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La crisi delle edicole dei giornali

edicola 350ok mindi Ermisio Mazzocchi - Le edicole dei giornali chiudono. I punti vendita sono 326, in base alla legge detta di sperimentazione che consente di vendere i giornali non solo nelle tradizionali edicole, dette esclusive, ma anche nei bar, nei centri commerciali, nelle tabaccherie, nelle cartolerie. In provincia fino al 2019 la situazione è la seguente: circa 80 sono edicole esclusive (quelle con il chiostro) e 240 le promiscue. Nel 2014 erano rispettivamente 120 e 260 per un totale di 380 punti vendita.

Il dato di Frosinone città è indicativo della crisi che investe questo settore commerciale. Nel 2017 vi erano 23 edicole esclusive (chiostro), nel 2020 sono 6. Ad Anagni si riducono ancora di più, con 2 edicole di antica tradizione che chiudono nel 2019. Una contrazione che riproduce effetti negativi su tutta la filiera dai gestori di edicole ai distributori dei giornali, (smistatori, trasportatori, assistenti) alla stessa produzione di giornali (tipografie, carta ecc.) e di altro. Si può ipotizzare solo per il nostro territorio un coinvolgimento di circa 1.500 persone che sono a rischio per il proprio lavoro e quindi del proprio reddito.

Una crisi che si estende ad altre città, come Roma, dove negli ultimi 5 anni hanno chiuso oltre il 30% degli esercizi; nella stessa Lombardia delle 900 edicole che c'erano all'inizio degli anni duemila ne rimangono 480. A Bologna chiudono le edicole anche nei centri commerciali. A Torino nella piazza Statuto vi erano dieci anni fa quattro edicole, da oggi nemmeno una.

Il governo con il sottosegretario con delega all'editoria, Andrea Martella del PD, in questi giorni sta cercando di trovare soddisfacenti soluzioni, come il credito di imposta di circa duemila euro annui per esercizio che dovrebbe compensare le tasse locali Tari e Tasi e le spese di affitto.
Il governo è impegnato a sostenere gli acquisti dei giornali nelle scuole e il piano per l'editoria 5.0 dedicato al post digitale. L'informatizzazione potrà essere una possibilità di sostegno ai giornalai, di modo che le edicole eroghino servizi anagrafici e diventino un punto dove chiedere un certificato di nascita o di residenza. Alcuni esperimenti si stanno svolgendo a Roma, Milano e altre città.

Nella provincia di Frosinone non ci sono questi sevizi. La situazione è al limite del collasso con implicazioni di enorme portata per l'informazione e la circolazione della cultura e delle sue diverse espressioni. Gli edicolanti che resistono tenacemente in tutta l'Italia saranno circa cinquemila. A questo si aggiunge che da 11 anni non viene rinnovato l'accordo tra edicolanti ed editori e la trattativa è impantana dalla primavera del 2019.
Una situazione allarmante che dovrebbe indurre ad azioni più immediate e concrete, sollecitando anche i comuni a svolgere iniziative a sostegno di questa categoria, come è avvenuto nel comune di Firenze che ha adottato misure concrete per sgravi fiscali, esenzione e agevolazioni su Tosap e Cosap per i proprietari e i gestori di edicole nel territorio comunale.

Le ricadute della crisi profonda dei centri di distribuzione della carta stampata, soprattutto dei giornali, sono evidenti su tutto il sistema della informazione, che restringe il suo campo di circolazione degli strumenti di cultura e formazione dell'opinione pubblica. La ricorsa ai giornali online potrebbe essere un ulteriore strumento di circolazione dell'informazione, che in mancanza di norme che garantiscano la qualità delle pubblicazioni purtroppo si presta a speculazioni di ogni genere. Oltre ad avere aspetti di prosciugamento della circolazione delle idee e del confronto che un giornale a carta stampata fino ad ora ha garantito. Spesso le posizioni espresse on line si auto ghettizzano in gruppi e sottogruppi dove chi legge e scrive parla di opinioni rigorosamente condivise. Mancano due fondamentali individuazioni: fonti e verifica delle notizie.

Altri strumenti di comunicazione, ma non dello stesso livello del vero giornale online, sono dei blog dove mi pare prevalgano opinioni personali, legittime sicuramente, ma che spesso informano prevalentemente di posizioni di singoli personaggi.

In ogni caso l’informazione on line deve fare ancora molta strada per attestarsi al livello di qualità che la carta stampata si è conquistata fino ad oggi e richiedono notevoli investimenti finanziari e strutture adeguate.
È evidente che i rischi di una riduzione della circolazione non solo della informazione, ma anche ed essenzialmente delle espressioni della cultura politica, economica, artistica, scientifica e altro, trovano uno spazio ridotto, se non limitati a semplici e sintetici annunci.

Corriere della Sera e Repubblica riproducono online il loro giornale, ma a pagamento, ed è sempre una riproduzione della carta stampata, riducendo in questo modo i rischi che abbiamo ritenuto possibile con una desertificazione delle edicole dei giornali, ma queste tuttavia cannibalizzano. I contenuti si dovrebbero diversificare, almeno fra notizia che tempestivamente arriva e approfondimento reale e indagine rigorosa d’inchiesta.

Nella provincia di Frosinone, i giornali a carta stampata a tiratura locale sono ridotti a due, cui aggiungere una pagina provinciale del Messaggero, mentre alcuni anni fa erano in numero maggiore. E anche essi ricorrono a una riproduzione online del loro giornale.

Tuttavia, rimane il problema della caduta della presenza delle edicole dei giornali.
Le implicazioni in questo ambito sono numerose e di difficile composizione. Questo non deve indurre a rinunciare a ricercare soluzioni, a cominciare dal governo e della stessa regione Lazio, che possano sostenere un ampliamento dei centri di distribuzione della cultura giornalistica.
Non è pensabile una totale scomparsa di essi, saremmo privati della nostra libertà di scelta e della molteplicità della libera espressione.

4 febbraio 2020

 

 

 

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L'Unità chiude. Definitivamente?

hannouccisolunità 350 20di Ermisio Mazzocchi - L'Unità chiude? Questa notizia mi da un grande amarezza, ma penso che la questione, il destino, de L'Unità debbano essere collocati in un più ampio e verificato orizzonte, con l'occhio rivolto agli strumenti della comunicazione, in particolare a quella dei partiti. L'argomento è affascinante ma ora ci porterebbe a una molteplicità di considerazioni, che possiamo tuttavia cercare, per comodità, di sintetizzare in alcune brevi valutazioni.

Oggi un partito, che potrebbe utilizzare un organo d'informazione per comunicare come avvenne nell'800 e nel '900, ha a disposizione tecnologie avanzatissime, tali da ridurre enormemente l'efficacia di un "suo giornale", se non renderlo inutile. Ipotesi, questa ultima, da non prendere troppo seriamente, perchè al di là della pura e semplice informazione, il giornale cosiddetto di partito è in primo luogo strumento di aggregazione di tutte le energie che si riconoscono nell'ispirazione e nelle scelte di quella formazione. Guardiamo oltre. In realtà, le ragioni principali sono nella mutazione della natura e della conseguente concezione del "partito" e della sua funzione.

Oggi nessun partito ha un giornale né altre pubblicazioni, cartacee e televisive che nella sua testata si definiscano "Organo ufficiale". I giornali, per rimanere ad essi, sono indipendenti e di tendenza, grandi contenitori di opinioni, di orientamenti e di commenti. Così stando le cose, la vicenda attuale de L'Unità ha una sua conseguenza logica. Il proprio referente politico sarebbe dovuto essere il PD, che, invece, nella sua evoluzione politica e organizzativa, ha utilizzato altri mezzi di comunicazione più consoni alle sue scelte politiche e al comportamento del suo segretario (nella storia dei giornali di partito italiani c'è un precedente analogo, stessa triste sorte toccò a L'Avanti, giornale del Psi ndr).

Non condivido chi spiega quanto sta accadendo con l'assenza di linea identitaria. Ritengo piuttosto che si è avuta una rottura tra la Redazione del giornale e il PD, che riteneva più utile ricorrere a supporti di un giornalismo di maggiore presa su l'opinione pubblica e per nulla catalogabili in assoluto con aree del centro e della sinistra. Non a caso i giornali che rispecchiavano le due maggiori tradizioni che hanno dato vita al PD, Europa e L'Unità hanno chiuso.

E' come se si fossero tagliate le radici storico-culturali del PD. Ricorrendo ad altri strumenti di informazione non caratterizzati da evidenti ispirazioni politiche e portatori di una cultura non più di centrosinistra. Che ormai c'è da ritenere superata. Se è vero quanto dichiarato da Orfini, secondo il quale il PD sarebbe nato per andare oltre il centrosinistra. Mica avrà voluto dire per divenatere liberista e moderato? E' probabile, se capisco bene, che questo possa aver portato la redazione de L'Unità a "non leggere", come dice qualcuno, la realtà sociale del paese.

Quale realtà avrebbero dovuto indagare? Io ritengo che se opportunamente diretti da una cultura ed una tradizione di servizio sociale a sostegno del disagio e dei più deboli avrebbero dovuto destinare i loro sforzi a guardare dentro la crisi ecnomica e dei diritti sociali di questa nostra Italia.

Davanti agli occhi ho l'esperienza quotidiana di molte testate giornalistiche, che pur dirette a platee di lettori assai diverse, hanno tuttavia affrontato inchieste e indagini sulle situazioni critiche nel lavoro, nel mancato sviluppo, nella sanità e nella scuola che vive ormai una situazione di permanente agitazione. E, non sto parlando solo de Il Manifesto e de Il Fatto Quotidiano, ma ho ben presente il lavoro di Repubbilca e del Corriere della Sera, ma anche dello stesso Il Sole 24 ore, per non citare Il Messaggero e L'Huffingtonpost. Tutti inseme, hanno con coraggio, indagato anche il travaglio e le mutazioni della vita interna di tutti i partiti. Chiaramente mi pare che nessuno di questi stia per chiudere. Anzi c'è da dire che Il Manifesto così facendo ha trovato da molti mesi la strada della sua salvezza.

 

Se questi obiettivi si rivelano utili e interessanti per tanti giornali e televisioni perché mai non dovrebbere meritare l'attenzione e l'impegno del giornale del PD?

 
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Parole fascinose. Se scopri il velo resti deluso

rai mediasetdi Daniela Mastracci - La lingua della tv e dei giornali è fantasiosa e fascinosa. Ma il fascino nasconde menzogne, se non sempre, spesso. Nasconde verità che, dette nude e crude, farebbero inorridire, o almeno pensare. Ma se poi si impara a leggere il linguaggio della tv e dei giornali, si scopre il velo e non si torna più indietro. Basta decodificarlo una volta, poi più o meno la chiave di lettura ti rimane: buona per tante occasioni. E qui voglio partire dalle belle e favolose “riforme”, che ci porterebbero verso il “magnifico futuro, roseo, perfetto”. A leggere o ad ascoltare giornalisti e politici, sembra che basti dire “riforma”, perché il miracolo avvenga da solo. E poi strenuamente tutti a combattere per esse, da sinistra soprattutto, perché è di sinistra la riforma, no? Beh! a parte il fatto, non proprio trascurabile, che di sinistra sarebbe ben altro che riforma, ma vabbè, ci possiamo stare: Keynes non era proprio un rivoluzionario, no? Ma il punto è che oggi dire “riforma”, non è qualcosa di sinistra, perché le riforme che la pseudo sinistra intraprende, sono troykesche, altro che di sinistra! Sono all’insegna delle letterine di Bruxelles; sono genuflessioni alla Commissione Europea. Basta! per favore, davvero non se ne può più.
Fate l’analisi logica, semantica, sintattica; fate un bel confronto sinottico con gli articoli della Costituzione, e poi rivedete in profondità il termine “riforma” e capitene il significato. Un tempo la società era profondamente diseguale, e riforma voleva dire renderla eguale; era divisa in poveri e ricchi e riforma voleva dire limare, se non azzerare la diseguaglianza. Voleva dire scolarizzazione e analfabetismo e riforma era scolarizzare tutti; era salute per pochi e malattia per moltissimi, e riforma voleva dire salute per tutti...insomma farne l’elenco a che serve?
In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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In poche ed efficacissime battute “riforma” voleva dire questo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art. 3 della costituzione della repubblica italiana) E allora leggiamoci la Costituzione e troviamo là tutte le risposte. A cominciare dal suo primo articolo, dove si evince chiaro che il lavoro NON E’ MERCE. Quindi le riforme che lo trattano come tale, non sono riforme, ma Controriforme.

Il lavoro prima di tutto

Basta! col lusingare un udito sofisticato e un po’ narciso! A quell’udito gli dobbiamo svelare la verità, senza orpelli: e la verità è che stiamo tornando indietro, nel cammino verso la emancipazione di tutti e di ciascuno. Stiamo indietreggiando sui diritti, abbiamo dimenticato che tutti vuol dire tutti, senza esclusione di nessuno. E tutti abbiamo diritto allo studio, alla salute, all’opinione, all’associazione, all’espressione. Ma io devo dire che, per me, il primo diritto è, e resta, il Lavoro: senza lavoro non c’è dignità, non c’è possibilità di accedere a nulla, è negata a priori la possibilità della rimozione degli ostacoli, vista la mercificazione di tutto, la privatizzazione di tutto (vedi l’acqua niente affatto pubblica). Senza lavoro non c’è accesso alla cultura, alla crescita personale, ad una vita piena e aperta a sempre nuove scoperte. Senza lavoro non si hanno i mezzi per vivere, soprattutto. Senza lavoro si è “scarti sociali”, perché un mondo di merci nelle mani di pochi, ci è divenuto estraneo e lontanissimo, ne siamo fuori perché impossibilitati.

Parità di diritti soltanto sulla carta

Quale società di eguali e partecipata? Quale società di parità di diritti? Soltanto sulla carta, eguali, ma nella sostanza sempre più diversi, sempre più largiornali in edicola 350 260ga la cosiddetta “forbice” tra pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri e poverissimi. Le riforme hanno portato a questo, e allora no grazie, quel futuro di cui tanto vi riempite la bocca, non mi interessa. Non lo voglio, e soprattutto non lo voglio per i miei figli, per i ragazzi che stanno oggi crescendo e che si trovano sulla soglia di un mondo che sa soltanto sfruttarli e ridurli al silenzio: tra voucherizzazione e scuola sempre meno scuola, perché sempre più un’anticamera per un mondo del lavoro che neppure esiste, sventagliato come prossimo venturo, ma del tutto assente dall’agenda politica di questa Italia, e di questa burocratica e finanziarissima Europa.
Allora non parliamo più di riforme, perché la parola sembra promettere cose buone per tutti, perché così era nel passato. Ma adesso promette precarizzazione e parcellizzazione, esclusione sociale, emarginazione. Promette poca partecipazione alla vita pubblica, e riduzione di spazi di democrazia. Tutto all’insegna di un potere che si è fatto estraneo rispetto ai cittadini, che sta altrove, lontano, quasi misterioso e fantastico. Governa con le parole inglesi di spred, spending review, jobs act, class action etc etc , ma governa dalle stanze segrete delle agenzie di rating e delle banche. Come ha fatto l’uomo a farsi governare dalle agenzie di rating? Che diavolo sono? dove sono? Che cosa misurano di noi altri, che stentiamo a campare?
Se Europa c’è, questa deve farsi carico di parole che sanno di cose concrete, e che sappiano guardare in faccia chi sta male. E poi l’Europa deve ricordare, soprattutto: se le borse governano il mondo, il mondo può crollare, come sta facendo, come ha già fatto. Senza la politica il mondo non si regge. Lo abbiamo già visto e sappiamo dove ha portato: con le Borse a picco, l’inflazione, la disoccupazione, ci abbiamo già avuto a che fare, specie noi, proprio qui, in Europa. Come si può abbandonare il mondo alle Borse, alle banche, a Moody’s, a JP Morgan, a Standard & Poor’s? In piedi Europa, ma in piedi con la Politica, quella che vede al di là dei conti, delle entrate e delle uscite, del pareggio di bilancio, dei parametri meramente economici.

 
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Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino

Ilaria Alpidi Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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Indagare, raccontare, dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda

ilaria alpi edizioni beccogiallo 2003 350 260di Ignazio Mazzoli - Voglio esprimere il desiderio che l'informazione di questa provincia parlasse del Paese reale, di quello di cui si parla poco, e che si vede ancor meno. L'assenza dei temi del lavoro e delle lotte dei lavoratori dal sistema dei media è un dato di fatto, salvo rare ed encomiabili eccezioni.
Di certo è necessaria un'opera di denuncia, che deve essere più efficace e continua, contro l'oscuramento di questa realtà, che è poi l'oscuramento di milioni di persone. Nello stesso tempo, occorre indagare più a fondo intorno alle ragioni che inducono una distorsione complessiva del reale e l'assenza di una critica dell'esistente, fino a farci vivere in una sorta di realtà in maschera.

C'è un grande bisogno di un giornalismo veritiero, d'inchiesta, in grado di mettere a nudo la realtà, come quello che un tempo era praticato con una certa continuità ed oggi quasi non più. Il tentativo di oscuramento delle mobilitazioni dei lavoratori di cui un esempio grave e illuminante è stato il silenzio intorno all'assemblea dei disoccupati della ex videocon svolta nella sala del Consiglio Provinciale annotata soltanto in uno striminzito comunicato finale se si fa eccezione per il comportamento di due soli quotidiani (di cui uno è questo), che avvolge la realtà del disagio e della disoccupazione in questa realtà territoriale che da sola è investita del 33% di tutta la disoccupazione Laziale. Per il dramma di queste persone no c'è voce né ascolto.

Questa nebbia si può squarciare?

Parliamo di migliaia persone. Il cuore industriale di questa provincia. Diciamo allora le cose come stanno: l'occultamento e l'emarginazione di questi lavoratori è un contributo indiscutibile al loro declino. Essi, i precari e i disoccupati non chiedono la luna, ma solo che intorno a questa crisi dell'occupazione e quindi crisi economica si determini un impegno comune di Istituzioni, forze politiche, sindacati,, l'informazione e ogni forza associativa di questo territorio che voglia dare il proprio contributo per dare vita ad una Vertenza frusinate che conquisti alcuni risultati immediati e tangibili.
Non si può continuare aspettare che "qualcosa succeda". Ci vuole una sinergia, un programma alcuni obiettivi concreti, condivisi e sostenuti da conquistare in pochi mesi. Dimostriamo di non essere ignudi nel Lazio come Adamo nel paradiso terrestre.
In questa situazione è in gioco una condizione materiale difficile, con la povertà in molti casi. Ma anche qualcosa di più: la dignità del lavoro, e dunque la libertà della persona. Vorrei sottolinearle queste parole. Dignità del lavoro, libertà della persona.
Da queste vicende, emergono alcuni temi cruciali che non possiamo sottovalutare e che investono anche il sistema dei media. In questa settimana ci sono incontri ed appuntamenti importanti come ad Anagni per le crisi ex Videocon e Marangoni, a Frosinone con i sindacati e molte Associazioni contro le vessazioni di Acea. Situazioni diverse, che però mettono a nudo lo stato reale della crisi in gangli decisivi che attengono ai diritti fondamentali di una moderna democrazia, il diritto al lavoro e il diritto all'informazione.
Domandiamoci: se il lavoro non è più un diritto ma una merce che si vende al ribasso, come si può assicurare il diritto all'informazione? Se differenza tra una pressa e un computer è evidente a tutti, come pure le differenze retributive che ne derivano, d'altra parte è altrettanto evidente che il comando dei potenti di turno sui mezzi di comunicazione e su quelli di produzione non fa differenza: in entrambi i casi chi li detiene vuole la flessibilità massima dell'inquadramento, degli orari, delle prestazioni. In fondo un free lance senza contratto vive le stesse inquietudini e le stesse incertezze di un meccanico Fiat in affitto. Il potere del denaro ha trasformato l'informazione in una semplice arte del business. E l'incremento del business rafforza il potere del denaro sull'informazione. E tuttavia, al di là delle scelte personali di conduttori e giornalisti, è il sistema dei media nel suo insieme, in quanto espressione sempre più concentrata del potere del denaro, che espelle dal suo circuito il mondo del lavoro. (IM)

Il lavoro non solo non è rappresentato politicamente, è stato anche tolto dall'agenda mediatica globale, e in un certo senso è sparito dalla vista delle stesse persone che lavorano. Cancellati dalla comunicazione nella civiltà della comunicazione, i lavoratori, donne e uomini, i giovani non compaiono e dunque non esistono. E' un fenomeno globale, ma ciò non significa che localmente non debbano essere cercati degli anticorpi e proposte delle iniziative. Encomiabile, da questo punto di vista, la scelta dell'Osservatorio Peppino Impastato di dare vita ad un laboratorio gratuito di giornalismo d'inchiesta civico e partecipativo.
Non so se questa lontananza dalla vita dei lavoratori è solo la conseguenza dell'oscuramento compiuto dei media, o viceversa se l'invisibilità del lavoro è l'effetto di una scelta politico-culturale più ampia, di una visione del mondo in cui la rappresentanza (e la cittadinanza) è costruita a immagine e somiglianza di chi possiede, essendo considerate le persone che vivono del proprio lavoro socialmente e politicamente irrilevanti, dunque soggetti non da rendere protagonisti del proprio destino ma semmai da assistere nella sventura. Oppure è dall'effetto combinato dei due fenomeni?

Non c'è diritto né progetto di vita. Ma proprio perciò è evidente il valore dell'azione tesa a incoraggiare e sostenere le lotte che si propongono di arrestare il processo di frantumazione e di degrado in settori decisivi del nostro apparato produttivo e culturale, come pure nell'apparato pubblico. Sulla svalorizzazione del lavoro manuale e intellettuale non si costruisce nulla di positivo.

Perché non assumiamo – adeguate iniziative al riguardo? Ciascuno, da solo o nella sua individualità di gruppo, non può difendere i propri spazi di libertà. Bisognerebbe impiantare una rete per far crescere la solidarietà e la partecipazione tra le diverse parti del mondo del lavoro, tra italiani e stranieri, tra privati e pubblici, tra stabili e precari, tra regolari e atipici Tra chi soffre e chi opera nell'informazione. E' possibile che chi fa informazione in questa realtà o almeno una parte di questi operatori provi a trovare la volontà e le forme per indagare, raccontare e dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda?

di Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

La riproduzione di quest'articolo è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore

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Indagare, raccontare, dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda

ilaria alpi edizioni beccogiallo 2003 350 260di Ignazio Mazzoli - Voglio esprimere il desiderio che l'informazione di questa provincia parlasse del Paese reale, di quello di cui si parla poco, e che si vede ancor meno. L'assenza dei temi del lavoro e delle lotte dei lavoratori dal sistema dei media è un dato di fatto, salvo rare ed encomiabili eccezioni.
Di certo è necessaria un'opera di denuncia, che deve essere più efficace e continua, contro l'oscuramento di questa realtà, che è poi l'oscuramento di milioni di persone. Nello stesso tempo, occorre indagare più a fondo intorno alle ragioni che inducono una distorsione complessiva del reale e l'assenza di una critica dell'esistente, fino a farci vivere in una sorta di realtà in maschera.

C'è un grande bisogno di un giornalismo veritiero, d'inchiesta, in grado di mettere a nudo la realtà, come quello che un tempo era praticato con una certa continuità ed oggi quasi non più. Il tentativo di oscuramento delle mobilitazioni dei lavoratori di cui un esempio grave e illuminante è stato il silenzio intorno all'assemblea dei disoccupati della ex videocon svolta nella sala del Consiglio Provinciale annotata soltanto in uno striminzito comunicato finale se si fa eccezione per il comportamento di due soli quotidiani (di cui uno è questo), che avvolge la realtà del disagio e della disoccupazione in questa realtà territoriale che da sola è investita del 33% di tutta la disoccupazione Laziale. Per il dramma di queste persone no c'è voce né ascolto.

Questa nebbia si può squarciare?

Parliamo di migliaia persone. Il cuore industriale di questa provincia. Diciamo allora le cose come stanno: l'occultamento e l'emarginazione di questi lavoratori è un contributo indiscutibile al loro declino. Essi, i precari e i disoccupati non chiedono la luna, ma solo che intorno a questa crisi dell'occupazione e quindi crisi economica si determini un impegno comune di Istituzioni, forze politiche, sindacati,, l'informazione e ogni forza associativa di questo territorio che voglia dare il proprio contributo per dare vita ad una Vertenza frusinate che conquisti alcuni risultati immediati e tangibili.
Non si può continuare aspettare che "qualcosa succeda". Ci vuole una sinergia, un programma alcuni obiettivi concreti, condivisi e sostenuti da conquistare in pochi mesi. Dimostriamo di non essere ignudi nel Lazio come Adamo nel paradiso terrestre.
In questa situazione è in gioco una condizione materiale difficile, con la povertà in molti casi. Ma anche qualcosa di più: la dignità del lavoro, e dunque la libertà della persona. Vorrei sottolinearle queste parole. Dignità del lavoro, libertà della persona.
Da queste vicende, emergono alcuni temi cruciali che non possiamo sottovalutare e che investono anche il sistema dei media. In questa settimana ci sono incontri ed appuntamenti importanti come ad Anagni per le crisi ex Videocon e Marangoni, a Frosinone con i sindacati e molte Associazioni contro le vessazioni di Acea. Situazioni diverse, che però mettono a nudo lo stato reale della crisi in gangli decisivi che attengono ai diritti fondamentali di una moderna democrazia, il diritto al lavoro e il diritto all'informazione.
Domandiamoci: se il lavoro non è più un diritto ma una merce che si vende al ribasso, come si può assicurare il diritto all'informazione? Se differenza tra una pressa e un computer è evidente a tutti, come pure le differenze retributive che ne derivano, d'altra parte è altrettanto evidente che il comando dei potenti di turno sui mezzi di comunicazione e su quelli di produzione non fa differenza: in entrambi i casi chi li detiene vuole la flessibilità massima dell'inquadramento, degli orari, delle prestazioni. In fondo un free lance senza contratto vive le stesse inquietudini e le stesse incertezze di un meccanico Fiat in affitto. Il potere del denaro ha trasformato l'informazione in una semplice arte del business. E l'incremento del business rafforza il potere del denaro sull'informazione. E tuttavia, al di là delle scelte personali di conduttori e giornalisti, è il sistema dei media nel suo insieme, in quanto espressione sempre più concentrata del potere del denaro, che espelle dal suo circuito il mondo del lavoro. (IM)

"Peppino Impastato" un laboratorio di giornalismo

Il lavoro non solo non è rappresentato politicamente, è stato anche tolto dall'agenda mediatica globale, e in un certo senso è sparito dalla vista delle stesse persone che lavorano. Cancellati dalla comunicazione nella civiltà della comunicazione, i lavoratori, donne e uomini, i giovani non compaiono e dunque non esistono. E' un fenomeno globale, ma ciò non significa che localmente non debbano essere cercati degli anticorpi e proposte delle iniziative. Encomiabile, da questo punto di vista, la scelta dell'Osservatorio Peppino Impastato di dare vita ad un laboratorio gratuito di giornalismo d'inchiesta civico e partecipativo.
Non so se questa lontananza dalla vita dei lavoratori è solo la conseguenza dell'oscuramento compiuto dei media, o viceversa se l'invisibilità del lavoro è l'effetto di una scelta politico-culturale più ampia, di una visione del mondo in cui la rappresentanza (e la cittadinanza) è costruita a immagine e somiglianza di chi possiede, essendo considerate le persone che vivono del proprio lavoro socialmente e politicamente irrilevanti, dunque soggetti non da rendere protagonisti del proprio destino ma semmai da assistere nella sventura. Oppure è dall'effetto combinato dei due fenomeni?

Non c'è diritto né progetto di vita. Ma proprio perciò è evidente il valore dell'azione tesa a incoraggiare e sostenere le lotte che si propongono di arrestare il processo di frantumazione e di degrado in settori decisivi del nostro apparato produttivo e culturale, come pure nell'apparato pubblico. Sulla svalorizzazione del lavoro manuale e intellettuale non si costruisce nulla di positivo.

Perché non assumiamo – adeguate iniziative al riguardo? Ciascuno, da solo o nella sua individualità di gruppo, non può difendere i propri spazi di libertà. Bisognerebbe impiantare una rete per far crescere la solidarietà e la partecipazione tra le diverse parti del mondo del lavoro, tra italiani e stranieri, tra privati e pubblici, tra stabili e precari, tra regolari e atipici Tra chi soffre e chi opera nell'informazione. E' possibile che chi fa informazione in questa realtà o almeno una parte di questi operatori provi a trovare la volontà e le forme per indagare, raccontare e dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda?

La risposta de L'Inchiesta

di Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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Giornali di sinistra

sinistra 350-260di Nadeia De Gasperis - Racconta mia madre, che seduti a una panchina della Villa comunale di Sora, emozionati come due ragazzini, quali erano, si preparavano a sfogliare la prima copia del Manifesto, quando a pochi passi da loro una donna seduta da sola, consumava lo stesso rito. La avvicnarono, con l'emozione di chi si "riconosce".
Nei giorni seguenti, lei e mio padre, fecero il giro delle edicole per promuovere l'adozione del quotidiano. In poco tempo il giornale vantava il "tutto esaurito". Negli stessi giorni, alcuni dei padri e delle madri fondatrici del quotidiano (tra i quali Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Lucio Magri, Luciana Castellina) , videro una piazza colma di cittadini sorani che li acclamava con ampio consenso, mentre assisteva al comizio delle elezioni politiche dove mio padre compariva nelle fila del PDUP. Luciana Castellina, venne in sostegno della lista, per quella "intesa" PCI-PDUP, baluardo di quella importante tornata elettorale.
Quando la sinistra sorana diede vita alla Casa Comune della Sinistra, riunendo sotto lo stesso tetto la famiglia allargata dei partiti della sinistra, frammenti dei partiti della Rifondazione Comunista, del PDCI, Sinistra democratica, diede vita a un esperimento pilota che fu osservato con molta curiosotà da vari luoghi del Paese. In occasione dei congressi, che avrebbero decretato la nascita della Sinista l'Arcobaleno, si parlava di questa realtà, come di un viaggio di avanscoperta all'inseguimento di un sogno concretizzabile: l'unione della sinistra. A diffondere il verbo fu il giornale Di Sinistra. DI Sinistra, il giornale.
Furono invitati cittadini comuni, esponenti della società civile, del panorama culturale, insegnanti, studenti, operai, a scrivere un loro articolo. Un blog ne promuoveva la diffusione in rete, mentre una versione cartacea dello stesso formato di un quotidiano ma con una impaginazione suggestiva, si apriva nel titolo, a caratteri cubitali, con una grande S di sinistra... "Di Sinistra, il giornale".
Nacque perfino una bella intesa con alcuni giornalisti della rivista Left, la rivista nata nel 2006, attraverso la trasformazione editoriale della precedente Avvenimenti. Il suo nome, oltre al chiaro e dichiarato riferimento politico, si spiega in origine come acronimo delle parole simbolo della rivoluzione francese, Liberté, Egalité, Fraternité, con l'aggiunta della T di Trasformazione.
Parteciparono a un dipattito pubblico che si tenne in Sora, presso la sede della casa comune della sinistra, in occasione della festa "DI Sinistra" condita dagli antichi caratteri dell'Unità: conferenze tematiche, stand di libri, associazioni di volontariato (actionaid, amnesty... ) musica, immancabilmente, tagliolini e fagioli.
Si deve prestare ascolto a queste storie, come si assiste al rito di iniziazione della storia di una civiltà. La politica ha fatto la storia di alcuni giornali, ma anche alcuni giornali hanno segnato la storia della vita politica del Paese, dove le prestazioni reciproroche erano stabilite in precedenza e in modo che tra esse vi fosse corrispondenza. Nulla a che vedere con la compravendita delle buone intenzioni.
Certo l'Unità non è più quella di una volta. Delle feste dove donne operose e operaie, offrivano generose porzioni di sagne e fagioli, ammassate di loro pugno, un pugno chiuso, a sinistra. L'Unità non è quella della festa nazionale voluta da Berlinguer dove io piccolina assistevo allo spettacolo irripetibile di un concerto di De Andrè. Anche le sonorità di De Andrè avevano già innestato la vena malinconica.
Ma non si gioisce mai della morte di un giornale, primo fra tutti il motivo, non trascurabile, mai banale, che il mestiere del giornalista è un mestiere. Una tautologia che solo a trascurarla, si fa una figuraccia retorica.
L'unità si chiude con due pagine sole, il resto in bianco, bianche sono le pagine della storia di Resistenza da riscrivere, bianco il colore della morte nelle fabbriche, bianco il colore delle bare dei bambini mai approdati a una nuova vita di riscatto, bianco è la misura della voce muta di chi voce non ha, se qualcuno non ha cura di codificarla in carta e inchiostro. Bianca l'indifferenza dei detentori del giornale, che lasciano, a quasi cento anni dalla sua nascita, che un giornale muoia, invece di bramare l'attesa di una festa centenaria di conferma e di rinnovato impegno.
«Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l'Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale".» (Antonio Gramsci, fondatore del quotidiano l'Unità, 1924).

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L'Unità chiude

lUnità 350-262Dal primo agosto L'Unita' sospende le pubblicazioni: per la terza volta nella sua storia - e a 90 anni esatti dalla sua nascita - lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci lascia le edicole. Gli azionisti della Nie in liquidazione non hanno trovato l'intesa su nessuna delle ipotesi sul tavolo. "Dopo tre mesi di lotta, ci sono riusciti: hanno ucciso L'Unita'", e' l'affondo del cdr. Lo strappo traumatico di oggi e' il culmine di una crisi gia' evidente a inizio anno, aggravatasi negli ultimi tre mesi durante i quali gli 80 giornalisti e lavoratori non hanno percepito lo stipendio. Per restare in edicola ad agosto e settembre si stima che sarebbero serviti 1,8 milioni. "I lavoratori agiranno in tutte le sedi per difendere i propri diritti", annuncia il cdr. "Oggi e' un giorno di lutto per la comunita' dell'Unita', per i militanti delle feste, per i nostri lettori, per la democrazia. Noi continueremo a combattere guardandoci anche dal fuoco amico". Accanto ai giornalisti la Fnsi, che auspica tutti gli sforzi possibili "per tentare il ritorno in edicola" e la Cgil, che con Susanna Camusso e gli ex segretari Cofferati, Epifani e Pizzinato chiede al Pd di mettere in campo "tutta la sua autorevolezza e il suo peso".
Il 13 luglio 2000 il quotidiano e' in liquidazione e dopo un tentativo di salvataggio, non riuscito, da parte dell'editore Alessandro Dalai (Baldini & Castoldi), il 28 luglio 2000 cessa le pubblicazioni. Nel gennaio 2001 un gruppo di imprenditori coordinati da Dalai si organizza come Nuova Iniziativa Editoriale, rileva la testata e l'Unita' torna in edicola il 28 marzo 2001. Il 20 maggio 2008 Marialina Marcucci, presidente di Nuova Iniziativa Editoriale, annuncia che la testata e' stata acquistata dal sardo Renato Soru, allora presidente della Regione Sardegna e patron di Tiscali. L'11 giugno 2014, anno in cui la testata festeggia i suoi 90 anni con la pubblicazione fra gli altri, dei supplementi andati presto esauriti, dedicati a Enrico Berlinguer, la proprieta' ha annunciato la messa in liquidazione la casa editrice del quotidiano.
fonte, controlacrisi.org - Fabrizio Salvatori

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