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Colleferro: il compound industriale dove-come-quando?

 Il Piano Regionale rifiuti usato per il trapasso della fallita Lazio Ambiente spa

comitatoresidenticolleferro 350 260di Ina Camilli - Il Piano regionale rifiuti circola da oltre un anno sotto forma di bozza più o meno definitiva e il testo ora giace in Consiglio regionale a causa dell'emergenza sanitaria da pandemia causata dal coronavirus: continua perciò ad essere ancora vigente quello adottato circa 10 anni fa.

Il dramma senza precedenti che sta attraversando il mondo moderno dalla fine del 2019, un fenomeno di dimensioni globali - #restiamoacasa non è uno slogan ma significa limitiamo i contagi - non deve portare a forme indirette di sospensione delle garanzie costituzionali che sono alla base del nostro sistema di trasparenza democratica e non deve diventare l'alibi per non fare, ciascuno nel suo ambito, grande o piccolo, la propria parte civilmente e correttamente.

Il nostro è un microcosmo fatto di collaborazioni attive lungo la valle del Sacco e anche da questo piccolo angolo vale la pena ribadire pubblicamente, sempre in nome del desiderio di scardinare uno sciagurato sistema, le reiterate e impunite carenze in materia di anticorruzione e trasparenza di cui vive e si nutre alle spalle dei cittadini e dei lavoratori: intendiamo continuare a farlo con la forza del sano civismo e la verità documentale degli atti.

Nel nostro "piccolo" abbiamo indirizzato alla società Lazio Ambiente spa un'altra richiesta di accesso agli atti sul compound industriale da insediare a Colleferro (schemi di processo, business plan, relazione tecnica, piano economico di investimento), come previsto dal Piano rifiuti regionale.

Per i pochi che non lo sapessero, la società, nata nel 2011 dal salvataggio del Consorzio Gaia spa, è interamente regionale e si occupa di gestione dei rifiuti. Condotta dalle diverse dirigenze sull'orlo del fallimento, viene posta in vendita nel 2017 con un bando di gara pubblico, andato deserto. Ormai fuori controllo per le ingenti passività, nel 2018 interviene la Regione - superando senza titubanza tutta la fatica fatta per far credere che la dismissione della sua partecipata fosse un obbligo imposto dal decreto Madia - che affida a Lazio Ambiente spa il compito di progettare un nuovo impianto per il trattamento dei rifiuti: un compound che assorbirebbe lo scarto di tutti i TMB del Lazio, legato indissolubilmente alla produzione di rifiuti non differenziati e industriali.

Nelle linee strategiche per il nuovo Piano di gestione dei rifiuti, il compound industriale è parte integrante e sostanziale perchè "rappresenta uno dei cardini del nuovo Piano" e "il fulcro del Piano industriale di Lazio Ambiente spa", entrambi incentrati dunque sul garantire ingente mole di rifiuti non differenziati a scapito di tante piccole medie imprese che vivono di riciclo e recupero dei rifiuti differenziati.

Va sottolineato che secondo il Presidente della società Fortini a gennaio 2020 doveva essere pubblicato il bando per la costruzione del compound industriale a Colleferro ed entrare in funzione due anni dopo.

E invece, a dispetto di quello che i pianificatori incaricati dalla Regione indicano nei documenti di Piano con tanto di capacità, dimensioni e schemi di flusso ben definiti e messi nero su bianco con "piglio esperto" (si tratta di due società, la Esper srl di Torino tra i cui soci/progettisti figurano "risaputi esperti" di pianificazione e progettazione impiantistica come un ex postino e un chimico, e la società Ambiente Italia srl, nota alle cronache pavesi per l’operato del suo Presidente).

In risposta alla richiesta di accesso agli atti il Presidente Fortini risponde al Comitato "di non poter dar seguito alla Sua richiesta in quanto trattasi di un progetto industriale di proprietà della scrivente società, al momento ancora in fase di studio. Sarà cura di questa società rendere pubblici tutti gli elaborati non appena questi saranno conclusi."

Forte della sua pluriennale e nota esperienza nel settore (Napoli, Roma fino alla fase fallimentare di Lazio Ambiente spa), il Presidente risponde a noi ad Aprile 2020, che "l'impianto è tutto ancora da progettare, non ci sono atti formali ad oggi da poter consegnare in termini di documenti progettuali" nonostante la prevista tempistica sbandierata in ogni dove.

Non avevamo dubbi che ci saremmo trovati davanti ad un nulla di fatto o che forse si nascondono dietro l'emergenza coronavirus le attività in corso, per questo abbiamo già richiesto anche alla Regione gli atti con relativi protocolli che avrebbero autorizzato negli ultimi tempi la decotta Lazio Ambiente spa a occuparsi della progettazione di questo ennesimo impianto, straordinariamente impattante, di cui nulla si sa ancora ad oggi. Nemmeno il Comune di Colleferro è in grado di dirci dove intendono costruirlo!

Aspettiamo una risposta e nel frattempo #restiamoacasa!

Colleferro, 10.4.2020

Ina Camilli

Rappresentante Comitato residenti Colleferro

Contrada Fontana degli Angeli

00034 Colleferro – Roma
– cell. 3357663418
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Occhi aperti: dove si soffre qualcuno s'arricchisce

 Quando l'illegalità prospera?

mafia investe 350 minNadeia De Gasperis - Da sempre le mafie vedono nella tragedia non il dolore ma una occasione per rafforzarsi, riorganizzarsi e quando il momento è maturo, arricchirsi. Perché quando l’ordine sociale è scardinato le mafie trovano nuove opportunità di sviluppo. È successo dopo terremoti importanti, e succederà anche stavolta, quando, finalmente, saremo usciti da questa immane tragedia. Il post terremoto dell’80, ha ricordato il Sostituto Procuratore di Napoli dell’antimafia, Catello Maresca, ha visto nascere il clan dei Casalesi, ma anche più recentemente, aggiungerei, la ricostruzione dell’Aquila, ha visto accaparrarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ’ndrangheta e di cosa nostra.

Non si trattava di criminalità abruzzese ma di società saldamente impiantate nell’Italia settentrionale, attirate dagli appalti e dunque presenti in Abruzzo solo fino a quando erano prospettabili lucrosi guadagni. Tutto questo perché non si è voluto lavorare nella prevenzione di questi fenomeni, mettendo in campo quegli strumenti che avrebbero permesso di monitorare dinamiche così delicate, garantire che tutto procedesse nella trasparenza come con l’istituzione di un osservatorio della legalità.

Oggi le mafie hanno il tempo di organizzare e programmare le azioni future, si cementano le alleanze e si affermano i rapporti di forza e soprattutto, dove lo Stato manca e la gente è disperata, e lo scenario presente lascia presagire un futuro di forte disagio, economico e lavorativo, oltre che umano e sociale, la criminalità fa proseliti, tiene in scacco le attività commerciali. Lo abbiamo visto sui nostri territori, quando in momenti molto meno drammatici, almeno universalmente parlando, ma di forte contrazione economica, il proliferare delle infiltrazioni mafiose ha preso in mano risollevandole per poi tenerle sotto scacco, molte attività destinate a fallire.

Nell’ attuale panorama, così inquietante, di disagio sociale ed economico, le mafie esercitano prima un controllo sociale, divenendo riferimento per le comunità più piccole, magari quelle rurali che faticano a resistere, poi saranno le aziende e le attività minori a essere vittime dell’usura, perché ricordiamole, le mafie sono quelle che detengono il più grande capitale. Ma è ipotizzabile che ad essere “infettati” saranno nuovi settori, come quelli assicurativi, ad esempio, perché questa inaspettata situazione ridisegna anche le dinamiche del mondo del lavoro, dove datori di lavoro, pubblici e privati, che si trovano a gestire giorni di malattia e assenza, avranno bisogno dell’aiuto di assicuratori, un settore che sarà appetibile alla criminalità. Per non parlare del commercio di quelli che sono diventati beni di prima necessità, come mascherine e prodotti sanitari, saranno di certo motivo della nascita di nuovi nuclei criminali di nicchia.

Che sia questo il momento di guardare al futuro con quel sospetto necessario per mettersi al riparo da questi scenari?! Come dopo una guerra il Paese avrà voglia di ripartire, di scrollarsi di dosso il dramma e il dolore e forse nel farlo sarà più determinato che mai, lo Stato garantisca che tutto ciò possa avvenire in totale sicurezza.

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Ceccano. Dove il mercato?

ceccano monumento 350 260Comunicato

In mattinata alcuni promotori del Comitato Spontaneo Cittadino hanno depositato presso la segreteria del comune di Ceccano le firme raccolte a sostegno di una Petizione https://www.unoetre.it/provincia/item/7867-ceccano-petizione-per-il-mercato-settimanale.html? che con chiarezza indica pericolosità ed inconvenienti per la circolazione se venisse resa esecutiva la famigerata delibera 141 del 2017 riguardante lo spostamento del mercato del mercoledi.

Il Comitato Spontaneo chiede al Commissario di essere disponibile ad un incontro per illustrare in ogni particolare la Petizione e per ricordare che lungo Piazza 25 luglio la pavimentazione è precaria, caratterizzata da buche e accavallamenti e che nell’area indicata esistono gravi difficoltà di accesso per scolari, malati e cittadini alla scuola, agli ambulatori medici, alla Farmacia, alla Residenza per anziani e agli uffici che erogano servizi.

 

 

Ceccano. Il mercato del mercoledì

 

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Se uno studente accoltella una insegnante dove vanno rintracciate le cause?

«Una scuola dovcorteo scuola caponetto tommaso natale 460 min minrebbe offrire tra i suoi banchi quella che Erri De Luca chiama una “generosità civile”, perché non ha il potere di eliminare le disuguaglianze ma tra le sue mura può garantire uguale dignità e attenzione a tutti i suoi alunni. Questo è quello che recita in maniera impeccabile la nostra costituzione. Eppure è in crescita il numero di istituiti che vantano un prestigio derivato da alunni di alta estrazione sociale, assenza di immigrati e di disabili. E a questi soggetti più deboli una scuola pubblica e gratuita sa offrire adeguata attenzione? I docenti, per ruolo e preparazione sono pronti a garantire l’inclusione dei soggetti più vulnerabili?» Dalla Presentazione di Nadeia De Gasperis (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

La prima intervista è a Luigi Gulia, già preside di istituti scolastici del territorio e presidente del Centro di Studi Sorani Vincenzo Patriarca.

  1. Luigi Gulia 1 e 2
  2. Luigi Gulia 3 e 4
1. Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

R./ Per motivi anagrafici ho vissuto in prima linea la stagione dei passaggi, dei cambiamenti, delle prospettive di riforma, in qualche modo anticipando, sperimentando – per non pochi di noi l’esigenza era nell’aria e nelle nostre volontà – idee, metodologie, percorsi, strumenti e modalità che nel corso degli anni (rispetto alla mia posizione professionale) l’autonomia scolastica avrebbe cominciato a indirizzare e condurre a sistema. In fondo sembrava lo sbocco naturale e il compimento della stagione iniziata con i decreti delegati del 1974, che avevano recepito e attivato la gestione sociale della scuola (stato giuridico del personale, sperimentazione e aggiornamento, organi collegiali).
Tutte queste novità, con le successive innovazioni legislative (intraprese, abrogate, realizzate, avviate negli ultimi venti anni) fino alla cosiddetta “buona scuola”, pur esprimendo e risentendo delle idee e dei profili politici delle maggioranze parlamentari che le hanno prodotte, hanno sollecitato la scuola, e tutti coloro che la animano, nel bene e nel male, a ripensare se stessa, a ridefinire la propria identità sociale, in un’ottica di responsabilità progettuale e di protagonismo dei soggetti che concorrono, nella diversità dei ruoli, all’efficacia o inefficacia del sistema. Una scuola più attenta – si è detto e si dice – alla persona e al valore della conoscenza e della sua elaborazione come acquisizione ed esercizio consapevole della propria dignità di essere libero e pensante.
Sapersi inventare e spendere, costantemente interrogandosi, attrezzandosi, rinnovandosi e proponendosi è l’impegno di cui il docente è chiamato a farsi carico, non in solitudine, ma in sintonia operativa (ricerca, riflessione, azione) con dirigenti, colleghi, personale tutto della scuola, genitori, enti e istituzioni territoriali, in una condizione non di perenne conflittualità e di contrapposizione (come purtroppo si registra nella prassi causata dallo stress di operazioni prive di saggezza organizzativa e di adeguato dosaggio dei tempi) ma di forte e condivisa passione educativa.
L’autonomia, le leggi di riforma, le innovazioni da sole non cambiano la scuola, o meglio: esse sono solo strumenti (perfettibili, modificabili, come tutti gli strumenti umani), la cui traduzione in prassi efficace può dipendere principalmente dal discernimento intelligente degli operatori (risorse umane) oltre che dalle risorse economiche disponibili.
È cambiato il ruolo del docente? È sicuramente diverso dal modello (autoritario, ma – va onestamente ammesso – in molti casi autorevole) che abbiamo conosciuto come studenti (parlo della mia generazione), riformulato nel suo statuto da quello che molti di noi hanno espresso esercitandone la funzione prima della stagione inaugurata dall’autonomia. Sempre valido l’antico metodo socratico: «Socrate rinvia il sapere che l’allievo ricerca in lui, mantenendo aperto il luogo del sapere come luogo di una mancanza strutturale» (Massimo Recalcati, psicoanalista, nel suo libro L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014, p. 43).
La domanda da porsi mi pare piuttosto la seguente: il ruolo del docente riesce a farsi oggi adeguato alle prerogative di una scuola che intende affermare il proprio ruolo centrale nella società della conoscenza (come recita l’incipit della “buona scuola”) anche come comunità di accoglienza e di scoperta dei valori più autentici della persona umana?
E come può il docente, in questo contesto, plasmare anche la propria personalità per essere in attitudine di ascolto, di dialogo, di interazione con i propri allievi e con i colleghi con i quali condivide progetto e percorso educativi?
Docenti che hanno buona memoria ricorderanno che era mia abitudine chiudere le riunioni collegiali con l’invito ai presenti di ricordarsi anche di far l’amore, inta scuola studentesseendendo dire di dedicare spazio agli affetti, alla cura di sé, allo studio, all’arricchimento spirituale e culturale, all’arte, alla musica, al tempo libero e liberante, per riuscire a mostrarsi ed essere nelle relazioni interpersonali, prime fra tutte quelle con i propri allievi, persone capaci – col proprio stile di vita – di ispirare e testimoniare fiducia, serenità, ricerca del vero, del buono e del bello.
E mi pare calzante, in conclusione, quel che, secondo il citato passo di Recalcati, deve caratterizzare “il lavoro di ogni insegnante degno di questo nome”: «Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima».

2. Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

R./ Esistono e si fanno indagini, studi e dibattiti. Tutti utili. Ma quali sono le cause del fenomeno? Difficile individuarle e isolarle, senza un quadro generale di riferimento. Soffriamo, a vari livelli, di iperattivismo (e poi di stress e di depressione), di deficit spirituale (resistenza alla contemplazione e allo stupore), di difficoltà a raccoglierci nel silenzio, colpevoli di carenza di equilibrio tra l’essere e l’avere, di incapacità a coniugare il “noi” come cifra esistenziale, di difetto di presenza, di irrisione della legalità…
Quando uno stimato personaggio della canzone, e per giunta televisivo, sul palco dell’Ariston se ne esce con un “E chi se ne frega!” (subito applaudito da un pubblico che nemmeno se ne è reso conto, distratto dallo sfolgorio scenografico) rispetto alla regola della par condicio in periodo di campagna elettorale, non fa né ironia né umorismo né satira, compie invece (inavvertitamente? ancor più grave!) una rozza azione, verbale e di atteggiamento, che, aggiunta alle altre, assai diffuse, dello scadimento quotidiano del linguaggio in volgarità compiaciuta, quale messaggio volete che arrivi ai ragazzi, ai giovani (ma anche agli adulti)?
L’episodio citato, facilmente sfuggito, è esempio minimo di superficialità e di trasgressione apparentemente innocua. Può sembrare irrilevante, è invece emblematico di un clima che indulge alla scostumatezza, alla arroganza, alla irrisione di valori che fanno la dignità della persona, perfino alla noncuranza di quelle più fragili e indifese
Sempre più rara l’etica professionale di molti che operano nel variegato (e pervasivo) mondo della comunicazione. Altrettanto avviene nella produzione letteraria, televisiva e cinematografica, che dovrebbe commisurare la propria libertà di espressione al rispetto della libertà e della sensibilità dei destinatari. In questo ambito altrettanto deleteria è la banalità. Il campo è seriamente minato dalle interferenze sempre più frequenti di network fraudolenti e manovrati da esclusive ragioni di profitto. Il potere del denaro sembra rendere lecita ogni azione. Perfino la passione sportiva è oggi infestata dagli interessi di “eserciti mercenari”.
E si potrebbe continuare così se si volge l’attenzione anche ai personalismi degli scontri politici, alla corruzione dilagante, alla malavita organizzata, alla illegalità assurta a sistema…
Il quadro rischia di farsi buio, e culturalmente molto preoccupante, se non tenessimo conto, al contrario, dei molteplici motivi di luce e di speranza, che la responsabilità di ciascuno potrebbe cominciare ad assumere e moltiplicare come impegno personale oltre che condiviso. Basti pensare a quanto spazio di rigenerazione di bene comune potrebbe profilarsi sui grandi temi (e sfide) della giustizia sociale, del diritto al lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della ricerca scientifica, dei servizi alla persona, del volontariato, della pace, e così via…
In questa realtà, ricca di contraddizioni, le forme di violenza e di intolleranza emergono come crisi profonde, ferite, lacerazioni, dissidi nelle relazioni interpersonali, più frequentemente proprio nei luoghi dove la qualità dei rapporti dovrebbe sostanziare l’esperienza della vita umana: nella famiglia e nella scuola.
Perché? Difficile dare una risposta univoca. È possibile ipotizzare, tuttavia, che occorre ripartire proprio dagli spazi dell’educazione e dell’amore, con volontà individuali e collettive. E con il sostegno di una legislazione più attenta alle necessità di vita delle persone e di rimodulazione dei tempi delle città, riprendendo e ampliando istanze recepite negli anni Novanta dalla sensibilità di una donna ministro, Livia Turco, e parzialmente confluite nella legge 8 marzo 2000, n. 53, che si prefiggeva di promuovere un equilibrio fra i tempi di lavoro, di cura, di formazione e di relazione. Ecco: ripartire dalle persone e dall’educazione alla legalità e alla memoria per costruire un sano tessuto sociale, quello dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Tempi lunghi, ma urgenti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

3. La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

R./ La formazione è un diritto/dovere che investe in via permanente sia la responsabilità individuale della propria dignità professionale sia il compito istituzionale della Scuola di promuovere, assicurare, verificare costantemente la qualificazione (e valorizzazione) dei propri operatori, affinché la comunità scolastica sia pronta e idonea a rispondere alle esigenze educative di generazioni in continua trasformazione ed a rischio di manipolazione.
La formazione dei docenti è priorità costitutiva della dimensione e funzione professionale: competenze culturali, disciplinari, didattiche, relazionali, organizzative, di ricerca e di documentazione non si acquisiscono una volta per sempre; necessitano di essere aggiornate, reinventate, implementate, ridefinite sul campo. Basti pensare alle strategie didattiche suggerite dalla flessibilità dell’autonomia organizzativa per rendersi conto della primaria necessità di potenziare le risorse umane di cui ogni istituzione scolastica dispone per elaborare, progettare, realizzare, misurare l’incidenza della propria ragion d’essere.
Proprio sul versante della inclusione dei soggetti più vulnerabili, la sfida educativa chiama in causa e in azione l’intera comunità scolastica, finalmente riconosciuta e definita come “comunità educante”, anche per superare quella distorta prassi che nel passato (forse tuttora perdurante) faceva ricadere ogni responsabilità sulla sola presenza del docente di sostegno.
Ciò significa che questa “comunità” è “educante” nella misura in cui pone al centro la persona (cioè ciascun membro che a vario titolo ne faccia parte) e si fa carico di accogliere, rispettare, integrare, valorizzare le diversità, comprese quelle etniche, culturali e religiose. E significa che questa comunità si connota di una ulteriore apertura educativa (alla interculturalità e alla cittadinanza globale) che riguarda e investe la crescita personale sia dei docenti sia degli allievi, affinché in ciascuno maturi una coscienza sociale più democratica (e solidale) e senza confini.
A questo scopo, oltre alla iniziativa individuale, occorrono energie e investimenti cospicui e irrinunciabili per la formazione permanente del corpo docente in stretta connessione strategica con la progettazione di istituto e territoriale. Sotto questo profilo è di fondamentale importanza una intelligente capacità di raccordo del dirigente, leader educativo, promotore di risorse e animatore di sinergie.

4. Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò s
alunni scuola professore 350
ui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

R./ A cinquant’anni dalla “lezione” della Scuola di Barbiana, a quasi cinquantasei dalla legge istitutiva della scuola media unica, a venti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti, a circa venti dal dibattito sulla garanzia del “successo scolastico”, ancora barcolliamo sulla corretta traduzione del verbo “promuovere”, relegato – come il suo contrario “bocciare” – a mero esito amministrativo.
La scuola non ha altro (e altissimo) compito che quello di “promuovere”: glielo consegna e sancisce (come a tutti coloro, persone enti e organizzazioni che formano il tessuto civile della Repubblica) l’Art. 3 della nostra Costituzione repubblicana e democratica. La scuola (“comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale… [in cui] ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione…”: Statuto delle studentesse e degli studenti, Art. 1, comma 2) ha la specifica responsabilità (si veda l’Art. 34 della Costituzione) di garantire il diritto di ogni cittadino ad imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme, ad essere (i pilastri dell’educazione del Rapporto Delors che precede di un anno il conferimento, in Italia, dell’autonomia alle istituzioni scolastiche).
Il passaggio è epocale: da una scuola selettiva (ed elitaria) ad una scuola inclusiva, della quale occorre oggi capire il senso autentico, che non è quello di una “scuola facile”. Su questo punto intervenne con chiarezza nel 1980 il magistrato Gian Paolo Meucci, amico di don Lorenzo Milani, presidente del tribunale dei minori di Firenze (lo avevo conosciuto e ascoltato negli anni giovanili ai ricorrenti convegni della Pro Civitate Christiana di Assisi): «L’equivoco in cui la scuola è incorsa riguardo al “non bocciare” milaniano è duplice. Da un lato, coloro che hanno interpretato il “non bocciare” come lassismo degli studi, come scuola facile, il cosiddetto “6” garantito. Dall’altro, c’è chi ha interpretato la proposta milaniana come la fine della scuola. Infatti, in una dialettica scolastica autoritaria la bocciatura e la sospensione sono i cardini del potere disciplinare. Se si tolgono queste due armi – sospensione e bocciatura – a chi vive il mondo scolastico in questa logica autoritaria è come se gli decretassimo la fine della scuola, delle vecchie certezze e gerarchie. In questo duplice senso – lassismo e fine della scuola autoritaria – il “Non bocciare” milaniano equivale a un livellamento culturale in basso. Invece il “Non bocciare” milaniano è il compito più difficile che la scuola possa proporsi perché equivale a un livellamento, sì, ma in alto. La differenza è abissale».
Ricordo che nel 1998 o ’99 (in quegli anni ero preside del Liceo classico di Anagni, poco prima che alla nostra professione di presidi venisse attribuita la “funzione” di dirigenti), in una cerimonia di premiazione (gli studenti del mio Liceo erano risultati vincitori già nelle edizioni precedenti) intervenne l’allora presidente del Senato. Secondo lui, perché il merito emergesse, la scuola doveva tornare a bocciare (forse era incappato nell’equivoco…). Quando mi fu chiesta la ragione della ripetuta affermazione degli studenti del mio Liceo, profittai per ribadire, al contrario dell’autorevole carica istituzionale, quel principio sacrosanto della nostra Costituzione teso a promuovere le condizioni di pari opportunità rispetto al diritto allo studio (che è anche dovere di esercitarlo), di cui i risultati raggiunti e confermati dagli studenti erano una prova evidente.
In quegli stessi mesi il già citato Statuto delle studentesse e degli studenti, al comma 1 dell’Art. 1, aveva definito la scuola come «luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica», un percorso laboratoriale pedagogico e didattico, dunque, che coniuga insieme l’esercizio (effettivo, verificabile e ri-orientabile) di diritti e di doveri, la cui efficacia è fondata sulla “qualità delle relazioni insegnante-studente” all’interno di una comunità che, attraverso il protagonismo di ciascuna componente, ne favorisce la crescita nell’ottica di una educazione continua.
Una scuola che boccia è una scuola che se ne lava le mani, scaricando all’esterno le proprie responsabilità. Una scuola che “promuove” (in senso puramente amministrativo) per sanare la propria superficialità educativa (credendo così di sopravvivere) è una scuola altrettanto svuotata delle proprie prerogative. L’uno e l’altro modello determinano conseguenze negative sulla formazione della personalità dello studente (uomo-donna, cittadino) e gravi disarmonie sociali.
Impegno primario e specifico è quello, dunque, di modulare (e rimodulare) percorsi formativi partecipati e motivati che destino, orientino e valorizzino le potenzialità di cui ogni persona, nella propria individualità e con le proprie peculiarità (e diversità), è portatrice, non in astratto ma mediante l’attività di scoperta e di costruzione del sapere (dei saperi) e delle competenze per una partecipazione qualificata e attiva alla vita sociale (cooperazione, solidarietà, democrazia, “bene essere” comune).
E a questo punto non si dovrebbe dimenticare l’importante funzione della valutazione, intesa come processo di verifica delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti, per ridefinire, correggere, perfezionare strumenti, modelli, linguaggi, conoscenze, competenze, obiettivi. Senza mai abbassare la guardia…
Certo, è una sfida! La più difficile per chi intenda oggi spendere la propria vita nella formazione e nella educazione (di sé oltre che degli altri). Potrà tanto esaltare quanto deprimere. Prima di aspettarsi legittimi e giusti riconoscimenti, occorre saper affinare le proprie sensibilità culturali e la propria preparazione professionale, sia individualmente sia in condivisione di risorse umane, spirituali e materiali, con quanti, a vario titolo, sono impegnati nell’ambito dei servizi sociali ed educativi.

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Il mercato a Ceccano. Dove?

mercato 350 260di Angelino Loffredi - Esiste una questione mercato che si protrae da anni. L' Amministrazione comunale ha fatto una scelta concreta, operativa che fra qualche settimana diventerà operativa. Non ne conosco il pensiero, la ragione generale che dovrebbe ispirare ogni atto, determinarne la realizzazione e nello stesso tempo indicare le priorità da affrontare e la gerarchia degli interessi da tutelare. Tutti risponderanno: l'interesse generale. Certo, l'interesse generale è un fine che sulla carta mette tutti d'accordo ma scendiamo nel concreto, seguiamo un ragionamento e ci accorgeremo che non è così.

Partiamo allora dal problema. Quale è l'inconveniente, la stortura della dislocazione dell'attuale mercato? Io mi permetto di indicarne una e significativa: due siti di cui uno, quello situato su viale della Libertà, Giardinetti, via S. Sebastiano che genera pericolosità, intasamento e altre questioni legate alla salute pubblica.
L'obbiettivo dunque deve essere l'unificazione del mercato e l'eliminazione di un "percorso di guerra" che finora ha penalizzato i consumatori, prevalentemente anziani, costretti a percorrere salite ripidissime, e d'inverno, in discesa, su strade pericolose e scivolose. La soluzione migliore sarebbe quella di sistemare tutto il mercato nei piazzali adiacenti la ex Pretura.

I consumatori sarebbero nelle ottimali condizioni di muoversi liberamente, senza intralci o pericoli, su un terreno agevole e pianeggiante. Il Comune avrebbe la possibilità di mantenere i posti macchina sui Piazza 25 Luglio e via Magenta. Spostare e sistemare le bancarelle su queste ultime strade, come vuole fare l'amministrazione comunale, vuol dire riproporre problemi vecchi (percorsi in salita) e spalancare le porte a problemi nuovi e conflitti nuovissimi, quali la perdita di posti macchine su queste due strade

La domanda delle domande da cui ritengo si debba partire è quella riguardante l’interesse del consumatore oltre che quello del Comune stesso. Queste considerazioni, per me, messe insieme, rappresentano gli interessi generali. Se si devia da questa prospettiva si rischia di precipitare in discussioni di tipo settoriale, di categoria o, se volete, corporativo. Situazioni di cui non si sente la necessità e delle quali si potrebbe, facilmente farne a meno.

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Dove va la scuola pubblica italiana?

Italia maglia nera per scuola e cultura mindi Alessia Cristofanilli (studentessa) - Lo sventramento dell'istruzione continua, ad opera dell'infallibile Ministra Fedeli e del suo seguito di sanguisughe; dopo la creazione di manodopera non specializzata né professionalmente catalogata, più propriamente detta "Alternanza scuola-lavoro", ancora una volta la morsa si è stretta attorno al cuore pulsante e indifeso della scuola pubblica, con l'approvazione del decreto ministeriale che darà il via alla sperimentazione del cosiddetto "liceo breve" in cento istituti a partire dall'anno scolastico 2018/2019.

Il "liceo breve" durerà quattro anni e quindi chi lo frequenta terminerà gli studi secondari nell'anno del suo diciottesimo compleanno e non in quello del diciannovesimo, come avviene oggi. Scelta totalmente raffazzonata e volta solo al risparmio di qualche (altro) spicciolo ai danni degli studenti; più che di spiccioli, si parla approssimativamente di un miliardo e 300 milioni di curo. Secondo la Ministra, il liceo breve porterà gli studenti italiani alla pari con i loro colleghi europei, che concludono il ciclo superiore a 18 anni. La situazione europea, tuttavia, è molto meno semplicistica e più variegata, con sistemi scolastici molto diversi tra di loro, e per questo incomparabili. Le scuole superiori di Francia, Spagna e Regno Unito, per esempio, terminano tutte nel corso del 18esimo anno. In Germania il liceo vero e proprio termina durante il 19esimo anno, come in Italia, mentre le scuole professionali possono essere più brevi. In tutta la Scandinavia, la parte d'Europa con il sistema scolastico che produce i migliori risultati, tutte le scuole superiori terminano nel corso del 19esimo anno di età.

Morale: forse bisognerebbe abbandonare questa malsana abitudine tutta italiana di vivere per numeri e non per contenuti, di quantificare il non quantificabile, e soprattutto di volere a tutti i costi alli-nearsi e tenere testa ai nostri colleghi europei senza valoriz-zare e riscoprire la cultura italiana, che ci ha portato in ogni parte del mondo con l'appellativo di culla della poesia, della letteratura, dell'arte e delle scienze. Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli studenti, commenta: "La necessità di uscire un anno prima dalle scuole superiori è reale ma non può essere questo il modo", perché sarebbe "necessario mettere in discussione il sistema dei cicli dell'istruzione secondaria, a partire dalle scuole medie per passare poi a una riforma complessiva che sappia mettere in discussione, quindi, un sistema vecchio che non risponde più alle esigenze della società attuale".

La scuola, come scrive Pierluigi Battista sul Corriere della Sera in un commento doloroso ma necessario, "non viene mai lasciata in pace. E i ritocchi della maturità? Un pezzetto dopo l'altro, senza un perché sostanziale, generando confusione e disorientamento. Perché la scuola ha bisogno di tempi lunghi, di certezze, di stabilità, di non essere afferrata dalla fregola dell'esperimento cervellotico (..) per cui ogni anno tutto viene destrutturato, riorganizzato, revisionato, ritoccato, sperimentato. Esperimenti in cui gli studenti diventano cavie."

Vale la pena correre questa corsa alla modernità, in nome della quale stiamo rigettando e dimenticando il nostro immenso patrimonio culturale? E soprattutto, per vincere o per stare sul podio dei più bravi basterà un quattro invece di un cinque? Il Ministero dice sì. E sono gli studenti, ancora una volta, a subire.

 
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"La Giunta De Donatis sa dove andrà a parare?"

  • Pubblicato in da Sora

sinistraunitasora 350 260da Sinistra Unita Sora - Lo scenario che ci siamo trovati davanti, nel corso del Consiglio Comunale straordinario del giorno 21 luglio, con all’ordine del giorno la questione dell’adeguamento del palazzetto dello sport che implica la piena attività della squadra di Volley di Sora, ci ha lasciato esterrefatti.
Una domanda che ci siamo posti è: come può un’amministrazione comunale usare tanta disinvoltura e approssimazione nel trattare questioni che chiamano in causa i destini di singoli cittadini che si trovano esposti, per loro capacità e abnegazione, ad operare, ad impegnarsi per dare di fatto dei lustri a questa città?
La nostra non vuole essere affatto una difesa di ufficio di chicchessia, ammesso che ne abbia manifestato il bisogno, no, quello che a noi preoccupa è il degrado istituzionale. Un uso sconsiderato di quello che deve essere un organismo deputato a dare sicurezza, tutela e incentivazione, secondo il dettato Costituzionale, ai cittadini nel loro agire soggettivo per finalità che vengono riconosciute universalmente di interesse pubblico.
Non vogliamo perderci nei gangli tecnici e giuridici della questione, ma come raggruppamento politico, Sinistra Unita Sora, poniamo l’accento sulla difesa delle istituzioni.
E il nocciolo della questione è questo: intanto una mancanza d’idee programmatiche da parte dell’amministrazione De Donatis, che detto in un linguaggio più naturale, non sa dove andare a parare. Pertanto ci siamo trovati sgomenti di fronte al mero sbandamento dimostrato nell’aula consiliare fatto di interruzioni; di riunione di capigruppo in cui “invitare” la proprietà dell'Argos Volley quasi fosse una intrusione da trattare con sussiego anziché dare la parola in aula e dare l’opportunità ad essa, proprietà, di spiegare pubblicamente le proprie ragioni; di una votazione su una “soluzione” testé improvvisata e su cui la maggioranza si è spaccata, di fatto auto annullandosi. E soprattutto di vedere cittadini del pubblico scagliarsi in maniera virulenta contro altri cittadini con argomentazioni artificiosamente date loro in pasto da qualcuno, forse dell’amministrazione che aveva l’unico interesse di far degenerare in rissa la massima assise cittadina. Salvo poi i cittadini, inizialmente ignari delle vere ragioni della loro presenza, ripiegare i cartelli e andare via sdegnati in quanto ormai consci del raggiro a cui sono stati sottoposti.
Ecco, ce n’è abbastanza per ribadire che a Sora è in corso un degrado istituzionale preoccupante.
Sinistra Unita Sora è vigile e mobilitata su tutto quanto questa amministrazione produce in termini di incapacità e di malafede nel trattare le questioni grandi e piccole della nostra città.
Giovanni Pierino Tedeschi portavoce SINISTRA UNITA SORA

 
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TARI Ferentino. Dove è stata “smaltita” la riduzione del 10%?

Ferentino municipio 350 260di Marco Maddalena - Il 10% della riduzione della tariffa sui rifiuti per la differenziata dove è stato “smaltito”?
A vedere gli avvisi di pagamento TARI che stanno giungendo nelle case dei cittadini di Ferentino non è percettibile lo sconto del 10% annunciato dall’assessore all’Ambiente, Franco Martini (!)
Vien da chiederci dove è stata “smaltita” la riduzione del 10%?
A leggere bene, gli avvisi, in alcuni casi, in modo particolare nelle famiglie più numerose il conto sembra essere pressochè invariato, in quanto è scomparsa la riduzione del 10% sia nella parte fissa e sia nella parte variabile per raccolta differenziata che già negli anni precedenti era presente nelle utenze che la facevano regolarmente, come da regolamento comunale approvato.
L’unica riduzione che compare del 10% solo sulla parte variabile è quella relativa al compostaggio domestico che è una “miseria” rispetto all’impegno profuso dai cittadini nella trasformazione del rifiuto ammendante e in confronto di circa il 30% di riduzione del peso che ne guadagna il Comune oltre a i costi di trasporto dei rifiuti
Inoltre, è chiaro, che permanendo una raccolta dei rifiuti mista, con alcune zone con il cassonetti ed altre con il porta a porta , quelle verificabili dove avviene la raccolta differenziata in modo corretto sono queste ultime.
Oggi, guardando, i nuovi avvisi di pagamenti ad essere più penalizzati sono proprio i cittadini che fanno la differenziata porta a porta che non trovano nessuna riduzione riguardo alla tassa dei rifiuti rispetto al 2016.
Ci auguriamo che sia un errore di fatturazione da parte del gestore privato della riscossione , verso il quale Comune intervenga ,immediatamente, per la rettifica degli avvisi stessi e venga riconosciuto l’ulteriore 10% di riduzione tariffaria come da regolamento alle utenze che realmente fanno la raccolta differenziata.
Infine, non possiamo notare nuovamente che nonostante le tariffe siano state approvate dal consiglio comunale da tempo, ancora, oggi, in vicinanza della scadenza della prima rata, 31 maggio, diverse utenze non hanno ricevuto gli avvisi di versamento dal concessionario privato e questo oltre ad un disservizio può causare problemi ai cittadini stessi che potrebbero trovarsi in difficoltà ad adempiere al pagamento alla scadenza e prevista e ricorrere a sanzioni dovute a negligenza altrui.

Marco Maddalena
Capogruppo Consiliare di Sinistra Italiana Ferentino

 
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Veroli. Il 15 dove e come si vota il Bilancio Partecipativo?

veroli comune 350 260a cura dell'Ufficio Stampa del Comune di Veroli - (a fondo pagina tutti i dettagli dei luoghi dove si vota) Il bilancio partecipativo, l’iniziativa lanciata dall’Amministrazione comunale di Veroli, entra nella fase operativa. Diffuse le istruzioni per il voto e l’elenco completo dei progetti ammessi alla valutazione e, quindi, all’eventuale consenso da parte dei cittadini.
Già da venerdì 6 maggio sulla pagina di “Facebook” del Comune di Veroli, è stata data la massima diffusione alla cittadinanza sulle procedure di voto e sui progetti ammessi a questo appuntamento di partecipazione popolare che, sulla base delle progettualità presentate, si annuncia molto atteso.
“Il traguardo raggiunto con circa sessanta progetti presentati - dice il sindaco Simone Cretaro - è già straordinario. L’adesione è stata ben oltre ogni più rosea previsione. E’ la dimostrazione che i cittadini chiedono di partecipare alla vita politico-amministrativa della propria città. Dare voce, costruire insieme un percorso progettuale di interesse generale è sicuramente fattore di crescita generale del territorio”.
Il voto per scegliere i progetti migliori è fissato per domenica prossima 15 maggio 2016. Può partecipare al voto tutti i cittadini residenti nel Comune di Veroli iscritti nelle liste elettorali del Comune ed i minorenni residenti che hanno raggiunto il sedicesimo anno di età il giorno della votazione.
Per ogni ulteriore istruzione sulle modalità di voto e sui progetti si allegano al presente comunicato le locandine che, per completezza d’informazione, si chiede di pubblicare.

Dove si vota: 1 - S. Giuseppe le Prata, Scuola elementare Don Andrea Coccia (sezioni elettorali 10-11-12); 2 - Giglio di Veroli, Sala Parrocchiale chiesa della Madonna del Giglio (sez. el. 13-14-16-17-19); 3 - Casamari, Sala Parrocchiale (sez. el. 7-8-9-15); 4 - S. Francesca, Ex lavatoio (sez. el. 5-6); 5 - Veroli centro storico, Galleria comunale "La Catena" (sez. el. 1-2-3-4-18).

 

Clicca sulle immagini per ingrandirle

Istruzioni al voto

   Schede da votare

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PD Ceccano: dove il mercato cittadino?

ceccano palazzo antonelli 350 253da Giulio Conti, PD Ceccano - Al Sindaco di Ceccano

Interpellanza urgente

Il sottoscritto Giulio Conti, Consigliere Comunale e capo gruppo PD del Comune di Ceccano premesso che dall’inizio della consiliatura circolano voci sulla riorganizzazione e spostamento del mercato settimanale;
considerato che siano rascorsi 10 mesi non è stata formalizzata alcuna proposta concreta

CHIEDE
Quali siano le reali intenzioni di questa Amministrazione in ordine al futuro del mercato a Ceccano.

Ceccano 8 Aprile 2016

 
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