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La figlia del mercante di seta

FrenchIndochinaCentPiastres 350 mindi Giulia Bragalone* - «Al tempio c'è una poesia intitolata "la mancanza", incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può leggere la mancanza: solo avvertirla.»

- "Memorie di una geisha" - Sayuri Nitta
“La figlia del mercante di seta” (Newton Compton, 2017, titolo originale The Silk Merchant’s Daughter, traduzione di Valentina Francese) è un romanzo dell’autrice Dinah Jefferies, nata a Malacca in Malesia, trasferitasi poi in Inghilterra all’età di otto anni, dove ha insegnato studi teatrali e inglese. E' una storia che colpisce non solo per il periodo storico che viene narrato, colpiscono molto anche le caratteristiche dei personaggi, come sia forti e deboli al tempo stesso. Nicole, la protagonista della storia, è una donna forte e combattiva per metà francese per metà vietnamita affronta le difficoltà della vita sempre a testa alta, è cresciuta senza madre e non si è mai veramente sentita accettata dalla società e dalla sua stessa famiglia per il suo sangue misto e il suo carattere ribelle e libertino sotto alcuni aspetti.

“L’ambientazione e le scene sono fondamentali, non solo perché amo incorniciare la vita nei paesaggi e far viaggiare il lettore in altri tempi e in altri luoghi, ma anche perché il posto stesso ha un impatto enorme sui personaggi.” - Dinah Jefferies
La scrittrice ha iniziato a comporre il suo primo libro durante i cinque anni che ha trascorso in un piccolo villaggio sulle montagne andaluse. Molto brava nel tratteggiare atmosfere esotiche che restituiscono al lettore immagini di luoghi tanto lontani quanto incantevoli, Jeffries torna ad affascinare i lettori dopo il grande successo del romanzo “Il profumo delle foglie di tè” numero 1 in Inghilterra, tradotto in 17 Paesi, in Italia è stato il libro digitale più venduto nel 2016.

“La figlia del mercante di seta” ha come sfondo l’Indocina francese, l’attuale Vietnam, ai tempi del colonialismo. E' una storia che può apparire cruda in alcuni tratti, si finisce con l'immedesimarsi nei mutevoli stati d'animo di Nicole che molto spesso vede soffrire le persone che più ama, i suoi amici, la sua famiglia, l'uomo di cui poi si innamorerà perdutamente (Mark). Sarà un percorso travagliato, non privo di soddisfazioni, un conflitto di identità in cui la nostra protagonista sarà perefiglia mercante seta 250nnemente in contrasto con le sue origini miste. Nicole sceglierà di vivere la sua vita come una donna francese, oppure passerà dalla parte dei Vietminh ritrovando le sue origini perdute dopo un'infanzia e un'adolescenza vissute con lo stile di vita francese? Agli inizi degli anni Cinquanta il Vietnam era prigioniero di una lotta tra la Francia, determinata a mantenere le sue colonie molto redditizie, ricche di materie prime e prodotti agricoli, e i disperati Vietminh che volevano l’indipendenza. La Francia aveva sempre definito la colonizzazione dell’Indocina come una “mission civilisatrice”, una “missione civilizzatrice”, facendo costruire scuole, ospedali e strade, ma il colonialismo, da che mondo è mondo, “è sempre stato una mera questione di profitto”. Inizialmente Nicole trova molta difficoltà nel scegliere quale strada percorrere, si sente divisa fra la sua famiglia e i suoi ideali futuri, ma ben presto le cose cambieranno e lei sarà costretta a scegliere: “Una guerra che quasi l’ha dilaniata, e che, contro ogni previsione, il Vietnam ha vinto”.

Maggio 1952. Hanoi, Indocina francese. Alta, slanciata, Sylvie aveva ereditato il fisico dal padre che era francese, mentre Nicole assomigliava alla madre vietnamita, morta da tempo, ed era fin troppo consapevole della sua pelle ambrata. Il giorno dopo il diciottesimo compleanno di Nicole, il mercante di seta aveva comunicato alle figlie che, a causa di un impegno “confidenziale” preso nei confronti del governo francese, non avrebbe potuto più occuparsi dell’attività commerciale. “Credo che nell’interesse della società solo una di voi debba ricoprire il ruolo di dirigente. Dato che Sylvie è la più grande, ho deciso di lasciare a lei la gestione degli affari, con effetto immediato”. A breve sarebbe stato tutto intestato a Sylvie che secondo loro padre era più portata a gestire i beni della famiglia. Il mercante di seta aveva affidato in gestione a Nicole il piccolo negozio delle sete nel quartiere vietnamita di Hanoi, chiuso ormai da tempo immemorabile.

“Fa’ che quel negozio diventi una miniera d’oro. Poi vedremo che altro sei in grado di fare”. Le aveva detto. Nicole nonostante fosse felice di gestire il negozio, non poté fare a meno di sentirsi amareggiata e delusa dal favoritismo di cui godeva sua sorella. Si domandava come sarebbe stata accolta nel quartiere vietnamita, lei che era considerata una “meticcia”, troppo vietnamita per appartenere pienamente alla Francia, e troppo francese per essere una vietnamita. Prima della guerra tutto ciò non aveva avuto grande importanza ma adesso, con il clima di sospetto in cui vivevano, era diventato molto importante. La figlia del mercante di seta non poteva immaginare che si trovava in un momento cruciale della propria esistenza. “Tua madre era vietnamita. Ma siamo stati noi francesi a rendere il Paese quello che è oggi. Solamente noi. E noi siamo i soli in grado di governarlo in maniera corretta”. Le dicevano.

“Le carezze, le espressioni di amore, sono necessarie alla vita affettiva come le foglie alla vita di un albero. Se sono interamente trattenuti, l'amore morirà alle radici.”

- NATHANIEL HAWTHORNE
Le esperienze vissute da Nicole, l'amore per Mark e la conoscenza di molte verità di cui inizialmente era all'oscuro l'aiuteranno a ritrovare se stessa, non senza sacrifici o sofferenza. Ma è proprio lottando contro tutto e tutti , senza stare da una parte o dall'altra, che si è in grado di riscoprire quella libertà che si credeva perduta per sempre.

 

*Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

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Credibilità è figlia di Coerenza e Buongusto

dimaio dibattista neve 260h mindi Nadeia De Gasperis - Che scelta di cattivo gusto quella di Di Maio e Di Battista, quest’ultimo di ritorno dalla “vacanza lunga in Sud America”, di parlare di lotta ai privilegi da una località a cinque stelle, fuor e dentro di metafora, Moena, una località sciistica per pochi. Mentre il Presidente Mattarella, dalla sede istituzionale preposta, pronunciava il suo discorso di fine anno, all’insegna dei valori universalistici della nostra Costituzione e di quella umanità che ci dovrebbe contraddistinguere, un valore imprescindibile da recuperare, i due compagni di merenda pronunciavano il “discorsetto” agli italiani, ricordando, sul leitmotiv che li ha sempre contraddistinti, quanto fossero belli e bravi.

Una raccomandazione, ricordano agli italiani, dopo la lista dei tagli alla spesa, quella di divertirsi sempre, di “fare le cose che ci piacciono”. Ancora una volta, l’esuberanza dell’atteggiamento da ragazzini in settimana bianca, stride fortemente con questo augurio, rivolto a donne e uomini che nella maggior parte dei casi combattono per una sopravvivenza dignitosa.

La povertà che si vantavano di aver sconfitto, esultando da un balcone di una sede istituzionale, che, come ricorda Mattarella nel suo discorso, dovrebbe essere la casa delle cittadine e cittadini italiani, è una condizione disdicevole da combattere, mi chiedo, o una condizione di indigenza che lede la dignità umana e pretende politiche sociali e lavorative in grado di sconfiggerla?

Sembra di essere in linea con Renzi che definiva “rosiconi” quei lavoratori e quei cittadini che lamentavano le conseguenze di una dura crisi. E ancor prima Berlusconi, che dietro una abbronzatura di giornata, etichettava come invidia sociale e odio di classe, il Paese e la sinistra che lo attaccavano su vari fronti.
Il contegno e la dignità della povertà dovrebbero insegnare ai saltimbanchi, improvvisati politici, almeno al rispetto del prossimo, un valore in disuso, che sembra non essere contemplato neppure per il mirabolante programma del nuovo anno che ci accingiamo a sopravvivere.

 

 

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Saluto te..Figlia mia

Zirolifiglia 350 minSaluto te..Figlia mia

ti ho visto nascere...
ti ho tenuto in braccio..eri la mia bambolina
sei cresciuta...
ti ho tenuto per mano..eri la mia bambina
ora sei una donna...una mamma..
per me sei e sarai sempre la mia bambolina...
la mia bambina..
un aereo ti ha portato lontano...
ma non lontano dal mio cuore
figlia mia ....
ora vai e realizza tutti i tuoi sogni..
io saro' qui ad applaudirti per i tuoi successi...
ricordalo sempre
sei uno dei miei quattro gioielli...
ti voglio bene figlia mia....

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fermare l’ondata xenofoba e razzista figlia d'ignoranza

entro le mura 350 260di Valerio Ascenzi - Siamo un paese tremendamente razzista e xenofobo, impantanato e con un penoso livello culturale che ci impedisce di progredire. Questa situazione c’è, probabilmente perché la nostra democrazia ha fallito uno dei suoi compiti essenziali: istruire alla multiculturalità e alla tutela di tutto ciò che è diverso. Nonostante gli ultimi tentativi di far passare la cultura della diversità anche attraverso la scuola, tutto è fermo. La legge 107/2015, quella che Renzi continua a chiamare “buona scuola”, di buono aveva solo i diversi interventi in ambito pedagogico per favorire lo sviluppo di una mentalità multiculturale in Italia. Ma si è pensato solo a denigrare i docenti e a far sentire “onnipotente” la figura del dirigente scolastico. Il risultato è un’ondata xenofoba e razzista di proporzioni inaudite per un Paese, come l’Italia che ha subito vent’anni di fascismo e di leggi razziali, che dovrebbe essere ormai immune a certi sentimenti. Impulsi razzisti hanno investito anche la Ciociaria dando vita a cellule di movimenti neofascisti esistenti a livello nazionale, spesso apparentemente folkloristici e ridicoli, ma a nostro avviso da non sottovalutare e da sconfiggere esclusivamente con l’informazione e la cultura.

Modificare definitivamente la legge sulla cittadinanza per iniziare

La nostra Italia ha bisogno di multiculturalità e di una mentalità interculturale. A nostro avviso sarebbe il caso di modificare definitivamente la legge sulla cittadinanza per iniziare. Ci sarebbe un ottimo disegno di legge, che modificherebbe le norme di accesso al diritto di cittadinanza, il DDL 2092 attualmente parcheggiato dal Governo Gentiloni, che non ha avuto il coraggio di discuterlo e approvarlo. Come tutte le buone leggi, non s’ha da fare… però l’importante è che si facciano riforme che poi la Corte Costituzionale boccia e smembra pezzo a pezzo: non ultima la riforma che ha voluto l’accorpamento della Forestale ai Carabinieri.
Assistiamo sui social a prese di posizione orride, contro i giovani rifugiati politici provenienti dall’Africa subsahariana, ospitati nei nostri centri di accoglienza, manche contro chi manifesta di essere a favore dell’accoglienza di queste persone sfortunate. Nel contempo questi “fascisti del terzo millennio” si oppongono allo Ius Soli, espressione giuridica che sta ad indicare l'acquisizione della cittadinanza, di un determinato Paese, come conseguenza del fatto giuridico d’essere nati sul territorio dello stesso paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. In pratica, la riforma prevede la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia, anche da genitori stranieri. Pensate un po’ che questo Ius Soli, così, puro e semplice come ve l’abbiamo appena spiegato esiste negli Usa, o in stati europei come l’Olanda. Di fatto però, in Italia, per i nati da genitori stranieri la cittadinanza si può già richiedere entro il diciottesimo anno di età. E questo vale anche per molti altri paesi europei. Non è un vero e proprio Ius Soli come quello statunitense. La riforma prevede la cittadinanza con uno strano Ius Soli, per chi è “nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente ai sensi dell'articolo 14 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286”. Quindi ci sono delle notevoli limitazioni: non baste esser nati semplicemente sul suolo italiano.

Che cos'è lo Ius Culturae?

Ma quel che gli xenofobi, al grido di “l’Italia agli italiani” e “no Ius Soli”, non hanno capito è che il DDL 2092, parcheggiato ad inizio estate dal Governo Gentiloni, prevede lo Ius Culturae, ovvero la possibilità di diventare cittadino per chi nasce, o arriva in Italia entro il compimento di una certa età, e frequenta le scuole del sistema nazionale di istruzione italiano. Come tra l’altro è previsto in numerosi paesi dell’Ue. Nel dettaglio il disegno di legge, che apporta delle modifiche alla le 91/1992 sulla cittadinanza, spiega che il “minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che […] ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana”. Inoltre “la cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell'interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile”. In più: “Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà […], l'interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all'ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”.
Quel che ci fa sorridere è che i nati da genitori italiani, che hanno la cittadinanza per Ius Sanguinis - espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza perché nati da almeno un genitore in possesso della stessa cittadinanza – in caso di approvazione del suddetto disegno di legge, manifesterebbero un livello culturale talmente basso da istigare qualcuno a revocar loro la cittadinanza per mancanza dei presupposti di attribuzione in base allo Ius Culturae. Ma al di là dell’ironia, quel che ci fa riflettere è che il Governo italiano, che dice di essere a guida Pd (che a sua volta continua ad affermare di essere di sinistra, ma nei fatti non lo è), ha messo da parte la discussione di questo disegno di legge per paura di eventuali disordini. Mentre per altre leggi scellerate, il governo precedente di cui questo è figlio, non si è posto neanche il dubbio che forse si stava andando non solo contro il programma elettorale con cui sono state vinte le elezioni dal Pd, ma anche contro i cittadini.

 
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