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CODICI segnala ENEL energia all'antitrust

codici diritti cittadino 350 minCODICI segnala ENEL energia all'antitrust per doppia richiesta di recupero del credito

L'Associazione Codici che attraverso l'Avv. Giammarco Florenzani, Segretario Provinciale di Frosinone, difende due consumatori Ciociari, ha presentato esposto all' Antitrust nei confronti di Enel Energia.

La società di vendita di elettricità e gas avrebbe dato mandato di recupero dei crediti verso dei consumatori dopo che aveva fatto addebitare agli stessi gli importi a debito attraverso CMOR.
Si configurerebbe in tale maniera una grave pratica commerciale scorretta visto che la Società di vendita con tale comportamento ha ottenuto il pagamento sia dalla società subentrante che dagli ignari consumatori che contattati dal recupero credito avevano effettuato i pagamenti di quanto dovuto salvo poi vedersi addebitare le stesse cifre in bolletta come CMOR.

"Purtroppo questi comportamenti sono dovuti all'applicazione in fattura del CMOR" - dichiara l'Avv. Giammarco Florenzani, Segretario Provinciale di Codici - "e' sempre opportuno per i consumatori non effettuare pagamenti attraverso le agenzie di recupero crediti ma pagare direttamente la società di vendita o il successivo CMOR."

 

 

 

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Nobiltà della politica in una doppia ricorrenza

DeGasperi Togliatti 350 260di Ermisio Mazzocchi - In questi giorni ricorrono due date storiche. Il 19 agosto 1954, muore Alcide De Gasperi. Il 21 agosto 1964, muore Palmiro Togliatti. Due grandi personaggi della storia politica del nostro Paese. Nella ricorrenza del 63° anniversario dalla morte dell’uno, e del 53° dell’altro, è doveroso ricordare due esponenti politici di altissimo livello politico culturale che hanno combattuto contro il nazifascismo e per le libertà democratiche e sono stati padri fondatori della Costituzione della Repubblica Italiana. Mi attengo a solo due avvenimenti. Per De Gasperi riporto le prime parole pronunciate da lui alla Conferenza di pace di Parigi del 10 agosto 1946 dove ebbe modo di contestare, attraverso un elegante e impeccabile discorso, le dure condizioni inflitte all'Italia dalla Conferenza:«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me [...] ». Fu un discorso da grande statista, un riconoscimento che gli permise di ricostruire l'Italia. Per Togliatti ho scelto questa sua lettera, (chiedo la vostra pazienza di leggerlo per intero) indirizzata proprio a De Gasperi, sulla “nobiltà della politica”. Ho inserito un piccolo cappello introduttivo, scritto da Davide Montanaro, per localizzare temporalmente la lettera, nel suo contesto storico di riferimento, ma che ha tutto il sapore di una sua attualità.
"Durante la campagna elettorale per le amministrative del 7 aprile 1946, Togliatti, prendendo spunto da un discorso di De Gasperi, negava che esistesse un «problema religioso» nei rapporti fra i partiti di massa e nella società italiana, appellandosi a un’adeguata considerazione delle posizioni ufficiali del Pci, ribadite di recente nel suo V Congresso. Chiedeva quindi a De Gasperi il mantenimento di un reciproco rapporto di rispetto, che facesse da argine allo scatenamento delle passioni elettorali. De Gasperi, nella sua risposta, riconosceva i passi avanti compiuti dai vertici del Pci sulle questioni religiose, ma non li riteneva sufficienti »per ottenere che i credenti, per quanto riguarda soprattutto i problemi fondamentali dello spirito, della famiglia e della scuola, che dovranno essere risolti nella Costituzione, si affidino tranquillamente a loro». Lanciava quindi la sfida della Costituente, che sarebbe stata il banco di prova su cui gli italiani avrebbero potuto giudicare se determinate aperture dei comunisti erano frutto di una »tattica esteriore per conquistare un Paese cattolico o mutamento interiore di propositi e di convinzioni». Inoltre affermava che non si potesse comunque pensare che di colpo fossero sparite le differenze tra cristiani e marxisti, e dunque citare in campagna elettorale questioni legate alla dimensione religiosa appariva pienamente legittimo". (Nota di Davide Montanaro)

On. Alcide De Gasperi
Presidente del Consiglio dei Ministri
Roma

 

Caro De Gasperi
leggo sul «Popolo» che parlando a Viterbo ieri sera avresti detto che «di fronte al problema religioso i comunisti hanno promesso la tolleranza, cioè la non punizione di chi manifesta e professa idee religiose» e proseguito affermando che questo è «troppo poco». Sono d’accordo con te che sarebbe «troppo poco», e per questo è bene metter le cose a posto. Naturalmente tengo il dovuto conto della difficoltà in cui tutti ci troviamo di veder pubblicati rendiconti esatti dei discorsi che pronunciamo; non posso credere, infatti, che siano da te ignorate le posizioni del mio Partito a proposito di quello che tu chiamo il «problema religioso». Nella risoluzione del nostro V Congresso, che contiene l’essenziale del nostro programma per la Costituente, è detto che noi rivendiamo libertà di coscienza, di stampa, di culto, di associazione e propaganda politica, sindacale e religiosa. Nel mio discorso allo stesso V Congresso è stato detto inoltre che noi accettiamo l’attuale regime concordatario né credo ti risulti, in tutta la mia attività di governo, un atto qualsivoglia in contrasto con questa dichiarazione. Da parte mia, non mi risulta di aver avuto con te il minimo contrasto a proposito di una questione che riguardasse anche lontanamente la religione. Qualora la tua affermazione si riferisse al mio partito, per quanto, trattandosi di associazione privata, non sarebbe qui applicabile la nozione di «punizione», nel nostro Statuto è detto semplicemente che possono entrare nel partito i cittadini italiani di ambo i sessi che abbiano raggiunto una determinata età, indipendentemente dalla razza, dalla convinzione religiosa e dalle convinzioni filosofiche. Nulla a che vedere, quindi, nemmeno per questo aspetto, con ciò che tu avresti detto. Mi scuserai il fastidio di queste citazioni e di questi richiami; e ti dico subito perché ho voluto infliggertelo. So che nella lotta elettorale certe esagerazioni sono quasi inevitabili, e non mi impressiona per nulla il fatto che agitatori inesperti e di scarsa buona fede, credendo di ledere la mia troppo solida reputazione di buon italiano, accusino alle volte [te] di tollerare nel Ministero che tu presiedi un Guardasigilli di nazionalità [non] italiana. Credo però che almeno i dirigenti dei grandi partiti nazionali contribuiranno alla chiarezza e lealtà della vita politica e renderanno quindi un grande servizio al paese se, nel discutere tra di loro davanti al popolo, esamineranno, discuteranno, confuteranno le posizioni dei loro avversari riproducendole esattamente, senza contraffazione alcuna. Il mio Partito, che è fiero di aver aperto con la sua iniziativa, per il bene di tutto il paese, l’attuale periodo di collaborazione governativa tra i partiti diversi, si sforza di attenersi sempre a questa regola. Io poi ritengo che se tutti si attenessero ad essa la lotta politica comincerebbe realmente a svolgersi su un piano elevato, del che tutti trarrebbero vantaggio. Ma tu già hai capito che io sono un impenitente idealista, e quindi troppo spesso inascoltato. Spero almeno di riuscire a qualcosa questa volta.
f.to Palmiro Togliatti, Roma, 8 aprile 1946

 
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Una doppia partita sulla legge elettorale

1e3itvotaNO 350 260di Stefano Rodotà da http://www.eddyburg.it/2016/07/la-doppia-partita-sulla-legge-elettorale.html 09 Luglio 2016 - Prosegue sempre più tortuosamente il tentativo renziano di distorcere pesantemente il sistema istituzionale italiano, riducendone ancora la democraticità, aprendo nuove contraddizioni e rendendone sempre più evidente la pericolosità. La Repubblica, 9 luglio 2016

È STATO evidente fin dall’inizio che le proposte di modificare la legge elettorale esprimono strategie diverse, anche profondamente conflittuali. Si sta giocando una partita tutta politica, in cui si coglie anche un forte uso congiunturale delle istituzioni, appiattite sulle esigenze del breve o brevissimo periodo. È quel che sta accadendo con le proposte di modificare la legge elettorale per impedire la vittoria del Movimento 5Stelle in un eventuale ballottaggio, che tuttavia, con il passaggio dal voto di lista ad uno di coalizione, servirebbe pure a salvare gli spezzoni di partito all’interno di centrodestra e centrosinistra, che altrimenti sparirebbero.

All’opposto, le modifiche dovrebbero restituire la legge elettorale alla costituzionalità, messa radicalmente in dubbio dalle iniziative che hanno portato l’Italicum davanti alla Corte costituzionale, con la speranza che essa lo demolisca in tutto o nelle sue parti più significative com’è avvenuto con il Porcellum. Compare così un altro soggetto nella partita politica in corso, con un ruolo particolarmente rilevante, sia per le sue specifiche competenze, sia perché dovrebbe affrontare il problema il 4 ottobre, dunque in un momento che cade nella fase referendaria (a meno che i giudici della Consulta non trovino soluzioni che li liberino da questa incomoda coincidenza).

Ma la discussione sulla legge elettorale ha prospettato una diversa finalità, ancor più ambigua e distorcente. Si prospetta con insistenza una sorta di “liberi tutti”, nel senso che si sostiene esplicitamente che, se l’Italicum verrà modificato, cadrebbero le ragioni che inducono taluni a ritenere che, a questo punto, il voto referendario potrebbe tranquillamente essere orientato verso il Sì. Questa, tuttavia, appare più come la ricerca di un alibi che come una plausibile argomentazione. Infatti, pur essendo evidente la connessione tra legge elettorale e riforma costituzionale, gli effetti pesantemente negativi dell’Italicum richiedono una sua riscrittura, intervenendo seriamente sul doppio meccanismo maggioritario, sul fatto che si continua ad essere di fronte a nominati più che a eletti, sull’evidente concentrazione del potere verso l’alto, nelle mani del governo anche per quanto riguarda i tempi del procedimento legislativo. E, soprattutto, dovrebbe essere recuperato il diritto dei cittadini ad essere rappresentati, la cui mancanza ha determinato l’incostituzionalità del Porcellum. Anche così, tuttavia, non scomparirebbero i vizi della riforma costituzionale, e il passaggio al Sì sarebbe poco più che una operazione di convenienza. Renzi, da parte sua, continua ad escludere che la legge elettorale possa essere modificata.

Tutto troppo aggrovigliato? Ma le cose stanno proprio così, e bisogna averne consapevolezza perché questo dimostra che la discussione non può essere chiusa in modo autoritario, come peraltro dimostra la proposta di Franceschini di riprendere la questione dopo il referendum. Peraltro, qui siamo di fronte ad una questione più generale e ad una clamorosa contraddizione. Si ripete che bisogna discutere “nel merito” e poi, invece, si afferma perentoriamente che il testo della riforma deve essere accettato in blocco, perché è già stato fatto un gran lavoro, perché bisogna rispettare la coerenza interna dei testi e perché potrebbe altrimenti determinarsi una situazione difficilmente gestibile. Questo, però, è un argomento improprio, a suo modo ricattatorio, perché ai cittadini deve essere riconosciuto nella sua pienezza il diritto di fare la loro scelta in una materia sbandierata come un cambiamento radicale del sistema. La confusione, se mai, è il frutto del modo approssimativo e disinvolto con il quale il governo ha impostato la questione, associando impropriamente la vittoria del No ad una inevitabile fase di incertezza, addirittura allo scioglimento delle Camere, del tutto estraneo alle sue competenze.

Inoltre, questo modo aggressivo di procedere, che sostanzialmente vuole delegittimare il No, crea ogni giorno di più una divisione profonda tra i cittadini, sì che l’eventuale vittoria del Sì ci consegnerebbe una Costituzione “provvisoria”, quasi certamente approvata solo da una minoranza. La conseguenza? La fragilità del testo, perché evidentemente il programma delle forze di opposizione avrebbe come punto essenziale proprio il suo cambiamento. Un bel risultato da parte di chi va predicando stabilità.

La verità è che, una volta di più, pesano la povertà culturale, l’assenza di una memoria storica. Non si è sfiorati dalla necessità di riflettere sul senso di responsabilità degli autori della Costituzione che, all’indomani dell’esclusione dal governo dei partiti di sinistra, non fecero prevalere interessi di parte, mantennero fermo il principio della condivisione, e così garantirono la lunga durata della Costituzione e la possibilità che in essa potessero riconoscersi le forze più diverse. Oggi la riforma costituzionale è stata buttata nel conflitto politico in modo disinvolto e tecnicamente approssimativo. Ma è possibile una riforma costituzionale senza cultura costituzionale?

Bisogna procedere così perché la riforma è attesa da troppo tempo? L’argomento è inconsistente e pericoloso, perché una cattiva riforma rimane tale quale che sia la sua originaria motivazione. Torna così la questione del giudizio sul merito, che riguarda le parole d’ordine adoperate dai sostenitori della riforma. Non v’è la semplificazione legislativa, perché è stato abbondantemente dimostrato il moltiplicarsi dei procedimenti ai quali è associato il Senato, l’incidenza sul principio della sovranità popolare, con effetti rilevanti sull’idea stessa di sistema democratico. Le minori spese sono poco più che una furba strizzata d’occhio alla peggiore antipolitica, peraltro realizzabili in maniera più intelligente e persino più incisiva. Rimane ancora incerto il criterio di selezione dei consiglieri regionali che dovranno far parte del nuovo Senato. Stiamo andando verso la votazione di un testo costituzionale incerto, sul quale bisognerà subito mettere le mani. È accettabile?

Ma, si dice, finalmente ci liberiamo del bicameralismo perfetto, fonte di lungaggini e di compromessi — Qui la manipolazione dell’informazione è ancora più evidente. Si identificano i critici della riforma con i sostenitori del sistema attuale, mentre basta leggere le molte proposte di modifiche presentate nel corso delle audizioni parlamentari per rendersi conto che proprio da molti di loro erano stati prospettati cambiamenti del sistema più profondi e razionali. E si è addirittura cercato di arruolare, senza troppa fortuna, nelle schiere degli attuali riformatori Berlinguer, Ingrao, Iotti, che a questi problemi avevano guardato con ben altri occhi.

Di nuovo una questione di cultura, che ci porta a un tema centrale della discussione. Quale informazione sta accompagnando la già lunghissima campagna elettorale? L’asimmetria di potere è clamorosa, come dimostrano i dati riguardanti la presenza dei sostenitori del Sì in particolare nei programmi della televisione pubblica. Dobbiamo aspettare la fissazione della data del voto, che individuerà così anche il periodo in cui dovrà essere garantito un minimo di par condicio? E sembra vano sperare in una qualche neutralità del governo, che continuamente trasforma troppe sue iniziative in argomenti a favore del Sì.

Giorno dopo giorno si accumulano così conflitti politico-istituzionali che i sostenitori del Sì faticano a gestire senza una loro drammatizzazione, senza chiamare a raccolta le persone e gli argomenti che vogliono mostrare come non esista alcuna alternativa ragionevole. E poiché protagonista obbligato di questa vicenda è il presidente del Consiglio, chiedergli di “spersonalizzare” è quasi una contraddizione insuperabile.

 
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La doppia sfida di Tsipras: cambiare l’Europa e la sinistra

  • Pubblicato in Partiti
EU a sindi Teresa Pullano, da il manifesto - Il leader greco è l'erede dell'eurocomunismo. La sua scommessa è quella di un'Europa antiliberista. La posta in gioco è la conquista dello spazio continentale. Superando l'euroscetticismo nazionalista di una parte delle sinistre
Alexis Tsipras, candidandosi a presidente della Commissione europea, fa una scommessa: non ci sarà Europa se non sarà espressione di una sinistra antiliberista. Viceversa, non c'è futuro per un progetto di democrazia radicale al di fuori dello spazio europeo. Per dimostrare la validità di questo assunto, Tsipras deve affrontare due scogli: la difficoltà di un'azione politica su scala continentale e l'assenza di un popolo europeo. Se le forze riunite intorno a Syriza saranno capaci di ridare il potere di decidere ai cittadini, e di farlo su scala continentale, allora si potrà chiudere una fase storica cominciata nel 1989: quella del pensiero unico neoliberale.
Definire l'Europa come terreno di lotta non va da sé. Le istituzioni europee sono viste come strumenti al servizio delle élites liberiste. Lo si è visto al congresso della Linke, a metà febbraio: la prima versione del programma per le elezioni europee indicava nella Ue del dopo Maastricht la causa di una delle "maggiori crisi economiche degli ultimi 100 anni". Dopo le accuse di antieuropeismo la frase incriminata è stata rimossa. Ma la spaccatura, profonda, rimane intatta, in Germania e nel resto delle sinistre europee. In Grecia, i comunisti del Kke hanno una posizione antieuropeista. A Roma il 12 aprile si terrà una manifestazione dei movimenti contro le politiche di austerità. Alcune delle organizzazioni che vi parteciperanno, come Ross@, chiedono la "rottura dell'Unione europea", altre la fine dell'euro. Un esito affatto malvisto da un economista come Emiliano Brancaccio, che ne ha scritto sullo scorso numero di Sbilanciamo l'Europa.
La posizione di Tsipras è all'opposto. Nel suo programma si legge che la zona euro è lo spazio più appropriato per realizzare politiche redistributive e di pieno impiego. Questo perché "l'unione monetaria, come entità unitaria, ha maggiore libertà nelle decisioni politiche rispetto ai singoli stati membri presi separatamente". È il primo punto chiave: lo scontro a sinistra è sul livello geografico, economico e politico, sul quale porsi. Tsipras si troverà di fronte a una duplice sfida: riuscire a unire i lavoratori, frammentati a livello nazionale, e identificare i contorni dello spazio europeo, che è composito e ben diverso dall'omogeneità sia della nazione che dell'orizzonte globale dell'internazionalismo classico. Non si può dar torto a chi sostiene, come gli autori del libro En finir avec l'Europe (La Fabrique edizioni, Parigi, 2013), a cura di Cedric Durand, che i lavoratori non sono organizzati a livello europeo: mentre le classi dominanti sono potenti e coordinate su scala continentale e internazionale, i movimenti sociali e le organizzazioni della sinistra sono ancorati ai ritmi e agli spazi nazionali. Per Durand e i suoi co-autori i lavoratori non influenzano il processo di integrazione e non dispongono dei mezzi per farlo. Il livello nazionale è dunque l'unico al quale tornare. Si potrebbe obiettare che c'è un errore di prospettiva: come la nazione è stata il piano delle lotte di classe per gli ultimi due secoli, e i primi ad accorgersene, e ad usarla in questo senso, furono proprio gli interessi della borghesia, allo stesso modo oggi questa funzione è svolta dallo spazio europeo. Nulla impedisce di appropriarsi di questa nuova forma dello stato e di trasformarla, com'è accaduto per le nazioni. Nello stesso tempo, Tsipras deve riuscire a coordinare le lotte dei lavoratori in Europa. Deve costruire luoghi d'incontro e strumenti di lotta che cambino le politiche europee di circolazione dei lavoratori e dei servizi.
La seconda sfida è come ridare potere decisionale ai cittadini in mancanza di un popolo europeo. L'Europa sarà democratica o non sarà. L'obiettivo politico per eccellenza, scrive Tsipras, è la riorganizzazione democratica dell'Unione europea, che si declina in termini di diritti sociali e politici. Per garantirli bisognerà rafforzare il budget comune, dare potere ai parlamenti nazionali di stanziare le risorse necessarie e rinforzare il ruolo del Parlamento europeo. Questo però non basta: un'Europa democratica, nella quale i cittadini riconquistano un potere decisionale, si potrà avere solo se le masse popolari, e le loro lotte, riescono a intervenire sulla forma che lo Stato sta prendendo su scala europea. Solo se i partiti, i movimenti, i cittadini riusciranno a fare proprio lo spazio europeo, a produrlo loro stessi, e non a subirlo o ad ignorarlo ripiegandosi sulla falsa questione dell'identità nazionale, allora si potrà avere una democrazia europea in assenza di un popolo, nel senso moderno del termine. Il popolo emergerà dalle lotte politiche, costituenti sia dello spazio che del soggetto democratico. Il filosofo greco Nicos Poulantzas, che Tsipras ha citato non a caso nel suo tour italiano e nella visita al manifesto, la chiamava "la via democratica al socialismo". Una visione che non ha nulla a che vedere con il socialismo liberale: significa che l'oggetto della lotta è la trasformazione radicale dello spazio statuale.
 

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