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Per il diritto alla difesa

Diritti del Cittadino

Comitato per l'abolizione del Decreto Ministeriale 55/2014

Giustizia roba da ricchi minIl comunicato che questa mattina è stato spedito da parte del Comitato per l'abolizione del Decreto Ministeriale 55/2014 e che richiede una adesione corale da parte di tutti noi, parla ancora una volta di sopprusi, inadeguatezza e mancata affermazione della giustizia per tutte le parti deboli, senza mezzi adeguati, senza possibilità di ricorsi da migliaia di euro.
Quanti di noi hanno evitato di portare in causa le prepotenze che la pubblica amministrazione continua a perpetrare contro il dipendente inerme e votato alla sottomissione?

Quanti hanno evitato di appellarsi, per paura delle spese processuali?

Quanti sono davvero stanchi di subire tutto ciò?

In attesa di una riforma della giustizia che spazzi via un po' di berlusconismo( cosa impossibile, vista l'attuale situazione politica, in fase di stallo proprio per tale riforma), ascoltiamo l'appello del comitato che chiede l'abolizione del decreto ministeriale 55/2014 che regolamenta le spese processuali, che si dovrebbero evitare di caricare sulla parte debole, che di solito, in processi importanti, si troverebbe alla rovina e non solo dalla parte del torto.
L'ennesima conferma che la giustizia non è davvero uguale per tutti, ma di sicuro è più uguale per i molto ricchi.

"Nell’assordante silenzio da anni e ogni giorno nelle aule di giustizia si perpetra la negazione dei diritti dei più deboli. E’ l’effetto devastante del decreto ministeriale 55 del 2014. Il provvedimento ha stabilito con tabelle spese legali e di (in)ingiustizia a carico della cosiddetta parte soccombente. Con il risultato che chi perde la causa si vede presentare dai giudici un conto mostruoso per migliaia di euro, spesso decine e decine di migliaia di euro.

Il più delle volte la “parte soccombente” è, guarda caso, la parte più debole del processo. Sono lavoratori, inquilini, cittadini, sindacalisti fuori dal coro, soggetti piegati dalla crisi che ricorrono alla giustizia come ultima spiaggia. Invece, non solo non si vedono riconoscere le proprie ragioni, ma sono puniti con la condanna a pagare cifre insostenibili. Così imparano…

Il “merito” è del governo Renzi e del ministro Orlando, ma i governi successivi hanno confermato questa nuova interpretazione del diritto alla difesa: bastonare, bastonare, bastonare. In questo modo si è certamente ridotto l’“arretrato” nei tribunali. Ma ad un prezzo inaccettabile per chiunque ritenga che la giustizia in Italia non sia quella amata dai marchesi del Grillo di turno (“Io so’ io e voi …”) ma “è amministrata nel nome del popolo” come prevede la Costituzione.

In un colpo solo con un decreto ministeriale:

– È stato di fatto abolito o fortemente indebolito il diritto alla difesa, che prevede la parità tra le parti;

– E’ stato di fatto largamente vanificato se non affossato del tutto il principio del giusto processo;

– Sono stati di fatto aboliti i tre gradi di giudizio sanciti dalla Costituzione (chi osa promuovere appello se in primo grado oltre ad aver torto è stato condannato a spese-monstre?).

Di fronte al silenzio e all’indifferenza, è ora di alzare la testa perché al più presto il Parlamento cancelli questa vergogna.

– Per il diritto alla difesa;

– Per la tutela dei diritti;

– Per la difesa della Costituzione.

– No alla (in)giustizia a pagamento;

– No alla (in)giustizia al servizio dei poteri e dell’arroganza.

CAMPAGNA PER L’ABOLIZIONE DEL DM 55/2014

RIVENDICHIAMO IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA DIFESA!

Per adesione e-mail: "

 

 

 

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Difendere Taranto, un dovere ed un diritto

Associazione Genitori tarantini – ets -

Taranto è la città che piange i propri bambini...

di Massimo Castellana 
Tarantoinquinato minDell’Italia di questi tempi bui, Taranto è ormai da anni diventata un simbolo. Suo malgrado. Simbolo di come sia facile, per chi governa il Bel Paese, cedere al disumano potere economico, calpestando la Carta costituzionale nei suoi passaggi fondamentali, mentendo al popolo sovrano, inginocchiandosi davanti ad una multinazionale straniera che non rispetta i contratti.
Taranto è il simbolo di come un governo possa venerare una produzione altamente inquinante, a scapito della già troppo minata salute dei propri cittadini e della salubrità ambientale, fino a caldeggiarne un raddoppio, intervenendo direttamente con centinaia di milioni di euro degli italiani.

Sì, Taranto è un simbolo. Per le percentuali di tumori di ogni genere, di malattie cardiovascolari e respiratorie, di malformazioni, di degenerazioni psichiche, fisiche e spirituali, di gran lunga superiori alle medie regionali.Taranto è un simbolo di morte per inquinamento ambientale da parte di industrie che non si attengono alle leggi sull’ambiente e che continuano ad agire in dispregio di queste grazie alla connivenza e al sostegno di chi rappresenta lo Stato.

Taranto è la città che piange i propri bambini, accompagnandoli nell’ultimo viaggio con la delicatezza e l’impotenza di una madre ferita a morte. Bambini colpiti in gran numero da tumore, con buona pace dei ricercatori e degli esperti che considerano i tumori in età pediatrica eventi davvero rari.Taranto, sì. La polis fondata dagli Spartani (che, unico caso in quei tempi, riconoscevano importanti diritti alle donne), ridotta a simbolo di diritti negati: la dignità, la giustizia, la salute, la sicurezza, le libertà individuali, l’istruzione e il gioco per i bambini, la qualità e le aspettative di vita.

Taranto, dove anche il lavoro, termine nobile, viene ridotto al livello di schiavitù, depredato delle tutele garantite dalla Costituzione italiana. Così, la produzione a caldo dell’acciaieria viene chiusa a Genova e a Trieste perché incompatibile con la salute di cittadini e lavoratori, mentre a Taranto diventa magicamente “produzione strategica”.

Taranto, che come tutti i Comuni di questa nazione affida al sindaco il prioritario compito di tutelare la salute dei propri cittadini, ricorda ancora le immagini del sindaco Stefano –un pediatra- che inaugura le nuove fontanelle (dono dell’Ilva) insieme alla famiglia Riva (a quei tempi proprietaria dell’acciaieria), nello stesso cimitero monumentale i cui marmi sono indelebilmente macchiati di rosso vergogna dalle polveri provenienti dalle montagne di minerale di ferro poste al confine dei suoi muri perimetrali.

Taranto, rappresentazione reale di governi che, in successione, intervengono per ben dodici volte per bloccare la Magistratura tarantina e consentire all’acciaieria di continuare ad avvelenare e uccidere i tarantini.
Taranto, dove anche la Corte Costituzionale è intervenuta (sbagliando, secondo me) ponendo sullo stesso piano il diritto alla salute, l’unico dichiarato “fondamentale”, e il diritto solo “riconosciuto” al lavoro, affinché entro il 2015 l’Autorizzazione Integrata Ambientale potesse essere portata a termine, pena la chiusura dell’acciaieria. Con il nuovo accordo tra Stato e ArcelorMittal, i termini vengono prorogati al 2025! Sì, questa Taranto che, con riferimento alla produzione e all’occupazione, viene identificata da giornalisti compiacenti come “paese” o, al più, “cittadina” e che, quando si parla di inquinamento, nel 2025, a piano ambientale completato, ne produrrà tanto quanto qualsiasi grande città italiana. Da paese a grande città italiana il passo è breve, se si mettono al primo posto gli interessi privati.

Ed è sempre Taranto, la polis più importante della Magna Grecia, simbolo di cultura e storia, che non riesce neppure a vincere il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2022, per colpa di un progetto raffazzonato, improntato su lacrime e sudore, messo in piedi da un’amministrazione comunale indegna della città che fu di Archita.Resta, però, sempre Taranto, icona di bellezza sublime che i suoi figli più attenti ed innamorati continueranno a decantare.

Taranto, che i suoi figli più attenti ed innamorati continueranno a difendere da questi indefinibili esseri che continuano in maniera vergognosa a gestire la Res publica.
"Cerchiamo un luogo ridente ove occhi sensibili alla bellezza si riconfortino dopo la sozzura interminabile dei luoghi orribili; in cammino per Taranto!" (Seneca, De Tranquillitate Animi, II, 13.)

 

 

 

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Garantire il diritto alla vita sempre e ovunque

 Associazioni

 Un appello in video dei Genitori Tarantini al Presidente Giuseppe Conte

manifesto genitori tarantini 370 min

Massimo Castellana portavoce dell'Associazione "Genitori tarantini" ha inviato un messaggio augurale al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, chiedendogli: "faccia qualcosa di concreto pe rla salute dei Tarantini".

E' ancora un appello per un’emergenza sanitaria che sembra non avere fine a Taranto. Stiamo parlando di un problema che affligge la comunità tarantina da molto e molto tempo: l’inquinamento causato dall’Ilva che causa tanti, troppi morti anche fra i bambini.
Le piccole vittime vivevano nei quartieri presso quello stabilimento che da molti bambini è stato soprannominato “il grande mostro”.

Lo Stato deve saper trovare soluzioni che non costringano a dover scegliere nella drammatica alternativa fra diritto alla vita o diritto al lavoro. Ascoltiamo l'appello e condividiamolo, facendolo conoscere.

 

Il video appello di Massimo Castellana

 

 

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"..non abbiamo diritto nemmeno a un plexiglass sulla cattedra"

 Interviste. Insegnanti alla riapertura delle scuole

 Rossana Germani intervista la docente Silvia Annaratone che insegna in un Istituto Tecnico di Milano

scuola post Covid 380 minCome vedi la riapertura della scuola? Credi che sia un'azione necessaria e responsabile nonostante i contagi stiano tornando ad aumentare?

«Bisogna intendersi sul termine "necessario". Sicuramente serve a placare le famiglie, soprattutto quelle che hanno figli piccoli e non sanno più dove parcheggiarli. Per quanto riguarda i “miei” ragazzoni di sedici/diciotto anni sicuramente il problema del “parcheggio” non sussiste. Altra ragione per la quale, per i piani alti, è risultato “necessario” tornare a scuola è che effettivamente ci sono intere zone d’Italia dove la connessione proprio non c’è. Esiste una legislazione già pronta nel cassetto, credo da una decina d’anni, che dovrebbe regolare la Didattica Digitale, ma tale legislazione prevedeva la costituzione delle famose "autostrade digitali". In pratica presupponeva che tutta la penisola fosse cablata e questo non è avvenuto.
Fino a qui la “necessità” per chi sta lassù al Ministero. Se invece devo parlare a livello personale e quindi riferirmi alla realtà in cui opero (scuola secondaria superiore di Milano), ti dico NO, si poteva tranquillamente continuare con la didattica a distanza ancora per qualche mese e sarebbe stato sicuramente più responsabile nei confronti di tutti, gli studenti, le loro famiglie, noi insegnanti e tutti quelli che affolleranno i mezzi pubblici la mattina. La Lombardia è una delle zone più a rischio di contagio, i miei studenti hanno dimostrato durante il lockdown che non hanno alcun problema a connettersi, mentre hanno tutti manifestato molte perplessità, in vista di un’eventuale riapertura della scuola, relativamente ai tanti mezzi pubblici che dovranno prendere per venire a scuola. Molti di loro vivono fuori Milano e la maggior parte deve prendere un treno e un mezzo pubblico per raggiungere la scuola. Certo se lo stesso studente abitasse in un paesino della Puglia dove i positivi sono pochissimi, la connessione è difficile, in paese i genitori fanno a turno per portarli a scuola in macchina e nella scuola ci sono una dozzina di classi da gestire, è un’altra cosa. Noi abbiamo tre sedi, quattro palestre e una decina di laboratori (queste ultime però concentrati in un’unica sede) per un totale di 53 classi.
Ma sembra che in Italia non si riesca mai a gestire la complessità, diversificando norme, regole e misure a seconda della situazione locale. Anche perché questo comporterebbe ogni volta lamenti e paragoni da parte di chi si considera, in quell’occasione, “svantaggiato”. In questo senso siamo un popolo di bambini e anche poco maturi. Guarda solo le invettive che sono uscite sui social nei confronti degli insegnanti, improvvisamente diventati oggetto di accuse e vilipendio, solo perché hanno sollevato molte perplessità su come li stavano mandando a scuola senza nessun tipo di protezione. E voilà: tutti fannulloni e scansafatiche. Ma perché continuiamo a farci la guerra tra poveri?»

Pensi che le misure di distanziamento e i banchi monoposto siano sufficienti a garantire una scuola sicura?

«Ma stai scherzando? Intanto in molte scuole il 14 di settembre non sono ancora arrivati i famosi banchi monoposto. Una collega che lavora in un liceo di Milano mi ha detto che loro ancora li aspettano e “per ora” metteranno due studenti per banco provvisti, almeno quello, di mascherina.
Distanziamento e monoposto sono termini del tutto incomprensibili per un adolescente. Lo dimostrano le caterve di positivi che sono tornati dalle vacanze quest’estate. Assembrarsi, abbracciarsi, spintonarsi è sempre stata una prerogativa dell’adolescenza, ma lo è ancora di più oggi quando la comunicazione verbale si è impoverita in maniera inquietante, complici social, whatsapp e pessimo esempio fornito dai vari “influencer”. Nel corso dei miei trent’anni di insegnamento ho visto aumentare moltissimo la difficoltà di esprimersi da parte degli studenti e il corpo è diventato sempre di più per loro lo strumento di comunicazione prevalente. Figurati se sarà possibile ottenere un autentico distanziamento.
E poi parliamoci chiaro, anche con i banchi monoposto, io starò per alcune ore con altre venti persone (ho una classe che non si sdoppia), che a volte sottovoce, a volte urlando (le mie sono lezioni molto interattive) parleranno per tutta l’ora, tutti in teoria senza mascherina (non è obbligatoria perché altrimenti i ragazzi si “traumatizzano”) in una stanza di circa venti metri quadrati se va bene, che viene arieggiata alla bell’e meglio (i corridoi sono ciechi quindi non c’è la doppia areazione) qualche minuto ogni ora, temperatura permettendo. Ti sembra una situazione “sicura”?»

Quali misure di prevenzione ed adattamento sono state adottate dalla tua scuola?

«Intanto gli ingressi scaglionati. Circa un terzo delle classi entrerà alla prima ora, un terzo alla seconda e un terzo alla terza. Si entrerà da una parte e si uscirà da un’altra. Inoltre all’ingresso ci sarà la misurazione della temperatura come al supermercato. Ti assicuro (io mi occupo dell’orario a scuola) che il vincolo degli ingressi scaglionati renderà la compilazione dell’orario estremamente più complessa di quanto non lo sia già normalmente e renderà il lavoro dei docenti molto più “disagevole”. Le classi che entrano alle dieci rischiano infatti di finire alle 16 e questo per chi ha bambini da andare a prendere o comunque per chi ha organizzato la sua vita in funzione di un lavoro che richiede la sua presenza a scuola fino al massimo le 14 sarà un disagio in più. Viceversa i controlli l’entrata creeranno, inevitabilmente i famosi assembramenti che si vorrebbe evitare, ma d’altra parte, che altro si potrebbe fare?
Le classi sopra i venti alunni verranno divise in due gruppi che si alterneranno una settimana in presenza e una settimana in remoto. Poiché la scuola non ha ovviamente una connessione capace di reggere venti persone che si connettono tutte contemporaneamente (una delle sedi non ce l’ha nemmeno la connessione) il docente che non potrà dotarsi di connessione e device propri dovrà tornare a casa e registrare le lezioni che ha appena fatto a scuola per gli studenti che sono a casa postando poi i video su classroom. In pratica deve fare il doppio delle ore di insegnamento a parità di stipendio. Per non parlare della qualità della didattica, ma quella è un’altra storia.
Si farà poi l’intervallo in classe tutti seduti ai propri banchi, noi insegnanti compresi, ciascuno panino munito perché non ci saranno né le solite macchinette né il solito paninaro che arriva all’intervallo a vendere qualche ombra di prosciutto dentro a una pagnotta extra large.
Nelle palestre occorrerà programmare attività che non prevedono assembramenti e non prevedono che gli studenti si “affannino” troppo con la conseguente produzione di fiumi di droplets. Finché c’è la bella stagione si consiglia di portarli eventualmente al parco.
Infine quest’anno non si potrà fare la “rotazione delle aule”, pratica molto comune nella nostra scuola. Avendo più classi che aule e avendo classi bi, se non addirittura trilingue, a fine compilazione dell’orario, negli altri anni, stabilivamo giorno per giorno come dovevano essere dislocate le classi e capitava che certe classi cominciavano nell’aula 18 andavano due ore in palestra e poi finivano la giornata nell’aula 4. Ecco questa cosa, per ovvii problemi di sanificazione non si potrà fare. Non so ancora bene come faremo, visto che le classi non sono diminuite e le aule non sono aumentate e visto che in ognuna delle sedi dovremo anche predisporre uno spazio per gli eventuali “isolati”, ovvero quegli studenti o docenti che arrivano a scuola in perfetta forma e, durante la giornata, cominciano a manifestare sintomi che potrebbero essere ricondotti al COVID.»

Pensi che i ragazzi siano abbastanza responsabili e siano capaci di rispettare tutte le norme anticovid all'interno della scuola? E fuori della scuola? Si vedono troppi assembramenti di giovani, cosa ne pensi?

«Penso che tutta questa storia della “scuola in sicurezza” sia una farsa per tranquillizzare l’opinione pubblica, placare i genitori e non fornire all’opposizione l’ennesima arma da brandire contro il governo. Basti solo pensare che noi insegnanti (età media 50 anni) siamo stati invitati a fare il test e gli studenti, abituali frequentatori di aperitivi, calcetti, incontri galanti non protetti (età media 16 anni) no. Ma quel è lo scopo? Rassicurare i genitori che non infetteremo i loro figli? Ho letto in un articolo che la ragione sta nel fatto che noi “parliamo più di loro”, degli studenti intendo e quindi produciamo più droplets. Ma forse chi ha scritto l’articolo non è mai entrato in un istituto professionale come il mio e pensa che le lezioni simulino quelle universitarie. L’apprendimento dei nostri ragazzi è estremamente interattivo e di scambio. Lo studio a casa è un optional. Le lezioni sono fatte di lavori di gruppo, di uscite alla lavagna con la partecipazione di tutta la classe. Sono molte rare le ore in cui io parlo più di loro. Ma fosse solo quello. Secondo te se ci dovesse essere un positivo all’interno di una classe qual è la probabilità che questo sia l’insegnante? Eppure non abbiamo diritto nemmeno a un plexiglass sulla cattedra come i commessi dei supermercati e non possiamo pretendere nemmeno che gli studenti indossino la mascherina, come richiesto in tutti i locali chiusi, perché qualche genitore disturbato ha gridato allo scandalo. Io credo che con questa generazione di ragazzi si stia facendo molta confusione. Si pensa che essere “attenti” voglia dire preservarli da qualsiasi frustrazione e fatica. Invece di ascoltarli, ma ascoltarli davvero con l’attenzione e il rispetto che meritano, si decide a priori quello che potrebbe far loro “male” misurandolo come sempre sulla nostra esperienza personale. Quindi cinque ore di mascherina sono inconcepibili (i loro poco più che coetanei che lavorano in un qualsiasi negozio la tengono anche otto ore al giorno), la mancanza di socialità li renderà fragili e depressi, quando la loro socialità è virtuale ormai da molti anni e dire loro “tesoro, è una situazione molto difficile, per quest’anno niente discoteca, si andrà a ballare l’anno prossimo” diventa impossibile perché spesso il genitore stesso non riesce a sua volta a darsi delle regole e delle restrizioni.
Quindi credo che i ragazzi “sarebbero” e “saranno” molto responsabili se dietro ci fossero e ci saranno genitori altrettanto responsabili e da quello che vedo in giro ho poche illusioni in proposito.»

Qual è lo stato d'animo di un'insegnante che si ritroverà a gestire una situazione cosi diversa da quello che sarebbe il suo vero lavoro, cioè insegnare? Che ripercussioni avrà tutto questo sulla didattica?

«Noi tutti siamo estremamente in ansia, io per prima. Oltre ai rischi ai quali andiamo incontro noi, ci spaventano moltissimo le responsabilità di cui saremo gravati. Se uno studente arriva in classe tossendo come se non ci fosse un domani, cosa faccio? Come mi comporto? E se un altro si getta, come accade spesso, su un altro compagno che l’ha insultato per dargliene quattro, io cosa faccio? Mi butto nella mischia rischiando di infettarmi? Gli do una nota? E se così fosse, cosa cambia? Se doveva succedere il patatrac ormai è successo. Spesso penso che se un mio studente dovesse risultare positivo e il nonno dovesse finire in terapia intensiva non ci dormirei la notte, anche se lo studente nel frattempo ha visitato tutti i locali notturni di Milano e provincia.
E poi mi immagino a spiegare i logaritmi stando attenta che Luca non si metta a spintonare Alberto come fa di solito, che Maria, non passi la gomma ad Annalisa, che Giuseppe non offra a Mario di bere dalla sua borraccia. Per non parlare dell’intervallo quando ci stremeranno di lamentele e tentativi di corruzione per poter uscire e andare a trovare la fidanzata o l’amico del cuore che sta nell’altra classe. A volte mi domando: “ma io quando troverò il tempo di andare in bagno?”
La didattica ne soffrirà moltissimo e i programmi verranno sicuramente dimezzati. Quello che dovrà essere il nostro sforzo sarà quello di sacrificare la didattica all’apprendimento. Mi spiego meglio. Per didattica si intende tutto quell’insieme di contenuti e modalità di somministrazione che vanno a comporre il tuo insegnamento. Ecco io credo che l’apprendimento sia più importante della didattica. E’ fondamentale che ai ragazzi resti qualcosa di costruttivo e spendibile da questi anni di scuola, un metodo per affrontare i problemi, una capacità di pensiero critico, la sensazione e il desiderio di poter realizzare quello in cui credono e il senso dei propri limiti. Non importa se i programmi vanno ridotti e i metodi modificati. Queste cose dovrebbero, almeno per me, restare salde anche con il mare in tempesta e cercheremo di farcela anche quest’anno.»

Come ti sei trovata ad affrontare la DAD? I tuoi alunni come l'hanno vissuta?

«Inizialmente è stata l’esperienza più frustrante di tutta la mia vita da insegnante. Io l’ho iniziata quasi subito perché ero convinta che i ragazzi avessero bisogno di guardarci in faccia, di avere la nostra presenza in video come argine al loro disorientamento. Così, il giorno prima del lockdown ho comprato una lavagnetta che ho installato in casa e, mi sono riproposta di far lezione esattamente in quelle che erano le mie ore in presenza. C’era un grande imbarazzo sia da una parte sia dall’altra. Da parte mia il pudore di farmi vedere in versione “casalinga”, nella mia intimità, da parte loro, la mancanza dei compagni (che in classe sono i veri spettatori supporter) li rendeva apatici e sfuggenti. Ho pensato che resistere e tenere fede alla struttura inziale (non ho “perso” un’ora di lezione in quattro mesi) alla fine avrebbe pagato, perché di struttura avevamo bisogno tutti in un momento così liquido. E in effetti…dopo un mese di tondini cliccanti a cui mi veniva male rivolgermi, sono riuscita a ottenere che la maggior parte attivasse la telecamera e che ci fosse un lavoro interattivo per quanto lo permettessero le connessioni traballanti e i cellulari che nel frattempo ricevevano di tutto. Sono riuscita anche a organizzare i lavori di gruppo come in classe e ho portato le mie studenti a un buon livello di apprendimento della materia, nonostante tutto. E anche nella strutturazione dei compiti sono state molto dure da applicare, ma secondo me molto importanti l’inflessibilità e la regolarità delle scadenze. Ogni giorno un po’ di compiti da postare su classroom, ogni settimana un report da parte loro sugli errori che avevano fatto nei compiti della settimana prima.
Non importa che alcuni si facessero fare gli esercizi dalla prima della classe. Intanto questi esercizi dovevano ricopiarli e postarli, insomma, farsi carico di un compito e questo credo che sia stato molto importante per tutti. Io non ho interrogato né fatto compiti in classe, ma il voto che ho dato alla fine, basato sulla partecipazione durante le lezioni e la cura con cui venivano fatti compiti e report, ha trovato tutti unanimemente d’accordo, anche gli insufficienti.
Non so per loro, ma per me quell’appuntamento mattutino era un toccasana. Mi rassicurava vedere il solito salotto di Alessia, con il padre che ogni tanto passava sullo sfondo e il giardino fiorito di Fabio che seguiva le lezioni sotto un bellissimo albero di melograno o la faccina furba del fratellino di Anna che ogni tanto disegnava accanto alla sorella intanto che questa risolveva le disequazioni. E’ stata un’esperienza molto faticosa (io ho lavorato più del doppio di quello che lavoro normalmente in presenza), molto intima, molto commovente e molto istruttiva sicuramente per me, spero anche per loro.»

Credi che la DAD sia da utilizzare solo in situazioni di pericolo epidemiologico o si potrebbe pensare ad un cambiamento valido ed alternativo di "fare scuola" anche in un futuro tranquillo quando ci saremo lasciati alle spalle questo virus?

«Il rapporto “fisico” con i ragazzi e l’uso del corpo nell’insegnamento sono insostituibili. Io ho sempre insegnato con il mio corpo e attraverso i corpi degli studenti, corpi che parlano, che respingono, che indispongono, che si concedono, in una parola che comunicano. Quindi non riesco a immaginare una DAD sostitutiva. Penso tuttavia che potrebbe essere usata, soprattutto dalle nuove generazione di insegnanti che sono molto più addentro di me alle nuove tecnologie come didattica di supporto. Se, per esempio si registrassero sempre le lezioni in aula, non ci sarebbe più il solito fannullone che, rimasto a casa, non ha fatto i compiti perché non sapeva come farli. Inoltre, da quello che so potrebbe essere un validissimo supporto per gli studenti con difficoltà certificate, per i DSA, per i BES e i DVA. E poi il web è pieno di contributi originali e interessanti che potrebbero variare, alleggerire, modificare un po’ il tran tran giornaliero della propria personale impostazione didattica e forse aiuterebbero i ragazzi a ragionare un po’ di più con la loro testa piuttosto che fossilizzarsi su “quello che ha detto la prof.”»

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

Pubblicato anche su CiesseMagazioni n°16 uscito il 16 settembre '20

 

 

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Sora: "Difesa diritto alla salute"

  • Pubblicato in da Sora

 Ennesima Emergenza “Difesa diritto alla salute”!

italiavivasora 350 minApprendiamo che il prossimo 23 luglio il Primo Cittadino di Sora ha convocato tutti i Sindaci appartenenti al Distretto C della Asl di Frosinone per affrontare il collasso che si registra al SS. Trinità di Sora a causa di mancanza di personale medico e/o paramedico. Una iniziativa necessaria, ma sicuramente tardiva, rispetto ad una situazione da molto tempo segnalata.

Noi di Italia Viva, nel contestare fermamente questo continuo depotenziamento ad orologeria della nostra struttura ospedaliera che è soprattutto un Polo Oncologico, sollecitiamo il Primo Cittadino ad affrontare, in questo incontro, il problema di questi pazienti e quello di altri malati cronici che necessitano periodicamente di esami del sangue, visite ed accertamenti al fine di prevenire e/o monitorare le varie patologie, non per questo meno gravi.

Si segnala, inoltre, il grido di aiuto dei genitori che sono alle prese con le vaccinazioni in età pediatrica, obbligatorie sia dal punto di vista sanitario che per la frequenza a scuola, con sanzioni ai tutori che non ottemperano quest’l’obbligo. Le prenotazioni per i richiami di vaccini già somministrati sono in ritardo di circa dodici tredici mesi, per la stessa ragione, la netta riduzione del personale, con il risultato di vanificare la copertura da quelle malattie che questo dovrebbe debellare.

Ogni giorno si registrano folle impressionanti di utenti innervositi nel tentativo di accedere ai servizi ospedalieri e territoriali, mentre i pochi operatori sanitari in servizio, sull'orlo dell’esaurimento nervoso, lavorano in situazioni insostenibili e in condizioni disastrose.

Tutto questo pura follia istituzionale e della “governance” della Asl di Frosinone nonché della Regione.
La Domanda è, cosa accadrebbe allora, se fossimo in piena emergenza Covid 19 come accaduto in altre Regioni?
A gran voce pretendiamo una risoluzione definitiva, basta a proclami, annunci e “promesse da marinaio” allo scopo propagandistico e guarda caso sempre in prossimità di elezioni.

Il Bene Salute tocca tutti e non è più procrastinabile.

Il coordinatore di Itala Viva Sora
Loreto Chiarlitti

 

 

 

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Quale diritto al lavoro nel prossimo futuro?

robot industriale mindi Ermisio Mazzocchi - (intervento svolto al convegno Fildis*) A chi volesse pormi la domanda: "Quale futuro per le nuove generazioni?"
Risponderei: "Pessimo e fortemente conflittuale"

Le ragioni ci sono e le ricadute negative sono in larga misura a carico delle donne, che pur hanno conquistato, con lotte durissime, diritti e riconoscimenti, e ottenuto l'accesso a livelli alti delle professioni.
Il maggiore sapere, tuttavia, non assicura una maggiore parità di genere né offre garanzie di stabilità di lavoro.
La disoccupazione triplica tra i giovani - in Italia siamo al 32,8% - e ancor più per le giovani donne,la cui disoccupazione è di 4 punti in percentuale più alta di quella maschile (Donne al 37,6%, Uomini 33,8%).
I diritti acquisiti dalle donne non hanno garantito una loro piena occupazione. Le disparità rimangono e non solo tra uomini e donne.
Su un posto sicuro, a tempo indeterminato, le donne sono al 48% rispetto al 58% degli uomini. In un sistema fortemente competitivo, le disparità si accentuano, soprattutto sui livelli alti delle professionali.

Non possiamo non rilevare che siamo in presenza di un sistema senza controllo né garanzie di equità.
Sono queste prime considerazioni che si fonda la mia iniziale risposta.
Di fronte alla globalizzazione molte sono le sfide che i giovani dovranno affrontare. Essa non offre nessuna opportunità di stabilità occupazionale, ma alza il livello della conflittualità e apre a una forma di sfruttamento di maggiore livello, più che nel passato, perché tende a ridurre i conflitti sociali, forzando su le singole aspettative.
La globalizzazione, che rappresenta una concentrazione del capitale finanziario, ha introdotto la mobilità dell'impresa che guarda a una produttività più elevata e a un minore costo e a un maggiore profitto. E questa scelta coinvolge i livelli alti delle specializzazioni professionali. La concorrenza è spietata. L'ingegnere che lavora in India costa meno al suo datore di lavoro che se lavorasse in Italia. Il mondo del lavoro non ha più la valenza di quella che era nel '900.
Le trasformazioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi di automazione dei meccanismi di informatica, aprono nuovi rapporti nella società e nel mondo del lavoro.

Tutto ciò porta a riconsiderare la categoria del lavoro dell'uomo, non più secondo schemi del novecento, ma revisionato in considerazione di nuove mansioni specializzate.
Pensiamo alla robotica. I robot di terza generazione con "Artificial Intelligence", (AI) sono in grado di costruire nuovi algoritmi così da ampliare automaticamente la loro AI (intelligenza artificiale). Un campo vasto, già fortemente attivo in cui siamo ampiamente coinvolti.
Si ritiene che il 70% delle occupazioni alla fine di questo secolo sarà rimpiazzato dall'automazione. Le prospettive di lavoro si presentano già oggi come assi del futuro, quali l'ingegneria robotica, l'ingegneria cibernetica, l'ingegneria biomedica, nonché i profili professionali rivolti alla gamma della fisica, della biologia e del digitale.
Uno studio sul lavoro in Inghilterra ha stimato che nei prossimi 15 anni i sistema di AI sostituiranno il 30% dei posti di lavoro nel Regno Unito. In Francia per il 2025 i robot sostituiranno il lavoro di 3 milioni di lavoratori. Nel 2050 negli USA si prevede che saranno i robot integrati a guidare i camion su le autostrade, espellendo 3 milioni di lavoratori.

Il problema resta.
Chi governa questo nuovo processo, oggi senza regole e senza etica, che sconvolge le relazioni sociali e le considerazioni del lavoro, mettendo a rischio il futuro delle nuove generazioni, prive di garanzie e di riferimenti?
La risposta è: nessuno.
O meglio: l'anonimo mercato con il suo potente capitale finanziario e multinazionale, con tutto ciò che ne consegue.
E per essere chiari. Quale rapporto si stabilisce tra chi possiede gli strumenti (centri finanziari, società globali, ecc.) per sostenere e controllare la ricerca e la costruzione di sistemi a tecnologia avanzata (software, hardwar ecc.). Quali dovrebbero essere le regole e chi le propone e chi le gestisce, che possano compensare questa differenza, mettendo a riparo chi è più debole e ha meno forza per reagire.
Aumenta in modo esponenziale una divaricazione fra are di lavoro qualificato e ampi settori in cui i lavoratori di alta professionalità, di ultima generazione, svolgono mansioni dequalificanti, che sfocia spesso nel lavoro nero.

Se per i processi di integrazione che hanno aspetti positivi, hanno portato a non avere più frontiere al mercato del lavoro, possiamo affermare altrettanto che non ci sono più garanzie per nessuno con la conseguenza di una feroce lotte tra quanti sono alla ricerca di lavoro.
Le multinazionali che gestiscono le reti della produzione globale, dove la mano d'opera, anche la più qualificata, e quindi soprattutto quella dei giovani, è scelta e trasferita nei luoghi in cui costa meno.
Assistiamo a un dirigismo centralizzato, invisibile, che interviene secondo esigenze di un mercato che investe tutto il mondo, cambiando le regole del rapporto di lavoro e mettendo le opportunità di lavoro in stato di sofferenza.
Il monopolio delle tecnologie e del loro utilizzo, determina nuove modalità di scambio di ineguaglianze, di limitazione delle libertà e dello stesso diritto del lavoro.
Una ricaduta inevitabile nel rapporto occupazionale uomo-donna.
Nel settore dell'ingegneria, a mo' di esempio, nei paesi OCSE il tasso di occupazione maschile è dell'88,7%, quella femminile è al 78,8%. Un dato simile si ha per l'Italia, uomini all'88,5%, donne al 75,2%.
Si aprono contraddizioni profonde, in cui si afferma un modello di un mondo uniformemente individualista e di leggi di mercato senza regole e senza controlli.
Le donne sono forze dinamiche e le loro rivendicazioni per i propri diritti hanno avuto sempre una dimensione e una ricaduta universale, ma erano dentro un sistema che, a oggi, non è mutato.

La risposta a quel pessimismo, che ho manifestato, risiede nella messa rischio del riconoscimento dei diritti e delle uguaglianze. Le nuove generazioni sono entrate in un campo tutto da scoprire, dove rischiano di vagare alla mercé di chi ha stabilità quale tipo di semina adottare.
Di fronte a queste sfide, non possono esserci voci isolate.
La globalizzazione schiaccia il singolo, strumentalizza le eccelle professionali, accentua le differenze. Ma, teme le aggregazioni ampie e le rivendicazioni per ottenere il riconoscimento di rappresentanze democratiche, sostenute da forti e diffusi movimenti sociali.

Il diritto al voto per le donne è stata una conquista globale, possibile perché quella rivendicazione non era circoscritta a poche interessate, ma ha avuto sempre una partecipazione corale di una moltitudine di donne in ogni parte del mondo, la quale ha reso possibile la loro vittoria.
E cambiarono il sistema dei rapporti sociali e delle rappresentanze.
Oggi rimane aperta la questione della definizione e identificazione di un soggetto che possa cambiare il sistema imposto dalla globalizzazione.
L'Unione europea può essere uno di questi soggetti, e sarebbe già tanto, ma è un problema che investe e riguarda gli 8 miliardi di abitanti di questo pianeta.
Occorre trovare altre formule e strutture riconosciute e capaci di avere strumenti di intervento.
Il futuro per le nuove generazioni del XXI secolo è costituito da un sapere eccellente e diffuso, che deve vivere dentro una cornice di diritti e doveri, di responsabilità e di inclusione, di parità e di uguaglianza.

A questa misura non ci sono alternative. Averne la consapevolezza offre alla nuove generazioni la speranza di un lavoro, riconosciuto, non come forma di sfruttamento, ma come alta espressione della dignità di ciascuno e di tutte e di tutti.

*Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori (Fildis)
Convegno nazionale Sabato 1 dicembre 2018
Aula Magna Facoltà Valdese
Via Pietro Cossa, 42 (P.za Cavour) Roma

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Provvedimenti che comprimono lo stato di diritto.

antigone 350 260di Patrizio Gonnella* - In Parlamento sono in discussione provvedimenti che comprimono in maniera preoccupante lo stato di diritto.
Uno di questi è il DL Salvini su sicurezza e immigrazione, già approvato in Senato e che il 22 novembre tornerà alla Camera. E' un provvedimento emanato in nome di un'emergenza che non c'è, che ha introdotto norme punitive contro migranti, marginali, poveri e occupanti. Il testo originario è stato ulteriormente peggiorate in fase di conversione, con il maxi-emendamento presentato dal Governo che introduce il reato di accattonaggio molesto, già abrogato nel 1999.
E' stata approvata in prima lettura - sempre al Senato - la proposta di legge per l'ampliamento della legittima difesa. Si vuole far sì che il ricorso alle armi nella propria dimora o nel proprio negozio sia sempre legittimo, indipendentemente dalle circostanze (e se un ragazzo entra in giardino a cercare un pallone?). E' una proposta contraria ai principi costituzionali che, se approvata, renderà più insicura la nostra società.

Altri provvedimenti destano la nostra preoccupazione. Leggendo il testo di riforma dell'ordinamento pentienziario abbiamo scoperto che da una norma sono state depennate le righe che prevedevano la possibilità per i medici di documentare con documentazione fotografiche i segni di violenza presenti sul corpo delle persone visitate al momento dell'ingresso in carcere.

E' poi emersa l'intenzione di dotare gli agenti di polizia penitenziaria delle pistole elettriche taser. Infine si è affermata la volontà della maggioranza di sospendere la prescrizione dopo il primo grado di giudizio.

Di questo e molto altro ci stiamo occupando in questi giorni, tentando di opporre all'irragionevolezza di questi provvedimenti le ragioni del garantismo, quelle di un diritto penale minimo.

*Presidente di Antigone

https://antigone.voxmail.it/user/h2eput/show/q0wh7u?_t=d538570c

 

 

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'Un suicidio dello Stato di Diritto'

Migranti sulla Diciottidi Maria Giulia Cretaro - Stato versus Stato. La vicenda della nave Diciotti, ormeggiata al largo di Catania da 5 giorni, è finita. O almeno è finita l'emergenza. I 137 migranti ancora a bordo, dalla notte tra sabato e domenica, hanno iniziato ad abbandonare il loro presidio galleggiante. Saranno ripartiti tra Irlanda, Cei ed Albania, quest'ultima agendo in virtù di quando "gli Eritrei eravamo noi". Nella stessa mattinata del 25 era stato autorizzato dalla Sanità Marittima lo sbarco di 17 persone per necessità mediche, nonostante questo 5 donne erano state ulteriormente trattenute sul pattugliatore della Classe Saettia. 4 giorni fa era stato il turno dei 27 minori, che dopo un braccio di ferro tra Tribunale dei Minori e il Ministero degli Interni, avevano raggiunto la terra ferma e guadagnato le prime cure.

177 vite che hanno rappresentato il manifesto del Governo Lega-5 Stelle in materia immigrazione.
Un caso emblematico per battere i pugni in cattedra europea, per chiedere senza mediazioni, un intervento diretto e economicamente consistente.
Il rimpallo maltese alle autorità italiane, con versioni discordanti e fasi di crisi alterate, ha costituito il primo passo dell'epopea migratoria. La nave Diciotti, in forze alla Marina Italiana per tanto già suolo dello Stato, ha accolto sulla propria stiva quanti necessitavano dell'aiuto imminente. Da qui il casus quo: permettere a Salvini di prendere l'ennesimo imminente sbarco per rivendicare un ruolo di potenza nell'Unione.

Il risultato internazionale è stato ben diverso da quello prospettato dal Vice Premier. Alla voce grossa dell'Italia, l'eco semplice e lapidaria del silenzio immobile dell'Europa. Non basta imporsi per ottenere, la ripartizione dei migranti non ha avuto riscontro in nessuno Stato, il suolo italiano rappresentato dalla Diciotti, era già la risposta a tutto. Diritto Internazionale, lezione base.

E se nel panorama europeo, tale vicenda ha solo causato scarsa fiducia nella nuova gestione delle relazioni internazionali, la situazione in patria è stata un suicidio dello Stato di Diritto.
Fascicoli aperti in 3 procure siciliane per abuso d'ufficio, sequestro di persona e detenzione illegale a carico di Matteo Salvini. Il PM di Agrigento Luigi Patronaggio non ha potuto far altro che muoversi secondo la legge, seguire le norme vigenti in materia. Mentre per gli altri reati si seguiranno i canonici tempi giudiziari, l'abuso d'ufficio sarà delegato al tribunale ministeriale a Roma.

Ora la palla al Senato e alla Camera, per l'articolo 96 della Costituzione, spetta a loro verificare il luogo a procedere. La prima vera prova di lealtà per un Parlamento che in una vicenda dal forte stampo morale, ha manifestato le prime divergenze etiche. Il Presidente della Camera Fico, ha più volte invitato il leader del Carroccio 2.0 a interrompere questa estenuante azione, operando più da terza carica dello Stato che da pentastellato. Il resto del Movimento sussurra, per ora un tiepido senso di coalizione va mantenuto.

2 correnti che hanno tentato per i primi mesi di Governo, di tenersi ognuna sulla propria onda, cavalcando i baluardi di una lunga campagna elettorale. Ma il 4 Marzo è ormai lontano, non sono più solo forze politiche, sono Stato, ovvero la prima linea, l'azione e la conseguenza. Una fusione di principi e provvedimenti che non può essere un esclusivo e costante rimando ai dissidi del passato.

Ad oggi, rappresentare gli umori della Nazione non può bastare, questo dovrebbe essere il compito delle minoranze.
Lo Stato deve far fronte ad ogni evenienza, muovendosi nei ranghi e nei modi della Costituzione, dalle leggi da essa derivanti.
Tradire questi dogmi è autolesionismo, pugnalare al cuore un Paese che si regge sulla rigidità della Carta, e vi ripone la sua unica certezza.

Il nuovo è incappato negli stessi errori dei predecessori, non rispettando ciò che rappresenta. Sanguina e ancora non si accorge delle ferite.

 

 

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Diritto alla salute e…..un po’ di storia

ippocrate 350Dr. Giuliano Fabi - La Costituzione prima che il diritto alle cure garantisce il diritto alla salute, diritto che la legge 833/ 78 recepì in pieno, quaranta anni fa, fondando la sua essenza nella prevenzione. Ippocrate 2000 anni fa contrastò ferocemente il dominio culturale dei sacerdoti, dei maghi, dei medici e speziali che pretendevano, lucrando, di avere rimedi per ogni malattia. Fu lui a gettare le basi della medicina moderna affidandola a basi razionali quali la gratuità delle cure, il rispetto del malato considerato nella sua integrità biologica, l’osservazione diretta, la consapevolezza della prognosi e dei tempi della convalescenza, la esistenza di malattie non guaribili, l’importanza del trasmettere le conoscenze e dell’evitare trattamenti nocivi. Sottolineò il valore salutistico, degli stili di vita, della moderazione, dell’equilibrio tra attività fisica e alimentazione, della vita all’aria aperta, del relax e quindi la centralità della prevenzione. Il suo fu un umanesimo ante litteram su cui si fondò l’etica della medicina moderna.

Oggi il giuramento di Ippocrate viene consegnato ai medici il giorno della laurea ed è una fortuna che sia giunto fino a noi come pesante ammonimento. Ho visto che tanti colleghi come me lo hanno incorniciato, ogni tanto danno ad esso uno sguardo e dei suoi insegnamenti fanno tesoro nella pratica quotidiana, ma non è di casa nelle aziende sanitarie e le sue idee vengono viste con diffidenza in molte istituzioni. Intorno alle cure girano interessi notevoli, su cui tanti lucrano e hanno rendite di posizione.
Intorno alla prevenzione l’unico interesse che gira è il vantaggio del singolo, della salute, sua e di intere comunità ed è in conflitto di interesse con le strutture erogatrici di cure, specie di quelle al di fuori di ciò che è pubblico. Perciò questa società che ha mercificato tutto anche il dolore, la malattia e il bisogno, si guardi al passato per un nuovo Umanesimo.

 
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A Colleferro continua la lotta per il diritto alla salute

Colleferro DifendiamoOspedale 350 260NON RINUNCIAMO AI NOSTRI DIRITTI E ALLA BATTAGLIA IN DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA

L'Assemblea di Palestrina, Tivoli, Subiaco e Colleferro ha promosso nei giorni scorsi un incontro con la consigliera regionale Marta Bonafoni.

Due ore intense di riunione presso l'ospedale di Tivoli per parlare delle criticità della sanità regionale in particolare di quelle presenti nelle strutture sanitarie facenti capo alla ASL RM5.

A rappresentare le annose questioni dell’ospedale “L. P. Delfino”, il neo eletto presidente del Tribunale dei Diritti del Malato per la sezione di Colleferro, Dott. Sandro Sbrighi. Il nostro nosocomio rientra nella ASL RM5 e soddisfa il bacino di utenza della valle del Sacco, circa 130 mila abitanti, essendo posto a confine tra le province di Roma e Frosinone.

Il Dott. Sbrighi ha tracciato un quadro su come, anche a Colleferro, come in tutta la sanità pubblica locale, il personale amministrativo, sanitario e gli addetti alle pulizie da anni vanno avanti tra mille difficoltà pur di garantire la giusta assistenza ai pazienti, nonostante l’Azienda ospedaliera non tenga in alcun conto le loro problematiche.

"Gravi i danni subiti dalla struttura ospedaliera di Colleferro - spiega il Dott. Sbrighi – con la chiusura di vari reparti, ormai nota, e il sottoutilizzo della Nuova Ala, completata nel 2015, costata 15 milioni di € e 7 anni di lavori. Questa prevedeva l’offerta di nuovi servizi nei seguenti reparti: “otorinolaringoiatria, con 4 posti letto, chirurgia generale con 29 posti letto, quattro piani per circa 800 mq”; inserimento nella rete dell’emergenza sull’ictus e sulle problematiche neurovascolari, con team specializzato, la telemedicina, e il reparto di psichiatria.”

Oggi constatiamo che, rispetto a questo progetto, è mancata totalmente la presenza dell’Ente Regione e dei Comuni (Sindaci e Assessori alla sanità). Grave anche la latitanza dell’Amministrazione sanitaria (Cabina di Regia e Direttore Generale Asl).

Non è possibile garantire una buona sanità se gli Amministratori eletti ed aziendali si limitano a “spostare” i dipendenti come fossero pedine, da un ospedale all’altro, da un reparto all’altro, solo per far credere di aumentare l’organico! Nei reparti di chirurgia ed ortopedia sono stati trasferiti 4 medici e ne sono stati riassegnati solo 3 (con quale tipo di contratto?). In sostituzione di 2 anestesisti ne è stato incaricato 1. Finora molti medici hanno rinunciato perché si tratta di contratti a tempo determinato con il vincolo di 2 anni!

Quasi tutti i reparti sono sotto organico e privi di primario e/o di sostituti facenti funzione. Molti pazienti si trovano di fronte a sospensioni selvagge, vedi diabetologia, pneumologia, ortopedia; epatologia e Malattie infettive. Estremamente carente l’assistenza materno-infantile, dopo il trasferimento nel 2015 dei reparti. Pare che sia disponibile una sola ambulanza, ovviamente senza medico a bordo. La fila al Pronto soccorso è dovuta, in parte, alla indisponibilità di un numero congruo di barelle (integre), ma quella donata all’inizio del 2017 da una associazione di Colleferro è accantonata in una stanza inutilizzata. Non c’è la copertura radiologica di notte, che fa riferimento all’ospedale di Tivoli. Non c’è la risonanza magnetica, né il centro trasfusionale.

Il 5 novembre 2017 dal controsoffitto del pronto soccorso dell’ospedale di Colleferro sono caduti dei calcinacci per una infiltrazione di acqua piovana!

Ci giunge notizia che per indisponibilità del fondo apposito gli straordinari e le ferie al personale medico dell'ASL RM5 sono bloccati. Ciò provocherà un'ulteriore diminuzione delle sedute operatorie in tutti i presidi ospedalieri. Queste criticità sono più che note ai responsabili e derivano dal fatto che il personale andato in pensione non è stato sostituto e gli organici sono la metà di quelli necessari.

A Palestrina, per esempio, si prevedono solo due sedute operatorie a settimana e questo si prefigura come interruzione di pubblico servizio!

E' stato rammentato alla consigliera regionale l'elenco delle promesse fatte dalla Regione Lazio ai Sindaci della Valle del Sacco a seguito della chiusura dei reparti. Promesse non mantenute e che i gli stessi Sindaci non chiedono di onorare, come non si sono opposti al Decreto Zingaretti sulla riorganizzazione delle rete ospedaliera!

"Contro il DCA Zingaretti di luglio 2017, che sterilizza l’ospedale perché preclude ogni suo potenziamento e che tanto abbiamo avversato nelle piazze della valle del Sacco ad ottobre, abbiamo presentato ricorso al Tar del Lazio”, prosegue il Dott. Sbrighi.

I rappresentanti di Tivoli, Palestrina e Subiaco hanno poi mosso le loro critiche; il problema è lo stesso per tutti: assenza di una strategia per governare i bisogno di salute e fallimento della politica aziendale per quanto riguarda il rispetto dei diritti del cittadino, senza tralasciare la mancata comunicazione e confronto con la Direzione generale. L’ipotesi poi di commissariare la ASL RM5, dando incarico al Direttore Generale della RM4, che manterrebbe l’attuale più quello di Commissario, non è la scelta giusta, non certo per le capacità del Dott. Quintavalle, quanto per il fatto che questo territorio richiede un impegno esclusivo.

L’incontro si è concluso con l’intesa che la consigliera Bonafoni chiederà un incontro alla Cabina di Regia per consentirci di rappresentare quanto emerso dal confronto. Auspichiamo che non sia una attesa inutile, anche questa volta, e che tale momento arrivi presto, perché temiamo il collasso del nostro ospedale e dei servizi ai cittadini, già così poco efficienti ed utilizzabili.

Gabriella Collacchi e Ina Camilli, Portavoce e Coordinatore del Comitato libero “A difesa dell’ospedale di Colleferro – Coordinamento territoriale

Colleferro, 13.11.2017

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