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Il Dovere del Ricordo nel 77° dell'Eccidio alle Fosse Ardeatine

IL '900 ITALIANO

Fra i 335 martiri trucidati figura il nostro concittadino Luigi Mastrogiacomo.

di Valentino Bettinelli
1 tomba di Luigi Mastrogiacomo alle fosse Ardeatine 390 minIn occasione dell’anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine, l’Architetto Luigi Compagnoni ha voluto celebrare la memoria del suo concittadino Luigi Mastrogiacomo, martire dell’eccidio. Una celebrazione che l’architetto Compagnoni definisce come “dovere del ricordo” di un ceccanese trucidato alle fosse ardeatine, protagonista in prima linea della Resistenza Partigiana.
“A 77 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine riteniamo opportuno testimoniare, ancora una volta, il dovere del ricordo verso chi sacrificò la propria vita per la libertà del nostro Paese” - esordisce Compagnoni -. “Fra i 335 martiri trucidati figura il nostro concittadino Luigi Mastrogiacomo. Nella scelta delle vittime furono preferiti criteri di connessione con i partigiani: furono prelevate dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano detenuti membri della Resistenza, prigionieri comuni e di origine ebraica”.

Luigi Compagnoni offre anche un approfondimento storico sul ruolo di Mastrogiacomo nella resistenza romana. Un compito centrale, in particolar modo per il coinvolgimento del partigiano ceccanese1 Foto di Luigi Mastrogiacomo 310 min in Radio Vittoria. “Alla memoria di Luigi Mastrogiacomo è stata apposta una lapide in Piazza Municipio nel 1947 ed è stata intitolato il complesso scolastico in via Matteotti, nel 1979. Tuttavia, credo che il suo ruolo nelle dinamiche della Resistenza, sia ancora troppo poco conosciuto, sebbene messo in evidenza da vari studi. Per conoscerlo meglio, dobbiamo rifarci alla storia di “Radio Vittoria”, ribattezzata nel dopoguerra “radio della libertà” (la radio clandestina dell’OSS, il servizio segreto americano) che svolse un ruolo fondamentale nell’organizzazione della Resistenza Romana dal settembre del ‘43 al marzo del 1944. Questa era nascosta e conservata, anche per merito di Luigi, nel barcone attraccato vicino Ponte Risorgimento: lui ne era il custode. I fatti che dimostrano in maniera inequivocabile la funzione svolta da Luigi Mastrogiacomo sono rintracciabili in numerose pubblicazioni storiche: Fulco Scarpellini, Alessandro Portelli , Massimiliano Griner, Peter Tompkins e Robert Katz tolgono ogni dubbio sul suo ruolo nella vicenda di Radio Vittoria, utilizzata dal colonnello Tompkins e dal tenente Maurizio Giglio. Purtroppo Giglio, a seguito di una delazione, fu catturato unitamente a Mastrogiacomo dagli agenti della banda Koch e trucidati alle Fosse Ardeatine con altri 14 collaboratori del colonnello Tompkins. Il Tenente Maurizio Giglio fu insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare nel 1945 per il ruolo svolto in quei drammatici mesi, con il tragico epilogo dell’eccidio, seguito fino all’ultimo dal suo fedele compagno Mastrogiacomo”.

Compagnoni sostiene, accompagnando la sua proposta dai dati storici appena citati, che la figura di Luigi Mastrogiacomo meriti riconoscimenti maggiori da parte della propria città. “Tutto questo, per dimostrare che Luigi Mastrogiacomo non era un sempliceC Fosse Ardeatine luglio 1944 scoperta del massacro 390 min cittadino, ma un protagonista importante ed attivo della Resistenza contro il nazi-fascismo. E allora, al di là delle commemorazioni, sempre importanti, credo che la nostra città possa dare il giusto tributo a questo martire per la libertà ed auspichiamo che ci si attivi – a 77 anni dal sacrificio del nostro concittadino – finalmente alla richiesta della Medaglia al Valore Civile. Inoltre, la nostra comunità non dovrebbe mai smettere di ricordare la sua figura. Come affermo spesso, il ricordo è un dovere e la memoria di fatti come questo ha bisogno di esercizio continuo. Dobbiamo conservarla, valorizzarla, liberi da dispute ideologiche varie. Questo è importante per le giovani generazioni e soprattutto in momenti storici come questo, in cui vediamo ancora una volta minacciata l’esistenza del mondo libero”.

Alla figura del martire Luigi Mastrogiacomo, l’architetto Compagnoni lega quella di Nicola D’Annibale, testimone dell’eccidio delle fosse ardeatine, anch’egli nativo di Ceccano e residente a Roma all’epoca dei fatti. Una testimonianza importante che consentì di portare alla luce la barbarie avvenuta nel marzo del ‘44, dopo mesi di silenzio sulla vicenda.
Un approfondimento, per cui ringraziamo l’architetto Compagnoni, che lega ancora di più la storia della città di Ceccano a quella della Resistenza Partigiana contro l’oppressione nazi-fascista, e che mette in risalto la figura del combattente Luigi Mastrogiacomo, che sicuramente merita dei riconoscimenti più importanti dalla propria città per il servizio offerto per la liberazione della patria.

 clicca sulle immagini sottostanti per ingrandirle (la lista dei condannati e Radio Vittoria dei servizi segreti alleati)

                                                   BLista del questore Caruso con i nomi dei Martiri destinate alle Fosse Ardeatine 450 min C Fosse Ardeatine luglio 1944 scoperta del massacro 390 min                                   

 

 

 

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Difendere Taranto, un dovere ed un diritto

Associazione Genitori tarantini – ets -

Taranto è la città che piange i propri bambini...

di Massimo Castellana 
Tarantoinquinato minDell’Italia di questi tempi bui, Taranto è ormai da anni diventata un simbolo. Suo malgrado. Simbolo di come sia facile, per chi governa il Bel Paese, cedere al disumano potere economico, calpestando la Carta costituzionale nei suoi passaggi fondamentali, mentendo al popolo sovrano, inginocchiandosi davanti ad una multinazionale straniera che non rispetta i contratti.
Taranto è il simbolo di come un governo possa venerare una produzione altamente inquinante, a scapito della già troppo minata salute dei propri cittadini e della salubrità ambientale, fino a caldeggiarne un raddoppio, intervenendo direttamente con centinaia di milioni di euro degli italiani.

Sì, Taranto è un simbolo. Per le percentuali di tumori di ogni genere, di malattie cardiovascolari e respiratorie, di malformazioni, di degenerazioni psichiche, fisiche e spirituali, di gran lunga superiori alle medie regionali.Taranto è un simbolo di morte per inquinamento ambientale da parte di industrie che non si attengono alle leggi sull’ambiente e che continuano ad agire in dispregio di queste grazie alla connivenza e al sostegno di chi rappresenta lo Stato.

Taranto è la città che piange i propri bambini, accompagnandoli nell’ultimo viaggio con la delicatezza e l’impotenza di una madre ferita a morte. Bambini colpiti in gran numero da tumore, con buona pace dei ricercatori e degli esperti che considerano i tumori in età pediatrica eventi davvero rari.Taranto, sì. La polis fondata dagli Spartani (che, unico caso in quei tempi, riconoscevano importanti diritti alle donne), ridotta a simbolo di diritti negati: la dignità, la giustizia, la salute, la sicurezza, le libertà individuali, l’istruzione e il gioco per i bambini, la qualità e le aspettative di vita.

Taranto, dove anche il lavoro, termine nobile, viene ridotto al livello di schiavitù, depredato delle tutele garantite dalla Costituzione italiana. Così, la produzione a caldo dell’acciaieria viene chiusa a Genova e a Trieste perché incompatibile con la salute di cittadini e lavoratori, mentre a Taranto diventa magicamente “produzione strategica”.

Taranto, che come tutti i Comuni di questa nazione affida al sindaco il prioritario compito di tutelare la salute dei propri cittadini, ricorda ancora le immagini del sindaco Stefano –un pediatra- che inaugura le nuove fontanelle (dono dell’Ilva) insieme alla famiglia Riva (a quei tempi proprietaria dell’acciaieria), nello stesso cimitero monumentale i cui marmi sono indelebilmente macchiati di rosso vergogna dalle polveri provenienti dalle montagne di minerale di ferro poste al confine dei suoi muri perimetrali.

Taranto, rappresentazione reale di governi che, in successione, intervengono per ben dodici volte per bloccare la Magistratura tarantina e consentire all’acciaieria di continuare ad avvelenare e uccidere i tarantini.
Taranto, dove anche la Corte Costituzionale è intervenuta (sbagliando, secondo me) ponendo sullo stesso piano il diritto alla salute, l’unico dichiarato “fondamentale”, e il diritto solo “riconosciuto” al lavoro, affinché entro il 2015 l’Autorizzazione Integrata Ambientale potesse essere portata a termine, pena la chiusura dell’acciaieria. Con il nuovo accordo tra Stato e ArcelorMittal, i termini vengono prorogati al 2025! Sì, questa Taranto che, con riferimento alla produzione e all’occupazione, viene identificata da giornalisti compiacenti come “paese” o, al più, “cittadina” e che, quando si parla di inquinamento, nel 2025, a piano ambientale completato, ne produrrà tanto quanto qualsiasi grande città italiana. Da paese a grande città italiana il passo è breve, se si mettono al primo posto gli interessi privati.

Ed è sempre Taranto, la polis più importante della Magna Grecia, simbolo di cultura e storia, che non riesce neppure a vincere il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2022, per colpa di un progetto raffazzonato, improntato su lacrime e sudore, messo in piedi da un’amministrazione comunale indegna della città che fu di Archita.Resta, però, sempre Taranto, icona di bellezza sublime che i suoi figli più attenti ed innamorati continueranno a decantare.

Taranto, che i suoi figli più attenti ed innamorati continueranno a difendere da questi indefinibili esseri che continuano in maniera vergognosa a gestire la Res publica.
"Cerchiamo un luogo ridente ove occhi sensibili alla bellezza si riconfortino dopo la sozzura interminabile dei luoghi orribili; in cammino per Taranto!" (Seneca, De Tranquillitate Animi, II, 13.)

 

 

 

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Pro veritate. Un dovere sempre

Storia e Verità

Questo era il pensiero di Togliatti sulle donne. Documentato

di Aldo Pirone
Togliatti 350Lunedì scorso su “Il Fatto Quotidiano” Martina Castigliani ha ricordato in un bell’articolo Lidia Menapace. A un certo punto ha scritto: “nonostante Togliatti avesse chiesto alle donne di non partecipare alla sfilata della Liberazione a Milano ‘perché il popolo non avrebbe capito’, lei Lidia Menapace quella sfilata la fece comunque”. La stessa cosa è ripetuta oggi in un altro bell’articolo di Gad Lerner sempre sullo stesso giornale. Non so se la raccomandazione di Togliatti sia vera. Intanto perché il segretario del Pci non poteva certo raccomandare simile direttiva alla Divisione cattolica Rabellotti delle Fiamme Verdi di cui Lidia Menapace “Bruna” faceva parte. E poi risulta alquanto strano che Togliatti – che a Milano non c’era, arriverà a Bologna solo il 19 maggio e gli Alleati gli impediranno di parlare alla folla cui poté dire solo “ci siamo capiti” - si preoccupasse di chi dei partigiani e come far sfilare a Milano. Quella sfilata della vittoria fu organizzata dal Corpo volontari della Libertà (Cvl) e dal Comitato di liberazione Alta Italia (Clnai). Occorre poi ricordare che il capo del Pci, unico fra i leader dell’antifascismo, mise subito in grande evidenza il posto strategico delle donne e della loro emancipazione nella nascita della democrazia italiana. Certo emancipazione della donna non era la liberazione femminile e femminista che ha accompagnato il movimento dell’altra metà del cielo nelle conquiste legislative di piena parità dell’ultimo cinquantennio, ma per i tempi di allora e per le concezioni maschiliste dominanti anche in campo progressista fu un enorme passo avanti. Non a caso fu Togliatti, insieme a De Gasperi, che portò in Consiglio dei ministri la proposta del voto alle donne che fu varato dal governo Bonomi il 31 gennaio del ’45, prima dell’insurrezione del 25 aprile.

L’affermazione della Castigliani e di Lerner su Togliatti buttata là, induce a una non conoscenza del pensiero e dell’azione del leader comunista e perciò risulta grossolanamente fuorviante. Per riparare, riporto una citazione di quanto Togliatti disse alla conferenza delle donne comuniste a Roma svoltasi dal 3 al 5 giugno 1945.

La citazione è lunga ma necessaria.

«E qui, compagne, sta la grande importanza, quasi vorrei dire la grande novità storica, di quello che è accaduto nel corso degli ultimi anni e degli ultimi mesi nel nostro paese, quando delle donne sono entrate a far parte delle organizzazioni clandestine di combattimento per la libertà e contro il fascismo, quando delle donne hanno vestito la uniforme del combattente della libertà, hanno preso le armi, hanno dimostrato di avere raggiunto un cosi alto grado di responsabilità civile e politica, una così marcata personalità per cui hanno potuto affrontare il sacrificio e il martirio, hanno potuto toccare le più alte vette dell'eroismo. Ho sentito che avete celebrato in questa conferenza le donne del nostro partito e di altri partiti, le donne del popolo che si sono sacrificate, che sono cadute combattendo. Credo però che si dovrà valorizzare il loro eroismo e il loro sacrificio molto più di quanto non sia stato fatto fino ad oggi, perché questo è nella storia d'Italia un fatto nuovo, che veramente può significare l'inizio di un rinnovamento morale, politico e sociale profondo per grandi masse che fino a ieri sono state escluse dalla vita politica, a cui è stata negata quella parità di diritti che spetta ad ogni persona. Queste donne nuove, cadute per la libertà e per la patria, la Anna Maria Enriquez, la Vittoria Nenni, l'Irma Bandiera, le sorelle Arduino e cento e cento altre, voi avete il dovere di farle diventare cosi popolari che il loro nome sia conosciuto da tutte le donne italiane. Se mi permettete di fare una proposta, vorrei si facessero a milioni delle immagini a colori di queste donne per distribuirle alle donne del popolo che le conservassero insieme alle immagini dei santi. Esse sono cadute per voi, per la vostra emancipazione; esse ci hanno dato la certezza della vittoria della causa femminile, perché hanno fornito alla nazione intiera la prova che la donna italiana è capace di rinnovarsi, è capace di dare nelle prime file il suo contributo alla nuova storia d'Italia. Ciò che esse hanno fatto, e soprattutto il grande numero di queste combattenti, è cosa cosi nuova che perfino sorprende. Quando l'energia nuova delle donne entra con cosi grande impeto nella vita di un popolo, vuoi dire che per questo popolo è veramente spuntata l'aurora di un grande rinnovamento. Guidate dall'esempio trascinatore di queste martiri, le donne italiane sapranno emanciparsi da ogni arretratezza e da tutte le servitù, sapranno essere in prima fila nella costruzione d'un nuovo regime democratico e nella soluzione di tutte le nostre odierne difficoltà. […] Se la democrazia italiana vuole affermarsi come democrazia nuova, antifascista, popolare e progressiva, deve emancipare la donna. Cosi essa potrà assumere quella impronta che impongono i tempi e che il popolo vuole, e crearsi una base incrollabile. La democrazia italiana ha bisogno della donna e la donna ha bisogno della democrazia. Questo vuoi dire che tutte le questioni legate alla formazione e affermazione di un nuovo regime democratico, sono strettamente legate anche alla emancipazione delle donne, all'avvento delle donne alla vita politica e alla libertà, in modo che esse riescano, attraverso un grande rivolgimento di natura sociale e morale, ad acquistare nella società italiana il posto che è stato loro negato finora, e che invece sono capaci di tenere»”.

Questo era il pensiero di Togliatti sulle donne.

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Duro richiamo della coalizione Piroli al dovere della memoria nella verità

Il senatore Massimo Ruspandini non perde occasione per scivolare pericolosamente su fatti storici che hanno segnato il nostro Paese.

Quando il 2 agosto 1980 si fermò lorologio per le bombre dei terroristi fascisti che uccisero 85 viaggiatori inermi e fecero oltre 200 feriti Memoria Civile Strage di Bologna minSui fatti della strage di Bologna del 2 agosto 1980, di matrice fascista, in occasione del quarantesimo anniversario, Ruspandini ha pubblicato un post inaccettabile, sulla scia di un negazionismo di estrema destra, che ha visto scendere in piazza, neofascisti, skinhead, esponenti di forza nuova. “Nessuno di noi era a Bologna”. Non si può comprendere l’uso di un “noi” che, se fosse legato ai responsabili fascisti dell’attentato, o agli squadristi del Nar, sarebbe un grave attacco alle stesse istituzioni democratiche che dovrebbe rappresentare, in qualità di senatore della Repubblica.

Riportando le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, siamo fortemente convinti che occorra riaffermare “il dovere della memoria, l'esigenza di piena verità e giustizia e la necessità di una instancabile opera di difesa dei principi di libertà e democrazia"

Come coalizione, condividendo e rafforzando il messaggio della sezione dell’ANPI, chiediamo un necessario chiarimento dell’accaduto, a tutela della storia e della dignità delle 85 vittime e delle famiglie e riteniamo ulteriormente offensivo e inopportuno il successivo “post da vittima” acchiappa like, del senatore Ruspandini che, in politichese, rigira la frittata, distoglie l’attenzione, senza entrare nel merito della questione.

Chiediamo, che il senatore Ruspandini si dimetta, per la gravità di quanto divulgato.

Coalizione Emanuela Piroli Sindaco
Valentino Bettinelli, (Responsabile Ufficio Stampa)

 

 

 

 

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Il dovere di salvare l'ospedale di Anagni

L'emergenza da Coronavirus ha fatto capre bene cosa vuol dire non avere più l’Ospedale ad Anagni

Anagni Ospedale 350 260

In questi mesi dell’ emergenza da Coronavirus il popolo anagnino ha capito bene cosa vuol dire non avere più l’Ospedale. Il famoso Ospedale sotto casa! Lo ha capito bene con una precisa sensazione di terrore al solo pensiero, non solo del venir meno delle forme di assistenza continue che devono essere somministrate ai malati cronici, quanto soprattutto a cosa poteva capitare al momento dei primi sintomi del morbo: allontanamento dalla famiglia, isolamento in reparti di ospedali lontani da casa, minima possibilità di comunicare con i propri cari.

Coloro che sostenevano la necessità della chiusura di Anagni per l’esigenza di urgenti piani di riordino dei bilanci, hanno sempre affermato che dopo questo sacrificio avremmo goduto di una sanità notevolmente migliore. Invece… abbiamo ascoltato fiumi di parole seguite da zero fatti. Eppure In questi anni sono state fatte varie ipotesi per rilanciare la struttura, alcune molto serie e attinenti alle reali esigenze della popolazione come il piano Roiati; altre improbabili e risibili, al limite della provocazione, come l’ospedale ambientale (Presa). Infatti, nonostante l’impegno dei cittadini, le Istituzioni e la Regione in primis, hanno definitivamente cancellato il problema Anagni, senza creare nulla di alternativo, privando le aree interne del territorio, dove vivono quasi 80.000 abitanti, del Pronto Soccorso per le urgenze e le emergenze e delle cure essenziali di assistenza (Lea).

Ora occorre ragionare sulle cose che offre la struttura come Presidio sanitario e farle funzionare o ripristinare. La struttura offre molto poco quasi niente… Nessun servizio per le urgenze e molto poco per le visite specialistiche. Per quelle esistenti ci sono liste di attesa infinite.

La struttura di Anagni è dotata di due strumenti diagnostici di eccellenza: un mammografo in tomosintesi acquistato da Bancanagni, dal Comune stesso e dai cittadini e che non viene utilizzato a pieno regime, così come la Tac di ultima generazione, per mancanza di personale medico e tecnico. Vorremmo chiedere al nuovo responsabile della struttura nonché direttore del distretto dott. Mauro Vicano, che speranze(intenzioni, volontà?) ci sono per vedere funzionare finalmente a pieno regime queste attrezzature e quali siano le sue proposte per offrire ai cittadini di 9 comuni,( i quasi 80mila abitanti ! ) una Sanità che garantisca il pieno Diritto alla Salute e risponda alle reali esigenze del territorio.

11 luglio 2020 
COMITATO “SALVIAMO L’ OSPEDALE DI ANAGNI”
Associazione Quartiere Cerere, Anagni Scuola Futura, Anagni Viva, Comitato Ponte del Papa, Associazione Diritto alla Salute, LegAmbiente Circolo di Anagni, Comitato Residenti Colleferro, Re.Tu.Va.Sa.
Per info telefonare al n.: 3930723990.
mail: .
Per aggiornamenti: www.anagniviva.org
www.dirittoallasalute.com

 

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"Impensabile, un’estate di incendi e nessuna risposta da chi di dovere"

  • Pubblicato in Partiti

LucaFrusone 350 260da Ufficio stampa del Deputato Luca Frusone, M5S - "Impensabile che dopo tutti questi giorni di incendi non si sia avuta una risposta da chi di dovere"

«Per arginare la piaga degli incendi dolosi, abbiamo presentato a livello nazionale, un pacchetto di 11 proposte che vanno dall’inasprimento delle sanzioni, alla dichiarazione di stato di emergenza nazionale, all’incremento della flotta antincendi, al potenziamento delle risorse del comando carabinieri tutela ambiente. Purtroppo le risposte del governo, sono state finora piuttosto insufficienti. Ma un altro silenzio rimane assordante ed è quello della Regione Lazio, non ho sentito una parola dall'Assessore all'Ambiente Buschini su ciò che sta accadendo ai nostri monti e persino all'interno di alcuni comuni»
A dichiararlo è il deputato 5 Stelle Frusone che continua – «E’ necessario adottare qualunque strumento per contrastare il fenomeno dilagante degli incendi boschivi. Catturare i colpevoli di tale scempio deve essere una priorità. Ci sono soluzioni sperimentali messe in pratica in alcune zone d’Italia che stanno avendo ottimi risultati, uno tra questi è l’istallazione di fototrappole che permettono attraverso delle fotografie di cogliere sul fatto i piromani. La proposta nella nostra provincia è stata presentata dal Meetup 5 Stelle di Veroli, con l’intento di chiedere all’Amministrazione comunale di farsi promotrice di un’azione sperimentale volta al monitoraggio della porzione boschiva del comprensorio verolano. Il sindaco purtroppo non ha ancora risposto. Altri Meetup del territorio presenteranno le richieste nei propri comuni a breve. Per un sindaco che non risponde spero ce ne siano altri che prendano in seria considerazione questo strumento. Così come spero che possa interessarsene anche la Regione Lazio, sostenendo i nostri comuni a livello economico.»


Non è la prima volta che il Deputato pentastellato parla della questione degli incendi nel territorio ciociaro, suggerendo alcune idee per far fronte al fenomeno dilagante - «Di fronte ad una tale catastrofe mi sarei aspettato un maggiore coordinamento tra i vari enti territoriali ed invece ho visto alcuni sindaci lasciati soli in balia degli eventi. Un tavolo provinciale con Regione e tutti gli addetti alla sicurezza del territorio era il primo passo da fare, ma anche lì poco si è fatto.» - e conclude - «Le fototrappole possono essere utilizzate per molteplici scopi, come ad esempio monitorare anche quelle zone in cui avviene l’incivile abbandono di rifiuti, pratica purtroppo molto diffusa in provincia. Gli strumenti tecnologici per far fronte a questi comportamenti disumani ci sono, utilizziamoli.»

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Il dovere di insegnare il Bene

emanuele morganti 350 260di Daniela Mastracci - Come è possibile pensare ciò che accade nella mente di un giovane quando prende una spranga e la rovescia violentemente sulla testa di un altro giovane? Come pensare quell'atto? Come giudicarlo? Io non ci riesco. Resto di ghiaccio. Eppure dovrei riuscire a pensare. Dovrei riuscire a giudicare. Cosa accade a me che resto così: senza parole. Se la parola manca, manca l’impronta che diamo alle cose, manca il nostro si o il nostro no: manca il giudizio morale. Allora è sufficiente dirci “restiamo umani”? Cosa significa "restiamo umani"?
Di umano in quel momento, quando ho sentito le persone vicino a me raccontarsi della spranga in testa ad Emanuele, di umano mi è rimasto lo sgomento, la voce che voleva uscire quasi a gridare un No grande e sonoro, ma la mia voce è rimasta muta, come se mi avessero tagliato le corde vocali. Cosa era quel mutismo? Cosa mi stava accadendo a me donna e madre? L’immedesimazione: ecco cosa. Come se fossi stata trasportata accanto ai miei figli, ancor troppo piccoli per frequentare un locale di sera, ma non troppo da non esser prossimi a farlo; e accanto ai miei studenti che invece li frequentano di già. E accanto alle loro madri e ai loro papà. Come se Emanuele fosse il figlio di tutti, e tutti stessimo col fiato strozzato in gola per l’angoscia, per il disorientamento, per l’assurdità che si era manifestata tutta intera.
L’assurdo, fatto evento, davanti a noi tutti. Perché è assurda l’agonia di un ventenne che va fuori la sera con la sua ragazza, con i suoi amici, ma ad un certo malefico punto viene preso a sprangate sulla testa. Ci si può chiedere perché ha senso l’inchiesta giudiziaria con prove e controprove per spiegarci perché è accaduto?
No, a me non basta, e credo che non basti a nessuno. Non basta ai ragazzi che la mattina vengono a scuola e si ritrovano a leggere di un loro quasi coetaneo che non c’è più, perché gli hanno spaccato la testa. Doveva essere una serata di svago e di amore e di festa, ed è diventata una serata di morte violenta e fuori da aggettivi pensabili. Ecco perché resto senza parole. Non riesco a trovare nella mia testa l’aggettivo da dare. Come definire qualcosa che supera la soglia della verisimiglianza? Perché un atto così, non lo pensi verisimile, finché non ti accade davanti. Io almeno la vedo così. Nel mio campo del verisimile quell’atto non ci stava.

Posso scrivere che l'umano può essere terribile

Come resto allora? Posso esprimere spavento, tanto. Posso scrivere che l'umano può essere terribile. Certo lo so. Ma basta saperlo? Sentirlo dentro: questo dovrebbe accadere. Farlo emergere a esperienza possibile e introdurlo nel campo del verisimile. Immaginarlo. Vederlo realizzarsi come evento con cui poter fare i conti. Dovrebbe succedere a ciascuno di noi. Ciascuno dovrebbe sentire la bestia che siamo e non distogliere mai lo sguardo. Sentirla e frenarla, sempre. Noi dobbiamo mettere freni a noi stessi. Dobbiamo imparare il controllo. Ma intanto dobbiamo riconoscere quanto orribili possiamo essere. Tremendi. L'uomo sa mettere freni all'uomo?
L’uomo può agire secondo giustizia e bontà? La domanda delle domande. Dobbiamo poter rispondere di sì. Dobbiamo poter pensare che possiamo agire secondo il Bene. Ed io vorrei il Bene come guida all'azione, per tutti. Ma il Bene lo si impara, non è un'immediatezza di cui possiamo già da sempre disporre. Il Bene è una responsabilità di tutti noi. Allora vorrei che la società riscoprisse il valore pieno della Cultura che, sola, può insegnare il Bene. Può farci crescere come esseri umani pienamente. Il Bene e il senso della responsabilità delle nostre azioni: sono un dovere per tutti, ma sfuggono se non li si coltiva. Ce ne possiamo dimenticare. Può uscire dal nostro campo di pensiero e d’azione. Può non essere più nemmeno sfiorato, quando quell’attimo di insensata violenza prende il sopravvento. Per conoscersi fino in fondo e imparare il Bene, coltivare il senso di giustizia, la relazione umana all’insegna del reciproco riconoscimento, il rispetto dell’altro: questo potrebbe significare “restiamo umani”.
Ma anche per essere e restare umani occorre la Scuola. Perché se si dà la colpa, astrattamente, al mondo di oggi, agli esempi fin troppo numerosi di atti violenti; se si attribuisce la responsabilità a tutto, e con ciò a niente, non si trova nulla. Occorre che ci siano spazi di riflessione e di relazione all’insegna del bene e del rispetto: occorre che la Scuola faccia il suo mestiere di educatrice: là si possono e si debbono imparare i valori e il senso civico dello stare assieme e del rispettarsi. Specialmente oggi quando le famiglie sono fragili, in difficoltà, sono provate da drammi e da un mondo troppo votato all'avere piuttosto che all'essere. Sono spinte nel vortice della velocità a tutti i costi, del super lavoro, per chi lavora, della frustrazione e disperazione per chi non lavora. Ci vuole sostegno, ed è la Scuola che lo potrebbe dare. Lì i ragazzi stanno insieme, e studiano insieme, e si conoscono come diversi e di per sé, ciascuno, un valore: l’umano è il valore. Se ce ne dimentichiamo, allora non riusciamo ad essere ancora umani.
Siamo fragili. Possiamo e dobbiamo saperci prendere per mano.
Contro ogni violenza.

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Educare i cittadini alla accoglienza è dovere del Sindaco

  • Pubblicato in da Sora

migranti 350 260Di Nadeia De Gsperis - C’è un modo di dire africano, “dove mangia uno, mangiano anche dieci”. E io che pensavo fosse un detto ciociaro, quando mia nonna metteva su quel grosso pentolone, e mescolava pronunciando l’incantesimo dell’accoglienza “dove mangia uno, mangiano pure dieci.” In Africa, l’accoglienza è la regina delle virtù, quella che rende nobile una famiglia. L’arrivo di un ospite non defrauda ma arricchisce, è una benedizione. Lo avevo intuito quando un amico marocchino, ambulante nel mio quartiere ci ha detto, “dovete pensare solo al biglietto aereo, poi state quanto vi pare, siete nostri ospiti” rivolgendo l’invito a me e alla mia famiglia, ”io forse tornerò in Marocco, qui le cose sono cambiate, la gente non ci vuole più.” Lo avevo intuito che anche il concetto di tempo è relativo, non c’è fretta di andare via, bisogna che l’ospite si senta a casa. “Sì, ma questi, i rifugiati, vogliono rimanere”, replica la gente che si incontra in un luogo comune. Appunto, non abbiamo forse una ragione di responsabilità in più verso chi sceglie la nostra terra come luogo si salvezza!?

Parcheggiata davanti al pronto soccorso, massacrata di botte

La ragazza di Boko Haram, incinta, respinta dai cittadini di Goro, dice che forse se la gente conoscesse le loro storie, non li respingerebbe. L’ottimismo deve essere un’altra virtù dei popoli africani, ma bisogna concedere il beneficio del dubbio agli italiani e prendere in considerazione questa eventualità. Certo per alcuni, la destinazione umana è solo un luogo comune in cui coltivare la propria piccola grettezza.
L’amministrazione della mia città, Sora, recependo una direttiva ministeriale, riferisce, farà partire un progetto nel quale inserirà i rifugiati di una delle cooperative ente gestore di Sprar-pari (progetto di accoglienza per rifugiati), impiegandoli nella pulizia delle strade e nella gestione del verde pubblico. A titolo volontario e gratuito, sottolinea, perchè finalmente “potranno ricambiare la città che li sta ospitando ed essere integrati”, “perchè il processo di inclusione possa finalmente avere ricadute positive”.
Intanto una ragazza è parcheggiata in lungo degenza ospedaliera, perchè si vocifera che si trovasse in una cooperativa, ma poi è stata affidata a una famiglia, ma forse era finita in un brutto giro. L’hanno parcheggiata davanti al pronto soccorso, massacrata di botte, questa è l’unica cosa certa. Non dorme mai, non parla, neppure la lingua che i sorani non capiscono, perchè le botte le hanno procurato lesioni cerebrali. Il progetto di inclusione, chiedo alla amministrazione della mia città, prevederà il continuo, assiduo, rigido monitoraggio delle azioni delle cooperative operanti sul territorio? Nessuno potrà dare una risposta esaustiva alle frange di destra che si indignano perchè, potendo scegliere, i ragazzi rifugiati preferiscano il riso alla pasta, non c’è spiegazione che tenga all’idiozia, ma tentare di educare i cittadini alla accoglienza, quelli spaventati dalla disinformazione, o dalla informazione becera di certi “giornalacci” è un dovere del primo cittadino e dei suoi secondi, perchè nessuno si senta ultimo.
Un ente locale che faccia parte del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) ha il diritto di adempeire alle finalità dell’osservatorio stesso, che sono “un processo individuale e organizzato, attraverso il quale le singole persone possono (ri)costruire le proprie capacità di scelta e di progettazione e (ri)acquistare la percezione del proprio valore, delle proprie potenzialità e opportunità”. Ha il dovere, e il diritto, a dispetto di quello che pensino i cittadini, di fornire assistenza sanitaria; assistenza sociale; attività multiculturali; inserimento scolastico dei minori; mediazione linguistica e interculturale; orientamento e informazione legale; servizi per l’alloggio; servizi per l’inserimento lavorativo; servizi per la formazione. E non di relegare i rifugiati a pulire le strade per ricambiare l’ospitalità.
Ha il dovere di spiegare che “il rifugiato è titolare di protezione internazionale, e che temendo, a ragione, di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d'origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese. Questo dice la convenzione di Ginevra, ma anche la convenzione del vivere umano. Si può raccontare che essere umani, a volte, prevede anche il disattendere delle leggi scritte, in nome di una legge universale. Avvicinare la gente alla storia di queste persone, che è la storia dell’umanità. Spiegare come sia un dovere, tutelare e proteggere, per una vita che si salva dalla fame o dalla guerra, provare un doppio senso di responsabiltià verso quella vita, e che ogni comportamento nella direzione opposta non è soltanto deprecabile, è disumano.

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ITE Ceccano. Ricordare le Marocchinate è un dovere

ConvegnoMarocchinate itc 350 260da Famiglia Futura - Ancora Le Marocchinate, perchè ricordare è un dovere!

Questo è l'invito che la presidente dell'associazione di volontariato Famiglia Futura, sig,ra Maria Lorena Micheli, ha rivolto ai ragazzi delle classi quarte dell'Istituto Tecnico Economico di Ceccano che oggi si sono riuniti presso l'aula magna “G. De Nardis”, per parlare e ripercorrere un periodo storico della liberazione dai tedeschi, che, in modo indelebile toccato e marchiato la popolazione ciociara con atti di soprusi e violenza da parte delle truppe alleate francesi.
Sentiti e doverosi i ringraziamenti rivolti alla Dirigente ed ai professori per la sensibilità e la collaborazione che sempre offrono nel favorire incontri di approfondimento su tematiche così importanti per il n ostro territorio e la nostra cultura.
In apertura dei lavori la Dirigente dell'Istituto d'Istruzione Superiore la Professoressa Alessandra Nardoni, salutando tutti i convenuti ha posto l'accento sull'importanza della conoscenza e del ricordo di quella parte di storia che ha toccato e segnato il nostro territorio. Esaustivo e coinvolgente l'intervento della dott.ssa Stefania Catallo, autrice del libro Le Marocchinate, che ha illustrato alla folta platea qual'è stato l'iter che l'ha portata a scrivere il libro, attraverso un lavoro certosino di raccolta e selezione delle testimonianze, di coloro che direttamente o indirettamente hanno vissuto quei giorni di paura e di inaudita violenza.

Le quarte e la professoressa Vollero

Fulcro dell'incontro sono stati gli interventi degli studenti delle classi quarte, i quali, coordinati dalla professoressa Cinzia Vollero, hanno posto interessanti domande alla scrittrice, la quale ha risposto in modo tale da colmare il loro desiderio di conoscere un tratto ancora buio e poco conosciuto della storia dei loro nonni
Uno dopo l'altro, Alessandro, Yuri, Sara, Daniela, Martina, Alessio, Francesco hanno incalzato con le loro domande interrogando sul ruolo delle donne che sono state famigliafutura 350 260costrette a soprusi di ogni genere durante il passaggio delle truppe francesi, sulla posizione della Chiesa, su quali fossero stati i sotterfugi che tutti indistintamente, uomini , donne e bambini hanno escogitato per proteggersi dalla furia della violenza.
L'attenzione, in seguito, si è spostata sul libro in presentazione e sulle difficoltà incontrate dalla dott.ssa Catallo nella stesura e su cosa abbia spinto la stessa scrittrice ad impegnarsi in prima persona al contrasto della violenza di genere, lotta che la stessa porta avanti da alcuni anni attraverso la sua attività e quella del centro antiviolenza da lei creato "ANNE MARIE ERIZE".
Domande che fanno emergere l'interesse dei nostri giovani per una coscienza storica recente, attraverso lo stimolo dato loro dai loro professori, infatti l'incontro di oggi non resterà un singolo episodio, ma sarà l'input per i ragazzi che si sono impegnati ad approfondire e raccogliere testimonianze del periodo storico interessato dalle marocchinate, producendo così prezioso materiale che, con l'aiuto sia dell'associazione Famiglia Futura e della scrittrice Stefania Catallo, sarà raccolto in una pubblicazione.
Di grande valenza simbolica è stato, a chiusura dei lavori della giornata, la donazione all'istituto da parte dell'associazione di un ulivo, pianta d'eccellenza del nostro territorio, simbolo di pace e di eternità e da oggi simbolo del ricordo per quelle donne violate e troppo a lungo dimenticate.

 
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Il dovere di fermare la corsa delle riforme

Aula di Montecitorio 350 260di Gianni Ferrara da Il manifesto - Una enorme respon­sa­bi­lità grava sulla mino­ranza dei depu­tati del Pd alla Camera. È quella di impe­dire o con­sen­tire, con le altre mino­ranze, la tran­si­zione dell'Italia dalla Repub­blica demo­cra­tica ad un regime auto­ri­ta­rio, quello del "governo del primo mini­stro". Fu que­sta la deno­mi­na­zione che iden­ti­ficò la forma di governo vigente in Ita­lia dal 3 gen­naio 1925 al set­tem­bre 1943. Va ricor­data non per­ché si pro­fili una qual­che pos­si­bi­lità di restau­ra­zione del fasci­smo in Italia. (Ipo­tiz­zarla anche come la più remota delle eve­nienze è da idioti).

Ma per far rile­vare che l'irripetibilità di quella forma spe­ci­fica di auto­ri­ta­ri­smo non auto­rizza affatto a rite­nere che non se ne pos­sano rea­liz­zare altre ver­sioni, sce­glierne altri modelli, i più dispa­rati, avvolti magari nelle vesti più seducenti. Anche con pro­ce­di­menti nor­ma­tivi non for­mal­mente ille­gali si può infatti instau­rare un regime auto­ri­ta­rio. Si può addi­rit­tura rite­nere che l'uso ille­gale di poteri legali sia lo stru­mento più ade­guato per la con­tor­sione delle isti­tu­zioni, per il capo­vol­gi­mento di una forma di governo. Lo dimo­stra la con­giun­tura isti­tu­zio­nale che stiamo vivendo.

Infatti. È attra­verso pro­ce­di­menti legi­sla­tivi for­zati sì, anche troppo, anche con atti non coperti dalla insin­da­ca­bi­lità degli interna cor­po­ris, ma sicu­ra­mente rien­tranti tra quelli pre­vi­sti in Costi­tu­zione, che le riforme di Mat­teo Renzi, se saranno appro­vate, tra­vol­ge­ranno la stessa Costi­tu­zione usata per appro­varle. Vanno fer­mate ora, nel corso del pro­ce­di­mento di formazione.

Delle due è quella elet­to­rale che con­tiene il dispo­si­tivo distrut­tivo della demo­cra­zia. Renzi dice la verità quando afferma che l'italicum defi­ni­sce governo, mag­gio­ranza, il "suo" Pd, se stesso, la sua riforma dello stato, lo stato ... ren­ziano che vuole fon­dare. È infatti lo stru­mento che accu­mula il potere sta­tale in una per­sona sola ed esclude ogni con­tro­po­tere. Lo abbiamo dimo­strato più volte ed in molti su que­sto gior­nale, trin­cea ine­spu­gna­bile della demo­cra­zia costituzionale.

Ce lo con­ferma lo stesso testo dell'italicum come modi­fi­cato dal Senato (nuovo art. 14-bis) ed ora all'esame della Camera che rein­tro­duce la figura di «capo della forza poli­tica» per i par­titi «che si can­di­dano a gover­nare». Con il che, sur­ret­ti­zia­mente, con un solo colpo, prima si tra­sforma l'elezione della rap­pre­sen­tanza par­la­men­tare in ele­zione del governo, poi si riduce il governo da organo col­le­giale con un pri­mus inter pares in organo sot­to­po­sto ad un capo, al «capo del governo», qua­li­fi­ca­zione che com­ple­tava quella di «primo mini­stro» nel regime che vigeva in Ita­lia negli anni venti e trenta del secolo scorso.

Come se non bastasse, il sud­detto testo dell'italicum degrada la posi­zione e il ruolo del Pre­si­dente della Repub­blica. Per­ché muta la strut­tura del suo potere di nomina del Pre­si­dente del con­si­glio, che, da potere con­di­zio­nato che è, secondo Costi­tu­zione, dai rap­porti di forza in Par­la­mento, diver­rebbe potere vin­co­lato. Il capo del governo eletto con l'italicum al Pre­si­dente della Repub­blica, garante della Costi­tu­zione, potrebbe così opporre sem­pre la deri­va­zione diretta che egli solo ha otte­nuto dal corpo elet­to­rale. Si trat­te­rebbe, in ogni caso, di deri­va­zione espressa dal voto di una mino­ranza, quella che, col «pre­mio» — accrocco esclu­si­va­mente ita­lico — sot­trae seggi alla somma delle mino­ranze, pro­prio a quella somma che esat­ta­mente cor­ri­sponde alla mag­gio­ranza reale dei votanti. Ma sono scru­poli incon­ce­pi­bili per Renzi che coe­rente con se stesso non vuole alcun con­trap­peso, vuole tutto il potere. Non indie­treg­gia a fronte della straor­di­na­ria oppo­si­zione dell'italicum ai prin­cipi della democrazia.

Diventa per­ciò dovere inde­ro­ga­bile sbar­rare la strada all'approvazione dell'italicum. E l'approvazione anche di uno solo degli emen­da­menti che i depu­tati di Sel, Cin­que Stelle e mino­ranza del Pd hanno pre­sen­tato o inten­dono pre­sen­tare, può pre­ser­vare, per ora, la demo­cra­zia italiana

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