4 al 25 di ottobre, avevamo cercato di mettere in evidenza la complessità, anche organizzativa, della discussione sinodale immaginata da Papa Francesco e dai suoi collaboratori, su “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, poiché, tra l’altro, ci sembrava assai significativo il confronto con quanto accade, invece, nelle altre sfere della vita pubblica.

A quella discussione, infatti, stanno partecipando ben 270 padri, più una novantina tra altri padri, uditori, esperti, collaboratori, famiglie e delegati fraterni (rappresentanti di altre religioni), provenienti da tutto il mondo. Essa si articola in tre parti, una per ogni settimana, come definite dall’ “Instrumentum laboris” predisposto per l’occasione: 1) “L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia”; 2) “Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia” (discernimento della vocazione familiare; 3) “Il confronto: prospettive pastorali” (missione della famiglia oggi). Tre sono i “luoghi” di discussione: gli interventi programmati nel corso delle congregazioni generali, lo spazio riservato agli interventi liberi che si svolgono al termine della giornata e la discussione nei “circuli minores” suddivisi per area linguistica. Questi ultimi sono tredici: 1 tedesco, 4 inglesi, 3 spagnoli, 2 italiani, 3 francesi (cinque in più rispetto alla precedente assemblea ordinaria che si svolse nel 2012). Alla fine di ogni settimana saranno presentate le relazioni dei circoli (qui quella in italiano relativa alla prima sessione, e qui nelle altre lingue) per un totale di 39 relazioni complessivamente. Al termine del sinodo sarà redatto e pubblicato il documento finale votato dai padri sinodali con la maggioranza dei due terzi. Il tutto, coordinato dal cardinale Lorenzo Baldisseri. Si consideri, inoltre, che quella in corso segue una precedente discussione svoltasi nell’ottobre 2014 sullo stesso tema, da cui sono scaturiti i documenti su cui oggi ci si confronta; tra l’una e l’altra, infine, vi è stata una sorta di questionario fatto circolare nella varie diocesi del mondo (contenente 46 domande stringenti, su ognuna delle tre parti costituenti la Relatio Synodi), a cui hanno risposto prelati e famiglie, i cui risultati sono entrati a far parte dei documenti posti in discussione. (Fonti: L’avvenire, L’Osservatore Romano)

Cotanta organizzazione, già di per sé, è segno di viva volontà di conseguire un risultato, che sia “alto” e duraturo, giusto secondo parametri propri, rispettoso della dottrina e, nel contempo, che innovi la “pastorale”, ossia il fare quotidiano delle strutture ecclesiastiche e delle comunità dei fedeli. Ma a questo va aggiunto il merito; a quelle comunità e strutture, dicevamo, sono state rivolte in precedenze 46 domande. Alcune di esse hanno caratteristiche tali da rendere anche il senso, la profondità e l’altezza delle altre; ne riportiamo tre (plurime), una per ogni parte, a solo titolo d’esempio: “Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel pluralismo culturale?”; “Quale pedagogia umana occorre considerare – in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale della Chiesa di fronte alla maturazione della vita di coppia, verso il futuro matrimonio?; “La collaborazione al servizio della famiglia con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta la sua importanza? Come viene di fatto attuata? Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono svolgere in tal senso le associazioni familiari? Come tale collaborazione può essere sostenuta anche nella denuncia franca dei processi culturali, economici e politici che minano la realtà familiare?”.

Confessiamo che tutto ciò, nonostante la nostra personale condizione di non credenti, suscita in noi grande ammirazione, soprattutto se confrontato col chiacchiericcio della politica, fatto di slogan spesso insulsi e involuti, teso a distogliere l’attenzione dalle questioni reali piuttosto che mettervele al centro. Questa distanza siderale ci da la misura della meschinità dei tempi, fornendoci anche un importante elemento di riflessione politica riguardo il rapporto tra rappresentanti e rappresentati; in cui i primi ritengono di potere e di dovere fare a meno dell’apporto dei secondi nelle scelte fondamentali, considerando questi ultimi come bambini scemi, al massimo capaci di essere manovrati e sfruttati fino al midollo. Una concezione meschina dei propri simili, testimone di come, quand’anche credessero in Dio, sicuramente essi non credano nell’Uomo. Cosicché, a guardare quel che accade nella Chiesa, ci sembra di assistere a una meraviglia.

Frosinone 12 ottobre 2015

 

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Informazione e democrazia oggi

informazioneoggi 350 260di Elia Fiorillo - Sempre più nella società moderna la formazione dell'opinione pubblica, nel bene e nel male, è affidata ai mezzi di comunicazione di massa. Dai giornali, alla televisione, alle agenzie di stampa, al web. Da come vengono proposti ed interpretati dai media i fatti, le notizie, così la pubblica opinione si "modella", formandosi.

Ben si può comprendere allora come sia vitale per la democrazia che l'informazione fornita dai media non sia artefatta da interessi di vario genere: politici, economici, di potere tout court. I regimi non democratici quando arrivano a conquistare il "potere" cancellano in toto la libera informazione. È un'operazione matematica. "L'informazione è potere" e chi il potere l'ha conquistato in modo autoritario, e vuol mantenerlo, deve controllare i messaggi destinati al popolo, che in questo caso "sovrano" non lo sarà mai. Sovrano il popolo lo è solo dove la democrazia regna e dove l'informazione è pluralista. Ma anche in paesi democratici il rischio dei messaggi farlocchi è grande. Specie quando l'editoria è in poche mani. Quando l'imprenditore-editore fa più mestieri ed utilizza la proprietà editoriale per "spalleggiare-sostenere" (sic) le sue attività in altri settori. La lottizzazione della Rai, ovvero del servizio pubblico, ad opera dei partiti, non può suonare rassicurante per i cittadini sull'obiettività dei prodotti informativi. Ciò al di là della professionalità dei giornalisti che lavorano in Rai. È il meccanismo che diventa perverso e va a penalizzare spesso, tra gli altri, proprio gli addetti all'informazione, facendoli perdere credibilità nell'opinione pubblica.

Di queste tematiche si è discusso all'Assemblea nazionale delle cooperative, ed altre realtà non profit, tenuta all'Expo di Milano. "Editoria ed emittenza tra innovazione, qualità, e pluralismo" è stato il tema dell'iniziativa.

Certo, le tecniche per dare ai cittadini il diritto ad essere informati sono cambiate negli ultimi anni. Il passaggio al digitale ha significato rompere acquisiti schemi giornalistici. La rapidità con cui le notizie si propagano nel web è tale che il controllo delle "fonti" non è esercitato. E chi dovrebbe e potrebbe esercitarlo in mancanza di regole? Il web appare come una pentola dove tutto ribolle e dove il vero e il falso si fondono e confondono. Il futuro passerà sempre di più da questo canale, ma anche da imprese editoriali capaci di dare ai lettori un'informazione scrupolosa fatta da giornalisti. Sbaglia chi dà per morta la “carta stampata”. Ci sarà un suo ridimensionamento, un percorso rifondativo, ma non scomparirà. Non è un caso che aziende Usa che hanno avuto successo con Internet comprano giornali, non certamente per eliminare un concorrente.

Se è vero che il pluralismo dell’informazione è la linfa vitale per la democrazia, allora esso va sostenuto con adeguate risorse pubbliche, senza che ciò sia condizionante per la libertà con cui deve operare. I finanziamenti per l’editoria ci sono nel nostro Paese, ma vanno potenziati e meglio distribuiti. Sul tema così delicato c’è una mancanza di dibattito politico che preoccupa. E’ indice d’insensibilità sulla tematica che è vista più come un “favore” agli editori - possibilmente amici - che non una vera “necessità” per la comunità tutta. Pare che entro l’estate qualche provvedimento riguardante i giornali dovrebbe arrivare da Palazzo Chigi. In seguito dovrebbe essere varata la tanto attesa riforma del Servizio Pubblico. Il vero problema da superare nei finanziamenti all’editoria è la “straordinarietà” che non consente tranquillità operativa e di programmazione nel medio e lungo periodo. Un “fondo per il pluralismo dell’informazione” dovrebbe accorpare i mille rivoli, che pur ci sono, che finanziano l’editoria.

Non sono pochi i casi denunciati dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione della Stampa di media che sfruttano i giornalisti pur ricevendo il finanziamento pubblico. E’ una storia che deve finire con regole che tutelino gli addetti all’informazione e mettano fuori gioco chi fa cattivo uso delle risorse pubbliche. L’editoria così detta minore, non profit, quella che mette insieme in cooperative giornalisti e tecnici, va potenziata ed adeguatamente sostenuta. Queste sono le voci capillari, territoriali, del pluralismo informativo, che spesso aiutano il lettore a capire complesse dinamiche nazionali.

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Astensionismo, crepa profonda nella nostra democrazia

Astensione 350 260di Antonio Simiele - L’astensionismo, in forte crescita, è sempre meno fisiologico, sempre più segno di malessere e arma di protesta. Avrebbe dovuto far riflettere il suo andamento negli ultimi anni e, ancor più, come si è espresso nel recente voto in Trentino e in quello dell’autunno scorso nelle elezioni regionali dell’Emilia. La sua natura era già allora abnorme, perché riguardava, come ora nel caso della Toscana, territori con una storica alta partecipazione al voto, in cui il tessuto democratico è robusto e il coinvolgimento dei cittadini alla vita della comunità è ampio.
Non si può e non si deve continuare a banalizzare questo fenomeno. Non sono andati a votare, prevalentemente, i disoccupati, gli indifesi, quelli che investono su se stessi, quelli che vivono del proprio lavoro, artigiani, commercianti, piccoli e medi imprenditori martoriati da un fisco iniquo, giovani tormentati dall’incertezza del futuro. Hanno rinunciato al voto perché non sanno a chi e cosa aggrapparsi, perché sono sempre più disillusi dal fatto che la politica non incide sulla vita reale e perché non si sentono rappresentati da alcuno dei partiti in campo.
Renzi e il suo governo hanno contribuito perché questo risultato si aggravasse, quando hanno fatto provvedimenti senza valutarne la sostenibilità sociale, quando hanno operato prescindendo dal coinvolgimento delle parti sociali nei processi, fondamentale per avere la coesione che serve ad affrontare le sfide cui è chiamata l’Italia. La stessa, strombazzata da Renzi, rigenerazione del personale politico, in particolare della sinistra, si è ridotta alla “rottamazione” di chi poteva dargli fastidio nella scalata verso il potere, non avendo avuto alcuna remora ad arruolare tutto il vecchio quando è apparso speculare alla salvaguardia della sua posizione, com'è stato evidente nella formazione delle liste per le ultime elezioni.
La risposta concreta che si dovrebbe dare è quella di un profondo cambiamento, atteso con ansia dalla gente. Fa bene Renzi a dire di volerlo realizzare a tamburo battente e fa bene una delle sue portavoce usuale, Debora Serracchiani, a ripetere che la vera sinistra è quella che vuole cambiare il Paese. L’uno e l’altra, però, non possono continuare a non qualificare il cambiamento: non è la stessa cosa cambiare in meglio o in peggio, da sinistra o da destra, pur di farlo in fretta.
Sbaglierebbe Renzi a persistere nel considerare l’astensionismo, nella misura in cui si è manifestato, una normalità. Esso, non solo esprime un primo segno di disaffezione verso il suo governo ma rappresenta anche una sconfitta per tutti perché con una bassa partecipazione di cittadini alle elezioni la democrazia non funziona e, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, s’impoverisce molto.
Non vale rifarsi all’esperienza di altre democrazie, in particolare quelle inglese o americana. In questi Paesi chi non va a votare lo fa nel contesto di un sistema ampiamente condiviso, dove la democrazia è consolidata da una pratica di secoli, è vissuta nell’intimo dai singoli cittadini e la delega è percepita priva di qualunque rischio per gli aspetti più di fondo della vita democratica.
Cosa diversa è per la nostra giovane democrazia che non può vantare lo stesso radicamento. Da noi, quello che va oltre un fisiologico venti, venticinque per cento, è un non voto che, come una parte del voto a Grillo e Salvini, ha un carattere antisistema e di contrasto radicale a come si propone di cambiarlo. E’, perciò, un obbligo assoluto, in primo luogo di chi governa, porsi l’obiettivo di riconquistare i cittadini alla fiducia nella democrazia, in un’Italia che ha bisogno di tutti per uscire in avanti dalla profonda crisi economica, sociale e di valori da cui è ancora attanagliata.
Vitulano, 6 giugno 2015

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La Ditta della buona scuola

giannini renzi 350 260di Fausto Pellecchia - La scuola italiana è da decenni ridotta allo sfascio. Certamente, come denunciato da vari organismi internazionali di valutazione, ciò dipende essenzialmente dalla progressiva diminuzione degli investimenti pubblici dei nostri Governi nel settore della formazione a tutti i livelli, nonché dalla miriade di grida manzoniane, ironicamente denominate "riforme", promulgate dai ministri della P.I. negli ultimi 20 anni, relativamente ai requisiti dei docenti e alle forme di reclutamento, nonché all'infaticabile affilar di coltelli dell'innovazione didattico-metodologica destinata a vivisezionare e a ridurre in pillole il corpo vetusto dei programmi (praticamente immodificabili nei loro contenuti fondamentali).
Tuttavia -al di là delle gravi carenze strutturali che hanno devastato e devastano le nostre scuole, reprimendo i bisogni e le attese di chi vi lavora e dei giovani che le frequentano, al di là della mostruosa macchinosità del sistema di reclutamento degli insegnanti - il dato più destrutturante è concentrato nella mentalità gestional-aziendalisitica che ha sussunto e permeato anche l'approccio ai problemi dell'educazione e della formazione. Basti pensare al paradosso rappresentato dagli struggenti anglismi, tratti dall'economia e dall'informatica, mutuati dal Governo pur di rimuovere dalle coscienze dei docenti e dei discenti l'avvilente scarsità di risorse finanziarie e di strumenti informatici che contrassegnano le scuole italiane nel contesto europeo. Nel progettato ddl di Renzi e Giannini sulla "buona scuola" si va dal management e dalla governance, alla comfort zone, dal problem solving, al design challenge, dal digital divide alla gamification, dal nudging al digital makers, all' hackathon,. Un'anglofilia –tipica del parvenu di provincia- che, pur di esibire le stigmate della "globalizzazione", sembra ricalcare lo slang di Nando Meniconi, l'indimenticabile personaggio di Un americano a Roma interpretato da Alberto Sordi.
Quest'incontinente americanismo non è tuttavia soltanto un innocente vezzo linguistico. Segna piuttosto l'acme dell'ideologia aziendalistica elevata a sacro dogma della modernizzazione. È questo il presupposto che realizza l'immediata equiparazione degli alunni e delle loro famiglie a potenziali clienti nel mercatodell'istruzione, per l'appunto secondo la legge della "domanda" e dell' "offerta (speciale) formativa". Il suo "equilibrio" – istruzione per tutti al più basso costo possibile- costituisce il principale meccanismo della formazione del "prezzo" nella concorrenza dei possibili percorsi scolastici. In generale, un Istituto scolastico è tanto più appetibile, quanto più basso – a parità di valore dei diplomi e delle certificazioni- è il prezzo da corrispondere in termini di impegno di studio e di serietà nei criteri di valutazione nei processi di apprendimento. Del resto, per coloro che non riuscissero, nonostante i "calmieri" ministeriali, a saldare il conto nei tempi e nei modi previsti, le scuole dispongono di appositi "sportelli didattici", che consentono di dilazionare quei pagamenti in comode rate. E va da se che, come in tutti gli spacci commerciali, la regola aurea alla quale sono innanzitutto sottoposti i commessi-insegnanti è che "il cliente ha sempre ragione"; perciò le famiglie dei consumatori-discenti vanno assecondate in tutte o quasi le loro richieste, anche le più stravaganti sotto il profilo educativo. La spietata concorrenza degli Istituti d'istruzione superiore, che si celebra solennemente nei cosiddettiopen day, con la distribuzione di apposito materiale pubblicitario, ha il preciso scopo di ampliare o di "fidelizzare" il più possibile il target della clientela per massimizzare il profitto aziendale: ci si sforza pertanto di incrementare il numero delle iscrizioni (dal quale dipende l'erogazione di fondi ministeriali e la possibilità di nuove assunzioni di personale), veicolando l'implicita promessa di praticare "prezzi popolari" riducendo la qualità e la consistenza dei contenuti dell'istruzione e abbassando i criteri di valutazione. Questa tattica commerciale, peraltro, consente di comprimere ulteriormente il salario degli insegnanti, costretti a sacrificare progressivamente la loro dignità professionale e la loro autonomia sull'altare del marketing incentrato sull'espansione degli indici quantitativi, delle percentuali dei promossi e/o dei diplomati considerati come documenti della "produttività" dell'azienda scolastica. In compenso, gli insegnanti potranno sbizzarrirsi nella fiera "meritocratica" dei cosiddetti "progetti didattici", dai contenuti sempre più fantasiosi e velleitari : un piccolo "omaggio" erogato dalla ditta come "premio" di produzione, che si aggiunge al loro magro salario di commessi culturali.
Ultima ciliegina del ddl Renzi-Giannini sulla torta della "buona scuola" è la figura del Preside-manager, investito della chiamata diretta dei docenti (anche per discipline lontanissime dal loro curriculum personale), oltre che delle responsabilità amministrative e gestionali, che vanno dal controllo degli uffici di segreteria all'ispezione sul lavoro dei bidelli. Per questo, può capitare che un Preside laureato in Scienze motorie, ex-insegnante di educazione fisica, si veda affidato il compito ineseguibile di selezionare un docente di latino e greco nei Licei classici o un docente di matematica e fisica nei Licei scientifici, esponendosi così personalmente alla marea di eventuali ricorsi da parte degli insegnanti inspiegabilmente esclusi. Eppure ancora nessuno oserebbe pensare a un Presidente di Tribunale nel ruolo di manager della giustizia, o a un primario di chirurgia come manager della sanità pubblica. Ma l'idea di un Preside-manager, che come un gigante Manga squarci finalmente la ragnatela burocratica di leggi, leggine e regolamenti, contiene un fascino irresistibile: è un'energica museruola pensata per imbavagliare il vociare confuso dei bisogni frustrati e dei disagi della scuola italiana.

pubblicato su L'Inchiesta il 20.05.2015

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Ho ereditato la democrazia

25 aprile 350 260di Sara Battisti - Ho ereditato la democrazia. Oggi compie 70 anni. Un patrimonio che dobbiamo arricchire con impegno e che si sostanzia nella Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal fascismo.
Appartengo a una generazione che attraversa un momento difficile e dalle molteplici incognite per il futuro del paese. Esiste il reale rischio che si possano affievolire i valori della coesione sociale che trae le sue radici nella Costituzione che codificò i principi che alimentarono la Resistenza. Libertà, democrazia, unità, diritti.
La memoria del 25 aprile 1945 ha un valore se mantiene la forza di far vivere giorno per giorno nel popolo italiano la fiducia in quello che la Resistenza ha tracciato, combattendo la dittatura per instaurare la democrazia. Non una celebrazione ma una verifica costante del rispetto delle scelte compiute in nome della Resistenza. L'elemento cardine su cui si organizzò la Resistenza fu il Comitato di liberazione nazionale composto da tutte le forze politiche che si richiamarono alle organizzazioni eliminate dalla dittatura nel 1926. Vi aderirono cattolici, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani, monarchici, riformisti e liberal-socialisti concordando di opporsi con le armi all'esercito dei nazisti e alle squadre fasciste. Fu l'inizio della legittimazione della nuova classe politica italiana.
Sono convinta che in quel periodo fu decisivo il ruolo dei partiti. L'unità dell'antifascismo è stata possibile perché vi era la consapevolezza di portare il paese alla democrazia, di istaurare le libertà e i diritti democratici. Obiettivi possibili perché i partiti antifascisti anteposero alle loro rivendicazioni gli interessi del popolo italiano. Il ruolo dei partiti si dimostrò fondamentale in quanto custodi del patto fondativo del nuovo Stato democratico. Dall'altra parte il vincolo di appartenenza dei cittadini ai partiti garantì la lealtà del popolo italiano alla Repubblica democratica. In questa cornice si è sviluppato il processo di crescita del paese sin quando quel sistema si è rivelato inadeguato e indifferente al cambiamento della società, segnando un solco profondo tra società e politica che esplose nel 1992-1994 e a oggi ancora non pienamente colmato. Credo che riconoscere quel 25 aprile comporta un riposizionamento del ruolo dei partiti, riconquistando un rapporto con i cittadini.
Penso come dirigente del PD che in ragione di quella eredità che ho ricevuto, occorra modificare il modo di appartenere a un partito e allo schieramento di alleanze. Certamente i tempi sono cambiati e cambieranno, ma la sostanza della democrazia rimane immutata. Guardare ai 70 anni del 25 aprile deve sollecitarci a ricercare una politica della dialettica e della tolleranza.
Un partito come il PD è a rischio della sua funzione e della sua "sostanza" politica se non ritrova le ragioni di una storia che ha accomunato le diverse culture del nostro paese e che ha i medesimi tratti formativi di quelli che diedero vita ai partiti antifascisti. Ho ereditato la democrazia per viverla nella pluralità e nelle sue rappresentanze, partiti e istituzioni. Il 25 aprile non si è concluso nel 1945.
I suoi ideali continuano il viaggio verso il futuro della democrazia ed io intendo partecipare pienamente questo viaggio.

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Democrazia: chi la studia e chi la rappresenta

StefanoPetruccianidi Anna Capogna - Nel pomeriggio inoltrato, alle 18.30, di venerdì 20 marzo, in una sala gremita ed attenta dell' Hthel Astor a Frosinone si è svolto un dibattito pubblico a partire dall'ultimo libro "Democrazia" del prof. Stefano Petrucciani, ordinario di filosofia politica presso l'Università La Sapienza di Roma e presidente della Società italiana di filosofia politica.
A patrocinare l'iniziativa di arricchire la cultura critica ciociara, sono stati il dott. Antonio Cecere, fondatore di filosofiainmovimento . it e conduttore dell'incontro e il dott. Angelo Pizzutelli, presidente dell' Associazione Frusina "bene comune".
Quale e come Democrazia? Questo il quesito su un tema tanto presente quanto sfuggente all'attenzione e al bisogno di risposte per garantire qualità di vita nel nostro tempo di crisi e di grandi trasformazioni culturali, in Occidente, e, a me piace pensare, anche non?
Per una possibile risposta, l'intento è stato "mettere a confronto chi la Democrazia la studia e la pensa", il prof. Stefano Petrucciani e il prof. Giorgio Cesarale, suo autorevolissimo collega dell'Università di Venezia e "chi la Democrazia la rappresenta nelle istituzioni", il Senatore Francesco Scalia ed il dott. Angelo Pizzutelli.
Dalla analisi degli oratori filosofi la realtà della crisi della democrazia oggi, sia rispetto al modo di "sentire" dei cittadini, sia rispetto alla forza e alla credibilità nelle sue funzioni politiche ed istituzionali, trova più d'una motivazione.
Dalla debolezza culturale e morale della rappresentanza parlamentare; all'affermarsi del verticismo e leaderismo delle istituzioni esecutive che, insieme, lasciano pochi o inutili margini alla discussione democratica; alla incertezza e parziale coerenza del segno e del mandato popolare dei governi nazionali rispetto alle tecnocrazie internazionali.
E ancora, dal mutamento nel rapporto tra le classi sociali e la politica che, sempre più mostra di lasciare il popolo senza rappresentanze; alla crisi economica che non genera più quel crescente benessere che il sistema democratico sembrava garantire.
Come affrontare tali patologie e quali proposte prima che sia troppo tardi per la qualità della democrazia?
Il prof Petrucciani, nel sui libro, agile e denso, bello da leggere e da rileggere per continuare a pensare, si sofferma su un tema, di particolare interesse e centralità, rilevando e citando interpretazioni e prospettive che vanno da J. Locke a J. J. Rousseau, da J. Dewey a N. Bobbio, a J. Habermas al sociologo Ph. Urfalino..
Far parte di una comunità politica significa accettare il principio di maggioranza che "deve essere considerato come una deliberazione all'unanimità", diversamente la comunità non è e l'azione sarebbe priva di ogni valore decisionale e operativa.
Se però, la regola della maggioranza è, di fatto, condizione unica per prendere le decisioni, la legittimità democratica della decisione stessa non può scaturire dalla somma di una molteplicità di aggregati individuali, ma invece attraverso un dibattito vero dove la partecipazione di ognuno significa vagliare e superare le proprie diverse posizioni di partenza per costruire una sintesi finale,
sempre all'interno del proprio orientamento.
Perché "lo Stato di diritto è lo stato dei cittadini.. Nello stato di diritto l'individuo ha verso lo stato non solo diritti privati ma anche diritti pubblici." ( N. Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi, p. 61)
Per "rimuovere" le condizioni che impediscono il rispetto dei diritti e per lo sviluppo della democrazia reale, garante di una "partecipazione collettiva e non coercitiva delle decisioni comuni", si può e , allora, si deve richiamare l'impegno di tutti in " un progetto multlivello", che "funzionerà –sostiene Petrucciani- se tutti i piani funzioneranno insieme":
Dal pluralismo politico, che è quella forma di sistema politico "in cui tutti sono liberi di prendere le decisioni che li riguardano e hanno il potere di farlo, sulla base del riconoscimento di alcuni dei diritti inalienabili e inviolabili, quali sono i diritti dell'uomo."(N. Bobbio, p.60);
All'inclusione sociale, che , l'articolo 3 della Costituzione italiana, analiticamente impone e dichiara fondamentali;
Alla adesione ad un ideale politico che sempre porta dentro di sé una preziosa tensione morale, ed una attenzione dinamica e costruttiva nella realtà di vita di ognuno . "Il progresso umano non era per Kant necessario. Era soltanto possibile."( N. Bobbio)

Dalla prospettiva politico- istituzionale, i rappresentanti del territorio, dopo aver plaudito per l'acutezza e la profondità delle riflessioni argomentate, raccolgono, garantendo, per il suo fine, tutta la propria motivazione politica, l'idea valoriale del progresso umano e quel concetto dinamico e costruttivo della democrazia: - sia perché, è nel suo farsi quotidiano e storico che propriamente risiede la naturale specificità dell'azione politica; - sia perché, è proprio condizione e fine del lavoro nelle istituzioni garantire e costruire il Futuro per tutti e per ognuno.

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