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Cassino. All'alba di un nuovo stile di governo?

Cassinomunicipio 350 260di Peppino Gentile* - Pur non essendo stato un elettore di Salera , al quale colgo l’occasione per esprimere le mie condoglianze per la morte della cara mamma, ciò non mi impedisce di riconoscere che la sua vittoria è stata più netta di quella che forse era nelle sue stesse aspettative e in quelle del suo partito che alla vigilia delle elezioni si è spaccato con Petrarcone che si è candidato a capo di un movimento civico senza il quale, visto come sono andate le cose, il candidato del Pd avrebbe vinto al primo turno.

Contrariamente a quello che scrive l’amico Lello Valente, più che un referendum popolare contro Abbruzzese, al quale va comunque dato atto di aver ricompattato un centrodestra frantumato nel quale dopo il defenestramento di D’Alessandro sono volati addirittura gli stracci per cui non è da escludere che oltre ai dissidenti nella Lega non sono molti quelli che lo hanno votato, visto l’enorme divario fra i voti riportati da Salvini alle europee (7069) e quelli alle comunali (2157).
Se a ciò si aggiunge il mancato effetto Salvini e il fatto che il ballottaggio rispetto al primo turno è tutta un’altra partita, a tal proposito i casi di rovesciamenti clamorosi di voti non si contano, per cui la vittoria di Salera è stata ancor più netta di quella prevista.

Ciò che invece non era previsto è l’iniziativa del neosindaco di convocare come suo primo atto i candidati sconfitti dai quali farsi spiegare, come ha dichiarato alla stampa, i progetti più interessanti dei loro programmi per vedere se ci sono le condizioni per svilupparli insieme al suo programma.
Un’iniziativa che per quanto inusuale è apprezzabile sia sul piano amministrativo che politico in quanto nel primo caso serve a coinvolgere l’opposizione su problematiche cittadine di interesse generale, mentre nel secondo caso serve a superare gli steccati ideologici che a livello di governo locale, a mio parere, non si giustificano.

Ho detto inusuale perché l’apertura programmatica all’opposizione che non è un segnale di debolezza bensì di responsabilità, normalmente non avviene ad inizio di legislatura bensì in corso d’opera ossia quando si apre una crisi amministrativa all’interno della maggioranza, sicché per arrivare a fine mandato si tenta di coinvolgere l’opposizione.
Cosa che D’Alessandro non ha fatto nonostante che attraverso questo giornale l’ho sollecitato ad aprire un tavolo dei responsabili di tutti i gruppi consiliari per verificare se c’erano le condizioni per poter andare avanti con il coinvolgimento dell’opposizione la quale, visto anche il risultato del ballottaggio, per dirla con l’amico Costa ha fatto bene il suo mestiere.

L’ iniziativa presa da Salera, se la memoria non mi inganna, in qualche Paese europeo è normale perché serve ad evitare che i governi delle città entrino in crisi prima ancora di iniziare il proprio cammino amministrativo, creando disagi ai cittadini i quali non è giusto che ne paghino le conseguenze.
Crisi che nella maggioranza dei casi nascono non per motivi politici ma per aspirazioni personali che, per quanto legittime, con la caduta delle ideologie è venuto meno il senso di appartenenza ai partiti considerati alla stregua di bus dai quali si sale e si scende a proprio piacimento, ostacolando l’azione amministrativa.
Ciò non significa che ci debbono essere delle ammucchiate indistinte, venendo meno ad un principio fondamentale della democrazia che è quello del rispetto della volontà popolare che Salera, dopo la vittoria ottenuta, ha il diritto- dovere di esercitare nell’interesse della città, arrestandone il declino in atto da oltre vent’anni di cui nessuno dei partiti che l’hanno governata in quest’arco di tempo può chiamarsi fuori da responsabilità.

Motivo per cui fa bene Salera a portare avanti una iniziativa come quella annunciata con una proposta aperta al confronto con l’opposizione che per quanto possa far discutere resta l’unica strada possibile per uscire dalla crisi in cui ci troviamo, ridando slancio ad una città che ha perso il proprio ruolo guida del sud della provincia.
Ruolo che si può riprendere qualora, ai sensi della legge Delrio del 2014, si dovessero istituire le cosiddette “aree vaste” di cui Cassino è il naturale capoluogo di quella che va dalle Mainarde al Mare che per omogeneità è un vero e proprio “unicum”, da qui il sogno, non realizzato, dei nostri padri ricostruttori di farne una provincia.

 

*pubblicato su L'Inchiesta quotidiano

 

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Il governo Lega – 5Stelle e la sceneggiata napoletana

sceneggiatanapuletana 350 260 mindi Elia Fiorillo - Questo Governo Cinque Stelle - Lega ha proprio tutte le caratteristiche della “sceneggiata napoletana”. Un genere di rappresentazione che “alterna il canto con la recitazione e il melologo drammatico”. “Il melologo” non è altro che l’unione della musica con il parlato. E se ci fate caso i nostri governanti attuali attingono a piene mani in questo genere di spettacolo. Diciamo così, sono proprio portati.

Recitano con una estrema naturalezza. C’è anche da dire che la sceneggiata nacque per questioni non certamente nobili, ma per opportunismo. Dopo la disfatta di Caporetto il Governo italiano aveva bisogno di soldi, tanti soldi. E, allora, provò a tassare tutto il tassabile possibile. Appesantì i tributi sugli spettacoli di varietà con la scusa che erano frivoli e degradati. Ma gli italiani tutti – Nord e Sud uniti nell’impresa – sono maestri nell’aggirare il fisco. E così, per motivi tributari, nacque uno spettacolo “misto”, non tassabile.

Torniamo al “melologo” di Salvini e Di Maio. Su questo campo sono proprio bravi. Riescono con i loro argomenti, ovviamente quando gli conviene, a musicare le loro promesse, a farle pervasive. Con l’aggiunta, ovviamente, dei toni drammatici contro tutti gli oppositori possibili, letteralmente inceneriti dalle fiamme insite nei loro discorsi. E mica è da tutti!

Altro elemento comune alla gloriosa rappresentazione napoletana è l’aggiramento delle “tasse”. Che c’entra il fisco in questa faccenda politica? C’entra, c’entra! Pensate se non ci fosse stato l’abbraccio governativo tra il Giggino napoletano ed il Matteo padano quali gabelle i due avrebbero dovuto pagare. Luigino avrebbe dovuto sparare ad alzo zero su Matteo che avrebbe dovuto rispondere con maggiore intensità di fuoco. Insomma, una guerra guerreggiata senza esclusione di colpi che avrebbe portato i due al reciproco annientamento. Con l’accordo di governo gestiscono il “potere”, continuando a litigare.

Ha ragione il mitico Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Ma, nel caso dei due vice-presidenti del consiglio, vale anche l’altra massima: “A pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”. Che poi non era del Divo Giulio ma del Vicario di Roma dell’epoca, Marchetti Selvaggini, che proprio come sacerdote di “prossimo” se ne intendeva. E proprio tenendo a mente ogni giorno il detto andreottiano i due vice presidenti non perdono occasione di “pensar male” dell’operato reciproco. Sulla Tav uno dice una cosa e l’altro l’incontrario. Poi ci sono le dichiarazioni ah hoc che “sporcano” il pensiero del rivale. Insomma, una guerra ad oltranza mitigata dal “contratto di governo” che poi è la colla che tiene tutto. Ma fino a quando?

Certo, fino alle elezioni europee non dovrebbe succedere niente che modifichi l’attuale assetto. Dopo tutto è possibile. Salvini sa bene che incasserà un bel po’ di consensi che sono il frutto delle sue scelte pubblicitarie. Se non avesse fatto il politico di professione avrebbe avuto davanti una bella e florida carriera da pubblicitario. Il fiuto ce l’ha e a forza di cambiare felpe e di utilizzare fatti e situazioni a proprio favore si è fatto un’esperienza eccezionale. Ma si può vivere solo di pubblicità? Secondo Francesco Boccia del Pd proprio no. “L’altro giorno – afferma l’esponente del Pd - un medico gastroenterologo molto bravo, mentre parlavamo di politica, mi ricordava che, a furia di sottoporre a pressioni la pancia, questa fa aria prima o poi. Quindi, tutto si risolverà contro di loro con una grande scorreggia. È una reazione inevitabile. Più si sollecita la pancia, più la pancia fa aria”.

Per il momento la pancia resta in ebollizione con tutte le conseguenze immaginabili. Si aspettano le elezioni europee come la cartina di tornasole per ipotizzare il futuro del Governo. Se, com’è prevedibile, la Lega salviniana farà “Bingo” e i 5Stelle realizzeranno un brutto tonfo, cosa accadrà? Al di là delle sceneggiate napoletane e il melologo conseguente poco o niente. Sarebbe da pazzi dopo il botto elettorale dei grillini se questi ipotizzassero le elezioni anticipate. C’è chi spera in un governo di Centro-Destra, ma i numeri non ci sono proprio e non sono prevedibili. Insomma, per non farla lunga, pare proprio che ci dobbiamo accontentare ancora per molto del duo Salvini-Di Maio. L’imprevedibilità che potrebbe cambiare tutto è una rivoluzione nei 5Stelle con la cacciata di Giggino. In quel caso ci potrebbe essere la “scoreggia” ipotizzata da Boccia.

 

 

 

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2019: anno caldo per un cambio di passo del governo

illavoroprimaditutto 350 250 mindi Donato Galeone* - Il 2019 diventerà un “anno caldo” se non ci sarà un “cambiamento di rotta” sui temi della “crescita del lavoro”.

E' stato detto e ripetuto dalla CGIL-CISL-UIL negli ultimi mesi del 2018, esaminando le proposte di bilancio 2019 del Governo - “compresso dall'esame parlamentare” - ma, da fine anno 2018, è legge dello Stato italiano.

Su un “cambiamento di rotta” - scrive e annuncia il Segretario Generale della CISL, Annamaria Furlan - che nelle prossime settimane la CISL non sarà ferma ma si mobiliterà insieme alla CGIL e UIL, in autonomia dalla politica, con una grande manifestazione nazionale per sollecitare un “cambio di passo” nella linea di questo Governo.

Con il messaggio di fine anno il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sottolineato, ancora, che “la mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili, con l'alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini, pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani” mentre le crisi aziendali numerose - al tavolo dei Ministeri Sviluppo Economico e Lavoro - hanno colpito migliaia di lavoratori e famiglie di cittadini che attendono le “promesse della politica nella concretezza operativa credibile” - constatando che nel 2019 - la programmazione di scarsi investimenti pubblici e privati non potrà creare lavoro.

Proprio su queste priorità - il Capo dello Stato - che ha dovuto sottoscrivere la “legge di bilancio in termini utili a evitare l'esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto in poche ore “– egli ha anche detto che “ora soltanto un lavoro approfondito, tenace, coerente e lungimirante - che richiede competenza - costa fatiche e impegno”.

Ecco, chiaramente, come partire dalla prima e grave emergenza sociale che è “il lavoro” con la “capacità del nostro sistema produttivo che si è ridotta sia nelle imprese che nei settori avanzati” – osserva il Capo dello Stato – e, conseguentemente, il fulcro del confronto sui contenuti della legge di bilancio “ compresso dall'esame parlamentare” richiede – adesso – una attenta verifica proprio nei contenuti del provvedimento – peraltro – sollecitata dalla CGIL,CISL,UIL con l'apertura - ricorda la CISL - di un “dialogo sulla base di un impegno assunto dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Sindacato dei lavoratori”.

Si tratta di capire e condividere anche con i “corpi intermedi della società democratica” i cambiamenti economici e sociali, proprio nei momenti difficili e complessi, per la crescita dei redditi con il lavoro, l'erogazione dei servizi collettivi e le prestazioni sociali.

Nel concreto si tratta di definire con il Governo un “percorso o patto per i lavoro” come ripetutamente indicato dai sindacati dei lavoratori e le parti sociali, rendendo vantaggiosi le assunzioni dei giovani a tempo indeterminato e orientando verso politiche attive praticabili, con la formazione adeguata e mirata all'occupazione vera domandata dalle imprese, congiunta, al sostegno della scuola, della ricerca scientifica e applicata nel contesto delle innovazioni tecnologiche del terzo millennio nella dimensione europea.

Nell'immediato, per favorire e stimolare i consumi interni, appare necessario quanto prioritario - con il ridurre le aliquote fiscali sui redditi dei lavoratori e pensionati - contrastare la pressione fiscale a livello locale in quanto penalizza prevalentemente, sempre, lavoratori e pensionati con le loro famiglie.

Il 2019 potrà essere meno caldo – variabile dipendente – dai risultai del confronto o dialogo tra CGIL,CISL,UIL e parti sociali con il Governo.

Sarà un confronto politico e pratico sulla condivisione aperta della “questione sociale e del lavoro” che merita appunto di “sentirci comunità che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri” come richiamati, responsabilmente, dal nostro Presidente della Repubblica con il suo messaggio del il 31 dicembre 2018.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma, 3 gennaio 2019

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Politica e sceneggiata napoletana

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - La politica e la sceneggiata napoletana.

La "sceneggiata napoletana" nasce come un sotterfugio, un trucco per aggirare il fisco. Dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 il governo ha bisogno di soldi e, quindi, tassa gli spettacoli di varietà che ritiene frivoli e degradanti. La "sceneggiata" invece si compone di canto, di recitazione e di un monologo drammatico. Negli anni settanta la rilancia Mario Merola con gl'immancabili "isso, essa è o' malamente".

Ai tempi odierni pare che l'abbiano riscoperta ed adottata i politici, in particolare quelli al governo. Per far presa sull'opinione pubblica ricorrono spesso a figure emblematiche negative, secondo la loro narrazione. "O' malamente" che turba i sonni e gli interessi "d'isso e essa". Il "cattivo" da cui difendersi una volta è l'emigrante, un'altra l'Unione Europea, un'altra ancora chi non la pensa come gli inquilini di Palazzo Chigi. E via proseguendo. Anche i costumi nella sceneggiata napoletana avevano la loro importanza. Il "buono" poteva pure non aprir bocca, ma subito si capiva da com'era vestito da che parte stava. Anche l’abbigliamento del politico è diventato elemento essenziale del messaggio da dare a "isso e essa". Giubbotto da poliziotto indossato mentre si va ad una manifestazione "per l'ordine e la sicurezza". Oppure, una maglietta colorata per sottolineare la partecipazione ad un particolare evento gioioso. O, tutt'al contrario, nero fumo con scritte di solidarietà, per testimoniare vicinanza a chi ha subito un torto. Poi ci sono i viaggi, con tutti i mezzi possibili, per essere sul luogo del fatto positivo, negativo o neutro che sia, per far sapere al mondo intero che lo Stato c'è sempre... in televisione. Se così non fosse ci troveremmo difronte ad attori di sceneggiate che sul palcoscenico non si muovono, sono fermi mentre recitano il copione: non un sorriso, non una rincorsa, non un'alzata di spalle e via dicendo. Cosa impossibile: il movimento prima di tutto, anzi tutti gli atti ipotizzabili per stare sulla scena (dei media, si capisce) il più allungo possibile.

Poi ci sono alcune parole che vanno pronunciate sempre, in ogni occasione, perché il "popolo" non le deve mai dimenticare. Una di queste è, appunto, il Popolo che è sovrano, che decide tutto lui attraverso, ovviamente, i suoi rappresentanti. La manovra del Popolo, il governo del Popolo e più viene utilizzato questo termine più sembra un esorcismo. Un modo per appropriarsi di un consenso che spesso non c'è. Pare che la realtà certi nostri governanti nostrani non sanno proprio che sia, così presi dai loro convincimenti precostituiti. È come se ogni mattina, nel guardarsi allo specchio, ripetessero per ore: io ce l'ho... le idee per cambiare l'Italia. Solo io ce l'ho.... E via proseguendo.

Poi c'è il Sovranismo che porta i nostri governanti a sostenere di non aver bisogno di nessuno. Anzi, sono gli altri che hanno bisogno della penisola più bella del mondo. E giù botte (parole) da orbi sull'Unione Europea, una "stupidaggine" di cui volentieri si potrebbe fare a meno. Burocratici, quelli di Bruxelles e Strasburgo, che passano il tempo a rompere i cabasisi, o zebedei che dir si voglia, a un Paese virtuoso, super virtuoso. C’è poi l’immancabile marcia indietro quando quelli di Bruxelles s’incavolano e non si smuovono dalle loro posizioni “burocratiche”. Spesso a rimettere le cose apposto, come avviene nelle sceneggiate, è “l’uomo di panza”, ovvero il presidente del Consiglio, che deve mediare tra i suoi due “vice” ed il resto del mondo. Sulla “panza”, meglio sullo stomaco, a Giuseppe Conte è molto probabile che gli stiano certe uscite senza capo ne coda di Salvini e Di Maio. Ma che fare? Mandarli a “quel paese” non si può. L’unica cosa da fare è continuare a lavorare sottobanco con ago e filo, per cucire, rattoppare. Il rischio che corre è essere silurato dai suoi vice-padroni. E, certamente, i dati pubblicati di recente che gli attribuiscono il mantenimento, dopo sei mesi di attività, del 60% dei consensi da parte del popolo italico, più dei precedenti esecutivi, non può che inorgoglirlo. Fino ad un certo punto però. C’è il dato che lo spaventa e cioè il forte calo della fiducia degli italiani per Di Maio, 43%, e Salvini, 56%. Forse Salvini si sbaglia nel pensare che gli italiani fanno, come lui, colazione con la Nutella. No, solo latte, frutta e marmellata. Tutti prodotti naturali.

 

 

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Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Sì, certo i Dem…e il penta-leghismo allora?

Parlamento vuoto 350 mindi Fausto Pellecchia - Lo spettacolo offerto dalle forze di sinistra che vorrebbero (dovrebbero) opporsi al governo giallo-verde, è particolarmente deprimente, per non dire disperante.

Archiviata ignominiosamente la generosa iniziativa di Tomaso Montanari e Anna Falcone al teatro Brancaccio nel giugno del 2017, la galassia dei movimenti e di partiti che avrebbero dovuto dar corpo e gambe a quel progetto si è di nuovo lasciata inghiottire dal buco nero di personalismi e di capziosi distinguo. L’intensità della forza centrifuga che li ha dissolti, ha prodotto il “dis-astro” attuale: letteralmente: la scomparsa degli astri sostituita dalla luce fatua di una costellazione di stelle morte. Questo esito non discende tuttavia solo da errori di visione strategica o dal mancato rinnovamento dei gruppi dirigenti, ma da una più radicale crisi di cultura politica della sinistra. Infatti neppure la gravità dell’attuale situazione politica, caratterizzata dall’ingrossarsi minaccioso dell’ondata nazional-populista che, mentre fa strame dei più elementari principi di democrazia, sembra in grado di scuoterla.

Dinanzi a questo estremo pericolo, la cornucopia di movimenti e partitini che pretendono di collocarsi alla sinistra del PD rappresenta un chiaro sintomo non soltanto di miopia e di debolezza, quanto piuttosto una forma obliqua di connivenza e di favoreggiamento dell’avanzata della destra cripto-fascista. Un universo di nano-particelle e di movimenti browniani, formato da una serie di vortici a protezione e sostegno di un piccolo leader (un “minuscolo padre”) che coltiva la meschina ambizione di un seggio istituzionale qualsivoglia per ottenere un po’ di spazio nelle cronache dei media nazionali. I risultati delle inchieste in proposito oscillano tra le 13 e le 16 sigle di gruppuscoli sedicenti comunisti, con percentuali di consenso decimali o centesimali, raccolte a pelle di leopardo solo in alcune regioni, ma regolarmente dotate di un apparato di fantomatici organismi dirigenti. Ad essi sembra che tra breve voglia aggiungersi anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la fondazione di un ennesimo partitino antisistema. Naturalmente, nonostante l’estrema somiglianza delle velleità programmatiche e strategiche di questo caleidoscopio di sigle, ciascuna custodisce gelosamente la propria separatezza. Tutti questi raggruppamenti, infatti, decisi a praticare fino in fondo la fissione politica del bosone di Higgs, si contendono l’oscar della purezza e della radicalità ideologica, rimproverando ai loro diretti competitor pretestuosi sintomi di cedimento alle derive centriste del PD. Quest’ultimo, del resto, dopo l’esiziale stagione del renzismo, si prepara ad affrontare il suo congresso con lo stesso meccanismo che ne ha decretato la rovina: la deregulation delle elezioni primarie del segretario - come fosse un concorso per la selezione di una miss- con una mezza dozzina di candidati in rappresentanza delle varie anime – o piuttosto delle varie cordate- del partito. E mentre tutti – anche quelli che furono stetti collaboratori di Matteo Renzi- giurano sulla necessità di superare il renzismo e di inaugurare una fase nuova, le proposte avanzate alla vigilia del confronto, non solo non contengono alcun cenno significativo di autocritica, ma si limitano a ritinteggiare con nuovi slogan la tartufesca formula del “cambiamento nella continuità”.

Queste diverse forme di nichilismo autodistruttivo fanno da sfondo e da stimolo alle virate autoritarie del governo a trazione fascio-leghista, alimentato e amplificato dal mimetismo demagogico con il quale i pentastellati cercano di dissimulare l’inconsistenza e la disarmante imperizia del loro ceto politico. L’ultimo episodio inquietante è costituito dalle dichiarazioni dei capi, Di Maio e di Battista, dopo l’assoluzione della sindaca Virginia Raggi. I dioscuri grillini (uno dei quali, com’è noto, è vice-presidente del consiglio dei ministri) vi hanno colto l’occasione per sferrare un attacco furibondo- non, si badi, alla Procura di Roma che ha iniziato il procedimento ma- all’informazione non-allineata, rea di aver raccontato l’inchiesta e il processo sul caso Marra, senza schierarsi pregiudizialmente con la sindaca di Roma. Per questo i giornalisti sarebbero, per Di Battista,“"i veri colpevoli, pennivendoli e puttane", mentre Di Maio li ha definiti "infimi sciacalli", promettendo di vendicarsi con leggi punitive per gli editori.

La conclusione allarmante da trarre potrebbe essere espressa parafrasando il manifesto politico del marchese de Sade: “Italiani, ancora uno sforzo se volete essere nazi-populisti”. Se la politica del PD -almeno a partire dal governo Monti- è stata costellata di errori e di gravi cedimenti al neoliberismo dell’establishment, il governo giallo-verde rappresenta i punto estremo di caduta della medesima parabola. Si potrebbe persino parafrasare a rovescio il leit motiv autoassolutorio che circola nell’opinione pubblica filogovernativa: “Sì, certo, il Pd, ma il pentaleghismo allora?”

Eppure, basterebbe prendere spunto dal rinnovamento della sinistra in alcuni paesi europei per trarre ispirazione sulla linea politica necessaria per invertire la rotta che ci porterà al naufragio. Si pensi alla Spagna e ai buoni risultati ottenuti dai socialisti di Sanchez e da Podemos; al Portogallo con l’alleanza tra il partito socialista, le due formazioni della sinistra radicale, il Bloco de Esquerda e la Coalizione democratica unitaria (Cdu), composta da comunisti e verdi; o ancora più significativamente al Labour di Corbyn, che ben lungi dall’essersi frantumato nel pulviscolo settario che costituisce l’attuale Aventino della sinistra italiana, hanno dato vita a una linea politica inequivocabilmente progressista e democratica. Certo, il Labour di Corbyn ha ben poco a che vedere con quello di Tony Blair. Ma non v’è stato bisogno di alcuna scissione: è bastato un radicale cambiamento di linea e di visione strategica all’altezza delle trasformazioni epocali del XXI secolo. Quale insegnamento trarne per l’Italia?

Intanto il PD- partito per il quale non ho mai votato- faccia un congresso vero, confrontandosi non sui nomi dei capicordata, ma su mozioni programmatiche contrapposte, individuando 5 o 6 priorità per il Paese: ad esempio, diritto al lavoro per una drastica riduzione del precariato e della disoccupazione [a proposito, che fine ha fatto la sacrosanta rivendicazione di una riduzione dell’orario di lavoro?]; consolidamento-estensione di politiche del welfare; politica di alleanze internazionali per la riforma democratica dell’eurozona; integrazione dell’immigrazione extraeuropea in un quadro normativo europeo, sistema di investimenti per frenare il dissesto idrogeologico, ecc. Alternative di linea programmatica e non volti di candidati, l’uno fotocopia sbiadita dell’altro, che si confrontano in primarie farlocche, chiamando al voto truppe cammellate reclutate per strada all’ultimo momento.

Per i partiti alla sinistra del PD, il percorso è assolutamente analogo: si avvii un processo federativo dei movimenti e delle formazioni di ispirazione socialista ed ecologista, disposti ad aderire ad un manifesto progettuale “realistico”, con pochi punti qualificanti, formulati nella prospettiva di governo possibile della complessità contemporanea, e non congelati nella conservazione superstiziosa di ideologie semplificatrici con pretese onnicomprensive. Il manifesto in questione non va infatti pensato come le tavole mosaiche della legge, ricevute in excelsis et in aeternum, ma come principi fondanti che si incarnino in programmi a medio termine, perché il mondo attuale – come si dovrebbe aver finalmente compreso- è attraversato da trasformazioni continue, che eccedono (pre-) visioni panoramiche. Hic Rhodus, hic salta; questa è la Rodi del cambiamento, qui ed ora spicca il tuo salto che segni la svolta .

Altrimenti, dum Romae loquitur, Seguntum expugnatur: mentre la sinistra della chiacchiera – nei salotti o negli scantinati di Roma e fuori di Roma - si divide in mille borghi periferici, il nazional-populismo si impadronisce della Sagunto della nostra democrazia.

 

 

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I seri problemi di Gigino e Matteo

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Un giorno sì e l’altro pure bisogna individuare un “nemico” da colpire. Meglio se questi è di quelli potenti e super rispettato. Insomma, un soggetto che per la sua collocazione politica, economica o sociale è in vetta alle classifiche dell’audience dei media. E’ toccato anche al pacifico e diplomatico presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sentirsi minacciato d’impeachment, a norma dell’art. 90 della Costituzione, per aver fatto solamente il proprio mestiere di capo dello Stato. Solo che quelle determinazioni assunte più che legittimamente dal presidente non erano scritte nel copione dei suoi accusatori. Chissà come avrebbe reagito “Re” Giorgio, Napolitano, quando alloggiava al Quirinale difronte a minacce del genere.

C’è chi dice che sparare ad obiettivi alti può servire anche, in alcuni casi, a spostare l’attenzione della pubblica opinione dalle questioni interne di basso profilo: dai litigi, dalle incomprensioni, dagli sgambetti degli amici-nemici. Luigino Di Maio non se la passa bene nell’ultimo periodo, in particolare per le contestazioni che gli vengono dai “suoi”. E nemmeno i tricche tracche di notizie sparate all’uopo per provare a far “cambiare discorso” alla pubblica opinione, in certi casi, servono allo scopo. Quando hai predicato per una vita che certe cose non si sarebbero mai fatte, eppoi una volta al governo le fai, le reazioni te le devi aspettare.

Una delle accuse più pesanti che ha investito Gigino in questi giorni è quella della Tap, ovvero del Trans Adriatic Pipeline. Parliamo del gasdotto che dall’Albania dovrebbe arrivare sulle coste della Puglia. Precisamente a San Foca, che è una frazione di Melendugno, in provincia di Lecce. Il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale era stato più che chiaro: una volta nella stanza dei bottoni il gasdotto sarebbe stato fermato. Una cosa però è stare all’opposizione un’altra è essere il vice-presidente del “governo del cambiamento”. Ci avrà pure provato Di Maio a bloccare il progetto, ma poi ha dovuto cedere le armi. Difronte a venti miliardi di euro di risarcimento danni, secondo il ministro dello Sviluppo economico, non era possibile fare dietrofront. Gli risponde a stretto giro l’ex ministro Carlo Calenda: “nel contratto della Tap non ci sono penali, è un'opera privata a cui lo Stato ha dato il consenso per la realizzazione, nessuna carta segreta". Nel caso, quindi, di blocco ci sarebbero da pagare solo risarcimenti alle aziende coinvolte in quanto non esiste alcun contratto tra lo Stato ed il consorzio che si occupa della realizzazione dell’opera. Una risposta del genere Luigino se la doveva aspettare, ma lui va diritto per la sua strada. Immaginarsi se si spaventa difronte alle precisazioni di un novello Pidiellino come Calenda.

Se sul fronte Tap c’è stato un dietrofront alle posizioni eternamente espresse dal MoVimento, sul versante Tav c’è invece un’avanti tutta affinché l’opera non venga realizzata. I 23 voti a favore della mozione del Consiglio comunale di Torino che chiede di fermare la costruzione dell’Alta velocità in attesa che venga fatta l’analisi dei costi-benefici, è senz’altro una bella vittoria. Ovviamente da super-esaltare, nella speranza di far dimenticare il passo favorevole al gasdotto. La sindaca di Torino Appendino, che teoricamente dovrebbe essere contro la Tav, al momento della discussione in Consiglio sulla materia era impegnata a Dubai. Una combinazione un po’ strana che fa gridare ai duri e puri dei 5Stelle che la prima cittadina di Torino è volata via per non “mettere la faccia” al provvedimento.

Se li potesse cancellare via con un colpo di spugna lo farebbe immediatamente, decisionista qual è, Matteo Salvini. Ma non può, almeno per il momento. Deve sopportare pazientemente i vari “moti perpetui” dei suoi alleati e difendere a spada tratta Luigino Di Maio, anche se alcune uscite di quest’ultimo lo hanno fatto incazzare nero. Fino alle prossime europee il mosaico non va toccato, poi si vedrà. E’ sicuro il Matteo padano di fare “Bingo” alle prossime elezioni, ma non basta. O supera il 50% dei consensi o deve, purtroppo, “sopportare” un alleato per poter mettere piede a Palazzo Chigi. E di possibili alleati per ora c’è solo Gigino e company. Certo, c’è Berlusconi che rompe, ma il vero problema restano i grillini. C’è sempre il rischio di accordi con i democratici e con gruppi affini come vanno teorizzando in molti. Il futuro è una vera incognita… soprattutto per il Paese.

 

 

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Periferie. E' tornata la pace tra i Comuni e il Governo?

movimento 5 stelle bandiera 350 260Luca Frusone Deputato M5S - Bando periferie, Frusone: “Quello che promettiamo, facciamo”
Pare sia tornata la pace tra i Comuni e il Governo guidato da Giuseppe Conte sulla questione del bando Periferie. I famosi milioni di euro che alcuni Comuni dichiaravano scippati per le periferie, arriveranno e saranno persino di più. «Infatti – spiega Luca Frusone del Movimento 5 Stelle che partecipò a suo tempo all’incontro organizzato dal sindaco Ottaviani – avevamo sin da subito garantito mezzo miliardo per i primi 24 progetti, che poi era tutta la somma che aveva messo il Governo Renzi e rimandato il resto dei finanziamenti, sbloccando comunque un miliardo di euro per i Comuni virtuosi». Tale sblocco venne visto, soprattutto dagli esponenti del PD, come un furto ma, in realtà, contrattacca il deputato pentastellato «Non c’è stato nessun furto perché quei soldi erano dei Comuni e dovevano solo essere sbloccati. Il ritardo sulle periferie era dovuto alla pronuncia di incostituzionalità del bando stesso, a cui abbiamo ovviato, e al fatto che volevamo fare un nuovo controllo sui progetti vincenti». Durante l’incontro di Frosinone infatti vennero sollevati dubbi su come la commissione a guida PD aveva dato i punteggi premiando magari progetti che con la riqualificazione delle periferie avevano poco a che fare. «In legge di bilancio verrà stanziato un altro miliardo e 600 milioni per gli altri 96 progetti che se sommati ai 500 milioni già previsti, gli unici stanziati dal PD, e al miliardo per i Comuni virtuosi raggiungono una cifra elevatissima a dimostrazione dell’attenzione che abbiamo per gli Enti Locali» evidenzia Frusone che conclude dicendo «Ovviamente, date le dinamiche precedenti, abbiamo cambiato qualcosa. Infatti non saranno contribuiti a pioggia ma grazie a un nuovo meccanismo sarà la capacità di realizzazione dei Comuni e di giustificazione delle spese a misurare le ripartizioni che avverranno dal 2019. Insomma quello che vogliamo far capire non è solo che se promettiamo una cosa la manteniamo ma che per i sindaci si apre un capitolo nuovo, infatti non dovranno dimostrare di avere tessere di partito o santi in paradiso per ottenere fondi per i cittadini ma dovranno dimostrare di saper amministrare, progettare e spendere bene quei soldi, un concetto banale ma che in un Paese come l’Italia ha il profumo di rivoluzione».

 

 

 

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Il potere dell’accusa

Governo Conte DiMaio Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Stravagante e a tratti grottesca la narrazione di emergenza generalizzata proposta dall’attuale governo. Pare evidente come l’azione dell’esecutivo sia volta ad intercettare costantemente un nemico di turno da porre sul banco degli imputati. Imputati che diventano puntualmente colpevoli, condannati in contumacia da processi mediatici senza alcun contraddittorio.
In questo clima di inquisizione medievale il premier Giuseppe Conte, l’avvocato difensore degli italiani auto proclamatosi tale, come un moderno Carlo Magno, appare in realtà un sottosegretario al servizio dei dioscuri gialloverdi, Salvini e Di Maio. I due, forti del “consenso del popolo italiano”, sembra si divertano nella quotidiana ricerca dell’antagonista da combattere con ogni mezzo. Corsa all’accusa che non appare però omogenea.

Matteo Salvini, in linea con i suoi proclami elettorali, individua il suo rivale nel migrante, nel più debole. E più generalmente anche in tutti quei soggetti che operano per il sollievo degli ultimi. Emblematica l’esultanza per l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, o i post di auto compiacimento per il blocco imposto alle ONG e alla nave Diciotti. Tutti attori di una storia triste, colpevoli del reato di “giustizia sociale”, componente costituzionale spazzata via dal decreto sicurezza che porta proprio la firma del segretario del carroccio.

A differenza dei colleghi di governo, i pentastellati incontrano una maggiore difficoltà nell’individuazione di un oppositore da annientare. Oggi la stampa non allineata, ieri le istituzioni politicizzate, domani forse la Costituzione stessa. Chi può dirlo.

Un punto in comune con la Lega c’è: l’Europa. Proprio la tecnocrazia di Bruxelles mette d’accordo Di Maio e Salvini. Una vittoria di Pirro per il Ministro del Lavoro, il quale si trova in netto svantaggio rispetto al titolare del Viminale. Un Salvini maggiormente incisivo agli occhi del suo elettorato, tanto da incrementare costantemente il consenso in suo favore.
Non semplice, dunque, la posizione del partito uscito con gli allori dei vincitori dall’ultima consultazione elettorale del 4 marzo. Un idillio con il popolo che sembra però scemare. Un dato inequivocabile che ridisegna le gerarchie stesse all’interno dell’esecutivo frutto del contratto.

Per recuperare strada il Movimento ha dunque virato verso lidi più consoni alla propria storia, tornando alla lotta contro le istituzioni repubblicane, a partire dallo stesso Presidente Sergio Mattarella. Proprio il Capo dello Stato rappresenta, in questo momento, l’ostacolo principale alle politiche di Di Maio e soci. Non a caso dal Quirinale arrivano continui messaggi di difesa della Carta Costituzionale e incessanti richiami ad una gestione più oculata del potere. Ammonimenti dovuti ad un evidente tentativo di interferire nell’operato di tutte quelle istituzioni che, per diritto costituzionale, godono di una doverosa autonomia d’operato e di giudizio.

Ancora un gatta da pelare per il leader politico del Movimento che vede salire il gradimento anche del Presidente Mattarella, arrivato ormai a sfiorare il 65%. Mai un Capo di Stato aveva raggiunto tale risultato.
Un dato che però lascia uno spazio di riflessione; se sommando le percentuali di Lega e M5S si raggiunge il 60%, si può notare come algebricamente si superi quota 100%. Si evidenzia dunque, una sovrapposizione di consensi che delinea i tratti di un elettorato liquido. Un popolo che da una parte appoggia il duo Salvini - Di Maio, e dall’altra continua a “tenere buono” il ruolo di garanzia del Quirinale. Una situazione sicuramente dovuta ad una carente opposizione da parte del PD, di quello che, per sua stessa vocazione, dovrebbe essere il partito delle masse.

Un panorama politico di difficile gestione. Un proscenio pervaso da una comunicazione deviata, fondata sulla paura e la “caccia agli invasori”. Un teatro popolare in cui dover rimettere al centro i valori impressi nei 139 articoli della Carta, della Legge delle Leggi.
Imporre nuovamente il valore popolare della politica è un passo imprescindibile per ricollocare i più deboli al centro del discorso. Bisogna interrompere questa folle corsa alla ricerca del nemico, tornando ad un dialogo più civile. Anche l’informazione avrà il dovere di reintrodurre, nel mare magnum dei social e della notizia rapida, un linguaggio corretto e privo di condizionamenti, fondato su argomentazioni serie e oggettive proposte di sviluppo e crescita sociale.

 

 

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I 100 giorni di Di Maio e Salvini

dimaio salvini 350 265 mindi Donato Galeone* - I due decreti del Governo alla vigilia dell’autunno 2018. Sono e siamo alla vigilia di autunno che si presenta con grandi attese dopo i caldi mesi estivi (da me passati a Leporano di Taranto) e da oltre 100 giorni di annunciato “cambiamento” per l'Italia, sia per chi deve gestire il “contratto di legislatura” e sia per l'opposizione politica in sede parlamentare.

Anche per l'Italia e gli altri Paesi europei l'autunno si presenta impegnativo per i “bilanci pubblici” tanto nella loro chiarezza contabile quanto nella destinazione delle risorse disponibili e nel rispetto dei Trattati con la Unione Europea. Si tratta, nel concreto, di vincoli di equilibrio finanziario che per il nostro Paese l'esercizio di bilancio - consolidato nel debito pubblico - si è attestato a luglio 2018 su oltre 2.341,7 miliardi di euro (dal Bollettino statistico mensile elaborato da Bankitalia).

La rappresentanza parlamentare che sostiene il “Governo del cambiamento” e introducendo la cosiddetta “tassa piatta” elettorale, pare, nella misura non progressiva rapportata ai redditi, favorirà, conseguentemente, la riduzione delle entrate e, contestualmente, la introduzione, pur graduale, del cosiddetto “reddito di cittadinanza” elettorale inciderà, compatibilmente, sulle uscite mentre la priorità per gli investimenti pubblici territoriali - che creano lavoro - non potranno essere ritardati (non solo per Genova ma per la grande parte manutentiva che richiede il territorio nazionale).

E in tale quadro - da me volutamente semplificato per meglio intenderci - alla vigilia dell'autunno 2018 dovremmo pensare e richiamare a noi stessi sia i 100 anni di fine prima guerra mondiale (1918) e sia - attualisima oggi - i 70 anni, dopo la seconda guerra mondiale, dalla “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” approvata dalle Nazioni Unite (1948) che all'articolo 1 proclama e afferma che “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

Decreto dignità

“Dignità e diritti” che, probabilmente, il Ministro del Lavoro del Governo Conte ha pensato di praticare mediante il definito recente “Decreto Dignità”??? Ma quel decreto definito dal Ministro De Maio “svolta storica” tende solo a confermare la dualità dei rapporti di lavoro e coinvolge tematiche occupazionali, interessanti, dall'esito imprevedibile sull'impatto sociale con modifiche che interessano i contratti a termine, pur ridotti nella durata contrattuale massima da 36 a 12 mesi, mantenendo l'assenza di qualsiasi casuale.

Declinare e praticare la “dignità del lavoro” nella diversità delle forme contrattuali significa - a mio avviso e sempre - abbattere le incertezze verso il fututo della persona “lavoratore”. E, significa, anche, ridurre i tempi della lunga disoccupazione e, contestualmente, aprire e garantire ai giovani e meno giovani l'accesso al mutuo prima casa oltre a definire un costo maggiore delle prestazioni lavorative a tempo determinato - perché non è lavoro cosiddetto di serie B - mediante contrattazione collettiva a livello nazionale e territoriale.

Si tratta, quindi, di definire in sede sindacale e, poi, in sede legislativa la cosiddetta “buona flessiblità del lavoro” che non è, ormai, e non sarà più lo stesso lavoro del secolo scorso o pre crisi 2008 a fronte dei nuovi sistemi produttivi e organizzativi d'impresa in rapidi cambiamenti, così come l'impiego del lavoratore è e sarà condizionato sia dai mercati che dalle tecnologie del terzo millennio. Riemerge, pertanto e ragionevolmente, che il lavoro a tempo breve deve - ripeto - costare di più a “pari dignità” e con garanzie sociali universali.

A mio avviso tuttto ciò significa - per il sindacato dei lavoratori nella sua unità - l'assunzione di uno specifico livello propositivo nella definizione di un “modello contrattuale integrato” entro cui anche i lavoratori assunti a tempi brevi di lavoro possano superare la “indifferenza o la subordinazione” che prevale e che è e sarà presente nelle gestione delle attività produttive.

Vale a dire di non ritenersi perdenti nel processo di cambiamento epocale del terzo millennio, a fronte della trasformazione del lavoro fisico automatizzato, con perdita di posti di lavoro.

Perdita di posti di lavoro tradizionali dovuti a innovazioni tecnologici che già richiama l'adeguamento contrattuale delle nuove condizioni di lavoro e che deve essere “vigilante e attiva” sui processi del lavoro che cambia, in quanto e certamente, si tenderà meccanicamente a praticare una nuova e diversa “divisione del mercato del lavoro” tra lavoratori altamente qualificati o definiti creativi e altri lavoratori, meno qualificati, quale persone destinate a lavori precari e, tanti altri, ricollocati verso lavori temporanei a basso reddito.

Ecco, allora, l'azione sindacale contrattuale mirata verso la concreta dignità del lavoro che cambia e assunto dalla nuove tecnologie sempre più avanzate che obbliga, peraltro, a considerare la urgenza dell'adeguamento degli “orari di lavoro operativi” anche nel nostro Paese.

 

Decreto sicurezza

E alla svolta storica con il “decreto dignità” del Ministro Di Maio si dovrebbe aprire - con il “decreto sicurezza “ del Ministro Salvini - ai valori della solidarietà, della uguaglianza e della integrazione nella cittadinanza tra persone umane.

Purtroppo non sembra essere questa l’apertura del decreto sicurezza proposto da Salvini approvato dal Governo, in quanto, apre e favorisce la ghettizzazione degi stranieri migranti classificandoli, di fatto di serie B e cancellando alle persone i diritti umani fondamentali di uguaglianza tra cittadini, non osservando la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo di 70 anni fa.

Quel decreto governativo definito “sicurezza”, volutamente e strumentalmente, tende a criminalizzare i migranti con l'obiettivo chiaramente dichiarato di rendere meno accessibile tutti i percorsi legali relativi alla emigrazione in Italia, così come la proposta di riforma del Servizio di Protezione e Asilo ai Rifugiati (SPRAR) sono scelte politiche orientate a distruggere o smantellare il sistema dell'accoglienza e la possibile integrazione del migrante o rifugiato.

È stato osservato e detto - letto il decreto sicurezza approvato dal Governo del cambiamento - che trattasi di una “mazzata” al diritto di asilo al migrante, uomo libero alla ricerca di vivere nel mondo.

Mi permetto aggiungere che, questo Governo, ha volutamente tentato per altre finalità di tornaconto politico “schiaffeggiare e criminalizzare” la tradizione italiana, quale nostra cultura civile umanitaria.

Auspico, non solo io, che il Parlamento e il Capo dello Stato modifichi e confermi la vera dignità dell'Italia democratica nell'accoglienza e la integrazione umanitaria delle persone migranti in sicurezza del convivere comunitario nel mondo.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL del Lazio

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