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Sì, certo i Dem…e il penta-leghismo allora?

Parlamento vuoto 350 mindi Fausto Pellecchia - Lo spettacolo offerto dalle forze di sinistra che vorrebbero (dovrebbero) opporsi al governo giallo-verde, è particolarmente deprimente, per non dire disperante.

Archiviata ignominiosamente la generosa iniziativa di Tomaso Montanari e Anna Falcone al teatro Brancaccio nel giugno del 2017, la galassia dei movimenti e di partiti che avrebbero dovuto dar corpo e gambe a quel progetto si è di nuovo lasciata inghiottire dal buco nero di personalismi e di capziosi distinguo. L’intensità della forza centrifuga che li ha dissolti, ha prodotto il “dis-astro” attuale: letteralmente: la scomparsa degli astri sostituita dalla luce fatua di una costellazione di stelle morte. Questo esito non discende tuttavia solo da errori di visione strategica o dal mancato rinnovamento dei gruppi dirigenti, ma da una più radicale crisi di cultura politica della sinistra. Infatti neppure la gravità dell’attuale situazione politica, caratterizzata dall’ingrossarsi minaccioso dell’ondata nazional-populista che, mentre fa strame dei più elementari principi di democrazia, sembra in grado di scuoterla.

Dinanzi a questo estremo pericolo, la cornucopia di movimenti e partitini che pretendono di collocarsi alla sinistra del PD rappresenta un chiaro sintomo non soltanto di miopia e di debolezza, quanto piuttosto una forma obliqua di connivenza e di favoreggiamento dell’avanzata della destra cripto-fascista. Un universo di nano-particelle e di movimenti browniani, formato da una serie di vortici a protezione e sostegno di un piccolo leader (un “minuscolo padre”) che coltiva la meschina ambizione di un seggio istituzionale qualsivoglia per ottenere un po’ di spazio nelle cronache dei media nazionali. I risultati delle inchieste in proposito oscillano tra le 13 e le 16 sigle di gruppuscoli sedicenti comunisti, con percentuali di consenso decimali o centesimali, raccolte a pelle di leopardo solo in alcune regioni, ma regolarmente dotate di un apparato di fantomatici organismi dirigenti. Ad essi sembra che tra breve voglia aggiungersi anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la fondazione di un ennesimo partitino antisistema. Naturalmente, nonostante l’estrema somiglianza delle velleità programmatiche e strategiche di questo caleidoscopio di sigle, ciascuna custodisce gelosamente la propria separatezza. Tutti questi raggruppamenti, infatti, decisi a praticare fino in fondo la fissione politica del bosone di Higgs, si contendono l’oscar della purezza e della radicalità ideologica, rimproverando ai loro diretti competitor pretestuosi sintomi di cedimento alle derive centriste del PD. Quest’ultimo, del resto, dopo l’esiziale stagione del renzismo, si prepara ad affrontare il suo congresso con lo stesso meccanismo che ne ha decretato la rovina: la deregulation delle elezioni primarie del segretario - come fosse un concorso per la selezione di una miss- con una mezza dozzina di candidati in rappresentanza delle varie anime – o piuttosto delle varie cordate- del partito. E mentre tutti – anche quelli che furono stetti collaboratori di Matteo Renzi- giurano sulla necessità di superare il renzismo e di inaugurare una fase nuova, le proposte avanzate alla vigilia del confronto, non solo non contengono alcun cenno significativo di autocritica, ma si limitano a ritinteggiare con nuovi slogan la tartufesca formula del “cambiamento nella continuità”.

Queste diverse forme di nichilismo autodistruttivo fanno da sfondo e da stimolo alle virate autoritarie del governo a trazione fascio-leghista, alimentato e amplificato dal mimetismo demagogico con il quale i pentastellati cercano di dissimulare l’inconsistenza e la disarmante imperizia del loro ceto politico. L’ultimo episodio inquietante è costituito dalle dichiarazioni dei capi, Di Maio e di Battista, dopo l’assoluzione della sindaca Virginia Raggi. I dioscuri grillini (uno dei quali, com’è noto, è vice-presidente del consiglio dei ministri) vi hanno colto l’occasione per sferrare un attacco furibondo- non, si badi, alla Procura di Roma che ha iniziato il procedimento ma- all’informazione non-allineata, rea di aver raccontato l’inchiesta e il processo sul caso Marra, senza schierarsi pregiudizialmente con la sindaca di Roma. Per questo i giornalisti sarebbero, per Di Battista,“"i veri colpevoli, pennivendoli e puttane", mentre Di Maio li ha definiti "infimi sciacalli", promettendo di vendicarsi con leggi punitive per gli editori.

La conclusione allarmante da trarre potrebbe essere espressa parafrasando il manifesto politico del marchese de Sade: “Italiani, ancora uno sforzo se volete essere nazi-populisti”. Se la politica del PD -almeno a partire dal governo Monti- è stata costellata di errori e di gravi cedimenti al neoliberismo dell’establishment, il governo giallo-verde rappresenta i punto estremo di caduta della medesima parabola. Si potrebbe persino parafrasare a rovescio il leit motiv autoassolutorio che circola nell’opinione pubblica filogovernativa: “Sì, certo, il Pd, ma il pentaleghismo allora?”

Eppure, basterebbe prendere spunto dal rinnovamento della sinistra in alcuni paesi europei per trarre ispirazione sulla linea politica necessaria per invertire la rotta che ci porterà al naufragio. Si pensi alla Spagna e ai buoni risultati ottenuti dai socialisti di Sanchez e da Podemos; al Portogallo con l’alleanza tra il partito socialista, le due formazioni della sinistra radicale, il Bloco de Esquerda e la Coalizione democratica unitaria (Cdu), composta da comunisti e verdi; o ancora più significativamente al Labour di Corbyn, che ben lungi dall’essersi frantumato nel pulviscolo settario che costituisce l’attuale Aventino della sinistra italiana, hanno dato vita a una linea politica inequivocabilmente progressista e democratica. Certo, il Labour di Corbyn ha ben poco a che vedere con quello di Tony Blair. Ma non v’è stato bisogno di alcuna scissione: è bastato un radicale cambiamento di linea e di visione strategica all’altezza delle trasformazioni epocali del XXI secolo. Quale insegnamento trarne per l’Italia?

Intanto il PD- partito per il quale non ho mai votato- faccia un congresso vero, confrontandosi non sui nomi dei capicordata, ma su mozioni programmatiche contrapposte, individuando 5 o 6 priorità per il Paese: ad esempio, diritto al lavoro per una drastica riduzione del precariato e della disoccupazione [a proposito, che fine ha fatto la sacrosanta rivendicazione di una riduzione dell’orario di lavoro?]; consolidamento-estensione di politiche del welfare; politica di alleanze internazionali per la riforma democratica dell’eurozona; integrazione dell’immigrazione extraeuropea in un quadro normativo europeo, sistema di investimenti per frenare il dissesto idrogeologico, ecc. Alternative di linea programmatica e non volti di candidati, l’uno fotocopia sbiadita dell’altro, che si confrontano in primarie farlocche, chiamando al voto truppe cammellate reclutate per strada all’ultimo momento.

Per i partiti alla sinistra del PD, il percorso è assolutamente analogo: si avvii un processo federativo dei movimenti e delle formazioni di ispirazione socialista ed ecologista, disposti ad aderire ad un manifesto progettuale “realistico”, con pochi punti qualificanti, formulati nella prospettiva di governo possibile della complessità contemporanea, e non congelati nella conservazione superstiziosa di ideologie semplificatrici con pretese onnicomprensive. Il manifesto in questione non va infatti pensato come le tavole mosaiche della legge, ricevute in excelsis et in aeternum, ma come principi fondanti che si incarnino in programmi a medio termine, perché il mondo attuale – come si dovrebbe aver finalmente compreso- è attraversato da trasformazioni continue, che eccedono (pre-) visioni panoramiche. Hic Rhodus, hic salta; questa è la Rodi del cambiamento, qui ed ora spicca il tuo salto che segni la svolta .

Altrimenti, dum Romae loquitur, Seguntum expugnatur: mentre la sinistra della chiacchiera – nei salotti o negli scantinati di Roma e fuori di Roma - si divide in mille borghi periferici, il nazional-populismo si impadronisce della Sagunto della nostra democrazia.

 

 

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I seri problemi di Gigino e Matteo

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Un giorno sì e l’altro pure bisogna individuare un “nemico” da colpire. Meglio se questi è di quelli potenti e super rispettato. Insomma, un soggetto che per la sua collocazione politica, economica o sociale è in vetta alle classifiche dell’audience dei media. E’ toccato anche al pacifico e diplomatico presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sentirsi minacciato d’impeachment, a norma dell’art. 90 della Costituzione, per aver fatto solamente il proprio mestiere di capo dello Stato. Solo che quelle determinazioni assunte più che legittimamente dal presidente non erano scritte nel copione dei suoi accusatori. Chissà come avrebbe reagito “Re” Giorgio, Napolitano, quando alloggiava al Quirinale difronte a minacce del genere.

C’è chi dice che sparare ad obiettivi alti può servire anche, in alcuni casi, a spostare l’attenzione della pubblica opinione dalle questioni interne di basso profilo: dai litigi, dalle incomprensioni, dagli sgambetti degli amici-nemici. Luigino Di Maio non se la passa bene nell’ultimo periodo, in particolare per le contestazioni che gli vengono dai “suoi”. E nemmeno i tricche tracche di notizie sparate all’uopo per provare a far “cambiare discorso” alla pubblica opinione, in certi casi, servono allo scopo. Quando hai predicato per una vita che certe cose non si sarebbero mai fatte, eppoi una volta al governo le fai, le reazioni te le devi aspettare.

Una delle accuse più pesanti che ha investito Gigino in questi giorni è quella della Tap, ovvero del Trans Adriatic Pipeline. Parliamo del gasdotto che dall’Albania dovrebbe arrivare sulle coste della Puglia. Precisamente a San Foca, che è una frazione di Melendugno, in provincia di Lecce. Il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale era stato più che chiaro: una volta nella stanza dei bottoni il gasdotto sarebbe stato fermato. Una cosa però è stare all’opposizione un’altra è essere il vice-presidente del “governo del cambiamento”. Ci avrà pure provato Di Maio a bloccare il progetto, ma poi ha dovuto cedere le armi. Difronte a venti miliardi di euro di risarcimento danni, secondo il ministro dello Sviluppo economico, non era possibile fare dietrofront. Gli risponde a stretto giro l’ex ministro Carlo Calenda: “nel contratto della Tap non ci sono penali, è un'opera privata a cui lo Stato ha dato il consenso per la realizzazione, nessuna carta segreta". Nel caso, quindi, di blocco ci sarebbero da pagare solo risarcimenti alle aziende coinvolte in quanto non esiste alcun contratto tra lo Stato ed il consorzio che si occupa della realizzazione dell’opera. Una risposta del genere Luigino se la doveva aspettare, ma lui va diritto per la sua strada. Immaginarsi se si spaventa difronte alle precisazioni di un novello Pidiellino come Calenda.

Se sul fronte Tap c’è stato un dietrofront alle posizioni eternamente espresse dal MoVimento, sul versante Tav c’è invece un’avanti tutta affinché l’opera non venga realizzata. I 23 voti a favore della mozione del Consiglio comunale di Torino che chiede di fermare la costruzione dell’Alta velocità in attesa che venga fatta l’analisi dei costi-benefici, è senz’altro una bella vittoria. Ovviamente da super-esaltare, nella speranza di far dimenticare il passo favorevole al gasdotto. La sindaca di Torino Appendino, che teoricamente dovrebbe essere contro la Tav, al momento della discussione in Consiglio sulla materia era impegnata a Dubai. Una combinazione un po’ strana che fa gridare ai duri e puri dei 5Stelle che la prima cittadina di Torino è volata via per non “mettere la faccia” al provvedimento.

Se li potesse cancellare via con un colpo di spugna lo farebbe immediatamente, decisionista qual è, Matteo Salvini. Ma non può, almeno per il momento. Deve sopportare pazientemente i vari “moti perpetui” dei suoi alleati e difendere a spada tratta Luigino Di Maio, anche se alcune uscite di quest’ultimo lo hanno fatto incazzare nero. Fino alle prossime europee il mosaico non va toccato, poi si vedrà. E’ sicuro il Matteo padano di fare “Bingo” alle prossime elezioni, ma non basta. O supera il 50% dei consensi o deve, purtroppo, “sopportare” un alleato per poter mettere piede a Palazzo Chigi. E di possibili alleati per ora c’è solo Gigino e company. Certo, c’è Berlusconi che rompe, ma il vero problema restano i grillini. C’è sempre il rischio di accordi con i democratici e con gruppi affini come vanno teorizzando in molti. Il futuro è una vera incognita… soprattutto per il Paese.

 

 

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Periferie. E' tornata la pace tra i Comuni e il Governo?

movimento 5 stelle bandiera 350 260Luca Frusone Deputato M5S - Bando periferie, Frusone: “Quello che promettiamo, facciamo”
Pare sia tornata la pace tra i Comuni e il Governo guidato da Giuseppe Conte sulla questione del bando Periferie. I famosi milioni di euro che alcuni Comuni dichiaravano scippati per le periferie, arriveranno e saranno persino di più. «Infatti – spiega Luca Frusone del Movimento 5 Stelle che partecipò a suo tempo all’incontro organizzato dal sindaco Ottaviani – avevamo sin da subito garantito mezzo miliardo per i primi 24 progetti, che poi era tutta la somma che aveva messo il Governo Renzi e rimandato il resto dei finanziamenti, sbloccando comunque un miliardo di euro per i Comuni virtuosi». Tale sblocco venne visto, soprattutto dagli esponenti del PD, come un furto ma, in realtà, contrattacca il deputato pentastellato «Non c’è stato nessun furto perché quei soldi erano dei Comuni e dovevano solo essere sbloccati. Il ritardo sulle periferie era dovuto alla pronuncia di incostituzionalità del bando stesso, a cui abbiamo ovviato, e al fatto che volevamo fare un nuovo controllo sui progetti vincenti». Durante l’incontro di Frosinone infatti vennero sollevati dubbi su come la commissione a guida PD aveva dato i punteggi premiando magari progetti che con la riqualificazione delle periferie avevano poco a che fare. «In legge di bilancio verrà stanziato un altro miliardo e 600 milioni per gli altri 96 progetti che se sommati ai 500 milioni già previsti, gli unici stanziati dal PD, e al miliardo per i Comuni virtuosi raggiungono una cifra elevatissima a dimostrazione dell’attenzione che abbiamo per gli Enti Locali» evidenzia Frusone che conclude dicendo «Ovviamente, date le dinamiche precedenti, abbiamo cambiato qualcosa. Infatti non saranno contribuiti a pioggia ma grazie a un nuovo meccanismo sarà la capacità di realizzazione dei Comuni e di giustificazione delle spese a misurare le ripartizioni che avverranno dal 2019. Insomma quello che vogliamo far capire non è solo che se promettiamo una cosa la manteniamo ma che per i sindaci si apre un capitolo nuovo, infatti non dovranno dimostrare di avere tessere di partito o santi in paradiso per ottenere fondi per i cittadini ma dovranno dimostrare di saper amministrare, progettare e spendere bene quei soldi, un concetto banale ma che in un Paese come l’Italia ha il profumo di rivoluzione».

 

 

 

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Il potere dell’accusa

Governo Conte DiMaio Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Stravagante e a tratti grottesca la narrazione di emergenza generalizzata proposta dall’attuale governo. Pare evidente come l’azione dell’esecutivo sia volta ad intercettare costantemente un nemico di turno da porre sul banco degli imputati. Imputati che diventano puntualmente colpevoli, condannati in contumacia da processi mediatici senza alcun contraddittorio.
In questo clima di inquisizione medievale il premier Giuseppe Conte, l’avvocato difensore degli italiani auto proclamatosi tale, come un moderno Carlo Magno, appare in realtà un sottosegretario al servizio dei dioscuri gialloverdi, Salvini e Di Maio. I due, forti del “consenso del popolo italiano”, sembra si divertano nella quotidiana ricerca dell’antagonista da combattere con ogni mezzo. Corsa all’accusa che non appare però omogenea.

Matteo Salvini, in linea con i suoi proclami elettorali, individua il suo rivale nel migrante, nel più debole. E più generalmente anche in tutti quei soggetti che operano per il sollievo degli ultimi. Emblematica l’esultanza per l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, o i post di auto compiacimento per il blocco imposto alle ONG e alla nave Diciotti. Tutti attori di una storia triste, colpevoli del reato di “giustizia sociale”, componente costituzionale spazzata via dal decreto sicurezza che porta proprio la firma del segretario del carroccio.

A differenza dei colleghi di governo, i pentastellati incontrano una maggiore difficoltà nell’individuazione di un oppositore da annientare. Oggi la stampa non allineata, ieri le istituzioni politicizzate, domani forse la Costituzione stessa. Chi può dirlo.

Un punto in comune con la Lega c’è: l’Europa. Proprio la tecnocrazia di Bruxelles mette d’accordo Di Maio e Salvini. Una vittoria di Pirro per il Ministro del Lavoro, il quale si trova in netto svantaggio rispetto al titolare del Viminale. Un Salvini maggiormente incisivo agli occhi del suo elettorato, tanto da incrementare costantemente il consenso in suo favore.
Non semplice, dunque, la posizione del partito uscito con gli allori dei vincitori dall’ultima consultazione elettorale del 4 marzo. Un idillio con il popolo che sembra però scemare. Un dato inequivocabile che ridisegna le gerarchie stesse all’interno dell’esecutivo frutto del contratto.

Per recuperare strada il Movimento ha dunque virato verso lidi più consoni alla propria storia, tornando alla lotta contro le istituzioni repubblicane, a partire dallo stesso Presidente Sergio Mattarella. Proprio il Capo dello Stato rappresenta, in questo momento, l’ostacolo principale alle politiche di Di Maio e soci. Non a caso dal Quirinale arrivano continui messaggi di difesa della Carta Costituzionale e incessanti richiami ad una gestione più oculata del potere. Ammonimenti dovuti ad un evidente tentativo di interferire nell’operato di tutte quelle istituzioni che, per diritto costituzionale, godono di una doverosa autonomia d’operato e di giudizio.

Ancora un gatta da pelare per il leader politico del Movimento che vede salire il gradimento anche del Presidente Mattarella, arrivato ormai a sfiorare il 65%. Mai un Capo di Stato aveva raggiunto tale risultato.
Un dato che però lascia uno spazio di riflessione; se sommando le percentuali di Lega e M5S si raggiunge il 60%, si può notare come algebricamente si superi quota 100%. Si evidenzia dunque, una sovrapposizione di consensi che delinea i tratti di un elettorato liquido. Un popolo che da una parte appoggia il duo Salvini - Di Maio, e dall’altra continua a “tenere buono” il ruolo di garanzia del Quirinale. Una situazione sicuramente dovuta ad una carente opposizione da parte del PD, di quello che, per sua stessa vocazione, dovrebbe essere il partito delle masse.

Un panorama politico di difficile gestione. Un proscenio pervaso da una comunicazione deviata, fondata sulla paura e la “caccia agli invasori”. Un teatro popolare in cui dover rimettere al centro i valori impressi nei 139 articoli della Carta, della Legge delle Leggi.
Imporre nuovamente il valore popolare della politica è un passo imprescindibile per ricollocare i più deboli al centro del discorso. Bisogna interrompere questa folle corsa alla ricerca del nemico, tornando ad un dialogo più civile. Anche l’informazione avrà il dovere di reintrodurre, nel mare magnum dei social e della notizia rapida, un linguaggio corretto e privo di condizionamenti, fondato su argomentazioni serie e oggettive proposte di sviluppo e crescita sociale.

 

 

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I 100 giorni di Di Maio e Salvini

dimaio salvini 350 265 mindi Donato Galeone* - I due decreti del Governo alla vigilia dell’autunno 2018. Sono e siamo alla vigilia di autunno che si presenta con grandi attese dopo i caldi mesi estivi (da me passati a Leporano di Taranto) e da oltre 100 giorni di annunciato “cambiamento” per l'Italia, sia per chi deve gestire il “contratto di legislatura” e sia per l'opposizione politica in sede parlamentare.

Anche per l'Italia e gli altri Paesi europei l'autunno si presenta impegnativo per i “bilanci pubblici” tanto nella loro chiarezza contabile quanto nella destinazione delle risorse disponibili e nel rispetto dei Trattati con la Unione Europea. Si tratta, nel concreto, di vincoli di equilibrio finanziario che per il nostro Paese l'esercizio di bilancio - consolidato nel debito pubblico - si è attestato a luglio 2018 su oltre 2.341,7 miliardi di euro (dal Bollettino statistico mensile elaborato da Bankitalia).

La rappresentanza parlamentare che sostiene il “Governo del cambiamento” e introducendo la cosiddetta “tassa piatta” elettorale, pare, nella misura non progressiva rapportata ai redditi, favorirà, conseguentemente, la riduzione delle entrate e, contestualmente, la introduzione, pur graduale, del cosiddetto “reddito di cittadinanza” elettorale inciderà, compatibilmente, sulle uscite mentre la priorità per gli investimenti pubblici territoriali - che creano lavoro - non potranno essere ritardati (non solo per Genova ma per la grande parte manutentiva che richiede il territorio nazionale).

E in tale quadro - da me volutamente semplificato per meglio intenderci - alla vigilia dell'autunno 2018 dovremmo pensare e richiamare a noi stessi sia i 100 anni di fine prima guerra mondiale (1918) e sia - attualisima oggi - i 70 anni, dopo la seconda guerra mondiale, dalla “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” approvata dalle Nazioni Unite (1948) che all'articolo 1 proclama e afferma che “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

Decreto dignità

“Dignità e diritti” che, probabilmente, il Ministro del Lavoro del Governo Conte ha pensato di praticare mediante il definito recente “Decreto Dignità”??? Ma quel decreto definito dal Ministro De Maio “svolta storica” tende solo a confermare la dualità dei rapporti di lavoro e coinvolge tematiche occupazionali, interessanti, dall'esito imprevedibile sull'impatto sociale con modifiche che interessano i contratti a termine, pur ridotti nella durata contrattuale massima da 36 a 12 mesi, mantenendo l'assenza di qualsiasi casuale.

Declinare e praticare la “dignità del lavoro” nella diversità delle forme contrattuali significa - a mio avviso e sempre - abbattere le incertezze verso il fututo della persona “lavoratore”. E, significa, anche, ridurre i tempi della lunga disoccupazione e, contestualmente, aprire e garantire ai giovani e meno giovani l'accesso al mutuo prima casa oltre a definire un costo maggiore delle prestazioni lavorative a tempo determinato - perché non è lavoro cosiddetto di serie B - mediante contrattazione collettiva a livello nazionale e territoriale.

Si tratta, quindi, di definire in sede sindacale e, poi, in sede legislativa la cosiddetta “buona flessiblità del lavoro” che non è, ormai, e non sarà più lo stesso lavoro del secolo scorso o pre crisi 2008 a fronte dei nuovi sistemi produttivi e organizzativi d'impresa in rapidi cambiamenti, così come l'impiego del lavoratore è e sarà condizionato sia dai mercati che dalle tecnologie del terzo millennio. Riemerge, pertanto e ragionevolmente, che il lavoro a tempo breve deve - ripeto - costare di più a “pari dignità” e con garanzie sociali universali.

A mio avviso tuttto ciò significa - per il sindacato dei lavoratori nella sua unità - l'assunzione di uno specifico livello propositivo nella definizione di un “modello contrattuale integrato” entro cui anche i lavoratori assunti a tempi brevi di lavoro possano superare la “indifferenza o la subordinazione” che prevale e che è e sarà presente nelle gestione delle attività produttive.

Vale a dire di non ritenersi perdenti nel processo di cambiamento epocale del terzo millennio, a fronte della trasformazione del lavoro fisico automatizzato, con perdita di posti di lavoro.

Perdita di posti di lavoro tradizionali dovuti a innovazioni tecnologici che già richiama l'adeguamento contrattuale delle nuove condizioni di lavoro e che deve essere “vigilante e attiva” sui processi del lavoro che cambia, in quanto e certamente, si tenderà meccanicamente a praticare una nuova e diversa “divisione del mercato del lavoro” tra lavoratori altamente qualificati o definiti creativi e altri lavoratori, meno qualificati, quale persone destinate a lavori precari e, tanti altri, ricollocati verso lavori temporanei a basso reddito.

Ecco, allora, l'azione sindacale contrattuale mirata verso la concreta dignità del lavoro che cambia e assunto dalla nuove tecnologie sempre più avanzate che obbliga, peraltro, a considerare la urgenza dell'adeguamento degli “orari di lavoro operativi” anche nel nostro Paese.

 

Decreto sicurezza

E alla svolta storica con il “decreto dignità” del Ministro Di Maio si dovrebbe aprire - con il “decreto sicurezza “ del Ministro Salvini - ai valori della solidarietà, della uguaglianza e della integrazione nella cittadinanza tra persone umane.

Purtroppo non sembra essere questa l’apertura del decreto sicurezza proposto da Salvini approvato dal Governo, in quanto, apre e favorisce la ghettizzazione degi stranieri migranti classificandoli, di fatto di serie B e cancellando alle persone i diritti umani fondamentali di uguaglianza tra cittadini, non osservando la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo di 70 anni fa.

Quel decreto governativo definito “sicurezza”, volutamente e strumentalmente, tende a criminalizzare i migranti con l'obiettivo chiaramente dichiarato di rendere meno accessibile tutti i percorsi legali relativi alla emigrazione in Italia, così come la proposta di riforma del Servizio di Protezione e Asilo ai Rifugiati (SPRAR) sono scelte politiche orientate a distruggere o smantellare il sistema dell'accoglienza e la possibile integrazione del migrante o rifugiato.

È stato osservato e detto - letto il decreto sicurezza approvato dal Governo del cambiamento - che trattasi di una “mazzata” al diritto di asilo al migrante, uomo libero alla ricerca di vivere nel mondo.

Mi permetto aggiungere che, questo Governo, ha volutamente tentato per altre finalità di tornaconto politico “schiaffeggiare e criminalizzare” la tradizione italiana, quale nostra cultura civile umanitaria.

Auspico, non solo io, che il Parlamento e il Capo dello Stato modifichi e confermi la vera dignità dell'Italia democratica nell'accoglienza e la integrazione umanitaria delle persone migranti in sicurezza del convivere comunitario nel mondo.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL del Lazio

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Osservatorio Provinciale per il governo delle liste d’attesa. Come?

osservatorio liste dattesa mindi Angelino Loffredi - Per il 17 settembre è annunciato il secondo incontro fra le organizzazioni sindacali e i responsabili della ASL di Frosinone per “trovare strategia operativa per l’abbattimento delle liste d’attesa“ attraverso, appunto, il previsto Osservatorio Provinciale per il governo delle liste d’attesa.

Il 4 settembre c’è già stato un incontro fra le parti ma a leggere bene il comunicato rilasciato da parte della CGIL, CISL e UIL non sembra essere stato positivo. Va rilevata innanzi tutto l’assenza del Commissario Straordinario Onorario Antonio Macchitella, sostituito dal Direttore Sanitario Eleuterio D’Ambrosio. Assenza non prevista ma nemmeno motivata. Inoltre nel comunicato sindacale mancano i contenuti specifici della discussione e le rispettive posizioni, a cominciare proprio dall’attuale situazione specifica delle liste d’attesa. Insomma non è stato evidenziato nessun dato. Il 25 luglio 2017, oltre un anno fa a tale proposito scrivevo sia sul giornale online www.unoetre.it che sul quotidiano “L’Inchiesta“: «La Regione Lazio nel proprio sito ha pubblicato i tempi di attesa necessari per usufruire di alcune prestazioni sanitarie. I risultati rilevati per quanto riguarda la nostra ASL sono preoccupanti. Non mi dilungo nell’esame generalizzato ma invito tutti ad approfondirli attraverso il sito regionale. Nello stesso tempo ne indico alcuni: COLPOSCOPIA, esame per diagnosticare il tumore al collo dell’utero, nella ASL di Frosinone sono necessari 91 giorni; MAMMOGRAFIA, esame per diagnosticare un tumore al seno, nella ASL di Frosinone sono necessari 283 giorni; ECOGRAFIA OSTETRICA, nella ASL di Frosinone sono necessari 80 giorni; ECOLORDOPPLER, per diagnosticare Aneurismi, Stenosi arteriose, Trombosi venose profonde e superficiali, nella ASL di Frosinone sono necessari 270 giorni “. Accanto a questi dati preoccupanti c’era un annuncio positivo, quasi rassicurante, sul sito regionale infatti veniva preso l’impegno che “dal 1 settembre le prestazioni saranno erogate non oltre i tempi massimi di attesa previsti dalla normativa nazionale». Riportavo inoltre «C’è qualcosa in più, veramente impegnativo perché per alcune ecografie o per particolari visite specialistiche è previsto che l’attività si protrarrà fino alle ore 22 dei giorni feriali».

Non mi sembra che in questi 14 mesi la situazione sia andata nella direzione annunciata. Anzi. Va ancora di più registrato che durante il 2017, a livello nazionale, la spesa delle famiglie per fronteggiare le cure è arrivata ad essere di 37 miliardi. L’altro dato preoccupante è costituito dal fatto che nel quinquennio 2013-2017 l’aumento è stato del 9,6%. E’ chiaro a tutti che le liste d’attesa costituiscono il motivo principale da parte dei cittadini per abbandonare la sanità pubblica e indirizzarsi verso quella privata. Nel salutare positivamente l’intervento delle organizzazioni sindacali credo sia necessario ricordare che in questi anni l’organizzazione attiva e presente nel nostro territorio è stata (è) il Tribunale del malato. E quindi sarebbe veramente contraddittorio se nella composizione dell’ Osservatorio Provinciale dovessero essere escluse persone che si sono battute per la difesa della salute e vedere presenti, al contrario, coloro che si sono dimostrati ignavi, disattenti e arrendevoli.

 

 

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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La lotta è su due fronti

ignazio visco 350 mindi Aldo Pirone - Ieri c’è stata la consueta assemblea annuale della Banca d’Italia. Il governatore Visco ha fatto l’attesa relazione sullo stato dell’economia italiana. L’evento era molto atteso soprattutto dopo il fallimento, almeno a quel momento, del tentativo di formare il governo pentaleghista “Salvadimaio”. Le parole del governatore si sono intrecciate ai tuoni e i fulmini sprigionati dall’impennata dello spread che, secondo lui, non aveva alcuna giustificazione. Sul sito del Corriere della sera la prolusione è stata sinteticamente riassunta per capitoli: Un messaggio “politico” -Crescita e inflazione-Dinamismo e disparità-Il debito-Il sistema finanziario-Banche più sane. Già questi titoli ci dicono che l’impostazione era quella tradizionale, attenta alla stabilità dei conti, ai vincoli di bilancio, al rispetto dei patti con l’Europa, al timore di quello che potrebbe succedere con i mercati se prevalessero impegni di spesa demagogici. Ogni riferimento implicito al “contratto” Lega-Cinque stelle non era puramente casuale. Insomma la solita impostazione neoliberista imperniata sull’assunzione dello stato di fatto quanto a risorse a disposizione considerate colonne d’Ercole da non superare per non andare incontro ai marosi popolati da mostri nell’oceano sconosciuto. Per non parlare dell’assunzione acritica delle politiche sul lavoro e su quelle dell’occupazione, dal jobs act ai bonus ecc.. Dall’altra parte si stagliavano, come un convitato di pietra, le scelte economiche e le promesse sociali pentaleghiste le cui ragguardevoli risorse per sostenerle dovrebbero essere trovate, secondo gli estensori del “contratto”, attraverso lo spirito santo del sovranismo nazionale che se ne impipa di tutto e di tutti; al di là delle rassicurazioni sulle buone intenzioni europeiste di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.

 

Due impostazioni antitetiche, con un sostanzioso tratto in comune che le colloca socialmente a destra. Nessuna delle due, infatti, contempla il punto vero e principale di attacco per una politica di giustizia sociale non demagogico e di sviluppo economico robustamente neokeynesiano, proprio della sinistra: la lotta spietata all’evasione fiscale che fa mancare al bilancio italiano risorse tra i 110 e i 130 miliardi di euro, sottratte da chi non è lavoratore dipendente o pensionato. Oltre ad altre cospicue entrate, ragguardevoli ma meno quantificabili e di più lungo reperimento nel tempo, derivanti dalla lotta alla corruzione e agli sprechi, tra loro saldamente intrecciati.

 

Nella relazione di Visco sul peso esorbitante dell’evasione fiscale sulle ristrettezze di Bilancio e, di conseguenza, delle risorse per gli investimenti, per la crescita e la diminuzione del debito pubblico, non c’è stata una parola. Nel “contratto” pentastellato, d’altro canto, c’era la flat tax che, praticamente, è una redistribuzione al contrario della ricchezza; per i pover in crescita esponenziale, per i lavoratori e il ceto medio in difficoltà sarebbe della serie “cornuti e mazziati”.

 

Tutto questo per dire, in modo molto sintetico, che la sgangherata politica italiana dominata da veri e propri cialtroni sta predisponendo per le prossime elezioni – ancora eventuali allo stato del convulso momento - una messa in scena dello scontro fra due destre: quella sovranista, xenofoba e neofascista con il supporto del M5s trascinato da Di Maio alla corte di Salvini, contro quella dell’establishment europeista neoliberista che l’ha generata. Tutte e due imperniate sul concetto che la contraddizione fra destra e sinistra è ormai superata, inservibile a comprendere il mondo moderno diviso non più fra ricchi e poveri, fra classi e ceti dominanti e quelli subalterni, ma fra sovranisti e globalisti, ambedue di varia intensità e sfumature a seconda della loro collocazione nazionale.

 

Una sinistra degna di questo nome dovrebbe cercare di stare in campo come perno di uno schieramento progressista contro, da una parte, l’inganno populista-nazionalista, e, dall’altra, la destra neoliberista. A questo scopo potrebbe tornare utile la vecchia impostazione politica togliattiana della “lotta su due fronti” anche se in termini diversi da come la si concepiva allora all’interno del campo della sinistra di ispirazione socialista. A fondamento del suddetto blocco progressista ci dovrebbero essere pochi punti programmatici imperniati, per farla breve, su lavoro, sviluppo economico neokeynesiano e ambientalmente sostenibile, lotta all’evasione fiscale, contrasto alla povertà. Su cui impegnare il confronto anche in sede europea.
Si tratterebbe di proporre e costituire, per ora, un Movimento federativo che metta insieme tutto l’arcipelago di forze e associazioni agenti nella società civile, di chiara impronta progressista e costituzionale invece di riproporre alleanze fra piccoli partiti occupati dai residui di un ceto politico consumato. Una sorta di fronte popolare costituzionale. Per avviarlo con qualche possibilità di successo bisogna mettere da parte i vecchi esponenti politici dell’ultimo quarto di secolo e far avanzare in prima linea forze nuove e giovani provenienti dall’associazionismo militante e non dal ceto politico.

Non è questione di cattiveria ma di credibilità.

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Il governo che non s’è fatto

salvini di maio 350 260 mindi Aldo Pirone - Il governo che non s’è fatto e la cecità di Travaglio

“Un governo Lega-Cinque stelle? Ne ho già viste tante che faccio fatica a immaginarmi qualcosa di peggio”. Questa è stata l’opinione espressa ieri da Piercamillo Davigo, ex PM di mani pulite alla Festa de “Il Fatto Quotidiano”. Qualche redattore, poi, ha sintetizzato il pensiero davighiano con “Ne abbiamo viste di peggio”. Insomma, a quanto pare, l’apertura di credito alla coalizione di centrodestra di nuovo conio, in alcuni ambienti facenti capo al giornale di Travaglio e Padellaro, si voleva giocare tutta tra il “mettiamoli alla prova prima di giudicare” e il solito “meno peggio”. Poi la formazione del governo è andata a finire come abbiamo visto: non si è fatto, soprattutto perché Salvini vuole le elezioni anticipate. Come si è potuto evincere dalle parole e dalla descrizione dei fatti del Presidente Mattarella.

Tuttavia è bene ricordare, a futura memoria, che il direttore Travaglio, in questi giorni si è impegnato in una quotidiana lotta, a suon di articoli di fondo, nell’elencare gli errori e le nefandezze, purtroppo veri e innegabili, dei precedenti governi ed esponenti politici, oggi critici, che renderebbero del tutto capziose, inaccettabili e anche un po’ comiche le loro critiche. Insomma della serie “senti chi parla”, “il bue che dà del cornuto all’asino”, per non parlare di atteggiamenti ancor più infantili simili a quelle liti fra bambini quando il pargolo colto in fallo di qualche marachella, per difendersi comincia a rivangare quello che in altri momenti gli ha fatto di simile o anche peggio il suo rivale. Per dire dell’elevatezza del dibattito in corso; come se non bastassero le smargiassate del povero Di Maio o gli avvertimenti mafiosi del suo sopravanzante socio Salvini.

Per rispondere a Davigo, cui è sembrato difficile che il governo “Salvadimaio” potesse fare di peggio, e visto che non è da escludersi che questa bella combinazione possa prima o poi riproporsi, si potrebbe rispondere che “al peggio non c’è mai fine”, come ci dicono gli anni trascorsi. E a Travaglio, che era tutto proteso a vedere l’“effetto che fa” il centrodestra di nuovo conio, si potrebbe far osservare che forse saremmo in presenza sì di un passaggio storico, quello, sempre per stare nell’ambito del sano proverbio popolare, “dalla padella alla brace”. Tre domeniche fa, il 6 maggio, quando la faccenda governo era ancora in alto mare, il direttore de "Il Fatto" scrisse un articolo, con il suo solito stile graffiante e demolitorio, su Salvini definito, con più di qualche ragione, il “Cazzaro verde”, in cui se ne faceva una sorta di biografia puntuale e distruttiva. La cosa gli è stata ricordata qualche sera fa a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber. La domanda era - viste le sue aperture verso l’allora possibile e nascente governo pentaleghista malamente nascoste dallo “stiamo a vedere prima di giudicare” - se per caso nel “travaglio” intercorso negli ultimi giorni avesse cambiato opinione e il rospo si fosse trasformato nel bel principe della favola. No, ha risposto il nostro. Salvini rimane sempre un verde “Cazzaro”, ma la colpa del matrimonio - poi non consumato - non è di Di Maio ma del PD renziano che ha respinto le sue avance. Come se i pop corn di Renzi potessero giustificare l’indigestione, per di più dichiarata gustosa fin dall’inizio delle trattative dai fondatori della “Terza Repubblica”, di mele marce e avariate per farci insieme “grandi cose”.

Del “contratto di governo” pentaleghista ho già avuto modo di dire quel che ne penso: aveva un sapore inconfondibilmente di destra punteggiato da alcune cose in sé anche condivisibili il tutto coperto da una fitta nebbia demagogica sia interna che verso l’Europa. E che sia così mi pare che lo dicano gli sviluppi politici intervenuti in queste settimane attorno alla formazione del governo fino all’epilogo di questa sera. Il M5s e il capo politico Di Maio, in particolare, dovrebbero riflettere – e con loro molta altra gente - sul capolavoro già prodotto: partiti in tromba e autoproclamatisi protagonisti di una nuova era, chiudono con un Salvini con il vento in poppa che ha furbamente utilizzato il senile Savona per andare alle elezioni anticipate cercando di scaricarne la responsabilità sul Presidente Mattarella, sull’Europa, sui poteri forti e su chiunque altro venisse comodo per avere più voti nelle prossime urne. Il “Cazzaro verde” è stato fatto politicamente ed elettoralmente lievitare come defensor civitatis contro la perfida Merkel. Là dove, accuratamente nascoste le cause anche endogene della questione sociale e dell’aggravarsi delle diseguaglianze (vedi per esempio la questione dell’evasione fiscale), cioè della contraddizione di classe, è riemerso in tutto il suo fulgore lo sviamento nazionalistico-patriottardo, “estremo rifugio delle canaglie” come avvertiva Samuel Johnson.

In queste ore sembra di essere ripiombati a un secolo fa, alla “Grande proletaria s’è mossa” di un colonialismo straccione, all’agitazione del nazionalismo fascista sulle “inique sanzioni” delle potenze “demo pluto giudaiche massoniche” che vorrebbero negarci “il posto al sole”. Solamente che al posto della “perfida Albione” dei “cinque pasti il giorno” c’è la Germania scoppiante di salute della Merkel.
Tutto questo dovrebbe allarmare, dovrebbe fare uscire dall’accecamento irrazionale, comprensibile ma non giustificabile, dovuto alle vergogne viste in passato e all'altrettanto comprensibile avversione verso i loro autori. Quello che è stato già messo in scena in questi giorni dall’alleanza pentaleghista non ha giustificato nemmeno un po’ l’atteggiamento dello “stiamo a vedere”, con diverse sfumature, di Travaglio, Scanzi, Padellaro e compagnia. Che poi, paradossalmente, è stato lo stesso, anche se con opposta disposizione d’animo, di quello di Renzi. Solo che invece dei pop corn ci si preparava a sgranocchiare noccioline e al posto di vedere un cadavere seduti sulla riva del fiume si auspicava un rospo trasformato in principe perché baciato da Travaglio. Si dirà: ma come giornalisti dobbiamo stare ai fatti, dobbiamo essere oggettivi. Certo, ma i fatti già ci sono, sono scritti e annunciati, basta vederli e non occultarli, nei commenti, nascondendoli dietro i precedenti misfatti. Lo “stiamo a vedere” è solo opportunismo, perché lo abbiamo già visto.
Basta riandare a vedere i cinegiornali dell’Istituto Luce.

 

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Berlusconi-Salvini: alla resa dei conti?

salvini e berlusconi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L’ex Cavaliere e Matteo Salvini. Alla resa dei conti? Di esperienza politica ne ha da vendere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Deputato dal 1983 al 2008, più volte ministro eppoi giudice costituzionale. Tipo calmo, spesso imperscrutabile l’attuale inquilino del Colle ma dalle radicate passioni politiche. Gli ex democristiani ricordano le battaglie che intraprese contro Rocco Buttiglione quando questi si candidò alla segreteria del Partito popolare, in sostituzione del segretario dimissionario Martinazzoli. Eppoi, una volta che Buttiglione fu eletto segretario del partito, il fermo “no” all’ipotesi - un “vero incubo irrazionale” - che Forza Italia potesse entrare a far parte del Partito Popolare Europeo, appellando il segretario “el general golpista Roquito Butillone...”. Mattarella si dimise dalla direzione del giornale del Ppi, “Il popolo”, quando il segretario del partito cominciò a perseguire un’alleanza con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Va ricordata la scelta dell’attuale presidente della Repubblica d’impegnarsi in politica dopo la barbara uccisione, ad opera della mafia, nel 1980, del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana.

Un personaggio dalla storia appena sommariamente descritta si può immaginare come stia vivendo l’attuale momento politico. No, non ha nessuna intenzione d’imitare il suo predecessore Giorgio Napolitano con l’individuazione di presidenti del Consiglio alla Monti. Sono i partiti che devono fare le loro scelte, senza che il capo dello Stato interferisca minimamente.

Di giorni ne sono passati dal 4 marzo data in cui si votò. L’Italia, con tutti i problemi che ha, non può più restare senza un governo che governi. Tra i 28 Paesi dell’Ue il nostro ha la crescita più bassa. Si prevede per il 2019 solo il +1,2%, dopo il +1,5% previsto per quest’anno. Siamo a pari merito con il Regno Unito che però è alle prese con le trattative per la Brexit. Fino all’ultimo il capo dello Stato spererà in un governo, al di là delle formule, che possa sedersi a Palazzo Chigi in pianta stabile. Farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché ciò accada. Solo in extremis manderà tutti a casa per il ritorno alle urne.

I leader che hanno vinto le elezioni continuano a fare campagna elettorale. A sentirli a volte viene un sospetto: ma hanno intenzione di governare? C’è chi pensa che il ritorno alle urne possa far gioco ai propri interessi di parte. Non è detto però. Gli elettori difronte alla paralisi del Paese, che si avverte anche nelle piccole cose della vita quotidiana, possono cambiare gli orientamenti espressi solo qualche mese addietro. Eppoi ci sarà l’irrobustimento dell’esercito dei non votanti, un vero pericolo per la democrazia.

Sulla linea del “fuori gioco” Luigi Di Maio manda a Matteo Salvini un’altra ipotesi d’intesa: presidente del Consiglio individuato di comune accordo, ma l’ex Cav. comunque non può entrare in partita. Proposta simile già avanzata all’inizio della trattativa? Forse, ma le idee di percorso vanno valutate in base ai tempi in cui vengono fatte. Una cosa era ieri, un’altra oggi con Mattarella pronto a scendere in campo, come abbiamo visto, suo malgrado. L’inquilino del Colle potrebbe varare un “governo del presidente” per la preparazione della legge di stabilità ed evitare l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva dal 22 al 25%, come vuole l’Europa, in assenza di manovre correttive. In tal modo si tornerebbe al voto nella primavera del 2019. Percorso questo che non viene preso assolutamente in considerazione da Salvini e Di Maio: “o esecutivo politico o si torna al voto”.

Le notizie che trapelano dagli incontri tra Berlusconi, Meloni e Salvini parlano di dissidi seri tra il presidente di Forza Italia e la Lega. Salvini l’ipotesi all’ultimo secondo di Di Maio di un governo 5Stelle- Lega non la scarta a priori in nome della lealtà alla coalizione di centro-destra. Il pragmatismo lo porta a ritenere che gli italiani, nella situazione altamente a rischio in cui si trova il Paese, non capirebbero un ritorno immediato alle urne. Ovviamente Berlusconi non può accettare un’esclusione del genere. C’è chi però tra i suoi non si scandalizza per la nascita di un governo Grillini-Carroccio senza Forza Italia. Più pericoloso andare subito alle urne con la possibilità che l’alleato destrosso assorba un mare di voti da Fi.

Non c’è più tempo per giri di valzer. O si concretizza immediatamente un governo dei vincitori delle elezioni o Mattarella suo malgrado dovrà decidere il da farsi.

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