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Quando l'ascensore sociale funzionava

lettera di una madre al proprio figliodi Daniela Mastracci - Lettera ai mie figli - Italia umiliata ma anche Italia emancipatrice

Sono nata qua e qua ho potuto educarmi, formarmi, diventare madre e lavoratrice, curarmi, acquistare casa (con un mutuo) ...e tanto altro. Sono figlia di un impiegato e di una casalinga, ma anche con un solo stipendio in famiglia, ho potuto fare tante cose. Innanzitutto ho potuto laurearmi e oggi lavorare. Sono stata la sola in famiglia a laurearmi. Io sono passata dal dialetto di Ceprano, con cui tutti nella mia famiglia mi hanno parlato, escluso mio padre, che con me parlava in italiano, sono passata, dicevo, alla lingua dei filosofi: ho letto i poeti, i romanzieri, gli storici, i filosofi, ho studiato la Storia dell’arte e le lingue disinvoltamente dette “morte”. Ho imparato l’Inglese, almeno a leggerlo, e senza supporti elettronici, ma sopra ai libri, e scrivendoci sopra gli esercizi con la matita. Tra me, e mia madre e mio padre, c'è stato un salto culturale enorme: l’Italia con me ha dimostrato di essere un motore sociale.
Dal puto di vista sanitario, ho avuto tutte le cure di cui ho avuto bisogno: intendo ospedali e analisi varie. Anche la mia stessa vita e quella di mio figlio, perché in gravidanza sono stata molto male, le devo alla Sanità Pubblica, perché mi ha curata, e ha fatto nascere mio figlio.
Tutto questo è stato possibile perché mio padre aveva uno stipendio garantito, ed oggi ha una pensione che, seppur assottigliata da anni di politiche dei sacrifici, è stata, ed è, tale da garantire un livello di vita più che accettabile. E poi anche grazie al lavoro che il padre dei miei figli ha trovato nel “lontanissimo” 2000 (io non lavoravo ancora, a quel tempo...studiavo per il concorso del 1998/99: orale da farsi nel 2000). Ed è stato possibile perché la Sanità ha funzionato, ed io, senza alcuna assicurazione, ho potuto godere di un servizio che, con tante difficoltà, mi ha assicurato assistenza. E allora, ecco, io riconosco all’Italia un grande merito: alla democratica, pubblica, ed emancipatrice Italia.

 

Cosa vorrei per i miei figli? Ecco io vorrei che i miei figli domani possano dire lo stesso della "loro" Italia. Ma perché sia così, dobbiamo tornare ad essere qualcosa che siamo già stati: uno Stato che ha dato a mio padre lavoro e lo ha retribuito e tutelato; che ha dato a me la scuola pubblica e la sanità pubblica; che mi ha consentito di sostenere un concorso e di superarlo; mi consente, oggi, di lavorare e di educare i miei figli. Ma adesso mi sta sottraendo pezzetti di possibilità: mi toglie cure, mi toglie contrattazione, mi toglie capacità di spesa, mi chiede sacrifici, mi aumenta i prezzi, ma non mi equilibra lo stipendio. Mi fa pagare tutto, troppo; non mi consente di studiare ancora, mi costringe a ritmi sempre più estenuanti; mi rende difficile viaggiare sui mezzi pubblici; mi stressa con il libero mercato, che mi chiama di continuo per offrirmi le sue sempre più allettanti offerte, irrinunciabili, a sentir loro; non mi garantisce più i servizi essenziali per la scuola....questa è la mia generazione.
Dei più giovani di me si parla molto. Stanno peggio di me e tanto.
E i miei figli? Io ho potuto scegliere di avere figli e posso ancora pensare a loro. I miei figli potranno scegliere? Staranno ancor peggio della generazioni fra me e loro? Dei trentenni di oggi, così abbandonati a loro stessi? E delle donne e degli uomini un po’ più grandi di me, che possiamo dire? Quanti di loro possono scegliere come ho potuto fare io e ancora faccio, anche se sempre più stentatamente? Quanti di loro sono stati buttati fuori dal lavoro? Quanti non riescono più a trovarne uno? Quanti non hanno più tutele né reddito?
L'Italia ha saputo dare ai miei genitori, a me...e poi?

 
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