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Bilancio di Genere

UNOeTRE.it DIRETTE

 

Immagine locandina Taricone 350 minLa registrazione dell’incontro in diretta organizzato e trasmesso da UNOeTRE.it giovedì 1°luglio 2021 alle ore 17,30e che visto impegnate Fiorenza Taricone, Docente di Storia delle Dottrine politiche, e Simona Balzano Docente di Statistica, Università di Cassino e Lazio Meridionale, che hanno presentato il "Bilancio di Genere", realizzato dal Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo di Cassino e del Lazio Meridionale. 

(Purtroppo ancora una volta, ce ne dispiace molto, la connessione di uno dei partecipanti, Ermisio Mazzocchi in questo caso, non ha funazionato, tuttavia brillantemente le Prof Fiorenza Taricone e Simona Balzano hanno svolto la presentazione del "Bilancio di Genere". )

 

 

 

 

 

 

La registrazione della diretta online

 

 

 

 

 

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Se toccano unə toccano tuttə

BASTA VIOLENZE E DISCRIMINAZIONI

Manifestazione a Roma il 28 marzo a Valle Aurelia.

di Tania Castelli
BacioChimepare 390 minLo scorso 26 febbraio a Roma è avvenuta l'ennesima aggressione omofobica in una stazione della metropolitana (fermata Valle Aurelia). Il 7 marzo una ragazza è stata stuprata nel parco di Villa Gordiani. Le aggressioni razziste sono all'ordine del giorno. In tutto il Paese le discriminazioni - e le violenze che ne conseguono - opprimono in modo intersezionale il tessuto sociale nella sua poliedricità.

Malgrado se ne parli molto, ancora non è stata data soluzione al problema e senza un netto cambio di rotta formativo e culturale, l'adeguamento degli strumenti giuridici e soprattutto una ferma opposizione da parte della società tutta, essa non potrà emanciparsi dall'imperante cultura arcaica patriarcale sessista, razzista e omofobica che ne blocca ogni sviluppo.

Per contrastare la deriva violenta e rivendicare il diritto di essere, scegliere e amare liberamente un nutrito gruppo di associazioni e collettivi, centri antiviolenza e consultori, la comunità studentesca, persone singole, daranno vita ad una manifestazione domenica 28 marzo alle ore 17, che si terrà a Roma in via Giuseppe di Bartolo, 24 (fermata metro Valle Aurelia, parcheggio autobus).

Un presidio di mobilitazione civica e sociale in solidarietà alla comunità LGBT*QIAP+ il cui tema è sintetizzato nello slogan

"Bacio chi me pare: se toccano unə toccano tuttə"

"Non abbiamo paura, non siamo vittime. Scenderemo in piazza, arrabbiate e stufe di queste aggressioni" dichiarano le realtà organizzatrici "nonostante la zona rossa, bisogna reagire e farsi sentire, perché questa violenza è sistemica".

La manifestazione "comunque festosa e irriverente, pur con la rabbia verso ciò che è accaduto" sarà organizzata nel rispetto della normativa covid.

COMUNICATO STAMPA

Domenica 28 marzo, alle ore 17, a Valle Aurelia, associazioni, collettivi, centri antiviolenza e consultori, la comunità studentesca, persone singole, scenderanno in piazza con un presidio in solidarietà all’aggressione nei confronti di un membro della comunità LGBT*QIAP+. L’episodio risale al febbraio scorso, quando due ragazzi che si baciavano alla fermata metro Valle Aurelia, sono stati aggrediti e insultati.

Lo slogan del presidio sarà “Bacio chi me pare: se toccano unə toccano tuttə.”. Non hanno paura, scrivono le associazioni organizzatrici, non sono vittime. Scenderanno in piazza, arrabbiate e stufe di queste aggressioni.
Aggiungono che, nonostante la zona rossa, bisogna reagire e farsi sentire, perché "questa violenza è sistemica".

Rivendicano di non voler più "sopravvivere in una società eteropatriarcale, sessista e razzista" e inoltre chiedono l’approvazione immediata della legge contro l’omo-lesbo-bi-trans-intersex-afobia, la misoginia e l’abilismo, ferma ormai da mesi al Senato, in attesa di calendarizzazione.
“La legge va approvata e non accetteremo compromessi al ribasso e giochi di scambio politici e partitici. E’ un buon punto di partenza, ma non basta. Non basta il diritto penale per risolvere problemi di natura prima di tutto sociale e culturale.”

E rilanciano infatti chiedendo “educazione nelle scuole, centri antiviolenza autogestiti, riconoscimento della genitorialità per tutte e tutti, depatologizzazione dei percorsi di transizione, la fine delle cosiddette "terapie di riconversione" e delle mutilazioni genitali su neonati intersex, nonché il superamento della legge 164/1982”.

L’evento sarà il più sicuro possibile, tenendo conto di tutte le norme anti-Covid19: saranno rispettati il distanziamento fisico e l’obbligo della mascherina, in una piazza comunque festosa e irriverente, pur con la rabbia verso ciò che è accaduto.

L’appuntamento è domenica 28 marzo alle ore 17, in via Giuseppe di Bartolo, 24 (fermata metro Valle Aurelia, parcheggio autobus).

Qui l’evento FB: fb.me/e/1fzNvq0HI

 

 

 

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Il dittatore turco Erdogan pubblicamente contro le donne

 CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Esce dalla Convenzione del 2011  firmata proprio in Turchia

anpi BANDIERA 350 260 minIl Coordinamento donne ANPI è a fianco delle organizzazioni femminili turche e della Vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo in protesta per la decisione del governo di Erdogan di uscire dalla Convenzione del Consiglio d’ Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

L’ accordo era stato firmato nel 2011 proprio in Turchia, ad Istanbul, ed era entrato in vigore nel 2014; prevede, tra l’ altro, il sostegno alle donne vittime di violenza, il risarcimento danni in sede civile, il divieto del matrimonio forzato, la lotta alla violenza psicologica e fisica, allo stalking, alla violenza sessuale, alle mutilazioni genitali femminili, alle molestie sessuali. La Convenzione, che non è una presa di posizione europea verso un generico “progresso”, era e resta il riconoscimento del diritto delle donne di non essere torturate, schiavizzate, uccise. Ebbene proprio in Turchia, il governo oscurantista di Erdogan ha annunciato di voler ritirare la sua adesione. Secondo il governo turco, la Convenzione di Istanbul sarebbe contraria alle norme dell’ Islam e incoraggerebbe divorzio e omosessualità. Sulla stessa linea sin dallo scorso anno erano anche la Polonia e l’ Ungheria.

Posizioni da brivido, un passo indietro irricevibile per la conquista del diritto di vivere e per la libertà delle donne che il Consiglio d’ Europa non può permettere.

Le organizzazioni femminili turche e la Vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo hanno dichiarato che continueranno a battersi per i diritti di tutte e per riprendersi la Convenzione.

Il Coordinamento nazionale donne Anpi esprime indignazione e sgomento per l'iniziativa del governo Erdogan. Siamo vicine alle sorelle turche e degli altri Paesi che non riconoscono i diritti e, in rete con le altre associazioni di donne italiane ed europee, contrasteremo questo insostenibile ritorno ad un passato di terrore.

 

Segnalato da Serena Galella

 

Serena Galella scrive anche per CiesseMagazie per il quale cura la rubrica dell'arte
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Noi ci vacciniamo

 

diretta 20.3.21 min Registrazione della diretta video "Noi ci vacciniamo" andata in rete il 20 marzo 2021 alle ore 17,00 e seguita in contemporanea su Facebook, YouTube, Twitter.

Hanno partecipato all'incontro il dottor Augusto Vinciguerra, anestesista, responsabile Area Covid-RSA S. Camillo di Sora  e il dottor Luciano Conte, medico di medicina generale gastroenterologo che hanno dialogato con Nadeia De Gasperis, Vicedirettrice di UNOeTRE.it

     

 

 

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Diretta: Donne in pandemia

 

diretta 12.3.21 min Registrazione della diretta video di Donne e Pandemia andata in rete il 12 marzo 2021 e seguita in contemporanea su Facebook, YouTube, Twitter.

Predisposta dalle Redattrici di UNOeTRE.it (Dall'alto a sinistra a destra in basso)

INA CAMILLI, TANIA CASTELLI, LISA FERRARIS, SERENA GALELLA, ROSSANA GERMANI, NADEIA DE GASPERIS

     
 

 

 

 
 

 

 

 

 

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Pio Istituto S. Michele: Simbolo di repressione e del riscatto delle donne a Roma

MELITEA. Donne e 8 marzo 2021

 Per la promozione del mondo femminile nella società, nel lavoro, nell’arte e nello spettacolo

Roma carceri 350 minIl Pio Istituto San Michele è un antico convento sito in pieno centro a Roma in Piazza Capranica, tra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna edificato alla fine del 1600.

Il complesso architettonico dai tratti sobri, che oggi ospita la Residenza di Ripetta, si è reso protagonista nella storia prima come Istituto di Carità, carcere e orfanotrofio delle povere zitelle, anche dette zoccolette, e, in tempi recenti, come il primo centro antiviolenza femminile in Italia.

La Chiesa, che nello Stato Pontificio gestiva il potere amministrativo e civile, istituzionalizzò le attività e le strutture di aiuto ai poveri, caratterizzandole con la missione caritatevole e quindi religiosa. Per capire lo spirito del tempo è utile leggere quanto scrisse l’architetto Domanico Fontana a proposito del monumentale “Ospizio dei mendicanti” in via delle Zoccolette, a lui commissionato da Sisto V nel 1587 e primo nucleo del San Michele:
“In questa fabbrica vi sono saloni grandissimi e grandissima copia di stanze e appartamenti separati per le donne, per le zitelle, per li vecchi e per le fanciulle, e vi stanno con grandissima comodità, è luogo capace da potervi stare duemila persone senza dar impedimento l’uno all’altro, e al presente vi sono da seicento a tal volta mille e più poveri e a tutti si provvede di mangiare, bevere e vestire e sono ben governati; ai fanciulli si insegna a leggere, scrivere e l’arte e alle zitelle di cucire.” (fonte irsm.it)

Il termine "zoccolette" dalle fonti storiche sarebbe stato riferito alle calzature, degli zoccoli, che le giovani donne ospitate nella struttura indossavano, ma è anche diffusa l’opinione che le ragazze orfane e in condizione di assoluta povertà fossero costrette all’accattonaggio e alla prostituzione.
Il Pio Istituto San Michele aveva quindi il compito di formare moralmente le zitelle, anche insegnando loro un mestiere in modo che se fossero riuscite ad uscire dalla struttura, sarebbero state in grado di vivere dignitosamente.
Il riscatto di queste ragazze era in realtà legato alla bontà delle donne nobili romane, che donando somme di denaro, una sorte di dote, ad alcune di loro che venivano estratte a sorte, davano l’unica possibilità d’uscita dall’istituto alle più fortunate.

Il 30 giugno del 1982, su iniziativa di un gruppo di donne socialiste e laiche, capitanate da Anna Maria Mammoliti, attivista, giornalista e editrice per le pari opportunità delle donne, fondarono il Club delle Donne e istituirono il Premio Minerva: il primo riconoscimento italiano dedicato alle eccellenze femminili per l’imprenditoria, la dirigenza, la politica, l’impegno sociale, il cinema, la letteratura.

Il Club delle Donne si batte ancora oggi per il progresso di una società in cui le donne possano partecipare alla gestione delSusannaAgnelli 350 min potere sul piano economico, culturale e amministrativo e per la parità di genere.
L’associazione aveva come scopo la promozione del mondo femminile nella società, nel lavoro, nell’arte e nello spettacolo, superando la stagione urlata del femminismo per impegnarsi nel concreto, con il supporto di donne, note o meno note, che si erano conquistate con merito un ruolo di rilievo nelle loro peculiarità e che potevano essere d’esempio ad altre dimostrando il senso di sorellanza che tra donne era mancata e che purtroppo ancora oggi molto spesso manca.


Di seguito, un omaggio alla giornata della donna, il video sul servizio andato in onda su TGRLazio l’8 marzo di Daniela Bruni che intervista Fiorenza Taricone professoressa universitaria di Cassino specializzata in storia delle donne in politica.

 

 


 

 

 

 

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La lotta delle donne è antica

8 MARZO 2021

Se anche gli uomini si battessero con le donne e per le donne saremmo tutti più civili e liberi

di Rossana Germani
GabriellaRasponiSpalletti 350 minLa festa della donna avrà ragion d'essere fino a quando non si raggiungerà la piena parità di diritti, in tutti i campi!
Fin dalle epoche più remote le donne sono state considerate come degli oggetti da possedere e usare a proprio piacimento.
Per fare solo un esempio, lo ius primae noctis pare fosse una pratica comune. Il padrone del servo che si era appena sposato aveva il diritto di passare la prima notte di nozze con la sposa del suo servo.

Ma le donne pian piano hanno alzato la testa e cominciato a ribellarsi per cercare di migliorare la loro condizione. Hanno capito che l'unione fa la forza e si sono unite nella lotta, manifestando fino a quando quel determinato diritto non veniva loro riconosciuto. Molte donne hanno dato la vita pur di cercare di migliorare le condizioni di tutte. Le conquiste più recenti del secondo dopoguerra, come il diritto di voto, la legge sul divorzio, quella sull'aborto, ma molte altre ancora, si fondano sulle basi del coraggio e delle lotte delle donne che le hanno precedute.

Vorrei in questa occasione ricordare in particolare una donna che ha fatto molto per creare quelle basi riscattando le condizioni di vita delle donne già dal 1897.
E proprio “1897 Storia di un riscatto” è il titolo di un libro che vorrei consigliare a tutte le donne ma non solo a loro, è bene che lo leggano anche gli uomini. È un libro storico ma anche molto passionale, a tratti romanzato al punto da suscitare emozioni davvero forti. Viaggia su due binari che si intersecano grazie ai protagonisti che si interessano in modo molto penetrante dei due problemi a quel tempo più evidenti a Quarrata, un comune in Provincia di Pistoia. C’è la storia riguardante l’ospedale Caselli che doveva fungere da ricovero per gli anziani del posto per garantire loro una serena vecchiaia e che era stato ordinato al comune stesso di costruirlo da un ricco imprenditore del luogo attraverso un lascito di una grossa somma di denaro. E poi c’è la storia del riscatto femminile ad opera di una grande donna e non perché fosse una contessa. Io vorrei qui tralasciare l'altro binario e concentrarmi più su questo.

Gabriella Rasponi Spalletti era una nobildonna che aveva sposato il conte Venceslao Spalletti deputato nel 1870 e successivamente senatore del Regno. Viveva a Roma ma ogni tanto andava a passare qualche giorno nelle colline del Montalbano in Toscana dove aveva una villa ed è proprio lì che inizia la sua nuova vita.

Gabriella Spalletti non si atteggiava a contessa come facevano le altre nobildonne dell'epoca. Non era amante del lusso né della1897 STORIA DI UN RISCATTO Lorenzo Rossomandi 350 min mondanità e amava stare tra la gente comune. Una volta conosciute le condizioni delle donne del luogo – grazie alla vivace intelligenza e alla ingenua sfrontatezza di una bambina attraverso la quale l'autore del libro ci porta dentro il cuore dei problemi – la contessa decide di fare qualcosa per cambiarle. Crea una scuola di filet in cui tutte le donne, una volta imparato, potevano lavorare e rendersi autonome dai loro uomini che ancora nel 1900 si comportavano da padroni delle loro mogli o figlie. Le condizioni delle donne in quel periodo infatti erano ancora molto disumane: “un cavallo valeva quasi più di loro”. Lavoravano senza riposo e senza alcuna considerazione e rispetto da parte degli uomini tutti, anche dei propri mariti o dei propri padri.
E proprio dall'impegno e dalla caparbietà di quella contessa si è arrivati ad una condizione decisamente migliore delle donne sia in ambito casalingo che in quello lavorativo arrivando a far ottenere loro anche la pensione.

Quella scuola di ricamo fu, infatti, trampolino di lancio per veri e propri laboratori artigianali e non solo. I loro manufatti erano opere d'arte, venivano apprezzati ed erano molto richiesti.
Molte di quelle donne, dunque, contribuirono a far crescere l'economia della città con la loro imprenditoria. E, grazie ai versamenti appositi di una parte del loro salario, come suggerito dalla contessa, riuscirono a godere tutte della pensione.
Oltre alla storia vera della scuola di ricamo raccontata nel libro, la contessa fu promotrice di molte altre iniziative femministe anche a Roma.

Nel 1903 la contessa Rasponi Spalletti creò, insieme ad altre donne illuminate ed influenzate positivamente da lei, il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane del quale fu presidente per quasi 30 anni.
Al congresso del 1908, nel suo discorso di apertura del CNDI, la contessa illustra il programma politico dell'organizzazione alla quale facevano capo i comitati locali di tutta Italia e non solo.
In quella occasione spiega i punti chiave da tener presente per arrivare ad una vera e propria emancipazione femminile. Quei punti che vennero poi ripresi a distanza di cinquant'anni, nel secondo dopoguerra, dallo Stato Sociale.
Nello specifico, i punti sui quali si fondava il CNDI prevedevano: l'impianto di fabbriche femminili italiane; le biblioteche circolanti per le donne; l'Alleanza Nazionale per la Maternità e per l'Infanzia; il Segretariato per la tutela delle donne e dei fanciulli degli emigrati ed altri punti che potrete leggere nella premessa del libro fatta da Rosina Testai.

Dopo aver spiegato come quel programma fosse stato preso in considerazione da molte regioni italiane, nel suo discorso la contessa esorta le donne ad unirsi e combattere verso un'unica direzione, quella della loro emancipazione.

È con profonda ammirazione, emozione e rispetto che ho riportato una piccola parte del suo operato che ha reso la vita più dignitosa a molte donne di quel tempo ma non solo. È infatti anche grazie alle sue basi che stiamo sulla strada giusta verso una completa parità anche se credo sia ancora molto lontana.

Ringrazio l'autore del libro, Lorenzo Rossomandi, per aver preso a cuore questo argomento perché solo se anche gli uomini si battono con noi e per noi, la nostra strada verso la completa emancipazione sarà più semplice da percorrere e più breve.
Auguro a tutte le donne ma anche a tutti gli uomini che stanno al nostro fianco, una buona vita, libera e serena tutti i giorni dell'anno, insieme.

 

 

 

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Il lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione

DONNE, Storie e Futuro

Onda lunga delle Costituenti, arriva al neo femminismo degli anni '970, e alla 4 Conferenza delle donne di Pechino, 1995

di Fiorenza Taricone
donneresistenzacostituzioneunlegameinscindibile390 minIl tema del lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione è stato oggetto di un mio intervento recente al webinar su Il lavoro nella Costituzione, organizzato Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Palestrina. Ritengo sia interessante farne partecipi lettori e lettrici di UnoeTre con una sintesi.

La Costituzione prende l’avvio dal fatidico articolo che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, affermazione non così comune nelle Costituzioni e del tutto inesistente, per quanto riguarda l’Italia nel precedente Statuto Albertino. Il punto di partenza, per capire il tema del lavoro delle donne e dei minori, non può essere che l’ingresso delle 21 donne nell’Assemblea Costituente, le madri della Repubblica: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, comuniste, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Cingolani Guidi, Angiola Minelli Molinari, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio, democratiche cristiane, Bianca Bianchi e Lina Merlin socialiste, Ottavia Penna Buscemi, Fronte dell’Uomo Qualunque.

Rispetto agli articoli che riguardano il lavoro, e alla modernizzazione del dibattito si trovano in una posizione singolare per vari motivi; alcune di loro sono insegnanti, altre hanno lavorato in fabbrica, ma intere generazioni prima di loro hanno avuto con il lavoro un rapporto spinoso e controverso. Prima del fascismo, nell’età liberale, una ristretta élite di laureate riuscì ad accedere alle libere professioni solo con una legge del 1919; le maestre non avevano avuto fin dall’inizio una vita facile, e uno stipendio minore di un terzo rispetto ai maestri; le contadine erano sussunte all’interno della famiglia, dominata dalle figure maschili, non firmavano i patti colonici, e tutti i lavori infiniti che svolgevano appartenevano ai compiti quotidiani, senza guadagni autonomi; le prime operaie che andavano a lavorare fuori casa insieme ai bambini erano considerate mezze forze e pur lavorando lo stesso numero di ore degli uomini, erano pagate un terzo in meno, prive di tutele Donne costituenti 300 mincome gli uomini, ma esposte a molestie e ricatti sessuali di ogni tipo. Durante il ventennio, il fascismo aveva avuto nei confronti del lavoro femminile un atteggiamento doppio: apprezzava l’élite colta delle professioniste anche perché era numericamente irrilevante, ma considerava per le donne ottimale essere una casalinga prolifica e lavoratrice gratuita; esaltava le cosiddette massaie rurali, in polemica con le cosiddette signorine di città, amanti del divertimento e non del matrimonio; dopo gli anni Trenta, adottò una legislazione di contenimento nei settori impiegatizi.

E’ evidente quindi come la storia che le Costituenti avevano alle spalle fosse molto diversificato rispetto ai generi, ma anche su questo le Costituenti seppero assumere posizioni moderne; per i minori poi, dall’età liberale poche erano state le leggi che avevano riguardato direttamente i minori, spesso considerati un’appendice della condizione femminile per la connessione strettissima fra natura femminile e maternità.

La dizione donne e minori contiene già in sé un interrogativo: la relatività e incertezza del dato anagrafico, sia in relazione alla famiglia che ai luoghi di lavoro. Che età hanno le donne e i minori? Fino agli anni più recenti, sostanzialmente, i giovani hanno rappresentato storicamente una sorta di nebulosa, come una foto d’epoca un po’ sfocata. La dizione “giovani”, o minori ha racchiuso fino a oltre la metà del Novecento un mosaico molto complesso, che solo negli anni Settanta e Ottanta, con il movimento femminista e le politiche di pari opportunità, si è per così dire sdoppiata declinandosi nei due generi, femminile e maschile.

Quando i giovani a qualunque età uscivano dalla famiglia di tipo patriarcale, cioè fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, diventavano immediatamente adulti, sposi e futuri genitori, quasi che gli anni della giovinezza, fossero solo preparatori alla vera esistenza. Né gli eventi bellici del Novecento, fanno molta chiarezza, anche se nell’immaginario collettivo la guerra è guerra di soldati, e quindi moria di giovani vite. Il volontariato maschile nella prima guerra mondiale faceva diventare improvvisamente uomini coloro che erano visti dalle madri lontani dall’essere adulti.

Per quanto riguardava le donne, il non possedere una cittadinanza piena non ha certo aiutato le giovani, future donne, aDonne al lavoro in fabbrica min collocarsi nello scorrere delle generazioni. Esisteva un’età per sposarsi, precocissima per le spose bambine dei matrimoni combinati, costantemente più bassa del marito, ma anche una per rimanere zitelle, che corrisponde oggi alla piena giovinezza, venticinque, trenta anni; un’età ancora più elastica, ma sempre precoce, per entrare nella prostituzione, meglio se illibate, il cui limite erano le malattie veneree e la possibilità di guadagnare, considerata l’età iniziale per molte di loro, sarebbe più esatto parlare spesso di pedofilia; un’età per monacarsi, precoce anch’essa, almeno fino a quando la Chiesa pose un limite; una non tracciabile all’anagrafe per partorire, teoricamente fuori del tempo, in pratica fino a quando il corpo ce la faceva, o non moriva.

Per ragazzi e ragazze, di adolescenza neanche a parlarne fino al Novecento inoltrato; di autonomia dalle figure genitoriali, nemmeno, indipendentemente dalla maggiore età. Le diverse età non erano logicamente correlate fra loro; ce n’era una per lavorare e in tal caso andavano bene anche donne e bambini/e di 8-10 anni, perfino 4-5 nel caso delle setaiole, durante la fase postunitaria del decollo economico, età che per la contemporaneità sono identificate con l’infanzia; nel caso dei diritti di cittadinanza, c’era un’età per votare, ventuno o venticinque per i maschi, nessuna per le donne, eterne minorenni, escluse come genere dal diritto di voto attivo e passivo.

La Costituente non ereditava granché dal governo liberale prefascista sulla tutela dei minori; la legge n. 1733 nel 1873, sul divieto dell’impiego di fanciulli in professioni girovaghe, che oggi collegheremmo anche allo sfruttamento sessuale. Nelle professioni girovaghe erano compresi saltimbanchi, ciurmatori, ciarlatani, suonatori, cantanti ambulanti, saltatori di corda, indovini, spiegatori di sogni, espositori di animali, questuanti e simili; per chi disobbediva, era previsto il carcere da uno a tre mesi e una multa da 50 a 250 lire, con la rimozione della tutela e della patria potestà. Nel 1886, quando l’Italia è in pieno decollo economico, la legge n. 3657 sul lavoro dei fanciulli, bontà loro, vietava di ammettere al lavoro negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere, fanciulli sotto i 9 anni e nei lavori sotterranei quelli inferiori ai 10 anni. Nei lavori insalubri l’età non doveva essere inferiore ai 15. La svolta sarà nel 1902 con la prima legge chiamata appunto sul lavoro delle donne e dei fanciulli, d’iniziativa socialista, detta legge Carcano dal ministro proponente, notevolmente rimodulata rispetto all’impianto originario. Il limite di età per i fanciulli si spostava a 12 anni, e 13 per le cave, miniere e gallerie. Dovevano essere forniti di un libretto e certificato medico, con le vaccinazioni e la frequenza del corso elementare inferiore dei primi due anni; paradossalmente anche le prostitute dai 18 anni in poi erano provviste di libretto, chiamato proprio libretto di lavoro. Quello sotterraneo era vietato ai ragazzi minori di 15 anni e alle donne minorenni. Dopo i 10 anni potevano lavorare 8 ore, ma non più di 11 ore i fanciulli di ambo i sessi, e non più di 12 ore le donne di qualsiasi età, con riposi intermedi e un giorno intero di riposo a settimana. L’ammenda era di 50 lire per ogni persona impiegata in modo scorretto, ma senza mai poter superare la somma di 5.000 lire.

Del 1907 è la legge sulle risaie e dello stesso anno il Testo unico di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli. Restavano fuori le categorie del lavoro a domicilio, senza orario alcuno e senza alcuna protezione sindacale, e agricolo. Del fascismo, che si appropriava della lunga esperienza delle associazioni femminili per la tutela della maternità si ricorda l’Onmi; nessuna legge veniva però proposta per il divieto di ricerca della paternità, che bollava gli illegittimi e rendeva difficoltosa la ricerca di un lavoro. Sarà il Parlamento repubblicano appunto che nel 1955 abolisce l’inserimento delle generalità in atti e documenti, cioè l’omissione della paternità e maternità dai documenti anagrafici, grazie all’impegno delle parlamentari.

La Costituzione nel suo farsi impattava quindi età anagrafiche e atteggiamenti mentali difficili da smantellare; fondamentale siDonnealvoto 370 min rivelava il riconoscimento dei diritti della donna lavoratrice non solo madre e la sua tutela, che automaticamente comportava quella dei figli minori. Della cosiddetta Commissione dei 75, che provvedeva alla redazione del testo della Carta da sottoporre poi all’esame dell’intera Assemblea, divisa in Sottocommissioni, fecero parte Nilde Iotti, e Teresa Noce comuniste, Maria Federici e Angela Gotelli, democristiane e Lina Merlin socialista. Nella Terza Sottocommissione, presieduta da Meuccio Ruini, Partito della Democrazia del Lavoro, le onorevoli Maria Federici e Lina Merlin intervennero sul diritto al lavoro, e anche sul salario base, distinto dal salario che variava in relazione al carico familiare, all’aumento del costo della vita e così via. Teresa Noce nel rilevare la funzione sì naturale, ma anche sociale della maternità, era del parere che questo nuovo concetto democratico e civile andava affermato nella Costituzione; quindi proponeva, oltre al periodo di riposo prima e dopo il parto a salario completo, un assegno di gravidanza per tutte le altre mamme lavoratrici, l’assistenza medica per tutte, asili nido, dopo scuola, colonie-vacanze.

Lo spirito delle Costituenti lo si ritrova nei primi anni della Repubblica con la legge del 1950, n.860, Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, nel 1951 con la conservazione del posto di lavoro alle lavoratrici madri, con la legge 1963, n. 7, Divieto di licenziamento delle lavoratrici a causa di matrimonio, con la legge del 1967 n.977, Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti in cui possiamo vedere uno spostamento anagrafico; per fanciulli s’intendono i minori di 15 anni e per adolescenti, notazione sconosciuta prima, quelli compresi tra i 15 e i 18 anni. L’età minima è 15 anni e purtroppo anche la specifica dei pesi che i due sessi possono sostenere e trasportare che dà un’idea materiale delle loro fatiche. Infine la legge del 1971, n, 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri. E’ solo del 1991 la legge sui primi interventi in favore dei minori, soggetti a rischio coinvolgimento in attività criminose. Per i minori, in questo caso, l’attività criminosa è un lavoro, così come la prostituzione; un dibattito attuale in Europa è infatti quello del riconoscimento delle prostitute come lavoratrici indipendenti, sex workers; solo nel 2011, con la legge n. 112, abbiamo l’Istituzione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

A mio parere l’onda lunga delle Costituenti, arriva fino al neo femminismo degli anni Settanta, intreccio visibile anche nella IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino, 1995; i diritti delle bambine sono distinti da quelli dei bambini, soprattutto per la tutela dei diritti riproduttivi e si denuncia la violenza delle spose bambine, il cosiddetto child mariage.

 

 

 

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Barbarie femminicida e razzista fra le Dolomiti

Basta femminicidi

 Agitu recuperava terreni demaniali espropriati e produceva formaggi e cosmetici

di Nadeia de Gasperis
AgituGudeta 370 minAgitu Gudeta avrebbe compiuto 43 anni il prossimo capodanno. Era arrivata in Italia, a Trento nel 2010, dove aveva studiato sociologia presso l’Università di Trento, in fuga dall’Etiopia. Il suo impegno contro il landgrabbing*, nella regione centromeridionale dell’Oromia, l’esproprio coatto dei terreni di piccoli proprietari terrieri a vantaggio delle multinazionali le avevano reso la vita difficile, impossibile, come per molti dissidenti, repressi con la forze dalle milizie etiopi.

A Trento, in un paesino tra le dolomiti, aveva intrapreso una attività che coronava il suo sogno, di imprenditrice e ambientalista, recuperare terreni demaniali espropriati e produrre formaggi e cosmetici, come sua nonna le aveva insegnato, da una razza in via di estinzione di capre autoctone. A ognuna di loro, “capre felici”, aveva dato il nome di una sua cara amica.

Questa meravigliosa realtà, che è cresciuta ogni giorno di più tanto da catalizzare la stampa, soprattutto quella ambientalista e finanziaria di tutto il mondo, e da conferirle prestigiosi premi, tra i quali il “cheese resistenza” di Slow Food non le ha comunque risparmiato l’odio razziale da parte di alcuni cittadini del Paese delle Dolomiti. Non c’è da meravigliarsi, come non c’è da meravigliarsi che la pena non sia stata punita per stalking razziale, perché questo reato è stato depenalizzato nel nostro Paese. Non c’è da meravigliarsi eppure io sono meravigliata e addolorata dalla sua morte come non mai, perché questa donna non era semplicemente come molti hanno scritto “esempio di integrazione”, era un esempio di professionalità, di coraggio, di resistenza, di spirito imprenditoriale.

Ha fatto del suo mestiere l’esempio di recupero consapevole ed ecosostenibile del territorio, quella che dovrebbe essere la principale vocazione del nostro Paese, soprattutto dopo quanto una pandemia mondiale ci ha insegnato.

Ieri Agitu, la pastora, è stata brutalmente uccisa a martellate e poi violentata mentre era morente. È stata uccisa da uno dei suoi dipendenti, connazionale, si dice per ragioni economiche, come se fosse un argomento che giustifichi un omicidio. È “solo” l’ennesimo femminicidio, perché l’odio verso le donne non ha colore. Ora resta un grande vuoto, avremmo avuto ancora molto da imparare da questa splendida donna che tante volte ho portato a esempio di determinazione e noi non possiamo che mutuare dal suo esempio e dal suo luminoso sorriso e rimboccarci le maniche, soprattutto quando tutto questo sarà finito, si spera, anche l’odio che ci portiamo dentro.

*landgrabbing: accaparramento di terre

 

 

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Per un'economia a misura di tutte le donne e di tutti gli uomini

Lavoro e Lavoratori

Il lavoro partecipato nella economia sociale europea

di Donato Galeone*
acciaio 370 minIl Presidente del Consiglio dei Ministri e il nostro Governo - come preannunciato - ci hanno dettato, il 3 dicembre 2020, la sesta disposizione sugli spostamenti per Natale e Capodanno prossimi indicandoci il “come” muoverci dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021. La mancata osservanza delle disposizioni già previste dall'articolo 4 del decreto legge n. 19/2020 viene sanzionata da 400 a 3.000 euro, mediante un esteso controllo sul territorio nazionale.

Abbiamo conosciuto nei mesi scorsi le disposizioni governative sulla “cura Italia”; sulla “liquidità”; su il "rilancio”; il quarto decreto di “agosto” e quello sui "ristori” che hanno avuto effetti sia sulle popolazioni (per il 70%) del centro nord che (per il 30%) nel sud. Tutti interventi urgenti e necessari verso la previsione (stime Svimez novembre 2020) della ripresa del PIL (prodotto interno lordo) che dovrebbe raggiungere nel centro nord il 4,5% nel 2021 e il 5,3% nel 2022 mentre nel sud raggiungerebbe l'1,2% nel 2021 e l'1,4% nel 2022. La previsione ridotta al sud è dovuta a ragioni non di natura congiunturali ma strutturali lasciati, persistenti, dalla crisi 2008-2014.

In questo sintetico scenario emergenziale - orribile nell'anno 2020 - tra disposizioni e interventi e con incerte stime previsionali di ripresa delle attività produttive - appare ragionevole domandarci subito su “come iniziare a ripensare” il fronteggiare, oltre i ristori e i sostegni di sopravvivenza delle persone, il prossimo nuovo scenario e, cioè, quello alla scadenza delle proroghe degli ammortizzatori sociale per Covid e lo sblocco dei licenziamenti, tra circa tre mesi e dopo il 31 marzo 2021.

Il Sindacato e la CISL – a 70 anni della sua costituzione – con la CGIL e la UIL non potranno non “ripensare il lavoro che cambia da contrattare e partecipare” proponendo una “progettazione aggiornata o piano complessivo” da promuovere nel contesto di una nuova e diversificata economia che possa riassumere nei territori tanto una diffusa efficacia sociale quanto un rafforzamento sia della rappresentanza coesa e unita nell'azione sindacale partecipativa da condividere nei luoghi di lavoro considerando, peraltro, le nuove modalità di organizzazione aziendale sul “come produrre e cosa produrre in beni e servizi”nel ventunesimo secolo e, ancor più, per rispondere e rilevare - con la crisi sanitaria - che la mancanza di lavoro emargina le persone e conduce, pur gradualmente, verso l'esclusione e alla cancellazione di ogni forma di partecipazione fino a renderle “socialmente invisibili”.

Papa Francesco direbbe e ripeterebbe che “quella umanità invisibile è lo scarto nell'ambito di una economia di mercato e non di una economia sociale”. Evitiamo, coscienti e contestualmente, una diffusione pandemica sociale superando – sperando a breve - la pandemia sanitaria.

Dovremmo impegnarci, subito, a pensare che è possibile “ricostruire una economia sociale globale” rafforzando le nostre comunità territoriali locali, costruendo dialoghi non monologhi politici e sindacali; alimentando la partecipazione e l'agire democratico sia nella condivisione che nella informazione continua, considerando che già da oggi “dobbiamo fronteggiare una grande epoca di cambiamenti e rinnovamenti”. Saremo tutti obbligati tra le incertezze a rinnovarci e cambiare - ci piaccia o no - per le conseguenze economiche sociali che ci attendono tanto nella dimensione europea quanto nazionale, regionale e locale.

Dal 2021, straordinariamente, saremo favoriti per il prossimo decennio da un intervento solidale della Unione Europea per rispondere alle conseguenze socioeconomiche e sanitarie del Covid-19 mediante un mirato“sostegno alla occupazione” - con il SURE - che come sappiamo è un fondo europeo di natura temporaneo per contrastare la disoccupazione e sostenere i costi della cassa integrazione a sostegno dei mancati redditi. Sostegno che resterà operativo fino al 31.12.2022 ma potrà essere esteso di sei mesi in sei mesi per un massimo di due volte anche per ricostruire politiche attive del lavoro. E' un “prestito ad interesse agevolato pari a 27,4 miliardi di euro”.

Altro congiunto intervento massiccio di risorse europee è quello del “Fondo Totale di 750 miliardi di euro di cui 390 a fondo perduto e 360 nella forma di prestiti” con sconti Paese per Paese sulla base dei rispettivi PIL (prodotto interno lordo). I soldi saranno recuperati attraverso l'emissione di debito garantito dalla Unione Europea e li avremo a partire dal primo trimestre 2021.
Sappiamo da qualche mese che dal Fondo Totale dei 750 miliardi, definito Next Generation Eu ma più conosciuto come Recovery Fund, “sono stati assegnati all'Italia 209 miliardi di cui 82 a fondo perduto e 127 in forma di prestiti” ma con ritardo è stato inviata, datata 6 dicembre 2020, una “Bozza del PNRR” al Consiglio dei Ministri dal Presidente Giuseppe Conte per solo uso interno e riservata, ai destinatari Ministri, per esaminare e discutere in sede collegiale di Governo.

Con quella comunicazione riservata in “Bozza di Piano per CDM” assemblata in 125 pagine, resa pubblica il giorno dopo l'invio ai Ministri, il Presidente Conte ripete e sottolinea - nella premessa al suo “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” sottotitolato “Next Generation per l'Italia” - che “l' Europa dopo la Cina e con l'Italia è stata la prima ad essere colpita, - oltre le due crisi finanziarie - dalla emergenza sanitaria, ancora in corso, che ha provocato nel mondo più di un milione di morti ed ha avuto pesanti conseguenze sulla occupazione, sul tessuto produttivo, sulla coesione economica e sociale di quasi tutti i Paesi. Il 2020 - sottolinea Conte - sarà ricordato come uno dei peggiori anni della storia recente per l'economia mondiale e per quella europea in particolare”.

Ecco che, coerentemente, dovrebbe riavviarsi anche la ripresa del confronto CGIL-CISL-UIL e parti sociali, propriamente, per “le conseguenze sulla occupazione e la produzione di beni e servizi mirati alla coesione economica e sociale”.

Conosciuta, quindi, pur con ritardo la “Bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” fatta propria dal Presidente del Consiglio e inviata ai Ministri, per definirla e approvarla in Parlamento - nei contenuti innovativi proposti dall'Italia per accedere ai fondi europei - appare urgente accelerare un conclusivo confronto con il Governo nazionale e regionale “sui temi del lavoro, della crescita economica e della riduzione delle disuguaglianze sociali e per una migliore e più equa destinazione delle risorse assegnate dall'Unione Europea con il Recovery Fund” (dal comunicato unitario CGIL,CISL,UIL del 22 luglio 2020).

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

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