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I lunatici dell'etere

ottoemezzo gruber 350 mindi Stefano Balassone - Soft talk. Si fa un gran discutere, e non da ieri, della politica ridotta alle trovate estemporanee, a sommare ciò che vuole questo e quello, a soffiare sui fuochi in cui si imbatte solo per spingerne le fiamme altrove. Questo procedere a tentoni, senza una rotta e pensieri lunghi, va di conserva con la strana idea che il quid stia tutto nel rendere la comunicazione assai “forte ed efficace”, a prescindere da cosa e dal perché.

La nevrosi è tanto più forte nella fabbrica dei talk show politici, che per fare share devono rincorrere anche quella metà l’Italia che non vota e della politica in sé per sé non vuol sapere. Ecco così che dalla tv tracima un surplus di enfasi che trattiene per la coda dello zapping molti pronti a scegliere qualche Netflix oppure ad andarsene a dormire. Se poi aggiungi che il talk show - di intrattenimento, politico o misto – riempie a basso costo i troppi palinsesti, capisci perché siano in realtà le aziende intere della tv che gridano: “al lupo, al lupo”, a beneficio dei ricavi nel bilancio.

Fra questi lunatici dell’etere ci ha colpito che 8 e mezzo di La7 diradi la presenza dagli ospiti politici, in specie dei peones avidi di video, e tenda a somigliare a un simpatico pub che, chiuse le mescite del giorno, accoglie ogni sera i soliti avventori pronti a dire la loro circa le sorti del Paese.

La compagnia è varia di opinioni: Sallusti, Severgnini, Carofiglio, Travaglio e poi Scanzi, quello che spesso rimprovera De Angelis. Pochi altri. Sempre i soliti, ma non t’annoi perché, dagli e dagli, hai catturato il lessico di ognuno, il linguaggio dei gesti, ogni dettaglio delle espressioni portate in primo piano e, più che loro a dirti questo e quello, sei tu che ormai gli guardi dentro.
L’un verso l’altro sono cortesi quanto basta, come s’usa fra chierici di una stessa professione. E l’auditel, incredibile a dirsi, non ne soffre, suggerendo alla politica stessa che senza faccia feroce può comunque esistere. Chissà se dura.

fonte: La Repubblica, Onda su onda, 18 novembre 2019

 

 

 

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