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La democrazia è fatta di domande e di risposte, che si devono dare

bandiera sel 350 260di Viviana Cacciatori - Il testo che segue è del manifesto che sarà affisso nelle nostre bacheche. Si tratta di un comunicato nel quale abbiamo voluto affrontare la questione della presunta denuncia nei miei confronti a seguito del manifesto di auguri che SEL ha affisso prima di Natale. Stupita del fatto che quel manifesto, di carattere sarcastico, abbia creato tanto scalpore, ho voluto, insieme ai compagni, spiegarlo. Spero che per ogni manifesto ironico fatto, non debba dare altre spiegazioni. Ignara di quale sia stato il passaggio che ab-bia scatenato la eventuale querela e ignara di chi possa essere stato precisamente, con l'appoggio dell'inte-ro partito, abbiamo reputato necessario questo nuovo manifesto.
A fine manifesto si fa cenno all'autostrappamento dello stesso. Abbiamo voluto affrontare con ironia il fatto che ogni qualvolta affiggiamo un comunicato, questo viene inevitabilmente strappato da ignoti. that's why.

 

IL BAVAGLIO
Ci riferiscono che è stata presentata una denuncia penale contro SEL di Anagni per il manifesto di auguri di fine anno. Non sappiamo per iniziativa di chi, né i motivi della denuncia.
Supponiamo si tratti di qualche esponente della amministrazione comunale che si sarebbe risentito, anche alla luce dell'avvertimento verbale fatto personalmente alla nostra segretaria, con la promessa di "prendere provvedimenti". Se l'intenzione è quella di intimidirci, si tratta di un tentativo vano. Nulla può scalfire il nostro impegno verso i cittadini. Esprimere opinioni pubblicamente è un atto politico dovuto nei confronti della città. Nella nuova amministrazione vale forse il principio "noi siamo noi e voi non siete un cazzo"? Tanto è vero che, nonostante i ripetuti solleciti e la legittimità delle nostre richieste, gli amministratori si sono guardati bene dal fornire risposta alcuna. Quello che ci auspicavamo è che si uscisse dalle stanze dei bottoni.
Si è scelto invece il pubblico silenzio, si è scelto di non confrontarsi con le altre forze politiche, di sottrarsi al pubblico confronto, fondamentale affinché la discussione politica sia costruttiva.
Quello che volevamo far emergere dal manifesto è l'anomalia rappresentata da una sorella consigliere (legittimamente eletta, vogliamo sottolinearlo) e un fratello assessore. Se il Consiglio comunale è l'organo che deve sindacare l'operato della giunta, come può svolgere la
sua funzione essenziale se vi sono tra giunta e consiglio legami di stretta parentela? Per avere espresso questo legittimo dubbio siamo passibili di denuncia? Per quanto riguarda invece il rapporto tra ladri e politica abbiamo semplicemente espresso una diffusa opinione!
Esprimendola non ci riferiamo a nessun eletto, bensì a quegli elettori che al momento del voto fanno considerazioni e valutazioni di natura non politica ma di convenienza personale.
Da quando si è inserita la nuova giunta è palese da parte della stessa un'insofferenza derivante dallo stato dei conti comunali, ma mai è stato reso noto a quanto ammontino i debiti fuori bilancio. Quello che ci chiediamo è se, alla luce di tali debiti, l'amministrazione intende far
accettare supinamente ai cittadini la vendita del patrimonio comunale. Non vogliamo che alla luce di ciò tutto diventi "possibile e giustificabile". Il Comune è, data la crisi in corso, l'unica realtà locale che può disporre di buone risorse finanziarie, riteniamo quindi che ci siano fondi sufficienti per amministrare. Temiamo invece che qualche privato voglia approfittare dello stato di difficoltà solo ed esclusivamente per un proprio vantaggio. Presupposto essenziale di ogni buon amministratore, oltre all'onestà che dovrebbe essere scontata e al di là dell'appartenenza politica, è la trasparenza dei suoi atti nel rapporto con i cittadini che amministra. In questa trasparenza è compresa l'informazione che l'Ente ha il dovere di fornire ai cittadini sempre e comunque, sia quando deve comunicare azioni positive di cui può legittimamente prendersi il merito, sia quando deve comunicare situazioni di difficoltà di complessa risoluzione, siano esse dovute alla cattiva gestione di precedenti amministrazioni o a suoi errori.
Apprendiamo in questi giorni dalla stampa che sarà istituito un fondo di solidarietà in Comune con il contributo volontario dei cittadini. Iniziativa meritoria, anche se temiamo la deriva che possa originarsi dalla nascita di uno "Stato caritatevole" che vada a sconfinare e a sostituire alcune delle funzioni e doveri dello stato sociale. Iniziativa che entra però in contraddizione con l'erogazione di ben 200.000 euro di premi di rendimento ai dirigenti dell'ente comunale.
L'amministrazione della cosa pubblica è tale se a servizio del cittadino. Noi chiediamo di rispondere pubblicamente alle domande che vi abbiamo posto non per una nostra soddisfazione personale ma per dovuto rispetto nei confronti della cittadinanza che vi ha scelto per amministrare.
La volontà di censurarci, se ciò che ci è stato riferito è vero, non nuoce a SEL, ma alla cittadinanza tutta e al confronto politico, base di ogni democrazia che possa essere definita tale. Comunque, se vi sono gli estremi per una querela, ci prenderemo le nostre responsabilità davanti la magistratura, non ci sottrarremo a esse, soprattutto per difendere un metodo più che un contenuto: quello della libera espressione di un'opinione, anche se in modo ironico e sarcastico.
Questa comunicazione, qualora affissa in piazza, si "autostrapperà" fra 3 giorni.
Anagni 18 gennaio 2015
A cura di Sinistra Ecologia Libertà

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La democrazia senza l'esercizio del voto è scarnificata

partito-democratico bandiera350-250di Ermisio Mazzocchi - Il centrosinistra con presidenti PD ha vinto le regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Ne siamo felici e soddisfatti. Una vittoria, tuttavia, che ha un punto debole: l'astensionismo. Un problema certamente non di secondaria importanza, perché ha al centro il cittadino e la credibilità del sistema democratico di rappresentanza. La Costituzione repubblicana sancisce la libertà di voto e di partecipazione. Oggi diversi milioni di cittadini rinunciano a questo diritto. Perché? La risposta non è in qualche frase salomonica. Possiamo azzardare qualche breve considerazione. Il fenomeno dell'astensionismo, quindi della rinuncia a esercitare un diritto, non è di oggi, né ha coinvolto circoscritte realtà, come il voto di domenica 23, ma si è manifestato in più tornate elettorali anche nazionali. Non è nemmeno anti politica, vale a dire avere un atteggiamento contrario. Qui, a mio parere, si è prodotta una frattura tra il cittadino e le istituzioni di governo. Queste non sono più un luogo di appartenenza del "popolo", rappresentano luoghi di esercizio del potere finalizzato a interessi di parte. Non è una questione di sfiducia che pure è presente. E' venuto meno una coscienza civile di appartenenza a una comunità che si era dotata di strumenti di reciproca solidarietà che si sono rivelati inutili e rivolti ad altri obiettivi che non riguardano più quella comunità. Il vettore di quella appartenenza erano i partiti, che costituivano un riferimento di sintesi di un confronto "pubblico" nelle sedi di partito che si trasferiva nelle istituzioni. Costituivano una "piazza" aperta, sollecitavano una partecipazione, stimolavano le scelte (per il voto e per i candidati). Oggi si è cancellata questa funzione. Avrebbe ragione Renzi (l'astensionismo secondaria importanza!!! anche se ritengo per antica cultura politica che bisogna fare in modo che"non vada disperso nemmeno un voto) se questo comportamento del corpo elettorale fosse sporadico, circoscritto, saltuario. Ma la tendenza è tutta in crescita, in costante aumento. La democrazia senza l'esercizio del voto di tutto il popolo è debole, è scarnificata, si impoverisce. E i rischi sono molteplici. Se assumiamo la responsabilità non solo di governo ma di essere un perno della democrazia, dobbiamo rivedere il rapporto partito-cittadini. Questo implica la definizione della sostanza e degli obiettivi di quello che dovrebbe essere il PD, ma non abbandonando quello che sarebbe dovuto essere.
(pubblicata anche su Faceboobk)

Ecco cosa significa in voti l'astensionismo che in Emilia Romagna arriva a superare il 60%

Elezioni regionale Emilia Romagna. Grande risultato di vittoria del centrosinistra. Prosciugamento della forza del PD. I numeri (non le percentuali). Il PD ottiene in Emilia Romagna 535.109 voti in queste regionali, alle Europee aveva ottenuto 1.212.392, Il PD perde 677.283 voti; il PD nel 2013 aveva ottenuto alle politiche 989.810 voti, perde 454,711 voti; il PD alle regionale del 2010 ottiene 857.613 voti, perde 322.504 voti. LEGA NORD in queste regionali prende 233.439, alle Europee 116.394 voti guadagna 117,045; nel 2013 alle politiche prende 69.106 guadagna in queste regionali 154.333. Perde su tutti i fronti FI. Conclusione. IL PD è la principale forza che ha una emorragia di voti di astensionismo in continua successione e in espansione della grandezza. Non credo che sia un problema di "secondaria importanza" e del tutto occasionale!!!!

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Mostrare i muscoli non va bene

costituzione-de-nicola-de-gasperi 350x260di Valerio Ascenzi - Un paese realmente democratico si fonda su regole condivise. È per questo che i padri costituenti, dialogarono mesi e mesi su un solo concetto di un solo articolo della Costituzione. Purtroppo è ormai diffusa l'idea, completamente errata, che la Costituzione della Repubblica Italiana, sia stata scritta da qualche comunista. In realtà vi hanno partecipato tutte le forze alternative al fascismo e agli autoritarismi che hanno portato al delirio bellico, che fece sprofondare questo Paese.

Nonostante qualcuno creda, ed abbia inculcato nelle mente collettiva media italiana, l'idea che la Costituzione repubblicana sia stata scritta dai sovietici, ci preme precisare – sempre e con forza – che le forze che parteciparono alle elezioni della Costituente furono diverse, di diversa provenienza cultural politica, ma tutte antifasciste. C'erano: Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Partito Comunista Italiano (PCI), Unione Democratica Nazionale (UDN), Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Blocco Nazionale della Libertà (BNL), Partito d'Azione (Pd'A), Movimento Indipendentista Siciliano (MIS), Concentrazione Democratica Repubblicana, Partito Sardo d'Azione, Partito dei Contadini d'Italia, Movimento Unionista Italiano, Partito Cristiano Sociale, Partito Democratico del Lavoro e Fronte Democratico Progressista Repubblicano.
In molti oggi sono convinti che all'indomani della caduta del fascismo, queste forze politiche avrebbero dovuto aprire un processo, da tenere parallelamente alla redazione, difficile e lunga, di una carta costituzionale. Così da far crescere una coscienza civica tale, da rinnegare la dittatura sia nelle manifestazioni sia negli atteggiamenti. Questo processo non c'è mai stato, diversamente da tutte le altre nazioni governate nel 1900 da una dittatura. Grazie alla mancata occasione, oggi non solo abbiamo gruppi e movimenti politici che inneggiano continuamenti al fascismo. Ma abbiamo atteggiamenti autoritari anche in chi governa, non solo se proviene da destra. Negli ultimi vent'anni è toccato a Berlusconi mostrare i muscoli, oggi tocca a Renzi. In entrambi i casi non va bene. Le ultime dichiarazioni di Renzi, sullo stile "andiamo avanti comunque", dimenticando che tutte le forze politiche, anche quelle escluse dal parlamento dal Porcellum, hanno diritto di partecipare alle modifiche costituzionali, ci portano a pensare al fatto che comunque, l'attuale premier agisca in un modo ancora troppo autoritario, rendendo il suo Partito democratico solo di nome. Nonostante tutto c'è chi nel PD non la pensa come lui, ma le difficoltà di manovra ci sono, grazie anche al fatto che il PD non ha più una discussione interna, rilevata anche da Bersani qualche mese fa. Renzi dimentica che la democrazia non è la dittatura della maggioranza, ma il governo della maggioranza, capace di acquisire le migliori risposte dalle minoranze. La rappresentanza ai partiti minori, è una rappresentanza per le idee e i problemi che pochi riescono a cogliere, ed hanno la stessa dignità delle idee e dei problemi colti dalle masse. Inoltre, considerato che sociologicamente la massa è informe, le culture di nicchia rappresentano una risorsa, che non va sprecata. Anna Bosco, nel suo libro "Da Franco a Zapatero. La Spagna dalla periferia al cuore dell'Europa", descrivendo la società spagnola, della storia degli iberici dopo il franchismo si sofferma a parlare di quello che è stato il lascito di Francisco Franco all'odierna monarchia costituzionale. Franco non indicò alcun successore. Non volle che nessuno dei suoi stretti collaboratori prendesse il suo posto.

Terracini firma la CostituzioneNel suo testamento diede precise istruzioni: una monarchia costituzionale, con a capo Juan Carlos di Borbone e democratiche elezioni. Anna Bosco scrive che nelle volontà del dittatore c'era quella di dare a tutte le forze politiche, anche a quelle che aveva combattuto durante la guerra civile, e bandito poi durante la dittatura, la possibilità di partecipare al processo democratico stabilendo quelle che sono oggi le regole per le elezioni democratiche del parlamento spagnolo. Direte voi: ma sei proprio sicuro? Si, Francisco Franco. Un dittatore simpatico al fascismo, che però non si schierò ne con Hitler ne con Mussolini durante la guerra (diede appoggio a dir il vero alle forze alleate durante la seconda guerra mondiale).
La logica porta pensare che se un dittatore nazionalista, anticomunista, può dare a tutti - belli brutti, bianchi e neri, socialisti, democristiani e comunisti – la possibilità di partecipare a definire le regole del gioco, dopo il suo governo autoritario, possono farlo tutti. E perché non lo può fare il governo Renzi?
Siamo abituati a sentire: Renzi non fa riforme con Sel ma con un pregiudicato (Berlusconi). Guardiamola da un altro punto di vista: perché parlare di riforme con chi per venti anni non ha voluto fare neanche quelle che diceva lui o che prometteva ai suoi elettori? Tra l'altro le "riforme liberali" annunciate da Berlusconi (che sono nelle intenzioni dello stesso di Renzi) non sono quelle che porterebbero a risollevare il paese dalla crisi. Il ragionier Fantozzi definirebbe queste riforme con gli stessi aggettivi con cui esplicita i suoi personali pensieri sul film "La corazzata Potëmkin". Ma Renzi non vuole fare riforme concrete per il lavoro, l'istruzione, il lavoro e il welfare. Il Senato non elettivo, o elettivo, o abolito, non è una priorità. Il bicameralismo perfetto si potrebbe anche modificare, ma un senato non elettivo, non serve a nulla. Non ha nulla a che fare con la democrazia.
Oggi, come anche quando c'era Berlusconi, sarebbe bastato applicare le indicazioni della sovranormazione europea per risolvere i problemi dell'economia italiana. All'UE della riforma del senato non importa nulla. Anzi, iniziamo a chiederci perché, arrivati a questo punto, lo spread non si muove. Forse perché Renzi, nonostante il suo immobilismo, non si è ancora coperto abbastanza di ridicolo e mantiene una vita privata morigerata. Perché politicamente parlando, il suo governo non è diverso da quello di Berlusconi. Renzi finora ha comunicato solo quello che vuole fare. E la maggior parte delle sue intenzioni non sono né da governo di sinistra, né da governo che ha in mente il Paese reale. Altrimenti lavorerebbe sulla stessa lunghezza d'onda delle nazioni che vogliono ridisegnare una economia, garantire sicurezza ai propri cittadini, garantire un lavoro onesto e retribuito dignitosamente ai capifamiglia. Renzi ha un problema: deve far vedere che fa qualcosa. Come lo fa, se lo fa, non importa. Deve però comunicare che sta facendo qualcosa. L'immagine più vicina è quella di un uomo che cerca di mettere le mani so una moltitudine di problemi, che si affanna a cercare di essere onnipresente in ogni occasione. Per Renzi, come per Berlusconi, la campagna elettorale non finisce mai. Ma anche i fatti concreti non arrivano mai.

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I non partiti e la loro falsa democrazia interna

{tab=Esiste la politica?}

partiti italiani 350di Roberto Bertoni da dazebaonews.it - Quando questa folle ubriacatura futurista sarà finita, come sempre, conteremo i danni, ben sapendo che stavolta saranno assai più del solito perché potrebbe essere coinvolto l'intero assetto istituzionale e addirittura quello costituzionale.
A tal proposito, sbaglia chi pensa che ce l'abbiamo con qualcuno in particolare, anche perché, pur volendo, attualmente è impossibile prendersela in maniera diretta con la politica e ciò che ruota intorno ad essa, per il semplice motivo che in questo Paese la politica, di fatto, non esiste più da tempo.
Sia pure con la morte nel cuore, siamo infatti costretti ad ammettere che, almeno in Italia, ha vinto alla grande il pensiero liberista che, oltre a calpestare il senso di comunità e, di conseguenza, i diritti, la dignità e le speranze di quegli stessi individui che afferma di voler esaltare, ha inquinato il nostro sistema politico al punto che oramai sono del tutto scomparsi i partiti. Persino l'ultimo rimasto, quel PD che con Bersani aveva fieramente resistito, salvo poi capitolare nella disfatta andata in scena tra il febbraio e l'aprile del 2013, persino gli eredi della gloriosa tradizione della sinistra cattolica e socialdemocratica hanno ormai accettato l'idea di trasformarsi in un partito personale, in una sorta di comitato elettorale permanente di Renzi, con l'augurio che la verve dello spregiudicato fiorentino conduca in porto alcune delle riforme che la Nazione attende da trent'anni.
Il guaio è che anche lui è inevitabilmente destinato a fallire, al netto delle sue colpe e dei suoi meriti, delle sue idee e del sostegno, a dire il vero tutt'altro che scontato, che esse riceveranno da gruppi parlamentari riottosi e animati da un inconfessabile, ma evidente, spirito di rivalsa nei confronti di un personaggio che tra le sue indiscusse virtù non annovera certo la simpatia e la gratitudine.
Fallirà perché è la politica ad aver fallito; fallirà perché l'assenza di partiti coincide oramai drammaticamente con lo svuotamento dall'interno delle istituzioni; fallirà perché dopo vent'anni di berlusconismo, di dibattito pubblico drogato e di scadimento progressivo della classe dirigente nemmeno De Gasperi potrebbe riuscire nell'impresa di dare un senso, una meta, un orizzonte condiviso cui tendere a una massa indistinta di individui che non sanno più neppure chi siano, quali interessi rappresentino, per quale motivo siano stati selezionati, quale sia il loro ruolo e il loro compito, quali siano le ragioni del loro impegno e della loro passione civile, in qualche caso autentica ma troppo spesso tristemente immatura. E fallirà, infine, perché a tutto ciò aggiunge il suo rifiuto ostinato di qualunque forma di dialogo con i corpi intermedi, con le parti sociali, con le rappresentanze sindacali, illudendosi di poter dare un senso a quella folla di persone sole che vorrebbe rappresentare ma non può, perché lui non sa dove condurle e loro non sanno dove vogliono andare.
Sarebbe, tuttavia, ingeneroso gettare la croce addosso a una sola persona perché, nel contesto dato, molti potrebbero fare meglio di lui ma nessuno potrebbe riuscire a rivitalizzare l'assetto democratico del Paese senza significativi e devastanti strappi che rischiano di mettere seriamente in pericolo il nostro fragile tessuto sociale e civile.
Se siamo arrivati a questo punto è perché, per troppo tempo, ci siamo lasciati collettivamente abbindolare dalle promesse mai mantenute, e spesso alquanto cialtronesche, dell'imbonitore di turno, mandando malamente a casa le poche figure serie e competenti che abbiamo avuto la fortuna di avere al governo e alle quali, invece di dire grazie, abbiamo riservato parole di scherno, insulti, offese e maledizioni di ogni sorta.

{tab=Cosa sono diventati i partiti}

E così sono scomparse, giorno dopo giorno, quelle straordinarie comunità di donne e uomini sulle quali è imperniata qualunque democrazia, senza le quali il concetto stesso di democrazia viene meno, si falsa, si inaridisce, perché rimane unicamente il potere per il potere e scompare il popolo, col suo carico di ansie, preoccupazioni, proposte ma, soprattutto, entusiasmo, partecipazione, ricerca di un obiettivo e di un orizzonte comune cui guardare.
Per questo, nel surreale (e puerile) dibattito politico di casa nostra, alla maggior parte delle persone sembra normale che si discuta dell'Italicum o che si proponga una riforma del Senato che, in pratica, elimina il concetto stesso di bicameralismo, rendendo la seconda camera una sorta di dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali, privi di un ruolo, di un'indennità, di una ragione stessa di esistere a livello istituzionale.
D'altronde, non può essere altrimenti, se consideriamo che ai santuari del liberismo la nostra Costituzione, così limpida, così ricca di tutele e dignità dei lavoratori, così moderna, non è mai piaciuta neanche un po' perché mal si concilia con l'idea del denaro per il denaro, dell'arricchimento ad ogni costo, del profitto a scapito dell'ambiente e della vita stessa delle persone e, soprattutto, di una politica finta, inutile, affidata al massimo a un drappello di mestieranti legati a filo doppio, finanziariamente e ideologicamente, ai propri sponsor.

Per fortuna, questa barbarie planetaria che ha causato la crisi più grave dal dopoguerra ha sì vinto ma ancora non del tutto, visto che persino nelle nostre screditate istituzioni resistono e si difendono come possono fior di galantuomini, di persone perbene, di parlamentari competenti e ricchi di cultura e di amore per il prossimo; ma oramai i santuari del liberismo hanno conseguito il risultato più umiliante, ossia quello di condannarli all'irrilevanza, di costringerli ad assistere a un dibattito fuori dal mondo nel quale nessuno batte ciglio di fronte a una proposta aberrante come l'introduzione del vincolo di mandato per i rappresentanti del popolo, di condannarli a scomparire lentamente e tra mille insulti per essere sostituiti, a mano a mano, da personaggi congeniali allo scardinamento dall'interno del sistema.
Per questo temiamo che, alla fine, anche Renzi e il suo strampalato tentativo riformista siano destinati a fallire; e non sarà, come crede erroneamente lui, il sistema ad opporsi e a resistere, figuriamoci, ma sarà senz'altro il sistema ad implodere e accartocciarsi su se stesso a causa della sua infinita e oramai evidente fragilità. E a vincere, un po' ovunque, non solo in Italia, saranno le forze populiste di ogni forma e colore, prevalentemente di destra e di estrema destra, a loro modo congeniali al sistema, in quanto per definizione non partiti, non interessati ad alcuna forma di democrazia, nemici giurati delle istituzioni e di qualunque forma di rappresentanza popolare, capaci di esprimersi unicamente per slogan senza un solo contenuto degno di questo nome e, dunque, perfetti da colonizzare e sfruttare per chi vede la politica non come un mezzo per mettersi al servizio del popolo ma come un formidabile strumento per asservire il popolo ai propri interessi.
A completare il disastro emerge il fatto che, nonostante tutto, alcune di queste forze assolutamente impresentabili riescono ad esprimere contenuti più convincenti, e, per assurdo, più di sinistra, di una sinistra che si è sbriciolata dopo la caduta del Muro e si affida in maniera incosciente, in tutta Europa, a dei perfetti interpreti di una sorta di "liberismo dal volto umano" che di umano non ha proprio nulla e che sarebbe incredibilmente ridicolo se non risultasse amaramente tragico. {/tabs}

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Nelle primarie aperte una discutibile concezione della democrazia

Primarie Pddi Antonio Simiele - Dal sondaggio risulta che molti non hanno inteso di votare per eleggere solo il segretario del PD, come sarebbe stato giusto che fosse, ma anche per designare il prossimo candidato a Presidente del Consiglio. E' la conseguenza della decisione di far votare, caso unico al mondo, anche i non iscritti. Lo stesso Renzi avvalora quest'ambiguità quando, polemizzando, dice di ritenersi legittimato dagli elettori delle primarie, che non sono il Partito. Se così fosse, dovremmo valutare il valore dei circa due milioni di voti, dati a Renzi, per la poca cosa che sono rispetto a tutti gli elettori italiani.
L'identificazione della figura del segretario con quella del candidato a Presidente del Consiglio è un male. Essa fa aumentare la sfiducia nei confronti dei partiti, accentuandone la crisi; è percepita come voglia da parte loro di un'ulteriore pesante occupazione delle istituzioni, in un momento in cui più netta, invece, dovrebbe essere la distinzione tra i rispettivi ruoli, così come previsto dalla nostra Costituzione. Un partito politico deve avere una visione del bene comune ma rappresenta sempre solo parte della società, mentre è compito del governo di corrispondere in modo equo agli interessi dell'intera comunità, facendo conto sul responsabile agire dei vari partiti. La tendenza a confondere i due momenti è il frutto di una discutibile concezione della democrazia maturata negli ultimi quindici anni, quella che, ad esempio, porta Grillo e Berlusconi a mostrare fastidio di discutere con gli altri e a dire invece senza remore di volere la maggioranza assoluta per governare da soli, che sembra tanto voler sostituire il più profondo desiderio di partito unico in versione modificata per gli anni duemila. E' la stessa concezione che generò le superficiali considerazioni verso l'affermazione di Bersani che, anche se avesse ottenuto il cinquantuno per cento, avrebbe continuato a discutere con gli altri, una cosa ovvia in una democrazia matura.
Dal sondaggio ricavo altri tre dati con una forte valenza politica. Il primo è che non c'è stata una particolare scelta generazionale o di settori della società. Gli elettori delle varie età e delle diverse categorie sociali si sono spalmati in percentuali simili sui tre candidati. Il secondo è che, tra quelli che hanno votato Renzi, solo il 17% l'ha fatto perché in lui riconosce i propri valori e il 5% perché rappresenta meglio gli ideali del PD; tra gli stessi elettori solo il 22% dice che s'iscriverà al PD e il 59% lo voterà alle prossime elezioni. Il terzo è che il voto proveniente da destra non ha per niente inciso, ma il voto di quelli che si sono dichiarati di centro ha caratterizzato fortemente l'elezione di Renzi. Questo peserà sulla posizione del PD, in previsione di future alleanze? Prevarrà o no l'attrattiva di un centro che ha già detto di preferire l'alleanza con Renzi, a condizione che non ci sia SEL?
Io penso che Renzi abbia fatto bene a mettere sul tavolo le questioni che sono da affrontare con urgenza. Ha sparigliato le carte, creando così le condizioni migliori perché tutti finiscano di tergiversare nella difesa d'interessi di parte, il governo cambi passo e ognuno si assuma le proprie responsabilità.
Non so quale struttura di partito abbia in mente, ma mi convince anche la strada che sembra voglia percorrere, respingendo i condizionamenti interni, per costruire, senza imporre verità assolute, un partito non ideologico che sia, come lui dice, "una comunità di persone con idee e storie diverse ma unite da valori comuni e dall'obiettivo di cambiare l'Italia". Non può bastare, però, per definirne la posizione politica, la dichiarazione che con la sua elezione non è stata sconfitta la sinistra. Serve che sulle questioni economiche e sociali il PD stia, senza se e senza ma, al fianco del mondo del lavoro e di quella parte del Paese che sta male e non ha un'affidabile rappresentanza politica. Se non facesse questo, il PD non avrebbe ragione alcuna per definirsi di sinistra.
Vitulano, 13 gennaio 2014

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