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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Il voto pentastellato per Salvini

grillo di maio 350 260 mindi Aldo Pirone - Il disonore grillino. “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”. Con questa profezia Winston Churchill condannò il comportamento del governo Chamberlain a proposito del famigerato accordo di Monaco del 1938 con Hitler. Quelle parole si potrebbero ripetere per quanto hanno fatto ieri i “grillini” con Salvini. Ma sarebbe un’esagerazione. Monaco fu un dramma europeo, prodromo di un altro più grande che ha segnato il novecento: la seconda guerra mondiale.

Il voto pentastellato, invece, appartiene alle miserie dell’attuale politica italiana. Inoltre a fronteggiare Di Maio non c’era un Hitler che minacciava la guerra. C’era un partner che comunque sarebbe andata per lui andava bene e non avrebbe neanche fatto cadere il governo se i “cittadini” avessero concesso ai magistrati l’autorizzazione a procedere e neanche se a decidere in tal senso fossero stati i “portavoce del popolo”. Herr Salvini glielo aveva rispiegato pubblicamente proprio l’altro ieri, alla vigilia del voto.

Non per niente, dopo il risultato, il “bauscia” milanese, li ha presi pure in giro: "Li ringrazio per la fiducia, ma non è che sono qui a stappare spumante o sarei depresso se avessero votato al contrario", cioè, in altre parole, non vi devo proprio nulla.
Dal canto suo il “capo politico” Di Maio si dichiara entusiasta del “democratico” avvenimento e, a dimostrazione della sua totale incapacità di intendere e di volere, dice che il sequestro degli immigrati sulla nave Diciotti era per smuovere la “solidarietà” dell’Europa. Come se prendere in ostaggio 177 poveri disgraziati, donne e bambini compresi, come mezzo umano per ottenere un certo fine, anche se fosse il più nobile e sacrosanto, fosse lecito. Ma, soprattutto, come se l’Italia non avesse altre e più solide e lecite armi per smuovere l’Europa a una solidale condivisone del problema immigratorio.

Quando un partito, anche se sotto specie di Movimento, imbocca la via del tramonto, a segnalarne l’avvio, spesso, è una circostanza che gli impone di dovere scegliere fra un principio fondativo, cioè l’anima, e il mantenimento a ogni costo del potere. La cosa può anche essere approvata a maggioranza dagli iscritti o militanti che siano, per varie ragioni. Una di queste è che il valore della legalità e dell’uguaglianza di fronte alla legge non siano mai stati prevalenti nell’adesione di questa maggioranza, oppure non lo siano più e altri valori, o disvalori visto il caso in questione, abbiano preso il sopravvento. Ma questo, inevitabilmente, comporta un distacco di quegli elettori, pochi o tanti che siano, che, invece, a quei valori fondativi hanno inteso dare il proprio consenso. Vederli scambiati per un piatto di lenticchie, può non far piacere. Per costoro i princìpi sono come la mamma: guai a chi la tocca. Se a passare sul suo corpo sono proprio coloro che la dovrebbero difendere anche con la vita, allora la delusione, magari già in via di maturazione per episodi di governo precedenti, diventa incontrollabile e si trasforma in avversione profonda perché ci si sente traditi.

 

Di questa schiera, però, non fanno certo parte alcuni esponenti del PD come, per esempio, Martina e Orfini. Costoro, altrettanto inconsapevoli di se stessi come Di Maio, si sono lasciati andare a dichiarazioni che credono di fare breccia nell’elettorato grillino anche quello disilluso, nella spasmodica speranza che i voti ceduti dal Pd ai grillini, prima bersaniano e poi renziano-orfiniano-martiniano, siano solo in libera uscita e facilmente recuperabili. Dopo aver salvato di tutto e di più dai giudici, ultimamente anche quel gentiluomo del fascista Gasparri che aveva insultato Roberto Saviano, Orfini grida “vergogna” e Martina dice ai pentastellati che l’hanno fatto “per salvarsi la poltrona”.

Per certe persone “un bel tacer non fu mai scritto”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Di Maio-Salvini sempre in campagna elettorale

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Più ricopri ruoli di responsabilità più la prudenza ti dovrebbe accompagnare nel tuo complesso lavoro. Non è questa una massima di quelle dotte ma una semplice regola di vita. Eppure certi politici nostrali, che di responsabilità ne hanno tante, sembra proprio che abbiano scordato – se mai l’abbiano risaputo - cosa sia il “buon senso”, la “prudenza”. Per loro prevale il presenzialismo su tutto. Un mezzo per farsi pubblicità che con il governare c’entra come i “cavoli a merenda”. Scriveva Platone un po' di anni fa: "In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente".

No, per loro non bastavano le sacrosante dichiarazioni di soddisfacimento per l’arresto del pluricondannato all’ergastolo Cesare Battisti. Dovevano essere presenti sulla pista dell’aeroporto al suo arrivo. Dando in questo modo visibilità più del dovuto ad un pluriassassino, manco fosse un capo di stato o di governo in visita ufficiale al nostro Paese. Certo, è una gran bella soddisfazione il suo arresto dopo quasi quarant’anni di latitanza, ma il vice presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia la loro soddisfazione potevano esprimerla in modi più consoni al ruolo ricoperto. Il ministro Bonafede risponde alle polemiche dei tanti che hanno parlato di "passerella" sostenendo che "sarebbe stato offensivo non andare". "Si domandi a qualunque cittadino se è stato orgoglioso che due ministri fossero lì". Certe certezze assolute non possono che spaventare. O far pensare ad una frase pronunciata da Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti: "La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomiglia molto alla prima".

Una cosa del genere nella tanto vituperata Prima repubblica non sarebbe successa. Allora si puntava più che all’immagine alla sostanza dei provvedimenti che si andavano a prendere. Le promesse farlocche ci sono sempre state da che mondo è mondo, ma certi limiti non andavano mai superati. Allora la classe dirigente si formava lungo percorsi stabiliti. Per i cattolici c’era l’Azione cattolica o i Boy scout o tante piccole iniziative formative che giravano intorno alla Parrocchia. Per i laici l’impegno nel sociale, i progetti culturali del Partito Comunista, la scuola delle Frattocchie. Un percorso faticoso, lento, che ti portava a fare i primi passi nella politica attiva se possedevi le qualità: Responsabile dei giovani del partito, consigliere comunale. Eppoi, se i risultati erano stati soddisfacenti, ti si aprivano le porte dei palazzi romani.

Con l'avvento dell'era Berlusconiana, e con l'arrivo della Seconda repubblica, quello che contava era l'immagine e la capacità imprenditoriale. Due elementi che secondo il Cavaliere erano vincenti nella lotta politica. La figura giovane, simpatica, adeguatamente abbigliata attirava consensi, mentre l'essere un bravo imprenditore significava sapersi disbrigare anche in politica, anzi saper finalmente gestire la "polis". Chi come il sottoscritto ha avuto l'opportunità di conoscere per lavoro sia i politici della Prima e della Seconda Repubblica, sa bene l'enorme differenza di preparazione e di esperienza che passava tra i due mondi. Ad onore del vero bisogna dire che diversi politici della Seconda Repubblica tentarono con non poche difficoltà di colmare le carenze conoscitive che avevano, ma non fu cosa facile. Gestire, ad esempio, un Consiglio Regionale come presidente quando non hai mai presieduto un'assemblea di condominio o altra assise non è cosa semplice anche se stato giudice anticamorra. Sono due cose diverse.

Le Europee si avvicinano e la campagna elettorale sale di tono... e di immagini. Salvini continua ad indossare giubbotti della polizia a tutto spiano (ma perché quelli dei Carabinieri no?). Di Maio insieme a Dibbastista se ne va a Strasburgo in macchina dibattendo sul futuro del Paese ma non solo. L'immagine che vogliono dare è quella di "due amici al bar", meglio in macchina, che la sanno lunga e non temono nessuno. Né il Beppe convertito ai vaccini, né i malumori interni al MoVimento. Sono loro il MoVimento! Ma fino a quando? Per Salvini ci dovrebbe essere il boom alle Europee, per loro un po' di consensi in meno dall'altra votazione. Insomma, bisogna in tutti i modi risalire la brutta china elettorale. E il tempo non è a loro favore. È proprio tiranno!

 

 

 

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Politica e sceneggiata napoletana

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - La politica e la sceneggiata napoletana.

La "sceneggiata napoletana" nasce come un sotterfugio, un trucco per aggirare il fisco. Dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 il governo ha bisogno di soldi e, quindi, tassa gli spettacoli di varietà che ritiene frivoli e degradanti. La "sceneggiata" invece si compone di canto, di recitazione e di un monologo drammatico. Negli anni settanta la rilancia Mario Merola con gl'immancabili "isso, essa è o' malamente".

Ai tempi odierni pare che l'abbiano riscoperta ed adottata i politici, in particolare quelli al governo. Per far presa sull'opinione pubblica ricorrono spesso a figure emblematiche negative, secondo la loro narrazione. "O' malamente" che turba i sonni e gli interessi "d'isso e essa". Il "cattivo" da cui difendersi una volta è l'emigrante, un'altra l'Unione Europea, un'altra ancora chi non la pensa come gli inquilini di Palazzo Chigi. E via proseguendo. Anche i costumi nella sceneggiata napoletana avevano la loro importanza. Il "buono" poteva pure non aprir bocca, ma subito si capiva da com'era vestito da che parte stava. Anche l’abbigliamento del politico è diventato elemento essenziale del messaggio da dare a "isso e essa". Giubbotto da poliziotto indossato mentre si va ad una manifestazione "per l'ordine e la sicurezza". Oppure, una maglietta colorata per sottolineare la partecipazione ad un particolare evento gioioso. O, tutt'al contrario, nero fumo con scritte di solidarietà, per testimoniare vicinanza a chi ha subito un torto. Poi ci sono i viaggi, con tutti i mezzi possibili, per essere sul luogo del fatto positivo, negativo o neutro che sia, per far sapere al mondo intero che lo Stato c'è sempre... in televisione. Se così non fosse ci troveremmo difronte ad attori di sceneggiate che sul palcoscenico non si muovono, sono fermi mentre recitano il copione: non un sorriso, non una rincorsa, non un'alzata di spalle e via dicendo. Cosa impossibile: il movimento prima di tutto, anzi tutti gli atti ipotizzabili per stare sulla scena (dei media, si capisce) il più allungo possibile.

Poi ci sono alcune parole che vanno pronunciate sempre, in ogni occasione, perché il "popolo" non le deve mai dimenticare. Una di queste è, appunto, il Popolo che è sovrano, che decide tutto lui attraverso, ovviamente, i suoi rappresentanti. La manovra del Popolo, il governo del Popolo e più viene utilizzato questo termine più sembra un esorcismo. Un modo per appropriarsi di un consenso che spesso non c'è. Pare che la realtà certi nostri governanti nostrani non sanno proprio che sia, così presi dai loro convincimenti precostituiti. È come se ogni mattina, nel guardarsi allo specchio, ripetessero per ore: io ce l'ho... le idee per cambiare l'Italia. Solo io ce l'ho.... E via proseguendo.

Poi c'è il Sovranismo che porta i nostri governanti a sostenere di non aver bisogno di nessuno. Anzi, sono gli altri che hanno bisogno della penisola più bella del mondo. E giù botte (parole) da orbi sull'Unione Europea, una "stupidaggine" di cui volentieri si potrebbe fare a meno. Burocratici, quelli di Bruxelles e Strasburgo, che passano il tempo a rompere i cabasisi, o zebedei che dir si voglia, a un Paese virtuoso, super virtuoso. C’è poi l’immancabile marcia indietro quando quelli di Bruxelles s’incavolano e non si smuovono dalle loro posizioni “burocratiche”. Spesso a rimettere le cose apposto, come avviene nelle sceneggiate, è “l’uomo di panza”, ovvero il presidente del Consiglio, che deve mediare tra i suoi due “vice” ed il resto del mondo. Sulla “panza”, meglio sullo stomaco, a Giuseppe Conte è molto probabile che gli stiano certe uscite senza capo ne coda di Salvini e Di Maio. Ma che fare? Mandarli a “quel paese” non si può. L’unica cosa da fare è continuare a lavorare sottobanco con ago e filo, per cucire, rattoppare. Il rischio che corre è essere silurato dai suoi vice-padroni. E, certamente, i dati pubblicati di recente che gli attribuiscono il mantenimento, dopo sei mesi di attività, del 60% dei consensi da parte del popolo italico, più dei precedenti esecutivi, non può che inorgoglirlo. Fino ad un certo punto però. C’è il dato che lo spaventa e cioè il forte calo della fiducia degli italiani per Di Maio, 43%, e Salvini, 56%. Forse Salvini si sbaglia nel pensare che gli italiani fanno, come lui, colazione con la Nutella. No, solo latte, frutta e marmellata. Tutti prodotti naturali.

 

 

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Le notti insonni di Giggino Di Maio

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Giggino Di Maio se potesse i sondaggi elettorali li cancellerebbe dalla faccia della terra. Non può farlo però. E ogni santo giorno deve subirsi la puntata esasperante di quei “numerini” che gli stanno rovinando la vita. Per i Pentastellati l’attuale 27,3 per cento, a fronte del 26,5 rilevato il 26 novembre, dovrebbe andare bene. C’è l’aumento! Il tutto però va raffrontato alla Lega di Matteo Salvini ed è qui che cominciano i mal di pancia. L’uomo Padano per antonomasia, diventato Italiota per opportunismo, si assesta a quota 32 per cento e anche stavolta, sia pur dell’05% rispetto ai sondaggi precedenti, è in crescita.

La domanda che Luigino si pone ormai da tempo è come cambiare rotta. Come uscire da una situazione che premia sistematicamente la Lega e punisce i 5Stelle. Ogni tanto gli torna in mente il “no” avuto dal Pd all’ipotesi di contratto. Forse le cose sarebbero andate diversamente per entrambi i partiti se ci fosse stata l’intesa. Chissà. Comunque, al di là dei ricordi e rimpianti di un passato che fu, resta un brutto presente che vede Salvini sempre più vicino ad entrare da Capitano-Comandante a Palazzo Chigi e Giggino, senza stelle sul petto, buttato fuori dai palazzi dei bottoni, ma anche da quelli di proprietà M5S. La data delle Europee si avvicina e la risalita, o rincorsa che dir si voglia, sarebbe dovuta iniziare da tempo. Comunque, per Di Maio “o adesso, o mai più!”.

Ci sta pensando Giggino a mandare a gambe all’aria l’intesa con la Lega, ma bisogna andarci cauti, bisogna che lo strappo avvenga per ragioni fondate. O, meglio, per motivazioni che gli italiani leggano a favore del suo MoVimento. Perché potrebbe essere anche l’incontrario. E, cioè, che una spaccatura desse la sponda al partito di Salvini di crescere ancora di più.

Sì, proprio una roulette russa, che però va giocata fino in fondo, anche per non avere rimpianti un domani. E proprio in base, probabilmente, a queste considerazioni che è iniziata la guerra. A Di Maio e compagni è andata a fagiolo la vicenda delle indagini della magistratura relative ai presunti reati di finanziamento illecito ai partiti commessi, tra gli altri, dall’attuale tesoriere della Lega, il deputato Giulio Centemero. La storia è legata ai circa 49 milioni di rimborsi elettorali utilizzati da Umberto Bossi e dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, per spese personali. Una brutta vicenda che la Lega avrebbe dimenticato con piacere, ma che è ritornata alla ribalta dando la possibilità a Luigino di levarsi un po’ di pietre dalle scarpe. "Chiederò chiarimenti a Salvini – dichiara Di Maio -, sono certo che non minimizzerà”. Anche il presidente della Camera Fico usa l’argomento contro gli alleati. Ci aggiunge il “no” alla Tav e la sua contrarietà al referendum proposto da Salvini. La guerra c’è e si vede, anche se il Capitano non ha nessuna intenzione di rispondere, o di rompere, agli attacchi degli alleati. Non gli conviene. Sta usando la stessa tattica già sperimentata con Silvio Berlusconi. Il Cavaliere si agita, minaccia, fa la voce grossa e il Matteo padano, sempre pronto alle guerre guerreggiate e all’insulto folgorante, fa finta di niente. Le orecchie le ha turate. Gli altri vorrebbero pretesti per attaccare, per farsi sentire, ma lui non ne dà, rimane “silente e sorridente”. E perché dovrebbe aiutare gli avversari nel momento a lui più favorevole?

All’incontrario Di Maio qualcosa si deve inventare subito per provare a ribaltare la situazione. Il tanto strombazzato reddito di cittadinanza potrebbe essere il grimaldello per “scassare il governo”. Dopo tanto blaterare sui benefici propulsivi del “reddito di cittadinanza”, Giggino sta correndo il rischio di vederselo quasi cancellato. Trecento euro sono quisquilie, pinzillacchere, come le avrebbe definite Totò.

Se Luigi si decide a “scassare” il presidente Mattarella è certo che non scioglierà le Camere. Ne è pensabile che il Capo dello Stato dia un incarico politico. Con molta probabilità metterà in campo un governo tecnico attento soprattutto allo spread ed ai problemi connessi. Non avendo più la responsabilità di governo il MoVimento potrà sparare all’impazzata sia sull’incapacità dei tecnici a Palazzo Chigi, sia sulle responsabilità dell’ex alleato Salvini. Ma tutto ciò porterà voti? Non è detto, anzi potrebbe essere l’inverso.

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Di Maio, Dibba, Fico, il triello 5Stelle

dimaio dibbattista fico 350 mindi Elia Fiorillo - Non è certo una novità che “tra i due litiganti il terzo gode”. Una cosa del genere succede spesso e potrebbe capitare anche nel MoVimento grillino. Sulla scena ben in vista c’è Giggino Di Maio, un po’ malconcio ultimamente per via dei problemi capitati al papà. Ma anche per il super attivismo del collega Salvini che, a detta dei pronostici, alle europee dovrebbe portare la Lega alle stelle. Mentre per i 5Stelle i consensi sono in calo.

C’è poi Dibba, ovvero Alessandro Di Battista, pronto a rientrare in campo fisicamente. A Natale rincasa dal Sud America, ma non si è capito bene se si ferma in Italia per riprendere l’attività di “politico” o riparte per un altro dei sui viaggi. La lontananza non gli ha nociuto. Anzi, l’ha rafforzato, per certi versi, con le sue puntuali uscite scenografiche. In una di queste ultime ha chiamato i giornalisti “puttane” per gli attacchi ingiustificati, a suo avviso, rivolti alla sindaca di Roma Raggi. “Ho utilizzato – sostiene - un termine forte perché alle volte il turpiloquio permette di fissare un concetto in maniera più chiara, ma non mi riferivo affatto a tutti i giornalisti”. Di spettacolo Dibba se ne intende essendo laureato in discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Il turpiloquio fa spettacolo, secondo lui, e quindi fissa meglio i concetti. Una volta era qualcosa di disdicevole oggi è “didattica”.

Né Di Battista, né Di Maio litigano tra di loro apertamente. Non conviene ai due, anche se è pensabile che ci siano un po’ di questioni in cui hanno posizioni totalmente diverse. Certo è che Giggino pensa a Dibba come sindaco di Roma. Lo ha fatto quando Virginia Raggi correva il rischio di essere condannata per l’accusa di falso nel processo di primo grado in cui era imputata per la vicenda della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex braccio destro della sindaca, Raffaele – alla direzione del Dipartimento turismo. Lo rifarà, Luigi, allo scadere del mandato di donna Virginia, sempre che le cose rimangano allo stato attuale. Insomma, un modo per liberarsi e vincolare un soggetto scomodo come il “rivoluzionario” Dibba.

Se anche Di Maio riuscisse a sistemare il “viaggiatore” Alessandro per non avere problemi di leadership, non è detto, come accennavamo prima, che non possa scendere in campo un terzo uomo. Per la verità in gioco c’è già, in un ruolo istituzionale importante, quello di presidente della Camera dei deputati. Parliamo di Roberto Fico, napoletano, ala di sinistra, quella considerata ortodossa dei grillini. Fico si è detto favorevole ai matrimoni di coppie dello stesso sesso. Stesso discorso per le adozioni. È favorevole all’eutanasia ed allo “ius soli”. Insomma, proprio l’incontrario di quello che predica il compagno (di Di Maio) Matteo Salvini.

Sono passati tredici anni da quando nel 2005 Fico fonda a Napoli uno dei 40 meetup “Amici di Beppe Grillo”. Crede nel “MoVimento del cambiamento” e s’impegna con tutte le sue forze perché possa decollare in una realtà difficile quale quella campana. Nel 2010 si candida a presidente della Regione Campania portando a casa un misero 1,35% di voti. Nel 2011 ci riprova a candidarsi come sindaco di Napoli ed ottiene più o meno gli stessi risultati elettorali dell’anno prima: 1,38%, non superando il primo turno. Da allora però tant’acqua è passata sotto i ponti.

L’ultima polemica che lo vede protagonista contro il duo Salvini-Di Maio è il “decreto sicurezza”. A chi gli chiedeva se l’assenza alla votazione finale del provvedimento doveva essere considerata una presa di distanza dallo stesso, la risposta è stata perentoria: “È una presa di distanza, non ne ho parlato prima perché sono presidente della Camera e rispetto il mio ruolo istituzionale fino in fondo… ". Si può ben immaginare lo stato d’animo di Luigino Di Maio che deve registrare ben quattordici dei suoi che alla Camera non hanno votato il testo. Dice Salvini in proposito: “Io non capisco davvero quale sia il problema: allontana i delinquenti e aumenta la lotta a mafia, racket e droga”. Ipotizzando che il presidente Fico non abbia letto il testo del decreto. "È chiaro che l'ho letto il decreto – gli replica Fico-, li leggo i provvedimenti. Ma ci sono tante cose che non avrei voluto leggere al suo interno.". La battaglia è appena all’inizio, e “tra i due litiganti…”

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Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Il potere dell’accusa

Governo Conte DiMaio Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Stravagante e a tratti grottesca la narrazione di emergenza generalizzata proposta dall’attuale governo. Pare evidente come l’azione dell’esecutivo sia volta ad intercettare costantemente un nemico di turno da porre sul banco degli imputati. Imputati che diventano puntualmente colpevoli, condannati in contumacia da processi mediatici senza alcun contraddittorio.
In questo clima di inquisizione medievale il premier Giuseppe Conte, l’avvocato difensore degli italiani auto proclamatosi tale, come un moderno Carlo Magno, appare in realtà un sottosegretario al servizio dei dioscuri gialloverdi, Salvini e Di Maio. I due, forti del “consenso del popolo italiano”, sembra si divertano nella quotidiana ricerca dell’antagonista da combattere con ogni mezzo. Corsa all’accusa che non appare però omogenea.

Matteo Salvini, in linea con i suoi proclami elettorali, individua il suo rivale nel migrante, nel più debole. E più generalmente anche in tutti quei soggetti che operano per il sollievo degli ultimi. Emblematica l’esultanza per l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, o i post di auto compiacimento per il blocco imposto alle ONG e alla nave Diciotti. Tutti attori di una storia triste, colpevoli del reato di “giustizia sociale”, componente costituzionale spazzata via dal decreto sicurezza che porta proprio la firma del segretario del carroccio.

A differenza dei colleghi di governo, i pentastellati incontrano una maggiore difficoltà nell’individuazione di un oppositore da annientare. Oggi la stampa non allineata, ieri le istituzioni politicizzate, domani forse la Costituzione stessa. Chi può dirlo.

Un punto in comune con la Lega c’è: l’Europa. Proprio la tecnocrazia di Bruxelles mette d’accordo Di Maio e Salvini. Una vittoria di Pirro per il Ministro del Lavoro, il quale si trova in netto svantaggio rispetto al titolare del Viminale. Un Salvini maggiormente incisivo agli occhi del suo elettorato, tanto da incrementare costantemente il consenso in suo favore.
Non semplice, dunque, la posizione del partito uscito con gli allori dei vincitori dall’ultima consultazione elettorale del 4 marzo. Un idillio con il popolo che sembra però scemare. Un dato inequivocabile che ridisegna le gerarchie stesse all’interno dell’esecutivo frutto del contratto.

Per recuperare strada il Movimento ha dunque virato verso lidi più consoni alla propria storia, tornando alla lotta contro le istituzioni repubblicane, a partire dallo stesso Presidente Sergio Mattarella. Proprio il Capo dello Stato rappresenta, in questo momento, l’ostacolo principale alle politiche di Di Maio e soci. Non a caso dal Quirinale arrivano continui messaggi di difesa della Carta Costituzionale e incessanti richiami ad una gestione più oculata del potere. Ammonimenti dovuti ad un evidente tentativo di interferire nell’operato di tutte quelle istituzioni che, per diritto costituzionale, godono di una doverosa autonomia d’operato e di giudizio.

Ancora un gatta da pelare per il leader politico del Movimento che vede salire il gradimento anche del Presidente Mattarella, arrivato ormai a sfiorare il 65%. Mai un Capo di Stato aveva raggiunto tale risultato.
Un dato che però lascia uno spazio di riflessione; se sommando le percentuali di Lega e M5S si raggiunge il 60%, si può notare come algebricamente si superi quota 100%. Si evidenzia dunque, una sovrapposizione di consensi che delinea i tratti di un elettorato liquido. Un popolo che da una parte appoggia il duo Salvini - Di Maio, e dall’altra continua a “tenere buono” il ruolo di garanzia del Quirinale. Una situazione sicuramente dovuta ad una carente opposizione da parte del PD, di quello che, per sua stessa vocazione, dovrebbe essere il partito delle masse.

Un panorama politico di difficile gestione. Un proscenio pervaso da una comunicazione deviata, fondata sulla paura e la “caccia agli invasori”. Un teatro popolare in cui dover rimettere al centro i valori impressi nei 139 articoli della Carta, della Legge delle Leggi.
Imporre nuovamente il valore popolare della politica è un passo imprescindibile per ricollocare i più deboli al centro del discorso. Bisogna interrompere questa folle corsa alla ricerca del nemico, tornando ad un dialogo più civile. Anche l’informazione avrà il dovere di reintrodurre, nel mare magnum dei social e della notizia rapida, un linguaggio corretto e privo di condizionamenti, fondato su argomentazioni serie e oggettive proposte di sviluppo e crescita sociale.

 

 

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I 100 giorni di Di Maio e Salvini

dimaio salvini 350 265 mindi Donato Galeone* - I due decreti del Governo alla vigilia dell’autunno 2018. Sono e siamo alla vigilia di autunno che si presenta con grandi attese dopo i caldi mesi estivi (da me passati a Leporano di Taranto) e da oltre 100 giorni di annunciato “cambiamento” per l'Italia, sia per chi deve gestire il “contratto di legislatura” e sia per l'opposizione politica in sede parlamentare.

Anche per l'Italia e gli altri Paesi europei l'autunno si presenta impegnativo per i “bilanci pubblici” tanto nella loro chiarezza contabile quanto nella destinazione delle risorse disponibili e nel rispetto dei Trattati con la Unione Europea. Si tratta, nel concreto, di vincoli di equilibrio finanziario che per il nostro Paese l'esercizio di bilancio - consolidato nel debito pubblico - si è attestato a luglio 2018 su oltre 2.341,7 miliardi di euro (dal Bollettino statistico mensile elaborato da Bankitalia).

La rappresentanza parlamentare che sostiene il “Governo del cambiamento” e introducendo la cosiddetta “tassa piatta” elettorale, pare, nella misura non progressiva rapportata ai redditi, favorirà, conseguentemente, la riduzione delle entrate e, contestualmente, la introduzione, pur graduale, del cosiddetto “reddito di cittadinanza” elettorale inciderà, compatibilmente, sulle uscite mentre la priorità per gli investimenti pubblici territoriali - che creano lavoro - non potranno essere ritardati (non solo per Genova ma per la grande parte manutentiva che richiede il territorio nazionale).

E in tale quadro - da me volutamente semplificato per meglio intenderci - alla vigilia dell'autunno 2018 dovremmo pensare e richiamare a noi stessi sia i 100 anni di fine prima guerra mondiale (1918) e sia - attualisima oggi - i 70 anni, dopo la seconda guerra mondiale, dalla “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” approvata dalle Nazioni Unite (1948) che all'articolo 1 proclama e afferma che “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

Decreto dignità

“Dignità e diritti” che, probabilmente, il Ministro del Lavoro del Governo Conte ha pensato di praticare mediante il definito recente “Decreto Dignità”??? Ma quel decreto definito dal Ministro De Maio “svolta storica” tende solo a confermare la dualità dei rapporti di lavoro e coinvolge tematiche occupazionali, interessanti, dall'esito imprevedibile sull'impatto sociale con modifiche che interessano i contratti a termine, pur ridotti nella durata contrattuale massima da 36 a 12 mesi, mantenendo l'assenza di qualsiasi casuale.

Declinare e praticare la “dignità del lavoro” nella diversità delle forme contrattuali significa - a mio avviso e sempre - abbattere le incertezze verso il fututo della persona “lavoratore”. E, significa, anche, ridurre i tempi della lunga disoccupazione e, contestualmente, aprire e garantire ai giovani e meno giovani l'accesso al mutuo prima casa oltre a definire un costo maggiore delle prestazioni lavorative a tempo determinato - perché non è lavoro cosiddetto di serie B - mediante contrattazione collettiva a livello nazionale e territoriale.

Si tratta, quindi, di definire in sede sindacale e, poi, in sede legislativa la cosiddetta “buona flessiblità del lavoro” che non è, ormai, e non sarà più lo stesso lavoro del secolo scorso o pre crisi 2008 a fronte dei nuovi sistemi produttivi e organizzativi d'impresa in rapidi cambiamenti, così come l'impiego del lavoratore è e sarà condizionato sia dai mercati che dalle tecnologie del terzo millennio. Riemerge, pertanto e ragionevolmente, che il lavoro a tempo breve deve - ripeto - costare di più a “pari dignità” e con garanzie sociali universali.

A mio avviso tuttto ciò significa - per il sindacato dei lavoratori nella sua unità - l'assunzione di uno specifico livello propositivo nella definizione di un “modello contrattuale integrato” entro cui anche i lavoratori assunti a tempi brevi di lavoro possano superare la “indifferenza o la subordinazione” che prevale e che è e sarà presente nelle gestione delle attività produttive.

Vale a dire di non ritenersi perdenti nel processo di cambiamento epocale del terzo millennio, a fronte della trasformazione del lavoro fisico automatizzato, con perdita di posti di lavoro.

Perdita di posti di lavoro tradizionali dovuti a innovazioni tecnologici che già richiama l'adeguamento contrattuale delle nuove condizioni di lavoro e che deve essere “vigilante e attiva” sui processi del lavoro che cambia, in quanto e certamente, si tenderà meccanicamente a praticare una nuova e diversa “divisione del mercato del lavoro” tra lavoratori altamente qualificati o definiti creativi e altri lavoratori, meno qualificati, quale persone destinate a lavori precari e, tanti altri, ricollocati verso lavori temporanei a basso reddito.

Ecco, allora, l'azione sindacale contrattuale mirata verso la concreta dignità del lavoro che cambia e assunto dalla nuove tecnologie sempre più avanzate che obbliga, peraltro, a considerare la urgenza dell'adeguamento degli “orari di lavoro operativi” anche nel nostro Paese.

 

Decreto sicurezza

E alla svolta storica con il “decreto dignità” del Ministro Di Maio si dovrebbe aprire - con il “decreto sicurezza “ del Ministro Salvini - ai valori della solidarietà, della uguaglianza e della integrazione nella cittadinanza tra persone umane.

Purtroppo non sembra essere questa l’apertura del decreto sicurezza proposto da Salvini approvato dal Governo, in quanto, apre e favorisce la ghettizzazione degi stranieri migranti classificandoli, di fatto di serie B e cancellando alle persone i diritti umani fondamentali di uguaglianza tra cittadini, non osservando la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo di 70 anni fa.

Quel decreto governativo definito “sicurezza”, volutamente e strumentalmente, tende a criminalizzare i migranti con l'obiettivo chiaramente dichiarato di rendere meno accessibile tutti i percorsi legali relativi alla emigrazione in Italia, così come la proposta di riforma del Servizio di Protezione e Asilo ai Rifugiati (SPRAR) sono scelte politiche orientate a distruggere o smantellare il sistema dell'accoglienza e la possibile integrazione del migrante o rifugiato.

È stato osservato e detto - letto il decreto sicurezza approvato dal Governo del cambiamento - che trattasi di una “mazzata” al diritto di asilo al migrante, uomo libero alla ricerca di vivere nel mondo.

Mi permetto aggiungere che, questo Governo, ha volutamente tentato per altre finalità di tornaconto politico “schiaffeggiare e criminalizzare” la tradizione italiana, quale nostra cultura civile umanitaria.

Auspico, non solo io, che il Parlamento e il Capo dello Stato modifichi e confermi la vera dignità dell'Italia democratica nell'accoglienza e la integrazione umanitaria delle persone migranti in sicurezza del convivere comunitario nel mondo.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL del Lazio

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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