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Una destra ributtante

CRONACHE&COMMENTI

Uno spaccato dell’Italia di oggi e della lotta politica e morale che vi si conduce

di Aldo Pirone
pentolada sotto regione lombardia 390 minSe volete vedere uno spaccato dell’Italia di oggi e della lotta politica e morale che vi si conduce, basta guardare a quel che succede in questi giorni e ore. Da una parte la destra di Salvini, Meloni, Berlusconi, aiutata dal solito Renzi, impegnata nella caccia grossa a una brava persona, il ministro della salute Speranza, dall’altra la Lega del “bauscia” e FI del cavaliere di Arcore che restituisce il vitalizio al condannato Formigoni e si prepara, su quella scia, a restituirlo ad altri corrotti condannati in via definitiva.

Da una parte, si cerca di togliere di mezzo chi ha fronteggiato con rigore la pandemia avvalendosi del parere degli scienziati, anche contro quelli che oggi gli danno la caccia – ricordiamo gli aperturisti (Meloni e Renzi) di tutto a prescindere, i riduzionisti del pericolo del virus, i facenti l’occhiolino a tutti gli scimuniti irresponsabili negazionisti del Covid 19, i rifiutatori per principio (Salvini) della mascherina ecc. – dall’altra si condona chi, come Formigoni, ha intascato tangenti per favorire quella privatizzazione della sanità lombarda che è alla base del disastro pandemico particolarmente grave in quella Regione. Stessa cosa si può dire di Ottaviano Del Turco in Abruzzo, con tutto il dispiacere per il suo stato di salute attuale e con tutto il rispetto per la sua storia di dirigente sindacale della Cgil che, semmai, costituisce non un attenuante ma un aggravante per quel che ha combinato dopo come Presidente della Regione.

Chi fa politica con incarichi apicali e gli capita di svolgerli in situazioni inedite, sconvolgenti e drammatiche com'è capitato a Speranza, commette anche errori. E certamente il ministro ne ha commessi, ma non quello di seminare illusioni, raccontare storie o, peggio, cavalcare le paure e le sofferenze degli italiani per strumentalizzarle a fini elettorali. Ha affrontato il Covid 19 avendo alle spalle una demolizione sistematica della sanità pubblica condotta dai governi precedenti e si è trovato a fare i conti con sistemi sanitari regionali e con i Presidenti “governatori” che li gestiscono non all’altezza dell’emergenza pandemica, a parte qualche eccezione. Gente incapace di assumersi responsabilità se non quella di piagnucolare continuamente verso il governo per tutto e su tutto, avendo come bussola solo quella di conservare i voti delle categorie più in sofferenza. Nonostante ciò il ministro Speranza ha saputo reggere bene la barra nel governo Conte e la sta reggendo altrettanto bene in quello Draghi, nonostante tutto. Per questo è odiato oltre ogni limite dalla destra incarognita.

Ben diversa è la situazione, e le colpe, di chi, come Formigoni e del Turco, a suo tempo sbagliò intascando tangenti per sé, dando luogo nelle rispettive Regioni a una politica sanitaria che ha ridotto la rete di protezione pubblica sul territorio in favore delle cliniche e delle strutture private. All’arrivo del Covid 19 è stata questa politica la causa principale – ormai lo riconoscono tutti - dell’intasamento di reparti di terapia intensiva negli ospedali e, di conseguenza, dei tanti morti, soprattutto anziani, che potevano essere evitati.

In questi casi di corruzione che concorrono a determinare vere e proprie catastrofi umanitarie è insito un elemento criminogeno che non può essere sottaciuto né scusato.
Non sono un esperto di leggi e regolamenti, può darsi che gli onorevoli Giacomo Caliendo di Forza Italia, presidente della commissione senatoriale e i due vicepresidenti leghisti Simone Pillon e Alessandra Riccardi (ex grillina fuoriuscita) della commissione contenziosa si siano avvalsi di leggi e regolamenti esistenti (ma c’è chi dice di no) da veri azzeccagarbugli per aggirare la decisione presa nel 2015 dal Presidente del Senato Grasso. Sta di fatto che il risultato è una cocente ingiustizia tanto più beffarda perché di fronte ad essa ci sono milioni di persone in gravissimo affanno economico e decine di migliaia di morti, gli uni e gli altri causa pandemia. Di questo schiaffo alla giustizia è la destra, comunque camuffata, che ne porta la responsabilità politica.

I progressisti farebbero bene a evidenziarlo per ogni dove.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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I comici della destra

 CRONACHE&COMMENTI

 ...Che dell’Italia, ne farebbero un'orribile democratura

di Aldo Pirone
Meloni e salvini La Repubblica 390 minLoro pensano che gli italiani siano tutti cretini altrimenti si asterrebbero dal fare certe dichiarazioni. Che, per altro, hanno l’indubbio merito di indurre al riso, sollevandoci un po’ nel mezzo di questa pandemia infame. “Loro”, sarebbero donna Giorgia Meloni e Matteo Salvini, un duo che quando ci si mette produce gag più esilaranti di quelle di Stanlio e Ollio e Gianni e Pinotto, per non parlare dei nostrani Totò e Peppino, Franco e Ciccio e via ridendo.

Prendendo spunto da quanto detto ieri in modo netto da Draghi su Erdogan – un “dittatore” – i nostri comici si sono lanciati contro il "sultano" turco con grave sprezzo del ridicolo. La Meloni, più contenuta nella sua comicità del “bauscia” meneghino, ci ha ricordato che da anni il suo partito denuncia la “deriva autoritaria e islamista della Turchia di Erdogan”, mentre Salvini tenta l’imitazione di Luther King. “Dobbiamo decidere – dice - se noi stiamo con le libertà, con le democrazie e con i diritti civili”.

Benedetti ragazzi, ma lo sanno tutti che Erdogan pratica una concezione della democrazia uguale a quella vostra e dei vostri beniamini: Orbàn, Putin e Trump, fino a quando non l’hanno cacciato. Si chiama “democrazia illiberale” come hanno più volte spiegato sia il leader magiaro sia il semi autocrate russo. Cioè, una democrazia inesistente perché non ha in sé i princìpi liberali del rispetto della divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e dei diritti delle minoranze. Un potere che perseguita gli oppositori – spesso li ammazza o li mette in carcere - chiude i loro giornali e ordina alla magistratura il lavoro sporco contro di essi. Certo, con gradazioni diverse fra paese e paese, corrispondenti alle loro tradizioni, alla loro storia, alla collocazione geografica e ai rapporti di forza con i rappresentanti della società politica e civile progressista che quel potere contestano e contrastano.

Erdogan sarebbe un vostro beniamino come gli altri sunnominati, ha solo un difetto: è islamico. A voi sta antipatico per questo non per le sue idee politiche retrograde e antidemocratiche. In fondo è nazionalista, omofobo, le donne le vuole sottomesse e i dogmi della sua religione li vorrebbe far diventare legge per tutti. Che differenza c’è con voi? E non mi pare di avervi sentito protestare contro di lui quando ammazzava i partigiani kurdi che avevano combattuto i tagliagole islamici dell’Isis. Certo Erdogan è eletto dal popolo come ci ricordano oggi i suoi diplomatici – anche Hitler prese un sacco di voti - ma questa è una storia che abbiamo già sentito proprio da parte vostra. Non fu Berlusconi e recentemente il “ganassa” a far intendere, di fronte ai procedimenti giudiziari che li hanno incalzati e incalzano, che se uno è eletto dal popolo è “legibus solutus”, ovvero sopra alle leggi che debbono osservare tutti gli altri cittadini? Perciò, le intemerate che fate oggi contro Erdogan, sono ridicole perché se foste al suo posto fareste come lui o giù di lì. Dell’Italia, ne fareste un'orribile democratura.

A lei, poi, onorevole Meloni, per simile ambizione non gliene mancherebbero gli ascendenti

Ma nella vicenda della Von der Leyen relegata sul divano, c’è un altro aspetto, più interno alla lotta che si sta conducendo nell’Unione europea e che, cari ragazzi nazional-sovranisti, vi riguarda da vicino. Molti si sono domandati perché il belga Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, abbia accettato quella situazione. Il fatto è che nell'Ue vi sono due poteri in competizione fra loro: uno prettamente confederale e intergovernativo rappresentato da Michel, per l’appunto, l’altro, quello della Commissione europea, di natura federale che risponde innanzitutto all’Europarlamento e perciò stesso più democratico. La sedia di Michel che metteva in secondo piano il divano era sovranista e intergovernativa, proprio come le vostre posizioni sull’Europa.

E a voi piacciono le seggiole, pardon le poltrone.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Dalla padella alla brace

Cronache&Commenti

Cadere dalla padella sulla brace: passare da Salvini alla Meloni

di Aldo Pirone
salvini meloni 390 minGiorgia Meloni non ha saputo rinunciare alle balle di una propaganda becera manco in questi giorni di festa. E per l’ennesima volta ha mostrato urbi et orbi le sue antropologiche caratteristiche di ridicola bugiarda che le derivano dai suoi maggiori antenati fascisti: ante e post marcia. Alla vigilia di Natale dice a “la Repubblica” che “Da gennaio a oggi sono stati spesi 108 miliardi per la crisi, altri 38 stanziati in manovra. Questi soldi hanno prodotto risultati significativi? Qualcuno ricorda come sono stati spesi? No. Dilapidati nel tentativo di accontentare partiti e correnti della maggioranza”. Alla faccia di tutti quegli italiani, diversi milioni, che hanno ricevuto aiuti non certo per scialare ma almeno per mantenersi a galla: disoccupati, lavoratori dipendenti e autonomi, famiglie e imprese. L’ultimo sforzo è stato fatto per il vasto mondo degli esercenti e partite Iva cui sono andati sussidi, o “ristori”, che questa volta non hanno sollevato eccessive obiezioni da lor signori e dai loro vari portavoce nei giornali e nelle Tv. Per costoro, infatti, è sempre questione di classe, anzi di colletti, i beneficiari in questo caso lo hanno bianco e non blu.

Non contenta di questa panzana, invece di stare in pace con se stessa almeno in questo periodo natalizio, la leader neofascista si è affrettata a scrivere un saluto ai partiti sovranisti membri dell’Ecr party di cui è stata recentemente eletta Presidente per sparlare dell’Europa. “l’Unione Europea – dice - non è stata all’altezza delle aspettative. Le persone in tutto il continente hanno lottato, ma l’UE ha fatto poco”.

Cioè, secondo questa insigne “statista”, i 750 miliardi di aiuti economici del Recovery plan di cui (209) è beneficiaria soprattutto l’Italia, gli altri 1.074 del Bilancio europeo, i 1.250 mld della Bce per l’acquisto dei titoli, i 200 della Banca d’investimento europea, i 100 del Sure (27 per noi di cui 10 già presi per cassa integrazione e bonus lavoratori autonomi) e i 240 del Mes sanitario, in tutto 3.614 mld, sarebbero poco. Certo, se era per lei l’Italia doveva andare a chiedere a Trump i prestiti speciali (che non si potevano avere) del Fondo monetario internazionale oppure emanare i cosiddetti “buoni patriottici” in ricordo dell’autarchia dei suoi antenati in camicia nera che somministrarono agli italiani il “cuoital”, la “vegetina”, il “lanital”, il “condit”, il “Mokasan” ecc. per far fronte - con una certa comicità visto i risultati pratici di quelle merci - alle “inique sanzioni” che c’eravamo guadagnati andando ad aggredire l’Etiopia. Quindi si lamenta con i propri camerati europei del “più potente e violento attacco (portato dalla maggioranza europeista dell’Ue n.d.r.) contro i governi di nazioni sovrane che si oppongono alla dittatura dell’ideologia politicamente corretta”. Cioè i suoi amici: il premier polacco Morawiecki e quello ungherese Orbàn, che con i loro veti volevano annichilire il Next Generation Eu e, di conseguenza, negarci gli aiuti europei. Si è rammaricata per come è stato trattato il suo idolo Trump dai leader europei solo perché si sono affrettati a congratularsi, liberatoriamente, con il vincente rivale Biden e anche dell’ “umiliazione” che si voleva infliggere alla Gran Bretagna per la sua Brexit. Cioè un’uscita dalla Ue senza sconti né privilegi per chi se ne va.

La leader di FI, subito dopo, è tornata sul suo europeismo per dire, con un’altra lettera questa volta al “Corriere della sera”, una cosa risaputa: vorrebbe un’altra Europa, quella confederale dove ognuno si fa i fatti suoi, senza solidarietà e senza adesione a valori comuni come quelli democratici, progressisti e liberali. Di questa Europa delle patrie sovrane fa due esempi. Uno esilarante: “la nostra Europa parlerebbe con una sola voce in Libia”. Già adesso la Ue intergovernativa non ci riesce, figurarsi con il sovranismo vincente in Francia, Spagna, Italia ecc. L’altro mistificatorio: la sua Europa sovranista “avrebbe un unico piano di contrasto delle pandemie, quella che va di moda oggi non lo fa”. L’Europa di moda oggi, nonostante tutte le sue inadeguatezze intergovernative e confederaliste – proprio quelle che la Meloni vorrebbe potenziare eleggendole a regola dominante –, ha avviato da domenica scorsa il piano europeo di vaccinazione anti Covid 19.

Poi, la Meloni ascolta il discorso di fine anno di Mattarella ed è costretta a fare, ipocritamente, buon viso a cattivo gioco. Il Presidente aveva detto che “l’Unione europea era stata capace di compiere un balzo in avanti” con il vaccino e con il Recovery fund. Altro che fallimento! La signora invece di vergognarsi per aver sostenuto il contrario, dice impudicamente: “Facciamo nostro il suo appello (di Mattarella n.d.r) ad affrontare il piano europeo per la ripresa in modo concreto ed efficace, senza disperdere risorse”.

Insomma, questa Europa tanto disprezzata dalla nostra “statista”, pur con tutte le sue contraddizioni e ritardi, ci dà soldi e vaccino anti Covid 19; la sua, quella delle patrie vagheggiata da De Gaulle nel secolo scorso in tutt’altro contesto socio-economico e politico mondiale dominato dalla divisione in blocchi (Usa e Urss l’un contro l’altro super armati), ci offre solo chiacchiere e fandonie, veti e ostacoli a una politica effettivamente comune e comunitaria. La Meloni ha capito che per scalzare Salvini da leader del centrodestra deve fare peggio di lui e lo sta facendo egregiamente, non c’è che dire. Ieri, per esempio, ha detto al “Corriere della sera” che in Italia la “Costituzione è sospesa”: un’altra scemenza di notevole entità.

Per l’Italia e gli italiani passare dall’uno all’altra – come qualcuno auspica - sarebbe come cadere dalla padella sulla brace.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Lupi belanti

Una grande cagnara propagandistica

informatorididestra 390 mindi Aldo Pirone - Nei mass media (stampa, Tv, social) e nelle istituzioni gli esponenti della destra mostrano il peggio di sé. Quando stanno in Parlamento e sanno che la seduta è trasmessa in diretta da qualche canale TV, i parlamentari sovranisti e nazionalisti, a cominciare da Salvini e Meloni, fanno fuoco e fiamme. Quasi sempre sono seguiti anche da quelli berlusconiani. Poi ci sono le performances nei Talk show dei vari giornalisti al seguito, tipo Senaldi, Sallusti, Belpietro ecc. dove la musica propagandistica, simile alla celebre frase di Bartali “gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare”, è suonata a distesa: i soldi che non sono arrivati, la burocrazia soffocante, i commercianti sul lastrico, l’assistenzialismo governativo e a pioggia dell’ultimo Dl, l’incompetenza dei governanti, l’Italia nel baratro ecc. A volte si contraddicono palesemente come quando lamentano, sempre a gola spiegata, che la tanto vituperata pioggia di aiuti non è caduta su qualche segmento di cittadini e di categoria sociale. Tanto, pensano, qualcosa delle accuse non veritiere e delle panzane più grandi resterà nelle menti più deboli. Non si tirano indietro neanche di fronte alla calunnia, perché, come cantava Don Basilio, essa è un venticello che diventa un rombo di cannone. Loro, infatti, per far prima, la sparano subito ad alzo zero. Insomma una grande cagnara propagandistica che approfitta, il più delle volte. dell’impreparazione di moltissimi conduttori dei talk show che, oltre a mettere il microfono a disposizione degli “urlatori”, altro non sanno fare, a causa del loro pressappochismo, della loro incompetenza e dell’ignoranza sulle materie trattate.

Quando, però, i succitati “agit prop” della destra sono messi a confronto con qualcuno che s’intende della materia, allora balbettano, diventano quasi ossequiosi, i lupi diventano pecore, fanno critiche simili a flebili lagni, ricevendone sonore smentite che mettono in risalto non tanto la loro risaputa incompetenza, quanto la loro pervicace volontà di buttare tutto in cagnara. Sallusti, per esempio, messo a confronto con il ministro Gualtieri ne esce sempre smentito nelle sue reboanti affermazioni e con la coda tra le gambe. Com'è successo giovedì scorso a “Piazza pulita” di Formigli. Stessa cosa l’altro ieri nella riunione congiunta delle commissioni bilancio di Camera e Senato cui il ministro Gualtieri ha riferito sul Dl “rilancio Italia”. I leghisti, forzaitalioti e italiafratelli, visto che non c’era la diretta Tv, hanno usato toni bassi che, però, hanno accompagnato con lo stesso propagandismo incompetente. Anche qui Gualtieri ha avuto buon gioco a smentire i loro rilievi, alcuni dei quali ai limiti del ridicolo.

Eppure di critiche mirate al Dl del governo se ne potrebbero fare, a cominciare dalla non piena selettività e distinzione fra bisognosi e non bisognosi, come, per esempio la cancellazione dell’Irap a tutte le imprese a prescindere dai fatturati. Critiche mirate a migliorare il complesso della destinazione dei 55 miliardi che dovrà passare al vaglio delle Camere e che lo stesso Gualtieri si è detto pronto a considerare.

Tutto ciò mette in risalto un grave ritardo del governo: la comunicazione di come stanno veramente le cose per l’erogazione degli aiuti stanziati per lavoratori, famiglie e imprese, dalla Cig ai prestiti delle Banche garantiti dallo Stato. A questo proposito sarebbe non solo utile ma fondamentale che il governo istituisse una comunicazione istituzionale quasi quotidiana. E’ un’esigenza avanzata già da molte settimane da più parti. Non solo per far fronte alle indebite generalizzazioni della destra degli “urlatori”, ma per rendere edotti tutti i cittadini sulla correzione degli errori commessi in questo campo e su come si sta intervenendo per rimuovere gli ostacoli burocratici di enti e banche erogatori degli aiuti.

La pandemia economica in questo momento non è meno importante di quella da Covid 19. Merita lo stesso trattamento comunicativo.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Antemarcia

Melini e Salvoni ma anche Seloni e Malvini

sondaggrillini sprofondano meloni clamoroso sorpasso mindi Aldo Pirone - Ieri sera Antonio Padellaro e Andrea Scanzi, giornalisti del “Fatto Quotidiano”, hanno riproposto sulla “TV Nove” la loro delusione per Giorgia Meloni. Avevano sperato, hanno detto, che la signora fosse meglio di Salvini e, invece, hanno dovuto ricredersi. Per Padellaro la Meloni deve essere un Calvario di pentimenti, perché su di lei come concorrente “moderata” del “bauscia” milanese aveva investito parecchio. In queste settimane dominate dal Covid 19, anche lei, dicono i nostri, non ha saputo sottrarsi alla propaganda demagogica, alla strumentalizzazione e svilizzazione di ogni atto del governo Conte. Che sono cose ben diverse dalla necessaria e opportuna critica, per correggerli, degli errori che in corso d’opera il governo ha fatto vista anche la dimensione nuova e globale dell’epidemia in corso. La leader postfascista, come il suo sodale-concorrente Salvini, si sta dimostrando una piccola intrigante, incompetente, in cerca di facili consensi, dimentica, com'è d’uso ormai da anni nella politica italiana, di ogni sua precedente responsabilità in qualità di esponente sotto diverse casacche, anche da ministro, di un centrodestra che localmente e nazionalmente ha manomesso, fin dai primordi di Berlusconi, l’idea di pubblico, d’interesse collettivo, di bene comune e di Stato. E non solo nella sanità pubblica.

Quello che ha fatto irrimediabilmente cadere le speranze di Padellaro e Scanzi è stato, soprattutto, il giudizio che sui pieni poteri assunti da Orban in Ungheria ha espresso la Meloni. “In Ungheria – ha detto l’erede di Almirante - è stato deliberato lo stato d’emergenza, così come da noi. Questo dà dei poteri molto importanti a Orban, così come a Conte. Con la differenza che Orban almeno gli ungheresi se lo sono scelto”. Proprio come gli italiani si scelsero Mussolini e i tedeschi Hitler!

Ovviamente alla signora, affetta da fascismo senza post, non passa neanche per l’anticamera del cervello la differenza fra un libero parlamento in una democrazia liberale e parlamentare segnata dalla divisione dei poteri e un parlamento asservito in una “democratura” fondata sulla demagogia nazional-populista, senza garanzie per le minoranze, per la libertà di stampa, di associazione e di opinione dove è possibile assumere pieni poteri legislativi senza controllo alcuno. Cioè la differenza che, nonostante ogni sforzo della destra nostrana per renderle simili, ancora intercorre fra l’Italia della Costituzione repubblicana e antifascista e l’Ungheria di Orban. Per la Meloni, Orban e Conte sono la stessa cosa e chi, con dovizia di chiari argomenti contesta simile aberrante giudizio, lo considera “intellettualmente disonesto”. Rendendo evidente un’altra sua defaillance: che non sa dove sia di casa l’onestà intellettuale.

La leader della destra neofascista doc, si è spesso lamentata del fatto che in TV i giornalisti - i pochi non “sdraiati” - le ponevano insistenti domande sulle sue ascendenze fasciste. Come capita a tutti quelli che hanno problemi di legame non rescisso, ideale e culturale, con il fascismo, rispondeva che quelli che le chiedevano parole chiare e inequivocabili di condanna di quelle idee reazionarie e liberticide volevano solo sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle posizioni sue e dei suoi camerati sui problemi degli italiani. Sono bastate le malefatte di Orban in Ungheria per capire che quelle domande e richieste dei giornalisti non erano peregrine, ma solo retoriche. Perché la signora Meloni non è mai stata postfascista, se non anagraficamente.

Anzi, se le dovesse capitare l’occasione si comporterebbe come un “antemarcia”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Rete 4, Telekabul della Destra

mediaset 440350di Stefano Balassone - Rete 4 ci sembra avviata a diventare il successo dell’anno visti i risultati della sua metamorfosi da Cenerentola di Mediaset in Telekabul della destra, o – per chi conosce le cose dell’America – nella Fox News Italia. I dati dell’ascolto non lasciano dubbi: Stasera Italia gareggia da tempo con gli ascolti di Otto e mezzo, i talk show della sera (Quarta Repubblica, Fuori dal coro, Diritto e Rovescio, Quarto Grado) arrivano a stabilire sempre nuovi record. E qui c’è l’avanguardia nella conquista dell’audience populista. A molti potrà non piacere, e tanto meno a noi, ma “è così che stanno le cose”.

Cosa dedurne? Forse che il pubblico ha compiuto il movimento cui era già pervenuto come elettorato. Un tempo nella metà d’Italia cresciuta a pane e Mediaset, era Canale 5 il riferimento naturale e il resto gli faceva da contorno. Oggi fra quelle genti si cerca una patria nella rabbia e il marketing di Mediaset è stato assai abile a cogliervi il destro per utilizzare la Rete meno nuovista fra quelle disponibili.

Oggi e ieri (dati Studio Frasi) la concentrazione degli ascolti di Rete4, è simile a quella dei suffragi per Salvini: nei centri più piccoli; fra i più anziani; fra chi non ha avuto un lungo percorso d’istruzione, forse per il bisogno di andare a lavorare quanto prima. Il profilo è tanto più evidente se lo si confronta con quello opposto degli spettatori di La7, sicché Cairo, piaccia o non piaccia, si trova a dare sponda al mondo politico più urbano (con la minuscola).

Poiché da mille altre indagini ed indizi, sappiamo che le tribù degli ascolti televisivi si muovono d’istinto e solo fra le offerte della stessa ditta, ne consegue che Mediaset è stata abbastanza lungimirante da creare un silos di opinione pubblica tradizionalista, conservatrice e populista della quale essa sola ha le chiavi. Quindi è vero che a vedere quei programmi pare che esista solo Salvini, ma tra il Biscione e il sovranista non è certo chi è l’invasore e chi invece è il catturato.

 

 

 

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Ceccano: che politica attuare dopo 4 anni di malgoverno della destra?

Maliziola 350 minComunicato U.R.D. - L'amministrazione Caligiore si è rivelata fallimentare su tutti i fronti, da quello politico a quello amministrativo, con pregiudizievoli ripercussioni sulla nostra città, che del resto sono sotto gli occhi di tutti.

Sarebbe lunga l'elencazione delle cose non fatte ed il mancato rispetto del programma, con il quale Caligiore si era presentato agli elettori, e dopo quattro anni e mezzo, se ci fossero state le capacità politico amministrative, di sicuro almeno una minima parte dello stesso si sarebbe attuato, invece il nulla.

Anzi, durante tale mandato l'amministrazione Caligiore ha cercato di distruggere quanto era stato fatto dalle precedenti amministrazioni nei vari settori, uno per tutti la mancata valorizzazione dei beni pubblici e del patrimonio storico-artistico della città Ceccano. Patrimonio che si è preferito far cadere nel degrado, piuttosto che programmare e mettere a sistema i vari beni, con opportuni interventi e finanziamenti. Come ad esempio le dimore storiche quali il Castel Sindici con annesso Parco, e la Villa Comunale, beni che fanno parte della nostra storia e per i quali sono stati impiegate risorse economiche pubbliche e che versano in completo abbandono. Pertanto, il nostro patrimonio, se opportunamente valorizzato, avrebbe invece rivitalizzato la nostra città con positive ripercussioni sul commercio e sul turismo, settori in profonda crisi.

A pochi mesi dall'elezioni è da chiedersi quale politica attuare per il futuro del nostro paese, dopo 4 anni e mezzo di malgoveno della destra. Il nostro movimento U.R.D. ritiene che una società in continua evoluzione necessita di essere al passo con i tempi, partendo dai bisogni concreti dei cittadini e della città, in un ottica di rinnovamento nelle idee, nel modo di fare politica, nell'approccio ai problemi ed alla risoluzione degli stessi, con un coinvolgimento della popolazione nelle scelte importanti che riguardano lo sviluppo ed il riassetto della città, partendo dal miglioramento della qualità della vita.

Quando pariamo di rinnovamento politico non intendiamo un mero slogan elettorale, un percorso che si costruisce nel tessuto sociale del nostro territorio, non è una questione anagrafica, in quanto in politica necessariamente deve esserci spazio per tutti, ma è una questione di metodo e di progettualità. Un rinnovato percorso di produzione culturale e sociale che sappia elaborare soluzioni, ridia certezza e garanzie ad una città stanca e priva di risposte concrete, sfiduciata nei confronti della politica. Un cammino che dovrà tenere in considerazione le esigenze di tutti, a partire dai più bisognosi, attraverso una stretta sinergia con il tessuto sociale ed urbano, con un progetto aggregativo e di coesione delle forze del centro-sinitra, al fine di condividere e sviluppare tematiche importanti, nell'interesse della nostra città, per restituire alla stessa il giusto ed importante ruolo che merita nell'ambito provinciale.

 

 

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Come la destra sta usando Bibbiano

parlateci di bibbiano 390 mindi Francesco Francio Mazza da linkiesta.it - Ricchi cattivi contro poveri buoni: ecco come la destra sta usando Bibbiano per distruggere i diritti civili.
La narrazione di destra sugli affidi a Bibbiano sta non solo contrapponendo una presunta sinistra ricca e una destra popolare e buona, ma sta colpendo dal punto di vista culturale la stessa idea di famiglia “non convenzionale”. E l’opposizione sembra non rendersene conto. Svegliarsi

È arrivato il momento di occuparsi di quanto sta accadendo attorno alla vicenda di Bibbiano. Non del merito, ovviamente, perchè di quello se ne sta già occupando la magistratura, ma della montante strumentalizzazione che viene fatta dello stesso e che ha un chiaro e importantissimo obiettivo culturale, prima che politico.

Da qualche tempo, la strumentalizzazione di un caso di cronaca grave o gravissimo è un grande classico delle estati italiane, un po’ come l’anguria e le canzoni-tormentone. Due anni fa, per esempio, era stata la volta delle violenze sessuali. Ricordate? Al caso dello stupro in spiaggia a Rimini, era seguita la notte di follia dei due carabinieri di Firenze, che aveva riequilibrato il punteggio. Delle vittime, ovviamente, non importava a nessuno (tanto che di loro nessuno ha più parlato): l’importante era darsele di brutto sul tema dell’immigrazione, usando la violenza sessuale come arma polemica.

Oggi lo stupro non tira più, forse perchè – come hanno dimostrato le elezioni europee – sull’immigrazione la questione è chiusa, mentre all’epoca era ancora in ballo lo ius soli e bisognava affondarlo. Al contrario, al centro dell’attenzione è finita la vicenda di Bibbiano, una storia partita in sordina ma diventata sui social un vero tsunami e ora approdata al mainstream. Una storia in cui, ancora una volta, dei fatti e delle vittime non importa a nessuno, perchè se davvero a qualcuno importasse, vista la gravità e la delicatezza del caso, ci si limiterebbe alla cronaca giudiziaria – come accaduto, per esempio, in altri casi ugualmente scabrosi con al centro i minori, per esempio quello di Rignano Flaminio.

Destra contro sinistra, insomma, poveri contro ricchi. Su Bibbiano non si sta discutendo della responsabilità penale, ma si sta trasferendo la loro colpa (che dovrà essere provata da un Tribunale) su un’intera categoria di persone

Invece, la narrazione su Bibbiano, esulando dal contesto, diventa una summa di tutte le battaglie politiche e culturali delle forze populiste e sovraniste che negli ultimi anni siamo stati abituati a sentire. Ci sono gli psicologi cattivi, ovvero “i professoroni”, che sottraggono i figli alla gente. Ci sono gli assistenti sociali di sinistra, nella terra di sinistra in cui tra poco si terranno elezioni regionali che promettono di essere storiche, in combutta con un sindaco di sinistra, che decidono di togliere i bambini alle famiglie naturali che tra l’altro sono pure per la maggior parte povere e risiedono nelle case popolari di periferia. Destra contro sinistra, insomma, poveri contro ricchi, professoroni studiati e per questo corrotti contro la gente brava e genuina, centro contro periferia. Ma c’è di più: il fatto che su Bibbiano si siano tuffati di pancia anche i movimenti e le associazioni che lo scorso marzo hanno dato vita al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, dimostra chiaramente quale sia il vero bersaglio di tutta l’operazione: le famiglie arcobaleno, l’azzeramento dei diritti conquistati negli ultimi anni dal movimento Lgbtqi.

Il procedimento è identico a quello andato in scena due anni fa sulla violenza sessuale di Rimini, e consiste nel trasferimento della colpa dall’individuo al gruppo etnico, sociale o ideologico di cui quell’individuo fa parte. A Rimini non erano in causa i delinquenti autori del reato: sui manifesti “Difendila!” era stampata l’immagine di una generica persona di colore perchè in causa erano tutte le persone di colore. Allo stesso modo, su Bibbiano non si sta discutendo della responsabilità penale di un singolo individuo o di un gruppo di individui, ma si sta trasferendo la loro colpa (che dovrà essere provata da un Tribunale) su un’intera categoria di persone sulla base del portentoso argomento che “un assistente sociale era un’attivista LGBT”. In altre parole, si stanno incolpando le battaglie a favore dei diritti civili di essere il brodo culturale foriero dei fatti accaduti a Bibbiano, proprio come due anni fa si utilizzava la retorica sulle “risorse” per addebbitare alla sinistra i casi di stupro.

È evidente che quando si trasferisce la colpa di un singolo su un’intera categoria di persone si compie un’operazione culturalmente non dissimile da quella messa in atto in Germania negli anni ’30 prima della notte dei cristalli. Operazione a cui è difficilissimo opporsi, specie nell’era dei social, dato che ogni richiamo al garantismo, o anche solo al “fare giustizia”, viene stritolato da un fiume in piena di insulti e propaganda.

Ma quello che davvero lascia stupiti è che nel mezzo di questa operazione chiarissima, che punta prima a deligittimare e poi ad annichilire l’unico risultato ottenuto a livello politico e culturale dalla sinistra in vent’anni - il mutato clima verso i diritti civili e la comunità LGBT – la sinistra italiana non sembra aver compreso l’importanza della questione.

Nel momento in cui a essere in gioco è tutto quanto di buono la sinistra ha costruito in due decenni, sarebbe lecito aspettarsi le barricate. Ma il PD ragiona ancora in modo novecentesco

Il segretario del Partito Democratico può anche minacciare querela per chi si azzarderà ancora a definire il PD “il partito di Bibbiano” come fatto da Di Maio – riuscendo nel miracolo di spostare ancora più in alto, nella scala dell’indecenza, il punto raggiunto dalla dialettica politica in questo Paese – ma quello che manca è una vibrante presa di posizione a difesa delle famiglie arcobaleno, vittime di un attacco ideologico le cui conseguenze potrebbero essere definitive, come definitive sono state le conseguenze, sulla pancia del Paese, delle battaglie con al centro l’immigrazione.

Insomma: nel momento in cui a essere in gioco è tutto quanto di buono la sinistra ha costruito in due decenni, sarebbe lecito aspettarsi le barricate. Ma il Pd ragiona ancora in modo novecentesco, ostinandosi a non capire che su Bibbiano, sulla pelle delle vittime, è stata imbastita la partita oggi piu’ importante di tutte, ovvero quella identitaria, che rischia di essere la pietra definitiva su cui stabilire, una volta per tutte, l’egemonia culturale della destra nel famigerato Paese reale.

I fatti di Rimini, due anni fa, seppellirono il dibattito sullo ius soli. Speriamo che tra due anni, guardando indietro, i fatti di Bibbiano non saranno ricordati come il momento in cui iniziò la messa in discussione dei diritti civili, perchè questo significherebbe la fine della sinistra e di tutto quello che le rimane.

24 luglio 2019

 

 

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Salvini è un pericolo per la nostra Costituzione

AlfieroGrandi minAlfiero Grandi articolo su www.jobsnews.it - Guardare in faccia la realtà, comprenderla, reagire all'altezza delle sfide è una regola aurea, purtroppo ora largamente in disuso a sinistra.

Dalla Basilicata, come dalle altre regioni in cui si è votato prima, emerge un dato evidente, si tratta della crescita della Lega. In alcuni casi neppure si era presentata, eppure ha raggiunto risultati importanti, molto più alti di quelli delle politiche del 4 marzo. La Lega è un pericolo evidente per le strizzate d'occhio al fascismo, per atteggiamenti di prepotenza evidenti, per i flirt spregiudicati con posizioni apertamente reazionarie sui diritti civili, sulla famiglia, sulla concezione del rapporto tra persona e società. La lega ha orientamenti di vera e propria restaurazione ideologica, religiosa fino a dialogare con i settori della chiesa che non sopportano il magistero di papa Franesco, fa appello alle paure profonde e in una certa misura le suscita sollecitando reazioni da far west, che in questo caso non sono film ma vita reale, oggi. Eppure i toni gridati e i contenuti reazionari non impediscono alla Lega di conquistare voti. Inseguire o essere l'alternativa? Essere l'alternativa. E' vero che la destra politica e sociale ha sempre avuto in Italia una forza importante, ma ora si è spostata più a destra, si sente sulla cresta dell'onda e riconosce largamente nella Lega di Salvini il suo riferimento, con buona pace di Fratelli d'Italia e Berlusconi.

Neppure la sottrazione di 49 milioni pubblici è bastata a bloccarne i consensi. Questo reato è stato riconosciuto visto che la Lega si è impegnata a restituire in quasi 80 anni i soldi sottratti, ma non ha creato particolari imbarazzi.

Si stanno lentamente consolidando i tentativi di costruzione di un regime reazionario di massa.

Il M5 Stelle, purtroppo, non è un argine a questa deriva, non ne comprende la pericolosità e anzi finisce con il portare acqua al consolidamento della Lega come dimostra l'approvazione della nuova legge sulla (il)legittima difesa e la copertura politica offerta sui migranti, fino al voto contrario alla richiesta del tribunale dei Ministri di Catania di processare Salvini perchè aveva agito non come attuatore delle leggi, ma eccedendo nell'uso dei suoi poteri bloccando lo sbarco da una nave militare che è territorio italiano a tutti gli effetti, fino a lambire lo spregio di diritti garantiti dalla Costituzione.

L'avvocato-Ministro Buongiorno ha capito bene il rischio che correva Salvini se il processo fosse andato avanti e gli ha consigliato un'inversione di rotta decisa, dal “processatemi” non ho paura, al “dovete respingere” la richiesta stessa del processo, costringendo il M5Stelle ad una ridicola giravolta di 180°, ancora una volta hanno subito il diktat. E' questo che fa perdere voti e che conferma che il Movimento 5 Stelle non è un argine, ma è purtroppo una copertura di atteggiamenti reazionari, pur di fare stare in piedi il governo.

La sinistra, intesa nel suo insieme, senza andare troppo per il sottile, sembra non rendersi conto della gravità e dell'urgenza della situazione. Oppure se ne rende conto ma non ritiene possibile opporsi perchè condizionata da troppi lacci del passato. Certo per opporsi a questa deriva reazionaria il Pd – ad esempio - dovrebbe fare alcune svolte decise, come, ad esempio, prendere le distanze dalle scelte di Minniti sui migranti e in particolare sull'appalto ai libici del lavoro sporco. Oppure sulla Costituzione della Repubblica.

Si è già detto della delusione per le parole di Zingaretti che hanno attribuito alla vittoria del No parte delle ragioni della situazione attuale. E' un grave errore insistere sulle posizioni del Si, sconfitte senza appello nel referendum costituzionale il 4 dicembre 2016 e neppure la spiegazione tutta interna ai rapporti di forza del Pd è convincente. La conseguenza più seria di questa posizione è che non consente di individuare la gravità dei rischi che corre oggi la Costituzione e rende difficile costruire una reazione perchè non prendendo le distanze dalle scelte del periodo renziano la credibilità delle posizioni sulla Costituzione è meno forte, come è ovvio.

Eppure è del tutto evidente che la Lega punta apertamente non solo a prendere voti ma sogna un regime politico e istituzionale a sua immagine e somiglianza. La controprova sta nella legge elettorale che l'esperienza di Calderoli ha fatto approvare al Senato strettamente agganciata al taglio dei parlamentari con un tempismo sospetto.

La legge elettorale perpetua i principi del rosatellum attuale, semplicemente riducendo il numero degli eletti, con effetti grotteschi: in Calabria verrebbero eletti 2 senatori con collegi di quasi un milione di abitanti. Alla Lega interessa avere gruppi parlamentari fedeli al capo Salvini, il resto molto meno.

Questa ed altre scelte puntano a creare le condizioni per calare l'asso fondamentale: l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sarebbe del tutto compatibile, per non dire coerente con l'autonomia differenziata di Lombardia e Veneto che sognano di diventare simili alle regioni a statuto speciale. Un sistema di governatori e Presidente eletto direttamente possono dare una risposta alle ambizioni della Lega.

La sinistra e il Pd in particolare farebbero bene a prendere seriamente in considerazione la sfida che si profila. E' vero: tra i presidenti delle regioni ci sono anche alcuni del Pd, cosa facciano in questa compagnia è un mistero, o almeno ragione di confusione. E' vero altresì che il primo firmatario di una proposta di legge per il presidenzialismo è Ceccanti del Pd, sarebbe bene prendere le distanze come è accaduto con la proposta di Zanda.

Resta il fatto fondamentale che occorre chiarire al paese la natura di fondo della sfida che è anzitutto difendere le radici antifasciste della Costituzione ma ancora di più evitare la deriva politico istituzionale di un presidenzialismo, che vorrebbe dire avere un parlamento di mero supporto al potere del governo e del suo capo e un accentramento del potere che finirebbe con erodere l'autonomia della magistratura, metterebbe il bavaglio alla stampa che dovrebbe solo esaltare il regime.
Del resto gli amici polacchi e ungheresi di Salvini si sono già mossi in questa direzione, quindi perfino gli esempi sono pronti. Il M5Stelle vuole coprire anche questa deriva costituzionale ?

Cosa si aspetta ancora per reagire da ogni settore che ha sensibilità costituzionale?

 

 

 

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Il voto in due regioni galvanizza la destra

  • Pubblicato in Partiti

fratelliditalia 350 mindi Rossella Rossi - FdI Vola in Ciociaria. I consensi in Abruzzo e Sardegna entusiasmano i Dirigenti Ciociari, "Ottima la strategia di Ruspandini"

Dopo le entusiasmanti vittorie nelle Regionali di Abruzzo e Sardegna, l'esultanza di Fratelli d'Italia (dopo il 2 alle scorse regionali, 4 alle politiche, oggi quasi il 5 per cento e nonostante la fortissima concorrenza continua la corsa vincente) ed il partito della Meloni continua a doppiare i consensi in Ciociaria.
Nella provincia di Frosinone il movimento spinge e traina con nuove e importanti adesioni: una crescita consistente, anche in termini di percentuali, destinata a pesare moltissimo anche in vista delle provinciali.
La strategia del Senatore Massimo Ruspandini, abile e capace nel creare una squadra ben calibrata sulle concrete esigenze del territorio, è ormai destinata ad essere quella trainante.
Il lavoro del Portavoce Provinciale Paolo Pulciani è costante e determinante: un punto di riferimento per tutta l'area dove aumentano quotidianamente le adesioni al Movimento.
Le note dei Dirigenti Provinciali di Partito e degli Amministratori in forza FdI, sono chiare.

«Stiamo crescendo in maniera esponenziale sul Territorio - la riflessione di Daniele Maura - i numeri parlano da soli. Un partito che sta creando nella nostra Provincia una struttura solida e determinata ed il Popolo ci accorda fiducia attraverso i consensi. Vuol dire che l'obiettivo è quello giusto: un mix di programmi e valori, non perdendo mai di vista le esigenze concrete dei cittadini. Sono certo che già le prossime elezioni provinciali, vedranno un'ulteriore affermazione della nostra lista e finalmente la Destra tornerà con i suoi rappresentanti in seno al Consiglio Provinciale».

L'intervento di Riccardo Ambrosetti non è da meno: «C'è entusiasmo per i risultati del Partito nelle sfide nazionali. Quello che ci entusiasma è raccogliere sempre maggiori consensi in Provincia, dimostrazione chiara che si sta lavorando con impegno e lungimiranza. Il merito della "strategia Ruspandini" è inconfutabile. Dalla parte della gente sempre e questo messaggio sta passando in maniera dirompente».
A meno di una settimana dall'ingresso ufficiale nel Partito, Antonio Abbate è entusiasta: «Sono in Fratelli d'Italia per convinzione, come ho già avuto modo di dichiarare. In Sardegna il Partito bissa il successo riportato in Abruzzo. In Provincia i dati confermano una crescita determinante. Non può che esserci entusiasmo. Il vento che tira è quello giusto, quello che consente al nostro Tricolore di spiccare e sventolare con forza crescente».
L'impegno di Massimo Ruspandini da Senatore continua ad essere positivo e a superare test importanti che vedono il partito di Giorgia Meloni volare anche in Ciociaria.

 

 

 

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