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Ripensando alla diretta sul femminismo

FEMMINISMO OGGI

La domanda oggi: una società ridisegnata sulle esigenze delle donne

di Nadeia De Gsperis
TgTourism 20198 marzo e la continua lotta del femminismo 350 minLo scorso 7 aprile UNOeTRE.it ha tenuto una diretta dal tema “Femminismo tra passato e presente, cosa è cambiato dal XIX al XXI secolo” inserita tra gli eventi della rubrica PCICENTANNI. La diretta ha visto protagoniste/i Luciana Castellina, politica giornalista, scrittrice, Fiorenza Taricone, docente universitaria di dottrine politiche, già consigliera di Pari Opportunità e Paolo Zanone, artista di teatro (ARS Teatrando) e promotore del primo flash mob al maschile contro la violenza di genere tenutosi a Biella lo scorso 8 marzo.

Ritengo che le sollecitazioni sollevate dai nostri ospiti siano state molte e vorrei sottolinearne alcune.
La prima a cogliere un elemento di novità, nelle parole di Paolo Zanone, è stata Fiorenza Taricone che si è detta sorpresa dell’affermazione dell’artista
“di sentirsi piccolo”. Molti uomini, infatti, ammettono la NON conoscenza dei temi attinenti la questione femminile. Carla Ravaioli, nel suo libro “maschio per obbligo” cercava di capire gli infiniti condizionamenti dell’uomo in questo senso. Occorrerebbe, da parte degli uomini, un minimo di umiltà, la stessa che ha mostrato Zanone con la sua presa di coscienza, eppure, probabilmente, per il mondo maschile, aver avuto a che fare molto col potere non gli ha reso congeniale nel tempo il concetto di “umiltà”.
Paolo Zanone ha sostenuto che la forza di uno sguardo maschile su un altro uomo ha più incisività sebbene la “rieducazione” degli uomini sia un passo da fare insieme. Come la massa degli uomini, il suo sguardo di fronte a ogni tipo di violenza o disparità si risolveva in una indignazione che non aveva una dignità. Finchè un giorno, incalzato dalla domanda di una giornalista in tv che chiedeva “perché gli uomini non fanno nulla?” ha sentito di dover riacquisire quella dignità mancata. Confrontandosi poi con le nuove generazioni ha notato la stessa attenzione e necessità. Ecco dunque che bisognerebbe dedicarsi alla educazione dei maschi, e fornire ai bambini gli strumenti sin da piccoli.

Per quanto meravigliosa la nostra Costituzione, ha riferito invece Luciana Castellina, c’è un imbroglio di fondo, che ci vorrebbe tutti uguali di fronte alla legge, tutti uguali di fronte ai diritti. Ma tutti uguali non siamo, non nascono bambini neutri, nascono femmine e maschi e si è pensato che l’organizzazione della società fosse stata pensata per un bambino neutro ma il neutro corrispondeva al maschile che rappresentava il modello universale. Ora il punto di fondo non è l’accesso, ma la società si è organizzata socialmente e giuridicamente attorno a questo concetto che è la vera difficoltà da superare.
Le donne nel mondo e in Italia hanno fatto passi avanti, in magistratura, scuola, in campo manageriale, ecc. ma se andiamo a vedere più a fondo gli uomini manager per il 95 % hanno figli, le donne al 35 %, dunque le donne hanno dovuto rinunciare ad avere figli perché il lavoro è stato pensato per orari, ecc. solo per gli uomini.

C’è stata una donna nel PCI, Livia Turco, responsabile femminile del PCI che pose al centro la questione delle donne e il fatto che tutto fosse disegnato sui tempi degli uomini e non delle donne.
Oggi Le quote rose hanno valore simbolico, e probabilmente è giusto dimostrare che possiamo essere tutto ma non è questo il punto. Bisogna valorizzare le differenze e pretendere che la nostra società sia ridisegnata sulle esigenze delle donne.
La grande contraddizione tra virtuale e materiale, continua la Taricone è che il lavoro di cura delle donne è costantemente sottovalutato e sottopagato è reale e non virtuale.

Il femminismo è stato costruzione di una identità che era mediato da uno sguardo maschile, il termine sorellanza era un termine politico, condivisione di ideali e non di sangue, sorella di sangue. Il confronto nei collettivi femministi non era tra donne ma politico. Oggi è di nuovo desueto, rimpiazzato da una strategia mediatica che somiglia più a una lotta tra galline che un confronto tra donne, sostiene la Taricone. La sorellanza era utile politicamente. Perfino la fraternitè non ha un equivalente femminile eppure le donne sono state spesso protagoniste nella Rivoluzione francese.

Oggi come allora il linguaggio non è neutro così come non lo sono i bambini, ma esprime sempre un rapporto di potere.
E il femminismo non è un “ismo” morto, ma si è dovuto confrontare nel tempo con l’individualismo e con il qualunquismo e poi ancora con una pandemia che ha acuito le storture, e con la più grande contraddizione, la violenza di genere. Quest’ultima è una stortura evidente di un rapporto relazionale che non funziona e che Paolo Zanone sembra aver colto molto bene che con gli altri artisti ha sfilato indossando gli abiti migliori.

Quello che doveva contraddistinguerli era una paradossale professionalità e serietà, una processione lenta non solo per rispetto delle normative anticovid, ma interpretare una interpretazione scenica, una passeggiata di un’ora prima del flash mob, in un sabato cittadino molto frequentato, dove l’attenzione verso un uomo ben vestito con le scarpe rosse è stato uno sguardo di curiosità che poi è diventato di riflessione. “Eravamo una compagnia teatrale e dovevamo intercettare tutti gli occhi maschili e non siamo riusciti a incrociare nessuno sguardo, il senso di disagio era alto. Era quello che speravamo, destare un punto interrogativo.”

 

Il video trasmesso in diretta

 

 

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Femminismo ieri e oggi. Diretta on line, 7 aprile

Mercoledì 7 aprile 2021 ore 18
FEMMINISMO IERI E OGGI
COSA E' CAMBIATO DAL XIX AL XXI SECOLO

Diretta online di UNOeTRE.it. In dialogo con Nadeia De Gasperis¹, Luciana Castellina², Fiorenza Taricone³ e Paolo Zanone⁴, la novità, perchè è promotore del primo Flash Mob a sostegno delle ragioni delle donne, tutto al maschile: "UOMINI IN SCARPE ROSSE"

scarperosse 390 min 1Da molti anni sosteniamo che è importante schierarsi dalla parte della lotta contro la violenza che colpisce le donne e, purtroppo, anche inesorabilemente. Non solo solidarietà che pure è importante, ma condivisione delle ragioni della loro lotta per un avera parità di diritti, per godere di tutto il rispetto che ogni persona merita, sempre, verso la propria dignità. L'uomo schierato dalla parte della donna, convinto del rispetto che le deve, è una scelta di civiltà e prepara l'solamento dei violenti e degli incivili. Il 26 febbraio di quest'anno c'è stato un segnale manifesto e concreto di questo impegno senza incertezze. Come una odierna cometa di annunciazione, ha brillato da Biella per iniziativa di un uomo: Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella.

Di nostro per ora non aggiungiamo altro. La cosa migliore, in attesa della diretta on line, crediamo sia far parlare il comunicato che annunciò il flash mob su newsbiella.it il 26 febbraio 2021.

«Dai piedi del Mucrone, il monte che stagliandosi nel cielo disegna, secondo l’immaginario locale, il profilo di una donna placidamente addormentata, prende forma “Uomini in scarpe rosse”, il primo flash mob tutto maschile contro la violenza sulle donne. L’idea è venuta a Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella, dopo aver saputo del tweet sul tema scritto da Milena Gabanelli e delle relative reazioni.

“Ne ammazzano una al giorno – si legge nel tweet pubblicato dalla giornalista il 21 febbraio – ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è cosa da maschi proteggere le donne?”.

“Quando ho appreso – commenta Paolo Zanone – che nessuno degli esponenti della cultura, seppur sollecitati, si è messo in gioco, mi sono sentito chiamato in causa, come uomo e come persona che opera nel settore, seppur in un contesto piccolo come quello biellese”.

Ha quindi chiamato a raccolta gli uomini della compagnia, che hanno prontamente risposto. Sabato 27 febbraio alle 15,30 gli attori di Teatrando partiranno quindi dal Ponte della Maddalena, vicino alla loro sede, e saliranno verso Riva per poi percorrere via Italia fino alla Fons Vitae. Il momento clou del flashmob si concentrerà tra Palazzo Oropa e piazza Santa Marta.

Opportunamente distanziati, sfileranno, indossando scarpe rosse e mostrando alcuni cartelli con messaggi “da uomo a uomo” sul tema. Altri uomini potranno accodarsi spontaneamente, rispettando le norme in vigore e indossando qualcosa di rosso.»

1) Vicedirettrice di UNOeTRE.it
2) Politica molto conosciuta, giornalista e scrittrice italiana, parlamentare comunista, più volte eurodeputata;
3) Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Scrittrice,
4) Direttore artistico della compagnia "Teatrando" ideatore del flash mob “Uomini in scarpe rosse”. Di Biella

 

 

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Per Lidia Menapace

DONNE Storia e Futuro

...mi tocca sperimentare quanto non sappiano di lei, di ciò che ha fatto per tutte..

di Fiorenza Taricone
LidiaMenapace 370 minMi sento analfabeta, come una che non ha mai scritto, e che non sa come compensare una perdita così grave; penso solo ad una società capitalista che ha inebetito i giovani facendogli credere che sono quel che hanno e che come sempre mi tocca sperimentare quanto non sappiano di lei, di ciò che ha fatto per tutte, insegnandoci a dissentire con forza; guardo ai guai prodotti da quelli che chiamo i tre fratelli, capitalismo, liberismo e sessismo e mi chiedo quanto impari sia la nostra sfida; i miliardi della Next Europe Generation non basteranno mai a ricostruire le persone dal di dentro.

Nel vuoto che lascia la sua scomparsa fisica, ripenso alle due ultime occasioni in cui ho visto lei e il suo sguardo che continuava a essere gioioso, nonostante l’età, le scelte, le lotte contro la massima delle distruzioni, la guerra. Nel 2016, per i 70 anni dell’Unione Donne in Italia, durante la manifestazione Fare storia, custodire memoria, 1945-2015, grazie all’infaticabile Vittoria Tola, in una delle sale della Camera, guardavo prima di parlare le tre donne sedute al tavolo: Lidia Menapace, Marisa Ombra da poco scomparsa e Marisa Cinciari Rodano. Le guardavo sentendomi onorata della loro pervicacia e della loro eredità. E poiché avrei parlato di lì a breve del primo e secondo associazionismo: i corpi, la casa, la parola, osservavo i corpi, concentrato di tante esperienze, corpi come libri, corpi come casseforti, corpi avari nel cedere sulle convinzioni, ma terribilmente generosi.

Mi ero meravigliata che un corpo così minuto come quello di Lidia avesse affrontato la Resistenza senz’armi, il distacco dal suo primo partito, le lotte femministe, i dissensi rispetto alle parole che non lasciavano ombre dietro di loro. E pochi anni dopo, nel 2018, in un torrido clima estivo, di quelli che consigliano alle persone non più giovani di restare a casa, ecco scendere dal treno dal nord, la stessa figura minuta. Eravamo dirette al Castello dei Conti di Ceccano, nel basso Lazio, in occasione del I Festival di Filosofia in Ciociaria, Restiamo Umani, organizzato da Paola Bucciarelli; una sessione s’intitolava Sebben che siamo donne: storie di donne e della resistenza taciuta. Sono tornata a chiedermi se la coerenza, la convinzione degl’ideali, la lotta per sé e per gli altri, desse felicità. E mi sono riposta che sì, certamente nel caso di Lidia; durante l’incontro ci aveva appunto ricordato che bisogna essere gioiose e godere degli aspetti positivi, come il buon vino, il buon cibo e l’allegria.

E, mi sono ricordata che, allora come ora, pochi parlano dell’aspetto festoso del movimento femminista, ricordano solo quello giustamente rabbioso, oppure lo occultano, come oggi nel servizio della Rete La 7, in cui fra le poche cose ricordate, l’impegno femminista neppure compariva e neanche che sia stata fra le candidate della Presidenza alla Repubblica. Generosa inutilmente? Per noi tutte no, noi la ringraziamo.

 

pubblicato sul Paese delle Donne on line - 7 dicembre 2020

 

 

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La proprietà del corpo equivale alla dignità

prostituteeclientidi Fiorenza Taricone - La proprietà del corpo equivale alla dignità
Fra le tante ricorrenze storiche del 2018, una in particolare non ricorda la lotta per diritti ormai acquisiti, ma semmai al contrario, ci rammenta tutte le inadempienze e le drammaticità rimaste intatte. Parliamo della prostituzione forzata, quella che nel 1958 la senatrice Lina Merlin riuscì a far abolire nelle cosiddette case chiuse dopo dieci anni di lotte fuori e dentro il Parlamento. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Non è lavoro
  2. Comunicato parte 1
  3. Comunicato parte 2

Prostituzione non è “lavoro”

La legge 20 febbraio 1958 n. 75, prima legislatura nell’Italia repubblicana, mirava a abolire le cosiddette case chiuse, “privando così gli uomini italiani di quel luogo di potere e piacere che cancellato ormai ovunque era sopravvissuto in Itala per scelta del regime fascista. Aveva contro il suo partito quello comunista, (il socialdemocratico fiorentino Pieraccini fu in Parlamento uno dei più accaniti e rabbiosi avversari), i benpensanti la borghesia, la stampa (fu attaccata e ridicolizzata con vignette, canzoni, facendo riferimento anche alla sua non più tenera età) e soprattutto la cricca del proprietari delle case) .
Leggendo gli Atti Parlamentari, e le lettere che le prostitute le inviavano per farle conoscere la loro reale situazione, mettendola in guardia dai pericoli che correva, e per incoraggiarla a non demordere, il paragone con l’oggi è sconsolante. A quella che le associazioni femminili ai primi del Novecento e fino alla legge Merlin, chiamavano tratta delle bianche, riferendosi alle italiane e al massimo alle europee, si sono aggiunti nel bagaglio dello sfruttamento la prostituzione omosessuale, non citata negli anni della Merlin, quella minorile, perché per la prostituta l’età aveva importanza solo ai fini della redditività, e infine nell’era del web il mercato globale della prostituzione.
La mappa geografica della prostituzione ha colori della pelle variegati, non ha confini, e quasi non ha età. Redditizi sono i mercati a essa collegati: dalla pornografia, alla vergognosa tratta che oggi non riguarda, come prima, donne dalla pelle bianca, ma un reato, quello della riduzione in schiavitù, prostituzione omosessuale come scelta di sopravvivenza e non come modo di essere. In Italia è stato il femminismo, partendo dal principio praticato dell’autodeterminazione femminile, a considerare la prostituzione femminile come un’inequivocabile forma di sfruttamento del patriarcato, che invece di essere tramontato dopo gli anni Settanta, ha assunto nuove modalità di esistenza e resistenza. In anni come questi in cui la cultura e l’approfondimento certo non vanno di moda, sono state presentate da politici e non, proposte per risolvere la prostituzione coatta; non denotavano un approfondimento culturale, ma sono state largamente condivise anche dai e dalle giovani, che si può sintetizzare con la proposta di riaprire le case chiuse, all’insegna della semplificazione, come molte ricette oggi, dove la complessità fa paura, è impegnativa, ed esige uno sforzo. Meglio credere quindi che un problema diventato assai più complesso degli anni della Merlin si possa risolvere con un certo fair play, mescolato all’anticonformismo (falso) e a una certa spregiudicatezza intrisa d’ipocrisia.
Ecco allora una delle ricette: considerare la prostituzione un lavoro a tutti gli effetti, e le donne delle sex workers, proposta peraltro già avanzata negli anni Settanta dal movimento delle lucciole, guidato da Carla Corso. Personalmente, non ritengo la prostituzione un “lavoro” come gli altri, il corpo femminile che si prostituisce non è un corpo “al lavoro”, ma una dignità offesa, qualunque sia l’adattamento che ragazze e donne abbiano trovato nel corso del tempo. Ho condiviso quindi e firmato il Comunicato che segue proponendolo ai lettori e alle lettrici, se non per la firma, almeno per la riflessione. (per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Comunicato della rete abolizionista italiana per l'approvazione della legge sul modello nordico

Colpire la domanda di prostituzione dei clienti è colpire al cuore lo sfruttamento sessuale e la tratta delle donne.
Le sottoscritte organizzazioni femminili e femministe, in linea con la risoluzione europea del 26 febbraio 2014 (Honeyball) e con la Convenzione di Istanbul, ribadiscono che la prostituzione è una forma di oppressione e violenza sulle donne, che colpisce la nostra libertà, la nostra dignità come cittadine, la nostra salute e ostacola lo sviluppo della parità tra le future generazioni di donne ed uomini.

La prostituzione costituisce la più grave minaccia alla libertà, alla salute e alla promozione sociale delle donne, non solo di quelle intrappolate nella tratta degli esseri umani: di tutte le donne (La risoluzione europea del 26 febbraio 2014).
La prostituzione è un fenomeno di genere che riguarda tutte: in essa vi sono implicate 87% donne e bambine (dati europei); 7% uomini, 6% transgender; e i clienti sono più del 90% uomini. La domanda di prostituzione da parte degli uomini non si ferma alle donne, coinvolge anche i minori e mette a rischio la vita e la salute di tanti bambini e bambine.
Ognuna di noi sente il diritto e il dovere di porre in atto la difesa dei diritti acquisiti: anche della legge Merlin, n. 75 del 1958, una delle prime ad aver stabilito con chiarezza che nessun uomo ha diritto di proprietà, anche temporanea, su una donna.
Il pagamento delle prestazioni sessuali è una forma di proprietà temporanea inammissibile e soprattutto una forma di violenza maschile contro le donne e i minori, criminogena e insieme complice di crimini contro la persona perpetrati da reti criminali organizzate. Il denaro non elimina, ma serve solo ad occultare l’abuso sessuale commesso, come dice Rachel Moran sopravvissuta alla prostituzione e attivista di SPACE (associazione globale di donne fuoriuscite dall’industria del sesso) "nella prostituzione non viene comprato il sesso, ma l’abuso sessuale".
Tutte le forme di contrasto ai commerci illegali e criminali implicano la punibilità del compratore e indicano la fattuale complicità dei clienti, nel caso della prostituzione il cliente viene invece protetto e tutelato in deroga al principio di eguaglianza tra cittadini.Libertà di prostituirsi prostitute nigeriane 350 260 min
Le forme legali di esercizio imprenditoriale del lenocinio, in Europa e mondialmente, hanno aperto un mercato che rende inefficaci le protezioni per le vittime della tratta e della prostituzione organizzata.
Di fronte agli esiti disastrosi sulle vittime, nei paesi legalizzatori, è stato introdotto il principio del rischio “consapevolmente assunto” da chi vende prestazioni sessuali, il che comporta che le lesioni volontariamente inferte alle prostitute non sono di fatto perseguite penalmente.
Per quanto riguarda il modello Germania, secondo le inchieste e i dati riportati da Der Spiegel, già nel 2013, e successivamente confermati dalla polizia tedesca, dalle associazioni impegnate nella lotta contro tratta e sfruttamento sessuale e dal gruppo di psicologi esperti di traumi ( rappresentati da Ingeborg Kraus), dopo l’approvazione della legge nel 2002 è in atto una grave violazione di diritti umani delle persone prostituite: si registra un aumento della tratta a scopo sessuale riguardante in particolare le donne dei paesi dell’est che costituiscono il 95% del totale delle donne prostituite nei bordelli tedeschi, che nella maggioranza dei casi (solo 44 su 400.000 sono 'registrate' ). La polizia poi lamenta l’impossibilità di fatto di individuare i casi di tratta nascosti dietro la presunzione o la dichiarazione resa (sotto ricatto) di una libera scelta . Il tutto in un sistema sostanzialmente iniquo di controlli sanitari che garantiscono solo il cliente, in quanto effettuati solo sulle donne.
Nel 2016 un’ulteriore inchiesta del Daily Telegraph ha confermato il dato in crescita della tratta, interna all’Europa, di donne dei paesi più toccati dalla crisi e un aumento del volume d’affari dei bordelli legali che arriva a toccare i quattro punti percentuali di PIL. Le donne, anche minori, Greche, Moldave, Serbe, Bulgare, Rumene e Montenegrine sono le più colpite dalla tratta interna all’Europa. L'intero documento si può scaricare e stampare, clicca sul link che segue NO PROSTITUZIONE  (per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

La regolamentazione porta ad un’espansione incontrollata del mercato del sesso 

Uno studio condotto dalla London School of Economics su 150 paesi ha dimostrato come la regolamentazione porti ad un’espansione incontrollata del mercato del sesso e aumenti in modo evidente la tratta a scopo sessuale, le violenze e le morti. (Legalized Prostitution Increase Human Trafficking? by Professor Eric Neumayer, 2013)
La marginalizzazione delle prostitute è un fenomeno che dunque è legato alla mancanza di contrattualità nei sistemi di reclutamento, alla violenza e alla povertà che annullano la libertà di scelta.
Il danno politico e sociale che viene arrecato alle cittadine nel prefigurare uno scenario che normalizza la prostituzione e la tratta è incalcolabile soprattutto in paesi come il nostro dove l’esigibilità dei diritti e il controllo della legalità sono ancora molto fragili e corruttibili. Non ultimo è il danno che si ripercuote sulle future generazioni come codifica della disparità tra uomo e donna che normalizza anche la violenza che da essa origina, come dice il preambolo della convenzione di Istanbul.
La passata esperienza di legalizzazione (fino al 1958) nel nostro paese ha rappresentato la naturale “evoluzione di un servizio reso ai soli uomini coscritti”, poi esteso a tutti gli uomini in zone cittadine circoscritte separate con muri (ancora visibili) dal resto delle città, muri che irrimediabilmente sarebbero ricostruiti, visto che la legalizzazione è richiesta dai benpensanti per nascondere, separare, ghettizzare la prostituzione contraddittoriamente e profondamente voluta.
L’inaccettabilità della prostituzione non è in discussione per noi, tuttavia intendiamo denunciare il pensiero diffuso sull’ineluttabilità della stessa e la cultura che la sostiene, antica come lo stupro come arma di guerra.
La complicità delinquenziale dei clienti può essere banalizzata solo in un quadro che istituzionalizza l’esercizio del sesso come bisogno unilaterale, che presupponebargirl 350 260 min l’acquisto dei corpi.
La regolamentazione dello sfruttamento e la depenalizzazione del favoreggiamento, presuppongono appunto quel quadro ideale.
Le argomentazioni umanitarie secondo le quali luoghi ad hoc controllati sarebbero sede di protezione delle donne sono smascherate dalla stessa impossibilità del controllo sanitario dei clienti, della ineluttabile schedatura delle donne, da quella che sarebbe la necessaria resa “all’approvvigionamento di donne prostituite” (per soddisfare la crescente domanda della clientela) attraverso la tratta interna ed esterna all’Europa”.
Chi proclama la necessità dell’emersione, attraverso la legalizzazione, della prostituzione, lo fa in una realtà che non deve far più emergere nulla visto che tutto avviene sotto gli occhi di tutti ed è cinicamente tollerato, in particolare la violenza perpetrata dai clienti. Il dieci per cento di tutti i crimini sessuati contro donne e bambine, stupro, percosse, ferimenti e uccisioni sono perpetrati su prostitute. Nella prostituzione la donna è oggetto di violenza non solo da parte dei trafficanti ma anche da parte dei clienti che ne richiedono 'i servizi sessuali'.
Nella prostituzione (non solo di vittime di tratta) è maggiore la violenza che le donne subiscono (il 35% in più di violenza rispetto alla popolazione femminile generale con un 26% in più di dipendenza da alcool e droghe) e maggiormente è in pericolo la salute:
- Il rischio di HIV è di 13.5 volte più elevato che nella popolazione generale femminile (dati OMS), Il disturbo post traumatico da stress è presente nel 68% dei casi e nell'80% è presente la depressione; i livelli di dissociazione sono similari a quelli della popolazione psichiatrica. Inoltre secondo un recente report condotto dal ginecologo Wolfgang Heide, le donne prostituite in Germania a 30 anni hanno già segni di invecchiamento precoce, hanno inoltre una serie di disturbi psicofisici quali: dolori cronici addominali, gastriti e infezioni frequenti e ogni tipo di malattie a trasmissione sessuali,
Di contro alle realtà regolamentariste in Europa (tra cui principalmente la Germania come il bordello più grande d'Europa), è stato ampiamente dimostrato - da numerose ricerche - come il modello abolizionista/nordico sia l’unico efficace nel contrasto alla tratta e allo sfruttamento sessuale; dall’approvazione di questa legge abolizionista in Svezia, la prostituzione di strada è dimezzata, nessuna persona prostituita è stata uccisa (contro le 123 donne uccise da clienti in Germania) e dalle intercettazioni della polizia emerge come i trafficanti definiscano la Svezia “a bad market” e spostino i loro traffici in paesi regolamentaristi come la Germania dove possono agire in un regime di totale impunità.
Noi chiediamo e sosteniamo con forza l'approvazione di una legge del parlamento Italiano che, in adesione al modello abolizionista (nordico e francese) e considerando la prostituzione una forma di violenza sulle donne (Risoluzione europea Honeyball), introduca anche nel nostro paese il contrasto alla domanda di prostituzione, attraverso la esclusiva penalizzazione dei clienti (dove il reato è costituito dall'acquisto di servizi sessuali e non dai servizi resi da chi è prostituita) e fornisca alle donne alternative concrete attraverso percorsi di fuoriuscita dalla violenza, in linea con la Convenzione di Istanbul.

Promotrici dell'iniziativa: UDI Napoli -Salute Donna -Resistenza Femminista -Iroko Onlus -Aderenti alla rete: Teresa Potenza - Maria Luisa Nolli.

Sotto l'elenco delle adesioni al nostro comunicato (in allegato), al quale è possibile aggiungere le firme fino all'invio alle forze politiche a Settembre. Le promotrici dell'iniziativa: UDI Napoli Salute Donna Resistenza Femminista Iroko Onlus Aderenti alla rete UDI di Catania UDI Monteverde Arcidonna Dream Team Donne in Quota Articolo 1 Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII Nuovi orizzonti ArciLesbica Coordinamento Nazionale donne della Cisl Coordinamento donne Cisl Campania Coordinamento donna Cisl Napoli Associazione I Girasoli dell’Est Donne Insieme Senonoraquando Genova Il Ricciocorno Schiattoso Associazione GMA di Napoli Associazione Ebano di Milano Elvira Reale Stefania Cantatore Esohe Aghatise Irene Ciambezi Giovanni Ramonda Teresa Potenza Anna Letizia Laura Capobianco Pina Tommasielli Liliana Ocmin Maria Luisa Nolli Carla Cantatore Giovanna Crivelli Fiorenza Taricone Raffaella Capuozzolo Emanuela Mariotto Gabriella Ferrari Bravo Maria Pia Marroni Enza Tempone Geraldina Speranza Roberta Trucco Chiara Lo Scalzo Michelangela Barba Lucia Ferilli Marcella De Carli Maria Esposito Siotto Andrea Mazzeo Fazio

L'intero documento si può scaricare e stampare, clicca sul link che segue NO PROSTITUZIONE

 


 

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I volti della parità nel mondo

Nessunaviolenzacontroledonne 350 260di Fiorenza Taricone - I volti della parità in ottica internazionale
Il Novecento, secolo breve secondo la celebre definizione di Eric Hobsbawm, per la densità e la velocità degli avvenimenti che lo hanno contraddistinto, è passato alla storia anche, e correttamente, per un primato assai poco invidiabile di eventi sanguinosi e violenti; lo ricorderemo come un concentrato di atrocità: pogrom, campi di concentramento, olocausto, atomica di cui quest’anno si ricorda il 70° anniversario, passando per gli stupri civili come le marocchinate in Italia a guerra finita con i tedeschi in ritirata in Italia, per finire con la pulizia etnica nei Balcani. Francisco Goya non immaginava che a pochi secoli come questo si sarebbe adattato il titolo del suo celebre dipinto di fine Settecento: Il sonno della ragione genera mostri.
La prima guerra mondiale e la seconda hanno dato inizio e proseguito una strategia di globalizzazione della violenza, in cui l’internazionalismo no war ha subito pesanti sconfitte. Non a caso, invece, nel periodo più lungo di pace che l’Europa ha conosciuto, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, è nata invece una rivoluzione del tutto pacifica, che continua a dare i suoi frutti; parliamo della rivoluzione femminile, o se si vuole del neo-femminismo degli anni Settanta del Novecento, che aveva anche in altri paesi extra europei, Inghilterra e America, una tradizione nei secoli precedenti. I movimenti emancipazionisti, femminili e femministi, fin dal XVII secolo, in connessione con le scoperte geografiche che mostravano come il mondo non finisse dopo le colonne d’Ercole, nasceva inevitabilmente in ottica internazionale, perché il genere femminile, più della classe, più della razza, più delle nazionalità, era trans-nazionale.

Una rivoluzione profonda e radicata ovunque

Una rivoluzione non sanguinosa, anche se può sembrare contraddittorio perché il lessico della storia tradizionale ci ha insegnato ad accoppiare il termine con lutti e violenze; aspra certamente in tutti i paesi europei ed extra europei dove le donne, ben visibili sulla scena pubblica, hanno fatto sentire la loro voce, dove talvolta alle manifestazioni sono seguiti scontri con le forze pubbliche, occupazioni di luoghi “di donne”, sit, marce, proteste, ma nessuno ha dovuto piangere una scomparsa. E in un secolo come il Novecento, con le caratteristiche sopra ricordate, non è poco. “Si tratta della più profonda e radicale trasformazione sociale, politica e culturale mai avvenuta, certamente non la sola rivoluzione del XX secolo, ma l’unica destinata a oltrepassarlo”(G. Conti Odorisio, La rivoluzione femminile).
Due sono le domande preliminari che viene spontaneo porsi, anche a chi non è addetta ai lavori: come hanno fatto le donne della prima metà del Novecento a uscire dai limiti del provincialismo mentale e geografico, e quindi a far diventare la questione femminile transnazionale; e come il web ha incrociato le tematiche della parità di genere.
Una rapida riflessione sui mezzi che le donne del primo Novecento avevano per comunicare, fa capire con immediatezza quanto gli sforzi per costruire una rete di genere fossero cospicui. La lotta per la parità fra i sessi per nuovi diritti, per l’abolizione di vecchi privilegi di un sesso rispetto all’altro aveva bisogno di essere comunicata, per diffondersi e diventare non più battaglia d’élite, ma di massa. Essere presenti nei convegni internazionali, ma prima ancora nei meetings, nelle riunione delle associazioni in città appartenenti alla stessa nazione diventava possibile con un sistema ferroviario sviluppato che nella prima metà del ‘900 era sviluppato in alcuni paesi come l’Inghilterra e la Francia, molto meno in altri; una stampa di documenti, circolari, articoli, programmi e relazioni di convegni, che certo non si avvaleva del digitale, delle fotocopie, né del fax, o della macchina da scrivere inventata nella seconda metà dell’Ottocento, ma diffusa solo decenni dopo insieme alla popolare figura lavorativa della dattilografa, fra le prima lavoratrici del settore impiegatizio. Tutte le invenzioni di fine secolo diventano di uso comune solo progressivamente, nell’esplosivo Novecento, e non per tutte le classi sociali in contemporanea. Sempre nel secolo del positivismo, del trionfo della scienza, le prime metropolitane fanno la loro comparsa non solo nelle città più note, come Londra, ma in altre meno note all’opinione pubblica internazidiritti umani donne 225150onale, come Budapest e Istanbul. Così il telefono, inventato solo alla fine dell’Ottocento, l’illuminazione elettrica, che consentì ritmi di lavoro di scrittura più liberi, perché non più basata solo sulle candele o sul gas, ma anche la forza delle immagini che emanava dalle fotografie e poi dal cinema, furono d’aiuto alle tante donne impegnate nella costruzione di una rivendicazione di genere collettiva, a far circolare nella quotidianità idee progressiste, a pubblicizzare i gesti delle ribelli, a far conoscere la condizione femminile in paesi lontani, compreso l’odierno Islam.
La forza delle idee, unitamente alle possibilità offerte dalla nascente tecnologia, che mutò le condizioni di vita e di lavoro ben prima del web, ebbe un effetto fortemente unificante nel mostrare che le donne, a prescindere dalla classe di appartenenza, dal livello d’istruzione, dallo stato civile, erano tutte ugualmente prive di diritti; certamente la ricchezza indorava la pillola, ma i matrimoni non scelti, le maternità non volute, gli aborti e gl’infanticidi, i destini precostituiti, le professioni proibite in Italia almeno fino al 1919, il diritto di cittadinanza, in Italia e in Francia fino al 1945, disegnavano destini comuni, il cui unico collante era l’essere di sesso femminile.

Siamo tutti in debito con il femminismo

Al femminismo internazionale e all’Onu donne e uomini sono debitori del ciclo delle grandi conferenze internazionali, a partire da quella di Città del Messico nel 1975, proclamato anno internazionale della donna; a seguire Copenhagen nel 1980 e Nairobi nel 1980. Furono momenti fondanti dell’internazionalizzazione del femminismo novecentesco, le premesse della IV Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, unitamente agli sforzi della Comunità europea, con la diffusione delle politiche di pari opportunità, e l’incentivazione a istituire organismi istituzionali per monitorare e incentivare politiche di pari opportunità. La trasmissione parziale di questo patrimonio, almeno per l’Italia, oltre a essere una mancata prova di democrazia del sapere, è un atto di voluta parzialità di un patrimonio del sapere collettivo. Le donne hanno lottato in tutto il mondo e in gran parte di esso lo fanno ancora, per i diritti fondamentali, compreso anche il diritto di non essere cancellate o travisate. In questo il ruolo della rete è fondamentale, perché la rivendicazione del diritto all’oblio ci porta nella situazione opposta, quella di non poter decidere se esserci o no.
Un tipico esempio è la presentazione più banale che viene fatta degli anni Ottanta, che per il genere femminile ha costituito un modello di internazionalizzazione delle politiche di pari opportunità. Lo ricordava Agata Alma Cappiello, nel suo libro Infrangere il tetto di vetro (1999), non molto tempo prima di lasciarci. Alla domanda di Serena Cipolla:
Degli anni ’80 si è parlato molto. I giudizi espressi sono prevalentemente negativi. Telefonini che squillano senza sosta, rampantismo, cultura dell’apparire, vite vissute come uno spot pubblicitario, valori come quello della famiglia, messi da parte. Tutto ciò è quanto rimasto prevalentemente nella testa degl’italiani?
A mio parere questa è una visione parziale di un periodo di grandi cambiamenti e trasformazioni e, pertanto, va interpretato in profondità. Basta pensare per esempio a tutto il lavoro fatto dalle donne e nella politica, sulle spinte della protesta femminista del decennio precedente. Proprio negli anni Ottanta, infatti, nel nostro Paese c’è stato l’avvio delle politiche istituzionali in favore delle donne. Sono stati realizzati gli organismi di parità centrali e locali; è cresciuta la presenza delle donne nelle istituzioni. E poi, non si può dimenticare la profonda modificazione della società per l’emergere dei valori e della cultura delle donne. Questo cambiamento ha prodotto un diverso modo di concepire i rapporti fra i sessi e per le donne, l’acquisizione della consapevolezza di sé: un processo reso possibile anche dall’entrata massiccia nel mondo del lavoro.
Il web ha reso possibile lo scambio in tempo reale di prassi che nascono da paesi lontani da quell’Occidente dove il neo femminismo ha avuto inizio, vedi ad esempio la pratica di quello che sarà chiamato femminicidio in America Latina. Ma ancora più recentemente il ruolo delle donne nella cosiddetta primavera araba, quasi ignorato dai media tradizionali. Scambi di riflessione, campagne d’opinione, petizioni, pubblicazioni on-line di testi dimenticati dalle nuove generazioni, disegni e proposte di legge, nuovo lessico, immagini simbolo di una condizione femminile affatto esaltante in buon parte del mondo, invadono il nostro immaginario, con tutti i rischi di un confronto virtuale così diverso dal corpo a corpo del femminismo novecentesco.

 
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I centimetri non fanno l’intelligenza. Una gara al ribasso

fiorenzataricone 350 260Fiorenza Taricone - Queste righe di riflessione e insieme di risposta sulla “gara” fra Atenei italiani, basata sulle grazie anonime dei seni di studentesse, dietro invito dei loro analoghi, studenti maschi, è rimasta nella testa per molti giorni, senza trovare l’uscita. Certamente, da una persona, prima di tutto, e poi da una studiosa come la sottoscritta, che ha dedicato gran parte del suo tempo e dei suoi studi agli studi delle relazioni fra i generi e alle politiche di pari opportunità, l’esitazione non poteva essere collegata alla sottovalutazione o all’indifferenza.
Le motivazioni contrastanti da cui è scaturito il ritardo sono state invece due: la prima, che consigliava assolutamente di intervenire, è in obbedienza a uno degli assiomi del femminismo degli anni Settanta, per cui si era solite affermare che “il non detto non esiste”, perseverando da allora fino a oggi affannosamente nella riscoperta delle donne seppellite da secoli di cultura misogina. Di conseguenza, tutto va detto, reso pubblico, tolto dal silenzio. La seconda riguarda uno degli assiomi della comunicazione e va nella direzione opposta: pubblicizzare un qualunque avvenimento negativo vuole inevitabilmente ampliare la sua risonanza; insomma, parlate anche male, purché se ne parli.

Giovani che... “ci metto la faccia”

E poiché la sottoscritta non svolge la professione di giornalista che deve ottemperare al dovere dell’informazione, avevo oscillato fra queste due posizioni. Esco con queste righe, con altrettante due motivazioni: la prima è il piacere di essere stata preceduta da una studentessa, Bruna Maddaloni, che, come scrive in un suo articolo, “ci mette la faccia” ed esprime la sua indignazione. Assolutamente consolante, visto che il detto comune è che il femminismo riguarda generazioni passate e ha significato solo libertà sessuale.
La seconda è che ho troppa considerazione dell’Università e dei valori che anche in tempi di crisi morale deve esprimere, volente o nolente, per rifugiarmi nel silenzio. Del resto, non ho mai condiviso la figura dell’intellettuale o del docente chiuso nella sua bella torre. E’ rassicurante pensare che il/la docente passi solo nozioni, ma davanti hai persone, alle quali trasmetti comunque oltre quello che sai, quello che sei e che fai.
Per giunta, Bruna Maddaloni ha opportunamente tirato in ballo l’ex Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo e l’attuale Comitato Unico di garanzia, organismi anti discriminatori ai quali sono stati e sono affidati in gran parte i destini di una cultura non sessista e paritaria. Il Comitato Pari Opportunità è nato all’incirca nel 2000, e il Comitato Unico di Garanzia che l’ha sostituito per legge, circa tre anni fa. L’Università di Cassino ha quindi una tradizione in questo senso, alla pari di altri Atenei maggiori, e ha avuto tra i primi in Italia un Codice per la tutela delle molestie morali e sessuali; con questo e altri strumenti si è cercato d’introdurre un nuovo lessico, quello di matrice europea, non sessista e anti discriminatorio, collegandolo al benessere lavorativo, tentando di rendere queste conoscenze oggetto di uso quotidiano fra docenti, amministrativi, studenti. L’intervento sdegnato di Bruna Maddaloni e di coloro che la condividono, ha significato che la cultura delle pari opportunità non è stata proprio una vox clamantis in deserto; qualcosa è rimasto dei tanti dibattiti e azioni contro la mercificazione del corpo, richiamata dalla studentessa; tanto più che si tratta di una studentessa particolare, perché è stata rappresentante degli studenti in Senato Accademico, quindi non una che parla senza cognizione di causa.

Si tratta di mercificazione del corpo femminile. Veramente

Certamente si tratta di mercificazione del corpo femminile, di tutta quella serie di comportamenti verbali e fisici che sono offensivi e preludono alla violenza contro le donne di cui tanto si parla da mesi. Mostrare in modo anonimo i seni, come segno di amore per il proprio corpo, essenzialmente significa uno scarso senso di assunzione di responsabilità, come tutto il mondo anonimo che si muove sul web. Significa omertà perché nascondersi è anche far finta di non vedere anche le tante forme d’illegalità nostrana. Significa essere valutate in centimetri e chili. Significa avere una tale bassa considerazione di sé, che per vivere c’è bisogno di qualcuno che apprezzi il giro seno. Ai primi del Novecento, quindi secolo scorso, c’era fra scienziati e femministe una polemica sull’inferiorità del cervello femminile. I primi sostenevano che pesava di meno e quindi con meno funzioni. Le seconde contestavano perché i fatti dimostravano il contrario. Ma siamo ancora là? Siamo ancora al peso, alla lunghezza, all’estensione? Ma che tristezza!
Infine, e concludo, il rispetto va sempre in due direzioni: l’invito maschile rivolto alle studentesse è misogino, offensivo, di ragazzi che della modernità hanno solo il cellulare ultima generazione; la risposta femminile, da parte sua, dovrebbe dimostrare di sapere cosa è il rispetto del proprio corpo e anche di dove si trovano. In fila per i provini per debuttare come veline, letterine, tutto “ine” o in un luogo dove si è persone non in vendita? Sono gli stessi ragazzi e ragazze che hanno in questo Paese condotto una polemica spesso aspra e giusta contro la sottovalutazione del merito? Speriamo.
Credo che la loro risposta ricalchi un po’ i dubbi che ho espresso all’inizio. Si può rispondere con il silenzio, ignorando e non partecipando, che è un segnale chiaro. Si può rispondere per le rime, giuste, sempre che il proprio corpo non venga scambiato come un oggetto da passeggio, con un cartellino di vendita, a prezzo pieno o in saldo, il cui successo dipende dalla quantità dei compratori.

 
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Vogliamo anche i papaveri

studentesse 350 260di Nadeia De Gasperis - Da piccola vivevo con la stessa sacralità la processione Santa che ci conduceva da Sora a Isola del Liri, nel giorno della festa dei lavoratori, accanto agli operai, con mamma e papà che mi tenevano per mano, e il maggio del “fioretto” alla Madonna di Valleradice, per mano dei miei nonni Vincenzo e Michelina. L’allestimento dei fiori alla madonna di Costantinopoli, della mia nonna sagrestana, seguiva lo stesso meticoloso rituale sacro della preparazione di una manifestazione per “opera” della mia mamma, giovane studentessa. Due uomini con la barba, nel mio immaginario, non concorrevano ma manifestavano la stessa intenzione di occuparsi delle donne e degli uomini nella dottrina che predicava la stratificazione sociale egualitaria.
Da femmina quale ero, sebbene mia madre non mi comprasse le gonnelline, quando indossai la prima minigonna, in età scolare, verde a pois bianchi sopra il ginocchio, mi valse un rimbrotto violento della suora che mia accompagnava alla prima confessione. Dovetti indossare una maglia lunga di mia nonna che mi copriva fino ai piedi le vergogne.

A recuperare al bigottismo toccava sempre a quella pasionaria di mia madre, come alle abominevoli considerazioni di esegesi biblica che le ragazze “grandi” mi propinavano sulla sessualità delle donne. Così ricordo un giorno, accanto a lei nel suo lettone, a sollevarmi dal terrore dell’inesorabile destino che stravolgeva le vite delle donne all’arrivo dei “parenti americani”. Prima di quel giorno, preoccupata, avevo chiesto delucidazione in merito, a mia nonna, che mi aveva somministrato una potente dose di sonnifera pudicizia cattolica nel benevolo tentativo di edulcorare la verità: non dovevo preoccuparmi, perchè il sangue sarebbe venuto fuori dalle orecchie.

“Le cose mie” quando arrivavano, non potevi toccare le piante perchè investita del potere di ammosciarle. Ma io, facendomi forte dei discorsi progressisti di mia madre, andavo toccando le piante di tutti, per dimostrare la mia “innocenza originale”. La stima dei miei genitori, le dimostrazioni di mio padre, con mele e arance nel senso di rivoluzione degli astri, i discorsi rivoluzionari attorno al senso delle cose dei miei genitori, mi incoraggiavano a sognare sul mio futuro di giornalista, scienziata, maestra o qualunque cosa avessi voluto sognarmi, nella volitiva volubilità della mia tenera età. Anche mentre succhiavo l’ostia, con il senso di colpa di non sapere cosa altro pensare, sognavo il mio futuro. Ma con le amiche mi premevo sui polsi per sapere quanti figli il destino aveva in cantiere per me, con i boccioli di papavero, quanti sarebbero stati femmine e quanti maschi. Vogliamo anche le rose, recitava il titolo di un docu-film sulla nascita del femminismo. Vogliamo anche i papaveri rosa, e quelli rossi della nostra personale resistenza, e quelli rossi della resistenza di tutte le donne, che “R_esistenza è un sostantivo nuovo, che parla di esistenze che rinascono, che si rigenerano, che resistono, che ricuciono le situazioni inasprite dagli uomini.

Se tutto va bene dovremo attendere il 2095, ci riferiscono i dati Istat, per assitere al miracolo di una parità di genere nel campo lavorativo, ma neppure io, forte dell’ indottrinamento della religione cattolica e di quella comunista, riuscirei a essere così ottimista, perchè purtroppo la politica di elemosina che mette ai vertici ammistratori delegati donna, ministri donna, nel ruffiano tentativo di imbonirci, ma “trascura” di elaborare una vera politica delle pari opportunità, non pianifica certo una puntuale e duratura programmazione delle azioni da indirizzare alla parificazione dei diritti tra uomini e donne. Bisogna quotare in rosa le misure tese ad annullare il differenziale retributivo tra uomini e donne a parità di lavoro, garantire gli stessi di dirittti, garantire l’alfabetizzazione, e non scalpellare a caratteri di propaganda i cartelli elettorali degli spot di un momento. Ma magari a bruciare è la coda di paglia delle Giovanna d’arco che è in me, quando ci si rivolge a una donna che talvolta, persino è più in gamba di un uomo (cit. Presidente del Consiglio), quando persino talvolta l’uomo più illuminato ci chiede cosa facciamo nella vita con la stessa indulgenza che si rivolge a una bambina e ai suoi giochi preferiti, con quelle esclamazioni che ci accarezzano la testa... “ma che brava”, “hai visto “.

Vogliamo anche le rose, e i papaveri rosa, e quelli rossi, così, tanto per toccare con un fiore un argomento molto delicato.

 

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Un nuovo libro di Fiorenza Taricone

invito presentazione libro 350Chi èFiorenza Taricone, docente di Storia delle dottrine politiche, insegna presso l'Università degli Studi di Cassino e Lazio Meridionale. All'Università ha presieduto il Comitato per le Pari Opportunità dal 2001 al 2009 e dal 2006 è Presidente dell'Associazione Nazionale Coordinamento Comitati Pari Opportunità (UniCpo). Nella stessa Università è Presidente del Centro Universitario Diversamente Abili Ricerca Innovazione (Cudari).
È autrice di saggi e monografie, particolarmente centrati su tematiche quali l'associazionismo in Italia tra Ottocento e Novecento, l'evoluzione dei diritti civili e politici, socialismo e liberalismo, interventismo e pacifismo.
Tra le sue pubblicazioni, Teresa Labriola. Biografia politica di un'intellettuale fra Ottocento e Novecento (1994), Ausonio Franchi. Democrazia e libero pensiero nel XIX secolo
(1999), Isabella Grassi Diari(1920-'21). Associazionismo femminile e modernismo (2000), Il Centro Italiano Femminile dalle origini agli anni settanta (2001), Teoria e prassi dell'associazionismo italiano nel XIX e XX secolo (2003), Elementi di storia delle dottrine politiche (2006), Il sansimoniano Michel Chevalier: industrialismo e liberalismo (Firenze, 2007).
Tra le più recenti, con Ginevra Conti Odorisio, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX secolo (2009) e Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie (2013).

Locandina libro di Fiorenza Taricone

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