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'Ces Italiens qui ont fait la France'

Vinc.Vela lItalia riconoscente alla Francia 1862 350 260 mindi Michele Santulli - Il numero di settembre della rivista francese HISTORIA contiene un inserto di cento pagine dedicato agli Italiani in Francia, dal titolo ”Ces Italiens qui ont fait la France”, un titolo che non ha paura di esprimere una verità: la Francia, questo grande Paese, è stato ricettivo ed ospitale, dando un tetto e un tavolo alle centinaia di migliaia di italiani che nel corso dell’Ottocento e del Novecento, a partire dalla cosiddetta unificazione, si sono riversati nel Paese, spinti dalla fame e dalla miseria grandi.

La convivenza, è vero, ha registrato anche episodi di truculento razzismo e xenofobia e violenza e di non poco sfruttamento sul lavoro, ma la conclusione è che gli Italiani in Francia hanno trovato accoglienza e allo stesso tempo hanno anche dato, non solo il loro apporto fisico: hanno contribuito, con le loro capacità, alla evoluzione e progresso del Paese: uno dei giornalisti dell’inserto scrive che hanno ricevuto poco rispetto al tanto che invece hanno dato. Ed in effetti si tocca una madornale quasi paradossale realtà: gli Italiani quando sono fuori dei confini natali, quando vivono oltralpe, danno il meglio di sé stessi: parrebbe che i nuovi ambienti e contesti esistenziali siano favorevoli alla evoluzione e sviluppo delle loro qualità migliori che al contrario, in patria, vengono oppresse e rimosse: ed è così: gli scienziati e gli artisti e gli imprenditori vengono rimossi ed emarginati perché non li si capisce o forse perché si debbono favorire amici parenti cognati figli, tutti mezze cartucce. E perciò quelli che hanno qualcosa da dire e da offrire, emigrano e dovunque mettono radici, quasi tutti assurgono alle posizioni più prestigiose e ricercate: nelle Università, negli organismi scientifici, nei musei, nelle istituzioni accademiche, nell’imprenditoria. Chissà che cosa succederebbe se tutti questi italiani di successo tornassero in Italia! Sarebbe la palingenesi, la resurrezione dell’Italia.

Ma torniamo alla Francia, al Paese della Rivoluzione, degli Ugonotti, degli Enciclopedisti. Da quando esiste l’Europa, da allora i rapporti Francia-Italia sono stati sistematicamente stretti e duraturi, aVincenzo Vela partire dalle cosiddette Gallie fino ad oggi. Come tra i rapporti umani, così i rapporti tra i due Paesi si sono svolti sotto alterne vicende e contesti. Possiamo affermare che la presenza e l’impronta e contributo italiani alla Francia sono stati e sono ancora i più ricchi e i più significativi . Leggendo il resoconto citato in HISTORIA si resta veramente stupefatti dalla quantità delle presenze, immigrate o nate da italiani, sul palcoscenico della storia nazionale, in tutti i contesti: Leone Gambetta, Emilio Zola, prima di loro Giulio Mazzarino nel 1600, poi Caterina dé Medici, poi Maria dé Medici regine di Francia; si continua con Pierre Reggiani, con Edith Piaf, con Yves Montand, con Dalida, con Coluche, con Platini, con Lino Ventura, con la Semeuse, oggi con Toni Benacquista, con Dom. Pacitti, con Christophe; poi si continua, nella moda, con Nina Ricci, con Elsa Schiaparelli, con Pierre Cardin, tutti italiani francesizzati; si continua coi massimi artisti Fed. Zandomeneghi, con Gius. De Nittis, con Giov. Boldini, con Gius. Palizzi, con Gino Severini, col povero Amedeo Modigliani senza menzionare la quantità enorme di artisti e letterati che vi hanno solo soggiornato; si menzionano gli uomini politici rifugiati sotto il fascismo quali Gaetano Salvemini, Fil. Turati, Gius. Saragat, Sandro Pertini, i fratelli Rosselli; si menzionano le modelle di artista celeberrime Eva, Lorette, Agostina, Cesidio, Carmela, Celestino, le altre grandi donne che vi hanno vissuto o soggiornato quali Luisa Casati, Mimì Pecci Blunt, la principessa Ruspoli, tanto per citare a memoria; Gioacc. Rossini e Leonardo da Vinci vi hanno vissuto e qui morti, se pensiamo oggi ai docenti universitari che insegnano a Panthéon Assas o alla Univ. di Medicina 1 o a Toni Negri che pure vi ha insegnato per quasi venti anni come pure a Maria Antonietta Macciocchi o a Gabrielle Flammarion figlia di una modella ciociara, direttrice per mezzo secolo dell’osservatorio di Astronomia di Parigi, e poi Maria Brignole de Ferrari, duchessa di Galliera, che a Parigi e dintorni ha lasciato una impronta che è semplicemente inimmaginabile per immensità e ricchezza: raccomandiamo al lettore di approfondire la conoscenza di tale impareggiabile donna.

Dopo tale sequenza di nomi si perviene alla conclusione che, in verità, si è trattato solo di una modesta introduzione alla ricchezza sbalorditiva di uomini e donne italiani che hanno contribuito e partecipato alla grandezza della Francia. L’anno scorso questa autentica apoteosi è stata, pur se sotto tono, ricordata dal Museo Nazionale della Emigrazione di Parigi con una manifestazione intitolata ‘Ciao Italia’ che ha goduto di grande successo e riconoscimenti. Perciò parlare dei circa quattro milioni e passa di francesi di origine italiana necessiterebbe di ben altri mezzi e sussidi ed è a dir poco deplorevole e miserabile che l’Italia mai abbia posto attenzione, ma ragionevole e intelligente e produttiva, alla seconda Italia che vive Oltralpe e oltre oceano: sono sempre gli Italiani stessi, singolarmente e individualmente, che sulla loro pelle, grazie ai loro meriti e capacità e qualificazioni, tengono desta l’attenzione al Paese: la madrepatria ha solo sfruttato. Grati dunque alla rivista HISTORIA che, col suo esaustivo servizio giornalistico, ha voluto tenere desta e vigile l’attenzione su tale pagina incredibile della emigrazione italiana in Francia e sulla perfetta integrazione e fratellanza.

E il nostro museo nazionale della emigrazione, costato quintali di soldi pubblici, sfarzosamente promosso, satrapescamente realizzato al Vittoriano, che ne è divenuto?

 

 

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Emigrazione Ciociara: una nicchia prestigiosa

le20ciociare mindi Michele Santulli - L’emigrazione italiana è altro primato, ma negativo e doloroso al massimo: nessuna tra le non poche terre Europee di emigrazione registra nemmeno lontanamente il numero degli espatriati italiani: dal 1870/80 all’incirca ad oggi, milioni e milioni, si parla di trenta, e in pochi anni, si sono riversati nelle Americhe soprattutto: un esodo maggiore di quello che la Bibbia racconta, nemmeno dall’Africa, da secoli, è uscita tanta umanità quanta dalle contrade italiane! Tanto che una seconda e ancora più numerosa Italia risiede all’estero! E quali sofferenze, quali umiliazioni, quali lutti ma anche quanti successi e gratificazioni. Ma qui ci arrestiamo.

E nell’ambito di tale eccezionale fenomeno, la diaspora ciociara esige valutazione ed attenzione particolari: pur essendo un numero quasi risibile rispetto ai milioni e milioni di italiani espatriati dalle altre regioni, dunque una nicchia, una piccola parentesi, la emigrazione ciociara è quella che più di tutte le comunità ha inciso e segnato i luoghi in cui si è insediata e, incredibile e inimmaginabile, la sola che si è staccata e quasi librata in alto, un mondo a sé dunque, rispetto al generale esodo: le cause e ragioni originarie? La vestitura indossata e il fascino e la perfezione fisica sia delle donne e sia anche degli uomini che rappresentarono per oltre centocinquantanni un motivo di generale richiamo e attenzione da parte degli artisti europei: un fatto e realtà così singolari dei quali è arduo rinvenire l’eguale. E fu proprio così, tanto che oggi, per esempio, è impensabile entrare in un museo o galleria del pianeta e non rinvenirvi un quadro o una scultura che non illustrino un ciociaro o una ciociara! Sembrerebbe che la natura abbia in qualche modo voluto ricompensare queste creature delle sofferenze vissute a seguito dell’abbandono dei luoghi aviti, riconoscendo loro dei doni naturali dei quali nessun’altra delle pur più numerose comunità italiane può dirsi dotata: queste donne e questi uomini hanno perfino inventato e creato un mestiere e una professione, quella delle modelle e modelli di artista. Ecco perché una nicchia, un segmento. A ciò va aggiunta sul palcoscenico della storia, vera e propria ‘scoperta’, divenuta una icona, la figura del brigante nel suo cappellaccio a punta, nelle sue cioce ben allacciate, il fucile a trombone in mano, le sue decorazioni di oggetti d’oro sul petto… Il libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, PARIGI E LONDRA 1800-1900” favorisce una più ampia informazione.

E tutto, in origine, iniziò in un angolo sperduto dell’Alta Terra di Lavoro borbonica, in una valle appartata che nessuno conosceva e di cui si ignorava perfino il nome tanto che la chiamavano Abruzzi, al plurale, pur non essendo Abruzzi: da alcune località e frazioni isolate e sperdute ai piedi del Monte Meta, appollaiate sulle Mainarde principalmente o alle sue pendici: S.Biagio Saracinisco e poi San Giuseppe, Immoglie, Serre, San Gennaro frazioni di Picinisco e poi Cerasuolo e Mastrogiovanni e Mennella frazioni di Filignano, Cardito di Vallerotonda, Vallegrande e Agnone di Villalatina, Montattico e Mortale -oggi Monforte- di Casalattico, Gallinaro, Atina … nomi che ancora fanno storia, suscitano emozioni e nostalgia, più di prima, in Scozia, in Irlanda, a Parigi, a Londra, in Canada, in America… la fame, la miseria, l’incremento demografico, i soprusi e le vessazioni del potere, la coscrizione obbligatoria ma anche, più tardi, la palingenesi napoleonica, furono all’origine di un lento e costante e sempre più folto esodo, anche di molti giovani: artisti girovaghi quali ammaestratori di cani, con la scimmietta, con il pappagallo nella gabbia e la fortuna, anche qualche povero orso, i suonatori di organetto e di piffero e di zampogna e di tamburello, e poi i mestieranti: il riparatore di piatti, l’arrotino, l’intrecciatore di vimini, l’ombrellaio, il fornaciaro e poi e poi…

E iniziò dunque la emigrazione, dapprima una disseminazione capillare al di là dei Monti Aurunci, Ausoni e Lepini, anche nella infida Palude Pontina e allo stesso tempo a Roma, e gli avamposti vanno oltre, al di là delle Alpi, a Parigi, a Londra, in Iscozia: viaggi estenuanti, a piedi, che duravano mesi… Nasce la emigrazione, quella autentica, in Italia, ultime decadi del 1700, in Valcomino, la valle di cui stiamo parlando; la diaspora e tragedia nazionali inizieranno cento anni più tardi verso il 1870/80 e, pur se ridotta, oggi ancora continua!

In Inghilterra sono essi che hanno diffuso e fatto conoscere il gelato anche nelle località più recondite e appartate: oggi ancora in tutta la Scozia e nelle grandi città inglesi, si incontrano normalmente negli stadi, davanti alle scuole, nei luoghi di affollamento, nelle strade, camionette e furgoncini dei gelatai, tutti ciociari; sono essi che hanno diffuso in maniera capillare i locali di ristorazione del fish and chips, oltre che della somministrazione del gelato, in tutta la Scozia e a Dublino: ancora oggi il monopolio per così dire di tali attività è nelle mani dei ciociari discendenti dei pionieri. E come ricordato, pur rappresentando, in percentuale, solo una nicchia ed un segmento dell’immenso fenomeno migratorio, è quasi inaudito al contrario il numero dei professionisti, degli artisti di ogni branca, quanti attori, quanti uomini e donne di spettacolo, quanti professori universitari e scienziati, quanti nei musei, nelle fondazioni, nelle accademie, nelle organizzazioni scientifiche, quanti atleti, quanti imprenditori…

Al medesimo tempo, nemesi e contrappasso feroci, ai loro occhi -oggi a quelli dei loro discendenti- si offre lo spettacolo di una Italia pervasa e intrisa di corruzione, di latrocinio, di lassismo, di privilegi inimmaginabili, di povertà, di ignoranza ed insensibilità, di ingiustizia criminale, di degrado irreversibile del paesaggio e del territorio: e quale non-qualità micidiale dei cosiddetti governanti…

 

 

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Emigrazione e sfruttamento di bambini

lavoro minorile01gdi Michele Santulli - Un amico della emigrazione ciociara. Il Marchese Raniero Paulucci dì Calboli (1861-1931) di antica blasonata schiatta di Forlì, fu un diplomatico italiano in servizio prima presso l'Ambasciata d'Italia a Londra fino al 1894 per circa cinque anni e poi in quella di Parigi dal 1895 per circa quindici anni come segretario di legazione. Successivamente ambasciatore e nel 1922 Senatore del Regno. Personaggio sensibile e ricco di umanità e partecipe consapevole di certi avvenimenti che marcarono la sua epoca. Scrisse poesie, racconti, inchieste particolari, coltivò le arti e gli artisti nutrendo speciale interesse per lo scultore Adolfo Wildt del quale raccolse molte opere che poi donò alla città avita di Forlì. Al momento del famoso 'affare Dreyfus' che infiammò la Francia -l'ufficiale ebreo dell'esercito francese ingiustamente e scientemente accusato e condannato per certe colpe pur essendo innocente- anche lui prese parte in suo favore convinto della innocenza e scrisse un energico e veemente intervento in suo favore, alla stessa epoca in cui anche lo scrittore Emile Zola redigeva il suo celebre contributo dal titolo 'J'accuse'. Questi fatti succintamente ricordati vogliono aiutare a inquadrare la figura di un personaggio di non comune valore e umanità al quale l'Italia e maggiormente la Ciociaria, molto devono grazie al suo impegno e opera a favore della emigrazione dei propri figli per le vie del mondo: invero personaggio da ricordare e da onorare, come pochi.

E il mondo che lo colpì fu quello degli artisti girovaghi principalmente che in quell'epoca erano specialmente numerosi non solo a Londra ma in tutta l'Inghilterra e Scozia: suonatori di organetto o di piffero, ballerini o dando spettacolo col cane ammaestrato o con la scimmia talvolta anche con il povero orso. E pervenne ad un loro censimento arrivando a individuarne oltre duemila in tutto il paese, in prevalenza suonatori di organetto, molti di piffero, poche decine di arpa e qualcuno di altri strumenti quali il mandolino o il violino. E pur non menzionando la Valcomino (nessuno a quell'epoca conosceva questo angolo appartato dell'Alta Terra di Lavoro) riuscì ad individuare la localizzazione della massima parte di questa umanità nomade, 'sui monti degli Abruzzi e nella Campania' cioè, sappiamo, a San Biagio S., a Cardito di Vallerotonda, a Picinisco e certe sue frazioni, a Vallegrande di Villalatina e a Cerasuolo e a Mastrogiovanni di Filignano.

Ma il mondo ovattato e dorato nel quale viveva e operava a Londra non gli impedì di guardarsi attorno con sguardo attento e rilevare anche le storture e ingiustizie e crudeltà che vi si perpetravano, se si aprivano veramente gli occhi. Ma non erano i suonatori girovaghi in gran parte giovani sparsi per il paese che lo colpirono bensì gli adolescenti e i bambini in giro per le vie della città. La Storia ci ricorda che a Londra, i piccoli, avevano trovato il loro paladino già una cinquantina di anni prima in Charles Dickens che ne aveva descritto la terribile condizione in pagine memorabili divenute patrimonio della umanità e in prosieguo gradualmente salvaguardati dall'intervento delle private istituzioni e dello Stato. Paulucci di Calboli invece quelli che vedeva in giro erano gli sfortunati venuti da fuori, senza protezione alcuna, dall'Italia, alla sua epoca o pochi anni prima e che in prevalenza esercitavano il mestiere di sciuscià o lucidatori di scarpe e di stivali per le vie delle città o quelli che vendevano statuette di gesso o fiammiferi o erano sguatteri o lavapiatti nei ristoranti o spazzacamini.

Ma come erano arrivati questi bimbi/adolescenti/ragazzi in questi luoghi così remoti e lontani? Venivano letteralmente dati in fitto quando non venduti, dai genitori, a personaggi che facevano di mestiere quello di farsi dare in affidamento queste creature in cambio di indennizzi periodici e sottoporle poi ai lavori più duri e più pericolosi, a condizioni esistenziali inimmaginabili, nella promiscuità, nella sporcizia, nella malattia, nell'ignoranza. Sporchi e laceri e affamati si aggiravano per le strade chiedendo la elemosina quando possibile altrimenti ballando o saltellando o vendendo immagini sacre o terrecotte e altro. E guai per chi la sera non consegnava abbastanza soldi al 'padrone', così veniva identificato anche nei registri della polizia la umanità spietata che li gestiva e sfruttava. Stiamo parlando della 'tratta dei bambini', pagina terribile della letteratura che si occupa della emigrazione italiana, ancora non dovutamente studiata ed esaminata, come tutta la emigrazione ciociara.

Naturalmente già dal 1850 furono emesse leggi e provvedimenti a favore della infanzia abbandonata e sfruttata e l'Italia dal 1873 ma dovranno passare molti anni prima che la piaga almeno nelle linee generali si estinguesse, pur se la situazione durò, anche se in modo meno crudele che nel passato, fino agli anni '50 e 60' del secolo scorso allorché anche allora era abbastanza frequente che dei genitori 'affidassero' i figli, maschi o femminine, a parenti o amici all'estero per farli lavorare e guadagnare e rimettere soldi. Tale mondo terribile dello sfruttamento feroce e spietato di queste piccole creature messe al mondo inconsapevolmente a dir poco certamente per farle patire, offerte dunque in pasto alla miseria e alla abiezione nonché la tratta dei bimbi e la situazione degli emigrati, sono stati fatti oggetto di un libro-inchiesta divenuto pietra miliare della storia della emigrazione italiana in Inghilterra: "I girovaghi italiani in Inghilterra ed i suonatori ambulanti" edito nel 1893. Due momenti dunque: prima quello della tratta dei bimbi e poi quello dei giovani che guadagnavano il loro pane come artisti girovaghi, quasi tutti originari dai paesetti della Valcomino e alcuni bambini anche da Belmonte Castello.

Ma è la emigrazione a Parigi che maggiormente tenne occupato Paulucci dì Calboli, dopo la esperienza e gli scritti in Inghilterra. A Parigi e in Francia trovò una situazione molto più vasta e articolata che si distingueva per tre fenomeni sociali specifici: le modelle e modelli di artista, i bimbi anzi la 'tratta dei bimbi' -in Francia molto più vasta e sconvolgente che in Inghilterra- occupati principalmente in certe fabbriche o sulle strade o come spazzacamini e gli artisti girovaghi. Da una ricerca sul campo effettuata da Paulucci dì Calboli abbiamo la conferma che di 23 località da lui individuate di provenienza di questi, per limitarci a loro, bambini/fanciulli occupati in varie attività alla fine del 1800, 20 si trovavano nel cosiddetto distretto borbonico di Sora cioè, noi sappiamo, nella Valcomino e nelle Mainarde Molisane già ricordate...Cioè sempre, di nuovo, tutto, dalla Valcomino, luogo dunque di massima sofferenza ma anche luogo di grande bellezza e di grazia dei suoi figli, binomio sicuramente come nessuno al mondo. In un prossimo intervento ricorderemo la situazione in Francia come indagata da Raniero Paulucci d' Calboli.

Qui dunque ci arrestiamo e rimandiamo chi ne vuol sapere ancora al libro: "MODELLE E MODELLI CIOCIARI nell'arte europea a Roma, a Parigi, a Londra nel 1800-1900".

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