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Sanità, bancomat del Governo

M5S logo 350 260dal Deputato Luca Frusone (M5S): “Sanità, il bancomat del governo”. “Il Governo finalmente mette mano alla sanità, ma naturalmente, lo fa solo per tagliare: 2,352 miliardi di euro nel 2015 e per i prossimi anni. E' la cosiddetta "intesa Stato-Regioni". La sanità diventa quindi il bancomat di un governo che non ha alcuna intenzione di recuperare i soldi tagliando gli sprechi e i privilegi.” – a dichiararlo è il Deputato 5 Stelle Frusone che continua – “Renzi non si smentisce nemmeno stavolta e con la complicità dei presidenti delle Regioni, taglia prestazioni specialistiche e riabilitative. Un altro grave danno ai cittadini, che si ripercuoterà in maniera disastrosa su questa provincia, già martoriata da una politica sanitaria, voluta da Zingaretti per mano della Mastrobuono, che sta mettendo in ginocchio gli ospedali e i reparti rimasti ancora in piedi. Il Partito democratico dovrebbe vergognarsi per ciò che sta facendo alla sanità pubblica.” – e continua –“Il Pd, purtroppo, sta continuando il piano intrapreso dai governi precedenti di centrodestra, sia a livello nazionale che regionale che provinciale, perché se è vero che la nostra provincia è vittima oggi di Zingaretti e del silenzio dei consiglieri regionali del PD, è anche da dire che stanno portando solamente a termine quell’impoverimento figlio delle macro aree della Polverini e dell’assurda gestione Storace. Per questo fa quasi ridere oggi vedere partiti come Forza Italia che in provincia cerca di costruirsi una verginità sulla sanità dopo che anche loro hanno contribuito a distruggerla.” – e conclude – “ E’ proprio grazie a questi partiti, nessuno escluso, che abbiamo oggi una sanità da terzo mondo.”

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Pensioni, non solo rimborso. Ridiscutere la politica di bilancio del governo

elsafornero 350 260di Redazione - Scrive Felice Roberto Pizzuti su sbilanciamoci.info del 20 maggio 2015 (e unoetre.it riporta i brani più significativi - ndr), «Il governo di Matteo Renzi ha deciso di applicare la sentenza della Corte Costituzione, ma dei 16 miliardi dovuti ne restituirà solo 2. Non solo: i soldi saranno presi da quanto era previsto per gli interventi contro la povertà. Il che conferma che a pagare per la redistribuzione saranno i più poveri».
Il Governo ha deciso di applicare la sentenza della Corte Costituzionale al 12%. Questa infatti è, all'incirca, la percentuale del rimborso ai pensionati rispetto a quello che sarebbe loro dovuto in base alla piena applicazione delle indicazioni della Corte (16,6 miliardi più gli interessi). «Tra le righe della sentenza si possono anche individuare elementi per contenere la restituzione del mancato adeguamento all'inflazione, ma è fortemente dubbio che le sue indicazioni possano essere eluse per quasi il 90%».
La restituzione parziale avverrà in misura progressiva: 750 euro per le pensioni superiori a tre volte il minimo (circa 1406 euro lordi mensili al dicembre 2011) fino a 1700 euro lordi; 450 euro per le pensioni fino a 2200 euro lordi; 278 euro per quelli fino a 3200 euro lordi. Cifre nettamente inferiori a quanto previsto dalla sentenza. Infatti, anche per la prima fascia d'importo, il rimborso avrebbe dovuto essere di circa 1700 euro, mentre per la fascia più alta dovrebbe essere di circa 3800.
Il Presidente Renzi ha specificato che i 2,180 miliardi necessari saranno presi da quanto era previsto per gli interventi contro la povertà il che« conferma che sarà una redistribuzione ai margini della povertà».
In altri paesi i redditi da pensione hanno trattamenti fiscali ridotti, in Italia sono tassati con le normali aliquote, e una pensione lorda di 1406 euro diventa di circa 1200 netti.
«Non dimentichiamo che il sistema pensionistico pubblico presenta un saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali nette che è attivo dal 1998 e che nell'ultimo anno per il quale si hanno dati, il 2013, è stato pari a circa 21 miliardi di euro (cioè dieci volte quello che gli si vuole restituire per il mancato adeguamento all'inflazione).
Oggi il valore medio delle pensioni è attualmente pari a circa il 45% della retribuzione media degli occupati. Tale quota è in ulteriore discesa e nell'assetto attuale, in base alle previsioni, raggiungerà il 33% nel 2036».
Dunque quando il governo stabilisce di rispettare la sentenza della Corte al 12% sta, in realtà, perseverando nella politica redistributiva decisa da tempo che esclude la possibilità di colpire alti redditi e ricchezze più elevate per fronteggiare le esigenze di bilancio.
Infatti, è proprio la politica di bilancio del governo l'epicentro del problema che andrebbe messo in discussione. A questo riguardo c'è un aspetto significativo da considerare: «il Governo non vuole superare l'obiettivo fissato al 2,6% per il deficit di bilancio, quando avrebbe margini di manovra fino al 3%. Raggiungere quel limite gli consentirebbe altri 3 miliardi di aumento di spesa senza superare il vincolo di Maastricht».
Il Governo di fronte alla necessità di fronteggiare una scelta del precedente governo Monti-Fornero così iniqua da essere definita "irragionevole" dalla Corte, «ci tiene ad apparire ligio ai programmi delle politiche di consolidamento fiscale che oramai lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha dovuto ammettere essere controproducenti non solo rispetto agli obiettivi della crescita, ma anche per migliorare i conti pubblici».

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Il governo della minoranza

Aula di Montecitorio 350 260di Gianni Ferrara da Il Manifesto - Si deve insi­stere senza ras­se­gnarsi. Senza remore va qua­li­fi­cata l'enormità della con­trad­di­zione tra i prin­cipi della Costi­tu­zione, tra la minima con­ce­zione della demo­cra­zia e la legge elet­to­rale appro­vata in sosti­tu­zione del por­cel­lum ripro­du­cen­done però sfac­cia­ta­mente le inco­sti­tu­zio­na­lità accer­tate dalla Corte. Inco­sti­tu­zio­na­lità che rive­ste e imbel­letta. Nulla e nes­suno però può nascon­dere che l'italicum infrange i fon­da­menti della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva e mira a dis­sol­verla con­cul­cando il diritto di sce­gliere chi votare come pro­prio rap­pre­sen­tante in Parlamento.
Nelle «20 cir­co­scri­zioni elet­to­rali sud­di­vise nell'insieme in 100 col­legi plu­ri­no­mi­nali» i capi­li­sta, se la lista che capeg­giano otterrà seggi, risul­te­ranno auto­ma­ti­ca­mente eletti senza essere stati votati. Così i depu­tati "nomi­nati" dai capi­par­tito risul­te­ranno tanti quante saranno le liste che otter­ranno seggi. Quelle che di seggi ne con­qui­ste­ranno uno solo, lo tro­ve­ranno già scelto.
L'italicum rin­nega poi il prin­ci­pio di ugua­glianza pre­ve­dendo il "pre­mio di mag­gio­ranza", un dispo­si­tivo che pre­scrive nien­te­meno che la fal­si­fi­ca­zione della volontà dal corpo elet­to­rale mediante la mani­po­la­zione del risul­tato dei voti espressi.
In qual­siasi plu­ra­lità umana la mag­gio­ranza dei voti si iden­ti­fica nella loro metà più uno. Il "pre­mio di mag­gio­ranza" non è attri­buito a chi que­sti voti li ha acqui­siti ma a chi non li ha acqui­siti. Lo si con­fe­ri­sce ad una mino­ranza, a quella che ottiene un solo voto in più di cia­scuna altra. Si tra­duce quindi in un pri­vi­le­gio per una delle mino­ranze rispetto a tutte le altre. Pri­vi­le­gio che com­porta disco­no­sci­mento di voti validi e sot­tra­zione di seggi alla mag­gio­ranza reale, reale per­ché com­po­sta dalla somma delle liste votate, esclusa la mino­ranza pri­vi­le­giata. Quella a cui il corpo elet­to­rale ha negato di diven­tare mag­gio­ranza ma con­tro la volontà popo­lare ne acqui­sta il potere. Un'assurdità, una illo­gi­cità manifesta.
L'italicum è vorace. Non solo asse­gna 340 seggi alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti (88 in più di quanti le spet­te­reb­bero). Ma, al secondo turno, che inter­viene se nes­suna lista ha otte­nuto il 40 per cento dei voti al primo turno, col bal­lot­tag­gio tra le due liste più votate, attri­bui­sce comun­que que­sti 340 seggi, per­ciò anche ad una lista che di voti ne può aver avuto il 35 per cento, il 30, il 20 ...
L'italicum, comun­que, dis­solve la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva stra­vol­gendo la forma di governo e declas­sando il ruolo del Pre­si­dente della Repub­blica. Per­ché tra­sforma l'elezione al Par­la­mento in ele­zione del "primo mini­stro, capo del governo", la dop­pia deno­mi­na­zione che defi­niva la forma di governo vigente in Ita­lia dal 3 gen­naio 1925 al set­tem­bre 1943.
L'inventore dell'italicum, il poli­to­logo D'Alimonte, sostiene che il mostri­ciat­tolo che ha inven­tato rea­lizza l'elezione diretta del pre­mier ma non modi­fica la forma par­la­men­tare di governo. Affer­man­dolo o finge di non saperlo o ignora che la forma par­la­men­tare di governo si iden­ti­fica nella respon­sa­bi­lità del governo nei con­fronti del par­la­mento, organo della rap­pre­sen­tanza poli­tica che esprime la sovra­nità popo­lare. Rap­pre­sen­tanza cui l'elezione diretta del pre­mier sot­trae tutti i poteri tra­sfe­ren­dolo pro­prio al pre­mier e ren­derlo anche domi­nus nelle ele­zioni degli organi di garan­zia, Pre­si­dente della repub­blica, Corte costi­tu­zio­nale, Csm.
Que­sta radi­cale muta­zione della forma di governo nel suo oppo­sto e que­sta oscena misti­fi­ca­zione di una qual­che ipo­tesi di demo­cra­zia si con­net­tono poi con la cosid­detta "riforma" del Par­la­mento che maschera, col supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio, l'eliminazione (della sede) di un con­tro­po­tere allo stra­po­tere del capo del governo nel regime che Renzi sta costruendo, quello dell'autoritarismo.
Va detto senza ambagi. L'italicum distorce l'arma inde­fet­ti­bile dei cit­ta­dini, il voto. Svuota la rap­pre­sen­tanza poli­tica. Asser­vi­sce il Par­la­mento al governo. Sof­foca la sovra­nità popo­lare. Inve­ste di tutto il potere una per­sona sola.
Il testo di que­sta legge dovrà ora supe­rare il con­trollo della pro­mul­ga­zione che deve essere quanto mai severo. Lo sia. In peri­colo è la demo­cra­zia italiana. (il controllo è ormai già avvenuto, ma non ci pare essere stato così severo come Gianni ferrara si auspicava - ndr)

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Marangoni: intervenga subito il Governo per farla ripartire

Marangoni Videocon 350 262dal Partito Comunista D'Italia riceviamo e pubblichiamo - Siamo in una situazione nella nostra provincia di grave crisi del sistema industriale, dove solo alcuni anni fa il nostro sistema manifatturiero era uno dei primi d'Italia. Oggi è praticamente distrutto. In questo quadro è possibile salvare il sito produttivo della MARANGONI e la salvaguardia di 400 posti di lavoro. Infatti esiste una proposta di una multinazionale svedese che ha proposto un piano industriale che prevede il riutilizzo degli impianti e l'occupazione di tutti i dipendenti della ex MARANGONI. Tutto rischia di franare per 10 milioni di euro. Evidente che la mobilità per i 400 lavoratori costa allo stato 12 milioni di euro, comunque lo stato risparmierebbe 2 milioni, ma non solo, ripartendo la produzione lo stato incasserebbe l'IVA, IRPEF, contributi INPS e INAIL, e dato che la ex MARANGONI fatturava 100 milioni di euro è chiaro a tutti che ci sarebbero forti vantaggi per le casse dello stato.
A questo punto sorge la domanda: è uno stato intelligente che per non investire pochi soldi ne perde tanti? La risposta è semplice, ormai siamo al declino morale, sociale, industriale e finanziario; ma la cosa più grave è che il Governo non ha una vera e propria politica industriale.bandiere pcdi 350 260
I Comunisti chiedono, con urgenza al Ministro dell'Industria, di intervenire su tale situazione in quanto sarebbe un delitto lasciare a casa 400 lavoratori, con danni a tutta la comunità ciociara, chi secondo noi può e deve giocare un ruolo importante è il Presidente della Regione Lazio Zingaretti che deve intervenire coinvolgendo la Finanziaria Regionale e la Cassa di Deposito e Prestito.
Nel dare atto al Presidente che sta tagliando sperperi e costi della politica, di accelerare tale fase, facendo in modo che i risparmi possono essere utilizzati per salvare 400 posti di lavoro. Per esempio si potrebbe velocizzare la fase di unificazione del COSILAM e dell'ASI, in modo da risparmiare soldi e risorse in un nuovo inquadramento delle politiche di sviluppo industriale.
I Comunisti fanno appello ai lavoratori e ai sindacati di lanciare una mobilitazione generale, perché la soluzione può essere vicina ma occorre una forte pressione sulle forze che governano il Lazio e l'Italia, che politicamente sono gli stessi. È ora lotta dura senza paura: adesso o mai più.
Il segretario prov. Del PCd'I

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Governo e magistrati di nuovo tutti contro tutti

aperturaannogiudiziario2015 350 260di Elia Fiorillo - Apertura dell'Anno giudiziario con polemiche: le toghe criticano l'Esecutivo e il premier rintuzza l'attacco. Più che prolusioni per l'apertura dell'anno giudiziario sembravano veri bollettini di guerra. Di un conflitto però che non lascia ben sperare per una vittoria finale della "Giustizia". La criminalità organizzata lo diventa sempre di più e sembra che tutto possa coinvolgere, in primis la politica. Che, al di là del malaffare, ritorna in certi interventi dei procuratori generali come un nemico che non capisce (volutamente) le esigenze della magistratura. Ed è inevitabile lo scoppio fragoroso della polemica in cui il presidente del Consiglio rintuzza e rilancia accuse all'altro potere, "autonomo ed indipendente", previsto dall'art. 104 della Costituzione.

Non c'è solo la polemica tra politica e magistratura, ma anche tra quest'ultima e se stessa. Il presidente della Corte di Appello di Milano, Giovanni Canzio, senza giri di parole, bolla l'iniziativa dei colleghi della Corte di Assise di Palermo di chiamare a testimoniare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia: "Questa dura prova si poteva risparmiare al capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica". Ma anche il rappresentante della Corte di Appello di Palermo, sia pur in modo indiretto, invia critiche ai pubblici ministeri. Invita la "società civile" a non schierarsi sempre e solo con i P.M., poiché bisogna sostenere anche i giudici che a volte assolvono "per correggere degli errori investigativi e requirenti".

Se tutto questo non bastava ad intorbidare le acque è arrivato il novello esponente laico, di indicazione grillina, a sostenere che il C.S.M. "vuole essere parte attiva delle riforme, perché se si aspetta il governo o non arrivano oppure si vede di che qualità sono". C'è poi il procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, che si è scagliato contro l'idea di una Superprocura antiterrorismo, ma anche contro il taglio delle ferie decise dal Governo con un decreto; un provvedimento "che ancor ci offende" e che con i tempi lunghi della giustizia non ha nulla a che vedere. Durissimo contro il Governo Renzi il presidente della Corte d'Appello di Bologna, Giuliano Lucentini. Le sue critiche sono state talmente spiacevoli che il ministro dell'Ambiente, Gianluca Galletti, si è alzato dalla prima fila e ha lasciato la cerimonia "sbattendo la porta".

Insomma, una giornata non felice per la democrazia del nostro Paese quella in cui si è tenuta l'apertura dell'anno giudiziario. In alcuni casi è prevalsa la voglia "mediatica" dei procuratori generali di dire la propria non tenendo conto dell'inopportunità del momento. Un' occasione importante per dare all'opinione pubblica un quadro dell'azione giudiziaria fondato, al di là delle posizioni personali e di categoria, su dati di fatto provenienti dalle sentenze pronunciate.

Il presidente del Consiglio non perde tempo per esprimere tutto il suo dissenso per alcune dure prese di posizione contro il Governo: "Oggi di nuovo le contestazioni di alcuni magistrati che sfruttano iniziative istituzionali (anno giudiziario) per polemizzare contro il Governo". E, ancora: "L'Italia che è la patria del diritto prima che la patria delle ferie, merita un sistema migliore di giustizia. La memoria dei magistrati che sono morti uccisi dal terrorismo o dalla mafia ci impone di essere seri e rigorosi", afferma Renzi. E, continua: "A chi mi dice: ma sei matto a dire queste cose? Non hai paura delle vendette? Rispondo dicendo che in Italia nessun cittadino onesto deve avere paura dei magistrati. E i nostri giudici devono sapere che il Governo (nel rispetto dell'indipendenza della magistratura) è pronto a dare una mano. Noi ci siamo". Forse era il caso che il presidente-segretario lasciasse perdere il passaggio sulla "paure delle vendette", alludendo che ci potrebbero essere, e si fermasse al "Governo è pronto a dare una mano". La brutta sensazione che s'avverte è che il braccio di ferro continuerà, purtroppo.

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Il Governo continua a “colpire “ i lavoratori

bandiere-cgil 350-260dalla Cgil di Frosinone riceviamo e pubblichiamo - L' approvazione della modifica dell'art 18 conferma la volontà del governo di considerare marginale la persona nel processo produttivo.
In Italia ci sono circa 22.000.000 di lavoratori dipendenti, con diverse tipologie di contratto, ma solo per il 10/15 % di essi si applica l'art 18.
Ebbene il governo sostiene che la ricetta per rilanciare l'occupazione è togliere anche a quel 15% diritti e tutele, senza pensare che sarebbe prioritario estendere tutele e ridurre le tipologie di contratto per evitare furberie e illegalità queste si crescenti.

In sostanza si sostiene; che un rapporto di lavoro sempre più precario determini maggiore occupazione ( tra l' altro in contrasto di quanto ha affermato, proprio in questi giorni, l Alta Corte di Giustizia Europea)

In proposito la Corte ha sancito quanto da noi dichiarato da sempre e la sentenza conferma la bontà del nostro ricorso, in riferimento ai precari della Scuola, ricordo che, a suo tempo, è stata la sola la FLC ( Federazione Lavoratori della Conoscenza) Cgil ha ricorrere alla Corte.

E' incredibile come ci si ostina a non comprendere l'importanza, invece, di rafforzare e consolidare il rapporto di lavoro, renderlo più stabile, tutelato da regole e certo in prospettiva, solo così si determina un maggiore attaccamento alle sorti delle aziende, un coinvolgimento "naturale " alle dinamiche produttive.
Nei Paesi dove il lavoro è più stabile è più alta la professionalità.

E scientificamente provato: una persona maggiormente considerata e rispettata è sicuramente più responsabile e coinvolta anche moralmente nelle dinamiche aziendali.

Invece i lavoratori Italiani da anni vengono considerati solo dei costi e quindi si pensa, che tagliando diritti e salari, vedi l' introduzione del demansionamento, e la possibilità di sottoporli a controlli video sia la soluzione per creare occupazione, è una cosa inaccettabile !! e se queste norme venissero confermate la Cgil farà ricorso, anche in questo caso, all'alta Corte Europea .

Gli Industriali invece di gioire, dovrebbe reagire con sdegno a queste ipotesi, se hanno a cuore il rilancio del paese attraverso il lavoro e la produzione devono difendere i lavoratori e la lo professionalità.

La qualità del lavoro e l'innovazione tecnologica sono le uniche ricette per la crescita e la competitività.

Attaccare e ridurre diritti e tutele non ha mai portato occupazione aggiuntiva, insieme al sindacato, essi, gli industriali, devono pretendere servizi efficienti, infrastrutture adeguate, incentivi per l'innovazione, la crescita delle loro imprese e una tassazione nettamente inferiore all'attuale., sostenendo una vera battaglia contro l'evasione, il sommerso e l' illegalità.

Invece si continua con le frasi ad effetto, il risultato delle elezioni regionali specie quelle in Emilia Romagna, dopo oltre il 66% dei cittadini non ha votato, dovrebbero far riflettere il Premier, la Cgil non è sola !! la giustezza delle sua ragione è nel merito delle questioni, per questo respingerà con fermezza quanto si continua a propinare a danno dei lavoratori, con manifestazioni, assemblee, presidi e volantinaggi, insieme alla Uil, in tutto il territorio Provinciale e parteciperà in massa alla manifestazione Regionale a Piazza SS Apostoli in Roma il 12 Dicembre, giorno dello sciopero generale.

Il Segretario Generale
  (Guido Tomassi)

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Anacronistico Renzi

matteorenzi 350-260di Antonio Simiele - Con il passare dei giorni, quello di Renzi si rivela sempre più un percorso di ritorno alla vecchia DC. Forse non è programmato, dato che lui anche per le scelte di governo procede per approssimazioni, facendosi guidare dai patti e dalle mediazioni, senza esporre prima un organico e chiaro disegno. Poco male, se non significasse spacciare per nuovo una cosa di altra epoca e di altro ambiente che oggi segnerebbe il regresso della nostra democrazia.
Renzi scrive che il suo è un partito della sinistra a fianco dei più deboli e indifesi. L'adesione del PD ai socialisti europei è un segno di sinistra. Fino a ora, però, non ci sono atti concreti del suo governo con lo stesso segno, neppure i famosi ottanta euro da cui sono esclusi proprio i più deboli, i pensionati e quelli privi di reddito, dei quali, invece, cerca di limitare la forza contrattuale, attaccando i sindacati e le associazioni che li organizzano.
Il tracollo del numero dei votanti nell'Emilia Romagna, campione di partecipazione e di ramificato tessuto democratico, mostra che è proprio il potenziale elettorato di sinistra che trova difficoltà a riconoscersi nella sua politica. E' superficiale da parte di Renzi dire che una crescita così abnorme dell'astensione sia un fatto secondario: la rinuncia a votare ferisce sempre la democrazia e il suo partito ha perso per strada più della metà dei voti.
Renzi dice pure di volere il partito della nazione, senza un riferimento politico-culturale e che il Paese debba essere guidato da un solo partito. Non è rassicurante, neppure se il partito è democratico come il PD. E' una visione che ha prodotto, sempre e ovunque, un restringimento degli spazi democratici. Convergono in questa direzione l'insistenza a fare istituzioni senza eletti dal popolo, una proposta di legge elettorale che dà il potere a un solo partito e priva i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti, l'abolizione degli eletti nelle Province e il contemporaneo aumento numerico della figura del Prefetto, della quale Luigi Einaudi diceva "Democrazia e Prefetto repugnano profondamente l'uno all'altro". Nello stesso verso va una concezione poco democratica del Paese e del partito che si manifesta quando si plaude e ascolta solo chi è d'accordo, quando, mutuando Berlusconi, si definiscono politici gli scioperi a difesa dei diritti, quando si stravolge il carattere del PD, nato per far convivere, in una concezione pluralista, culture e storie diverse.
Lo affiancano dirigenti nazionali dalle incerte conoscenze o dalla formazione datata. Pina Picierno, ignorando che sono deleghe sottoscritte dai lavoratori, denuncia tessere false del sindacato, cosa che non avrebbe mai fatto il suo mito De Mita. Debora Serracchiani, dicendo che il PD deve rappresentare tutti, ripropone la concezione del partito unico, pigliatutto, di lontana memoria.
La natura della DC interclassista "condannata a governare" fu, principalmente, dettata dagli equilibri internazionali che costringevano l'Italia a essere una democrazia "zoppa", in cui alla sinistra e alla destra era fatto divieto di concorrere alla formazione del governo nazionale. La DC, perciò, tendeva a convogliare istanze di sinistra, di centro e di destra ma avendo sempre ben presente che quella fosse una condizione transitoria, da superare appena possibile.
In una situazione di normalità democratica in cui c'è alternanza al governo, un partito non deve e non può rappresentare tutti. In Inghilterra i laburisti rappresentano interessi diversi da quelli dei conservatori, così in Usa i democratici rispetto ai repubblicani e in Francia i socialisti rispetto ai gollisti. Semmai, deve essere un partito popolare, capace di parlare a tutti e di chiamare la parte di cittadini che si rappresenta ad assolvere un ruolo nazionale, facendosi carico, una volta al governo, anche degli interessi degli altri.
Lì, 26 novembre 2014

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Torino è solo l'inizio della protesta contro il governo

presidio-fiom-bandiera 350-260di Laura Eduati da l'Huffington Post - Maurizio Landini: "Torino è solo l'inizio della protesta contro il governo, ma non rovinateci la piazza".
Dal palco di piazza Castello a Torino, mentre parlava in comizio alle migliaia di metalmeccanici Fiom che hanno scioperato contro il governo, Maurizio Landini dice di avere visto "cento persone in fondo al corteo impegnate nei disordini con la polizia" e improvvisamente dei lacrimogeni lanciati verso la folla pacifica degli operai.
E così ha protestato contro "l'eccessiva reazione" delle forze dell'ordine nei confronti degli antagonisti che hanno scelto di forzare le transenne a difesa del Teatro Regio, lanciando uova e pomodori contro la celere. "Bisogna capire se dietro a questo eccesso di reazione ci sia il governo", avrebbe commentato secondo le agenzie di stampa.
Ora Landini all'HuffPost smentisce di avere mai pensato a precise indicazioni del Viminale: "Non so cosa mi abbiano attribuito, so soltanto che la vera notizia della giornata sono i ventimila operai che hanno sacrificato una giornata di stipendio per dire a Matteo Renzi che la sua politica del lavoro è sbagliata. Una giornata di mobilitazione stupenda che non può essere oscurata dagli scontri di piazza". In serata - dopo questa intervista - gli antagonisti hanno risposto duramente: "(Landini, ndr) ha criticato la polizia per i fatti di questa mattina ma solo perché non ha picchiato abbastanza".
 
I sindacati di polizia assicurano che nessun lacrimogeno è stato sparato verso il palco della Fiom.
Sto dicendo quello che ho visto. Noi abbiamo riempito piazza Castello per la prima volta dopo anni, abbiamo manifestato con le mani pulite e il volto scoperto. In fondo al corteo c'erano poche decine di persone, forse un centinaio, impegnate nei tafferugli con la polizia. E poi ho visto il fumo dei lacrimogeni avvolgere la piazza. Se cento persone riescono a scatenare una reazione così forte delle forze dell'ordine, e visto che Torino è soltanto l'inizio delle mobilitazioni sindacali contro il governo, allora meglio chiarire subito che un corteo non può essere gestito in questo modo.
 
Cinque poliziotti sono rimasti feriti negli scontri, cosa ne pensa?
I poliziotti sono lavoratori come noi, dobbiamo portare loro rispetto e non mi sognerei una contrapposizione con le forze dell'ordine. Dico soltanto che questa giornata probabilmente non è stata governata nel migliore delle maniere perché il rischio è quello di cancellare la vera notizia.
 
Gli antagonisti e i centri sociali saranno benvenuti nelle prossime manifestazioni della Fiom, anche se scelgono una modalità di manifestazione diversa da quella degli operai?
Non ho bisogno di fare appelli a gruppi specifici di persone che vogliono manifestare contro il governo. Noi metalmeccanici della Fiom siamo scesi in piazza con le mani pulite e il volto scoperto. Siamo gli stessi che si mobiliteranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, presidieremo le fabbriche e se necessario le occuperemo, faremo sentire la nostra voce pacificamente. Il mio invito, a coloro che vogliono davvero cambiare le cose, è quello di avere l'intelligenza di muoversi senza dare adito a nessuna speculazione. Perché troverei inaccettabile domani leggere sui giornali che l'unica notizia di Torino sono 100 persone e qualche lacrimogeno. Mentre Torino è soltanto l'inizio.
 
Perché la Fiom non riesce a trovare nessun elemento positivo nella manovra finanziaria appena approvata, nemmeno gli sgravi che potrebbero togliere gli alibi alle imprese che non assumono?
La legge di stabilità è un enorme favore a Confindustria. Alle imprese il governo sta dicendo che possono licenziare i lavoratori cancellando lo Statuto dei Lavoratori, alle imprese viene anche detto che pagheranno meno tasse senza pretendere niente in cambio. In questo modo verranno beneficiate sia le aziende virtuose sia quelle che stanno licenziando, chiudendo o delocalizzando. Perché Matteo Renzi vuole fare sconti alla Thyssenkrupp, che sta lasciando a casa 500 operai, oppure alla Mecaplast nel Torinese che sta spostando la produzione in Francia?
 
Però abbassare le tasse sul lavoro può essere un incentivo alle assunzioni, o no?
Le imprese non assumono perché non c'è lavoro. E se pagheranno meno tasse, in quale modo verranno pagati i servizi sociali, la sanità, il welfare, le pensioni? Temo che questo taglio verrà pagato dai lavoratori attraverso le imposte locali, e questo certamente non è la direzione giusta.
 
Eppure Matteo Renzi per approvare questa manovra si sarebbe scontrato con i fautori dell'austerity a Bruxelles.
Questo è quello che viene raccontato. A me non risulta che il governo abbia davvero lavorato per chiedere lo sforamento del patto di stabilità, così come non sta mettendo in discussione il ruolo della Bce. La realtà è che il premier sta favorendo le imprese con delle liberalizzazioni che verranno pagate interamente dalle persone meno tutelate, e contro questa politica continueremo a scendere in piazza in decine di città.

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Che governo è?

Matteo Renzidi Antonio Simiele - E' arduo stabilire la collocazione politica del governo Renzi, segnato dall'attivismo del gruppo di toscani fedeli. Per esso non sono linearmente proponibili le definizioni di governo di sinistra, di centro o di destra, di centrosinistra o di centrodestra, né quello d'emergenza del Presidente, come i governi Monti e il primo Letta. Forse, senza volerlo e con encomiabile spontaneità giovanile, c'è riuscita la ministra Elena Boschi quando, in un discorso ai senatori, ha citato, svelando i suoi riferimenti politici, l'esempio del corregionale, eclettico, vivace, pragmatico, trasformista, professore e pittore Amintore Fanfani. Si è guardata bene dal richiamarsi ad Alcide De Gasperi che ha guidato la rinascita dell'Italia dopo la guerra; neppure ad Aldo Moro che, insieme a Berlinguer, tracciò la strada da percorrere per condurre la nostra democrazia verso la piena normalità, renderla solida e stabile per il futuro. Sembra che la Boschi non conosca abbastanza la nostra storia e il ruolo decisivo esercitato dagli atti e dagli scritti di De Gasperi, Einaudi, Nenni, Togliatti, nel tracciare le coordinate che hanno accompagnato la costruzione dell'Italia moderna e data una prospettiva di crescita alla nostra Repubblica.
Fanfani è stato un valido ministro e un buon Presidente del Consiglio, ma non c'è suo scritto o sua idea che abbia deciso la nostra storia. La Boschi esprime una cultura politica, influenzata dalla stretta amicizia del padre con Fanfani, legittima. Non è condivisibile, però, che una visione personale e provinciale, seppure valida per la sua formazione, possa divenire esempio per lo Stato.
Nei giorni scorsi Renzi ha fatto un'altra conferenza stampa ricca di annunci, questa volta senza impegni precisi e senza un elenco di riforme da fare con le date di scadenza. Ha chiesto, invece, di essere giudicato alla fine del mandato e il tempo di mille giorni per realizzare il cambiamento. E', la sua, una scelta forse giusta, opportuna e obbligata. Nell'occasione, è sembrato anche più realistico e meno sicuro di poter cambiare governando la crisi contro tutto e tutti, specialmente in vista del difficile autunno che si preannuncia. Domando, per dire e fare tutto questo, era proprio indispensabile darsi il compito di killer del precedente governo? La ragione principe di quella decisione non fu proprio la perentorietà di un'accelerazione nelle scelte e l'incapacità di Letta a realizzarla?
Agli italiani bisogna dire la verità ed educarli ad ascoltarla. Le bugie hanno le gambe corte. Le ultime, quelle sul blocco degli stipendi pubblici, hanno fomentato il risentimento dei corpi di polizia. Il Presidente del Consiglio fa bene a respingere ogni possibile ricatto. Dovrebbe, però, evitare di fare controminacce e, almeno ai servitori dello Stato, non nascondere la verità. E' vero, il blocco degli stipendi è già previsto nel Def, ma poi l'ha smentito il Ministero dell'economia in aprile e lo stesso Renzi in agosto. Comunque, è ingiusto continuare a chiedere disponibilità a chi guadagna 1200 euro, senza colpire, in modo visibile, prima le rendite finanziarie, gli assegni dei parlamentari, le pensioni d'oro, l'alta burocrazia.
Tra gli amici e i conoscenti c'è chi mi rimprovera di essere troppo polemico nei confronti del governo, al quale bisognerebbe dare tempo. Voglio chiarire che la mia speranza è che il suo tentativo riesca, nell'interesse dell'Italia: oggi non esiste una credibile alternativa a Renzi, se non promuovendo una pericolosa manovra di palazzo del tipo di quella da lui fatta nei confronti di Letta. Da parte della maggioranza di governo si usa fronteggiare le critiche di merito, provenienti dal suo interno o dall'esterno, con i toni sprezzanti della Serracchiani o, come fa lo stesso Renzi, con attacchi personali. E' male, perché inaccettabile e sintomo preoccupante. Sono certo che, anche per aiutare il governo, si debbano dire in tempo le verità o quelle che ognuno ritiene tali, pure le più crude, non quando la frittata è fatta, come, invece, si è verificato più volte nel nostro Paese, in un passato prossimo e remoto. I silenzi e le adulazioni gratuite sono i veri siluri che scoppiano al primo duro impatto.
Lì, 5 settembre 2014

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Il governo non è nato per assolvere il Cavaliere

Rosy Bindi"Il governo serve se fa bene al Paese non è nato per assolvere il Cavaliere". E la Bindi avverte: la giustizia non è nel programma. «Questo governo non è nato per la pacificazione. Chi pensa che le larghe intese servano per assolvere Berlusconi e garantirgli un salvacondotto politico non è un nostro interlocutore. Questo governo serve se fa le cose che servono agli italiani, se fa bene al Paese. Non bisogna dare una mano a Berlusconi né sospendendo la legge né interrompendo il percorso dell'esecutivo».
Rosy Bindi, mai stata fra gli sponsor del governo Letta, si riconosce nelle posizioni del segretario: «Il Pd non cederà mai ai ricatti».
I democratici dicono che «la legge è uguale per tutti e che le sentenze vanno applicate», il Pdl si scatena.

Le pare normale?
«Certo che non è normale. Sono parole ragionevoli, evocano principi fondanti di tutte le liberaldemocrazie».

Gli alleati di governo non gradiscono.
«Da quando c'è stata la sentenza, il Pdl sembra concentrato solo sulla ricerca del salvacondotto per Berlusconi. Norme sulla tutela della persona condannata ci sono in tutti gli ordinamenti (e normalmente è la destra ad avversarle). Ma loro non chiedono attenzione alla persona, pretendono per Berlusconi l'"agibilità politica" coinvolgendo anche Napolitano, il che è inaccettabile».

Prima di tutto la salvezza del Capo.
«Noi invece prima di tutto chiediamo un passo indietro di Berlusconi che è la condizione dirimente per avere clemenza nei confronti della persona e consentire la collaborazione politica con il suo partito».

Sul principio di legalità vi siete - caso raro ricompattati.
«La cultura costituzionale ci accomuna. Poi, sull'analisi delle conseguenze politiche, abbiamo valutazioni diverse».

Per lei il governo Letta è a rischio?
«Questo governo è di servizio ed è nato per affrontare i gravi problemi economico-sociali scoppiati con la crisi e creare il presupposto per le riforme costituzionali. Il Pdl ha creato questo equivoco della pacificazione, intesa come impunità, ma nessuno di noi vuol mettere una pietra tombale su questi ultimi venti anni. Noi non siamo disponibili a scambiare il governo con il salvacondotto politico a Berlusconi».

Il tema della direzione di oggi?
«Anche, oltre alla data del nostro congresso. La direzione servirà per mettere a fuoco quello che dobbiamo fare. Primo: rinnovare la fiducia al governo Letta (escludendo ogni mercanteggiamento con il Pdl su Berlusconi); Secondo: rilanciare l'azione di governo. In questi cento giorni non sono state fatte cose sufficienti anche perché è difficile sciogliere il nodo delle differenze tra centrosinistra e centrodestra.
Però è necessaria un'accelerazione: i problemi non vanno solo accarezzati ma risolti. Terzo: Va fatta la legge elettorale».

C'è un quarto punto?
«Sì, va fissatala data del congresso perché una cosa deve essere chiara: nessuno, nemmeno all'intemo del partito, deve approfittare della situazione per tirare a campare. Il Pd deve uscire dal congresso più forte e con una strategia per il futuro».

Lei mi è diventata renziana.
«Se per questo le stesse cose le dice D'Alema. Lo status quo non fa bene al Pd, non fa bene al governo, non fa chiarezza nei rapporti con il Pdl».

Quindi avanti tutta con il governo Letta.
«Lo sanno tutti che sono stata critica ma adesso dico: bisogna essere leali con questo governo e anche esigenti. Noi non pensiamo al voto adesso. La spina la vuole staccare solo chi approfitta di questa situazione. Il governo è chiamato a fare - e bene - le cose per cui è nato: lavoro, crescita, Sud, esodati... ».

E la giustizia?
«Non è nel programma. Per quanto mi riguarda sta fuori. C'è un perimetro preciso di riforme e un metodo costituzionale per attuarle. Dobbiamo ancora votare in seconda lettura l'istituzione del Comitato dei 40 che dovrà fare le riforme. Se ci fosse un emendamento del Pdl per inserire la giustizia salterebbe il comitato... ».

pubblicato da partitodemocratico.it il 8 agosto 2013

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