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Il virus e la necessità di un’altra Europa

Cambiare le fondamenta dell’intera costruzione

bce 460 minIl Covid-19 non guarda in faccia nessuno, neanche madame Christine Lagarde. La sacerdotessa della Banca Centrale Europea, custode dell’equilibrio monetario del sistema e fino al 13 marzo attestata sulla linea della non ingerenza nella crisi generata dal virus. Costretta poi a mettere in canna 750 miliardi di euro per fronteggiare un’emergenza «senza precedenti per la salute pubblica» e uno «shock economico estremo» (come lei stessa ha dichiarato), che prima hanno colpito l’Italia e adesso stanno dilagando in tutta Europa.

Non sappiamo se tale somma di liquidità, pur non irrilevante, consentirà di sospingere noi italiani e i diversi Paesi europei fuori dal buco nero nel quale siamo precipitati. Certo è che questa crisi, nell’epoca del capitalismo globale finanziarizzato, non ha precedenti per la sua globalità e per le sue caratteristiche distruttive. Ed è impensabile che se ne possa uscire alzando i muri dell’isolamento nazionalista, mettendo gli uni contro gli altri i popoli e gli Stati. Sebbene sotto Trump gli Usa, principale potenza economica e militare, siano diventati anche il principale fattore destabilizzante del pianeta.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

Dovrebbe far riflettere il fatto che l’Unione europea, fondata appunto sul principio della sovranità del mercato (cioè del capitale) ignora i problemi del lavoro, non prevede comuni standard di tutela della salute e comuni diritti sociali. Si chiama Unione europea, ma non esistono tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi, che uniscano le lavoratrici e i lavoratori dei diversi Paesi. È una contraddizione basilare, ma è così: questa Unione europea è fondata sulla divisione e competizione dei lavoratori e delle lavoratrici, vale a dire della stragrande maggioranza di coloro che vivono nel Vecchio Continente. Anche il fatto che per fronteggiare una crisi dagli esiti imprevedibili vengano abbandonate le regole più ottuse del traballante edificio europeo dovrebbe far riflettere.

Nell’un caso e nell’altro caso risulta evidente che non basta un piano per l’emergenza, magari con il retropensiero di ritornare poi a quel che c’era prima. Occorre invece cambiare le fondamenta dell’intera costruzione, rovesciando le priorità secondo lo stesso criterio che vale per l’Italia: prima la salute e poi il profitto, prima il lavoro e poi il capitale. Il progetto di una nuova Europa fondata sui principi di solidarietà e di uguaglianza tra i suoi componenti, che rifiuta la guerra e lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, dovrebbe quindi prevedere alcune essenziali scelte di fondo.

Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato da www.jobsnews.it il 21 marzo 2020

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del capitale finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. È perciò particolarmente pesante e aggressiva, e per poterla domare le tradizionali manovre monetarie e finanziarie sono del tutto inadeguate. Come peraltro, in una condizione di minore gravità, ha dimostrato il quantitave easing messo in opera «a tutti i costi» da Draghi, che ha mantenuto in vita l’euro ma non ha spinto l’economia reale e delineato una diversa qualità dello sviluppo in Europa, tanto meno in Italia.

Con il bazooka dei 750 miliardi della BCE, cui sembra si aggiunga insieme ad altre misure il superamento del patto di stabilità, e quindi dello «stupido» parametro del 3 per cento del deficit, i mezzi monetari e finanziari non mancano. Quel che serve nell’immediato è un piano di emergenza a livello europeo rivolto al potenziamento della sanità pubblica tutelando adeguatamente il personale, accompagnato da misure che assicurino il reddito per tutti e incentivi per il rilancio delle attività produttive.

L’irrilevanza della sanità privata in questa drammatica pandemia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la dimostrazione indiscutibile che la sovranità del mercato e la finalità generalizzata del profitto, privatizzando essenziali funzioni pubbliche ed accrescendo le disuguaglianze, ha prodotto devastanti effetti negativi per l’insieme della società. Nel campo della tutela della salute, come in quello delle pensioni, dell’istruzione, dell’università. Per non parlare delle condizioni salariali e retributive, della precarietà e della disoccupazione.

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Accanto alla fissazione di standard comuni per la salute e la previdenza, un piano del lavoro per la tutela ambientale, la messa in sicurezza del territorio e il risanamento delle periferie urbane; la programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e alla continua elevazione del livello culturale della forza-lavoro e di tutta la popolazione; la determinazione di un comune livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni a parità di condizioni per uomini e donne, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti.

Non è un’utopia irraggiungibile se a un disegno innovativo degli interventi economici e sociali si accompagnano una radicale riforma fiscale fondata sulla progressività della tassazione di redditi e patrimoni, la lotta senza compromessi all’evasione, l’eliminazione dei paradisi fiscali e il controllo sui movimenti dei capitali. Senza di che la stessa emissione degli eurobond non sarà efficace. Ci vogliono la volontà politica e la lotta sociale, lo sappiamo. Ma intanto il dramma del Coronavirus mette in campo un’altra idea del mondo. Cominciamo allora a progettare una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È un’opportunità da non lasciarci sfuggire.

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L'Italia sta male ma l'Europa la fa stare peggio.

Durante l'emergenza coronavirus

Lagard Gualtieri 400 minLe parole in conferenza stampa di Cristine Lagard, la presidente della BCE, hanno mandato in fibrillazione i mercati con lo scopo premeditato di indebolire ancora di più la nostra economia.

L'epidemia Covid-19 lasciava presagire un intervento della BCE nel senso della diminuzione dei tassi e di una immissione di denaro verso il Tesoro, ad esempio per pagare gli stipendi dei lavoratori costretti a casa, o dei nuovi assunti nella sanità per l'emergenza del coronavirus, ma la Lagarde, non lo ha consentito, sottolineando che questa negazione scaturiva da decisioni prese all'unanimità, come a voler sottolineare che sono tutti d'accordo nel dichiarare guerra finanziaria all'Italia.

Una immissione di liquidità avrebbe consentito un più agevole accesso al credito non solo delle imprese ma anche delle famiglie.
Ciò che non è sfuggito a nessuno, è stato il tono sprezzante usato dalla Lagarde negando quei provvedimenti che avrebbero costituito un aiuto alla crisi italiana, ed anzi si è mostrata persino sarcastica.

La gravità di questa decisione l'ha sottolineata persino il Presidente Mattarella, di solito sempre accondiscendente verso le autorità sovranazionali, ma questa volta si è messo di traverso ribadendo alla Lagarde che si attendeva “a buon diritto” misure che non ostacolassero la ripresa economica dell'Italia per gli effetti della pandemia.

Quanto accaduto va al di là dei tassi d'interesse, va al di là del crollo della borsa, va al di là dello sbandamento dei mercati.
Invero, che le famiglie possano avere maggiore difficoltà nell'accesso al credito non importa a nessuno, né a Mattarella né tantomeno alla Lagarde.

La partita che si gioca è altrove.

Facciamo un passo indietro, quando Gualtieri doveva essere designato, in quota PD, al Ministero del Tesoro, ebbene, per la sua designazione la Lagarde aveva espresso parole di sostegno e di approvazione.
Ora che la Lagarde con le sue dichiarazioni ha fatto saltare la borsa di Milano pur di impedire che l'Italia potesse attingere agli aiuti monetari della BCE, Gualtieri si è precipitato a difenderla offrendo una lettura ottimistica circa le sue asserite vere intenzioni.

L'accordo tra la Lagarde e Gualtieri, tuttavia, è precedente all'epidemia, ed è un accordo che riguarda la riforma del MES, il meccanismo sovranazionale che i Ministri dell'Eurogruppo dovrebbero firmare lunedì 16 marzo.
Gualtieri nei giorni scorsi aveva recitato una pantomima lasciando intendere che aveva delle perplessità riguardo al MES, forse perché ha avuto un rigurgito di coscienza, o forse perché ha alzato il prezzo del suo tradimento, lui sa perfettamente che è la pietra tombale della nostra sovranità.

E la Lagarde, puntuale come la morte, ha scatenato un putiferio con la sua dichiarazione.
Se l'Italia facesse cadere la riforma del MES non succederebbe proprio un bel niente, anche perché il MES nella sua originaria formulazione resterebbe comunque in piedi.

Gualtieri incurante delle dichiarazioni di Mattarella, anziché esprimersi in sostegno delle dichiarazioni del Presidente della Repubblica che lo ha nominato Ministro, si è precipitato a mettere una pezza a colori alle dichiarazioni della Lagarde.
Alla Lagarde preme che il 16 marzo sia approvato il MES e il suo factotum nel Governo, a cui ha affidato questo compito, è proprio Gualtieri.

Gualtieri il primo marzo ha reso più forte la sua posizione facendosi eleggere parlamentare nelle elezioni suppletive di Roma, ha rafforzato il suo potere e si è blindato, e nel momento in cui si è trattato di mostrare se stava dalla parte dell'Italia schierandosi con le dichiarazioni del Presidente della Repubblica, o dalla parte della Troika schierandosi con le dichiarazioni della Lagarde, Gualtieri non ha avuto tentennamenti e si è schierato dalla parte sbagliata, dando conferma al mondo che lui è pronto a svendere l'Italia firmando il MES.

Ormai è tardi, Gualtieri si è impegnato a svenderci il 16 marzo e non vuole fare arrabbiare di nuovo la Lagarde, anche a costo di far arrabbiare Mattarella.
Quando sarà finita la pandemia, perderemo il conto delle aziende che chiuderanno e del numero dei licenziati, avremo 30.000 militari americani, sbarcati in questi giorni, a presidiare le nostre strade, saremo messi nelle condizioni di venderci la Fontana di Trevi, e al posto di Totò avremo Gualtieri.

Nel frattempo, dopo aver digerito la sospensione delle garanzie costituzionali con i decreti per il contenimento della pandemia, non sarà difficile per i governi farci digerire nuove sospensioni per le rivolte di piazza.
Godiamoci questi giorni in casa, con i nostri cari.

La normalità, alla fine della giostra, sarà un'utopia.

 

 

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L’Europa dia una risposta immediata e coordinata

Emergenza Coronavirus

olimpiatroili 350 mindi Olimpia Troili - “L’Europa deve dare una risposta immediata e coordinata utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per proteggere i suoi cittadini dalla possibilità di contagio da COVID-19, dalla crisi economica e finanziaria che si sta manifestando come conseguenza della pandemia in corso e dalle ricadute sociali che tutto questo avrà o potrà avere. Bisogna creare degli strumenti straordinari e dare risposte comuni.

La salute pubblica deve essere priorità, in particolar modo quella dei lavoratori ma è chiaro che senza solidarietà e meccanismi che garantiscano una maggiore giustizia sociale la crisi sarà più forte e avrà ripercussioni più profonde non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Occorre definire una strategia comune per la prevenzione e il contrasto del virus, il rafforzamento della task force della Commissione europea affinché che diventi un effettivo centro di gestione dell’emergenza, la creazione di una centrale d’acquisto europea per materiali utili al contenimento del virus, compresi i farmaci e di un consorzio europeo di ricerca che si occupi di sviluppare un vaccino per il COVID-19.

Ci vogliono inoltre interventi straordinari dal punto di vista economico, occupazionale nonché una strenua difesa del mercato unico e di Schengen. Per questo occorre promuovere con decisione le proposte formulate dalla delegazione del PD presso il Parlamento europeo.”

*Olimpia Troili Presidente di Alternativa Europea

 

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Ce lo dice l'Europa: l'art.18 era giusto

art18 390x280Articolo 18: sacrosanto

Ora chi di dovere rimetta tutto a posto quello che è stato tolto ingiustamente. lo dice l’Europa, il jobs act lede i diritti dei lavoratori.
Il jobs act era ed è un regalo ingiustificato fatto da quella politica e da quei partiti che lavorano solo per i padroni-padrini.

Non è giuridicamente vincolante ma è politicamente importante la decisione del Comitato dei Diritti sociali del Consiglio d’Europa a Strasburgo in tema di jobs act. Richiama infatti il governo italiano al rispetto dell’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto di ogni lavoratore ingiustamente licenziato di ricevere una tutela effettiva, e realmente dissuasiva nei confronti del datore di lavoro. (scrive Riccardo Chiari su ilmanifesto.it)

Diritti negati. Il Comitato dei diritti sociali di Strasburgo richiama il governo italiano al rispetto dell’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto di ogni lavoratore ingiustamente licenziato di ricevere una tutela effettiva, e realmente dissuasiva nei confronti del datore di lavoro. Soddisfatta la Cgil, che aveva presentato il reclamo. Maurizio Landini: "Con il jobs act sono stati ridotti dei diritti, e quindi è necessario che quelle leggi sbagliate vengano cambiate".

La decisione del comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa a Strasburgo in tema di jobs act è nei fatti un altro colpo di piccone alla controriforma Poletti-Renzi, che cinque anni fa cancellò le tutele dell’articolo 18 per i nuovi assunti.

La decisione del Comitato di Strasburgo, come osserva il giuslavorista Giovanni Orlandini, va ad aggiungersi a quella della Consulta, che due anni fa aveva bocciato la disciplina del jobs act in tema di licenziamenti illegittimi, perché predeterminava l’indennizzo in base all’unico criterio dell’anzianità di servizio.

Ma anche dopo le modifiche del 2018, spiega ora il comitato dei diritti sociali, la controriforma Poletti-Renzi rimane in contrasto con la Carta sociale europea, perché esclude a priori la possibilità di essere reintegrati, e fissa l’importo massimo dell’indennizzo al lavoratore: 36 mesi di retribuzione per gli addetti di imprese medio-grandi, e 6 mesi per quelli delle piccole imprese. E questo impedisce al giudice ogni possibilità di valutare e di riconoscere l’eventuale danno supplementare subito dal lavoratore a seguito del licenziamento.Maurizio Landini 350 260 min

«Questo è il risultato di un reclamo collettivo presentato dalla Cgil nel 2017, con il sostegno della Confederazione europea dei sindacati – ricordano da Corso d’Italia – e il Comitato di Strasburgo ha accolto tutte le contestazioni fatte dalla nostra Consulta giuridica. Riconoscendo che il jobs act è in contrasto con l’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto alla reintegra per ogni lavoratore ingiustamente licenziato. Oppure, se questa non è concretamente praticabile, un risarcimento commisurato al danno subito, senza ‘tetti’ di legge».

Ora il commento di un soddisfatto Maurizio Landini: «Il Comitato dice che il jobs act viola dei diritti, a partire dal fatto che se uno è licenziato ingiustamente deve avere un congruo risarcimento senza tetti, e la possibilità che il giudice possa decidere anche per il reintegro. Ora troverei utile che si tenesse conto di quello che dice l’Europa anche per quanto riguarda i vincoli sociali che ci pone, oltre a quelli economici e finanziari».

A seguire un’osservazione di carattere generale: «Il problema non è che ha ragione la Cgil, ma che sono stati ridotti dei diritti, e che quindi è necessario che quelle leggi sbagliate vengano cambiate. Questo è un messaggio molto chiaro perché si riapra una discussione sui licenziamenti, sia individuali che collettivi, e per quello che ci riguarda si reintroduca il reintegro di fronte al licenziamenti ingiusti».

Infine un ulteriore documento all’esecutivo di Giuseppe Conte: «Noi abbiamo depositato in Parlamento una Carta dei diritti, che chiede di fare un nuovo Statuto dei diritti di tutti i lavoratori, anche di quelli che oggi hanno rapporti di lavoro autonomo. Ora vorremmo che a cinquanta anni dello Statuto dei lavoratori, che festeggeremo il 20 di maggio, non sia semplicemente ricordato ciò che non c’è più, ma che questa diventi l’occasione per ridare ai lavoratori e lavoratrici italiani un nuovo Statuto».

 

fonte: Riccardo Chiari da ilmanifesto.it

 

Diritti dei lavoratori

 

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Il nazismo, l’Europa e il comunismo italiano

  • Pubblicato in UE

parlamento europeo 460 minLa risoluzione del Parlamento europeo «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» - secondo il titolo ridicolo di questo straccio di documento - è un’operazione provocatoria e maldestra senza precedenti, che squalifica chi l’ha approvata e getta ulteriore discredito su una istituzione già depotenziata e sostanzialmente inerte di fronte alla crisi devastante che stiamo attraversando. A quanto pare, non si rendono neanche conto delle fesserie che scrivono. Come si fa a costruire il futuro - e quale futuro? - falsificando in modo così greve e volgare la storia, e offendendo milioni di persone?

 

Hanno deciso di equiparare nazismo e comunismo, due visioni opposte e inconciliabili dell’umanità, mettendo sullo stesso piano la bandiera rossa e la croce uncinata, l’armata rossa che ha liberato i superstiti di Auschwitz e le SS che lì hanno sterminato ebrei e comunisti. Hanno cancellato i 25 milioni di morti dell’Unione sovietica occupata dagli sterminatori di Hitler. E ignorato la resistenza di Leningrado e Stalingrado, che ha bloccato l’avanzata delle truppe naziste, condannandole alla disfatta. Il soldato russo che pianta la bandiera rossa sul tetto del Reichstag a Berlino è il simbolo del ruolo decisivo avuto dai sovietici guidati dal Partito comunista nell’abbattimento del regime nazista.

 

Senza quell’evento, e senza le enormi sofferenze dei russi, la storia dell’Europa avrebbe preso un’altra strada, e questi falsificatori scriteriati e opportunisti che approvano risoluzioni indicando nel comunismo il nemico da abbattere difficilmente siederebbero oggi sugli scranni di un’aula parlamentare. Nonostante tragedie, errori e comportamenti anche contrastanti con le sue stesse finalità, il movimento comunista è stato un movimento di liberazione umana. Il contrario del nazifascismo, che teorizza e pratica l’oppressione degli esseri umani da parte di altri esseri umani.

 

Bisogna avere ben chiara la portata dell’operazione politico-culturale-comunicativa in corso - di cui il documento del Parlamento europeo è l’espressione più sgangherata e al tempo stesso più deprecabile - per poterla contrastare con efficacia. Identificato strumentalmente il comunismo con le Stato sovietico, se ne deduce che il crollo dell’Urss è l’inconfutabile presa d’atto della scomparsa del comunismo dalla faccia della terra. Cosicché il progetto di una civiltà più avanzata, ossia di una società di liberi e uguali, diventa addirittura impensabile, e non ci resta che vivere nel meraviglioso mondo della democrazia liberale, peraltro corrosa da una crisi di fondo.

 

Come osservava Giacomo Leopardi, «senza memoria l’uomo non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla». E dunque la falsificazione della storia e la cancellazione della memoria è un mezzo fondamentale per incatenarci all’eterno presente e impedire di proiettarci verso il futuro. Spariscono i fatti costitutivi della storia del Novecento, e quindi le contraddizioni e i conflitti del mondo di oggi. È una questione che tocca direttamente noi italiani con pesanti effetti negativi, dal momento che anche il comunismo italiano, più precisamente il Pci di Gramsci e Togliatti, è stato buttato nell’immondezzaio della storia, come se non fosse mai esistito.

 

Così abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo del Partito democratico che vota a favore del documento europeo, immemore del fatto che i comunisti italiani sono stati costruttori e difensori della democrazia in questo Paese. Il degrado della politica ha raggiunto vette inusitate. Non ci sono parole per descrivere il comportamento senza principi di pseudo democratici che rinnegano la loro storia. Per non parlare dell’ineffabile presidente del Parlamento europeo Sassoli, al quale evidentemente sono ignote le parole di De Gasperi, quando non si era ancora piegato agli americani: «Il comunismo - diceva De Gasperi - è impregnato di fratellanza cristiana ed è perciò antirazzista per eccellenza mentre il nazismo e il fascismo sono essenzialmente e in primo luogo razzisti. Quindi due fenomeni inconciliabili e opposti il comunismo e il nazismo».

 

Oggi invece vanno di moda le cazzullate di quel giornalista del Corriere della sera, il quale si ostina a ripetere - evidentemente con l’accordo del suo direttore ex comunista - che l’antifascismo e l’anticomunismo sono come l’acqua e l’aria che respiriamo. Con il bel risultato di picconare la democrazia italiana, di cui il Pci è stato un pilastro. Ma sfigurando e cancellando il ruolo del Pci – è ora di dirlo a chiare note – si fa a pezzi la storia d’Italia, non si comprende la portata della guerra di liberazione dal fascismo e la conquista della democrazia costituzionale. Sottolineo: democrazia costituzionale, che va oltre i principi liberali di libertà e di uguaglianza formali, come stabilisce l’articolo tre.

 

Per contrastare la campagna di falsificazione in corso Futura Umanità, l’associazione per la storia e la memoria del Pci, ha deciso di ristampare le lezioni di Togliatti sul fascismo, e per questo dobbiamo ringraziare gli Editori Riuniti.

 

È arrivato il tempo di ricordarci e di ricordare a tutti, in particolare ai giovani, che senza l’impegno diretto del segretario generale del Pci, di Palmiro Togliatti, il quale ne ha redatto le parti più innovative, noi non avremmo avuto una Costituzione che non ha uguali in Europa. E che fonda sul lavoro la Repubblica democratica aprendo le porte all’affermazione delle lavoratrici e dei lavoratori come classe dirigente: un progetto di nuova società, che rivoluziona i rapporti economici e sociali attraverso l’espansione progressiva della democrazia.

 

Con la cosiddetta nuova «memoria condivisa» costruita sulla falsificazione della storia è questa fondamentale conquista che si vuole cancellare in Italia. L’abbattimento della Costituzione nata dalla lotta contro il fascismo: questo è l’obiettivo reiterato su cui puntano forze diverse, italiane e straniere. Dunque, un’operazione politica conservatrice e reazionaria a tutto campo, il cui risultato produrrebbe inevitabilmente il rafforzamento del potere dei grandi proprietari universali e del capitalismo finanziario globale.

 

L’obiettivo da perseguire è perciò molto chiaro: prima di tutto, mettere in sicurezza la Costituzione. La sua cultura, i diritti in essa sanciti, il suo progetto di nuova società. Ciò presuppone una grande campagna informativa rivolta soprattutto - ma non solo - ai giovani sulla storia d’Italia e sulle forze politiche che hanno costruito la democrazia in questo Paese, a cominciare dal Pci. Oltre che sui contenuti della Costituzione antifascista. È auspicabile che si possa costituire un coordinamento stabile e duraturo tra tutte le forze e le forme associative disponibili a promuovere una iniziativa di questo tipo, in Italia e in Europa.

 

Senza dimenticare le parole di Togliatti, pronunciate al V congresso del Pci: «Soltanto ponendosi sulla via del socialismo, cioè della trasformazione dell’organizzazione e degli scambi nel senso della solidarietà sociale e umana, si può sperare di ricostruire una civiltà e di preservare la pace». «Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione».

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

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San Benedetto, l’Europa e la Ciociaria

Lesueur St.Benoit 350 260 ok mindi Michele Santulli - L’undici luglio ricorre la commemorazione di San Benedetto, morto il 21 marzo del 547, Patrono d’Europa. San Benedetto, con il suo insegnamento, con la sua ‘Regola’, con la diffusione del suo pensiero ed ammaestramento grazie alla diffusione incredibile dei monasteri benedettini in tutta Europa, tanto che nell’anno mille all’incirca se ne contavano, di soli maschili, oltre mille sparsi in ogni nazione, è stato il giusto riconoscimento tributato ad una delle menti eccelse dell’Occidente. Grazie ai suoi monasteri una nuova voce e un nuova ideologia presero gradualmente posto negli animi. Nuovi concetti e sentimenti iniziarono a farsi spazio: il significato dello studio e della lettura, il ruolo del superiore eletto dalla maggioranza della comunità ma anche il ruolo del singolo nell’esporre i propri principi: cioè si gettavano i primi semi della convivenza democratica. E poi l’amore per il prossimo, il significato della preghiera, l’assistenza ai derelitti e poveri, la lotta alla violenza e alla vendetta.

Ma soprattutto la scoperta rivoluzionaria fu la valutazione differente e perfino dirompente che veniva riconosciuta al lavoro: fino ad allora, e anche dopo purtroppo, e anche oggi in certi luoghi, si conosceva solo la schiavitù e il servaggio totale e lo sfruttamento: ora invece si comincia a sentire per la prima volta che il lavoro non solo è necessario per procacciarsi il sostentamento ma altresì un contributo che si fornisce al benessere della società: è una riprova della benedizione di Dio. E quindi il famoso precetto: ora, labora et lege. S. Benedetto

Pio XII subito dopo la fine degli orrori del secondo conflitto mondiale, ritenne sua primaria responsabilità rammentare che San Benedetto era il ‘Padre dell’Europa’ con tutto quanto ciò comportava; e poi qualche anno più tardi -le istituzioni europee erano state chiamate in vita da poco- Paolo VI Montini colse tale fondamentale occasione di collaborazione europea e di buona volontà per proclamare San Benedetto : ‘Messaggero di Pace’ cioè Patrono d’Europa: il 24 ottobre 1964 con l’enciclica ‘Pacis Nuntius’ ‘Messaggero di pace’ Papa Montini metteva finalmente fine ad un ritardo secolare a proposito del riconoscimento internazionale degli insegnamenti dell’umile monaco di Montecassino.

E Montecassino, porta del Sud della Ciociaria, ha appresentato e ancora rappresenta per l’Europa un luogo di ricovero e di rifugio e di fiducia nel futuro. E’ vero, si dirà, malgrado la presenza dei monasteri benedettini in tutta Europa, ai quali agli inizi del 1100 andranno ad aggiungersi quelli dei Cistercensi e dei Certosini e di altri ordini, tutti originari dai benedettini, le guerre e le carneficine continuarono ad imperversare in tutta Europa anche nei secoli successivi, è vero, perché il male purtroppo è quello che sempre prevale, ma si immagini che cosa sarebbe mai potuto avvenire senza la presenza di queste migliaia e migliaia di monaci e di monache che diffondevano i loro messaggi e le loro testimonianze.

 

 

 

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La Ciociaria e l’Europa

Ettal 350 mindi Michele Santulli - Accostare dei termini apparentemente discordanti forse perfino inconciliabili, a certi occhi può rappresentare invece motivo di riflessione e forse anche di apprendimento e di resipiscenza. I rapporti e relazioni e anche gli apporti della regione storica che oggi identifichiamo con ‘Ciociaria’ rispetto all’Europa, iniziano con Roma antica e perdurano ancora più intensi fino ad oggi.

Se si entra nel Municipio di Basilea, la ricca metropoli elvetica, nel cortile ti viene incontro una imponente scultura di un soldato romano nel suo paludamento di generale: illustra il personaggio fondatore della città, Lucio Munazio Planco che effettivamente alle ultime decadi della Repubblica Romana, all’epoca di Cesare, gettò le fondamenta di quella che diverrà poi la città svizzera; questo stesso personaggio nei medesimi anni, poserà la prima pietra anche di quella che poi nei secoli crescerà fino a diventare la metropoli di oggi cioè Lione in Francia: egli era di Atina. Più verso Sud, nella regione della Provenza, si ammira un acquedotto quasi perfettamente conservato che dopo un percorso di 50 Km dalla sorgente, sopra e sotto terra, portava acqua alla odierna Nîmes: fu fatto costruire da Marco Vipsanio Agrippa, cognato di Augusto, al quale pure si deve il Pantheon di Roma: era di Arpino. Questa opera, l’acquedotto del Gard, da sempre riscuote ammirazione e meraviglia non tanto per la mole di certi tratti quali un ponte lungo circa 275 m composto di tre arcate per un’altezza di 49 m, quanto per il fatto che gli enormi massi che lo compongono sono semplicemente giustapposti l’uno sull’altro senza cementi o malte e tenuti fermi da staffe di ferro: la costruzione attira da allora l’attenzione durante tutto l’anno non solo di curiosi e di turisti ma soprattutto di studenti e studiosi: tanto significativo che l’UNESCO l’ha dichiarato patrimonio della umanità: percorrendo l’autostrada che porta verso la Provenza ad un certo punto la mole gigantesca del ponte si staglia alla vista del viaggiatore e vale la pena arrestarsi e andare sul sito ben attrezzato turisticamente.

Altra impresa di afflato europeo fu la conquista dell’isola britannica nel 43 dopo Cristo, imperatore Claudio, a opera di Aulo Plauzio da Atina, comandante supremo dell’esercito di cui una delle quattro legioni che si aggiungevano ai ventimila ausiliari, era comandata dal console Gneo Senzio Saturnino pure di Atina. Innocenzo III papa dei Conti di SegniGavignano di Segni1160 1198 1216 min
Nel VI secolo, nell’anno 500 dunque, una luce abbagliante si accende nella terra dei Volsci e degli Ernici, nel Latium Novum dei Romani, la luce di San Benedetto da Norcia, a Subiaco prima e a Montecassino dopo. E nasce l’Europa moderna a seguito del cosiddetto monachesimo occidentale. Già nell’anno 1000 si levavano in tutta Europa oltre mille conventi benedettini, senza contare quelli per le benedettine, ai quali pochi anni dopo vanno ad aggiungersi i cenobi cistercensi e certosini, originari dalla medesima radice: molti sono attivi anche oggi dovunque in Europa. E la guida per tutti era la Regola scritta da San Benedetto che è, sembra incredibile, anche oggi uno strumento di consultazione specie a certi livelli. Il monachesimo apportò insegnamenti dirompenti: per la prima volta si parlò di democrazia cioè di un capo di comunità eletto dalla maggioranza, di rispetto e obbedienza all’autorità prescelta, si predicò e documentò il ruolo significativo della lettura e della scrittura e quindi della cultura, la prima volta nella storia; si illustrò e predicò il ruolo del lavoro individuale di ognuno quale non solo mezzo di sussistenza ma anche quale contributo sociale al benessere comune e allo stesso tempo prova della benevolenza del Creatore: era la prima volta nella storia dell’uomo che si affrontava tale attività umana con parole nuove mai espresse prima: fino ad allora il lavoro era inteso come schiavitù e violenza ed oppressione, una maledizione dunque, ora grazie all’umile monaco di Montecassino si adoperavano altri linguaggi e si mettevano in essere altre funzioni e maniere di realizzarsi: una autentica rivoluzione sociale che ha dato la sua impronta all’Europa. “Cruce, aratro et libro” così veniva sintetizzato tale nuovo insegnamento che più tardi qualche esperto dialettico sintetizzò nella celebre formula: “ora, labora et lege”.

Negli stessi anni e cioè 1100 e 1200 San Tommaso d’Aquino irradiava il suo messaggio alla Sorbona di Parigi e nei suoi scritti; l’architettura gotica arrivata a Fossanova e a Casamari dalla Borgogna, ripartiva in maniera incisiva e più elaborata verso l’Europa dove costituirà il punto di avvio scientifico delle grandi cattedrali che ancora oggi arricchiscono il paesaggio europeo. Sempre in tale periodo e grazie ai papi ciociari Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV, Bonifacio VIII furono per la prima volta introdotti concetti e realtà che letteralmente squassarono l’Europa: la lotta per le investiture, la scoperta dell’’eresia’, la lotta spietata ai dissidenti o ‘eretici’, la carneficina dei Catari o Albigesi, la istituzione della Inquisizione, del Ghetto, il concetto di cesarepapismo e di teocrazia, la fine della dinastia sveva…
Si tornerà nelle prossime settimane su tale pagina di storia comune di civiltà e progresso.

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“Suprematismo in Europa. Dalla rabbia all’odio”

Ruth Dureghello 350 260 mindi Aldo Pirone - Ieri su “Repubblica” la Presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello lancia un grido di allarme sul cosiddetto “suprematismo” che secondo molti è all’origine dei rigurgiti di “razzismo che pervade la società e colpisce tutti”.

Intervistata da Alessandro Longo, la Presidente Dureghello denuncia: “Pensavamo che le società avessero sviluppato degli anticorpi contro fascismo e nazismo. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che non è così” e cita come “Inaccettabile lo striscione di Forza Nuova contro Papa Francesco”. Poi aggiunge: “Mi chiedo che cosa possiamo fare insieme per evitare che il cittadino si abitui a certe immagini, o a certi linguaggi. Dico che non ci può essere ambiguità. Certe manifestazioni bisogna soffocarle sul nascere, dichiarare chi sta dentro e chi sta fuori il consesso civile. Gli anticorpi devono palesarsi”. Molto giusto e sacrosanto.
Al che l’intervistatore le fa notare: “Bisogna ricordare che c’è chi con i suprematismi sta giocando pericolosamente. La Lega al governo guarda con benevolenza, usando un understatement, a questo mondo”. La Presidente Dureghello ne conviene, ma con prudenza diplomatica risponde: “Lo faccio dire a lei”. Ricorda, poi, che oggi si svolgerà un convegno promosso dalla Comunità ebraica dal titolo: “Suprematismo in Europa. Dalla rabbia all’odio”. Infine, la massima esponente ebraica romana individua nel suprematismo americano l’origine dell’ondata che, partita dagli States, è arrivata fino all’Europa.

A proposito di anticorpi, qualche consiglio, per non dire una vera e propria strigliata, la signora Dureghello lo dovrebbe dare anche a Benjamin Nethanyau premier di destra, appena rieletto, di Israele. Nel dicembre scorso, infatti, “Bibi” ha ricevuto con tutti gli onori Matteo Salvini nel suo solito e permanente tour elettorale, definendolo “grande amico di Israele”. Il “bauscia” milanese ha partecipato anche a una cerimonia allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, indossando per l’occasione la kippà ebraica. Come tutto ciò si concili con il suo patrocinio di Casa Pound e Forza Nuova, degli umori di destra d'ogni gradazione e colore nonché con l’adozione di pose fascistiche di vario genere e tenore, è tutto dire.

Ma ancor di più occorre sottolineare come Nethanyau abbia potuto chiamare “grande amico di Israele” uno come Salvini. Il nazionalismo israeliano a forza di trovare sostegno nel suprematismo americano adottato da Trump si sta trasfigurando nel suprematismo ebraico nei confronti degli stessi arabi palestinesi appartenenti a Israele, per non dire dei palestinesi profughi negli stati arabi confinanti. Un’involuzione contro natura se si pensa ai progrom, alle persecuzioni razziali fino all’Olocausto patiti dagli ebrei. Sta di fatto che nazionalismi e suprematismi razziali di varia origine, stanno trovando convergenze una volta impensate. Questo significa che i famosi “anticorpi”, giustamente invocati dalla Presidente Dureghello, sono un problema che tocca anche Israele.
E per gli ebrei di tutto il mondo, questa non è una buona notizia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Primo maggio 2019 per un'Europa sociale del lavoro

lavoro protesta disoccupazione h260 mindi Donato Galeone - La Giornata di Liberazione Nazionale – il 25 aprile dell'Italia – non è passata e non passa per la democrazia italiana, perché è anche giornata vicina al 1°Maggio dei Lavoratori.

E nel 2019 dovrebbero essere due giornate e due date per un “messaggio unitario impegnativo civile e politico” - verso la terza giornata del 26 maggio prossimo - per la “ricostruzione di una Europa dai volti diversi e da una identità plurale democratica”.

Una Europa che deve rispettare le culture europee per farle convivere nel segno della unificante solidarietà sociale - quali premesse fondanti del Trattato di Roma 1957 - nel convenire e praticare “una armonizzazione delle condizioni di vita e di lavoro”.

E il 27 marzo 2017 - sempre a Roma in Campidoglio e dopo 60 anni - i 27 Stati membri dell'Unione Europea dichiaravano che “ insieme siamo determinanti ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità, con una istituzione pubblica in grado di produrre un insieme di beni e servizi sociali fondamentale nel quadro di una economia solidale”.

Il 26 aprile 2019 – a Bruxelles – la Confederazione Europea Sindacale (CES) che rappresenta milioni di lavoratori europei, con CGILCISL-UIL, hanno richiamato il contesto storico europeo che ho appena sintetizzato e, pubblicamente, manifestato e dichiarato che “ oggi l'Europa politica, sociale e contrattuale è l'unico sbocco per orientare in senso progressivo le grandi transazioni in atto, per stabilizzare e pacificare il contesto internazionale, con il garantire alle persone che lavorano sia dignità che tutele e diritti”. “Certamente – hanno sottolineato i sindacati del lavoratori – vi è un cammino da fare: ripartire, con un percorso verso l'integrazione, da rinvigorire, partendo dalle elezioni europee del prossimo maggio 2019”.

Quale Europa

Un'Europa - si disse due anni fa in Campidoglio - che dovrebbe poggiare su quattro pilastri portanti la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, avviata nel 1957:
• un'Europa sicura, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, oltre che determinata nel combattere il terrorismo e la criminalità organizzata;
• un'Europa sostenibile, che generi crescita e occupazione attraverso investimenti;
• un'Europa sociale, che favorisca il progresso economico sociale e che tenga in conto la diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali, lottando contro la disoccupazione, le discriminazioni e le povertà;
• un'Europa forte e pacifica nel mondo, che tenda a promuovere con le diversità culturali, sia stabilità che prosperità, nel suo immediato vicinato ad Est e a Sud ma, anche, in Medio Oriente, in tutta l'Africa e nel mondo.

Una Europa sociale con crescita e lavoro

Sui quattro pilastri - peraltro già conosciuti - mirando verso la “inclusione sociale con la istruzione e la formazione migliore per un lavoro, preservando i patrimoni culturali e promuovendo i valori delle diversità” si deve ristrutturare e mettere a nuovo la costruzione della casa comune degli europei, anche, con l'impegno primario del Parlamento che rinnoveremo il 26 maggio 2019.
Una ristrutturazione necessaria e adeguata per rispondere - quale “Europa Sociale con crescita e Lavoro” - perché non può morire, anzi, deve “assolutamente curarsi ricostituendosi”.
Deve essere l'Europa che mette al centro il LAVORO, lo SVILUPPO, la OCCUPABILTA' e la SICUREZZA SOCIALE dei cittadini europei nella sua voluta casa comune.

Pur rilevando che l'Unione Europea ha garantito la pace alle tre ultime generazioni, riemergono e ritornano rigurgiti erronei di “nazionalismi” che vanno combattuti, con il superarli non solo nell'idea di isolamento comunitario dei cittadini ma, innanzitutto, nella concretezza giornaliera con la disponibilità di “fondi o ammortizzatori sociali straordinari” per fronteggiare la estesa disoccupazione e la occupazione giovanile nei tempi di “transizione” verso la domanda di collocamento a lavoro vero.

Ugualmente e ragionevolmente, peraltro, va respinto ogni attacco sia interno che esterno – propagandato anche in questi giorni – con eccessi non compiutamente lungimiranti verso “sovranità nazionali” profittando del disagio sociale diffuso tra le persone e individuando nell'Europa - strumentalmente - “tutto il malessere sociale” e ignorando - volutamente - ogni documentazione e osservazione decennale, su Italia fanalino sociale di coda in Europa, conosciute e rese pubbliche - dal 2008 al 2017 - anche da me richiamate, in sintesi due settimane fa su questo stesso giornale.

Roma, 29 aprile 2019

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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