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Le bugie che fanno marciare i treni

FrancescoCancellato 350 minSalvini smemorato: tutto ciò contro cui combatte è colpa della Lega. Video editoriale di Francesco Cancellato, vice direttore di fanpage.it

- Chi ha fatto entrare i Paesi dell’Est nell'Unione Europea, che ci hanno preso soldi e imprese?

- Chi ha fatto entrare la Cina nel Wto?

- Chi ha firmato il Trattato di Dublino che ci lascia soli nella gestione dei flussi migratori?

- Chi ha fatto la riforma delle pensioni che tutti imputano a Elsa Fornero?

Quattro brevi salti indietro nel tempo, per raccontare a Salvini (e a chi lo vota) com'è andata veramente.

 

pubblicato su fanpage.it il 28 ottobre 2019

 

 

Video segnalato da Massimo Terracciano, lettore amico di UNOeTRE.it

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Gli odiatori fanno solo pena, ma non minimizzare il voto di astensione Lega, FI,FdI

odiatore social 350 mindi Antonella Necci - Per Liliana Segre, senatrice a vita, sopravvissuta agli orrori del lager nazista di Auschwitz, gli haters (odiatori), compresi quelli che la bersagliano con 200 messaggi razzisti al giorno sulla rete, "sono persone di cui avere pena" e che "andrebbero curate". Le ricordano quei ragazzi della Hitlerjugend che "insultavano noi, 700 donne denutrite, senza capelli mentre percorrevamo la strada che dal campo portava alla fabbrica di munizioni Union, nel fango o nella neve".

"Ci offendevano con parolacce irripetibili - ha raccontato all'Università Iulm di Milano, intervistata da Enrico Fedocci nel corso del convegno "Il linguaggio dell'odio", promosso dall'Ordine del giornalisti della Lombardia - e ci sputavano addosso". Per quei giovani, coetanei, lei era una ragazzina di 13 anni, "con le loro divise e fascia con croce uncinata" la senatrice a vita provava "odio, un odio immenso" che tenne dentro di sé fino a quando divenne nonna.
"Fu allora che ripensai a quei ragazzi che vedo come se fosse ora - ha aggiunto - e mi è successa una cose straordinaria: ero tornata, ero viva, avevo potuto contare sull'amore, potevo essere nonna. Loro, figli e nipoti di nazisti, educati all'odio, quel sentimento se lo sono portati dentro tutta la vita. Ho pensato: sono stata più fortunata di loro, e non li ho odiati più". Un po' come gli haters che le augurano la morte tutti i giorni.

E qui la senatrice a vita dà prova della sua dolce ironia: "Ogni minuto va goduto e sofferto bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte, ma perdere tempo a scrivere a una 90enne per augurarle la morte... Tanto c'è già la natura che ci pensa". L'ex deportata si aspetta molto dalla Commissione anti odio di cui si è discusso in Senato. "Spero aderiscano in molti, sarebbe una brutta figura non aderire a una Commissione contro l'odio". Nel frattempo si è saputo che sui messaggi di odio rivolti alla senatrice a vita la Procura di Milano ha aperto un'indagine per molestie e minacce per gli insulti. Il fascicolo è a modello 44, contro ignoti, ed è coordinato dal capo del pool antiterrorismo, Alberto Nobili, ed è aperto dal 2018. Dal presidente dell'Ordine dei giornalisti lombardi, Alessandro Galimberti due proposte: che i responsabili dei social, che hanno sede all'estero debbano fornire i dati degli utenti all'Autorità giudiziaria italiana di fronte a rogatorie (cosa che oggi non accade perché questo tipo di diffamazione non è previsto come reato in molti Paesi esteri) e che gli stessi rispondano di quanto diffondano esattamente come gli editori di giornali.

Questo pensiero di Liliana Segre giunge, oggi, non tanto a ricordare una verità inopinabile, ma anche un pericolo latente che nessuno sembra voler vedere.
Chi sono gli haters? A chi da fastidio una senatrice a vita con impresso sul braccio un numero che ogni giorno le ricorda un passato che non vorrebbe mai aver voluto? Chi sono le bestie che sembrano plaudire alla bestia ancora più grande dell'intolleranza, del razzismo fine a se stesso, della cattiveria gratuita verso altri esseri umani? Chi ha interesse in ciò che dovrebbe essere ormai considerato un medioevo oscuro ed incivile?
Ecco, nessuno sembra soffermarsi a pensare che certi segnali ci avvisano di quanto stiamo precipitando in basso, di quanto la nostra società si sia involuta.

Nel pensare a quanto accade ad una figura al di sopra delle parti politiche come la Senatrice Segre, come non temere che un futuro peggiore ci aspetta? Come non pensare che l'odio non è solo verso il suo essere ebrea, ma anche verso il ruolo da lei rivestito?
Forme di odio intersezionato. Degenerazioni della società.

 

 

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Zingaretti: le mie sono domande che si fanno gli italiani

  • Pubblicato in Partiti

renzi zingaretti 400 minInfo curata da Antonella Necci - «PD, Zingaretti: 'Da Renzi un whatsapp a decisione presa'» (ansa.it)

«Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo non è una questione personale».

«Ovviamente no. Ho ricevuto un whatsapp quando la decisione era stata presa». Così il leader Pd Nicola Zingaretti, da Maria Latella a l'Intervista su Sky a chi gli chiede se Matteo Renzi lo avesse avvisato di voler compiere la scissione durante le trattative per la formazione del governo.

«Non pretendevo - dice Zingaretti - una telefonata. Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo. Non è una questione personale per me».

«La sfida - ha detto riguardo al possibile faccia a faccia tra Renzi e Salvini - non è il giochetto dello scontro tra i leader ma risolvere i problemi degli italiani. Priorità dell'Italia non è attendere il faccia a faccia di Tizio contro Caio».

«Salvini e Renzi - ha detto in un altro passaggio - sono persone con idee diverse cui conviene litigare per far parlare di sè. Ma la grande forza dell'alternativa si chiama Pd che è l'unica vera forza nazionale che intercetta cambiamento e giustizia sociale».

Zingaretti ha parlato anche del patto civico al quale M5s e Pd stanno lavorando per le regionali in Umbria. Sull'accordo con il M5S sull'Umbria - ha detto - «non c'è nessun automatismo per le Regionali, ogni Regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti, ma c'è una vocazione unitaria a provarci, per un futuro del Paese non fondato sull'odio, ma sulla crescita, sullo sviluppo, il lavoro e il benessere. E' un fatto positivo che si stanno provando a verificare le condizioni per dare insieme una risposta ai cittadini, è utile per l'Italia».

 

 

 

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Pirozzi, le donne devono lavorare, fanno già le mamme!

mammalavoro minUna riflessione di PAOLA MANCHI del comitato Possibile per Liberi e Uguali "Pier Paolo Pasolini" di Frosinone.

«Le mamme devono tornare a fare le mamme: da presidente proporrò ore di lavoro pagate dalla Regione»: così il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, candidato alla presidenza della Regione Lazio nella lista dello Scarpone, durante l’evento di presentazione dei comitati a sostegno della sua candidatura all’Atlantico Live a Roma. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Mamma Roma
  2. Il Lavoro è il problema

Mamma Roma

Fin qui la fredda cronaca, anche se sorge il dubbio che all’informazione manchi un dato, anzi una data, perché a leggere la notizia sembra quasi che il periodo di riferimento temporale sia il 1492 quasi 1500, se non fosse per quel “Regione Lazio” che mal si concilia con lo Stato Pontificio. Escluso, dunque, il passato resta da ipotizzare che la notizia ci arrivi da un futuro tanto lontano da aver portato la condizione femminile ad un livello di emancipazione tale da spingere gli uomini a rivendicare disperatamente pari opportunità rispetto alla donna… sarebbe bello, purtroppo però, la vera data della notizia è mercoledì 17 gennaio 2018.
Fugato ogni dubbio sulla contestualizzazione temporale della dichiarazione, cerchiamo di esaminarla nei suoi diversi aspetti, da umili cittadini/elettori del Lazio che cercano di orientarsi in vista del 4 marzo.
Caro aspirante presidente, esattamente, cosa voleva dire? No, perché se per “mamma” intende in senso biologico, ma non vegano, “la donna che ha generato dei figli”, difficile che si smetta di esserlo. Se, invece, parlando di “mamma” si riferisce a chi si prende cura dei figli, cucina per loro, lava e stira i panni, allora andrebbe precisato che, oltre a proporre per le mamme del Lazio ore di lavoro pagate, dovrebbero essere previste anche ore di pensione pagate, visto che mamme, nell’accezione in esame, si resta fino ai 40/50 anni… dei figli, però, soprattutto se maschi. Peraltro, aspirante presidente Pirozzi, se il nome scelto per la sua lista è “Lista dello Scarpone” forse farebbe meglio ad aggiungere “e della Ciabatta”, preferibilmente ortopedica per le faccende di casa, e prevedere uno slogan tipo “mai sui tacchi”.
L’atroce dubbio che viene nel leggere le dichiarazioni di Pirozzi, è che l’energico sindaco sia rimasto intrappolato in qualche piega spaziotemporale dell’universo per secoli, ritrovandosi poi improvvisamente proiettato negli anni 2000, senza aver vissuto tutti i cambiamenti avvenuti nel frattempo nella società…. e, in effetti, il candidato nel corso del suo intervento afferma che «… il telefono mio è a disposizione di tutti ed è lo stesso da trent’anni», fornendo circostanziati elementi a sostegno di questa ipotesi.lavoro femminile min
Volendo, dunque, dotare l’aspirante presidente di qualche strumento in più da usare per orientarsi nel contesto socio-economico degli anni 2000, proviamo a partire da alcune informazioni utili per capire l’attuale stato dell’occupazione nel territorio regionale.
Il tasso di disoccupazione totale nel 2016 era pari, nel Lazio, all’11,2% per la popolazione di età compresa tra i 15 ed i 74 anni, ed al 7,7% per la classe 35 anni e più. Dati piuttosto incoraggianti che evidenziano una ripresa rispetto al sensibile aumento della disoccupazione rilevato a partire dal 2013, anno in cui il tasso aveva raggiunto per la classe 15-74 anni il 12% e per gli over 35 l’8,2%. Esaminando i dati di dettaglio per sesso, non emergono differenze particolarmente rilevanti, considerato che il tasso di disoccupazione femminile si discosta di poco da quello maschile e si attesta, per il 2016, all’11,6% per la fascia 15-74 anni e all’8,3% per la fascia oltre i 35 anni.
L’ottimismo dei dati aggregati, inizia già ad essere intaccato passando ai dati di dettaglio per fasce di età più ristrette, che fanno emergere subito le maggiori difficoltà incontrate dai giovani di età compresa tra i 18 ed i 29 anni, per i quali si rileva un tasso di disoccupazione del 30,5% nella componente maschile e del 27,4% in quella femminile. Solo di poco migliore la situazione nella fascia 25-34 anni, dove, però, va meglio ai maschi che si fermano al 16,1%, mentre le femmine raggiungono il 17,4%.
Fin qui, sembrerebbe quasi che le dichiarazioni programmatiche del candidato alla guida della Regione Lazio, Sergio Pirozzi, siano supportate dai dati, almeno da un punto di vista statistico economico, e verrebbe quasi da suggerire alle donne di anticipare alla fascia 18-29 anni la maternità, vista l’ampia disponibilità di coetanei maschi pronti ad entrare nel mondo del lavoro.
Il condizionale è d’obbligo, anche nel solo ambito statistico, perché passando ad un’analisi dei tassi di inattività, emerge un quadro ben diverso dello stato dell’occupazione nel Lazio.

(completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Il Lavoro è il problema

Partendo dalla fascia più ampia della popolazione di età compresa tra i 15 ed i 64 anni, infatti, la differenza tra l’universo maschile e quello femminile si presenta subito netta, con un tasso di inattività nel 2016 pari al 23,4% per i primi ed al 41,3% per le seconde.
Per chiarezza, il tasso di inattività è dato dal rapporto tra gli inattivi (persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o disoccupate) e la corrispondente popolazione di riferimento.
Quindi il 41,3% delle donne con età compresa tra i 15 ed i 64 anni neppure fanno parte della forza lavoro, cioè non hanno un’occupazione e neppure la cercano… le mamme tante care a Pirozzi, verrebbe da dire, anche se, da donna, mi riesce difficile associare il concetto di “mamma” a quel “non aver svolto neppure un’ora di lavoro in una qualsiasi attività” che identifica, in caso di retribuzione, il concetto di occupato.
Per essere sicuri di non trascurare niente, procediamo nell’analisi dei tassi di inattività per classi di età e notiamo che nella fascia 18-29, oltre ad essere confermate le difficoltà per i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, si mantiene la differenza tra la componente maschile della popolazione, che si ferma al 46,5%, e quella femminile, che raggiunge il 54,8%. Pur con dati complessivamente migliori, il tasso di inattività evidenzia un divario ancora maggiore nella fascia 25-34 anni con il 17,8% per i maschi a fronte del 32,6% rilevato per le femmine.
Ma è tra i 35 ed i 54 anni che la forbice di genere si amplia in modo netto ed evidenzia una profonda differenza nell’accesso al mondo del lavoro per la componente maschile rispetto a quella femminile. Se, infatti il tasso di inattività risulta pari al 6,5% nella fascia 35–44 anni e 9,5% nella fascia 45–54 anni per i maschi, per le femmine raggiunge, rispettivamente, il 25,2% ed il 32,7%. Se questo dato risulta, già di per sé preoccupante, va precisato che sull’intera regione pesa la particolare situazione di Roma che offre maggiori opportunità di impiego anche alle donne. A titolo esemplificativo, e peggiorativo, si consideri che, ad esempio, nella provincia di Frosinone il tasso di inattività risulta pari al 10,0% nella fascia 35–44 anni e 16,7% nella fascia 45–54 anni per i maschi, mentre per le femmine raggiunge, rispettivamente, il 40,0% ed il 50,8%... percentuali islamiche, verrebbe da dire!donne fornero min
Caro Pirozzi, la verità e che noi donne, le mamme le facciamo già, nell’accezione da lei evidenziata, solo che il problema non è certo allontanare ulteriormente le donne dalla forza lavoro, quanto sostenere tutte quelle mamme che lottano ogni giorno per mantenere un posto di lavoro, magari dequalificato e sottopagato, in un contesto territoriale che offre davvero poco in termini di interventi di sostegno alla conciliazione del tempo lavoro/famiglia e, quindi, alla maternità. Pagare una donna perché stia a casa a fare la mamma, significa introdurre un elemento di forte distorsione nel mercato del lavoro con il rischio di incentivare la rinuncia all’occupazione o, peggio, la diffusione di forme di occupazione nascoste, di lavoro nero. L’offerta di uno stipendio, infatti, potrebbe spingere le donne con figli a preferire una retribuzione certa oggi, senza rendersi conto di rinunciare così alla prospettiva di un redito da lavoro per i tanti oggi che seguiranno ai primi, difficili oggi di vita con i nostri figli.
Chi cerca lavoro, a prescindere dal genere, non lo fa solo per avere un reddito, ma anche e soprattutto per avere autonomia, dignità e per realizzarsi come persona mettendo a frutto competenze, attitudini, capacità e talenti. Pagare una donna per allontanarla dal mercato del lavoro, peraltro, sarebbe quantomeno contro natura, considerata la forte attrazione che mercati e mercatini esercitano notoriamente sulle donne.
Seriamente, proporre ad una mamma di stare a casa per occuparsi dei figli percependo in cambio uno stipendio, potrebbe anche essere un’opportunità, in presenza di un mercato del lavoro caratterizzato da dinamiche di ingresso, permanenza ed uscita dall’occupazione fluide ed equilibrate, ma finisce per somigliare più alla definitiva esclusione, nella situazione attuale, caratterizzata da notevoli difficoltà di ingresso soprattutto per persone prive di continuità nell’esperienza professionale, con periodi prolungati di assenza dal mercato stesso del lavoro.
Tutto questo, volendo ipotizzare, ovviamente, che davvero siano stati definiti, in un vero programma elettorale, le modalità di attuazione ed i costi della proposta del candidato Pirozzi. Ciò che, infatti, sembra di difficile attuazione, è delimitare il periodo per cui spetterebbe lo stipendio, la sua quantificazione, i requisiti da possedere per ottenerlo, maternità a parte che semper certa est. Letta così la proposta, se tutte le mamme se ne stessero a casa retribuite, chiuderebbero quasi tutte le scuole di ogni ordine e grado, si bloccherebbero molti uffici pubblici, ma anche guardare la televisione sarebbe molto meno interessante senza show girl e pubblicità, mentre proseguirebbero senza cambiamenti i campionati di calcio, ma sarebbe più difficile per i papà guardare le partite dovendo trascorrere più tempo con le relative mamme, pronte a vivere dinamici week end fuori casa per evitare il rischio di alienazione dopo una noiosa settimana di lavoro da mamma.
Se il senso dello “Scarpone” richiamato nella lista è dare valore alla fatica ed all’impegno, uniti al cuore degli Italiani, per la rinascita dello Stivale, allora forse, caro aspirante presidente, farebbe meglio a cercare il consenso di quelle donne che ogni giorno con fatica ed impegno si dedicano al proprio lavoro, fuori ma anche dentro casa, e se proprio le sta a cuore la rinascita dello Stivale, almeno quella economica, provi più semplicemente a proporre che “le donne tornino a fare le lavoratrici”, magari con qualche attenzione in più per quelle che sono anche mamme.


 
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Francesco Bruni: le piccole storie che fanno la grande storia.

FrancescoBruni 350 260di Lucia Fabi* - In questi giorni rimane alquanto difficile parlare della Resistenza perché si rischia di essere monotoni e ripetitivi.
Abbiamo ascoltato, fortunatamente non in tutte le commemorazioni, un susseguirsi di parole a volte fredde e distaccate che non hanno avuto la forza di arrivare al cuore delle persone. Fortunatamente sono le testimonianze dei sopravvissuti che infondono passione, esprimono sentimenti e ci conducono direttamente entro l’attualità ed agli ideali della Resistenza.
Da parte delle autorità costituite spesso si assiste ad una litania riproposta a scadenza fissa per poi ripiombare nell’oblio e nell’indifferenza, aspettando l’anno successivo, mentre oggi invece, più che mai, gli ideali della Resistenza dovrebbero rappresentare un percorso da seguire tutti i giorni.
Noi tutti siamo consapevoli di appartenere ad un’identità nazionale, ma non sempre ci si rende conto di far parte anche di una identità territoriale. L’intenzione di oggi è di avviare un recupero della conoscenza non solo di persone ed atti eroici compiuti in territori lontani, ma in particolar modo proporre storie di persone a noi vicine, raccontare di vite spezzate, molto spesso dimenticate e cadute anch’esse nell’oblio generale.

Il tributo della Ciociaria alla Liberazione

In Ciociaria ci sono state tante vittime, prevalentemente contadini,e uomini non organizzati in formazioni partigiane, ma che ugualmente hanno lottato per ostacolare le prevaricazioni e le ruberie provenienti dai nazifascisti. Nelle nostre zone ci sono state donne e uomini uccisi perché difendevano beni primari, necessari alla sopravvivenza dei loro familiari. Per molti di loro non c’è stato un ricordo, una lapide, l’intitolazione di una piazza o di una strada, o un, seppur minimo, riconoscimento. Quanti conoscono queste persone e le loro storie? Cosa è stato fatto per ricordarle ? Quanti sanno che qui, a Ceccano ci sono stati crudeli assassini come i fratelli Giovan Battista e Giacinto Capoccetta, Antonio Micheli, Giulio Polisena, Francesco e Vincenzo Zeppieri ? Certo sappiano di Luigi Mastrogicomo trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine ma pochi sanno perché venne ucciso. Quanti ricordano che 11 militari ceccanesi sono morti nei campi di concentramento tedeschi per non aver voluto aderire alla Repubblica di Salò?
Chi ha mai raccontato che in molti paesi della Ciociaria come ad es. a Patrica, Boville, Ripi, Alatri, Piglio Vallerotonda, Viticuso, Lucia Fabici sono state tante uccisioni di persone da identificarle come vere stragi?. Quanti conoscono la storia di Margherita De Carolis di Castro che nel gennaio del 1944 ha il coraggio di ribellarsi, difendere le sue vacche, cacciare tedeschi e collaboratori fascisti ma dopo un po’ deve soccombere perché colpita dal al fuoco nazista?

Gli sconosciuti

Chi conosce che tre cittadini di Castro di Volsci Giovanni Ceccarelli, Alfredo Andreozzi, Giovanni Ricci e due di Ceprano Costantino Valeri e Francesco Rossi furono imprigionati per quattro mesi, processati e fucilati a Paliano per essersi ribellati alla rapina nazista?
Amiche e amici presenti, non dobbiamo trascurare il fatto che i nazisti sparavano, ma erano i fascisti locali in camicia nera che li accompagnavano, compartecipando alle rapine, nelle famiglie dove sapevano l’esistenza ancora di farina e animali da razziare.
La grande storia non nasce dal nulla, ma scaturisce dal sacrificio di uomini semplici che hanno lottato contro le prevaricazioni e le ingiustizie sperando di poter vivere in un mondo migliore.
Non è solo la storia scritta sui libri che insegna la vita, ma lo è anche, e in alcuni casi soprattutto, l’esempio e il racconto trasmesso da genitori, nonni, parenti, vicini di casa, che rimane impresso nella nostra mente. Dobbiamo attentamente verificare dunque se nella nostra formazione civica è mancato proprio il passaggio dell’identità territoriale.
Abbiamo conosciuto la Resistenza solo attraverso l’esempio di alcuni uomini di spessore a cominciare da Pertini, ma ci siamo dimenticati delle cicia 350 200persone territorialmente a noi vicine. E’ stato un errore e, comunque un limite, perché è solo ricostruendo la storia attraverso le loro storie che ci sentiamo emotivamente coinvolti. Le nostre radici debbono essere salvaguardate perché solo rendendo visibili le vicende dei nostri uomini e donne, possiamo riappropiarci del sentimento di appartenenza
Della Resistenza ci hanno parlato di storie affascinanti, suggestive ed eroiche ma le abbiamo sentite lontane e sfocate mentre hanno tralasciato di farci conoscere le nostre storie che, seppur piccole, hanno espresso esempi di grande valore.
Ed è per avvicinarci alle storie di casa nostra che oggi va ricordato Francesco Bruni, giovane diciannovenne ceccanese nato il 31 ottobre 1925 e morto l’8 maggio del 1944 in ospedale a Roma, fra atroci sofferenze.

Francesco Bruni

Francesco Bruni proviene da un’ umile famiglia: figlio di Giuseppe, di professione calzolaio e di Regina. Trascorre la sua infanzia e prima giovinezza a Ceccano in via san Pietro. Non segue i genitori quando questi, per motivi di lavoro, si trasferiscono a Roma, ma rimane a Ceccano presso la nonna Elena Giudici e non sappiamo con esattezza quando si ricongiunge con i suoi genitori.
Elena Giudici, nel 1912, aveva costituito la Lega delle donne. Prima del fascismo apriva i cortei socialisti battendo il tamburo.
Dalle notizie lette nella teca sita nel Museo della Liberazione in via Tasso, terzo piano, cella n° 3, apprendiamo che il Bruni di professione è tecnico radioamatore. Il 9 settembre 1943 viene rastrellato dai tedeschi e inviato a Vicenza. Liberato dai partigiani del luogo partecipa ad azioni di disturbo nella zona di Arzignano, ritorna a Roma e continua la lotta fra Roma e Frosinone, sostenuto dalla madre Regina. In seguito a delazione le SS lo ricercano per aver partecipato ad azioni di sabotaggio contro autocarri tedeschi in transito su via del Tritone, Nomentana, Regina Elena e Crispi.
Il 25 gennaio 1944, proprio in quest’ultima strada, il giovane viene ferito gravemente da colpi di pistola sparati da un ufficiale tedesco che lo aveva pedinato. Viene trasportato all’ospedale S. Giovanni e qui isolato, piantonato e sottoposto a continui interrogatori da parte delle SS. Non rivelerà mai i nomi dei suoi compagni di lotta. Soffre atrocemente per le ferite subite e muore Il tavolo dei presentatoril’otto maggio dello stesso anno. Aveva solo 19 anni!
Sempre in via Tasso, accanto alla sua foto, sono esposte la sua sciarpa rossa, nella quale sono evidenti i fori di entrata dei proiettili e la camicia insanguinata.
Per evitare fraintendimenti va precisato che Bruni non è stato mai imprigionato a via Tasso.
Oltre alle notizie riportate è stata di aiuto la testimonianza orale di Loreto Terenzi, da poco deceduto, amico d’infanzia del Bruni, che ha fornito altri particolari come ad esempio la sua presenza, nell’autunno del 1943, a Ceccano per reperire armi e per prendere contatti con il generale Simone Simoni, convinto di poterlo incontrare a Patrica.
A Ceccano, il primo ad accennare a Francesco Bruni, è stato Tommaso Bartoli e dieci anni dopo ne ha parlato Luigi Compagnoni. Per tanti anni, anche dopo la fine della guerra, le attenzioni nei suoi confronti sono state inesistenti.

"Solo tre anni fa, abbiamo scoperto nell’Archivio Storico della città di Ceccano..."

Solo occasionalmente, tre anni fa, abbiamo scoperto nell’Archivio Storico della città di Ceccano che il Consiglio Comunale, il 16 novembre 1953, delibera che via Principe Umberto venga sostituita da via Francesco Bruni. Il provvedimento però non può essere esecutivo perché bisogna aspettare, così come prescrive la legge, il mese di maggio successivo, scadenza dei dieci anni dalla morte. Dopo questo atto non si hanno altre tracce
L’attività partigiana di Francesco Bruni non può essere separata da quella della madre Regina. La documentazione che la riguarda è depositata presso il Museo della Liberazione, conservata nella busta 15, fascicolo 22, messoci a disposizione dalla dottoressa Alessia Glielmi. Da tale preziosa documentazione abbiamo appreso che Regina Bruni è stata comandante di squadra delle formazioni di Giustizia e Libertà, nella 1a zona.
Il Generale comandate territoriale di Roma, Frattini il 31 luglio 1948 le assegna la Croce al merito per aver preso parte ad attività partigiana.Giovani che intervengono
Nel 1954 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi le conferisce l’onoreficenza di Cavaliere della Repubblica. Nel 1958 un’altro Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi le assegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica.
Quando Regina (1901-1959) muore il 25 gennaio 1959, il giornale La Giustizia, quotidiano del partito socialdemocratico, la ricorda con affetto e devoto riconoscimento, la indica come compagna, partigiana e socialista. Ne ricorda l’impegno nella formazione partigiana Giustizia e Libertà, assalendo le sedi fasciste per asportare armi, ricoverando nella sua abitazione famiglie di ebrei, ufficiali e cittadini ricercati e partecipando alla difesa di Roma il 9 settembre 1943 a Porta San Paolo.
Spero di aver fornito notizie utili alla conoscenza e per arricchire e approfondire ulteriori momenti. Una cosa mi sento di dire. Da quando abbiamo costituito la Sezione cittadina dell’ANPI si è compiuto un notevole passo in avanti sul tema della ricerca storica. E’ evidente che l’associazione può diventare uno strumento di studio ma anche di selezione del ceto politico cittadino. Per questo dobbiamo saperla difendere partecipando attivamente per preservarla da tentativi per ridurla al silenzio.

*Relazione di Lucia Fabi all'iniziativa del Circolo "Pequot" di Ceccano per Francesco Bruni - 28 aprile 2016

 
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Che fanno i partiti contro la criminalità organizzata?

Questore Filippo Santarelli 350 260di Ermisio Mazzocchi - Avrebbero dovuto avere una particolare considerazione le valutazioni del Questore di Frosinone, Dott. Filippo Santarelli, svolte in una intervista rilasciata a un giornale, sottolineando lo sforzo delle forze dell'ordine, dalla Questura e al Prefetto Dott.ssa Emilia Zarrilli, nella lotta alla criminalità organizzata. Credo che debba essere da parte di tutti apprezzato e considerato indispensabile.
Il Dott. Santarelli solleva un argomento rilevante rivolto all'importanza dell'impegno congiunto delle Istituzioni e delle forze di polizia per eliminare il crimine. Una ricerca delle Università di Torino e di Napoli rivela che i due potentissimi clan della Campania, i Mallardo e i Casalesi, hanno scelto il basso frusinate per "investire" nell’edilizia, nelle sale gioco, nei supermercati e nei caseifici. Le dichiarazioni di Antonio Iovine, capo indiscusso dei Casalesi, definiscono l’egemonia del cartello criminale più forte al mondo, dopo quello dei narcotrafficanti, e gli interessi del "feudo" di Casal di Principe nella città martire e in alcuni piccoli paesi del circondario.
Sono presenti sul territorio regionale 88 clan e 834 persone indagate, 339 imprese confiscate, 1447 persone hanno violato la normativa antidroga. Nel Lazio operano 35 clan appartenenti alla ‘ndrangheta, 16 a Cosa nostra, 29 alla camorra, 2 alla sacra corona unita e 6 mafie autoctone. Nella provincia di Frosinone sono presenti i clan Avignone-Zagaria-Viola della "Ndrangheta", i gruppi camorristici dei Casalesi, Belforte, Mallardo, ex Alfieri e Tolomelli, le bande facenti riferimento ai clan Di Silvio e Spada, e dei Trane della Sacra Corona Unita.
Il Lazio non è terra di mafia, ma terra per le mafie, che non puntano al controllo militare del territorio, ma al controllo di pezzi del tessuto economico-produttivo, divenendo un’immensa lavanderia. Un forte radicamento persiste nella provincia di Frosinone. Già nel 1991 la Commissione parlamentare antimafia evidenziò pesanti infiltrazioni camorristiche nei lavori di realizzazione della terza corsia dell’Autostrada del Sole. Sette lotti di lavori su undici furono controllati dai Nuvoletta (proprietario della Bitum-Beton) e dai Moccia di Afragola.
Di fronte a questo scenario è illusorio pensare che si possa migliorare la situazione, contando esclusivamente sull’azione delle forze dell’ordine e della magistratura. E' necessario un’azione sul versante delle prevenzioni nell’ambito della quale la politica è chiamata ad agire come soggetto primario e responsabile.
Il PD, che governa la maggioranza dei comuni della provincia, agisca con priorità per incalzare le proprie rappresentanze istituzionali a compiere scelte concrete ed efficaci per sconfiggere un sistema criminoso che potrebbe rafforzarsi. La crisi economica ha esasperato l'infiltrazione della criminalità organizzata da contrastare con una qualità della politica nella consapevolezza che esiste una emergenza nazionale. Nella sua agenda politica, il PD provinciale deve porre al primo punto l'apertura di un fronte di denuncia, di sensibilizzazione, di concreti atti amministrativi per la legalità e farsi promotore di una battaglia di tutti i cittadini onesti, dei rappresentanti delle istituzioni, degli imprenditori che devono essere liberi di poter svolgere la loro attività. Soprattutto dei giovani che devono costruire una nuova coscienza civica. Una sfida per difendere il senso più profondo del lavoro, della giustizia sociale, della democrazia stessa.
Opportuna una Direzione provinciale del PD esclusivamente dedicata a questo tema per dare il segno di una attenzione e di un impegno che non possiamo né rinviare né delegare ad alcuno. L'immobilismo sarebbe deleterio.

Ermisio Mazzocchi della Direzione PD
Frosinone 7 ottobre 2015 - Pubblicato su La provincia

 

 

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