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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Tre a caccia di vittoria

berlusconigrillorenzi 350 260di Elia Fiorillo - Renzi, Berlusconi, Grillo e la voglia di vittoria. Tre compagni - si fa per dire – di ventura, accumunati dalla preoccupazione che da qui a poco per loro potrebbe succedere l’irreparabile. Parliamo di politica, di tre leader che provano a contendersi la leadership del Paese. Ci riferiamo a Matteo Renzi, “il Rottamatore”, a Beppe Grillo, “il Garante” e a Silvio Berlusconi, “Sua Emittenza”. Tanto lontani tra loro in fatto di politica, della sua gestione, ma così vicini in questo momento per quanto concerne i guai che essa, la politica, può portare a chi la guida.

Beppe Grillo

Partiamo dal principe dei “vaffa”. Dopo la vittoria del “suo” Movimento nella Roma che fu prima di Alemanno eppoi di Marino, era sicuro che la corsa per conquistare Palazzo Chigi fosse cominciata, anzi già pensava di essere a metà strada. A differenza degli altri partiti i suoi Pentastellati, oltre a rappresentare “il nuovo che avanza”, non avevano scheletri negli armadi e, soprattutto, erano la vera alternativa ad un sistema di potere dove, a loro avviso, le clientele sono alla base di tutto e dove i “cittadini” con le loro esigenze sono, a dir poco, ignorati. Una cosa però è stare all’opposizione e fare proclami tranchant, un’altra è gestire la “polis”. Roma per Grillo ed i suoi sta diventando la fine di un sogno e lui, il Garante, non sa come uscirne. No, non potrà abbandonare Virginia Raggi come ha fatto con altri sindaci. Dovrà provare in tutti i modi a raddrizzar la barca se no i “vaffa” stavolta arriveranno a lui ed al suo Movimento.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha trascorso una vacanza non troppo serena a Villa Certosa. Non solo per i problemi riabilitativi, ma anche per la “carta” Stefano Parisi giocata per tentare la rifondazione di Forza Italia. L’ex Cav. sapeva che la scelta dell’ex direttore di Confindustria malumori ne avrebbe creati, specialmente in chi sperava di prendere proprio l’eredità del padre fondatore. Comunque, era convinto che poi tutto sarebbe filato liscio, come in tante altre occasioni. Ma stavolta non è andata così. A partire dal suo ex consigliere politico Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, le critiche alla scelta berlusconiana si ripetono quasi ogni giorno, ad ogni presa di posizione di Parisi. C’è chi sostiene che Berlusconi abbia telefonato ai personaggi più significativi di Forza Italia per farli disertare la convention del 16 e 17 settembre. Il motivo è, a detta dei bene informati, che l’evento deve attrarre forze nuove della società civile. Le vecchie facce comprometterebbero il disegno di rinnovamento. Telefonate o non telefonate l’ex inquilino di Palazzo Chigi sa bene che se dovesse fallire la “rinascita“ di Parisi sarebbero botte da orbi per lui e la sua creatura. E il primo a darle le batoste sarebbe quel Matteo Salvini che per il momento si limita a borbottare, pronto a indossare una maglietta con l’immagine di Silvio da Arcore su cui capeggia la scritta: “Berluskàz caput”.

Marreo Renzi

Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, prova in tutti i modi a non dar da vedere che anche lui di problemi ne ha ad iosa. Alla festa dell’Unità a Catania sferra un duro attacco a Massimo D’alema definendolo “esperto di passato” e continua affermando che “alcuni leader del passato vorrebbero fregarci il futuro con risse interne quotidiane. Ma non ci faremo trascinare nella guerra del fango delle correnti”. Si può ben immaginare come l’hanno presa i compagni della sinistra democrat. E’ vero che Renzi ha decisamente aperto sulla riforma della legge elettorale, ma l’apertura non significa un accordo su come modificare l’Italicum. Anzi, pare proprio l’incontrario. Il messaggio del segretario del Pd è rivolto più all’esterno che all’interno del suo partito. Comunque, le preoccupazioni per lui restano su come andrà a finire il voto sul Referendum costituzionale. Matteo Renzi non s’illude che se dovesse perdere tutto rimarrebbe come prima. Ed è per questo che niente lascia d’intentato per vincere. Non è un caso che sulla vicenda Roma prova a difendere Virginia Raggi, facendo un distinguo tra lei ed i suoi compagni grillini. Il muro contro muro in questo momento non serve. In atto c’è la lotta per la sopravvivenza e anche un voto in più può fare la differenza.

Solo un po’ di giorni ancora e sapremo chi del trio avrà vinto.

 
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Tra buffone e baffone

GrilloRenzidi Stefano Balassone, da europaquotidiano.it - La campagna elettorale a colpi di battute trasforma il "baffone" di Grillo in un "buffone" di Renzi. Che intanto più sta in tv , più fa crescere l'audience di Giletti su Raidue. 

«'A da veni' Buffone!» è l'indovinato sottopancia che Agorà (al momento la più pregiata fabbrica di titoli) ha sfoderato questa mattina sintetizzando il nocciolo politico della campagna elettorale. Perché in effetti Grillo prospera nello spazio di incertezza derivante dalla determinazione di una vocale: la "u" di buffone o la "a" di baffone (lo Stalin dalle maniere spicce, non l'icona dei comunisti di settanta anni fa).
Sul piano della espressione non c'è dubbio che Grillo sia buffone, come si ricava dall'ampio ricorso al paradosso, l'arma più forte di chi fa satira perché è il modo più efficace per parlare della realtà, ma solo alludendovi e dunque senza mischiarcisi e senza doverne subire le logiche (quali il principio di concretezza, di non contraddizione etc etc).
Da buffone cita Hitler («io sono peggio») e gli associa Schulz («la svastica in fronte se non era per Stalin»). Ma tutto al volo, per il tempo tecnico di una battuta, perché ha orrore dei tempi morti e dei discorsi piatti, come se la preoccupazione vera fosse quella di garantirsi il prossimo "tutto esaurito" per come è piuttosto che per quello che è.
Tuttavia il pubblico che accorre allo spettacolo proviene dalle incazzature più varie, sulle quali il Grillo politico surfa mettendole all'ingrosso nel sacco dei contenuti. Se Grillo fa l'equilibrista fra la "u" e la "a" di B-ffone, Renzi ha scelto l'occasione del passaggio da Giletti per farlo precipitare dalla parte della "u", quella dei buffoni, per lasciargli, supponiamo, il voto di protesta (una Cicciolina gigante), e mirando a monopolizzare quello di proposta.
E Giletti gli è venuto incontro alla grande, altro che il Floris ingrugnato dell'ultimo Ballarò, attraverso una scaletta che, se non è frutto del caso, è stata assai astuta: dalle 14 alle 16 due ore filate di demagogia anti casta col ricorso ai pezzi forti del genere: le "scorte ai politici" e i "vitalizi".
Ma questi diffusi sentimenti sono stati inscenati, e qui forse sta l'astuzia, con sovrappiù di rabbia e sottopiù di argomenti, al punto che una signora bionda del pubblico ce l'aveva – con toni che hanno permesso al conduttore di esibirsi come domatore di leoni – con una neodeputata (Moretti) che non avrà il vitalizio, nel frattempo abolito, in quanto deputata e comunque privilegiata; Salvatore Tramontano, de il Giornale, ci ha messo del suo picchiando duro su un consigliere regionale (Ambrosi), perché un giorno potrebbe richiedere il vitalizio che ha scelto di non chiedere (vista la brevità, tre mesi, dello svolgimento della funzione elettiva).
A questo punto, quando anche il più accanito dei grillini avrebbe invocato il ritorno ai piedi per terra, è arrivato Renzi che ha fatto la sua parte pro speranza vs rabbia, ha lodato i pensionati (il grosso del pubblico della domenica pomeriggio) e quasi non ce la faceva a schiacciare tutte le palle che con rapide citazioni non argomentate, visto il pressing temporale della par condicio, gli venivano alzate dall'ospitante.
Il pubblico delle prime due ore, quelle del "dagli alla casta" etc, è stato un po' più numeroso di quello della settimana precedente, segno che l'approssimarsi del voto qualche attenzione in più la sta suscitando (chissà se l'astensione sarà poi così alta come si prevede?). Gli spettatori sono cospicuamente aumentati quando si è passati alla mezz'ora di intervista con Renzi, particolarmente grazie alle donne oltre i 55 anni, in questo diversissime dalle figlie e nipoti comprese fra i 15 e i 24 anni (lo avevamo già notato, e ci chiediamo perché Matteo abbia questo problema di popolarità fra adolescenti e postadolescenti), ma anche per la risposta degli uomini, in questo caso senza distinzioni di età.
Col procedere dell'intervista il pubblico è cresciuto, anziché diminuire. E questa, in fondo – e di questi tempi – è una notizia. Un antipasto in attesa di vedere e confrontare come se la caveranno coi numeri dell'auditel Grillo, Berlusconi e Renzi, attesi da Vespa nel suo nido, a partire da stasera.
@SBalassone

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Grillo e Renzi: corpo a corpo

GrilloRenzidi Elia Fiorillo - Più si va avanti verso le elezioni europee di maggio, più i colpi di scena mediatici si moltiplicano. Tutto fa brodo per catturare voti. La crisi economica che attanaglia l'Unione Europea diventa una carta da giocare in campagna elettorale per quelle formazioni politiche che sono all'opposizione. Il malessere porta voti e, quindi, giù Beppe Grillo e Matteo Salvini a disegnare scenari idilliaci con il ritorno alla lira, o cancellando le direttive e i regolamenti di Strasburgo e Bruxelles. "Viva l'Italia libera dall'U.E.". Meglio, nel caso della Lega di Salvini, "viva la Padania liberata".

Anche gli altri partiti però non lesinano critiche all'Europa germano-centrica, chiedendo voti per cambiare. Più si parla d'Europa e più, però, si pensa all'Italia in fatto di consenso elettorale. L'automatismo non dovrebbe esserci, ma c'è: se vinci la partita per Bruxelles, la stravinci anche per l'Italia. E la vittoria è doppia perché ti legittimi indirettamente, ti rafforzi e puoi preparati meglio alla grande battaglia per le politiche e - se si presenta il caso - puoi anche puntare alle elezioni anticipate, con l'Italicum o senza.

All'ultimo momento il capo del Pd - e presidente del Consiglio - cambia i capolista per le europee. Tutte donne. Mossa a sorpresa che crea non pochi problemi e mugugni nei declassati che pur, in alcuni casi, erano stati da lui scelti. Servirà il cambio ad aumentare il consenso? Certamente si. Per due ordini di motivi. I retrocessi o non accetteranno di fare i numeri due, oppure s'impegneranno di più a stravincere per superare chi gli ha "usurpato" il posto. Quest'ultimo, l'invasore, dovrebbe, al di là del proprio seguito elettorale, attirare il voto delle donne non impegnate. Insomma, la mossa a tavolino potrebbe funzionare.

Un uomo di spettacolo come Beppe Grillo conosce bene il "coup de théâtre" e sa l'effetto positivo che suscita nello spettatore. Anche lui in vario modo cerca i colpi di scena per attrarre i suoi elettori-spettatori. Per la virulenza con cui ha risposto a Renzi, paragonato al Gabibbo con le sue veline, la mossa dell'avversario l'ha ritenuta proprio pericolosa. Da parte sua il Renzie-Gabibbo gli risponde serafico: "Grillo ogni mattina si alza e pensa come attaccare il Pd, io invece penso come posso cambiare l'Italia". Il braccio di ferro continuerà in un crescendo di trovate ad effetto e battutacce tutte mirate alla pancia dell'elettorato. Pochi i ragionamenti per dare all'elettore, nel bene e nel male, una visione dell'Europa concreta, realista. Se fossero in vita i padri fondatori dell'Unione Europea, Altiero Spinelli, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrand Adenauer, rabbrividirebbero non solamente per come viene trattata l'Europa nella nostra campagna elettorale, ma anche per lo stato di salute delle sue istituzioni, per la mancata integrazione politica che fa diventare "pesante" l'unità monetaria.

Nei prossimi giorni Berlusconi renderà note le sue liste per le europee e soprattutto, una volta conosciute le limitazioni alla sua attività politica da parte dei giudici, darà fiato alle trombe della campagna elettorale. Lo svantaggio mediatico c'è, anche per l'arresto di Marcello Dell'Utri e per l'abbandono della sua ex ombra mediatica Paolino Bonaiuti, ma il Cavaliere in campagna elettorale non è secondo a nessuno. Chi sprizza felicità per come stanno andando le cose nel Nuovo Centro Destra è l'ex pupillo di Berlusconi, Angelino Alfano, eletto presidente del partito. Angelino è convinto di uscire vincente dalla sua prima prova elettorale con Ncd e sfida gli ex amici di Fi: "Se gli elettori vogliono nostalgia votano Fi, se vogliono un futuro possono votare il Ncd".

Insomma, la sensazione che si ha dalle prime battute della campagna elettorale per le europee 2014 è che niente è cambiato dall'ultima campagna ed, ancora, da quella precedente: i partiti guardano all'Europa in funzione dell'Italia, del loro posizionamento nel nostro Paese. A Bruxelles ricordano ancora quando la Commissione Europea fu presieduta dal democristiano Franco Maria Malfatti. Era la prima volta che l'Italia sedeva sullo scranno più alto della Commissione. Nello sconcerto generale, dopo due anni di presidenza, dal 1970 al 1972, Malfatti si dimise per partecipare alle elezioni politiche italiane. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, ma essere i rappresentanti dell'Italia nelle istituzioni europee resta, in alcuni casi, o una sinecura, o un impegno di cui liberarsi al più presto.

Sarebbe utile se i partiti, per la funzionalità del Parlamento europeo, nell'interesse esclusivo del nostro Paese, scegliessero candidati disposti a rispettare questi cinque punti: 1) Completare tutto il mandato; 2) impegnarsi solo ed unicamente nell'attività di europarlamentare; 3) stare a Bruxelles, a Strasburgo o Lussemburgo tutte le volte che necessita; 4) imparare o perfezionare la conoscenza di una lingua europea, che non sia ovviamente l'italiano; 5) avvalersi di assistenti, non parenti, dalla comprovata esperienza comunitaria, che parlino almeno due lingue oltre l'italiano. Sembrano punti scontati, invece non lo sono per niente.

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Gli spettatori di Grillo e di Renzi, a Bersaglio Mobile

grillo-renzi 350In linea generale il premier, a osservare le caratteristiche del suo pubblico sembra avere saldamente conquistato l'attenzione del "popolo profondo".

Enrico Mentana ha ospitato a sette giorni di distanza nel suo Bersaglio Mobile prima Grillo, nella prima vera intervista concessa a una televisione italiana, e poi Renzi. La forma era molto diversa: Grillo, inquadrato su un surreale sfondo, rosso-moquette e con capigliatura non meno surrealmente a vello, non aveva altri interlocutori che lo stesso Mentana; Renzi era in collegamento da Palazzo Chigi dove tiene casa e bottega, ma sullo sfondo di un muro bianco (per evitare la nausea degli stucchi istituzionali, e chissà che fatica per trovare in quegli ambienti una parete che non sapesse di vecchio) e a colloquio con i giornalisti in studio. Più teatrale, per la forma del quasi monologo e per la messa in maschera dell'ambiente e del personaggio, il format di Grillo; più simile a tanti altri talk show la struttura narrativa della tarda serata con Renzi.
La intervista a Grillo ha richiamato quasi 1,8 milioni di spettatori, mentre Renzi nello stesso segmento orario ne ha arruolati 1,6 milioni. Ma la vera differenza la troviamo nella composizione del pubblico, dove il nocciolo degli spettatori per Grillo sono stati essenzialmente i maschi entro i 54 anni, mentre dai 55 anni a salire Renzi ha richiamato un pubblico addirittura più numeroso di quello di Grillo.
Freddezza dei più giovani nei confronti di Renzi? O elevato interesse nei confronti di Grillo? Oppure non è questione di età, bensì di condizione sociale, come farebbe pensare la densità nel pubblico di Grillo degli spettatori diplomati e laureati, che oggi vuol dire spesso precari e disoccupati. E se è così, e se il surplus di spettatori per Grillo può indicare il grado di "rabbia" del paese, converrà allora tenere particolarmente d'occhio le regioni dove la misura è stata maggiore, che sono il Veneto e la Campania (tanto per dirci che non è questione di Nord e Sud, tanto più che le regioni dove invece Renzi ha avuto più spettatori sono state il Piemonte e la Calabria).
In linea generale Renzi, a osservare le caratteristiche del suo pubblico sembra avere saldamente conquistato l'attenzione del "popolo profondo", dove prevalgono i pre-anziani e gli anziani, abbondano le licenze elementari, le femmine sono più numerose rispetto ai maschi. Sembra, in altri termini esercitare un qualche richiamo anche verso zone di elettorato che per mille ragioni, culturali e sociali, hanno sempre diffidato delle politiche della sinistra e spesso della politica tout court.
Ne risulta, che più chiara non si potrebbe, la differenza fra il "tutti a casa" grillesco e la "rottamazione" renziana: il primo, più che la fede nella cacciata dei reprobi, esprime la auto identificazione delle vittime, al limite dell'auto esilio. La veste narrativa più adatta ai tantissimi che, da anni cercano di una sistemazione che non arriva e si sentono come esiliati dal corpo sociale; la seconda sembra essere percepita come un riformismo molto spinto, che promette di raddrizzare la barca prima che l'imperizia dei vecchi marinai la porti a fondo. Così il profeta anziano offre a molti giovani l'invettiva con cui esprimersi: una rivoluzione senza azione. Per contro il rampante quarantenne offre la sua energia a quelli preoccupati che il Paese vada a fondo, e loro con esso. Una sorta di "rivoluzione per la rassicurazione" senza tracce di eversione sociale.
Sia per l'uno che per l'altro non sembra davvero contare alcunché quel che un tempo si intendeva per "destra" "centro" e "sinistra". Semmai ci volano sopra.

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Tutti (anzi no) da Grillo, venerdì sera

tgla7-skytg24-tg1-tg5-300x2251di Stefano Balassone - Tutti (anzi no) da Grillo, venerdì sera. Piemonte, Veneto, Toscana e Umbria sono state le più sollecite all'appuntamento, mentre le più scettiche, che si sono appena limitate a non diminuire rispetto alla settimana precedente, le ritroviamo tutte al meridione: Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria. L'intervista di Mentana era attesa, se non andiamo errati, come una prima assoluta perché fino allora Grillo era conosciuto solo nella forma della esternazione unilaterale, tipica del monologhista che è sempre stato in tv e a teatro.
E non è per caso che non riusciamo a ricordare, né dagli show degli anni '80 e '90 né dalle esibizioni teatrali (cui ci accadde varie volte di assistere, a pagamento, fintanto che non ci parvero ripetitive e monocordi) un solo scambio di battute con altri attori. Insomma Grillo sa fare benissimo, più di Travaglio e di Sabina Guzzanti, l'orazione che passo dopo passo, accostamento dopo accostamento, produce l'effetto della "suggestione", come se dalla bocca gli uscisse una composizione musicale, accantonando del tutto ogni approccio "dimostrativo". Può piacere e com-piacere anche molto, anche convincendo pochissimo. Esattamente come Berlusconi e, andando indietro nel tempo, Ronald Reagan.
L'attesa, o meglio la speranza, era di conoscere un altro Grillo, che sceso dal palco teatrale, e complice l'ora tarda che non si confà ai toni da comizio e ai do di petto teatrali, provasse a convincerci, a suon di argomenti. Abbiamo avuto invece l'unilaterale Grillo di sempre: perfetto per coloro a cui piace, superfluo per chi cerca dell'altro.
L'audience, e parliamo della intervista vera e propria e non delle glosse alla medesima affidate al successivo dibattito fra giornalisti, è stata vasta e crescente: eravamo 1,4 milioni nei primi cinque minuti e siamo arrivati a 2,1 milioni al ventesimo minuto, dopodiché, scomparso Grillo e iniziato il dibattito, abbiamo preso a discendere, ma non a precipizio.
Chi eravamo? Innanzitutto gente dei quartieri alti, benestanti e passabilmente colti, che sono arrivati a costituire un quarto del pubblico totale in luogo del decimo che ne rappresentavano la settimana precedente, quando l'attrazione, altro che Grillo, erano De Bortoli, Vespa e Freccero che si esercitavano attorno alla conferenza stampa di Renzi, quella con le slides.
Assai più contenuto è stato l'afflusso del pubblico "popolare", specie femminile, come se tra le signore Grillo fosse un deja vu, per non dire una specie di replica del Freccero della volta prima, magari di cilindrata maggiore, ma non diverso per natura e struttura. Ti diverti, ma non impari, e le signore, si sa, cercano l'utilità.
Piemonte, Veneto, Toscana e Umbria sono state le più sollecite all'appuntamento, aumentando anche di dieci punti il loro share, mentre le più scettiche, che si sono appena limitate a non diminuire rispetto alla settimana precedente, le ritroviamo tutte al meridione: Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria. Come accade anche alle apparizioni di Renzi. Del resto, curiosità a parte, per guardare Grillo serve una grande incazzatura e per seguire Renzi occorre una enorme speranza: nel cosiddetto Profondo Sud, a quanto pare, stentano sia l'una che l'altra. Brutto segno.

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Grillo e i giovani a 5 stelle

M5S ret 225150di Elia Fiorillo - Il linguaggio è piano senza alcun eccesso. I ragionamenti puntano sempre su argomentazioni concrete. Non ci sono esagerazioni retoriche in quel che va affermando. Insomma, pacatezza e moderazione sono le sue caratteristiche di base. Lui è Luigi Di Maio, vice presidente della Camera dei deputati, ventiseienne del Movimento Cinque Stelle, che si confronta all'Istituto Denza di Napoli con i colleghi del Movimento unitario giornalisti della Campania.
"Nel Parlamento italiano ci sono pregiudizi e luoghi comuni". "Abbiamo avuto una classe politica bloccata". "Portare gente libera al potere". Sono solo alcune delle tematiche che Di Maio sviluppa in quasi due ore di dibattito. E mentre lo senti argomentare sul cambiamento, ti si para davanti nella mente il leader del Movimento di cui il giovane Luigi è un importante rappresentante. Peppe Grillo si agita, bestemmia, urla, scaglia anatemi su tutto e tutti, anche "sull'Aldilà". Se poi qualche giornalista prova a fare il proprio mestiere, come diceva Benedetto Croce, "dando ogni giorno un dispiacere a qualcuno", quando questo "qualcuno" è lui medesimo Beppe, allora sono c... (cavoli) amari per l'imprudente. Inserimento immediato nella lista di proscrizione e giù gl'improperi più improperi che ci possano essere. Certo, Grillo non è uno stinco di santo. Di condanne per diffamazione ne ha prese non poche. A suo attivo ha anche un "patteggiamento" per aver diffamato la povera Rita Levi Montalcini, allora novantaquattrenne, chiamandola "vecchia p... (professoressa)" ed insinuando che il Nobel attribuitole le fosse stato comprato da una casa farmaceutica. C'è poi la condanna per omicidio colposo plurimo, i problemi legati al fisco. Insomma, a volte nel sentire i suoi monologhi sembra "il bue che dice cornuto all'asino".
Un merito però ce l'ha avuto Grillo, quello di essere riuscito a creare un Movimento in cui c'è gente pulita, che crede in quello che dice ed è convinta che il cambiamento sia possibile. Poi ci sono le assurdità di gestione dei pentastellati, con espulsioni e minacce ai possibili dissidenti, ma questo è un altro discorso. Il dissenso non piace a nessuno, specialmente ai leader di partito. C'è modo e modo di gestirlo però. I partiti sono essenziali per la democrazia di un paese e, proprio per questo, devono darsi regole di grande trasparenza. Cosa che in Italia non avviene.
Non fa una piega l'argomentazione di Di Maio sul Mezzogiorno: "l'Italia non può funzionare a due velocità". Ricorda la vicenda dell'integrazione delle due Germanie e cosa oggi rappresenta in Europa questo Paese. E' convinto che il Mezzogiorno ce la possa fare e se la prende con i grandi potentati economici che tentano di mantenere lo status quo per salvaguardare i loro interessi. Tutto ciò porta a conservare il vecchio modello di sviluppo - ormai più che obsoleto - a danno del "rischio" innovazione. La notizia che in uno sperduto paese della Sicilia un gruppo di giovani ha inventato un software che si è imposto negli Stati Uniti, dà ragione al vice presidente della Camera. "Noi nel Sud non abbiamo più niente. Si può ripartire", afferma Di Maio, facendo proposte operative. Per la verità non è proprio così. Qualcosa il Sud l'ha (e non solo il Mezzogiorno, come qualche politico vorrebbe far credere). Le varie mafie che infestano il territorio sono un peso insopportabile e solo "la cultura ed il lavoro" possono debellarle. E su questo binomio inscindibile che bisogna puntare senza risparmio.
Alcuni opinionisti sostengono che Grillo è coerente - e non può non esserlo - con le sue impostazioni originarie. Nessun rapporto o accordo con i partiti in Parlamento. Vanno bene certe espulsioni perché i cacciati sapevano chi comandava – e soprattutto chi li aveva fatti eleggere - e quali erano le regole del gioco da rispettare. Insomma, su per giù lo stesso discorso fatto per Angelino Alfano e per altri "dissidenti".
L'esempio è importante, è uno strumento di pedagogia attiva, e il rifiuto del finanziamento pubblico è stata una grande operazione di coerenza, ma anche d'immagine. Ma ciò non toglie che lo "sporcarsi le mani" può servire per raggiungere l'obiettivo del cambiamento. Si racconta che nelle Commissioni parlamentari i giovani pentastellati si danno da fare con impegno, studiando i provvedimenti, emendandoli, ma poi spesso in aula – sotto gli occhi delle telecamere - prevale la necessità dell'immagine della contestazione, anche su provvedimenti che hanno visto il loro qualificato apporto.
"La popolazione esige dai propri rappresentati il conto di quello che hanno fatto. C'è bisogno di una nuova cultura della partecipazione. Io, comunque, quando mi sento controllato dai miei elettori, mi carico. Abbiamo avuto una classe politica bloccata, senza ricambio. Si può condividere o meno il mio Movimento, ma noi abbiamo stabilito il limite del doppio mandato per i nostri parlamentari". E' orgoglioso Luigi Di Maio delle sue scelte, dell'impegno suo e dei suoi colleghi. Resta il problema di come il Movimento riuscirà a valorizzare al meglio tante eccellenti individualità che ha nel suo interno. Forse la strategia migliore per "cambiare" il Palazzo, i partiti, il Paese è quella della "contaminazione", del "contagio" delle idee, dei comportamenti, non quella della segregazione corporativa. Ma da questo orecchio Grillo e Casaleggio non pare che ci sentano, per lo meno per il momento.

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