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Il Comico

beppe grillo 350 mindi Aldo Pirone - Finora Zingaretti, da quando è stato eletto segretario, è sembrato sempre in ritardo e un po’ frenato da tanti condizionamenti e da tante paure. La sua ipotesi strategica del voto subito ove si fosse aperta una crisi di governo, è stata immediatamente travolta da un variegato fronte interno che andava dai renziani agli ex popolari-margheritini disponibili a trovare un accordo di governo con il M5s.

A questo proposito Salvini sta mandando in giro, per pararsi le terga, la diceria che la sua mossa di mezza estate si basava sulla convinzione assicuratagli (da chi? Da Zingaretti, da Renzi?) che non avrebbero offerto sponde ai “grillini”. Questi ultimi, infatti, diretti da quel genio di Di Maio, sulle prime non avevano disdegnato l’ipotesi elettorale. Ma, come si dice, la toppa del “bauscia” è peggio del buco. Non aveva previsto, il poveretto, due cosette che hanno cambiato subito la situazione.

In ordine di tempo: l’intervento di Grillo che dava al M5s un’altra linea; la capriola di Renzi, imbattibile nel genere, che stavolta ha giocato in positivo. Insomma si era fidato, il merlo, dei suoi avversari.

L’altro ieri, dicevamo, Zinga ha smentito se stesso: è stato rapido. Di fronte all’intervento di Grillo che, facendo finta di parlare a suocera, mollava un altro sonoro ceffone al povero Di Maio, ha subito risposto positivamente. Che cosa ha detto Grillo? “Abbiamo un’occasione unica…voglio che vi sediate a un tavolo, a parlare di queste cose, e invece ci abbrutiamo a parlare di scalette, di controscalette... Il posto, lo dò a chi... i 10 punti, i 20 punti...”. Cioè i punti di Di Maio; quelli di cui forse abbisognerà la sua testa alla fine di questa crisi.

Le cose, dette dal “guru” alla sua solita in maniera visionaria, sono urbanistica, materie prime, sistemi industriali mobilità ecc., tutto da rivedere e riprogettare. Poi ha concluso: “Basta, basta, io mi rivolgo al Pd, alla base, ai ragazzi del Pd. Sarete contenti, è il vostro momento questo. Il vostro momento. Abbiamo un’occasione unica non si riproporrà più così. Cerchiamo di compattare i pensieri, di sognare a 10 anni”. Il segretario dem ha subito replicato: “Caro Beppe Grillo, mai dire mai nella vita. Cambiamo tutto e rispettiamoci gli uni con gli altri”.

Se questo governo PD-M5s-Leu e altri nascerà, lo si dovrà a tanti fattori che si sono coagulati in un combinato interno e internazionale che non è qui il caso di analizzare. Tra questi anche l’azione politica di un comico che non ha fatto certo ridere Salvini. Quest'azione si è manifestata con una certa puntualità. Il 10 agosto, all’indomani della sfiducia con richiesta di elezioni a tambur battente reclamata dal “bauscia” per avere “pieni poteri”, Grillo lo stoppava nel modo che sappiamo: “Altro che elezioni…salviamo il paese… che l’estate ci illumini, in alto i cuori!”. Il 12 agosto stoppa Renzi: “avvoltoi persuasori… strisciano veloci fra gli scranni: ma è soltanto un’illusione, nient’altro che un’illusione dovuta alla calura”. E rimette Zingaretti al suo posto di leader del PD, il solo con cui interloquire. Il 18 riunisce i suoi a Bibbona per dargli la linea e rintuzzare quella di Di Maio e di altri: Di Battista, Taverna, forse lo stesso Casaleggio.

Il 23 fa il suo endorsement per Conte, “benvenuto tra gli Elevati”, stimolando nel PD a superare il veto di Zinga. Il 28, il visionario, dimostra di avere senso pratico e anche una certa lungimiranza politica: “Non ci sono i tempi né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare. Oggi è l’occasione di dimostrare a noi stessi e agli altri che le poltrone non c’entrano nulla: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica”. Poi il discorso di ieri. L'ha chiuso dicendo: “Ora basta! Sono esausto!”. Non aveva torto.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Discontinuità

Mattarella consultazioni ago19 350 min.jpgdi Aldo Pirone - Il PD ha votato all’unanimità una risoluzione che pone cinque condizioni per la formazione, con il M5s e non solo, di un governo di lunga durata. Le condizioni sono temi abbastanza generali ed ecumenici per una forza che si definisce progressista e di sinistra da cui bisognerà vedere, poi, se emergeranno priorità più precise e cogenti. Inoltre la Direzione del PD ha dato mandato al segretario Zingaretti - qualcuno l’ha definito “mandato pieno” come se al segretario si potessero dare mandati semipieni o semivuoti - per gestire la trattativa con le altre forze, innanzitutto con il M5s, disponibili a fare un governo con le caratteristiche richieste dal PD. Nel dispositivo della risoluzione c’è una parola, “discontinuità” – in passato usata spesso per dare corso a politiche scriteriate -, ma che in questo caso vorrebbe significare, giustamente, che bisogna fare altro rispetto a quel che ha combinato il governo gialloverde in versione salviniana. La frase completa dice: “Se tali condizioni troveranno nei prossimi giorni un riscontro basato sulla necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare siamo disponibili ad assumerci la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura”.

Naturalmente è più che giusto che il PD invochi “discontinuità” rispetto al governo Salvimaio, ma se si vuole essere seri, onesti, innovativi e veramente incisivi nella situazione apertasi con la crisi di governo, la magica parola non può riguardare solo il governo gialloverde, deve riguardare anche quel che c’era prima, regnanti Renzi e poi Gentiloni, e che portò al disastro elettorale del 4 marzo 2018. In altre parole se il PD vuole giustamente imporre una svolta di programmi e indurre i “grillini” a concezioni democratiche e conseguenti comportamenti non può non mettere in gioco anche il cambiamento di se stesso rispetto a quel che è stato finora. Non solo sotto il profilo programmatico ma anche morale. Pure al M5s si pone, per altri versi, un problema simile. Per loro la questione è di avviare un processo di liberazione di se stessi dalla demagogia, dalle semplificazioni propagandistiche, dall’assunto “il cittadino ha sempre ragione”, mentre qui il problema è che il “cittadino” bisogna farlo ragionare su soluzioni razionali ai problemi che lo angustiano.

Perciò, in gioco vi sono non una ma due “discontinuità”.
Questo significa che il nuovo governo, sia nel programma che nelle persone che eventualmente lo comporranno, deve essere di alto profilo politico e morale con molte personalità esterne ai cerchi, più o meno magici, ai caminetti, alle conventicole, ai raduni in villa, delle attuali forze politiche chiamate a partorirlo.
Su tutta la situazione apertasi con la crisi del governo Conte pesa il modo in cui ci si è arrivati. Essa non è il frutto di un’iniziativa dell’opposizione di sinistra che, inserendosi nelle contraddizioni crescenti fra M5s e Lega, poteva aver già avviato un qualche discorso politico con quella parte con cui oggi ci si propone, in qualche modo per costrizione politica e in tempi strettissimi – quelli voluti dal Presidente Mattarella -, di realizzare la svolta di governo. La crisi è frutto di un colpo di sole di Salvini, di una rana che si è gonfiata con la propaganda più incivile e becera fino a scoppiare. Che poi quel suo consenso cresciuto all’ombra del governo gialloverde e certificato, non tanto dai sondaggi quanto dal voto europeo, stia ora evaporando, è tutto da vedersi. Evaporerà se un’eventuale nuova compagine di governo aggredirà soprattutto i problemi sociali e di precarizzazione della vita degli italiani a cominciare dai lavoratori e dai giovani. Per questo occorre fin da subito mettere in grado di non nuocere i tatticismi dettati da interessi personali, le piroette politiche degne del miglior Circo Barnum che se oggi giocano a favore di un isolamento di Salvini, domani potrebbero dargli una mano a risollevarsi rapidamente.

Per questo il PD non può pensare di tornare semplicemente a un “heri dicebamus”. Perché sarebbe subito un fallimento. L’ennesimo.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La Direzione del PD e le sue proposte per un nuovo governo

  • Pubblicato in Partiti

BANDIERE PD 350 260La Direzione PD 21 agosto 2019 Unità e proposta politica del PD. Una posizione ferma e chiara su cui è possibile impostare la costruzione di una nuova maggioranza, caratterizzata da una discontinuità con il passato nei contenuti e nella composizione del governo.

Avviare una nuova fase politica che rimetta al centro il Parlamento e le rappresentanze istituzionali. I cinque punti presentati da Zingaretti e votati all'unanimità dalla Direzione del PD costituiscono un campo su cui formulare gli elementi che devono qualificare la maggioranza e il governo. Allo stesso tempo essi delimitano l'orizzonte su cui si deve aprire un confronto limpido e schietto. Il PD si presenta al Capo dello Stato unito, smentendo nei fatti quanti hanno cercato di ridicolizzarlo e presentarlo diviso e impotente. Una unità che rappresenta un risultato di estrema importanza perché rende più credibile e offre maggiore forza alla proposta avanzata da Zingaretti.

Credo che a questo punto altri, compreso il M5S, dovranno dimostrare una disponibilità al dialogo, a misurarsi con queste proposte, ad acconsentire ad avviare un programma di rottura con il passato. Nessuno vuole sminuire la consistenza parlamentare, come quella di 5S, di quanti potrebbero essere protagonisti di un cambiamento sostanziale nei programmi come nella gestione del governo.

Ognuno degli interlocutori deve assumersi la propria responsabilità a fronte della crisi del paese e concorrere alla sua soluzione, dentro un accordo di programma che è indipendente da quanti rappresentati istituzionali essi abbiano. E' una volontà politica che deve prevalere e a guidare le scelte più adeguate alle necessità del paese. Non i numeri parlamentari, che rimangono importanti in un sistema di alleanze, necessari a comporre le maggioranze. Le proposte del PD sono un punto fermo da cui partire e sono oggi le uniche in campo per dare una soluzione alla crisi politica parlamentare e di intervento su la gravità della situazione sociale ed economica del paese

 

I cinque punti del documento votato all'unanimità dalla Direzione del PD:

- L’impegno e l’appartenenza leale all’UE per una Europa profondamente rinnovata, un’Europa dei diritti, delle libertà, della solidarietà e sostenibilità ambientale e sociale, del rispetto della dignità umana in ogni sua espressione;
- Il pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa incarnata dai valori e dalle regole scolpite nella Carta Costituzionale a partire dalla centralità del Parlamento;
L’investimento su una diversa stagione della crescita fondata sulla sostenibilità ambientale e su un nuovo modello di sviluppo;
- Una svolta profonda nell’organizzazione e gestione dei flussi migratori fondata su principi di solidarietà, legalità sicurezza, nel primato assoluto dei diritti umani, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali e in una stretta corresponsabilità con le istituzioni e i governi europei;
- Una svolta delle ricette economiche e sociali a segnare da subito un governo di rinnovamento in una chiave redistributiva e di attenzione all’equità sociale, territoriale, generazionale e di genere. In tale logica affrontare le priorità sul fronte lavoro, salute, istruzione, ambiente, giustizia. Evitare l’inasprimento della pressione fiscale a partire dalla necessità di bloccare con la prossima legge di bilancio il previsto aumento dell’IVA.

 

Queste le condizioni, infatti, il documento continua così: "se tali condizioni troveranno nei prossimi giorni un riscontro basato sulla necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare siamo disponibili ad assumerci la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura.

In caso contrario il Partito Democratico coinvolgerà le forze politiche disponibili a costruire un progetto di alternativa e rigenerazione dell’economia e della società italiana. Ci rivolgeremo alle energie più consapevoli della società, i giovani, le donne, movimenti, associazioni, la rete diffusa del civismo, dei sindaci e degli amministratori.

In un passaggio così delicato l’unità e compattezza del Partito Democratico, pure nella ricchezza del suo pluralismo, è una garanzia di tenuta per l’intero sistema politico e istituzionale. La democrazia e i suoi canali di partecipazione sono un patrimonio prezioso che oggi tutte e tutti noi dobbiamo preservare in uno spirito di unità del più largo campo progressista"

 

Ermisio Mazzocchi 21 agosto 2019

 

 

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Giuseppe Conte si è dimesso

crisi governo 20lug19 350 min - Ore 15:58 di martedì 20 agosto 2019. Il Primo Ministro Giuseppe Conte termina il suo discorso annunciando la salita al Colle per rassegnare le sue dimissioni e rimettere l’incarico nelle mani del Presidente Sergio Mattarella. Finisce così l’esperienza del governo gialloverde; crisi partita dai lidi romagnoli dove il vice premier Matteo Salvini decretavala fine di un’esperienza troppo basata, a suo dire, sui veti continui del M5S.

Il leader del Carroccio lancia così l’offensiva a Palazzo Chigi chiedendo una risoluzione immediata e elezioni il prima possibile. Giuseppe Conte, nel pieno rispetto della democrazia parlamentare, ha deciso di affrontare la crisi nella sede deputata, ovvero il Parlamento.
La seduta a Palazzo Madama si apre proprio con la vera e propria arringa dell’Avvocato Conte. Il j’accuse lanciato dal suo scranno è diretto chiaramente al Ministro Salvini ed al suo partito, la Lega. Il premier parla di una “crisi voluta dalla Lega che blocca l’opera riformista del governo e viola gli impegni contratti in buona fede e leale collaborazione. I tempi della decisione espongono il paese a gravi rischi, in particolare il pericolo di ritrovarsi in esercizio finanziario provvisorio è altamente probabile”. Dopo il preambolo iniziale parte l’attacco frontale al titolare del Viminale, accusato di “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”. Conte si è detto anche preoccupato per la continua invocazione delle piazze. Secondo la sua visione “non c’è bisogno di uomini con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità”.

Sicuramente più debole il tentativo di Giuseppe Conte di autocandidarsi a continuare sostanzialmente a guidare il Paese, magari a capo di un governo istituzionale sostenuto da una maggioranza di colore diverso rispetto a quella attuale.
Il Senatore Matteo Salvini tenta da par suo di parare i colpi, ma dà l’impressione di un pugile suonato. Curioso il siparietto sul luogo dell’intervento, indeciso se parlare tra i banchi del governo o tra quelli del suo gruppo parlamentare. Un Salvini che prova a difendersi accusando praticamente tutto l’arco costituzionale, che durante le comunicazioni del Presidente del Consiglio, sedeva sulla sua poltrona ministeriale a mo’ di Commissario Tecnico e guidava la sua squadra, incitando o calmando alla bisogna i parlamentari della Lega.

L’esperienza del governo del contratto è dunque giunta al termine ed ora Il Presidente Mattarella dovrà svolgere il suo compito di arbitro della crisi. Se l’asse sovranista Lega-Fratelli d’Italia pare ben saldo ed orientato verso nuove consultazioni elettorali, il Partito Democratico dovrà fare i conti con le visioni delle due correnti. La maggioranza di segreteria, per stessa comunicazione di Nicola Zingaretti, ha apprezzato le parole del Premier, rimproverando allo stesso un attendismo durato troppo. Poco dopo la nota del segretario dem, il senatore Matteo Renzi, nel suo intervento, lascia trasparire la necessità della formazione di un governo che scongiuri l’aumento dell’IVA e l’aumento della pressione fiscale ai danni dei contribuenti.

La posizione del M5S è unicamente indirizzata all’attacco a Matteo Salvini. All’improvviso, dopo 14 lunghi mesi di governo, i pentastellati iniziano a far valere la loro forza maggioritaria all’interno del Parlamento. Anche il gruppo misto (LeU, +Europa e indipendenti) si dichiara disponibile ad appoggiare un governo che sia sì di scopo, ma che abbia delle basi politiche concrete.

Una giornata calda e non solo per la temperatura atmosferica che conferma la volontà delle forze opposte a Matteo Salvini di continuare l’esperienza di governo con questo Parlamento. Ad oggi, però, la struttura politica appare ancora abbozzata, perché per il M5S il nuovo esecutivo dovrà essere un Conte bis, figura che non metterebbe d’accordo pienamente le altre forze.

Ancora una volta, dopo i 100 giorni che seguirono le elezioni del 4 marzo 2018, il Quirinale sarà protagonista della discussione politica. Lo scoglio da superare sarà quello della manovra finanziaria da approvare entro il 31 dicembre, quindi nelle prossime ore al via le consultazioni del Colle con i delegati dei gruppi.
La crisi è aperta e il Premier è ormai dimissionario. Tra pochi giorni conosceremo il destino del nostro Paese, coscienti che alcuni toni non potranno mai rappresentare le istituzioni democratiche e la nostra Costituzione. Cori da stadio, cartelli, fischi e parole poco consone. Confidare nel senso delle istituzioni di Sergio Mattarella è l’unica possibilità per una Nazione da troppo tempo orfana del suo Stato.

 

 

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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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La crisi è arrivata?

Aula di Montecitorio 350 260di Maria Giulia Cretaro - C'era una volta un patto di governo e forse adesso non c'è più. Un equilibrio nato precario, e oggi, a distanza di un anno e mezzo, sembra più traballante che mai.Tanti casus belli evitati, crisi arginate per il rotto della cuffia: il Governo del cambiamento da salvare a tutti i costi.

Eppure quando si mettono di mezzo i baluardi da campagna elettorale, la guerra fratricida è alle porte. Campo di battaglia questa volta il Senato, dove per la giornata di Mercoledì, sono state presentate le mozioni riguardo il TAV e le seguenti votazioni. Un tema scottante quello dell'Alta Velocità a cui il M5S si è sempre opposto tanto da valergli consensi specialmente nello zoccolo duro della Val di Susa. A Febbraio il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo aver rispolverato l'inesistenza del traforo del Brennero, suggerito come alternativa alla Torino-Lione, aveva istituito una commissione di 6 esperti. Tutti si erano espressi in maniera contraria alla nuova tratta, tranne uno licenziato subito dopo.

Per il Movimento il TAV non s'adda fare, opera costosa, impatto ambientale immane e specialmente superflua. Una linea fortemente diffusa ma che si scontra con chi, da almeno vent'anni, il Treno ad Alta velocità lo vuole eccome. Già al preludio della votazione però, La mozione pentastellata sembrava aver scontentato proprio tutti. Anche lo storico leader dei No Tav Perino, bollava negativamente l'intervento. "La mozione del Movimento 5 stelle contro la Torino-Lione è un'idiozia. È una maniera per cercare di salvarsi la faccia, ma non ci riescono. Anzi, è proprio una presa per i fondelli". Una pesante affermazione che mette in discussione appoggi e soprattutto consensi.
Il Premier Conte ha tentato la via del temporeggiare, ma non essendo Quinto Fabio Massimo ad un certo punto ha dovuto sciogliere la riserva in data 23 Luglio, dando il consenso alla prosecuzione dei lavori. A questo punto dello status operandi la perdita in caso di interruzione sarebbe maggiore dei papabili benefici. La stessa Ue, dopo aver assicurato un contributo maggiore per l'Italia, ricorda la restituzione dei 120 milioni già ricevuti e la perdita di oltre 800 milioni per violazione di vincoli internazionali in caso di dietrofront.
Una tematica tecnica che per l'attuale Esecutivo ha assunto i connotati di un termometro degli equilibri interni.

Una verifica che arriva il giorno successivo alla conversione a Palazzo Madama del Decreto Sicurezza Bis. Legge fortemente voluta dalla Lega ma avallata altre sì dei pentastellati. Quello che poteva essere un do ut des politico però non è arrivato. Matteo Salvini ed i suoi infatti, hanno votato contro la mozione No TAV avanzata dagli alleati, dando appoggio a tutte le altre cinque presentate e favorevoli all'opera transfrontaliera, compresa quella PD.

Il grido di Luigi Di Maio è subito all'inciuncio, termine troppo caro al Movimento per non essere rispolverato quando si parla di Dem. C'è da ricordare anche la mossa suggerita da Calenda rigorosamente via Twitter: ovvero approvare tutti il testo grillino e lasciare che la resa dei conti tra Caino e Abele arrivasse all'istante. Mossa audace, che nessuno dei senatori ha accolto come possibile. Inutile negare che l'appuntamento è stato enfatizzato più del dovuto; dopotutto una mozione non è che uno strumento di indirizzo per il Governo, dunque giuridicamente sottomessa ai precedenti accordi internazionali, ma serviva un motivo per tirare le somme ed eccolo servito.
All'orizzonte dunque una crisi di Governo che il Premier ha respirato già dalle prime dichiarazioni. Conte ha provato a contenere i due pretendenti al trono, così come aveva fatto già qualche mese fa. A Palazzo Chigi però è arrivato solo il leader leghista prima di dirigersi a Sabaudia per il comizio in programma. Aveva già annullato il Beach Tour nella mattinata, non poteva lasciare disattese le aspettative di tutti gli avventori. Luigi Di Maio ha preferito un colloquio privato con i suoi, rilasciando come dichiarazione propagandistica "Noi non abbiamo tradito".

Questo è quello che succede quando pur dovendo governare ci si lascia governare.
Ora le due correnti di Maggioranza, che esercitano una forza contraria ma non certo uguale, sono su fronti opposti. E le armi a favore della Lega sono il voto europeo e un'acclamazione mediatica da influencer. Di contro il Movimento che del mediatico era stato l'avanguardia, si ritrova con numeri esponenziali in Parlamento ma di fatto nulli per procedere altri tre anni. Uno stallo alla Messicana subito aggirato da Salvini e risolto in votazioni entro l'autunno. Per questo Mattarella nel primo pomeriggio di Giovedì ha ricevuto il Presidente del Consiglio, e successivamente quelli delle due Camere. Atti che prefigurano un proscenio da decisioni definitive, dopo che l'idea di un rimpasto è stata sconfessata da tutti. Addio alla leadership di Conte dunque, di fatto in tredici mesi è stata poco più che una comparsa. Un po' come gli allenatori della Nazionale che prendono il posto di colleghi che hanno fatto la storia, nel bene o male: sono destinati all'oblio della transizione.

Doveva essere il Governo che trascendeva la vecchia politica, è divenuto quello dei compromessi a tutti i costi. Luigi Di Maio, privato del sostegno anche dei suoi, vede il suo ruolo nell'Esecutivo e nel partito compromesso, Matteo Salvini si è tramutato in un Deus Ex Machina a suon di stereotipi.
Questa è la Terza Repubblica, la più analizzata, criticata o tifata sin da berlusoniana memoria.
La Terza Repubblica che ha trasformato ogni decisione per il Paese in tasselli per la pace politica. Sarà un anno bellissimo, dicevano, ma il risultato è difficile da analizzare: sotto l'osservatorio internazionale per Finanze, Leggi improbabili e cooperazione vacante, il bilancio è un naufragio nazionale.

Forse Gaber aver ragione "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono".

 

 

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Aldo Tortorella: «Berlinguer al governo? I sovietici tramarono per fermarlo»

BerlinguerTortorella 350 minIntervista di Walter Veltroni ad Aldo Tortorella da https://www.corriere.it
L’ex esponente del Pci: «Per loro e per gli americani era un nemico: lui e Moro stavano sconvolgendo gli equilibri della Guerra fredda. Nel ‘56 dopo l’Ungheria volevo lasciare il partito, mi fermò Ingrao» di Walter Veltroni.  «Berlinguer al governo? I sovietici tramarono per fermarlo» Berlinguer e Tortorella


Aldo Tortorella, tu sei stato nella segreteria del Pci con Berlinguer. Vorrei, in questo colloquio, che partissimo da lontano. Il fascismo che hai conosciuto da ragazzo è stato veramente l’autobiografia di una nazione?
«Il fascismo aveva un grande consenso, persino quando è scoppiata la guerra. Ero al liceo, vennero gli studenti universitari fascisti per farci uscire a fare la sfilata. Vedevo la gente che guardava questo corteo di giovani, molti dei quali erano destinati alla morte perché già in età di essere richiamati. Io ero un ragazzo, ma altri erano già degli uomini. Ricordo soltanto una persona che reagì sdegnata a quel corteo pro guerra, gli altri guardavano con simpatia. Le cose sono cambiate con l’inizio dei bombardamenti, con le sconfitte dell’esercito e con la follia della spedizione in Russia. C’era sempre una ritirata ed era sempre strategica. Allora gli italiani cominciarono a ritirare il consenso al regime. E cominciò a crescere la simpatia verso il movimento clandestino nelle città e anche in montagna. Ma il fascismo ebbe consenso popolare, non dimentichiamolo mai».

Nella Resistenza come entri?
«Nella Resistenza, a Milano, sono entrato perché facevo parte, con Raffaellino De Grada e Quinto Bonazzola, del Fronte della Gioventù, quello guidato da Eugenio Curiel e Gillo Pontecorvo. Io dovevo reclutare quelli della Cattolica, ero diventato il responsabile degli studenti universitari del Fronte. Quelli dell’Università Cattolica però erano inesperti. Noi eravamo già stati addestrati dai vecchi, per noi Gillo lo era. Lui mi aveva già insegnato tutto, le prudenze, il non incontrarsi mai in più di due. Quelli della Cattolica invece avevano dato appuntamento a quattordici persone, forse pensavano di fare una riunione. Ma c’era uno di loro che era stato preso dalla polizia e aveva cantato. Così quel giorno fecero una retata e ci arrestarono tutti».

È stato giusto piazzale Loreto o Mussolini si doveva processare come hanno fatto a Norimberga?
«La decisione fu presa non da Luigi Longo, ma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Però mi pare di aver sentito da Longo che il sentimento prevalente in quel momento era che, se consegnavano Mussolini agli alleati, lui se la sarebbe cavata. Forse perché c’era stato il rapporto con Churchill o con altri. Si temeva pesassero insomma tutte le compromissioni delle democrazie col fascismo. La cosa terribile è che c’è stato l’incanaglimento della gente, l’esplosione dell’odio. Ma parliamo di giorni terribili, al culmine di una guerra civile in cui i fascisti avevano compiuto orrori indicibili. A piazzale Loreto erano stati esposti i corpi dei ragazzi antifascisti trucidati. Io li avevo visti, con le mosche che giravano attorno ai loro corpi e con i fascisti in armi che vigilavano perché nessuno li potesse portare a seppellire, neanche i parenti. E c’era gente che piangeva, uno spettacolo terribile. Io ero a Milano in quel momento. L’odio è una bestia orrenda».

L’oro di Dongo che fine ha fatto?
«Non lo so. C’era un settore del Partito che si occupava delle cose un po’ più riservate. Figurarsi in quegli anni. E poi io allora contavo poco. Ma, per essere chiari, anche quando ero nel gruppo dirigente certe decisioni avvenivano nel rapporto tra il segretario e poche persone. Sai il rapporto che mi legava a Berlinguer. Ma lui, quando decise di tagliare il cordone finanziario con i sovietici, la disposizione di togliere i soldi l’ha decisa insieme a Chiaromonte, allora coordinatore della segreteria, e l’ordine è stato dato a Cervetti, responsabile dell’organizzazione. Fu una scelta importante e coraggiosa, Berlinguer era appena diventato segretario. E l’anno in cui avvenne coincide, non a caso, con il lancio della strategia del compromesso storico. Berlinguer tagliava quei legami per garantire l’autonomia necessaria al partito per essere coerente forza nazionale e di governo».

Gente come te che aveva rischiato la vita per la libertà, come ha vissuto lo stalinismo?
«In un primo momento siamo stati tutti stalinisti. In fondo a Yalta fu con Stalin che i governi occidentali divisero l’Europa. Noi eravamo stalinisti perché Stalin era Stalingrado, era la bandiera rossa sul Reichstag. Erano i morti per salvarci dal nazismo. Ma il primo choc, nessuno lo ricorda, fu nel 1953. Fu lo sciopero degli operai a Berlino contro il potere, non c’era ancora il muro allora. I mitici operai di Berlino che avevano voluto l’insurrezione contro il parere della Luxemburg, in seguito alla quale poi la Luxemburg fu uccisa. Quegli operai scioperavano, contro il potere comunista. Uno choc. Che però non bastò a farci capire».

Il ’56 è stata la grande occasione perduta della Sinistra italiana?
«Io penso di sì. Io avevo deciso di andarmene. Tieni conto che nel ’56 io mi sono laureato con una tesi sulla idea di libertà in Spinoza. Dopo la laurea succede questo casino in Ungheria. Ce l’ho di là. Ho provato a rileggerla, ma ormai è troppo difficile per un vegliardo. Forse era di qualche valore, tanto che Banfi voleva pubblicarla: Spinoza non solo come eroico assertore della libertà politica ma come teorico della libertà più alta, quella interiore. La tesi che sostenevo era che la libertà politica non è tutto, esiste una dimensione maggiore: la libertà interiore. Per questa mia convinzione profonda me ne stavo per andare. Mi hanno trattenuto Antonio Banfi e Pietro Ingrao. C’era la Guerra fredda... Erano tempi duri. Fui portato a far prevalere la priorità della scelta di stare nel partito rispetto alle mie convinzioni».

Nella storia dell’Ungheria non c’è in fondo anche il segno della doppiezza di Togliatti? Perché Togliatti era l’uomo della fondazione della sinistra nella democrazia italiana, però era anche l’uomo che poi a Mosca non ha mai saputo dire di no.
«Togliatti a me pareva geniale, ma non simpatico. Io ero per Longo, avevo un rapporto quasi filiale con lui. Longo e Togliatti si parlavano quasi con il lei. Non usavano il lei naturalmente, ma erano due persone distanti. Tra i due c’era legame politico, ma non amicizia. La doppiezza di Togliatti? L’espressione secondo me non è giusta. Lui non era doppio, era convintissimo che, con la Rivoluzione d’ottobre, la storia si fosse messa in moto, che fosse cominciato il socialismo nel mondo. Una convinzione che sarà superata solo con Berlinguer».

Nel ’68, quando ci fu l’invasione della Cecoslovacchia, il Pci si espresse con la formula «il grave dissenso». Che però era poco.
«Era quello che sembrava moltissimo, a compagni come Longo. Che per la prima volta aveva coscienza del fallimento di quel modello. Ma devo finire su Togliatti. Togliatti era convintissimo che fosse incominciato il socialismo. Su questo non c’era doppiezza, lo diceva. C’è un dialogo tra Bobbio e Togliatti, è del 1954. Al liberalsocialismo del filosofo, Togliatti risponde con supposto realismo: “Non ci possiamo inventare noi cosa deve essere il socialismo, adesso c’è già un socialismo che marcia”. Ma quello non era il socialismo che marciava, era il socialismo che si stava suicidando».

Che guerra hanno fatto i sovietici a Berlinguer?
«Guerra totale, non solo sotterranea. Noi eravamo il nemico degli americani, ma anche dei sovietici. Perché la tesi di Kissinger su Berlinguer era la loro: “Questo è il più pericoloso di tutti, perché è democratico, rompe l’unità morale dell’Occidente”. Perché si scopre che ci può essere un comunista democratico. Il problema era che quella linea aveva bisogno di un impianto teorico robusto. Perché se la spinta propulsiva non funziona, non funziona più un mondo e non funzionano più le tue vecchie idee. Devi sostituirle. Io mi posso dire tranquillamente comunista perché per me il comunismo è un punto di vista sulla realtà, non è un sistema e non è neanche una dottrina, è un punto di vista sulla realtà. È dire: “Questa divisione tra ricchi e poveri, borghesi e proletari non funziona, dobbiamo pensare ad un mondo altro”. Ogni forza democratica che voglia correggere il sistema cambiandolo gradatamente è sgradita. Anneghiamo nelle merci e miliardi di persone stanno alla fame. Questo per me è il comunismo, non l’orrore dei partiti unici e delle libertà negate».

Tu ricordi episodi di guerra dichiarata dei sovietici al Pci?
«Loro gli hanno addirittura censurato il discorso a Mosca. Quando ha detto “la democrazia valore universale”, gli hanno tolto la frase, più di così... E poi il terrorismo. Nessuno mi toglie dalla mente che i sovietici abbiano lavorato per far saltare il compromesso storico, per impedire a Berlinguer di inverare la prospettiva della partecipazione al governo. Se lui fosse riuscito sarebbe stato un colpo alla linea dei sovietici. Guarda quello che ha detto il consulente Usa Pieczenik, mandato dagli americani per collaborare con Cossiga. Lui è stato protagonista di una manovra volta a far sì che le Br uccidessero Moro. Ha detto persino: “Ho temuto fino alla fine che lo liberassero”. Moro e Berlinguer avevano sconvolto i canoni della Guerra fredda. E tutti e due erano nel mirino. Ricordo la reazione violentissima dei sovietici al momento dell’eurocomunismo. Con Togliatti si parlava di via nazionale che voleva dire che la via era quella che volevano i sovietici, ma aveva delle varianti. Berlinguer, parlando di democrazia come valore universale, rompe questo schema e lavora per costruire una rete internazionale alternativa. Per i sovietici era troppo. Come troppo, per gli americani, era stata la “terza fase” di Moro. Via Fani si spiega così. E così si spiega l’attentato a Berlinguer in Bulgaria. E forse così si spiega anche l’addestramento delle Br in Cecoslovacchia...».

Se Moro non fosse stato rapito, il Pci avrebbe votato la fiducia al governo Andreotti? Era un monocolore senza alcuna novità...
«La notte prima Moro aveva fatto arrivare, attraverso Luciano Barca, un messaggio a Berlinguer. Gli diceva di fidarsi di lui, che la composizione del governo era il prezzo da pagare per evitare una rottura nella Dc, che lui si faceva garante del programma. Il Pci avrebbe pagato un prezzo alto in ogni caso. Se avesse accettato, se avesse rotto. Quella legislatura sarebbe finita lì. Moro pensava a coinvolgere il Pci nel governo per poi fare l’alternanza. Berlinguer confidava nel prevalere del cattolicesimo democratico di Moro e Zaccagnini per una collaborazione non breve. Tutti e due erano consapevoli di aver portato l’esperimento di autonomia italiana al punto di massima tensione. Non per caso la proposta di compromesso storico nasce dal golpe in Cile».

Andreotti era un segno di assoluta continuità col passato...
«Dopo le elezioni del ’76 Berlinguer dice a Moro di non indicare Andreotti. Lui gli risponde: “Andreotti è necessario per ammorbidire le resistenze degli americani”. Io non so se avesse ragione, perché il vero interlocutore degli americani era Cossiga, Andreotti anzi aveva delle sue autonomie come dimostrava la sua politica in Medio Oriente. L’argomento che usa Moro per dire che ci voleva Andreotti è che lui non poteva sfasciare tutto, che l’intesa si poteva fare se lui convinceva tutta la Democrazia cristiana. Era un incastro, per il quale fu pagato un prezzo assai alto...».

Il Pci sapeva di Gladio?
«Lo abbiamo saputo quando lo hanno saputo tutti».

Cioè dopo le dichiarazioni di Andreotti?
«Dopo che è stato scoperto da quelli lì, sì...».

Il Pci finisce con la morte di Berlinguer?
«Secondo me per troppo tempo è rimasta in vita una linea politica che era quella dell’ispirazione originaria dell’unità nazionale. Nella parte finale della sua vita Berlinguer sceglie la via dell’alternativa democratica e poi si mette in sintonia con culture e problemi nuovi. L’ecologia, prima di tutto. E poi il femminismo della differenza. La questione morale che per lui non era affatto la caccia al ladro ma la rifondazione dei partiti. Aveva capito che stavano diventando pure macchine di potere, clientele capaci solo di fare gli affari. Non è questo il compito di un partito... Terza cosa fondamentale il pacifismo. Lui, che era stato anti-movimentista, avverte quanto questo tema sia sentito, specie dai ragazzi. In quegli anni Berlinguer cerca di delineare una nuova identità del Pci. Dopo di lui quella ispirazione si è dispersa. Forse sì, il Pci finisce con Berlinguer».

Una domanda alla quale io non ho mai saputo rispondere. Se Berlinguer fosse vissuto e fosse arrivato all’89, cosa avrebbe fatto?
«Anche per me è difficile. Non mi pare giusto interpretare. La sua idea era di cambiare e probabilmente avrebbe cambiato prima, non dopo».

10 luglio 2019 (modifica il 10 luglio 2019 | 18:21)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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Cassino. All'alba di un nuovo stile di governo?

Cassinomunicipio 350 260di Peppino Gentile* - Pur non essendo stato un elettore di Salera , al quale colgo l’occasione per esprimere le mie condoglianze per la morte della cara mamma, ciò non mi impedisce di riconoscere che la sua vittoria è stata più netta di quella che forse era nelle sue stesse aspettative e in quelle del suo partito che alla vigilia delle elezioni si è spaccato con Petrarcone che si è candidato a capo di un movimento civico senza il quale, visto come sono andate le cose, il candidato del Pd avrebbe vinto al primo turno.

Contrariamente a quello che scrive l’amico Lello Valente, più che un referendum popolare contro Abbruzzese, al quale va comunque dato atto di aver ricompattato un centrodestra frantumato nel quale dopo il defenestramento di D’Alessandro sono volati addirittura gli stracci per cui non è da escludere che oltre ai dissidenti nella Lega non sono molti quelli che lo hanno votato, visto l’enorme divario fra i voti riportati da Salvini alle europee (7069) e quelli alle comunali (2157).
Se a ciò si aggiunge il mancato effetto Salvini e il fatto che il ballottaggio rispetto al primo turno è tutta un’altra partita, a tal proposito i casi di rovesciamenti clamorosi di voti non si contano, per cui la vittoria di Salera è stata ancor più netta di quella prevista.

Ciò che invece non era previsto è l’iniziativa del neosindaco di convocare come suo primo atto i candidati sconfitti dai quali farsi spiegare, come ha dichiarato alla stampa, i progetti più interessanti dei loro programmi per vedere se ci sono le condizioni per svilupparli insieme al suo programma.
Un’iniziativa che per quanto inusuale è apprezzabile sia sul piano amministrativo che politico in quanto nel primo caso serve a coinvolgere l’opposizione su problematiche cittadine di interesse generale, mentre nel secondo caso serve a superare gli steccati ideologici che a livello di governo locale, a mio parere, non si giustificano.

Ho detto inusuale perché l’apertura programmatica all’opposizione che non è un segnale di debolezza bensì di responsabilità, normalmente non avviene ad inizio di legislatura bensì in corso d’opera ossia quando si apre una crisi amministrativa all’interno della maggioranza, sicché per arrivare a fine mandato si tenta di coinvolgere l’opposizione.
Cosa che D’Alessandro non ha fatto nonostante che attraverso questo giornale l’ho sollecitato ad aprire un tavolo dei responsabili di tutti i gruppi consiliari per verificare se c’erano le condizioni per poter andare avanti con il coinvolgimento dell’opposizione la quale, visto anche il risultato del ballottaggio, per dirla con l’amico Costa ha fatto bene il suo mestiere.

L’ iniziativa presa da Salera, se la memoria non mi inganna, in qualche Paese europeo è normale perché serve ad evitare che i governi delle città entrino in crisi prima ancora di iniziare il proprio cammino amministrativo, creando disagi ai cittadini i quali non è giusto che ne paghino le conseguenze.
Crisi che nella maggioranza dei casi nascono non per motivi politici ma per aspirazioni personali che, per quanto legittime, con la caduta delle ideologie è venuto meno il senso di appartenenza ai partiti considerati alla stregua di bus dai quali si sale e si scende a proprio piacimento, ostacolando l’azione amministrativa.
Ciò non significa che ci debbono essere delle ammucchiate indistinte, venendo meno ad un principio fondamentale della democrazia che è quello del rispetto della volontà popolare che Salera, dopo la vittoria ottenuta, ha il diritto- dovere di esercitare nell’interesse della città, arrestandone il declino in atto da oltre vent’anni di cui nessuno dei partiti che l’hanno governata in quest’arco di tempo può chiamarsi fuori da responsabilità.

Motivo per cui fa bene Salera a portare avanti una iniziativa come quella annunciata con una proposta aperta al confronto con l’opposizione che per quanto possa far discutere resta l’unica strada possibile per uscire dalla crisi in cui ci troviamo, ridando slancio ad una città che ha perso il proprio ruolo guida del sud della provincia.
Ruolo che si può riprendere qualora, ai sensi della legge Delrio del 2014, si dovessero istituire le cosiddette “aree vaste” di cui Cassino è il naturale capoluogo di quella che va dalle Mainarde al Mare che per omogeneità è un vero e proprio “unicum”, da qui il sogno, non realizzato, dei nostri padri ricostruttori di farne una provincia.

 

*pubblicato su L'Inchiesta quotidiano

 

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Il governo Lega – 5Stelle e la sceneggiata napoletana

sceneggiatanapuletana 350 260 mindi Elia Fiorillo - Questo Governo Cinque Stelle - Lega ha proprio tutte le caratteristiche della “sceneggiata napoletana”. Un genere di rappresentazione che “alterna il canto con la recitazione e il melologo drammatico”. “Il melologo” non è altro che l’unione della musica con il parlato. E se ci fate caso i nostri governanti attuali attingono a piene mani in questo genere di spettacolo. Diciamo così, sono proprio portati.

Recitano con una estrema naturalezza. C’è anche da dire che la sceneggiata nacque per questioni non certamente nobili, ma per opportunismo. Dopo la disfatta di Caporetto il Governo italiano aveva bisogno di soldi, tanti soldi. E, allora, provò a tassare tutto il tassabile possibile. Appesantì i tributi sugli spettacoli di varietà con la scusa che erano frivoli e degradati. Ma gli italiani tutti – Nord e Sud uniti nell’impresa – sono maestri nell’aggirare il fisco. E così, per motivi tributari, nacque uno spettacolo “misto”, non tassabile.

Torniamo al “melologo” di Salvini e Di Maio. Su questo campo sono proprio bravi. Riescono con i loro argomenti, ovviamente quando gli conviene, a musicare le loro promesse, a farle pervasive. Con l’aggiunta, ovviamente, dei toni drammatici contro tutti gli oppositori possibili, letteralmente inceneriti dalle fiamme insite nei loro discorsi. E mica è da tutti!

Altro elemento comune alla gloriosa rappresentazione napoletana è l’aggiramento delle “tasse”. Che c’entra il fisco in questa faccenda politica? C’entra, c’entra! Pensate se non ci fosse stato l’abbraccio governativo tra il Giggino napoletano ed il Matteo padano quali gabelle i due avrebbero dovuto pagare. Luigino avrebbe dovuto sparare ad alzo zero su Matteo che avrebbe dovuto rispondere con maggiore intensità di fuoco. Insomma, una guerra guerreggiata senza esclusione di colpi che avrebbe portato i due al reciproco annientamento. Con l’accordo di governo gestiscono il “potere”, continuando a litigare.

Ha ragione il mitico Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Ma, nel caso dei due vice-presidenti del consiglio, vale anche l’altra massima: “A pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”. Che poi non era del Divo Giulio ma del Vicario di Roma dell’epoca, Marchetti Selvaggini, che proprio come sacerdote di “prossimo” se ne intendeva. E proprio tenendo a mente ogni giorno il detto andreottiano i due vice presidenti non perdono occasione di “pensar male” dell’operato reciproco. Sulla Tav uno dice una cosa e l’altro l’incontrario. Poi ci sono le dichiarazioni ah hoc che “sporcano” il pensiero del rivale. Insomma, una guerra ad oltranza mitigata dal “contratto di governo” che poi è la colla che tiene tutto. Ma fino a quando?

Certo, fino alle elezioni europee non dovrebbe succedere niente che modifichi l’attuale assetto. Dopo tutto è possibile. Salvini sa bene che incasserà un bel po’ di consensi che sono il frutto delle sue scelte pubblicitarie. Se non avesse fatto il politico di professione avrebbe avuto davanti una bella e florida carriera da pubblicitario. Il fiuto ce l’ha e a forza di cambiare felpe e di utilizzare fatti e situazioni a proprio favore si è fatto un’esperienza eccezionale. Ma si può vivere solo di pubblicità? Secondo Francesco Boccia del Pd proprio no. “L’altro giorno – afferma l’esponente del Pd - un medico gastroenterologo molto bravo, mentre parlavamo di politica, mi ricordava che, a furia di sottoporre a pressioni la pancia, questa fa aria prima o poi. Quindi, tutto si risolverà contro di loro con una grande scorreggia. È una reazione inevitabile. Più si sollecita la pancia, più la pancia fa aria”.

Per il momento la pancia resta in ebollizione con tutte le conseguenze immaginabili. Si aspettano le elezioni europee come la cartina di tornasole per ipotizzare il futuro del Governo. Se, com’è prevedibile, la Lega salviniana farà “Bingo” e i 5Stelle realizzeranno un brutto tonfo, cosa accadrà? Al di là delle sceneggiate napoletane e il melologo conseguente poco o niente. Sarebbe da pazzi dopo il botto elettorale dei grillini se questi ipotizzassero le elezioni anticipate. C’è chi spera in un governo di Centro-Destra, ma i numeri non ci sono proprio e non sono prevedibili. Insomma, per non farla lunga, pare proprio che ci dobbiamo accontentare ancora per molto del duo Salvini-Di Maio. L’imprevedibilità che potrebbe cambiare tutto è una rivoluzione nei 5Stelle con la cacciata di Giggino. In quel caso ci potrebbe essere la “scoreggia” ipotizzata da Boccia.

 

 

 

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2019: anno caldo per un cambio di passo del governo

illavoroprimaditutto 350 250 mindi Donato Galeone* - Il 2019 diventerà un “anno caldo” se non ci sarà un “cambiamento di rotta” sui temi della “crescita del lavoro”.

E' stato detto e ripetuto dalla CGIL-CISL-UIL negli ultimi mesi del 2018, esaminando le proposte di bilancio 2019 del Governo - “compresso dall'esame parlamentare” - ma, da fine anno 2018, è legge dello Stato italiano.

Su un “cambiamento di rotta” - scrive e annuncia il Segretario Generale della CISL, Annamaria Furlan - che nelle prossime settimane la CISL non sarà ferma ma si mobiliterà insieme alla CGIL e UIL, in autonomia dalla politica, con una grande manifestazione nazionale per sollecitare un “cambio di passo” nella linea di questo Governo.

Con il messaggio di fine anno il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sottolineato, ancora, che “la mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili, con l'alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini, pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani” mentre le crisi aziendali numerose - al tavolo dei Ministeri Sviluppo Economico e Lavoro - hanno colpito migliaia di lavoratori e famiglie di cittadini che attendono le “promesse della politica nella concretezza operativa credibile” - constatando che nel 2019 - la programmazione di scarsi investimenti pubblici e privati non potrà creare lavoro.

Proprio su queste priorità - il Capo dello Stato - che ha dovuto sottoscrivere la “legge di bilancio in termini utili a evitare l'esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto in poche ore “– egli ha anche detto che “ora soltanto un lavoro approfondito, tenace, coerente e lungimirante - che richiede competenza - costa fatiche e impegno”.

Ecco, chiaramente, come partire dalla prima e grave emergenza sociale che è “il lavoro” con la “capacità del nostro sistema produttivo che si è ridotta sia nelle imprese che nei settori avanzati” – osserva il Capo dello Stato – e, conseguentemente, il fulcro del confronto sui contenuti della legge di bilancio “ compresso dall'esame parlamentare” richiede – adesso – una attenta verifica proprio nei contenuti del provvedimento – peraltro – sollecitata dalla CGIL,CISL,UIL con l'apertura - ricorda la CISL - di un “dialogo sulla base di un impegno assunto dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Sindacato dei lavoratori”.

Si tratta di capire e condividere anche con i “corpi intermedi della società democratica” i cambiamenti economici e sociali, proprio nei momenti difficili e complessi, per la crescita dei redditi con il lavoro, l'erogazione dei servizi collettivi e le prestazioni sociali.

Nel concreto si tratta di definire con il Governo un “percorso o patto per i lavoro” come ripetutamente indicato dai sindacati dei lavoratori e le parti sociali, rendendo vantaggiosi le assunzioni dei giovani a tempo indeterminato e orientando verso politiche attive praticabili, con la formazione adeguata e mirata all'occupazione vera domandata dalle imprese, congiunta, al sostegno della scuola, della ricerca scientifica e applicata nel contesto delle innovazioni tecnologiche del terzo millennio nella dimensione europea.

Nell'immediato, per favorire e stimolare i consumi interni, appare necessario quanto prioritario - con il ridurre le aliquote fiscali sui redditi dei lavoratori e pensionati - contrastare la pressione fiscale a livello locale in quanto penalizza prevalentemente, sempre, lavoratori e pensionati con le loro famiglie.

Il 2019 potrà essere meno caldo – variabile dipendente – dai risultai del confronto o dialogo tra CGIL,CISL,UIL e parti sociali con il Governo.

Sarà un confronto politico e pratico sulla condivisione aperta della “questione sociale e del lavoro” che merita appunto di “sentirci comunità che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri” come richiamati, responsabilmente, dal nostro Presidente della Repubblica con il suo messaggio del il 31 dicembre 2018.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma, 3 gennaio 2019

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