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Chiara Saraceno e il Recovery Plan

NEXT GENERATION EU. Interviste

Chiara Saraceno* risponde alla domande di Nadeia De Gasperis

ChiaraSaraceno Cremonaoggi 380 minLo scorso 29 aprile il governo ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I fondi stanziati per asili nido, scuole dell’infanzia sono sufficienti per il sostegno alle famiglie? servirà a finanziare il welfare sociale?

«Nidi e scuole per l’infanzia sono solo un, importante pezzo di politiche per le famiglie, oltre ad essere primariamente strumenti di pari opportunità tra i bambini. I fondi stanziati, se fossero destinati solo agli asili nido (la scuola dell’infanzia ha già un elevato livello di copertura e richiede solo che vnga esteso il tempo pieno là dove, specie al Sud, non c’è) basterebbero per raggiungere un 33% di copertura con finanziamento pubblico, quindi accessibile anche ai ceti più modesti. Non sufficiente, visto che il 67% dei bambini rimarrebbe fuori, o solo con l’opzione dei nidi privati, ma più che raddoppierebbe la dotazione attuale. Occorre tuttavia a) che gli investimenti siano diretti innanzitutto a sanare le enormi disuguaglianze territoriali nella dotazione; b) che nei bilanci annuali siano previsti i costi di gestione, per garantire gli enti locali sulla sostenibilità del servizio.
Ciò detto, per sostenere le famiglie con figli e le pari opportunità tra bambini occorre anche allargare il tempo pieno di qualità nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado. Inoltre ci sono tutti i problemi legati alla disabilità e alla non autosufficienza che non vengono toccati dal punto di vista di sollevare le famiglie di parte delle responsabilità e del lavoro ad esse connessi. Nella parte del PNRR dove si parla di non autosufficienza e di domiciliarità di fatto sembra si parli solo di ADI, l’assistenza domiciliare integrata, che è un servizio sanitario temporaneo successivo ad una ospedalizzazione. Nulla c’è sulla assistenza quotidiana continuativa e non esclusivamente sanitaria, lasciata per lo più a familiari e badanti».

 

Come si dovrà lavorare concretamente sui territori per avere riscontri positivi nell’investimento delle risorse e nella equità di distribuzione tra le regioni?

«Come dicevo, sarebbe stato necessario esplicitare chiaramente, in termini anche quantitativi, l’obiettivo del riequilibrio territoriale (rispetto al Mezzogiorno, ma anche alle aree interne. Ad esempio Alleanza per l’Infanzia e la sovra-rete educAzioni avevano chiesto che si fissasse il 33% di copertura dei nidi a livello almeno regionale. Invece è sparita sia la percentuale, sia la sua definizione a base territoriale. Inoltre sarà necessario aiutare gli enti locali meno attrezzati sul piano delle risorse umane e professionali a fare la necessaria progettazione e a seguirne l’attuazione.
Qui c’è un ruolo anche della società civile e dell’associazionismo, per monitorare attentamente e con sistematicamente i processi».

 

Il governo Draghi aggiunge uno strumento universale e non categoriale per le famiglie, l’assegno unico, quale strumento centrale per il sostegno alle famiglie. Cosa ne pensa? Basterà a convincere le famiglie a fare figli?

«In realtà non è il Governo Draghi. La proposta di legge è stata avanzata sin dall’inizio della legislatura, riprendendone una rimasta nel cassetto nella legislatura precedente. Si è integrata con il Family act della ministra Bonetti, costituendone il primo atto. Se non sbaglio, è stata approvata dalla Camera durante il governo Conte 2 e al Senato durante questo governo. L’idea di uno strumento universale che accorpi tutte le frammentarie misure esistenti e allarghi la copertura a tutti i minorenni, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori è buona e i fondi stanziati sono un importante segnale di una benvenuta attenzione della politica per il benessere dei più piccoli. Temo però che – tra vincoli di bilancio e impostazione della legge che lega l’importo dell’assegno alla condizione economica familiare - alla fine l’assegno risulterà molto meno universale di quanto sarebbe desiderabile e la sua universalità pressoché solo simbolica».

Lei, che presiede il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ritiene che oggi in Italia le politiche attive sul lavoro, previste dal Paino di Ripresa e Resilienza, andrebbero collegate al reddito di cittadinanza?

«Sicuramente il Reddito di Cittadinanza deve collegarsi anche alle politiche attive del lavoro, almeno per chi, tra i percettori, è in grado di lavorare. Ma le politiche attive del lavoro non possono/devono riguardare solo e neppure principalmente il percettori del Reddito di Cittadinanza, ma tutti coloro che si affacciano al mercato del lavoro, o che perdono il lavoro ed hanno difficoltà a trovarne un altro. Trovo, ad esempio, stupefacente che in questi lunghi mesi in cui molti hanno perso il lavoro, o non lo hanno trovato, o sono rimasti congelati in una cassa integrazione che non si sa se effettivamente consentirà di tornare al lavoro, si sia fatto poco o nulla per offrire a queste persone opportunità di riqualificazione e orientamento. E che anche i sindacati si siano preoccupati di garantire un reddito, ma non anche di proteggere e rafforzare il capitale umano».

Nadeia De Gasperis
vicedirettrice di UNOeTRE.it

 

*Chiara Saraceno. È una sociologa, filosofa e accademica italiana.
Fino al 2008 professore di sociologia della famiglia all’università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.

 

 

 

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Scongiurati sgomberi per famiglie in emergenza abitativa a Roma

 PROTESTE E MOVIMENTI

11 marzo 2021: Incontro in Regione scongiura gli sgomberi di famiglie in emergenza abitativa

di Tania Castelli
NoSgomberi 390 minIl problema della crisi dell'edilizia popolare insufficiente rispetto al bacino di utenza è annoso in tutto il territorio nazionale, così come le vicende umane di chi è costretto a viverne il disagio. Nel Lazio la progressione delle assegnazioni alloggiative procede lentissima da decenni, però oggi la giunta regionale ha dato un importante segno di discontinuità col passato durante la delicata vertenza con un numeroso comitato di famiglie e singoli che, pur avendo i requisiti per ottenere l'assegnazione di alloggi ATER di Roma, sono costrette a vivere la precarietà delle occupazioni per evitare di finire in strada e proprio in queste settimane hanno anche ricevuto una intimazione di sgombero da parte dell'ufficio ...

Questa mattina, durante il sit-in organizzato da Action - diritti in movimento e dai comitati delle varie occupazioni capitoline davanti alla sede della Regione Lazio, la giunta ne ha ricevuto una delegazione aprendo così un tavolo tecnico - e di dialogo - alla presenza di vari assessori, tra cui Massimiliano Valeriani e Paolo Ciani. Quest'ultimo al termine dell'incontro ha raggiunto i dimostranti in piazza Oderico da Pordenone per comunicare personalmente la volontà istituzionale di fornire soluzioni abitative adeguate. Il comitato è apparso soddisfatto dalle rassicurazioni e ha sciolto il sit-in mentre tirava un gran sospiro di sollievo, avendo per il momento scongiurato lo sgombero.

La cronaca odierna, con questo esplicito impegno pubblico, lascia pensare alla concretizzazione, finalmente, del motto "prima le alternative poi gli sgomberi" coniato nel febbraio 2020 in occasione dell'approvazione del maxiemendamento sul collegato alla finanziaria regionale contenente la sanatoria delle posizioni irregolari e occupanti ATER (alternativo al piano sgomberi predisposto all'epoca dalla Prefettura). Provvedimento con cui la Regione ha disposto l'aumento del 10% della quota di alloggi da destinare agli aventi diritto, l'acquisto di appartamenti sul libero mercato da parte delle Ater regionali e l'autorizzazione alle ASP (Aziende di servizi alla persona ex Ipab) di riservare una quota del proprio patrimonio immobiliare disponibile all'emergenza abitativa.

Malgrado l'episodio non comporti un calo dell'attenzione da parte degli attivisti per la difesa del diritto alla casa e neanche degli organi di stampa come il nostro - da 20 anni impegnato a dare voce agli inascoltati nel territorio regionale - la ventata di ottimismo di questa mattina non può che rincuorare ed incoraggiare tutti, come dichiarato da uno dei membri del "Comitato Action - diritti in movimento" nel video che trovate di seguito.

 

La dichiarazione in video di Joseph Yemane del "Comitato Action - Diritti in movimento"

 

 

 

Tania Castelli fa parte della redazione di CiesseMagazine e di UNOeTRE.it. E' cofondatrice di "Melitea", associazione che si batte per la revisone della legislazione italiana e di quella europea per la  solidarietà e l'accoglienza dei migranti
 

 

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Manca l'entusiasmo, la passione e questo si riversa su alunni, famiglie, docenti

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Maestra in pensione Pina Martelletta maestra. Ha insegnato nella scuola primaria di Sezze.

Si parla di bullismo nelle cronache. L'accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Mi sembra semplicistico e banale chiamare " Bullismo" gli atti di violenza che si verificano sempre più frequentemente, dal momento che possono provocare in chi li subisce situazioni di malessere grave che possono ripercuotersi sulla psiche e sul fisico di ragazzi deboli, incapaci di difendersi.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Il bullismo è sempre esistito. Io sono in pensione da sette anni, ma ricordo bene vari atti di prevaricazione di ragazzi e ragazze più forti ed agguerriti verso altri meno capaci di difendersi. I media ed i socials però ci descrivono realtà che, forse, sono diventate nel tempo più complesse ed articolate. Il fenomeno viene pubblicizzato, enfatizzato, descritto nei suoi aspetti più aberranti e meschini e da molti viene considerato prova di forza, di determinazione, di coraggio. Questo spinge molti ragazzi senza punti di riferimento ad imitare questi modelli comportamentali ed allarga il fenomeno.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

L'aggressività è comunque una risposta a delle "mancanze" o dei "deficit" sia del giovane sia della famiglia che determinano l’incapacità di relazionarsi in modo corretto e civile. Là dove la Scuola e gli insegnanti sanno instaurare comportamenti autorevoli, ma nello stesso tempo empatici e comprensivi, le situazioni problematiche si affievoliscono e perdono aggressività. Mi è capitato più volte nella mia lunga carriera di dover sopportare e supportare famiglie aggressive o totalmente prive di capacità di dialogo. Affrontate nel modo giusto, hanno cercato di smussare i toni ed i modi anche se il percorso per risolvere le problematicità è lungo e complesso. L' approccio non deve essere troppo rigido, ma calibrato di volta in volta. Stessa cosa con i ragazzi che "ammirano" i docenti decisi e capaci, mentre tendono a rifiutare i più incompetenti e poco professionali.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Le modificazioni ci sono state e di vario genere. La scuola diventata azienda, con insegnanti che operano in classi oltremodo numerose ed eterogenee, il fiorire di progetti rispondenti ad esigenze pubblicitarie e non autentiche, non favoriscono un buon clima. In più i docenti sono lasciati soli, non aiutati da Dirigenti oberati dal lavoro o carenti dal punto di vista pedagogico, o semplicemente ansiosi di evitare le "grane". Manca l'entusiasmo, la passione e questo si riversa su alunni, famiglie, docenti.

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

Il mondo virtuale e dei media non aiuta, anzi spinge a seguire modelli conosciuti ed apprezzati, ciò determina un circolo vizioso non favorevole.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

 Essendo in pensione non è corretto che io risponda a questa domanda.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Sarebbero necessari vari incontri diversificati e in momenti successivi incontri comuni.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Mi sembra una forma di bullismo "rovesciato". Rifiutare il diverso per sentirsi migliore, più capace, più alla moda e rispondere ai modelli di efficienza tanto in voga in questo ultimo periodo . L' inclusione è faticosa e non rende una buona immagine all' azienda scuola che vuole attirare utenza possibilmente poco problematica per offrire un' immagine priva di complessità. Ma questo percorso facilitato non porta a nulla, soltanto a mostrare una visione di un mondo falsato, irrealistico e non naturale

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

 

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Il rapporto famiglie insegnanti è ormai malato?

corteo scuola caponetto tommaso natale 460 min minI recenti fatti di cronaca, eventi di microcriminalità e violenza, dove ora uno studente, ora un genitore, aggrediscono e feriscono un insegnante, ci raccontano un disagio crescente tra alunni e docenti. Dove rintracciare le cause? Quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono, quanto il livello della comunicazione verbale e non verbale? La famiglia ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario? È in crescita il fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico, al quale manca una attenzione politica e una risposta sistematica che dovrebbe chiamare in causa tutti gli attori, dalla famiglia, alla scuola, il territorio e le istituzioni.
Come è cambiato il ruolo del docente con l’affermarsi dell’autonomia scolastica e delle più recenti riforme?
Una scuola dovrebbe offrire tra i suoi banchi quella che Erri De Luca chiama una “generosità civile”, perché non ha il potere di eliminare le disuguaglianze ma tra le sue mura può garantire uguale dignità e attenzione a tutti i suoi alunni. Questo è quello che recita in maniera impeccabile la nostra costituzione. Eppure è in crescita il numero di istituiti che vantano un prestigio derivato da alunni di alta estrazione sociale, assenza di immigrati e di disabili. E a questi soggetti più deboli una scuola pubblica e gratuita sa offrire adeguata attenzione? I docenti, per ruolo e preparazione sono pronti a garantire l’inclusione dei soggetti più vulnerabili? Questi sono i temi affrontati con alcuni insegnanti degli istituti superiori del nostro territorio. La presentazione e le interviste sono a cura di Nadeia De Gasperis

La prima intervista è a Luigi Gulia, già preside di istituti scolastici del territorio e presidente del Centro di Studi Sorani Vincenzo Patriarca. 

  1. Luigi Gulia 1 e 2
  2. Luigi Gulia 3 e 4
1. Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

R./ Per motivi anagrafici ho vissuto in prima linea la stagione dei passaggi, dei cambiamenti, delle prospettive di riforma, in qualche modo anticipando, sperimentando – per non pochi di noi l’esigenza era nell’aria e nelle nostre volontà – idee, metodologie, percorsi, strumenti e modalità che nel corso degli anni (rispetto alla mia posizione professionale) l’autonomia scolastica avrebbe cominciato a indirizzare e condurre a sistema. In fondo sembrava lo sbocco naturale e il compimento della stagione iniziata con i decreti delegati del 1974, che avevano recepito e attivato la gestione sociale della scuola (stato giuridico del personale, sperimentazione e aggiornamento, organi collegiali).
Tutte queste novità, con le successive innovazioni legislative (intraprese, abrogate, realizzate, avviate negli ultimi venti anni) fino alla cosiddetta “buona scuola”, pur esprimendo e risentendo delle idee e dei profili politici delle maggioranze parlamentari che le hanno prodotte, hanno sollecitato la scuola, e tutti coloro che la animano, nel bene e nel male, a ripensare se stessa, a ridefinire la propria identità sociale, in un’ottica di responsabilità progettuale e di protagonismo dei soggetti che concorrono, nella diversità dei ruoli, all’efficacia o inefficacia del sistema. Una scuola più attenta – si è detto e si dice – alla persona e al valore della conoscenza e della sua elaborazione come acquisizione ed esercizio consapevole della propria dignità di essere libero e pensante.
Sapersi inventare e spendere, costantemente interrogandosi, attrezzandosi, rinnovandosi e proponendosi è l’impegno di cui il docente è chiamato a farsi carico, non in solitudine, ma in sintonia operativa (ricerca, riflessione, azione) con dirigenti, colleghi, personale tutto della scuola, genitori, enti e istituzioni territoriali, in una condizione non di perenne conflittualità e di contrapposizione (come purtroppo si registra nella prassi causata dallo stress di operazioni prive di saggezza organizzativa e di adeguato dosaggio dei tempi) ma di forte e condivisa passione educativa.
L’autonomia, le leggi di riforma, le innovazioni da sole non cambiano la scuola, o meglio: esse sono solo strumenti (perfettibili, modificabili, come tutti gli strumenti umani), la cui traduzione in prassi efficace può dipendere principalmente dal discernimento intelligente degli operatori (risorse umane) oltre che dalle risorse economiche disponibili.
È cambiato il ruolo del docente? È sicuramente diverso dal modello (autoritario, ma – va onestamente ammesso – in molti casi autorevole) che abbiamo conosciuto come studenti (parlo della mia generazione), riformulato nel suo statuto da quello che molti di noi hanno espresso esercitandone la funzione prima della stagione inaugurata dall’autonomia. Sempre valido l’antico metodo socratico: «Socrate rinvia il sapere che l’allievo ricerca in lui, mantenendo aperto il luogo del sapere come luogo di una mancanza strutturale» (Massimo Recalcati, psicoanalista, nel suo libro L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014, p. 43).
La domanda da porsi mi pare piuttosto la seguente: il ruolo del docente riesce a farsi oggi adeguato alle prerogative di una scuola che intende affermare il proprio ruolo centrale nella società della conoscenza (come recita l’incipit della “buona scuola”) anche come comunità di accoglienza e di scoperta dei valori più autentici della persona umana?
E come può il docente, in questo contesto, plasmare anche la propria personalità per essere in attitudine di ascolto, di dialogo, di interazione con i propri allievi e con i colleghi con i quali condivide progetto e percorso educativi?
Docenti che hanno buona memoria ricorderanno che era mia abitudine chiudere le riunioni collegiali con l’invito ai presenti di ricordarsi anche di far l’amore, inta scuola studentesseendendo dire di dedicare spazio agli affetti, alla cura di sé, allo studio, all’arricchimento spirituale e culturale, all’arte, alla musica, al tempo libero e liberante, per riuscire a mostrarsi ed essere nelle relazioni interpersonali, prime fra tutte quelle con i propri allievi, persone capaci – col proprio stile di vita – di ispirare e testimoniare fiducia, serenità, ricerca del vero, del buono e del bello.
E mi pare calzante, in conclusione, quel che, secondo il citato passo di Recalcati, deve caratterizzare “il lavoro di ogni insegnante degno di questo nome”: «Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima».

2. Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

R./ Esistono e si fanno indagini, studi e dibattiti. Tutti utili. Ma quali sono le cause del fenomeno? Difficile individuarle e isolarle, senza un quadro generale di riferimento. Soffriamo, a vari livelli, di iperattivismo (e poi di stress e di depressione), di deficit spirituale (resistenza alla contemplazione e allo stupore), di difficoltà a raccoglierci nel silenzio, colpevoli di carenza di equilibrio tra l’essere e l’avere, di incapacità a coniugare il “noi” come cifra esistenziale, di difetto di presenza, di irrisione della legalità…
Quando uno stimato personaggio della canzone, e per giunta televisivo, sul palco dell’Ariston se ne esce con un “E chi se ne frega!” (subito applaudito da un pubblico che nemmeno se ne è reso conto, distratto dallo sfolgorio scenografico) rispetto alla regola della par condicio in periodo di campagna elettorale, non fa né ironia né umorismo né satira, compie invece (inavvertitamente? ancor più grave!) una rozza azione, verbale e di atteggiamento, che, aggiunta alle altre, assai diffuse, dello scadimento quotidiano del linguaggio in volgarità compiaciuta, quale messaggio volete che arrivi ai ragazzi, ai giovani (ma anche agli adulti)?
L’episodio citato, facilmente sfuggito, è esempio minimo di superficialità e di trasgressione apparentemente innocua. Può sembrare irrilevante, è invece emblematico di un clima che indulge alla scostumatezza, alla arroganza, alla irrisione di valori che fanno la dignità della persona, perfino alla noncuranza di quelle più fragili e indifese
Sempre più rara l’etica professionale di molti che operano nel variegato (e pervasivo) mondo della comunicazione. Altrettanto avviene nella produzione letteraria, televisiva e cinematografica, che dovrebbe commisurare la propria libertà di espressione al rispetto della libertà e della sensibilità dei destinatari. In questo ambito altrettanto deleteria è la banalità. Il campo è seriamente minato dalle interferenze sempre più frequenti di network fraudolenti e manovrati da esclusive ragioni di profitto. Il potere del denaro sembra rendere lecita ogni azione. Perfino la passione sportiva è oggi infestata dagli interessi di “eserciti mercenari”.
E si potrebbe continuare così se si volge l’attenzione anche ai personalismi degli scontri politici, alla corruzione dilagante, alla malavita organizzata, alla illegalità assurta a sistema…
Il quadro rischia di farsi buio, e culturalmente molto preoccupante, se non tenessimo conto, al contrario, dei molteplici motivi di luce e di speranza, che la responsabilità di ciascuno potrebbe cominciare ad assumere e moltiplicare come impegno personale oltre che condiviso. Basti pensare a quanto spazio di rigenerazione di bene comune potrebbe profilarsi sui grandi temi (e sfide) della giustizia sociale, del diritto al lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della ricerca scientifica, dei servizi alla persona, del volontariato, della pace, e così via…
In questa realtà, ricca di contraddizioni, le forme di violenza e di intolleranza emergono come crisi profonde, ferite, lacerazioni, dissidi nelle relazioni interpersonali, più frequentemente proprio nei luoghi dove la qualità dei rapporti dovrebbe sostanziare l’esperienza della vita umana: nella famiglia e nella scuola.
Perché? Difficile dare una risposta univoca. È possibile ipotizzare, tuttavia, che occorre ripartire proprio dagli spazi dell’educazione e dell’amore, con volontà individuali e collettive. E con il sostegno di una legislazione più attenta alle necessità di vita delle persone e di rimodulazione dei tempi delle città, riprendendo e ampliando istanze recepite negli anni Novanta dalla sensibilità di una donna ministro, Livia Turco, e parzialmente confluite nella legge 8 marzo 2000, n. 53, che si prefiggeva di promuovere un equilibrio fra i tempi di lavoro, di cura, di formazione e di relazione. Ecco: ripartire dalle persone e dall’educazione alla legalità e alla memoria per costruire un sano tessuto sociale, quello dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Tempi lunghi, ma urgenti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

3. La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

R./ La formazione è un diritto/dovere che investe in via permanente sia la responsabilità individuale della propria dignità professionale sia il compito istituzionale della Scuola di promuovere, assicurare, verificare costantemente la qualificazione (e valorizzazione) dei propri operatori, affinché la comunità scolastica sia pronta e idonea a rispondere alle esigenze educative di generazioni in continua trasformazione ed a rischio di manipolazione.
La formazione dei docenti è priorità costitutiva della dimensione e funzione professionale: competenze culturali, disciplinari, didattiche, relazionali, organizzative, di ricerca e di documentazione non si acquisiscono una volta per sempre; necessitano di essere aggiornate, reinventate, implementate, ridefinite sul campo. Basti pensare alle strategie didattiche suggerite dalla flessibilità dell’autonomia organizzativa per rendersi conto della primaria necessità di potenziare le risorse umane di cui ogni istituzione scolastica dispone per elaborare, progettare, realizzare, misurare l’incidenza della propria ragion d’essere.
Proprio sul versante della inclusione dei soggetti più vulnerabili, la sfida educativa chiama in causa e in azione l’intera comunità scolastica, finalmente riconosciuta e definita come “comunità educante”, anche per superare quella distorta prassi che nel passato (forse tuttora perdurante) faceva ricadere ogni responsabilità sulla sola presenza del docente di sostegno.
Ciò significa che questa “comunità” è “educante” nella misura in cui pone al centro la persona (cioè ciascun membro che a vario titolo ne faccia parte) e si fa carico di accogliere, rispettare, integrare, valorizzare le diversità, comprese quelle etniche, culturali e religiose. E significa che questa comunità si connota di una ulteriore apertura educativa (alla interculturalità e alla cittadinanza globale) che riguarda e investe la crescita personale sia dei docenti sia degli allievi, affinché in ciascuno maturi una coscienza sociale più democratica (e solidale) e senza confini.
A questo scopo, oltre alla iniziativa individuale, occorrono energie e investimenti cospicui e irrinunciabili per la formazione permanente del corpo docente in stretta connessione strategica con la progettazione di istituto e territoriale. Sotto questo profilo è di fondamentale importanza una intelligente capacità di raccordo del dirigente, leader educativo, promotore di risorse e animatore di sinergie.

4. Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò s
alunni scuola professore 350
ui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

R./ A cinquant’anni dalla “lezione” della Scuola di Barbiana, a quasi cinquantasei dalla legge istitutiva della scuola media unica, a venti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti, a circa venti dal dibattito sulla garanzia del “successo scolastico”, ancora barcolliamo sulla corretta traduzione del verbo “promuovere”, relegato – come il suo contrario “bocciare” – a mero esito amministrativo.
La scuola non ha altro (e altissimo) compito che quello di “promuovere”: glielo consegna e sancisce (come a tutti coloro, persone enti e organizzazioni che formano il tessuto civile della Repubblica) l’Art. 3 della nostra Costituzione repubblicana e democratica. La scuola (“comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale… [in cui] ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione…”: Statuto delle studentesse e degli studenti, Art. 1, comma 2) ha la specifica responsabilità (si veda l’Art. 34 della Costituzione) di garantire il diritto di ogni cittadino ad imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme, ad essere (i pilastri dell’educazione del Rapporto Delors che precede di un anno il conferimento, in Italia, dell’autonomia alle istituzioni scolastiche).
Il passaggio è epocale: da una scuola selettiva (ed elitaria) ad una scuola inclusiva, della quale occorre oggi capire il senso autentico, che non è quello di una “scuola facile”. Su questo punto intervenne con chiarezza nel 1980 il magistrato Gian Paolo Meucci, amico di don Lorenzo Milani, presidente del tribunale dei minori di Firenze (lo avevo conosciuto e ascoltato negli anni giovanili ai ricorrenti convegni della Pro Civitate Christiana di Assisi): «L’equivoco in cui la scuola è incorsa riguardo al “non bocciare” milaniano è duplice. Da un lato, coloro che hanno interpretato il “non bocciare” come lassismo degli studi, come scuola facile, il cosiddetto “6” garantito. Dall’altro, c’è chi ha interpretato la proposta milaniana come la fine della scuola. Infatti, in una dialettica scolastica autoritaria la bocciatura e la sospensione sono i cardini del potere disciplinare. Se si tolgono queste due armi – sospensione e bocciatura – a chi vive il mondo scolastico in questa logica autoritaria è come se gli decretassimo la fine della scuola, delle vecchie certezze e gerarchie. In questo duplice senso – lassismo e fine della scuola autoritaria – il “Non bocciare” milaniano equivale a un livellamento culturale in basso. Invece il “Non bocciare” milaniano è il compito più difficile che la scuola possa proporsi perché equivale a un livellamento, sì, ma in alto. La differenza è abissale».
Ricordo che nel 1998 o ’99 (in quegli anni ero preside del Liceo classico di Anagni, poco prima che alla nostra professione di presidi venisse attribuita la “funzione” di dirigenti), in una cerimonia di premiazione (gli studenti del mio Liceo erano risultati vincitori già nelle edizioni precedenti) intervenne l’allora presidente del Senato. Secondo lui, perché il merito emergesse, la scuola doveva tornare a bocciare (forse era incappato nell’equivoco…). Quando mi fu chiesta la ragione della ripetuta affermazione degli studenti del mio Liceo, profittai per ribadire, al contrario dell’autorevole carica istituzionale, quel principio sacrosanto della nostra Costituzione teso a promuovere le condizioni di pari opportunità rispetto al diritto allo studio (che è anche dovere di esercitarlo), di cui i risultati raggiunti e confermati dagli studenti erano una prova evidente.
In quegli stessi mesi il già citato Statuto delle studentesse e degli studenti, al comma 1 dell’Art. 1, aveva definito la scuola come «luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica», un percorso laboratoriale pedagogico e didattico, dunque, che coniuga insieme l’esercizio (effettivo, verificabile e ri-orientabile) di diritti e di doveri, la cui efficacia è fondata sulla “qualità delle relazioni insegnante-studente” all’interno di una comunità che, attraverso il protagonismo di ciascuna componente, ne favorisce la crescita nell’ottica di una educazione continua.
Una scuola che boccia è una scuola che se ne lava le mani, scaricando all’esterno le proprie responsabilità. Una scuola che “promuove” (in senso puramente amministrativo) per sanare la propria superficialità educativa (credendo così di sopravvivere) è una scuola altrettanto svuotata delle proprie prerogative. L’uno e l’altro modello determinano conseguenze negative sulla formazione della personalità dello studente (uomo-donna, cittadino) e gravi disarmonie sociali.
Impegno primario e specifico è quello, dunque, di modulare (e rimodulare) percorsi formativi partecipati e motivati che destino, orientino e valorizzino le potenzialità di cui ogni persona, nella propria individualità e con le proprie peculiarità (e diversità), è portatrice, non in astratto ma mediante l’attività di scoperta e di costruzione del sapere (dei saperi) e delle competenze per una partecipazione qualificata e attiva alla vita sociale (cooperazione, solidarietà, democrazia, “bene essere” comune).
E a questo punto non si dovrebbe dimenticare l’importante funzione della valutazione, intesa come processo di verifica delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti, per ridefinire, correggere, perfezionare strumenti, modelli, linguaggi, conoscenze, competenze, obiettivi. Senza mai abbassare la guardia…
Certo, è una sfida! La più difficile per chi intenda oggi spendere la propria vita nella formazione e nella educazione (di sé oltre che degli altri). Potrà tanto esaltare quanto deprimere. Prima di aspettarsi legittimi e giusti riconoscimenti, occorre saper affinare le proprie sensibilità culturali e la propria preparazione professionale, sia individualmente sia in condivisione di risorse umane, spirituali e materiali, con quanti, a vario titolo, sono impegnati nell’ambito dei servizi sociali ed educativi.

 
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La scuola li salverà, ma chi salverà la scuola?

formazione scuola 350 260Arianna Rossi* - “Solo un esercito di professori da sostenere può cambiare la sorte di questa città” così Roberto Saviano ha commentato l’ennesimo episodio di aggressione nei confronti di un minore da parte di una baby gang, episodio che va ad aggiungersi a quello di qualche settimana fa quando la sera della Vigilia di Natale, il diciassettenne Arturo venne accoltellato nei pressi della metropolitana di Napoli.
Il 15 gennaio 2018 Arturo ha fatto ritorno a scuola dove ad attenderlo festosi ed impazienti c’erano tutti i suoi compagni ma soprattutto i suoi professori, coloro che gli hanno fatto da spalla in questa faticosa ripresa. Perché in fondo è questo che un insegnante deve fare, deve aiutare i propri alunni a rimettersi in piedi, portarli sulle proprie spalle quando questi non sono in grado di camminare, indicargli la strada da percorrere quando essa è nascosta ai loro occhi.

Ma cos’è oggi un insegnante? Chi è oggi l’insegnante?
E’ una persona che può essere descritta con due semplici e terribili parole: provvisorietà e smarrimento.
I nostri governi, i nostri ministri dell’istruzione con le loro decisioni e le loro riforme delle riforme hanno fatto sì che andasse perduto il cuore pulsante della scuola: i ragazzi.
Hanno spento i loro cervelli e il loro entusiasmo, sostituendo la voglia di imparare e di condividere con un manuale su come diventare dei perfetti lavoratori, quando la scuola era proprio il rifugio da quel mondo degli adulti che li spaventava, l’isola che non c’è per i Peter pan che non avevano fretta di crescere. Ora invece la lancetta del tempo sembra scorrere più velocemente, gli adolescenti, bombardati da immagini mediatiche su quella realtà contemporanea che fino a poco tempo fa si poteva solo sussurrare, sono diventati dei mini boss camorristi offuscati dal delirio di potenza, che cercano di dimostrare la loro crescita puntando la pistola contro i loro coetanei, prendendoli a pugni, mutilando viso e corpo, martoriando gli elementi propri di quella fanciullezza che vogliono nascondere.

Quello che manca loro sono gli strumenti per scindere ciò che è reale da ciò che non lo è, i mezzi per valutare e provare a capire il mondo che li circonda ma purtroppo sono venuti meno coloro che offrivano tutto ciò: gli insegnanti. Automi i cui cervelli sono stati atrofizzati da uno stato che non riconosce il loro valore, la loro importanza e i loro meriti, che non ha saputo fare altro se non inserirli in una lunga e cigolante catena di montaggio destinata alla produzione di soli mestieranti.
Ma forse l’obiettivo dei potenti è proprio quello di ridurre il popolo ad un gregge di pecore belanti, il cui destino sarà quello di essere sbranato dai lupi famelici, con i cani da pastore anestetizzati nella loro stessa natura, che non potranno fare altro che guardare il sacrificio consumarsi sotto i loro occhi perché come la storia insegna, è più facile governare una massa non pensante che milioni di teste con un cervello funzionante.

Eppure oggi 17 gennaio 2018 dopo l’aggressione a Gaetano, quindicenne aggredito a Chiaiano, centinaia di ragazzi sono scesi in piazza a manifestare contro la violenza; gli striscioni recitavano “SIAMO TUTTI DEGLI ARTURO”, proprio così perché Arturo è il bambino che corre tra le braccia della mamma dopo il primo giorno di asilo, Arturo è la bambina preoccupata per la verifica di matematica, Arturo è il ragazzo che tiene la mano ad una sua compagna alla fermata dell’autobus, Arturo è il diciottenne spaventato per l’esame di maturità...Arturo è la stella che illumina quel mondo scolastico fatto non solo di numeri e parole ma di un materiale molto più raro e prezioso: l’unione.
Solo la scuola può salvarsi da se stessa, non edificandosi sulle riforme e sui programmi ministeriali ma facendo forza sulle persone che la vivono alunni, professori e genitori, uniti da quella passione che si cerca di spegnere in ogni modo e da quell’uguaglianza che oggi è difficile da riconoscere ma soprattutto da accettare.

*Dottoressa in Filosofia, già studentessa del Liceo Scientifico di Ceccano.

 
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“Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie..."

incidenti lavorodi Ivano Alteri - È una strage, uno stillicidio. I dispacci quotidiani dal fronte del lavoro continuano a registrare vittime innocenti. Nel 2017, racconta Repubblica.it, vi è stato un aumento del 5,2% di morti sul lavoro rispetto all'analogo periodo dell'anno scorso, e dell'1,3 degli infortuni in generale. Tre morti al giorno. Ma poi, per indorare una pillola che resta testardamente amarissima, si affretta ad aggiungere nell'occhiello: “Un effetto dell'economia che riparte”.

La notizia, pubblicata sul sito a mezzogiorno del 17 u.s., alle 18,00 dello stesso giorno era già in fondo alla pagina. Ma proprio in fondo-in fondo, dopo quella della Lega a Pontida, della formula uno, della serie A, di Berlusconi a Fiuggi, l'alzheimer, il figlio che uccide il padre per salvare la madre, il lago di Bracciano, Hamas... e decine di altre, restando rintracciabile solo da esperti escursionisti della notizia. Evidentemente, neanche la particolare cura servile del titolista, e dell'articolista, era stata sufficientemente mistificatoria; per lo meno, non quanto desiderato dai padroni del vapore.

Riparte l'economia? Quale economia? L'economia di chi? Come si misura l'andamento economico? E, tale misura, è la misura dell'esistenza dei cittadini? Quando abbiamo letto quel titolo, e l'articolo che lo segue, queste domande si sono affollate nella nostra testa, in risposta a quei tentativi indisponenti di edulcorare la realtà. Forse (forse!) è ripartita l'economia del Pil, che comprende tutto, tranne ciò che riguarda la qualità della nostra vita (e della nostra morte!, bisognerebbe aggiungere).

Ce lo ricordava già Robert Kennedy, in un discorso che tenne all'Università del Kansas il 18 marzo 1968. “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari”.

E, aggiungiamo noi, aumenta anche con le ambulanze che raccolgono le ossa frantumate di chi si schianta su un cantiere o viene maciullato da una macchina in una fabbrica; e anche con le bare che conterranno il suo corpo deforme e la stessa ricomposizione che ne farà il becchino, così anche il loculo che l'ospiterà in eterno. Ma non le lacrime di sua moglie e dei suoi figli, non l'esistenza miserabile in cui saranno lasciati dopo la scomparsa di colui che produceva reddito per la famiglia e Pil da vivo e continua a farlo, per altri, anche da morto.

Ma il discorso di Kennedy continua. “Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Cari vassalli di repubblica: il Pil può dirci tutto sull'Italia, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere italiani.

Frosinone 17 settembre 2017

 
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Psi: "Furberie e beffe per le famiglie di Ceccano"

ceccano monumento 350 260di Michela Pesillici, Sezione "S. Pertini" PSI Ceccano - Ennesima furberia dell’Amministrazione Caligiore e beffa per le famiglie di Ceccano.

È sufficiente vedere come è stato impostato il disciplinare e la relativa gara di appalto per l’affidamento del servizio di raccolta differenziata dei rifiuti per comprendere che tutte le famiglie di Ceccano dovranno pagare una maggiorazione rispetto alla tariffa attuale, anche sino ad un + 30%, per la tassa sui rifiuti solidi urbani (TARI).

Infatti, così come previsto nel bando sottoscritto ed approvato dall'Amministrazione Caligiore, la TARI servirà a coprire servizi che non dovrebbero e non potrebbero rientrare minimamente nella tassa dei rifiuti destinata esclusivamente a finanziare il servizio per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

L’inserimento improprio di altri servizi, come la manutenzione ordinaria di caditoie e pozzetti, la disinfestazione, lo sfalcio delle rive dei fiumi o dei fronti stradali, e molto altro ancora, non può trovare copertura finanziaria nella TARI: dette attività, infatti, devono reperire la relativa previsione di spesa in capitoli di bilancio specifici, secondo quanto previsto dalle disposizioni normative in essere, anche al fine di evitare una duplicazione della tassazione posta a carico dei cittadini che, di contro, potrebbero vedersi chiedere un doppio pagamento per lo stesse servizio.

A quanto sopra occorre aggiungere, inoltre, che a Ceccano la TARI (tassa per il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti) oggi sarebbe dovuta essere molto più bassa che in passato, e ciò in virtù dell’avvenuto ammortamento dei costi di avvio del servizio di raccolta porta a porta introdotto 6 anni fa e del piano di abbattimento degli oneri previsto nella precedente gara di appalto i cui termini contrattuali risultano scaduti da oltre un anno.

D'altro canto è dovere dell’Amministrazione comunale predisporre capitoli di bilancio da destinare specificatamente all'esecuzione di attività ulteriori, ordinarie e straordinarie, non quantificabili preventivamente con una tassazione scaturente da una gara di appalto come appunto, ad esempio, la disinfestazione o la rimozione delle erbacce dai bordi stradali, la pulizia del territorio a seguito di manifestazioni ed eventi comunali, la raccolta di carcasse di animali ecc. ecc..

Per questi motivi, quindi, si invita l’Amministrazione comunale e il Sindaco Caligiore a tornare indietro rispetto al bando pubblicato e a rivedere a stretto giro il disciplinare di gara per il rinnovo dell’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani, attenendosi a quanto previsto dalla normativa vigente in materia di rifiuti ed eliminando dal servizio di raccolta differenziata quei maggiori costi derivanti da servizi non attinenti e/o riconducibili alle finalità proprie della TARI ma da attività di manutenzione delle strutture e degli impianti comunali per cui devono essere previsti specifici capitoli di bilancio, attuando così una gestione oculata e mirata delle risorse finanziare del Comune ed evitando un sovraccarico di tassazione per i ceccanesi.

 
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Ceccano chiede: "Casa di Babbo Natale" gratuita per 1 giorno a tutte le famiglie in situazioni di assoluto bisogno

Riceviamo e pubblichiamo.

Alla cortese attenzione del signor Sindaco Roberto Caligiore

p.c. Giunta comunale e Presidente del Consiglio

p.c. Consiglieri comunali (maggioranza, opposizione)


Castel Sindici parco 350 260

Oggetto: Solidarieta' nei confronti delle famiglie disagiate

Il Circolo di Sinistra Ecologia e Liberta' insieme alla Vertenza Frusinate contro la disoccupazione e la precarieta' di Ceccano:
Vogliono complimentarsi con l'amministrazione comunale per aver utilizzato il sito della Villa di Castel Sindici per un iniziativa sul Natale e di aver usato i locali del castello per la realizzazione della "Casa di Babbo Natale".
Abbiamo notato pero' che l'unica attrazione della manifestazione, parliamo della sopracitata "Casa di Babbo Natale è a pagamento, noi di Sinistra Ecologia e Liberta insieme alla Vertenza Frusinate Ceccanese, chiediamo, vista la grave situazione in cui versano oramai molte famiglie ceccanesi, se fosse possibile che per una giornata la "Casa di Babbo Natale" possa essere visitata gratuitamente da tutte quelle famiglie che in questo momento versano in situazioni di assoluto bisogno.
Sicuri della sensibilita' dell'amministrazione comunale a tale questioni, attendiamo con ansia una vostra risposta.
Cordiali saluti
Circolo SEL Ceccano
Vertenza Frusinate Ceccano

 
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A Veroli contributi per alleggerire l'affitto alle famiglie meno abbienti

veroli comune 350 260dall'Ufficio Stampa Comune di Veroli - Concessione di contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione relativi all’anno 2014. Il Comune di Veroli, con apposito avviso pubblico, ha reso noto alla cittadinanza di poter iniziare a presentare domanda per poter essere inseriti tra i beneficiari di contributi che andranno ad alleggerire i pagamenti effettuati nell’anno 2014 dalle famiglie che risultano in condizioni economiche e sociali meno abbienti. L’iniziativa trova copertura finanziaria con fondi messi a disposizione dalla Regione Lazio che ha anche dato indicazioni rispetto ai criteri e modalità per l’erogazione dei contributi.
“Il nostro Ente – dicono il sindaco Simone Cretaro e l’assessore ai servizi sociali, Barbara Crescenzi – è stato attento a pubblicare l’avviso nell’immediatezza e cioè entro la fine del mese di settembre. L’Amministrazione continua ad essere impegnata quotidianamente per ricercare fondi e dare sostegno alle famiglie che versano il condizioni di disagio che, purtroppo, sta anche mutando. L’emergenza abitativa, con famiglie che dopo aver perso il lavoro o che non hanno alcun componente familiare occupato, sta aumentando vertiginosamente sul territorio. L’impatto della crisi edilizia è, infatti, stato devastante su Veroli e, pertanto, siamo impegnati a dare risposte anche in materia di sfratti esecutivi, come già fatto per tre famiglie”.
Possono beneficiare del contributo coloro il cui nucleo familiare abbia un reddito, calcolato con il metodo ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente), non superiore ad euro diecimila, rispetto al quale l’incidenza del canone di locazione nel 2014 sia stato superiore al 35 per cento. I contratti di locazione dovranno essere quelli registrati nell’anno di riferimento del bando ed i richiedenti dovranno presentare per completezza dell’istruttoria delle pratiche, copia delle ricevute di pagamento del canone. Le domande per l’accesso ai contributi regionali possono essere presentate fino al prossimo 30 novembre 2015. Il fac-simile di domanda ed ogni altra utile informazione riportata sull’avviso pubblico, potrà essere recapitata sul sito internet del Comune di Veroli: www.comune.veroli.fr.it oppure direttamente presso gli Uffici comunali dei Servizi Sociali, dove i cittadini potranno ricevere anche opportune istruzioni in merito alla compilazione delle domande e dei documenti da allegare alle medesime.

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Dilagante disagio delle famiglie ciociare denuncia la Cgil

bandiere cgil 350 260dalla Segreteria della Cgil di Frosinone riceviamo e pubblichiamo - Crisi: lavoro e crescita. Ne siamo sempre più convinti, sono queste le uniche risposte possibili del Governo, al dilagante disagio delle famiglie registrato da Istat e Caritas nei giorni scorsi.

I dati resi noti oggi dalla Caritas e dall'Istat forniscono un quadro desolante sulla situazione del nostro paese e confermano, ciò che denunciamo già da qualche tempo, la drammatica situazione delle famiglie ciociare.
Il disagio dilaga: una famiglia su tre nel frusinate è a rischio povertà secondo la Caritas e 50.000 nostri concittadini vivono una situazione di profonda difficoltà economica secondo l'Istat. Dati che non lasciano spazio a nessun ottimismo per il territorio, con 115.000 disoccupati, uno su tre dei disoccupati nella regione Lazio.
Ancora più sconcertanti, infatti, le stime concernenti il mercato del lavoro: in Italia lavorano meno di 6 persone su 10, il tasso di occupazione è al 59,8%, mentre la provincia di Frosinone è al 48,6%, un dato drammatico. Tutto torna se confrontiamo questi dati con gli altri indicatori allarmanti che rileviamo da qualche tempo: la caduta dei consumi -10,7% solo nel triennio 2012-2013-2014 e la riduzione del potere di acquisto -13,4% dal 2008 a oggi.
È evidente che di fronte a questi dati il Governo è chiamato a dare delle risposte ai cittadini e il nostro territorio, se non aiutato da interventi mirati e diretti, rischia un lungo periodo di oblio nello sviluppo e dell'occupazione, nonostante i 2 protocolli, dell'AdP per Fr/An e PSS per gli SLL Sora/Cassino, nati da iniziative delle parti sociali e imprenditoriali della provincia.
Confidiamo che le recenti dichiarazioni della giunta Zingaretti vadano nella direzione del rilancio dell'occupazione anche in Ciociaria e facciamo appello all'esecutivo e al Parlamento intero, affinché si prendano immediatamente misure in grado di contrastare l'avanzare del disagio delle famiglie.
Oggi la vera emergenza è il lavoro " che non c'è " , la vera priorità del Paese è il rilancio produttivo, attraverso nuova occupazione di qualità; si accantoni per un istante, quindi, il discorso, seppur importante, sulle riforme, si procede verso investimenti per, infrastrutture e messa in sicurezza del territorio, innovazione tecnologica; contrastando realmente illegalità e malaffare.
Destinare le risorse disponibili a cominciare con l'utilizzo dei fondi europei a :
- investimenti per la ricerca e lo sviluppo tecnologico (in primo luogo per quanto riguarda la rete a banda larga, che vede la nostra Provincia a livelli ancora arretratissimi, per non dire "primitivi"), per far ripartire 'il nuovo manifatturiero', avvio di opere di modernizzazione delle infrastrutture e messa in sicurezza degli edifici pubblici;
- un serio programma per l'incentivazione e lo sviluppo del turismo, che sappia valorizzare l'inestimabile patrimonio di cui la nostra Provincia dispone;
- la realizzazione della riqualificazione del territorio attraverso il recupero della valle del sacco e la creazione dei Parchi dei monti Ernici e Lepini, per avere lo splendore paesaggistico quale motore dello sviluppo di quelle microeconomie locali e turistiche.
Noi non ci rassegneremo al declino , non smetteremo mai di sostenere le ragioni e le potenzialità del nostro territorio.
Frosinone il 20-2-15 segreteria CGIL
Guido Tomassi. Rosa D'Emilio. Silvio Campoli. Beatrice Moretti

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