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Le Vedove Allegre! … 17 anni dopo

 L'ARTE TROVATA PER CASO. Rubrica

 01 vedove allegre 550 min

di Serena Galella
Oggi, nel lontano 2004 a Crema, debuttava la costola femminile della Banda degli Artisti di Strada italiani al Festival “La Donna è Mobile”. Per l’occasione di un festival tutto al femminile, l’organizzatore e promotore Gigi Russo chiese a me e Angelika Georg di collaborare nella direzione artistica dell’iniziativa e di proporre a tutta la banda di donne di creare uno spettacolo per l’apertura del festival.
Non ci siamo fatte scappare l’occasione.

Nasce la mitica banda Le Vedove Allegre s.r.l., che per oltre sei anni ha continuato ad esibirsi in rassegne nazionali e non solo.
La Spagna, dove la morte non è un tabù, ci ha ospitate in più occasioni, tra cui il Festival Internazionale Fira de Tarrega dove ci hanno viste arrivare con i nostri bizzarri abiti neri, lumini, carro funebre, corona di fiori e scenografie mobili per le figure acrobatiche.

Di quel debutto, diciassette anni or sono, ho voluto festeggiare non solo il ricordo, rintracciandole e proponendo loro un piccolo02 spagna tutte 360 min revival.
Al mio invito hanno risposto quasi tutte, un successone!

Dopo undici anni dall’ultimo spettacolo ad Arezzo, una volta parcheggiato il carretto, divisi gli strumenti e gli oggetti di scena, ci siamo salutate. Di sicuro non avremmo mai immaginato di ritrovarci dopo tanto tempo e in un momento così drammatico, a raccontarci in video conferenza.
L’allegrezza, scelta sposata da subito dalla compagnia e le battutine sui nostri capelli bianchi, sugli occhiali ormai sul viso di ognuna, hanno lasciato il posto al racconto di questi anni, di come si sia trasformato il nostro percorso nel tempo.
La forte emozione e l’intimità immediatamente ristabilita, ci ha permesso di aprirci e raccontarci come se ci fossimo salutate la sera prima.
Aver vissuto questa lunga avventura insieme, aver fatto, creato, lottato, voluto, perseguito un sogno, ci fa stare una di fronte all’altra, senza filtri, ancora oggi.

Lo spettacolo di questa assurda compagnia, che coinvolgeva tredici attrici/musiciste provenienti da tutta Italia, in tempi in cui ci si esibiva al massimo in trio, è stato ed è un unicum nel panorama del teatro di strada italiano.
Il successo di uno spettacolo dissacrante, musicato in ogni scena, che ironizzava su una delle paure assolute come la morte era uno choc per il pubblico e non solo. Non tutti gli organizzatori italiani sono stati all’altezza di reagire e cogliere l’opportunità. In quegli stessi anni i festival erano proiettati verso le compagnie straniere, senza accorgersi della qualità del prodotto “nostrano”.
Anche perché lo choc lo creavamo già arrivando, con famiglie al seguito, il giorno prima dell’esibizione per montare e provare lo spettacolo itinerante nelle vie della città.

Le donne di questo anomalo gruppo, in quel periodo, hanno dato alla luce nove meravigliosi bimbi che portavano con loro,03 2005 03 08 Vedove MART 370 min allattandoli dietro le quinte. C’è stata anche chi ha fatto la tripletta!
Nei sei anni di attività non abbiamo mai fatto uno show uguale all'altro.
Le Vedove hanno creato una rete di collaborazioni con altre artiste che di volta in volta, anche a seconda dello strumento mancante o del personaggio, sostituivano le mamme incinte o impossibilitate a partecipare perché impegnate con la propria compagnia.
Sì, perché ognuna di noi portava avanti il proprio lavoro con il proprio gruppo o in solo, impossibile pensare di guadagnare con uno spettacolo così impegnativo, con tante artiste, una tecnica e fonica e con spese di viaggio da recuperare.

Coraggiose? No. Eroiche.
Non ci sono stati altri spettacoli come il corteo funebre delle Vedove Allegre e dopo tanti anni, chi di noi ha avuto l’opportunità di lavorare all’estero, ci ha raccontato dell’unicità di questo lavoro, che resta nella memoria dei tanti che lo hanno apprezzato.
Indimenticabile la serata a San Giovanni in Persiceto, dove abbiamo chiuso il festival, dando la possibilità anche agli artisti di vedere lo show. Divertiti e orgogliosi ci hanno seguite fino all’ultima sosta, assieme ai mariti delle vedove che hanno sempre supportato questo ensamble … abbandonandosi a gesti apotropaici.

Le Vedove son tornate!
Non abbiate paura, a noi non piacciono gli slogan vuoti, le false sorellanze e le appartenenze di facciata. Siamo abituate a sporcarci le mani e metterci la faccia ed è ancora così, in tutto quello che facciamo. Oggi, oltre ad essere artiste siamo insegnanti, organizzatrici di festival, partecipiamo ai bandi del FUS (almeno ci proviamo), siamo in cassa integrazione, continuiamo a far partorire altre donne e a crescere figli come liberi cittadini di un mondo senza frontiere. Con mamme così, non hanno scampo.

Qualcuna non ama la tecnologia, qualcun’altra era impegnata ad occupare i teatri perché in prima linea nella battaglia dei lavoratori dello spettacolo.
C’è stata anche chi non ha potuto rispondere al mio appello per ritrovarci, perché se n’è andata e non lo sapevamo.
Il cancro ci ha già portato via due musiciste ma, senza retorica, sono sicura che si saranno fatte due grasse risate rivedendoci insieme. Quando hai condiviso così tanto, anche un solo spettacolo insieme, resti sempre parte della Premiata Ditta Le Vedove Allegre.

04 vedove online 390 minAngelika Georg mi ha scritto: “Quello che abbiamo vissuto con le vedove era materiale da film (tragicomico, drammatico, frivolo, reale, complicato, pieno di vita vera) in confronto lo spettacolo era piccola cosa, anche se era grandioso. Magari un giorno qualcuno va a cercare tra la documentazione di archivio e ci prova a realizzarlo”.
Avrei voluto raccontarle una ad una, ma sono tante e hanno molto da dire!
Prima o poi le intervisto, così come ho fatto con Rita Pelusio tempo fa.
Per il diciassettesimo anniversario del debutto abbiamo deciso di omaggiarvi con un video, in cui lanciamo il nostro ritorno e con un pezzo di repertorio.

Donne vere, genuine, toste quanto basta e artiste anche nel vivere.
Buona visione!

 

Video

Nuovo video delle Vedove Allegre: https://youtu.be/YFQzMXg-evA

Link debutto: https://youtu.be/EMYPJv_u3Sg

Le Vedove Allegre - Show reel: https://youtu.be/8f8Ky1xvPMs

 

 

Serena Galella scrive anche per CiesseMagazine del quale cura la rubrica dell'arte

 

 

 

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“Benvenuto Amazon” a Colleferro: crisi dopo pochi mesi

LAVORO E LAVORATORI 

 I carichi di lavoro sono molto sostenuti,  ... lavoro non certo

Ina Camilli*
ScioperoAmazon minIl 22 marzo 2021 con la primavera è arrivato in Italia anche il primo sciopero di Amazon, della filiera del trasporto e dell’indotto della logistica, con la richiesta ai clienti di astenersi dall’inviare ordini online per 24 ore. I sindacati denunciano le condizioni di lavoro e reclamano miglioramenti, a fronte di stratosferici profitti del colosso dell’e-commerce per l’incremento vertiginoso delle vendite con la pandemia.

Amazon si autorappresenta attraverso la retorica green e della sicurezza sul lavoro, smentita dalle molteplici testimonianze di lavoratrici/ri. Le attività interne agli stabilimenti sono infatti organizzate con il fine di evitare qualsiasi possibile perdita di tempo e ordinate in base a un preciso controllo algoritmico.

I carichi di lavoro sono molto sostenuti, i tempi contingentati, le pause cronometrate, i livelli di performatività altissimi e l’autonomia delle mansioni è praticamente inesistente.

I lavoratori, anche quelli dell’hub di Colleferro, chiedono chiarezza sull’organizzazione dei turni di un polo di distribuzione che non dorme mai, e sulla ripetitività delle mansioni: svolte per troppo tempo in modo meccanico espone al rischio di sviluppare disturbi muscolo-scheletrici e forme di stress lavoro correlato.

La comunicazione interna all’azienda è finalizzata alla costruzione dell’identità del dipendente Amazon e alla sua fidelizzazione alle norme/dettami aziendali, comunicazione gestita secondo precisi modelli scientifici mutuati dalla psicologia del lavoro, che risponde al fine di limitare il più possibile la nascita di qualsiasi tipo di dissenso interno.

Allo sciopero hanno partecipato anche lavoratori ed ex dipendenti del centro Amazon di Colleferro, provenienti da varie località della valle del Sacco. La stragrande maggioranza di loro, dopo l’entusiastica assunzione con un contratto di somministrazione a tempo determinato, è rimasta senza lavoro e senza prospettive.

Ad una politica aziendale che spreme risorse umane e territoriali non può opporsi l’argomento che il lavoratore che accetta il contratto MOG (monte ore garantito) sa fin dal momento della firma che potrebbe non essere rinnovato/prorogato, posto che per tutto il tempo in cui presta servizio nessuno parla di flessibilità, ma di conferme meritocratiche.

Il punto problematico sono anche le complesse modalità di chiamata e la brutalità dell’interruzione del rapporto di lavoro. Sono chiari i motivi per i quali Adecco, agenzia per il lavoro “al servizio delle aziende”, non dei prestatori di opera, dopo aver selezionato e scelto un soggetto per quella mansione, che viene formato da Amazon, non gli rinnova il contratto e assume un nuovo lavoratore. Lo scopo di tale “ricambio” sta nel logorare e frammentare il tessuto sociale, indebolire la forza collettiva dei lavoratori.

A Colleferro i tanti lavoratori, che non sono stati riconfermati, ritengono di essere stati “ingannati” da Amazon-Adecco, ma sono anche convinti di essere stati “scaricati” dall’Amministrazione comunale che non ha preso posizione nei loro confronti. L’opposizione consigliare (la maggioranza è indifferente?) il 24 marzo scorso, due giorni dopo lo sciopero, ha interrogato il Sindaco sui mancati rinnovi e/o proroga dei contratti.

Il Sindaco di Colleferro (come pure gli altri del comprensorio) non ha spontaneamente ritenuto opportuno richiedere la convocazione del Consiglio e incontrare sindacati e lavoratori, ma è ancora meno comprensibile l’aver affidato all’Assessore la lettura formale e burocratica della sua risposta all’interrogazione. Non è tardi, se ci fosse la volontà politica, per portare il conflitto sociale Amazon-Adecco-precari-ex lavoratori sul tavolo del Prefetto e dell’azienda.

Non risponderebbe al vero che nell’hub di Colleferro – operativo dall’ottobre 2020 - non si effettui il confezionamento dei pezzi e non sembra realistica l’affermazione secondo cui il Comune non avrebbe definito con Amazon, prima del suo insediamento, un accordo a tutela dell’occupazione per il territorio.

Ecco la testimonianza di un ex lavoratore: “Confermo le problematiche descritte, vorrei solo aggiungere che il sistema di sfruttamento del precariato attuato da Amazon è reso possibile anche grazie alle maglie larghe delle leggi italiane che in teoria avrebbero dovuto contrastare il precariato, ma vengono invece abusate per giustificare una precarizzazione ancora più indecente. Tutti noi, lavoratori e cittadini, dobbiamo chiedere al legislatore di risolvere il problema, prima che la società regredisca a quella dell’800, con tutti i mali insiti nella prima rivoluzione industriale e la distruzione reale dei diritti fittizi dei lavoratori, considerati semplice manodopera da usare e gettare, a vantaggio del solo profitto dell’azienda.”

Sotto il profilo della sostenibilità ambientale, ricordiamo il “Benvenuto ad Amazon” dell’Amministrazione colleferrina, che ha presentato l’azienda, al riparo di paradisi fiscali, come soggetto economico capace di un progetto sostenibile di sviluppo economico e occupazionale per il territorio (valle del Sacco). In realtà era ben consapevole della riproduzione di modelli di precarizzazione e di estrattivismo, con un impatto senza precedenti per consumo di suolo, colate di cemento, peggioramento della qualità dell'aria per il trasporto su gomma e annichilimento della prospettiva dell'imprenditoria agricola. A cento metri dal Polo logistico inizia la via del vino cesanese, al centro di un grande investimento di valorizzazione viticola, in aperta contrapposizione con il numero delle bocche di carico delle merci.

Il conflitto dell'Amministrazione Sanna risiede in una politica di facciata e, mentre si professava ambientalista, contestualmente autorizzava lo sbancamento di un intero colle. Con il tempo vedremo i danni idrogeologici della zona, che ha subìto un forte inquinamento luminoso per ogni specie vivente. Mentre arrivavano le ruspe la Giunta propomeva al Consiglio comunale l'approvazione di una delibera di bandiera sulla rigenerazione urbana, riduzione del consumo di suolo e recupero ex aree industriali.

Sono i Comuni di Colleferro e Paliano a dare il colpo fatale al morente monumento regionale La Selva, quasi 500 ettari di terreno di parco naturale.

Per ampliare il Polo logistico l’Amministrazione colleferrina ha pure promosso un avviso pubblico per trasformare la zona agricola adiacente a quella industriale, peraltro fallito miseramente, mentre il costo della nuova viabilità con due/tre rotonde sulla Palianese - due milioni di € - è stato messo a carico della collettività.

Tutta l’operazione Amazon-Leroy Merlin si è retta sulla mancanza di trasparenza delle informazioni, di coinvolgimento e di partecipazione della comunità, di confronti pubblici e dibattiti in Consiglio comunale e nelle piazze. E’ un giornale locale a diffondere le prime informazioni su Amazon, a cui segue un tardivo post del Sindaco Sanna, che conferma il “miracolo” di Seattle.

Agli studenti del professionale IPIA, ubicato a pochi metri dall'ingresso del Polo logistico, il Sindaco ha presentato Eric Véron, fondatore di Vailog, società di sviluppo immobiliare industriale, a cui il Comune ha rilasciato il permesso a costruire il magazzino Amazon di Colleferro, sponsorizzando di fatto quel modello e quel sistema di insediamento/sfruttamento territoriale.

Dove sono il rilancio e lo slancio promesso, la nuova occupazione e la crescita? E’ ancora possibile sostenere che Amazon è ambientalmente compatibile con il nostro territorio e che ci consentirà “di mantenere nel tempo la nostra identità di comunità operaia e operosa”?


*Ina Camilli
Rappresentante Comitato residenti Colleferro
Contrada Fontana degli Angeli, 00034 Colleferro – Roma
cell. 3357663418

 

 

 

 

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Divorzio, 50 anni dopo: cosa è cambiato

Dopo 50 anni

Un prezioso diritto conquistato nel 1970 e difeso vittoriosamente nel 1974

di Rossana Germani
Vogliamoildivorzio 350 minEra il primo dicembre del 1970 quando l’ordinamento giuridico italiano introduce la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. La legge n.898 fu una grande conquista. Fu una conquista, mi permetto di dire, soprattutto per quelle donne che spesso, una volta sposate, si trovavano incatenate ad un uomo a volte violento, a volte padrone e impositore. Nel 1974 tentarono di abrogarla col referendum ma fortunatamente vinse il NO. Sono passati 50 anni da quella legge e mi sento di dire un profondo grazie a quelle donne e a quegli uomini che si batterono per donare a tutti un diritto in più.
La storia di Anna è frutto della mia fantasia ma credo che ce ne siano di reali molto simili.
Tratto dal libro “Storie in Centrifuga” di Lorenzo Rossomandi e Rossana Germani. Temperatura edizioni.

Tutti i giorni la stessa routine. Si alzava all'alba, cominciava a riassettare la casa mentre tutti ancora dormivano e intanto teneva d'occhio l'orologio. Doveva svegliarlo alle sette in punto, altrimenti avrebbe passato la giornata a piangere per quei lividi che l'ira del marito le avrebbe di certo procurato. Anna non stava mai con le mani in mano ma era soltanto una casalinga, una madre e una moglie. E questo dava a suo marito l'autorizzazione a trattarla come uno straccio vecchio. Stava tutto il giorno in casa, in quella grande casa. Troppo grande per quattro persone. Troppo silenziosa quando i figli andavano a scuola. Troppo rumorosa quando restava da sola con lui. Era uno di quei mariti che dicono di amare la propria moglie scambiando il sesso per amore. Di quei mariti che invece di essere compagni di vita sono padroni di vita. Padroni e direttori della vita della propria moglie. Di quei mariti che pretendono a suon di botte, o violenze verbali, che tutto vada secondo il loro modo di vedere. Maschilisti per natura. Egoisti e crudeli. Anna stava cominciando ad abituarsi a quelle violenze. Cominciava ad accettarle. Si colpevolizzava. Pensava che, in fondo, aveva ragione lui. Era lui quello che portava i soldi a casa. Era grazie a lui che i suoi figli potevano permettersi di fare una vita agiata.

Lei veniva da un'umile famiglia di contadini e allevatori. Non le era mai mancato nulla ma non era mai uscita fuori dalla sua provincia. Caserta, in fondo, aveva tutto ed era sempre piena di turisti. Quella reggia, poi, aveva dato lavoro ai suoi tre fratelli mentre lei, ispirata proprio dal Vanvitelli, voleva studiare per diventare un bravo architetto. Ma quel giorno, proprio in quel giardino inglese della reggia, quell'incontro con il bel napoletano cambiò le sorti della sua vita. Si sposò quasi subito e dopo sei mesi abbandonò l'università e quindi il suo sogno. Non fu una sua decisione, se ne rendeva conto, ma era innamorata. O credeva di esserlo.

La sua vita cambiò drasticamente. Andò a vivere in quell'enorme casa a Napoli. Catapultata in un nuovo ambiente e senza la sua calorosa famiglia, Anna si sentiva sola. Non si sentiva abbastanza amata. Non era così che l'aveva immaginata la vita di coppia. I primi tempi forse suo marito l'aveva anche un po' coccolata, ma ben presto la magia finì e lei si ritrovò accanto un uomo diverso, freddo, cinico e anche violento. Soprattutto dopo l'arrivo dei figli, lui alzava spesso la voce, offendeva, ordinava e pretendeva. E poi, cominciarono le violenze fisiche: prima lievi ma poi, via via sempre più pesanti tanto che spesso doveva recarsi al pronto soccorso accompagnata dal marito stesso che la minacciava costringendola a fare le solite dichiarazioni da casalinga sbadata: “sono caduta per le scale, sono scivolata in cortile, sono inciampata sul tappeto, sono scivolata in bagno, ecc…”.

Non c'era più complicità o forse non c'era mai stata. Forse lei, troppo ingenua, troppo giovane e innamorata di un uomo più grande, quella complicità l'aveva solo immaginata nella sua testa.
Ora si sentiva umiliata da quell'uomo.
Si sentiva sola. Stava vivendo una vita che non le piaceva.
Usciva solo per fare la spesa. Andava al negozietto del quartiere, a piedi. Già, a piedi. Il marito non le aveva permesso nemmeno di prendere la patente di guida. Non le serviva, diceva. Quando dovevano fare acquisti eccezionali l’accompagnava sempre lui. Aveva il controllo su di lei. Nell'ultimo anno anche le uscite domenicali per andare a trovare la famiglia a Caserta si stavano sempre più diradando. Lei ne soffriva molto e anche i suoi figli, che a casa dei nonni ritrovavano quella serenità che la vita in campagna, tra i cavalli, i cani, i gatti e le galline nell'aia, offriva.

Sembrava essersi rassegnata a quella vita, finché un giorno arrivò quella lettera. Non ci sperava più ormai. Erano mesi che aveva fatto la domanda e alla fine, dopo tutto quel tempo, ci aveva perso la speranza. E invece... invece arrivò la risposta positiva. L'aspettavano per un colloquio in quella grande fabbrica di elettrodomestici. Alla Ignis aspettavano proprio lei, Anna, quella madre amorevole, moglie maltrattata e umiliata ma donna capace di lavorare. Donna con braccia, gambe e un cervello perfettamente funzionanti. Quella lettera la risvegliò da quel limbo in cui era finita, in cui si era lasciata cadere. Quel lavoro l'avrebbe riscattata, l'avrebbe fatta rialzare, l'avrebbe resa indipendente economicamente ma soprattutto indipendente da quel marito che ogni giorno che passava la umiliava sempre di più.

Così, quella mattina del giorno stabilito, Anna si presentò puntuale all'appuntamento e la sua voglia di lavorare bastò al responsabile del personale per assumerla quel giorno stesso senza dover passare tutto l'iter. Era felice, avrebbe cominciato a vivere, finalmente.
Le cose cominciavano ad andare per il verso giusto, anche il marito cominciava ad avere un atteggiamento diverso nei suoi confronti, ma Anna non dimenticava tutti i lividi. Forse ora non erano più visibili ma rimanevano impressi nella sua mente e nella sua anima.
Non poteva dimenticare tutte le offese, le brutte parole e le umiliazioni.
Non poteva dimenticare tutte quelle volte che l'aveva posseduta contro il suo volere.

Erano passati cinque anni dalla legge 898, quella sul divorzio, e appena uno da quel referendum che quelliNO NO al Referendum min come suo marito avevano cercato di utilizzare per abrogarla. Lei aveva votato per il NO contrariamente a quello che il marito le aveva detto di fare, e ne andava fiera.

Ora aveva la possibilità di liberarsi.

Sì, doveva proprio farlo, era giusto, ma ci voleva quella spinta, quel coraggio e quel distacco che a lei mancavano. Non aveva nemmeno un'amica con cui sfogarsi e alla quale chiedere consiglio. In fabbrica, sì, aveva legato con molte colleghe ma non al punto da poter confidare cose personali così pesanti.

Con Nico, però, era diverso. Lui era molto simile a lei, sempre disposto ad ascoltare e mai a criticare. Le parlava non solo come un amico ma anche come un fratello o un padre. Era sempre pronto a consolarla e a consigliarla. Le aveva detto che c'era un'associazione a tutela delle donne maltrattate che avrebbe potuto aiutarla. Le aveva persino procurato il numero di telefono. Molte volte, quando si ritrovava da sola in casa, dopo l'ennesimo maltrattamento subito, Anna aveva preso la cornetta e composto quel numero ma quando la voce all'altro capo cominciava a fare domande, chiudeva la telefonata. Non si sentiva pronta per affrontare tutte le conseguenze che quella sua iniziativa avrebbe portato. Anche nell'ultimo colloquio avuto con la dottoressa del pronto soccorso, per un momento pensò di fare quel passo e dire la verità ma non ce la fece.

"Sono caduta dalle scale". Questa era una frase che aveva usato troppe volte, ora le toccava inventarne altre. Ma quando raccontò di aver battuto lo zigomo all'anta dell'armadio, la dottoressa la portò in un'altra stanza, lontano dal marito che l'aveva accompagnata. Poco dopo si trovò a rispondere al maresciallo dei carabinieri che nel frattempo era stato avvisato. Travolta da tutte quelle domande, alla fine, Anna crollò in un pianto liberatorio. Raccontò tutto. Tra le lacrime sue e della dottoressa che non riuscì a rimanere impassibile, si liberò di quel peso che si portava dentro da troppi anni. Scattò subito la denuncia e dopo qualche udienza in cui dovette rivivere tutte quelle brutte scene, Anna riuscì ad uscire da quell'incubo che la teneva incatenata ad una vita che non era la sua.

Con i suoi due figli andò a vivere in un piccolo appartamento vicino la fabbrica. Certo non era la bella casa in cui il marito le aveva, quasi per gentile concessione, permesso di vivere. Ma questa era frutto del suo lavoro, un lavoro dignitoso, di tutto rispetto: operaia addetta al controllo dei cestelli. Era un lavoro ripetitivo ma non troppo pesante e a fine mese le permetteva di poter pagare l'affitto e far fronte alle esigenze primarie dei suoi figli prima che delle sue.

Era rinata. Stava vivendo una nuova vita, era serena, attiva e felice. Aveva fatto anche una specie di concorso interno e lo aveva vinto. Era passata di grado, ora era responsabile del settore controllo meccanico: capo area. Il lavoro non era più noioso e ripetitivo. Era di responsabilità. Guadagnava di più e si sentiva gratificata.

E poi, aveva sempre in testa il suo Domenico. Era stato il suo primo e forse unico vero amore. E ora che era tornata libera e soprattutto che lo aveva ritrovato, Anna sognava di tornare ad amare e di essere amata.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

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Emergenza lavoro oggi e dopo il 31 marzo 2021

Lotte e Vertenze 

”la nuova comunità si ricostruisce attraverso la partecipazione”

di Donato Galeone 
Ricostruire un territorio depauperatoCon il “Sindacato protagonista tanto nei territori quanto per il Paese”, Ivano Alteri, concludeva uno dei suoi recenti articoli, dopo aver elaborato con me ed altri l' APPELLO rivolto nei giorni scorsi alle rappresentanze politiche e sindacali provinciali.
Nadia De Gasperis scrive e condivide che il “territorio e il suo ambiente va conosciuto come spazio di vita naturale e sociale, vissuta con la consapevolezza del quotidiano per essere parte di una comunità locale e globale” mentre Alessandro Mazzoli sottolinea che assume importanza “il pensare un vero e proprio sistema territoriale per esaltare l'esistente e immaginare nuove vie di sviluppo condiviso, recuperando un protagonismo dal basso che è una delle chiavi fondamentali per reagire e per cambiare”.
E da Cassino, l'Associazione Bene Comune, rappresentata da Luigi Di Marco Presidente e da Ernesto Cossuto Segretario, nel condividere i contenuti del documento APPELLO, conferma che il “territorio abbia bisogno di robusti piani di investimento pubblico volti a ristrutturare il mondo del lavoro e le infrastrutture tradizionali oltre a creare quelle tecnologicamente nuove nel rispetto della green economy, che deve essere l'obiettivo cui tendere per sviluppare una nuova stagione del rilancio e della crescita economica”.

In un recente confronto (13.11.2020) tra Landini, Segretario CGIL e il prete romano di strada in Trastevere Don Zuppi - eletto Vescovo e poi nominato Cardinale Arcivescovo di Bologna - ha affermato che “il Sindacato esiste perché le persone per vivere hanno bisogno di lavoro e decidono di mettersi insieme. Per poterlo fare devono fidarsi l'uno dell'altro e avere il diritto di poterlo fare”. Ha sottolineato, esemplificando, che “se non vuoi bene alle persone che rappresenti non puoi neanche fare il sindacalista”. Il Cardinale riferendosi a Papa Francesco e richiamandosi alla “fraternità e solidarietà” ha concluso con queste semplici parole: ”la nuova comunità si ricostruisce attraverso la partecipazione”.

Ecco, quindi, non solo il “Sindacato protagonista”, ma riconoscendo al Sindacato la sua natura innovativa e solidaristica, appare necessaria la “partecipazione” sulle condivise progettualità praticabili a breve, medio e lungo termine orientate verso i processi di cambiamento sia per “scegliere una prospettiva esistenziale di sviluppo umano” che sul come fronteggiare uno specifico momento epocale sociale e politico dalle dimensioni non solo nazionali.
Sappiamo che il Sindacato dei lavoratori, sempre, esalta e sottolinea la importanza delle interdipendenze e della responsabilità che ne derivano in ogni fase di cambiamento per combattere, innanzitutto, la disoccupazione in crescita, la immigrazione e migrazioni in percorsi di vita che non sono omogenei e che contengono problemi difficili e complessi.
Ecco, allora, le grandi sfide che richiedono una “cultura innovativa e creativa” nella proposta sociale, politica e sindacale per essere - insieme - protagonisti con il pensare e l'agire nella società in rapida trasformazione.

Il Sindacato “è uno tra e dei corpi intermedi di una società democratica” che, in momenti economici e sociali difficili, con le sue azioni propositive, ha gradualmente conquistato diritti civili, contribuendo sia nel dare vita alle forme più evolute di democrazia che nello sviluppo della economia, tanto nella promozione dei redditi individuali e collettivi quanto ad un minimo loro sostegno, in fasi transitorie, di mancato lavoro.

In fasi cicliche di crisi occupazionali e di ridotti redditi che persistono di lunga durata nel basso Lazio con l'esteso declino socioeconomico territoriale provinciale nei suoi 91 Comuni, che viene riconosciuto sia quale “area di crisi complessa” ( 37 Comuni nel frusinate tra Frosinone-Anagni e 9 Comuni in area romana) e sia quale “area di crisi non complessa” (54 Comuni di sistema locale lavoro tra Cassino e Sora). La Platea di Landini 350 min

Anche l'annunciata proposta di riconoscimento del sistema territoriale lavoro di Cassino e Comuni limitrofi quale “area di crisi complessa” - come già nel 2013 venne riconosciuto il territorio di Frosinone e Anagni - coinvolgerà la multinazionale FCA con il comparto auto e indotto metalmeccanico, arrancante da anni, tra lavoro ridotto (oltre 9.000 posti in meno) e lavoro incerto sostenuto da casse integrazioni che hanno prodotto uno stato sociale dimagrato e molto poca serenità tra le famiglie.
Cosi come è da rilevare che le realtà territoriali già definite “aree complesse o non complesse di crisi” sono, di fatto, strumenti normativi di difesa sociale mirati tanto verso il sostegno dei redditi ai lavoratori - spesso ritardati - quanto deboli nella previsionale promozione incentivante degli investimenti produttivi e, quindi, risultano quasi nulle verso la ripresa dell'economia locale e la ricollocazione dei lavoratori.

Dai primi mesi inizio 2020 con le casse integrazioni fino al blocco dei licenziamenti al 31 marzo 2021 - proposte e accolte dal Governo per emergenza Covid - non sono altro che la confermata continuità di difesa necessaria dovuta per la sopravvivenza di milioni di lavoratori e loro famiglie.
Se è assolutamente condivisione primaria combattere l'invisibile nemico coronavirus mondiale che colpisce la nostra salute e che “dobbiamo fare ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità per creare convergenze e collaborazioni” - richiamate ai Sindaci in Assemblea ANCI anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - appare altrettanto e contestualmente indilazionabile quanto immediato - oltre la manovra del Governo e l'approvazione in Parlamento del Bilancio dello Stato 2021 - che si debba parlare e discutere di un “progetto per il nostro Paese”.

Essenzialmente, sul come organizzare e utilizzare - per la crescita, lo sviluppo e il lavoro - le risorse europee, congiunte alla riforma degli ammortizzatori sociali e agli investimenti di sostegno sufficienti nelle strutture dei “servizi per l'impiego” e verso le politiche attive formative e qualificate per la collocazione di giovani e meno giovani nei posti di lavoro.
Ma quelle risorse europee annunciate che riceverà il nostro Paese, quale massiccio intervento economico e politico, richiederanno severità nell'utilizzo mediante accompagnamento dei singoli progetti mirati verso obiettivi specifici di “protezione e rilancio dell'economia italiana”. (Recovery Fund o Next Generation EU pari a 750 miliardi di euro di cui 390 miliardi a fondo perduto e 360 miliardi in prestiti con sconti agevolati da definire sulla base del PIL (prodotto interno lordo) del nostro Paese. I soldi prestati saranno recuperati attraverso l'emissione di debito garantito dalla Unione Europea e si prevede che arriveranno nel primo trimestre del 2021).

Ecco che, dal richiamato massiccio intervento economico e politico da quando si è costituita la Unione Europea, abbiamo ritenuto lanciare un APPELLO alle forze politiche sociali e sindacali territoriali di “prendere con urgenza ogni iniziativa utile per il coinvolgimento delle comunità territoriali in vista della imminenti trattative nazionali per l'allocazione delle risorse ottenute dall'Europa per fronteggiare le tragiche implicazioni della pandemia Covid 19”.

Mi permetto, oltre i miei sintetici richiami, di valutare attualissima quanto coincidente col nostro APPELLO di coerente aggregazione sociale e politica, anche e non ultimo, l'orientamento del Segretario Generale della Cisl, Enrico Capuano - pubblicato dalla stampa locale (14 ottobre 2020) nel sottolineare che: “resta il lavoro la vera emergenza e che i finanziamenti del Recovery Fund sono sicuramente una straordinaria opportunità per l'Italia e anche per la Provincia di Frosinone e c'è bisogno di progetti, coordinati e dettagliati”.

Capuano informava, peraltro, di avere richiesto un “tavolo provinciale da riservare a tutti gli attori locali e che finora l'unica risposta è stata il silenzio” Il Segretario della CISL concludeva ragionevolmente: “Beh, noi in silenzio non rimarremo. Necessaria una riposta corale della intera Provincia di Frosinone”.

 

 

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Ceccano: il 1° Consiglio comunale dopo il voto

  Si parte con una opposizione vivace

Mattinata di mercoledì 14 ottobre: si è insediato il nuovo consiglio comunale di Ceccano

di Valentino Bettinelli
CeccanoIbanchidellopposizione 350 minDopo le elezioni del 20 e 21 settembre e la proclamazione di Roberto Caligiore del 24 settembre, nella mattinata di mercoledì 14 ottobre si è ufficialmente insediato il nuovo consiglio comunale della Città di Ceccano.

La seduta, iniziata alle ore 10 e rigorosamente a porte chiuse (accesso alla stampa consentito solo per le foto di rito), è stata aperta dal consigliere anziano Diego Bruni, che ha temporaneamente presieduto l’assise, guidando la stessa all’elezione del nuovo Presidente.

Su questo tema, dopo l’iniziale benevolenza e il reciproco scambio di auguri e complimenti, già il primo scontro, con la maggioranza a proporre il nome di Fabio Giovannone. Il consigliere Andrea Querqui, a nome del gruppo consiliare “il Coraggio di Cambiare”, ha rilanciato, proponendo il nome di Alessandro Savoni. Una proposta volta a criticare il metodo usato dalla maggioranza, rea di non aver aperto un dialogo con l’opposizione sulla scelta di una figura centrale e di garanzia come quella del Presidente del Consiglio Comunale.

Il consigliere Fabio Giovannone risultava, comunque, eletto alla prima consultazione, grazie anche al voto dei consiglieri di minoranza Marco Corsi, Antonio Aversa e Mariangela De Santis. Come vicepresidente dell’assise nomina per Giancarlo Santucci. Anche su questa carica la minoranza ha avanzato una sua proposta, nel nome di Andrea Querqui, che ha ricevuto 4 voti durante le dichiarazioni palesi, contro gli 11 dell’eletto Santucci.

Dopo gli adempimenti burocratici, il Sindaco Caligiore ha ufficializzato la nuova giunta, insediata anche in seno al consiglio comunale, annunciando, oltre a quelle già assegnate, una nuova delega consiliare per le politiche giovanili, affidata a Daniele Massa, entrato in assise al posto di Federica Aceto.

Una prima seduta del consiglio comunale che non è stata certamente priva di momenti di dibattito, anche acceso nei toni. Botta e risposta senza esclusione di colpi tra l’assessore Stefano Gizzi e Marco Corsi. Interventi che hanno di nuovo messo in evidenza le crepe create all’interno della scorsa maggioranza, che hanno portato alla sfiducia di un anno fa a danno di Roberto Caligiore.

Ad alimentare le prime schermaglie consiliari, Emanuela Piroli, che ha criticato l’eccessivo utilizzo dello strumento della delega consiliare, in particolare per incarichi di centrale importanza come quello dei lavori pubblici e quello al commercio ed attività produttive, che non hanno un assessorato di riferimento. La stessa Piroli, oltre a fare un excursus sulle responsabilità amministrative della rinnovata maggioranza Caligiore, ha inoltre chiesto la pubblicazione dei casellari giudiziali dei componenti della giunta, anche degli assessori che non erano candidati alle ultime amministrative.

Critiche e proposte che hanno sicuramente lasciato il segno, viste le risposte piccate di molti consiglieri di maggioranza, assessori, e del Sindaco in prima persona. Proprio Caligiore, nel suo intervento di chiusura è apparso un po’ innervosito dal dibattito emerso in consiglio e dalle prime critiche arrivate dall’opposizione. Il sindaco, al suo secondo mandato, ha tenuto a sottolineare e a difendere, dal suo punti di vista, le opere fatte dalla precedente amministrazione, e poco spazio ha lasciato all'esposizione delle linee di indirizzo che saranno seguite nei prossimi cinque anni di governo della città.

Già dalla prima seduta il rinnovato consiglio comunale ceccanese fa parlare di sé, con un dibattito già vivo tra le parti. Certamente si ha la netta sensazione che dai banchi dell’opposizione, a differenza di quanto accaduto nei cinque anni precedenti, ci sarà un’azione concreta e di seria vigilanza sull’operato della nuova maggioranza. Adesso spazio alla formazione delle commissioni consiliari e all’avvio di tutte le attività politico-amministrative della nuova giunta, in vista di una nuova convocazione dell’assise comunale, per cominciare anche a discutere ed approvare i provvedimenti necessari per la città.

 

 

 

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Ceccano dopo il 1870 - 1ª parte

 Storie del Frusinate

Quando finì lo Stato Pontificio

di Giovanni Ruspandini

Bersaglieri Breccia di Porta Pia 390 minNon ci furono applausi lungo le strade per le colonne di bersaglieri, di fanti, di militi a cavallo : un esercito enorme di 60 mila uomini che, senza dichiarazione di guerra, la mattina del 12 settembre 1870 varcò i confini dello stato pontificio e mosse alla conquista di Roma da tre direzioni diverse. Il lavoro di intelligence, i tentativi di provocare sollevazioni popolari contro il papa re non avevano dato i risultati che si volevano. Nei paesi attraversati, le milizie del Regno d’Italia sperarono invano di assistere a manifestazioni di giubilo, di essere accolte come liberatrici dal giogo papale. Trovarono invece il clima di diffidenza e di distacco riservato agli eserciti invasori. Achille Giorgi che di quegli eventi fu testimone, così riferisce : “….. le truppe regie, varcato il ponte sul Liri senza colpo ferire, transitano per Ceprano, Frosinone, Ferentino, Anagni, in mezzo a cittadini che o si scansavano o si avvolgevano in un sepolcrale silenzio. ”

Anche a Ceccano l’accoglienza dovette essere tiepida. Le fonti scritte non ci forniscono informazioni e la memoria orale, che sulla occupazione garibaldina del 1867 ci ha lasciato pittoresche testimonianze, sull’arrivo degli italiani, invece, tace : segno che non ci fu coinvolgimento popolare e che, verosimilmente, l’evento fu caratterizzato da distacco e da freddezza .
E’ assai probabile che i nuovi arrivati si segnalarono per gli stessi modi altezzosi e militareschi riscontrati altrove, comportandosi più da occupanti che da compatrioti aperti e solidali , e che fu lo scetticismo a prevalere nei commenti e negli umori della gente. Quanto sarebbe durata l’occupazione ? Non sarebbero presto intervenuti i francesi in aiuto del papa ? Solo che in quel settembre del 1870 i francesi avevano altro da pensare dopo la disastrosa guerra con la Prussia, e questo a Ceccano pochi lo sapevano.

Il trapasso fu lento dopo Porta Pia. Nonostante il gran parlare di era nuova, di rinnovamento, di spirito patriottico e di prospettive grandiose sotto la guida dI Vittorio Emanuele, nonostante il clima denigratorio verso Pio IX e il suo potere temporale, per anni il popolo di Ceccano rimase in prevalenza legato al mondo papalino. Continuò a rispettare i precetti e le gerarchie della chiesa, a sposarsi con il rito religioso, a chiamare con i vecchi nomi i luoghi ribattezzati, a calcolare in paoli e in baiocchi il valore delle cose e a diffidare più che mai delle autorità e delle istituzioni.

Dopo l’impresa dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, dal vicino regno di Napoli ormai conquistato erano arrivate a Ceccano notizie e testimonianze sulla politica deludente degli occupanti piemontesi e sul clima di ribellione popolare e di sanguinosa repressione da parte delle truppe regie italiane. Nelle feste e nelle fiere del paese i cantastorie raccontavano in tono epico la lotta dei briganti contro le soverchianti forze di invasione, e le vicende e le imprese temerarie di guerriglieri come Carmine Crocco colpivano l’immaginario popolare ( per lungo tempo a Colle San Paolo il ci fu chi chiamava Crocco il gatto domestico per esaltarne le doti di aggressività e di scaltrezza. )

Voci di scontento e di risentimento erano state raccolte nell’Agro Pontino e nell’Agro Romano dove insieme ai contadini ciociari lavoravano come braccianti stagionali numerosi ricercati venuti da oltre confine. E lagnanze erano state udite presso i santuari di Vallepietra e di Genazzano. Nell’estate 1865, insieme alle deludenti notizie sulla situazione economica e militare, le comitive di regnicoli dirette con il treno alla Madonna del Buon Consiglio, avevano portato il colera, contagiando anche i ceccanesi.

Nel settembre del 1870, quelle voci e quelle testimonianze dovettero avere il loro peso nei rapporti tra la popolazione di Ceccano e i militari dell’esercito italiano.
La truppa di passaggio, entrata in paese nel pomeriggio del 12 settembre senza incontrare alcuna resistenza, issato il tricolore nel municipio, si sistema nella chiesa di San Sebastiano e in quella della Madonna del Loco, ricoprendone il pavimento di paglia e trasformandole in dormitori. Quanto ai reali carabinieri subentrati qualche giorno dopo ai soldati, la caserma dei gendarmi pontifici a loro non piace e dopo qualche settimana si trasferiscono in uno stabile messo a disposizione da Filippo Berardi,
Rassicurato il ceto dominante dopo l’incontro con la magistratura della città, le autorità militari si mettono subito al lavoro in vista del plebiscito a suffragio universale del 2 ottobre, secondo le modalità di voto sperimentate nelle regioni italiane già annesse : un voto palese, manipolato, dall’esito scontato che deve legittimare, con il consenso popolare, l’occupazione manu militari. Per la giunta municipale oligarchica che si dimostra subito allineata e collaborativa, non ci sono rischi di destituzioni né di scioglimento.

Se per il plebiscito si ritiene giusta e doverosa la partecipazione di tutti i cittadini (ma non delle donne), alle elezioni generali invece, tenute successivamente per eleggere il parlamento, il diritto di voto è concesso solo ai possidenti in grado di leggere e scrivere. A Ceccano i rappresentanti presso il potere centrale continuano così ad appartenere alle solite famiglie privilegiate : i Sindici, i Mancini, gli Antonelli, i Gizzi, i Berardi….. ; famiglie divise spesso da rivalità e gelosie, ma che hanno un comune terreno di intesa nel mantenimento dello status quo in campo sociale ed economico. Famiglie che sapranno passare indenni e preservare la propria egemonia anche nell’Italia autoritaria di Crispi, in quella del trasformismo e del liberalismo di Giolitti, durante il fascismo, fino alla Democrazia Cristiana.

Il personaggio più in vista nella Ceccano di quegli anni è sicuramente Filippo Berardi, gattopardo abile e di grandi ambizioni, sempre schierato dalla parte del potere, capace di orientarsi come pochi attraverso i rivolgimenti politici e di accrescere il proprio patrimonio sotto ogni regime .
Gonfaloniere, nell’ ottobre del ‘67 si eclissa all’arrivo dei garibaldini, ritenendo l’invasione velleitaria e destinata al fallimento. Poi però comincia a prendere le distanze dallo stato pontificio e nell’autunno del ’69 si dimette, stanco delle solite beghe paesane e soprattutto desideroso di presentarsi all’appuntamento con l’Italia unitaria libero da cariche imbarazzanti. E le sue scelte si riveleranno vincenti e fruttuose.

Filippo Berardi ha un fratello cardinale e questo agevola la sua ascesa . Ma nel settembre del 1860 è condannato a morte per tradimento con l’accusa di aver passato al Piemonte informazioni vaticane top secret, ottenute con la complicità inconsapevole del fratello . Viene poi sollecitamente scarcerato.
Dopo Porta Pia, si allargano gli orizzonti economici e finanziari di Filippo Berardi che riesce a trarre vantaggio dalla sua oscura vicenda spionistica e diventa uno degli uomini più ricchi di Roma capitale dove prevalentemente opera e risiede. Vittorio Emanuele gli dà il titolo di marchese, e nel 1882 viene eletto senatore del Regno. Nel parlamento rappresenta l’alta finanza e l’ambiente filo-vaticano. (fine prima parte, segue)

 

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Che avvenne quella notte a Beirut dopo l'esplosione?

La lunga notte di Beirut, in una ricosruzione di Tania Castelli

Soccorsi tra le macerie dopo l’esplosione del 4 agosto  360 min<< Soccorsi tra le macerie dopo l’esplosione del 4 agosto

La notizia

"Beirut, 4 agosto 2020 ora locale 17,00 circa - due esplosioni, di cui la seconda potentissima, si sono verificate nel porto cittadino ed hanno devastato la città. La deflagrazione, udita fino a Cipro, ha fatto registrare dai sismografi locali una vibrazione sulla crosta terrestre la cui intensità è stata paragonata ad un terremoto di medio-alta magnitudo. Il porto, tutta l'area, circostante, il centro della città città e molti quartieri circostanti rasi al suolo. Altissimo il bilancio delle vittime e dei feriti destinato a crescere di ora in ora."

È questa la scioccante notizia che alcuni giorni fa ha sconvolto e tenuto col fiato sospeso il mondo intero.

I fatti

Il governo libanese ha diffuso in pochissimo tempo una versione ufficiale con cui dichiara la natura accidentale dell'esplosione, causata dall'incendio non doloso di un deposito di nitrato di ammonio. Contemporaneamente ha preso anche una serie di provvedimenti: convocazione del Consiglio Militare di Sicurezza Nazionale Dichiarazione dello stato di emergenza nazionale Richiesta alla Francia, o in alternativa ad altre Nazioni, le immagini satellitari per verificare la presenza di caccia militari e/o missili nei cieli di Beirut al momento della tragedia.

La denuncia della possibile presenza di un deposito missilistico Hezbollah nel porto di Beirut, denunciata da Israele nel 2014, ha fatto pensare, inizialmente, ad un attacco israeliano. Il governo israeliano ha immediatamente proclamando la propria estraneità all'accaduto mentre il partito Hezbollah ha fermamente negato l'esistenza della Santa Barbara missilistica.

Le autorità governative libanesi hanno nominato una commissione governativa d'inchiesta che, in meno di 24 ore, ha incriminato e posto agli arresti domiciliari 16 funzionari portuali. I responsabili doganali, per contro, hanno affermato di aver denunciato la presenza e la pericolosità di quel deposito in tempi non sospetti.

Sabato 8 agosto, giorno scelto per la commemorazione delle vittime, si è trasformato nel "sabato della rabbia" mediante una violenta protesta popolare con lancio di pietre e molotov verso la polizia in assetto antisommossa, che ha risposto con "cariche di alleggerimento", fumogeni e molti arresti.
Il bilancio: un poliziotto morto e centinaia di feriti.
Durante i disordini alcuni cittadini hanno sfilato con bandiere libanesi, un patibolo posticcio ed alcuni fantocci rappresentanti il Presidente della Repubblica, il Premier, il leader di Hezbollah al grido di "tutti da impiccare" e dato alle fiamme i ritratti del Presidente. I manifestanti hanno preso d'assalto varie sedi istituzionali e ministeri e per impedire di comunicare tra loro è stato disposto un black-out della rete internet e delle comunicazioni telefoniche cellulari in tutto il centro città. Questo ha reso impossibile, però, l'individuazione delle persone sotto le macerie mediante i sistemi gps dei loro cellulari, provocando anche la reazione dei parenti di chi era ancora sotto le macerie.

Lunedì 10, al termine di una riunione di gabinetto, il Ministro della Sanità, Hamad Hassan ha annunciato le dimissioni dell'intero governo. Poche ore dopo si è dimesso anche il Primo Ministro, Hassan Diab, chiedendo elezioni anticipate. Dimissioni accettate dal Presidente Aoun.

La protesta e gli scontri con la polizia libanese  360 min<< La protesta e gli scontri con la polizia libanese

Le tensioni

Fino ad oggi destavano preoccupazione vari fattori come:

- la grave crisi economica aggravata dalla pandemia in corso;

- il sistema politico di tipo confessionale (basata sulla antitesica interpretazione sciiti e sunniti) che adesso mostra ogni sua falla;

- le possibili reazioni alla sentenza attesa dalla Corte dei L'Aja del processo a 4 sciiti Hezbollah per l'attentato dinamitardo del 2005 in cui morirono l'ex premier sunnita Rafīq al-Ḥarīrī insieme ad altre 21 persone;

- i continui scontri armati al confine con Israele;

- i controversi rapporti con l'Iran.

Ma ora che il Libano sembra essere sprofondato nel caos, la situazione desta ulteriore allarme per le possibili evoluzioni nei delicatissimi equilibri del Medioriente. Il nuovo accordo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi assesta una ulteriore spallata alla fazione sunnita in Iran e riduce ulteriormente la possibilità della nascita di uno Stato indipendente Palestinese. Così come le dichiarazioni di Israele circa un semplice "congelamento" dei progetti di espansione e annessione territoriale non aiutano il processo di pace in quel tormentato quadrante geopolitico. Difficile effettuare una proiezione politica in un contesto così instabile. Di sicuro c'è solamente che il Paese dei cedri, ora più che mai, necessita del sostegno della comunità internazionale.

Il grano fuoriuscito dal silo distrutto nell’esplosione  360 min<< Il grano fuoriuscito dal silo distrutto nell’esplosione

Per chi volesse contribuire agli aiuti umanitari è possibile effettuare donazioni, oltre alle molte iniziative di sostegno, anche tramite la Croce Rossa Internazionale e l'UNHCR.

Appresso i link da utilizzare

 

 

 

Link CRI per donare https://www.gofundme.com/f/23grykfi00

Link UNHCR per donare https://news.unhcr.it/nl/link?c=1e40o&d=5nc&h=161shtl2no97o8hasmd4jlo26&i=2ag&iw=1&n=23l&p=H805177344&s=wv&sn=23l

 

 

 

 

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Le parole dopo il silenzio

Weinstein story e Me Too

Camille De Serres Rainville 350 mindi Fiorenza Taricone - Pochi giorni fa, su Noi Donne on-line, Maria Dell’anno ha condiviso e commentato lo scritto “Be A Lady They Said”* di Camille Rainville – giovane studentessa del Vermont – interpretato da Cynthia Nixon in un video creato per Girls Girls Girls Magazine all'indomani della condanna penale di Harvey Weinstein.

L’attrice - nota soprattutto per il suo ruolo nella serie televisiva 'Sex and the city', ma anche per la sua attività politica come candidata alla carica di Governatrice dello Stato di New York – sintetizza in pochi minuti una serie di frasi che tutte, le donne, a qualunque latitudine, prima o poi, hanno ascoltato e assecondato.

Le parole accusatorie nei confronti di Weinstein di donne non tutte potenti, anzi quasi nessuna paragonabile a lui, hanno avuto la meglio rispetto a questo decalogo e per capire bene il monologo di Camilla Rainbille è bene ripercorrere la vicenda di quello che sembrava uno dei re della produzione cinematografica.

La recente apparizione di Weinstein mentre camminava per raggiungere il tribunale, aggrappato a un deambulatore, certamente destinata a impietosire, e si suppone opportunamente consigliata dagli avvocati, ha fatto il giro del mondo. Ma esattamente per non cadere nella trappola pietistica, vogliamo ricordare che nessuna persecuzione rapida è stata ordita ai suoi danni; anzi, ci sono voluti anni. L’ex potente produttore Harvey Weinstein, molestatore seriale, era già stato oggetto di accuse.
Nel 1998, Gwyneth Paltrow era stata la prima donna ad condannare pubblicamente il comportamento di Weinstein, dichiarando in un programma televisivo che Weinstein poteva obbligare “a fare una o due cose”.

Nel 2015, il New York Times riportava la notizia che Weinstein era accusato da una donna di 22 anni, la modella italiana Ambra Gutierrez di palpeggiamento; l’aspirante attrice accettava di collaborare con la polizia per ottenere una registrazione audio nella quale Weinstein ammetteva di averla toccata in modo inappropriato. Mentre l'inchiesta della polizia progrediva, iniziava un’opera di diffamazione sulla Gutierrez, descritta come un'arrivista e un’opportunista. Il procuratore di Manhattan decideva comunque di non perseguire Weinstein, allegando una mancanza di prove.

A ottobre 2017, il New York Times e il New Yorker riportavano l'accusa di molestie sessuali, aggressioni sessuali o di violenza sessuale di una dozzina di donne, cui facevano seguito molte altre personalità femminili dell'industria cinematografica. Il comportamento di cui era accusato Weinstein, chiamato in America casting couch**, subordinava ruoli e scritture a pratiche sessuali da lui stabilite.

La puritana America, unitamente a una robusta campagna femminile sfociata nel movimento Me Too, ormai dubitava delle smentite di Weinstein che veniva licenziato dalla sua compagnia, la Weinstein Company, ed espulso dall'Academy of Motion Picture Arts and Sciences . La stampa iniziava ad accusare apertamente Weinstein di molestie sessuali proseguite per almeno tre decenni, rivelando anche che aveva concluso otto accordi finanziari con otto donne della Miramax e della Weinstein Company. Alle molestie si aggiungeva lo stupro, e quattro attrici dichiaravano che dopo aver rifiutato le avances di Weinstein o essersene lamentate, lui avrebbe convinto altre persone a escluderle dai progetti. Il New Yorker pubblicava la registrazione della polizia di New York City del 2015 nel quale Weinstein ammetteva di aver toccato Gutierrez.

A ottobre 2017 la polizia di New York, di Londra e di Los Angeles indagavano sulle accuse di aggressione perché erano ormai 80 le donne che testimoniavano pubblicamente di essere state vittime di Harvey Weinstein. Secondo le loro testimonianze, invitava le giovani attrici in un motel o in ufficio con il pretesto di discutere della loro carriera, esigendo in seguito un massaggio o un rapporto sessuale. Colleghi e collaboratori di Weinstein hanno precisato che tutto ciò era reso possibile dalla complicità del personale, dai soci e dagli agenti che organizzavano gli appuntamenti, ed anche dagli avvocati che cancellavano le denunce con l'aiuto di minacce e accordi finanziari. The Guardian contattava 20 attori che avevano lavorato con Weinstein, ma tutti si rifiutavano di commentare. L'articolo concludeva dicendo che mentre la maggior parte delle donne condannava le azioni di Weinstein, "la maggior parte degli uomini influenti dell'industria del cinema era rimasta in silenzio".

Nel maggio 2019 viene trovato un accordo che va a chiudere i procedimenti civili ma non quelli penali; Weinstein deve versare 30 milioni di dollari ad accusatrici e creditori della Weinstein Company, più altri 14 al suo team di legali. Nel febbraio 2020 una giuria di New York lo condanna per stupro di terzo grado e atti sessuali criminali di primo grado verso l'attrice Jessica Mann.

Il monologo citato all’inizio, praticamente rifiutato dalle donne del Me Too, riassume con grande efficacia tutto ciò che è stato insegnato alle donne da secoli, se non da millenni. Tutto e il contrario di tutto, secondo la necessità dell’obbedienza. Ma è stata la trasgressione di queste raccomandazioni che ha consentito almeno per una volta di punire secondo giustizia il potente di turno che ha creduto, come tanti altri potenti della storia anche recente, di essere al di sopra del senso del limite.

Quante volte ci siamo sentite dire, scrive Maria Dell’Anno in Noi Donne, ciò che avremmo dovuto o non dovuto fare in quanto donne, in quanto esseri appartenenti al genere femminile? E quante volte ci siamo sentite raccomandare anche l’esatto contrario di quanto detto poco prima? Quante volte ci siamo sentite sbagliate, fuori posto, inadeguate, perché non corrispondenti all'immagine che ci viene detto dovremmo interpretare? Continuamente.

Continuamente noi donne riceviamo raccomandazioni, ordini, rimproveri per come siamo, per come ci vestiamo, per quello che diciamo, per come ci comportiamo. Continuamente il nostro destino viene collegato causalmente con qualche nostro comportamento sbagliato. “Sii una donna, hanno detto. La tua gonna è troppo corta. La tua gonna è troppo lunga. I tuoi pantaloni sono troppo aderenti. Non mostrare così tanta pelle. Non mostrare le cosce. Non mostrare il seno. Non essere tentatrice. Gli uomini non sanno controllarsi. Gli uomini hanno delle esigenze. Sii sexy. Sii attraente. Non essere provocante.
Non essere troppo grassa. Non essere troppo magra. Ordina un’insalata. Non mangiare carboidrati. Salta il dessert. Devi perdere peso. Entra in quel vestito. Mettiti a dieta. Dio, sembri uno scheletro. Perché non mangi? Sembri malata. Agli uomini piacciono le donne con un po’ di carne.
Non parlare a voce troppo alta. Non parlare troppo. Sii obbediente. Sii piacevole. Preparagli la cena. Fallo felice. Questo è il compito di una donna. Sarai una buona moglie un giorno. Prendi il suo cognome. Dagli dei figli. Non vuoi avere figli? Un giorno li vorrai. Cambierai idea. Proteggiti. Non farti stuprare. Non bere troppo. Non camminare da sola. Non uscire tardi la sera. Non vestirti così. Fai un corso di autodifesa. Non sorridere agli sconosciuti. Non dire di sì. Non dire di no”.

Le donne del Me Too, quelle che sono uscite dal silenzio e hanno parlato, che si sono vestite tutte di nero alle manifestazioni più importanti della cinematografia americana, che hanno aspettato Weinstein fuori dal tribunale, hanno certamente scelto di uscire dal tutto e contrario di tutto e fare una scelta di libertà.

 

*

“Be A Lady They Said” = Sii donna. Mi hanno detto    **
Casting couch (letteralmente: "divano per il casting") è un eufemismo della lingua inglese usato per indicare l'atto con cui una persona che ha la possibilità di assegnare ruoli per formare un cast richiede prestazioni sessuali agli aspiranti attori o attrici. Sul piano legale, viene considerato un abuso di potere.[dove? In Italia è abuso/molestia sessuale]

 

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Il Ponte Morandi un anno dopo

Genova ponte Morandi comera comè 350 mindi Antonella Necci - La storia dei sopravvissuti e salvati, parenti e soccorritori. Il camionista caduto, i familiari delle vittime, chi si è salvato, i primi ad accorrere sul luogo del disastro, la sfollata. I tanti racconti di un dramma.

Sotto il ponte che non c'è più è "nato una seconda volta", Davide Capello, il 34 enne sardo che un anno fa scampò al crollo del Morandi "con qualche graffio appena". La sua auto si incastrò tra i pilastri della pila crollata del viadotto dopo un volo di 30 metri, sospesa tra le macerie inzuppate di pioggia: lui uscì da quell'incubo sulle sue gambe e alle cronache del mondo passò come "l'uomo del miracoli".

Maria ha perso il marito nel crollo del Ponte Morandi. Ha 30 anni e 3 figli piccoli. Casalinga. Era stata presa in carico dai servizi di salute mentale dell'Asl 3, ma da mesi diserta gli appuntamenti con gli psicologi. "Sto bene, non sono mica matta", risponde sottovoce al telefono quando le chiedono perché non voglia più incontrare gli specialisti. Preferisce stare chiusa in casa, quartiere di Rivarolo: dal balcone si può intravedere dove è successa la tragedia.

Luigi Fiorillo, 38 anni di Genova con la moglie Ina Medvyedyeva. La coppia ha due figli e si è sposata lo scorso gennaio a Genova - Un anno dopo essersi salvato per un soffio sul ponte Morandi, l'uomo del camion verde chiede solo una cosa: smettere di essere visto come un simbolo e tornare a vivere come Luigi Fiorillo, 38 anni di Salerno, residente a Genova, sposato, due figli piccoli.

Martin, il camionista volato dal ponte

Martin Kucera ha 48 anni e vive a Praga, nella Repubblica Ceca. Fa il camionista, dal 1995 carica e scarica merci da un punto all’altro dell’Europa. Alle 11.36 del 14 agosto 2018 si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. «Io credo nel destino e ho colto tanti segni del destino, dopo il ponte Morandi».

Ce ne dica uno.
«Ho ricevuto una lettera, pochi giorni dopo. Una di quelle che non si vedono più, scritta a mano su un foglio di carta. Era una lettera d’amore e veniva dalla dona della mia vita, il mio amore di sempre. Non abbiamo mai smesso di amarci ma da quindici anni non avevamo più contatti. Adesso ha lasciato suo marito, ci siamo rimessi assieme. Era la mia prima volta su quel ponte. Stavo andando a consegnare bobine di carta a Rovereto, pioveva tantissimo ed ero concentrato sulla strada. Poi...».
(Pausa. Sospiro)

Cosa ricorda degli istanti del crollo?
«Ricordo che era come essere su un’onda. Sono andato su e giù tre volte, poi ho cominciato a precipitare e attorno a me cadevano macchine, cemento, ferro, persone... Mentre andavo giù ho urlato due parole: sono morto. Tutte quelle storie sul fatto che quando stai per morire ti passa la vita davanti non sono vere. Hai solo il tempo di sperare che sia tutto veloce».

Ha perso i sensi nell’impatto?
«No, mai. Però a un certo punto parlavo a me stesso e mi sono detto: ma va, non posso essere caduto e vivo. Sto sognando, tutta colpa di quel documentario che mi è rimasto in testa...».

Quale documentario?
«Uno del National Geographic che avevo visto due giorni prima. Parlava dei ponti americani progettati male e di quello che poteva succedere con il passare degli anni. Ci ho messo un po’ a realizzare che non ero né in un sogno né davanti alla televisione».

Era nel suo camion, vivo.
«Ho chiamato aiuto, ho messo fuori un braccio per farmi vedere. Mi toccavo per convincermi di essere ancora in questo mondo. Quando ho capito di avercela fatta ho avuto paura che succedesse qualcos’altro. Non conoscendo il posto non sapevo se sotto di me c’era un burrone, un buco, un fiume, se stavo per scivolare più sotto. Ero incastrato, per tirarmi fuori i soccorritori hanno dovuto tagliare un pezzo di camion. Io ero lì, fermo a faccia in su, con vista su quel camion fermo a un metro dal baratro».

Lei crede in Dio?
«No. C’è un sacco di gente che mi dice: dovresti ringraziare Dio per essere ancora qui. Io rispondo sempre che se Dio esistesse non lascerebbe che accadesse una cosa del genere. Come le dicevo credo invece nel destino che ha segnato la mia vita di fatti eccezionali».

Cos’altro, a parte la lettera d’amore?
«Per esempio il fatto che mio padre sia sopravvissuto a un crollo. Lavorava in miniera a Ostrava, nell’Est del Paese. Un giorno c’è stato un incidente grave e gli è crollato tutto addosso. Non aveva grandi probabilità di cavarsela, invece ne è uscito vivo. Vado avanti?».

Prego.
«Un altro mio parente, un ragazzo giovane, un giorno era in stazione, un raggio di sole lo ha accecato per un istante, è caduto ed è finito sotto un treno. Sopravvissuto».

Le capita di sognare di quel giorno a Genova?
«No ma ci penso sempre, soprattutto quando mi capita di passare su un ponte. Ho ripreso a lavorare e l’altro giorno ero in Germania sul mio nuovo camion quando mi sono ritrovato in coda proprio su un ponte piuttosto alto. Ero assalito dall’ansia, sono stato sul punto di scendere, mollare lì il camion e scappare via».

Chissà quante immagini ha visto sul Morandi crollato.
«Molte, sì. Ho cercato su Internet appena mi sono ripreso. Ho visto quello che è rimasto del mio camion, una scatolina piccolissima, con le bobine di carta bianca srotolate sul fiume. Di recente ho visto anche un filmato della polizia che mostra proprio il crollo, con il mio camion che viene giù. Se penso che io ero là dentro...».

Verrà in Italia per le celebrazioni del 14 agosto?
«No. Non sono ancora pronto per tornare in Italia, non me la sento. Ma prima o poi verrò per ringraziare chi mi ha salvato e curato».

C’è qualcosa di simbolico che ha deciso di fare da quel giorno in poi?
«Ho smesso di fumare. Fumavo 40 sigarette al giorno da quando avevo 18 anni. Guardi qui (mostra la fotografia di un ciucciotto d’argento). Me lo ha regalato la mia amata, quella della lettera. È per ricordarmi che sono appena rinato, compio un anno il 14 agosto alle 11.36. E, a proposito: sul mio nuovo camion ho fatto scrivere la data e il luogo di ri-nascita. Genova 14.8.2018».

I parenti di Andrea Cerulli

«Ogni sera prima di andare a letto Cesare mi chiede: mamma mi vuoi bene? E papà mi vuole bene? Poi aggiunge: ma perché è capitato proprio a me?». Giovanna Donato era stata la moglie di Andrea Cerulli, 47 anni, portuale, un passato da calciatore di discreto talento, tifosissimo del Genoa. Si erano separati, «ma avevamo un ottimo rapporto». È rimasta sola con Cesare, 11 anni, che continua a fare domande «e io non so cosa rispondere». Ha finito la prima media, con ottimi voti. «Si è impegnato tanto. Ha continuato a fare judo e a suonare la chitarra che piaceva tanto anche al papà.
È stato il suo modo di reagire, anche se non gli vedo più gli occhi vispi d’una volta, ha sempre un velo di malinconia». Per non dimenticare è nato il gruppo 'Rulli c’è' che era l’esultanza quando giocava e faceva gol. «Il Comune ci ha permesso di curare un giardino a Granarolo, il quartiere a cui Andrea era legatissimo. Metteremo delle panchine da cui si può ammirare tutta la città. Cesare è stato nominato capocantiere, è orgogliosissimo».

Gianluca il sopravvissuto: «Mio figlio è la medicina ai miei traumi»

Il 14 non sarà a Genova: «Con la mia compagna e mio figlio abbiamo deciso di andare via, di isolarci». È passato un anno dal salvataggio miracoloso di Gianluca Ardini, 29 anni, rimasto sospeso per quattro ore dentro l’auto, accanto al corpo senza vita del collega Luigi. Dopo dodici mesi le cicatrici sono tante, nel fisico e nella mente. «Sto seguendo un percorso psicologico, prendo psicofarmaci. Ho una lesione permanente all’occhio sinistro, una sensibilità ridotta a un braccio, un’ernia cervicale, un’epicondilite cronica...». Faceva il caposquadra per un’azienda di arredi, sa che non potrà più fare lo stesso lavoro. In quelle interminabili ore penzoloni tra la vita e la morte chiedeva di essere salvato per poter vedere negli occhi il figlio. Pietro è nato 30 giorni dopo, adesso ha 11 mesi. «È stata la mia medicina». Lì dove c’era il Ponte Morandi ci è ripassato solo una volta «andando al santuario della Madonna della Guardia». Sta provando a tornare a una vita il più possibile normale. «So che il trauma non si potrà mai cancellare, ma posso imparare a conviverci».

Gli incubi di Bruno il soccorritore: «Laggiù non ci voglio tornare»

Il vigile del fuoco Bruno Guida quella mattina di un anno fa era a casa. Quando seppe della tragedia, lasciò la figlia piccola alla madre, indossò la divisa e si precipitò sotto il ponte crollato. «Da allora non ci sono più voluto tornare. Potevo chiedere di essere inserito nelle squadre di recupero beni, ma ho preferito di no». Guida, 55 anni, elisoccorritore, fa il pompiere dal 1982. «Ne ho viste tante, alluvioni, terremoti. Ero a Stava, oltre 250 morti. Ma questa volta è stato diverso. Da quel ponte ci sono passato mille volte per andare a lavorare, da bambino ci andavo sotto a giocare. È come se fosse venuta giù casa mia». Guida è stato uno dei primi ad arrivare, gli fu affidata proprio la pila 9, il «cratere» del disastro. «Sembrava un bombardamento. Morte e distruzione ovunque. Per fortuna siamo riusciti a salvare una coppia, Natasha ed Eugeniu».
Il 14 non sarà alla cerimonia, ma al lavoro come ogni giorno. «I primi mesi sono stati durissimi. Abbiamo avuto un supporto psicologico, ma uscirne non è facile».

Giusy la sfollata e le lacrime per la sua casa

Quel grido in Consiglio regionale è diventato la foto simbolo della protesta degli sfollati. «Era rabbia e impotenza, mio marito si era messo a piangere, non l’avevo mai visto così». Giusy Moretti da 59 anni abitava nelle palazzine di via Fillak, prima ancora che sopra ci costruissero il ponte. «Avevo sei anni, ci conoscevamo tutti. Anche una volta sposata sono voluta rimanere qui». Dopo il 14 agosto del ponte è rimasto un moncone. I pompieri hanno fatto uscire tutti, Giusy è tornata solo 4 volte prima che demolissero tutto. «L’ultima a metà aprile, per 5 ore, è stato il nostro addio. Abbiamo cercato di prendere il più possibile, per l’ultima volta mi sono seduta sul divano». Giusy è diventata la voce del Comitato degli sfollati, la paladina di 605 persone che erano salve ma avevano perso tutto. Adesso che sono arrivati i risarcimenti, che ha comprato una nuova casa, per lei è il momento più difficile. «All’inizio sai che non ti puoi fermare, ora mi chiedo se potrò farcela, ho attacchi di panico. E anche le istituzioni si sono dimenticate di noi».

https://youtu.be/S3oDnEujdFs

https://youtu.be/a-LfXohbn0U

https://youtu.be/IIfrr7WH8RQ

https://youtu.be/nv9bDogDEWw

PER NON DIMENTICARE. MAI.

13 AGOSTO 2019

 

 

 

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Trevi nel Lazio: dopo 40anni arriva il PRG

trevilazio castello 350 260 mindi Comunicazione Comune Trevi - DOPO 40 ANNI APPROVATO IL NUOVO PIANOREGOLATORE GENERALE di Trevi Nel Lazio

Il Sindaco Grazioli: “Una nuova fase per lo sviluppo del territorio comunale”

Giovedì scorso a Trevi Nel Lazio, si è svolto il Consiglio Comunale con all’ordine del giorno l’approvazione del Piano Regolatore Generale e relativa VAS (Valutazione Ambientale ), il Sindaco Silvio Grazioli ha aperto i lavori ricordando che la presentazione tecnica del PRG, era già stata fatta nella precedente seduta del 24 febbraio da parte dell’Arch. Vittorio Minio Paluello che ne è stato il progettista, ed ha redatto la nuova cartografia del piano e relative norme tecniche per le tavole 13 e 14. Il Sindaco Grazioli ha spiegato come il Piano adottato dall’allora Amministrazione Barbona nel 27 dicembre 2002, non includesse alcune zone montane del Comune e comunque doveva essere adeguato per legge ai piani territoriali paesaggistici ed al piano geologico che erano nel frattempo stati approvati dalla Regione dopo il 2002.

“Dalla sovrapposizione dei piani, -ha sottolineato il Sindaco Grazioli- alcune zone di Trevi in località Morani, ed agli Altipiani di Arcinazzo in località “ex Quarta” e “Pozzo”, sono state conseguentemente obbligatoriamente stralciateSindaco di Trevi Nel Lazio Silvio Grazioli 350 260 min dalla precedente urbanizzazione, pertanto il PRG non ha subito alcuna modifica sostanziale in relazione alla zonizzazione urbanistica, ma ha semplicemente visto tagliare dalla zona urbana le parti esterne ai piani territoriali paesistici e geologico”. Il consigliere di minoranza Pietro Bianchini, ha contestato alcuni aspetti formali ed in particolare la spesa per l’arch. Paluello impegnata su tre annualità.

“Nella conferenza dei servizi svoltasi in Regione il 10 luglio 2017 – ha sottolineato il Sindaco Grazioli- la Regione ha esplicitamente chiesto la VAS, che per i PRG approvati prima del 2006 non era necessaria, proprio perché i tagli che sarebbero intervenuti a seguito della sovrapposizione dei piani, avrebbero reso incoerente l’assetto urbanistico del territorio in relazione tutto alle infrastrutture, e quindi la VAS darà organicità al nuovo PRG”. Il consigliere delegato all’urbanistica Stefano Salvatori, ha spiegato che la VAS è importante anche per tutti i piani particolareggiati che si dovranno fare. Al momento della votazione la maggioranza ha espresso voto favorevole in modo unanime, mentre nella minoranza il consigliere Bianchini, ha abbandonato l’aula, il consigliere Antonio Calabrò si è astenuto ed il consigliere Pietro Salvatori ha votato a favore. Un atteggiamento che ha lasciato perplessità tra il pubblico, considerando l’importanza di avere per un paese uno strumento importante come il PRG. Il Sindaco ha aperto quindi, il dibattito al pubblico, dal quale sono emerse varie considerazioni che dimostrano come il tema sia sentito da tutta la comunità che da oltre 40 anni attende il PRG.

 
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