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Frosinone: 15 marzo elezioni per il consiglio dei giovani

Consiglio dei Giovani

Fac Simile Schede 350ok minIl 15 marzo si terranno le elezioni per il consiglio dei giovani di Frosinone.
Si voterà tutto il giorno (dalle 8:00 alle 20:00) presso la sede del comune in Piazza VI dicembre (ingresso con scala accanto al bar sopra il Nestor).

Potranno votare tutti i residenti a Frosinone di età compresa tra i 15 e 25 anni. Sono candidato con la lista “Frosinone strada per strada“ con tanti ragazzi che vogliono dare un volto diverso alle politiche giovanili in città. In questi ultimi anni mi sono battuto con gli studenti del capoluogo per un modello di città che rispondesse alle nostre esigenze, data l’enorme crisi che ci affligge e il numero altissimo di fughe di giovani dalla città.

Mi candido per una forte battaglia sulla centralità dei diritti sociali dei giovani, diritto ai servizi pubblici che questa città non offre (a partire dalla mobilità con una proposta di mobilità notturna e tariffe agevolate), per una seria revisione del progetto delle borse di studio affinché tutti coloro che ne hanno bisogno possano realmente vedere realizzato a pieno il diritto allo studio.

Mi candido per una riqualificazione degli spazi urbani per creare veri centri culturali e di aggregazione per i giovani che non hanno un luogo nella città, superando le solite iniziative elettorali per coinvolgere tutti.

Mi candido per una lotta ambientale in una valle avvelenata come la nostra, per il diritto alla salute di centinaia di Famiglie. nannini fac simile 350 min

Questa città ha bisogno di un rinnovo generazionale, di un salto di qualità nelle scelte politiche che superino la gestione di una classe dirigente attenta solo alle elezioni e incapace di osservare la drammatica situazione sociale e culturale.

Scegli di prendere parte al cambiamento, barra la lista “Frosinone strada per strada” e scrivi NANNINI.

Il futuro è oggi, per i nostri diritti e per la nostra generazione inascoltata.

 

Voto a Frosinone il 15 marzo 2020

 

 

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I partiti facciano un passo avanti

  • Pubblicato in Partiti

conte di maio zingaretti come le tre grazie e renzi e cupido 350 mindi Ivano Alteri - Si continua a perseverare nell'errore che tanti danni ha causato e sta causando al nostro Paese (e non solo). Le dichiarazioni di Di Maio a proposito delle elezioni regionali umbre, lo confermano. Dice Di Maio: “Giunta civica per l'Umbria, i partiti facciano un passo indietro” (Il Fatto online). Ma, secondo il nostro parere, è l'esatto opposto di ciò che si dovrebbe fare.

Contrariamente a quanto si pensa e dice, infatti, se il nostro paese è attanagliato dai tanti mali che conosciamo e se molti dei nostri concittadini sono ridotti letteralmente alla fame, non è a causa dei partiti, ma, a pensarci un po' meglio, della loro assenza. I non-partiti e i partiti-fluidi esistenti, il M5S e il Pd in particolare, tutt'al più possono servire a vincere le elezioni, ma non certo a produrre una solida politica popolare, poiché nessuna politica popolare sarà mai possibile senza popolo. Le organizzazioni politiche esistenti, allora, soprattutto quelle proiettate verso il cambiamento sostanziale della società, dovrebbero tornare a farsi da tramite tra il popolo e le istituzioni, organizzando la partecipazione dei cittadini, affinché essi possano effettivamente “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come Costituzione comanda.

Chi ha vissuto il tempo dei partiti del Novecento conosce la differenza tra un partito vero e un mero comitato elettorale, quali sono invece i partiti di oggi. Sa che mentre quelli producevano una partecipazione di massa mai vista nella storia, questi producono astensionismo di massa; mentre quelli producevano avanzamenti sociali sostanziosi, questi producono sostanziosi, dolorosissimi e generalizzati arretramenti; mentre quelli edificavano dalle macerie un'Italia che riusciva a stupire il mondo, questi la lasciano sprofondare tra la disperazione di milioni di persone, tra i rifiuti, tra le macerie di ponti crollati e paesi terremotati mai ricostruiti.

Quando, però, ci si trova a discorrere di questo argomento nelle varie occasioni, non manca mai chi, dall'alto della sua saggezza, ti dica “eh, ma non possiamo ricostruire i partiti del Novecento”, accusandoti, di fatto, di essere un nostalgico. Ma non c'è nessuna nostalgia, né si vogliono riesumare i partiti del Novecento: essi hanno abbondantemente mostrato tutti i loro limiti, se è vero che siamo giunti alle disperate condizioni attuali. I sinceri democratici, di qualsiasi orientamento politico, dovrebbero invece perorare la nascita di partiti adatti al ventunesimo secolo, e con i mezzi che questo fornisce, tendendo conto della recente e straordinaria esperienza storica maturata. Quell'esperienza, secondo la nostra opinione, non è una storia finita lì, ma solo l'inizio di un'altra storia, che attende di essere vissuta e scritta; ma solo per mezzo di partiti strutturati.

I due partiti al governo, il M5S e il Pd, per quanto destrutturati siano oggi, potrebbero contribuire alla ricostruzione di partiti veri ed operanti secondo Costituzione: il primo, con la sua originale carica democratica neo-partecipativa; il secondo, con la sua esperienza, la sua storia e la voglia di esserci ancora.

Perciò, altro che passo indietro: i partiti facciano un passo avanti. Potrebbe essere questa la prima, fondamentale, prova di effettivo Cambiamento.

Frosinone 16 settembre 2019

 

 

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L’esilio della politica

gente 400 200 minFausto Pellecchia, Giovedì 28 marzo 2019 - Benché sia evidente e foriero di nuove disfatte, il vuoto desolante nel quale ci troviamo stenta a essere riconosciuto nella sua radicalità, per così dire epocale. Chi non ha vissuto gli anni Sessanta e Settanta, chi è venuto all’età della ragione quando la politica era già, nel mondo, nient’altro che lo scatenamento neoliberale degli spiriti animali e, in Italia, la mercificazione berlusconica delle istituzioni – in una parola la cosiddetta “post-democrazia”– ha finito per identificare l’esistente con l’orizzonte del possibile, spacciando le proprie aspirazioni soggettive per istanze critiche. Nella rassegnata introiezione del dato come unico quadro di senso, la politica – la politica come pratica storico-critica volta alla trasformazione della società – è appena lo schermo di un fantasma sopravvissuto alla propria fine, un puro simulacro in cui proiettare le proprie pulsioni più aggressive, forse troppo a lungo rimosse.

A livello micrologico, le elezioni amministrative in una cittadina di provincia come Cassino costituiscono un laboratorio privilegiato per osservare, in una imbarazzante prossimità, i nocivi succedanei che hanno sostituito il conflitto o il confronto politico, almeno nell’area che, con vezzo nostalgico, ancora si definisce di centrosinistra. Sul versante del centrodestra, la situazione appare realmente meno grottesca, dal momento che il consueto metodo privatistico-spartitorio permette, con opportuni aggiornamenti nelle tecniche di calcolo degli interessi, la fissazione dei criteri di convenienza e di aggregazione. Il centrosinistra, che pure si sforza di conformarsi progressivamente all’egemonia della subcultura di destra, stenta ancora a eguagliarne il livello di cinica impassibilità. Attorno al focolare del PD, insieme ai frammenti residuali della sinistra, ferve da mesi il dibattito intorno all’individuazione dei candidati-sindaco. E puntualmente, esaurite le criptiche allusioni e le designazioni ermetiche nelle riunioni collegiali, compaiono ogni giorno, sulla stampa locale, nuove autocandidature o abdicazioni -accanto ad abdicazioni delle precedenti abdicazioni- da parte di vetuste vedettes politicanti. Naturalmente si tratta di candidature al buio: nessuna di esse sente il dovere di indicare i punti salienti del proprio progetto; chi si propone in competizione con altri auto-candidati, magari dello stesso partito, non avverte alcun bisogno di esplicitare le proprie differenze di visione con il suo competitor, neppure per sommi capi. Per l’individuazione del proprio virtuale bacino di consenso, basta il nome a sanzionare la volontà di autoaffermazione.

Infatti, l’unico elemento di concordia tra tutte le variegate componenti è stato il rifiuto pervicace delle primarie, pronunciato però a mezza voce - nella forma del rinvio sine die al fine di renderle di fatto inattuabili. Anche il tardivo ricorso in extremis alle consultazioni primarie, fissate dai “padri putativi provinciali e regionali” a meno di un paio di settimane dalla consegna ufficiale delle liste, ha tutte le sembianze di un espediente tattico per constatarne l’improponibilità. In verità, nonostante le primarie nazionali abbiano regalato al PD una salutare boccata di ossigeno, tutti i rappresentanti del centrosinistra locale le vedono come il fumo negli occhi. La motivazione più diffusa per la rinuncia è il temuto innesco di divisioni interne, come se la moltiplicazione delle autocandidature non fosse il segno eloquente di divisioni personalistiche o familistiche e di clan, le cui ragioni sono rimaste assolutamente inconfessabili. Vero è che la trasparenza del confronto, impedirebbe la clandestinità degli scambi sottobanco e, imponendo una giustificazione programmatica delle candidature, costringerebbe tutti a misurarsi con la problematica complessità della realtà cittadina. In tutti i numerosi “conclavi” che da un paio di mesi hanno regolarmente emesso fumate nere circa la scelta dei candidati papabili, è prevalso il timore che le primarie possano costituire la legittimazione di nuove figure e di giovani dirigenti, privi tuttavia dei mezzi logistici che partiti o aziende private assicurano alle vecchie talpe politicanti per le loro dispendiose campagne elettorali.

Peraltro l’attuale sistema delle elezioni comunali -autentica parodia della partecipazione popolare- esalta la radicale spoliticizzazione dei candidati, favorendo un trasformismo sistemico, per il quale è importante soltanto la copertura territoriale attraverso la moltiplicazione parossistica delle liste. Lo scontro diventa lotta intestina di quartiere o di condominio, scissione familistica delle cerchie parentali, puro mezzo di sabotaggio della lista rivale. Se ad ogni candidato-sindaco fosse associata una e una sola lista, con la riserva che solo il terzo candidato, escluso dal ballottaggio, possa entrare in consiglio comunale, l’inverecondo mercato delle liste (per il quale, nelle scorse elezioni ad esempio, su 23.000 votanti, si contavano oltre 600 aspiranti consiglieri comunali) sarebbe sottoposto ad un efficace calmiere. La confusione tra populismo demagogico e democrazia, che segna il collasso della politica, ha qui una delle sue radici più vitali. L’altra, ancora più remota, rimanda allo smantellamento dei partiti e alla loro sostituzione con circoli e gazebo mobili, che hanno sempre più l’aspetto delle associazioni di caccia e pesca, o dei club periferici delle tifoserie calcistiche, affinché la politica, quella che davvero decide dei destini del mondo, sia esercitata nell’oscurità, all’ombra dei gruppi finanziari e delle aziende multinazionali.

 

pubblicato su L’inchiesta il 27 marzo 2019

 

 

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Elezioni e microparticelle di sinistra

0 asino queen 340 mindi Fausto Pellecchia - A SINISTRA !
Ad ogni tornata elettorale, l’arcipelago polinesiano dei partiti e movimenti sedicenti “comunisti”, tutti immancabilmente a sinistra del PD e “più a sinistra” l’uno dell’altro, si arricchisce di nuovi scogli e isolotti pressoché disabitati. Così, mentre la destra più becera ed eversiva si impadronisce delle istituzioni repubblicane aggredendo e umiliando i valori sanciti dalla Costituzione e dalle norme del diritto internazionale, a sinistra la competizione elettorale espande un pulviscolo di microparticelle, ciascuna eccitata dall’obiettivo di sottrarre una quota infinitesimale di suffragi alla particella contigua. Si tratta di un chiaro sintomo di analfabetismo politico che affligge in primo luogo l’arroganza dei “piccoli padri” fondatori e che si diffonde per contagio ai militanti delle varie sigle concorrenti. Una patologia che Lenin troppo ottimisticamente aveva definito “malattia infantile del comunismo”, confidando nella sua scomparsa nell’età adulta, una volta che il vaccino della Storia avesse provveduto ad immunizzare l’organismo politico dei comunisti.
Ma la colpevole smemoratezza e l’insipienza dei gruppi dirigenti odierni ha finito con l’aggravarne i sintomi e le complicanze. Nessuno più ricorda come la lotta antifascista della Resistenza si sia giovata della partecipazione ampia delle forze democratiche che, pur nella loro profonda diversità ideologica, riuscirono a trovare i punti nodali di convergenza che avrebbero poi ispirato la stesura della nostra Costituzione.

 

All’indomani dell'8 settembre 1943, il Comitato di Liberazione Nazionale promosse l’azione unitaria del Partito Comunista, Partito Socialista, partito Socialista di Unità proletaria, Democrazia cristiana, partito d’Azione, Democrazia del Lavoro, partito Liberale.
Oggi, al contrario, in aperta polemica con il PD, considerato come la causa di tutti i mali della sinistra (e, al tempo stesso, come un pingue serbatoio di voti al quale ogni microparticella ambisce a sottrarre una piccola quota di elettorato) si schierano decine di partitini comunisti. Anche chi, come il sottoscritto, non ha mai votato per questo partito, tanto meno nelle sue recenti derive renziane, non può non rilevare i danni di un simile atteggiamento. Come accade per la miriade di sette evangeliche in America (fino alle recenti contaminazioni di Scientology) - questa virale moltiplicazione di partitini rincorre il suo potenziale elettorato con un pulviscolo di sigle in aspra competizione tra loro. Perciò, il compito più urgente, in questa fase storica, sarebbe quello di liberarsi finalmente dall’idea della prassi politica come mera secolarizzazione del credo religioso, come aspettazione mistica del “sole dell’avvenire”.

Un’autentica politica democratica si pone agli antipodi della fede religiosa (la cui secolarizzazione dovrebbe essere abbandonata al tifo calcistico): il suo “avvenire” non può essere semplicemente “atteso” e “sperato” come il giorno del Giudizio proiettato nella storia, ma deve essere costruito e ricostruito, nelle macerie del presente, con un piano strategico efficace. Di contro alla secolarizzazione del credo religioso, una politica democratica si costituisce come profanazione. Per i giuristi romani, sacre o religiose erano le cose che appartenevano in qualche modo agli dèi. Come tali, erano sottratte al libero uso e al commercio degli uomini: non potevano essere vendute né date in pegno, cedute in usufrutto o gravate di servitú. E sacrilego era ogni atto che violasse o trasgredisse questa loro speciale indisponibilità, che le riservava esclusivamente agli dèi celesti (ed erano allora dette propriamente “sacre”) o inferi (in questo caso si dicevano semplicemente “religiose”). Pertanto, se consacrare (sacrare) era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. Religio non è infatti ciò che unisce uomini e dèi (secondo la falsa etimologia che la fa derivare dal verbo religare), ma ciò che veglia a mantenerli distinti (dal verbo relegare = separare).

Alla religione, dunque, non si oppongono, l’incredulità e l’indifferenza rispetto al divino, ma la “negligenza”, cioè un atteggiamento libero e “distratto” –cioè sciolto dalla religio delle norme– di fronte alle cose e al loro uso. Profanare, quindi,significa aprire la possibilità di una forma speciale di negligenza, che ignora la separazione o, piuttosto, ne fa un uso particolare. Il passaggio dal sacro al profano può infatti, avvenire anche attraverso un uso (o, piuttosto, un riuso) del tutto incongruo.

 

Come acutamente rilevato da Walter Benjamin, la sfera del sacro e quella del gioco sono strettamente connesse. La maggior parte dei giochi che noi conosciamo deriva da antiche cerimonie sacre, da rituali e da pratiche divinatorie che appartenevano un tempo alla sfera in senso lato religiosa. Il girotondo era in origine un rito matrimoniale; giocare con la palla riproduce la lotta degli dèi per il possesso del sole; i giochi d’azzardo derivano da pratiche oracolari; la trottola e la scacchiera erano strumenti di divinazione. La “profanazione” del gioco non riguarda, infatti, soltanto la sfera religiosa. I bambini, che giocano con qualunque anticaglia capiti loro sottomano, trasformano in giocattolo anche ciò che appartiene alla sfera dell’economia, della guerra, del diritto e delle altre attività che siamo abituati a considerare come serie. Un’automobile, un’arma da fuoco, un contratto giuridico si trasformano di colpo in giocattoli. Comune, tanto in questi casi come nella profanazione del sacro, è il passaggio da una religio, che è ormai sentita come oppressiva, alla negligenza come vera religio. Ma questa non significa trascuratezza (nessuna attenzione regge il confronto con quella del bambino che gioca), ma una nuova dimensione dell’uso, che bambini e filosofi ci consegnano come compito dell’umanità.

 

 

 

 

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Usa, elezioni di Midterm: che cambia?

Alexandria Ocasio Cortez Usa 350 260 mindi Maria Giulia Cretaro - Elezioni di Midterm concluse. Un traguardo standard solitamente per l'assetto politico americano, un appuntamento al voto meno sentito delle presidenziali e con conseguente minor affluenza alle urne.

Ma se il 2016 era stato l'anno del colpo di scena con la vittoria di Trump, il 2018 segna la ribalta dalla dormiente sinistra statunitense. I Dem riconquistano la Camera dopo 8 anni, non solo con i numeri (220 seggi contro i 199 dei repubblicani), piuttosto con le idee: recuperata la giustizia sociale, via le mezze misure. Minoranze religiose, gay, donne, una compagine eterogenea tenuta unita dalla diversità e la sua difesa. Questa è l'avanguardia della Camera: volti nuovi, tra i più giovani mai comparsi sulla scena congressuale, non ligi all'ortodossia politica, fuori dagli schemi di apparenza che l'America non ha mai negato. Se al Senato (riformato per 1/3), tiene la presa dell'ala liberale, la Camera si apre alla tutela dei diritti, all'immigrazione regolare, al rispetto etnico e di orientamento sessuale. Il voto del 6 Novembre potrebbe essere letto come un primo passo verso la corsa del 2020, e al taglio che i Democratici vorranno dare alla loro campagna.

Ma fermando l'analisi all'immediato, ci si trova davanti a degli Stati Uniti divisi : l'ondata blu si è arginata a metà, l'altra parte è ancora a destra. Un establishment incerto ma non nuovo. Quasi tutte le amministrazioni hanno fatto i conti con il Congresso a doppio schieramento. Questa volta però l'indicatore non è solo politico, o meglio non lo è per il classico lessico d'oltreoceano.

L'espressione sociale è la vera novità di questo Midterm. Un colpo definitivo al perbenismo d'immagine impostato da cui si sono sempre mossi tutti e 2 gli schieramenti, Trump l'aveva ribaltato e l'arma è stata usata contro la sua linea. L'hijab di Ilhan Omar, tra le prime due donne musulmane ad ottenere un seggio al Congresso e prima rifugiata, ha concretizzato il peggior incubo di Trump. L'omosessualità sdoganata e dichiarata di Jared Polis, repubblicano progressista schierato a favore della sanità federale, è in netto contrasto con la linea ufficiale del Partito. E poi c'è il nome del momento, Alexandria Ocasio-Cortez: a soli 29 anni conquista il suo posto nella più alta assise con una campagna low cost, promuovendo la difesa della migrazione regolare, minoranze etniche e sessuali. Il socialismo dimenticato dell'America è il suo motore, lo stesso che l'aveva guidata durante il lavoro accanto al Senatore Sanders durante le primarie presidenziali. Se una figura politica vince in queste elezioni, probabilmente è proprio lui: non perché riconquista un seggio certo, ma perché la sua idea di Sinistra, bocciata nel 2016, si assesta in questo Novembre contro il populismo di Trump.

Gli Americani hanno tempo per scegliere tra due volti più che mai diversi di un Paese complesso, devono solo scegliere dove condurre il prossimo Mayflower.

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Sviluppo turistico del nostro territorio: la prima occasione è alle prossime provinciali

S.DonatoV.Comino 350 260 mindi Sandra Penge - Una rete di sindaci per lo sviluppo turistico del nostro territorio: la prima occasione è alle prossime provinciali.

Domenica 26 agosto a Pignataro Interamna si è tenuto il secondo Open Day degli scavi del sito archeologico di Interamna Lirenas. L’evento, oltre a ricoprire un notevole interesse culturale, interroga profondamente la politica sui suoi progetti a medio e lungo termine per il nostro territorio.

Siamo infatti una provincia che – contro la propria stessa vocazione naturale – nel secondo dopoguerra ha basato la propria crescita principalmente sul settore industriale, quando il nostro “petrolio” sarebbe dovuto invece essere il territorio stesso, con le sue ricchezze paesaggistiche, storico-archeologiche ed enogastronomiche. Siamo un territorio in cui un Museo d’avanguardia come l’Historiale è chiuso alla vigilia del 75esimo anniversario delle Battaglie di Cassino.
Il sito archeologico di Interamna Lirenas non è interessante solo storicamente per l’importanza storica dell’insediamento antico, ma perché non è isolato: si trova al centro di una zona ricca di insediamenti romani, basti pensare alle aree archeologiche di Casinum (Cassino), Aquinum (Aquino-Castrocielo), Fabrateria Nova (San Giovanni Incarico), Fregellae (Ceprano) e – passando nel sud della provincia di Latina ma a distanza relativamente breve – Minturnae (Minturno), Sperlonga e Terracina. Queste potrebbero essere le tappe di un breve ma incisivo tour archeologico che potrebbe attraversare la nostra provincia, seguito da uno “medievale” o religioso (con il giro delle Abbazie, dei castelli), uno naturalistico che possa svolgersi a piedi o in mountain bike lungo i fiumi ed i numerosi sentieri montani (che ripercorrono in parte anche punti importanti delle Battaglie di Cassino) ed infine uno “marittimo” sulle spiagge del Sud Pontino. Si tratta di esempi semplici (molti altri se ne potrebbero fare: non me ne vogliano i comuni non citati) di percorsi che possano anticipare la visita a Roma, così vicina e da sempre troppo “fagocitante” nei confronti della Ciociaria e della Terra di Lavoro anche a causa della nostra inerzia.

Sarebbe importante – dunque- creare un nuovo ed articolato progetto di sviluppo per il nostro territorio, che venga possibilmente portato avanti da una rete di sindaci che siano sensibili (almeno quanto lo si è dimostrato quello di Pignataro Interamna) all’impatto anche economico che siti archeologici ben scavati e ben conservati possono avere sulla cittadinanza intera (perfino sull’inclusione dei migranti: pensiamo a Formia, dove nell’ambito dello Sprar i rifugiati hanno partecipato ad iniziative del CAI per la valorizzazione del territorio).

Un nuovo progetto di sviluppo turistico per il Basso Lazio, infatti, ha fortemente bisogno dei sindaci: occorre infatti che i comuni vicini o confinanti che condividono beni paesaggistici o archeologici collaborino per ottenere e condividere fondi, in modo da ottimizzare spese e risultati nel tutelare, estendere, valorizzare e rendere fruibili le aree di interesse storico; per raggiungere tale obiettivo occorre anche un Assessorato regionale al Turismo sensibile al tema (o sensibilizzato dalla rete dei sindaci), che faccia la sua parte per convogliare il più possibile i fondi europei su tali aree, anche grazie ad un rafforzamento delle istituzioni già esistenti, come i GAL. Infine, sarebbe opportuno che gli enti locali in rete sostenessero tutti quei privati, in particolare giovani, che potrebbero creare nuove attività commerciali e culturali (basti pensare al “Bosco delle favole” di Cassino) nonché strutture ricettive e di ristorazione che propongano i nostri prodotti locali e DOP; questo sostegno dovrebbe passare innanzitutto attraverso un programma di “assistenza” nella stesura dei progetti con i quali rispondere ai bandi europei per ricevere finanziamenti.

Il percorso di sviluppo fin qui delineato è sicuramente lungo, ma da qui a dieci anni potrebbe letteralmente cambiare il volto della nostra provincia, rispondendo al problema della disoccupazione, soprattutto giovanile, e della tutela del territorio e dell’ambiente. È pertanto opportuno iniziare subito a lavorare in tal senso e la prima occasione a disposizione è certamente quella delle prossime provinciali; non bisogna farsi sfuggire l’occasione di unire le forze di tutti gli amministratori locali, le forze progressiste ed i movimenti civici che hanno a cuore il territorio, in un unico progetto, basato su una piattaforma programmatica in cui tutela ambientale e valorizzazione delle risorse archeologiche, culturali ed enogastronomiche sia tra i punti fondanti.

 

 

Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati può prendere contatto con il dottor Antonio Colasanti ai seguenti recapiti:
Email:
Tel. 347102038

 

 

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Sassolini nella scarpa

urne voto 2018 460 mindi Tiziano Ziroli - Oggi dopo 7 mesi di assenza sono tornato ad una riunione di Vertenza Frusinate...la sala era piena. C'erano molti ex lavoratori di molte fabbriche della provincia...erano 7 mesi che non parlavo da un palco...e si ...l'ho fatto...ho parlato sinceramente non so neanche per quanto, forse per troppo tempo, ma ho voluto togliermi vari sassolini dalle scarpe...

Ho voluto puntualizzare che se c'e la deroga, per la proroga della mobilità, lo si deve grazie all'impegno di Vertenza Frusinate, se si parla ancora di disoccupazione nella nostra provincia lo si deve solo a Vertenza Frusinate. Ho puntualizzato il fatto che Vertenza Frusinate nel giro di qualche anno ha dimostrato a tutti come si fa la vera politica, quella seria, quella senza scopi non dichiarati, quella solo per il bene del popolo, per il bene di chi sta peggio.
Una cosa ho tenuto in particolar modo a voler puntualizzare, che ora che sono tutti in campagna elettorale...tutti e dico tutti.. le stanno sparando talmente grosse che piu che politici sembrano televenditori di non si sa qual ben specifico prodotto.

Nessuno ha il coraggio di parlare di disoccupazione, nessuno ha il coraggio di parlare di poverta'...sono tutti argomenti dai quali scappano e dei quali non vogliono parlare, perche non ne sanno niente...non sanno cosa vuol dire disoccupazione...non sanno cosa vuol dire povertà. Per loro sono e restano solo dati statistici.
Ma il rammarico piu' grosso che ho voluto esprimere oggi e che nessuno e, ripeto nessuno, ha avuto il coraggio di chiedere a Vertenza Frusinate se candidava almeno alla regione lazio uno dei suoi esponenti, proprio per portare magari nel consiglio regionale le ragioni dei disoccupati....nessuno lo ha fatto e nessuno lo farà.

Sto seguando e seguo con attenzione la campagna elettorale e mi sto rendendo conto che nessuno è diverso da gli altri, cambiano i toni, cambiano i modi, ma il finale e sempre lo stesso, poter mettere il sedere seduto su qualche poltrona...quello è il fine. Quando il fine non dovrebbe essere quello, ma quello dovrebbe essere l'inizio per poter cercare di canbiare il corso della vita di migliaia di famiglie in estrema povertà e disagio sociale ed economico

Forse questa volta saro' poco umile, e forse anche poco modesto, ma nessuno neanche della mia parte politica si sono fatti venire in mente di proporre una mia candidatura...forse perche io sarei stato troppo propenso a risolvere i problemi? Forse perche io sarei stato troppo sincero con il popolo? Forse perche sarei stato un rompi scatole? Forse perche con Vertenza Frusinate siamo stati troppo bravi a far prorogare la mobilita'?

Questo non mi sarà mai dato di saperlo.
L'unica cosa di cui sono sicuro e che sono sempre piu deluso da questa classe politica....da tutta la classe politica...centro, destra e sinistra.
I disoccupati, i disagiati, i poveri hanno bisogno di un referente che parli con loro e per loro. Ma questo alla politica sembra non interessare. Interessano i posti dove sedere.
Sarò duro nel dire queste parole , ma è cosi...purtroppo è cosi.

 
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Tempo di decisioni non più rinviabili

PietroGrassodi Elia Fiorillo - Grasso, leader e simbolo della sinistra libera e uguale. Tempo di decisioni non più procrastinabili. Le Politiche si avvicinano e traccheggiamenti o posizioni non chiare possono compromettere sia la credibilità dei personaggi politici in campo, sia l'andamento del voto. L'hanno ben compreso il ministro Angelino Alfano e il pontiere, ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

Due situazioni ben diverse, un'unica decisione: “bye bye” - per il momento – a candidature e leadership partitiche.

L'ex pupillo di Silvio Berlusconi ci ha pensato su non poco prima di dichiarare che non si sarebbe candidato alle prossime elezioni e, soprattutto, avrebbe lasciato la guida del suo partito. Sì, avrebbe continuato a fare politica, ma questo non sarebbe stato il suo primo lavoro. Dal ministro degli Esteri e dal segretario di Alternativa popolare non ci si sarebbe aspettato il passo indietro. Sono cariche di prestigio che non lasciano prevedere "dietrofront". Anzi, si può ipotizzare in quelle posizioni solo inequivocabili "avanti tutta". C'era poco da fare però. O continuare come se niente fosse, come se i sondaggi sfavorevoli non esistessero e non fossero veritieri anche i risultati delle elezioni regionali siciliane, vera cartina di tornasole delle elezioni politiche del 2018, o viceversa ragionare e pensare al futuro. Quello personale, si capisce.

Una più che prevedibile batosta alle Politiche avrebbe significato il deprofundis per l'Angelino. L'addio - meglio l'arrivederci momentaneo - un modo per provare a ricalcare domani le stesse scene solo però con un possibile cambio di compagnia, al di là della coreografia. E il nuovo cast potrebbe essere quello dell'ex Cav.. Un ritorno in famiglia che non poteva essere fatto d'amblé ma che aveva bisogno di tempi e riti appropriati.

Il ritorno a casa potrebbe interessare anche Roberto Formigoni e Gabriele Albertini che andrebbero a confluire nel raggruppamento di Stefano Parisi. Con le sue “Energie per l’Italia” l’ex amministratore di Fastweb si sta preparando ad accordi con il centro-destra per le prossime elezioni. Maurizio Lupi invece pare tentato a correre da solo, ma il ritorno a casa non va escluso. Quasi sicuramente rimarranno con il centro-sinistra il ministro della salute Beatrice Lorenzin, il presidente della Commissione Affari esteri di Montecitorio Fabrizio Cicchitto, la sottosegretaria ai Beni culturali Dorina Bianchi e il deputato Sergio Pizzolante.

Più o meno la stessa cosa è avvenuta a Giuliano Pisapia, convinto che l'esperienza gestionale unitaria della sinistra milanese potesse essere esportata a Roma capitale. Niente di più sbagliato. Quello che pensava di poter federare la sinistra renziana con l’altra che fa capo a Speranza, Bersani e compagni si è ritrovato nel suo Campo progressista o gli uni o gli altri. Ma, forse, né gli uni né gli altri ci hanno mai creduto veramente. Hanno assecondato il federatore per convenienza. E il suo terreno d'azione si trasformava, di volta in volta, in "reazionario" o “progressista” a seconda di chi ci entrava dentro. Se era D'Alema ad immettersi, per Renzi il tutto si modificava in “Campo reazionario”. Insomma, alla fine Pisapia si è accorto che nel suo fondo ci pascolava solo lui.

Il colpo di grazia alle ipotesi federative di Pisapia l’ha dato il presidente del Senato Pietro Grasso. Una sterzata a trecentosessanta gradi che può rivoluzionare l’assetto politico del nostro Paese. La nascita della nuova formazione politica “Liberi e uguali”, certo nelle intenzioni dell’ex magistrato, dovrebbe ricompattare la sinistra del nostro Paese. Una ricomposizione però con il ridimensionamento di leader come Renzi e D’Alema, e non solo.

Grasso, ospite da Fazio a “Che tempo che fa”, afferma con chiarezza i suoi intendimenti: "Ho una visione più ampia che quella di guidare una ridotta di sinistra: io penso alla ricostruzione del Paese". E, ancora: "E' una vita che ho posizioni di guida, ho guidato magistrati, processi, credo di poter guidare una formazione politica. Sono abituato a discutere e poi prendere decisioni. Se ne accorgeranno tutti”.

Una minaccia o una promessa? Un modo per dire che lui proverà a voltare pagina. A Matteo Renzi la “cosa” grassiana non piace proprio. Altre rogne all’orizzonte. Dietro il presidente del Senato ci vede il nemico di sempre baffino D’Alema.

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Elezioni siciliane, con la testa al voto del 2018

sicilia elezioni voto H260di Elia Fiorillo - Elezioni siciliane, trampolino di lancio per Roma. L’attesa è stata lunga e snervante. Le elezioni regionali siciliane, giustamente, venivano viste come il più attendibile dei sondaggi elettorali per le Politiche del 2018. E il responso c’è stato, senza ombra di dubbi. Vince il centro-destra sui 5Stelle. Perde di brutto il Pd. I sentori della batosta c’erano nell’aria. La puzza di bruciato Matteo Renzi l’aveva avvertita da tempo. La sua strategia è stata di tentare di pararsi non scendendo troppo spesso in Sicilia. Diciamo il meno possibile, a differenza dei suoi avversari. Di Maio pareva, per converso, che avesse messo casa nella terra di Tommasi di Lampedusa. Ma pure il terzetto Salvini-Meloni-Berlusconi, anche se non in gruppo, per parecchio tempo hanno bazzicato l’isola. La loro strategia era chiara: “vincere… e vinceremo!”. Uniti, s’intende, come immagine. Poi, però, ognuno per proprio conto, a provare a rafforzare i rispettivi partiti. L’appuntamento importante per loro non era il voto siciliano, ma le Politiche del prossimo anno. Insomma, la Sicilia per il trio vincente è stata solo un trampolino di lancio per il romano Palazzo Chigi. L’ex cav. ci ritornerebbe con gran piacere avendo subito un grave torto. Secondo lui, fu cacciato da un colpo di mano dell’allora presidente della Repubblica: Re Giorgio Napolitano. Salvini, giorno e notte, ad occhi chiusi ed aperti, si sogna piazza Colonna. Spera di potersi affacciare dal balcone centrale della dimora dei presidenti del Consiglio e salutare la folla che lo acclama. Ma anche la sorella d’Italia Meloni ha il suo sogno nel cassetto, che coincide però con quello dei due suoi colleghi maschi. Potrebbe essere lei la prima donna presidente del Consiglio: tra i due litiganti….

E’ immaginabile ora che cosa succederà nel Pd. Una guerra guerreggiata ad oltranza contro l’ex sindaco di Firenze. L’opportunità per gli avversari di partito e buona e proveranno a non sprecarla. Ancora una volta la parola “unità”, come si suole dire, “è andata a farsi benedire”.

Una grave responsabilità per la “batosta” siciliana l’avrebbe, secondo il plenipotenziario di Renzi in Sicilia il sottosegretario alla Salute Davide Faraone, il presidente del Senato Pietro Grasso che non avrebbe avuto il coraggio di scendere in campo per provare a vincere. Eppoi, ci sono gli scissionisti Baffino d’acciaio, alias D’Alema, e il suo compagno Bersani che hanno fatto di tutto perché il Pd perdesse. Anche i 5Stelle non perdono l’occasione per dare un po' di calci negli stinchi al Matteo gigliato. Di Maio non vede in Renzi il futuro leader del centro-sinistra e annulla il confronto televisivo da lui stesso richiesto: “Avevo chiesto – scrive su Facebook - il confronto qualche giorno fa, quando lui era il candidato premier di quella parte politica. Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva. Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione". Certo, una drittata cattiva contro l’ex presidente del Consiglio. La risposta dal Nazareno è immediata: ”E' talmente ridicolo che ogni commento rovinerebbe questa commedia". C’è poi Renzi che definisce Di Maio “un leader che scappa”. Lui, comunque, sarà da Floris sulla Sette a confrontarsi con i giornalisti.

Non sono in pochi però ad essere convinti che Matteo Renzi è nei guai seri e che il suo avversario interno è l’attuale presidente del Consiglio Gentiloni. A chi ha chiesto, per esempio, ad Emanuele Macaluso, storico uomo di sinistra, un nome come prossimo inquilino di Palazzo Chigi, lui ha risposto di non averlo, ma poi ha precisato: “Ma non si può ignorare che Gentiloni ha acquisito credibilità in Italia e in Europa, mentre Renzi l’ha completamente persa”.

Nello Musumeci, voluto dal centro-destra, è il nuovo presidente della Regione Sicilia. Giancarlo Cancellieri, dei 5Stelle, ha ottenuto un ottimo risultato. Il suo MoVimento, come numero di preferenze, è in testa ai partiti siciliani. Flop invece del centro-sinistra. Il rettore Fabrizio Micari ci ha provato, anche se oggi alcuni suoi compagni Pd lo accusano di essere stato inadeguato per l’impresa. Anche insieme a Claudio Fava, “Cento passi per la sinistra”, Micari non sarebbe riuscito a superare Mussumeci.

Il dato che però deve far riflettere è il calo significativo dei votanti. Se la democrazia è partecipazione, e lo è, la diserzione dalle urne deve preoccupare tutti, vincitori e vinti.

 
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Politica, vacanze e occhio alle elezioni

daBerluaRenzi 350 260 mindi Elia Fiorillo - Elezioni siciliane, prova generale per le Politiche 2018. Vacanze non proprio di riposo per i leader politici nostrani. Le prossime elezioni siciliane hanno turbato il periodo ferragostano, ponendo loro una serie d’interrogativi di non facile soluzione. Certo, le alleanze locali, tenendo conto fino ad un certo punto delle “logiche” nazionali. Ma, soprattutto, il futuro non così lontano delle elezioni politiche. Perché quella è la tenzone da tener sempre a mente e provare a vincere in tutti i modi possibili. E le Regionali siciliane diventano, quindi, la prova generale delle prossime Politiche.

Nei primi posti dei “pensieri” dei capi partito non c’è la legge elettorale, “Germanellum” o “Tedeschellum” che si voglia appellare. Tutto è possibile in politica se ci sono le convenienze, ma pare che tutti - o quasi - si siano rassegnati al “proporzionale” che come si sa nella notte delle elezioni non dà un vincitore al cento per cento. Ma consente dopo, a mente fredda per così dire, di fare alleanze, anche al di là di quello che si è predicato in campagna elettorale. Bisognerà, allora, armonizzare i due “Consultellum” di Camera e Senato. Ovvero l’Italicum del 2015, per la Camera, e la legge Calderoli del 2005, per il Senato. Entrambe le norme finite sotto la lente della Corte Costituzionale che le ha dichiarate parzialmente incostituzionali.

C’è Silvio Berlusconi convinto che il vento di bonaccia finalmente ha ripreso a soffiare dalla sua parte. Da quella di Forza Italia come quando, ai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, delle elezioni del 1994, riuscì nell’impresa, appunto, di scassare il congegno occhettiano e diventare presidente del Consiglio. E’ vero che deve fare i conti con il Matteo padano e con la sorella-fratello d’Italia Giorgia, ma la carta vincente dell’ex Cav. è, dal suo punto di vista, la moderazione. L’Italia è la patria dei moderati. Le uscite estremiste di Salvini per Berlusconi non fanno che far spostare verso la sua area i tanti che non accettano l’estremismo politico. Le castrazioni chimiche, l’uscita dall’Europa e dall’euro, la non globalizzazione e via dicendo, sono posizioni salviniane esasperate e senza futuro.

In Sicilia però il presidente di Forza Italia apparentemente ha dovuto cedere al duo Meloni-Salvini. Il candidato a governatore sarà Nello Mussumeci, ex sottosegretario al Lavoro ed ex presidente della provincia di Catania. Suo vice dovrebbe essere Gaetano Armao, docente di diritto amministrativo ed ex assessore regionale della Sicilia. Sempre che quest’ultimo accetti l’ipotesi del ticket. Berlusconi proverà a spiegare ad Armao che l’operazione è strategica per i suoi disegni. Armao per lui è la “differenza” visibile tra la Lega e Fratelli d’Italia. E’ la cartina di tornasole per misurare gl’indici di gradimento del moderatismo forzista, anche per l’appuntamento elettorale più importante, quello delle Politiche del 2018. Certo che se il prof. “indignato” non dovesse accettare, sarebbe un bel pasticcio per FI ed il suo capo. Ma l’ex presidente del Consiglio non poteva fare diversamente. Andare per conto proprio, con il suo candidato, poteva significare la vittoria dei 5Stelle o del Pd. Troppo pericoloso soprattutto per i suoi progetti futuri.

Matteo Salvini, per il momento, incassa la vittoria. Ma anche lui pensa alle prossime Politiche. E’ convinto che la sua Lega, non più nordista, potrà competere e superare FI. Chi prenderà più voti andrà a comandare a Palazzo Chigi. E lui, il nuovissimo Matteo italico, scordatosi del secessionismo e della Padania, pensa di poter surclassare il vecchio Berlusca, appunto, con l’apporto del Sud. Zitta, zitta Giorgia Meloni sta a guardare: “Tra i due litiganti…”.

Anche Beppe Grillo pensa alla Sicilia, ma con molta delusione. E non per il tour che il candidato 5Stelle alla presidenza della Regione, Giancarlo Cancelleri, sta facendo insieme a Luigi Di Maio e ad Alessandro Di Battista. Ma per la pubblicità negativa che Roma, con Virginia Raggi, sta arrecando al MoVimento. Non può mollare donna Virginia, ma l’immagine ne soffre, con tutte le conseguenze elettorali immaginabili.

C’è poi il Pd. Non si è ancora trovato il cemento per legare, per lo meno in Sicilia, i democrat con i bersaniani e con il Campo progressista di Giuliano Pisapia. La pietra dello scandalo è Angelino Alfano. Leoluca Orlando ci ha provato a trovare un’intesa tra il Pd, i movimenti civici e Ap. Niente da fare per Mdp. Berlusconi e compagni sentitamente ringraziano.

 
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