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Non devono sorprenderci per accoglierli

MamoudouGassama 350 mindi Nadeia De Gasperis - A Parigi Mamoudou Gassama, giovane immigrato maliano senza documenti, salva in maniera eroica, calandosi da un balcone, un bimbo intrappolato in casa da un incendio. Lo hanno soprannominato spiderman, forse perché è così difficile ricordare il nome di un eroe quando ha i caratteri arabi!

Nel Paese di santi e navigatori è facile diventare eroi, anche da stranieri, ma esigiamo una prova in più di temerarietà. Un ragazzo immigrato, in pieno centro cittadino a Napoli, salva una donna dalle aggressioni di un rapinatore, mettendolo in fuga. Davanti all’Eurospin di Tor Vergata uno dei ragazzi che si carica delle nostre buste strabordanti della spesa in cambio di qualche spicciolo e qualche smorfia di accondiscendenza, sventa il furto a danno di una anziana signora. Insomma, sono piene le cronache, e potrebbero esserlo di più, di questi episodi ma non hanno un nome questi ragazzi, mai, o quasi, e qualche volta, come nel caso del ragazzo immigrato che nel Fucino, nel bel mezzo di un evento di piena, salva una famiglia, mentre i soccorsi dei vigili del fuoco stentavano a intervenire per la difficoltà della situazione. Eppure, il ragazzo non esita a tuffarsi nel fiume e salvarli, per poi scappare perché è senza permesso di soggiorno. I giornali titolano “caccia all’immigrato senza permesso di soggiorno” e come sottotitolo il dettaglio del suo atto di coraggio. Non ha un permesso di soggiorno, figuriamoci se possa meritare un nome.

Allora oggi vogliamo raccontare che Samuel, ragazzo nigeriano, che risiede in un centro di accoglienza di Isola del Liri, ha trovato sull’autobus un iphone. Recuperato lo ha portato alla donna che mi ha raccontato la storia, Maria Laura, operatrice del centro, pregandola di comporre l’ultimo numero e raggiungere la persona che aveva smarrito il suo apparecchio. La proprietaria, in poco tempo è stata rintracciata e ha raggiunto il centro di accoglienza per recuperare il suo iphone. Si è sentita di dover ringraziare il giovane ragazzo nigeriano portandogli in dono un cesto di fragole.

Spero che un giorno non saremo più costretti a raccontare quello che per questi ragazzi immagino sia naturale e ovvio, quello che è dettato dalla loro indole senza sensazionalismi o bisogno di riconoscenza o ricompensi.
Con la stessa naturalezza, spero tanto, saremo un giorno in grado di aspettarci da loro qualsiasi cosa di buono ci si possa aspettare da un ragazzo che affida al mare nero la propria vita in cambio di una speranza di salvezza, spinto solo dalla forza del desiderio di un mondo migliore.

Un giorno, spero, ci ritroveremo a non sorprenderci più a raccontare tutto questo per convincerci che i nostri fratelli sono nostri fratelli e le nostre sorelle sono nostre sorelle, per il semplice fatto di essere nati tutti sotto lo stesso cielo, che non giudica, almeno senza averci prima visti alle prove con la vita, la nostra e quella degli altri.

 

 

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'Ces Italiens qui ont fait la France'

Vinc.Vela lItalia riconoscente alla Francia 1862 350 260 mindi Michele Santulli - Il numero di settembre della rivista francese HISTORIA contiene un inserto di cento pagine dedicato agli Italiani in Francia, dal titolo ”Ces Italiens qui ont fait la France”, un titolo che non ha paura di esprimere una verità: la Francia, questo grande Paese, è stato ricettivo ed ospitale, dando un tetto e un tavolo alle centinaia di migliaia di italiani che nel corso dell’Ottocento e del Novecento, a partire dalla cosiddetta unificazione, si sono riversati nel Paese, spinti dalla fame e dalla miseria grandi.

La convivenza, è vero, ha registrato anche episodi di truculento razzismo e xenofobia e violenza e di non poco sfruttamento sul lavoro, ma la conclusione è che gli Italiani in Francia hanno trovato accoglienza e allo stesso tempo hanno anche dato, non solo il loro apporto fisico: hanno contribuito, con le loro capacità, alla evoluzione e progresso del Paese: uno dei giornalisti dell’inserto scrive che hanno ricevuto poco rispetto al tanto che invece hanno dato. Ed in effetti si tocca una madornale quasi paradossale realtà: gli Italiani quando sono fuori dei confini natali, quando vivono oltralpe, danno il meglio di sé stessi: parrebbe che i nuovi ambienti e contesti esistenziali siano favorevoli alla evoluzione e sviluppo delle loro qualità migliori che al contrario, in patria, vengono oppresse e rimosse: ed è così: gli scienziati e gli artisti e gli imprenditori vengono rimossi ed emarginati perché non li si capisce o forse perché si debbono favorire amici parenti cognati figli, tutti mezze cartucce. E perciò quelli che hanno qualcosa da dire e da offrire, emigrano e dovunque mettono radici, quasi tutti assurgono alle posizioni più prestigiose e ricercate: nelle Università, negli organismi scientifici, nei musei, nelle istituzioni accademiche, nell’imprenditoria. Chissà che cosa succederebbe se tutti questi italiani di successo tornassero in Italia! Sarebbe la palingenesi, la resurrezione dell’Italia.

 

Ma torniamo alla Francia, al Paese della Rivoluzione, degli Ugonotti, degli Enciclopedisti. Da quando esiste l’Europa, da allora i rapporti Francia-Italia sono stati sistematicamente stretti e duraturi, aVincenzo Vela partire dalle cosiddette Gallie fino ad oggi. Come tra i rapporti umani, così i rapporti tra i due Paesi si sono svolti sotto alterne vicende e contesti. Possiamo affermare che la presenza e l’impronta e contributo italiani alla Francia sono stati e sono ancora i più ricchi e i più significativi . Leggendo il resoconto citato in HISTORIA si resta veramente stupefatti dalla quantità delle presenze, immigrate o nate da italiani, sul palcoscenico della storia nazionale, in tutti i contesti: Leone Gambetta, Emilio Zola, prima di loro Giulio Mazzarino nel 1600, poi Caterina dé Medici, poi Maria dé Medici regine di Francia; si continua con Pierre Reggiani, con Edith Piaf, con Yves Montand, con Dalida, con Coluche, con Platini, con Lino Ventura, con la Semeuse, oggi con Toni Benacquista, con Dom. Pacitti, con Christophe; poi si continua, nella moda, con Nina Ricci, con Elsa Schiaparelli, con Pierre Cardin, tutti italiani francesizzati; si continua coi massimi artisti Fed. Zandomeneghi, con Gius. De Nittis, con Giov. Boldini, con Gius. Palizzi, con Gino Severini, col povero Amedeo Modigliani senza menzionare la quantità enorme di artisti e letterati che vi hanno solo soggiornato; si menzionano gli uomini politici rifugiati sotto il fascismo quali Gaetano Salvemini, Fil. Turati, Gius. Saragat, Sandro Pertini, i fratelli Rosselli; si menzionano le modelle di artista celeberrime Eva, Lorette, Agostina, Cesidio, Carmela, Celestino, le altre grandi donne che vi hanno vissuto o soggiornato quali Luisa Casati, Mimì Pecci Blunt, la principessa Ruspoli, tanto per citare a memoria; Gioacc. Rossini e Leonardo da Vinci vi hanno vissuto e qui morti, se pensiamo oggi ai docenti universitari che insegnano a Panthéon Assas o alla Univ. di Medicina 1 o a Toni Negri che pure vi ha insegnato per quasi venti anni come pure a Maria Antonietta Macciocchi o a Gabrielle Flammarion figlia di una modella ciociara, direttrice per mezzo secolo dell’osservatorio di Astronomia di Parigi, e poi Maria Brignole de Ferrari, duchessa di Galliera, che a Parigi e dintorni ha lasciato una impronta che è semplicemente inimmaginabile per immensità e ricchezza: raccomandiamo al lettore di approfondire la conoscenza di tale impareggiabile donna.

 

Dopo tale sequenza di nomi si perviene alla conclusione che, in verità, si è trattato solo di una modesta introduzione alla ricchezza sbalorditiva di uomini e donne italiani che hanno contribuito e partecipato alla grandezza della Francia. L’anno scorso questa autentica apoteosi è stata, pur se sotto tono, ricordata dal Museo Nazionale della Emigrazione di Parigi con una manifestazione intitolata ‘Ciao Italia’ che ha goduto di grande successo e riconoscimenti. Perciò parlare dei circa quattro milioni e passa di francesi di origine italiana necessiterebbe di ben altri mezzi e sussidi ed è a dir poco deplorevole e miserabile che l’Italia mai abbia posto attenzione, ma ragionevole e intelligente e produttiva, alla seconda Italia che vive Oltralpe e oltre oceano: sono sempre gli Italiani stessi, singolarmente e individualmente, che sulla loro pelle, grazie ai loro meriti e capacità e qualificazioni, tengono desta l’attenzione al Paese: la madrepatria ha solo sfruttato. Grati dunque alla rivista HISTORIA che, col suo esaustivo servizio giornalistico, ha voluto tenere desta e vigile l’attenzione su tale pagina incredibile della emigrazione italiana in Francia e sulla perfetta integrazione e fratellanza.

E il nostro museo nazionale della emigrazione, costato quintali di soldi pubblici, sfarzosamente promosso, satrapescamente realizzato al Vittoriano, che ne è divenuto?

 

 

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Il senso della telefonata di Mattarella a Conte

mattarella salvini 350 mindi Elia Fiorillo - Il difficile compito di Sergio Mattarella
La sua parola d'ordine è "discrezione". Lo è sempre stata. È questione di carattere e, si sa, "il carattere è il destino di una persona". Quella telefonata al Capo del governo l'ha fatta perché proprio non ne poteva fare a meno. A parte che si "giocava" con la vita e la dignità del "prossimo". Ma in ballo c'era ben altro. C'era la credibilità dello Stato, l'autonomia della magistratura, il buon senso. Ma come si fa a bloccare l'entrata in un porto italiano di una nave militare del nostro Paese? Ma come si fa a pretendere lo sbarco degli emigranti ammanettati senza il doveroso intervento della magistratura?

La risposta è una: pubblicità. Per alcuni esponenti politici nostrani la politica non è più la "gestione della polis", ma è solo "propaganda'" che condiziona ed "indirizza" il consenso. Tutto viene fatto in tale direzione, costi quel che costi, sempre che i sondaggi elettorali aumentino. È questo ciò che conta. E il bene dei cittadini? Tutto si fa per loro, ovviamente. Per quello che loro "percepiscono", al di là dell'effettiva efficacia dei provvedimenti. E quando certi fenomeni preoccupano, o possono preoccupare la pubblica opinione, invece di spiegare, chiarire, informare, si cavalca la paura. Si soffia sul fuoco perché ciò porta consensi. E da questo punto di vista l'ex padano, ex secessionista, Matteo Salvini è un maestro. Comunque è riuscito a far lievitare i consensi al suo partito dal 17 al 30 per cento. Con questi risultati è pronto a veleggiare in Europa, per fondare il partito sovranista di un'Europa... divisa.

Sergio Mattarella ha composto il numero di Palazzo Chigi e ha telefonato al suo inquilino, legittimo fino ad un certo punto. È stato messo là dai due comandanti-contendenti, Salvini e Di Maio, proprio perché non potevano farne a meno. Ma chi decide e interpreta il contratto di governo sono loro due e basta.

"Caro presidente del Consiglio dei ministri", avrà esordito il Capo dello Stato, "forse sarebbe il caso che tu intervenissi per sbloccare una situazione che ha del preoccupante..." No, sicuramente non gli avrà detto che avrebbe lui dovuto già prendere l'iniziativa per risolvere una vicenda, che se non fosse tragica, sul piano realistico non potrebbe non essere considerata comica. Che poteva fare il presidente del Consiglio? Certo, telefonare a Salvini per informarlo, ma poi decidere l'apertura dei porti a quella nave, facendo fare alla magistratura la sua parte.

La risposta di Salvini è stereotipata. Nessuna polemica. Lui resta sulle sue posizioni, sono altri che hanno "ceduto". Anche sull'intervento di Mattarella bocca cucita, ma pare che la telefonata del presidente della Repubblica, che doveva rimanere riservata, è trapelata proprio dal Viminale. Il messaggio del ministro dell'Interno, in questo caso come pure negli altri, è semplice e chiaro: "Io ci provo in tutti i modi a rendere l'Italia libera dai migranti, sono altri che si muovono in senso contrario".

Da parte sua Giggino Di Maio, al di là della "facciata" tutta rose e fiori del "contratto di governo", mal sopporta il collega vice presidente del Consiglio. Lui, Matteo, con la storia degli emigrati ha fatto "bingo", aumentando i consensi elettorali oltre qualsiasi congettura. Insieme a Berlusconi ed alla signora Meloni il trio supera nelle previsioni il 40 per cento dei voti alle prossime tornate elettorali. Gigino, invece, nei sondaggi è in calo e non può sperare in un’alleanza con il Partito Democratico per fare il grande salto della quaglia. Eppoi i suoi cavalli di battaglia, il decreto "dignità" e la fine dei “vitalizi” ai parlamentari, non hanno funzionato come lui avrebbe voluto. Che il ministro del Lavoro, e vice presidente del Consiglio, vari un decreto che dovrebbe rilanciare l'occupazione mentre, secondo alcune fonti pubbliche - Inps e ministero del Lavoro -, farà perdere ben 8.000 posti di lavoro all'anno, è un'assurdità. Ai voglia a dire, come fa Di Maio, che sono bugie e che il presidente dell’Inps e qualche traditore in casa hanno giocato sporco. In questa triste vicenda si vede tutta l’approssimazione e l’inesperienza di chi ritiene di rappresentare il governo del cambiamento. Un po’ di suggerimenti dettati dalla grande esperienza passata potrebbe aiutare Giggino, anche a difendersi dal Matteo padano. Potrebbe farsi consigliare dall’esperto napoletano di lungo corso, ex onorevole, Paolo Cirino Pomicino, ad esempio.

 

 

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Ma davvero è l'immigrazione il primo problema degli italiani?

acquarius nave h260 mindi Nadeia De Gasperis - Nel discorso di insediamento, il Presidente del Consiglio, a scanso di equivoci, ha tenuto a ribadire “non siamo razzisti”, al suo fianco, Salvini, prima che iniziasse le sue peregrinazioni di propaganda post elettorale, ha annuito ripetutamente, come a dire “è vero” o come a dire “sì che lo siamo”? perché, già investito del suo ruolo di Ministro degli Interni e di vice Presidente del Consiglio, si è prodigato nell’altalenante pratica di sciorinare frasi molto discutibili del tipo “è finita le pacchia”, “non possono decidere loro quando e dove finisce la crociera”, “sono fatti loro” riferito a più di seicento anime in pena che vagano nel limbo dello scarica barile tra i Paesi che dovrebbero accoglierli. Poi però fa di conto sui migranti per spiegare la sua riottosità ad accoglierli, fa il pugno duro con l’Europa, ma allo stesso tempo bullizza il sindaco di Riace, definendolo “uno zero”, a un uomo che con il suo modello di accoglienza ha fatto scuola al mondo intero, perché è stato in grado di rivitalizzare l’economia di un piccolo paese, unendo la voglia di riscatto e la sete di diritti dei più deboli a quella dei migranti a quella di altri disperati, condividendo un sogno di nuova umanità, libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e altre ingiustizie. Allora se il problema è di natura economica, ma potremmo ricordare a Salvini che i 5 miliardi di spesa per pattugliamento e salvataggi l’Europa ha permesso di scorporali dal bilancio del Paese e il denaro destinato all’accoglienza non avrebbe altra destinazione d’uso, semplicemente non esisterebbe. . intanto in tutta Europa l’orologio dei diritti sembra girare al contrario e puntare su tempi antecedenti alla acquisizione dei diritti fondamentali, la Francia rigetta sistematicamente al confine i migranti, soprattutto minori non accompagnati, violando la convenzione di Dublino, addirittura falsando le carte perché i bambini diventino improvvisamente maggiorenni. La convenzione di Dublino, bene, alla sua ratifica c’era il governo Berlusconi, e al suo fianco c’era anche la lega e quando è servito, in cambio di maggiore flessibilità sui nostri conti, ha fatto comodo anche al governo uscente.. E il Papa ci ricorda che “dalla ricca tavola di pochi, non possa piovere il benessere per tutti.”

Ma con tutto questo parlare di immigrazione non ci staranno forse distraendo da altri temi, per esempio quelli economici? Sempre nel discorso di insediamento, il Presidente tiene a sottolineare che si lavorerà nel perimetro della costituzione, ma c’è un art. il 53 che nel primo comma recita “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Invece il governo ci spiega che sia più facile fare un giro molto lungo, aiutare i più ricchi e aspettare che tutto ciò ci ritorni con grande beneficio per tutti, allo stesso tempo continua la propaganda dell’assistenzialismo, ma non è forse più logico dare a tutti la possibilità di contribuire, ognuno secondo le proprie possibilità a costruire questa ricchezza, assicurando il lavoro per tutti e lasciando che siano quelli che guadagnano di più a pagare di più?

La speranza in un futuro migliore passa sempre dalla propria attività e intraprendenza, quindi dal proprio lavoro, e mai solamente dai mezzi materiali di cui si dispone. Non vi è infatti alcuna sicurezza economica, né alcuna forma di assistenzialismo, che possa assicurare pienezza di vita e realizzazione personale. Non si può essere felici senza la possibilità di offrire il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla costruzione del bene comune. Ogni persona può dare il suo apporto – anzi deve darlo! – così da non diventare passiva, o sentirsi estranea alla vita sociale.”
Non sono queste le parole dell’opposizione ma quelle di Papa Francesco, e vorrei ricordarle a chi giura sul Vangelo la sua buona fede.

Intanto C’è un uomo che vuole gettarsi in mare, piuttosto di tornare in un luogo dove la tortura è sistema e ci sono donne e bambini che aspettando che qualcuno perda questo braccio di ferro perché a invocare un po’ di umanità serve troppo fiato e ne è rimasto poco, troppo poco.

 

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Sicurezza e accoglienza sono due realtà antitetiche?

gioiosisaluti dauntaxidelmare 350 260di Daniela Mastracci - Immigrazione? Sicurezza e accoglienza sono due realtà antitetiche? La riflessione sulla delicata questione immigrazione è una priorità.

E’ un tema sentito perché crediamo nell’accoglienza e perché ci interroghiamo sulle cause profonde del fenomeno migratorio. Non possiamo omettere le nostre responsabilità in terre colonizzate e poi sfruttate fino a ridurle alla povertà e alla impossibilità di vita per migliaia di bambini, donne e uomini. Non possiamo rimuovere come se non ci fossero le responsabilità legate allo sfruttamento energetico, delle risorse minerarie, e alle guerre che tale corsa all’accaparramento di petrolio, gas, giacimenti minerari, e oggi il coltan e quanto altro serve per produrre i nostri dispositivi elettronici, ha prodotto nei decenni della decolonizzazione e continua oggi a produrre in tempo di globalizzazione iperliberista.

L’occidente ha grosse responsabilità e non può girare lo sguardo da un’altra parte di fronte alle migrazioni che stanno spostando migliaia di esseri umani dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’Estremo Oriente. Facciamo caso al fatto che sono territori di guerra, di morte, di distruzione, e che l’occidente è parte attiva in questi conflitti, non solo perché li combatte direttamente, ma anche perché è il produttore e venditore delle armi che uccidono e non smettono di sparare ed esplodere. E facciamo caso alla desertificazione, ai cambiamenti climatici. Anche da questo punto di vista non possiamo non riconoscere le nostre responsabilità. Il fenomeno migratorio non dipende da velleità individuali ma da processi storici, economici, sociali, che ci chiamano in causa direttamente. Allora chiudere le frontiere, respingere, recingere, buttare semplicemente fuori dal nostro campo visivo con le esternalizzazioni delle frontiere, come è il caso libico, sono atti politici per noi ingiustificabili. Al contrario dobbiamo immaginare alternative umane, che rispettino esseri umani che hanno il diritto di vivere e vivere dignitosamente. La nostra Costituzione all’articolo 10 lo dice chiaramente: “…La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge…” così come lo dice chiaramente la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “articolo 3 Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona…” “articolo 14 1) Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni…”

Accoglienza e sicurezza non sono in contraddizione soprattutto se pensiamo a risolvere il disagio socio economico che di fatto produce la “paura” del migrante come potenziale “ladro di lavoro” o altre etichette degradanti e propagandistiche gli si danno, proprio per alimentare la “guerra dei penultimi contro gli ultimi”. Se immaginiamo un mondo diverso da quello imperante oggi iperliberista, se facciamo politiche di messa in sicurezza socio economica, se redistribuiamo i redditi, lottiamo e vinciamo contro le diseguaglianze, potremo risolvere il dramma della paura. Esso invece è alimentato proprio dalla povertà: utile al capitalismo per tenere bassi i salari, per tenere alta la competitività tra i lavoratori, che sono sempre di più per sempre meno posti di lavoro, e un lavoro senza regole, senza garanzie, senza contratti stabili, elementi di precarietà che fa gioco all’accumulazione di redditi in una lotta di classe dall’alto verso il basso. Noi vogliamo rovesciare questo punto di vista. Combattere le diseguaglianze: radice da cui nasce l’odio, la paura, la violenza.

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"Anche a costo di restare in perfetta solitudine"

orda migranti arriva a kos 350 260di Ivano Alteri - La tentazione, lo confessiamo, è sempre più quella di rispondere in malo modo, di “eliminare”, di “bannare”, di prendere di petto chiunque si azzardi a proferire una sola parola contro questo o quello per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per la sua etnia, per la sua religione, per i suoi orientamenti sessuali... “Non se ne può più” di sentire e leggere scempiaggini di ogni genere, spesso nascoste dietro la vigliaccheria dell'anonimato, da parte di persone che, pur ben dotate d'intelletto, sembrano rinunciare a tale facoltà, per lasciarsi andare in deliri da tso (trattamento sanitario obbligatorio - ndr).

Il sentirci circondati, assediati, dalle orde di concittadini, anche amici virtuali e reali, che una volta tanto trovano modo di unirsi non per difendere i diritti propri, come sarebbe loro dovere, ma per calpestare gli altrui, di coloro che li hanno sostituiti nella posizione di “ultimi”, ci suscita una grande pena, un'amarezza che ammorba l'esistenza, una rabbia che minaccia di sfuggirci di mano.

Noi sappiamo che i migranti non sarebbero un problema in sé: in Italia ne abbiamo due (!) ogni mille abitanti. Ma tutto quel che gira intorno ai migranti, prima, durante e dopo la loro diaspora, è un problema eccome! Dover scappare dalla propria terra perché scacciati da un feroce e secolare nemico, è un problema; doversi addentrare nel deserto, affidarsi a criminali, rischiare la pelle in mare, essere torturati, derubati, stuprati, è un problema; essere “accolti” da gente senza scrupoli in combutta con una politica cialtrona, è un problema; sentirsi insultare da chiunque come se si fosse la feccia della terra, essere confusi intenzionalmente coi terroristi, è un grosso problema.

Forse basterebbe far notare che noi, pur essendo cittadini bistrattati, sottopagati, precarizzati, disoccupati, emarginati, condannati ad una vita minore, spesso miserabile, siamo ancora qui, abbarbicati alle nostre terre, per quanto ci facciano soffrire così tanto, e tanto disperare per i nostri figli e nipoti. Ma allora, se le nostre condizioni di vita, per quanto a volte poste ai margini della civiltà, non sono sufficienti a strapparci dalla nostra terra per recarci altrove, quali saranno mai quelle che, invece, costringono a strappare radici e a lasciar tutto? Perché non siamo anche noi in marcia, in cerca di buona vita? Perché non rischiamo la morte per andarcene via da qui?...

Ma mentre scriviamo, e ci accingeremmo ad elencare e articolare di seguito le ragioni ulteriori a difesa dei migranti e contro i razzisti, ci rendiamo conto, con un certo scoramento, che nessuna ragione sarà sufficiente a scardinare quegli impulsi che fanno di una persona qualunque un razzista e xenofobo. Non sono le ragioni che la rendono tale. Non serve ricordare che se noi non fossimo andati a casa loro per oltre mezzo millennio, a calpestarli, depredarli, saccheggiarli, stuprarli, schiavizzarli, deprivarli di ogni cosa, compresa la dignità, ora loro non verrebbero a casa nostra. Non serve.

Non abbiamo alcuna speranza di convincerli con i nostri ragionamenti. Però ad una domanda dovrebbero rispondere, e con chiarezza, poiché riguarda tutti e attiene alla politica: davvero pensano sia possibile alzare un muro intorno all'intero Occidente e tenere fuori cinque-sei miliardi di persone in cerca di vita? Davvero ritengono di essere, loro, quelli che praticano un sano realismo politico? Ma sono proprio sicuri? A noi, piuttosto, pare che i soli che ragionino con realismo politico siano esattamente coloro che s'interrogano sulle ragioni profonde del fenomeno, sulle responsabilità e sui responsabili di quella disperazione; perché solo da loro potrà arrivare una qualche soluzione a quel problema. Altro che buonisti! I soli davvero realisti sono coloro che, accerchiati da esagitati con gli occhi iniettati di sangue, resistono e resisteranno all'assedio dei malvagi, e dei loro complici più o meno consapevoli, pur senza cedere a quella terribile e persistente tentazione.

Anche a costo di restare in perfetta solitudine.

Frosinone 20 agosto 2017

 
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Rosina, un dono venuto dalle acque

Daniela e Rosina 350 260di Daniela Mastracci - Sulla strada per Roccella si incontra un bivio che sale verso l'interno allontanandosi dal mare blu.. porta al paesino di Riace. Si sale tra tornanti su un pendio dolce, tondeggiante, ricco di una vegetazione bassa del colore del caffè. È bello a vedersi, guido piano per godermelo di piu. Lentamente giungo a Riace, lo scorgo di lontano arroccato su un cocuzzolo che le da un'aria sbarazzina: è una birbante, Riace, sperimenta biricchinate che lasciano tutti con tanto di naso.

E si veste a festa, anche. Tutta colorata dei colori dell'arcobaleno. Sarà un caso che sono gli stessi colori della Pace?

Mi accoglie col sorriso di ragazzini che giocano a pallone su una massicciata affacciata su di una grandinata a semicerchio tutta dipinta di giallo, rosso, blu, verde, viola, arancio…sembra un' anfiteatro dove va in scena il ragazzino nero e il ragazzino bianco, e la superba ragazzina in ciabatte che calcia un dribbling dietro l'altro. Quanto sono belli tutti insieme! E che tenere le due bimbette in treccine che affondano i visetti dentro i pacchetti di patatine!

Più in basso si scorge un campo per la pallavolo e la pallacanestro. Ci sono ragazzi più grandi, tanti neri in mezzo ai bianchi che giocano insieme. E la mammina che se ne va a spasso con il marsupio sulla schiena che infagotta un neonato, e il signore con la storica Renault4 che apre il mercatino di uova, basilico e insalata.

Passeggio incantata, ma ancora non so quanta bellezza mi riserva Riace

È una stradina che si apre verso casette a tre, quattro piani che si fanno ombra reciprocamente, e si affacciano sulla viuzza con negozietti, laboratori artigiani di ceramiche e stoffe e oggettistica in terracotta dipinta.

Incuriosita sbircio all'interno di una vetrina che mi riflette sugli occhi i raggi del sole: vedo tappeti colorati e borse e collane e braccialetti di cotone grosso. C’è un telaio mi strizza l'occhio, come resistere? Ma ancora non è tutto: scorgo una donna con le trecce che incorniciano un viso sorridente, un viso aperto alla gioia. Quanto è bella! E che fai , non le chiedi niente? Sono troppo entusiasta dei suoi lavori e della sua faccia allegra. Allora le chiedo se posso fotografarla in mezzo ai suoi meravigliosi lavori a maglia. Lei è gentile, mi accoglie all'interno ed io guardo di qua e di là perché penso subito ad un regalo per mia figlia

Parla un italiano incerto ma corretto, la pronuncia è generosa di impegno e passione. Non riesco a stare zitta e le chiedo come si chiama, da dove viene, dove è passata, da quanto è in Italia …

Sono pronta dentro di me, e lo so bene. Sono pronta a sentirmi raccontare una storia di dolore. E allora mi rendo conto che il mio viso non sorride più, ma ho la testa che ha dimenticato che era in visita di piacere: sento proprio una trasformazione nel mio ascolto di lei. Ho nella ragione e nel corpo troppo sapere e troppo dispiacere, per continuare a stare allegra.

Scopro una vita come tante, allora che sucxede? Non fa già più nessun effetto?

No. E poi le insegni a dire Dio con la “D” iniziale, perché lei la pronuncia “Z”, o almeno questa pare alle mie orecchie.

Perché lei che viene dal Camerun, è passata per la Libia, è salita sulle carrette della mare insieme ai suoi due figli piccoletti piccoletti: un maschietto e una femminuccia. E dice “Zio” perché ha pregato Dio, alzando le braccia sopra il pelo dell'acqua, quando la sua carretta si è rovesciata su stessa e ha scaraventato tutti in mare. A lei avevano dato un giubbotto salvagente ma ai suoi figli no. E inorridendo disperata non vede più i loro visetti, scomparsi sotto acqua. Invoca Dio per prender lei al loro posto. E affonda le braccia sott'acqua, alla cieca, cercando le manine dei suoi bambini, arraffando solo acqua. Ma improvvisamente si ritrova fra le mani, che, cieche, provavano a chiudersi intorno a corpicini da qualche parte sotto di lei, afferra le manine agognate. Riesce a stringersi sulla mano della bimba e del bimbo. Li riporta a galla. Vengono salvati. Il figlioletto si è rotto il braccio ma, mi racconta, poi piano piano è guarito… ancora non del tutto, ma che vuoi che sia una frattura? Erano vivi. Sono stati salvati. Da due anni vivono a Riace, la cittadina dell'accoglienza che ha dato una casa ai migranti. Era un borgo semi deserto, e ora ha dentro una vita che pulsa felice e piena di energie.

Sì chiama Rosina. L'incontro più bello di questa estate calabrese.

 
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Noi non dimentichiamo Emmanuel Chidi Nnamdi

Buondonno 1di Nadeia De Gasperis - Un giorno, quando saremo finalmente “grandi”, ricorderemo i momenti di impegno, di fratellanza, di assunzione della responsabilità, la responsabilità di avere nutrito, con le nostre azioni e le nostre convinzioni la speranza degli ultimi, dei “diversi” dei poveri, dei migranti. Sarà la nostra memoria.
Ricorderemo la violenza, per condannarla una volta ancora e disdegnarla, per scongiurare la eredità della sua oscura natura , ricorderemo ancora le occasioni perdute per dirci “umani”, e festeggeremo la vita che disperata spera.
Il 5 luglio a Fermo ci sarà una festa!? Un giorno di lutto!? Una occasione importante per dirci umani, lo faremo insieme agli amici del Comitato 5 luglio, per ricordare Emmanuel Chidi Namdi, ucciso in una aggressione razzista il 5 luglio dello scorso anno. La redazione di UNOETRE.IT aderisce alla manifestazione, insieme a decine di altre realtà da tutto il Paese. Ne parliamo con uno degli organizzatori, Giuseppe Buondonno, insegnante, scrittore, membro del comitato 5 luglio della città di Fermo.

La ridefinizione socio-formale dei CIE, l’approvazione del decreto Orlando-Minniti, la discussione dello IUS SOLI, sono i presupposti per uno Stato “democraticamente” razzista?

I decreti Minniti-Orlando sono sicuramente un bruttissimo passo indietro nelle politiche di accoglienza e integrazione; sia sul piano giuridico, che della gestione concreta, che su quello teorico e politico. Non esagero se dico che dopo le leggi razziali del ’38 sono è il primo provvedimento giuridico che classifica le persone per quello che sono e non per quello che fanno; mi pare grave, molto grave; come è preoccupante questo nuovo investimento sui CIE che sono luoghi di segregazione, non di solidarietà e sono parte del problema, non la soluzione. Del resto la sostanza di quei decreti è nello strizzare l’occhio (da parte del PD e del Governo) alla pancia del Paese, identificando ancora il tema dell’immigrazione con quello della sicurezza, invece che dell’umanità e dei diritti. Si è ingaggiata una corsa a destra ignobile, da parte di PD e 5Stelle, nei confronti della Lega. Inoltre, da una parte si strangolano finanziariamente i Comuni, dall’altro si offre ai Sindaci la possibilità di recuperare consensi spingendoli a “rimuovere” (come la polvere sotto il tappeto) i poveri, invece di affrontare, in termini sociali e di giustizia, il problema della povertà.
La proposta di legge sullo “Ius soli” è, invece, pur con qualche limite, un passo positivo, perché riconosce un dato di fatto ed un diritto elementare. Ma ciò che colpisce – ed a cui fai riferimento nella domanda – è la schizofrenia di questi due provvedimenti, che la dice lunga sulla mancanza di identità del PD, sul fatto che le strategie di governo sono affidate, ormai, ai sondaggi d’opinione. Si confrontano con un grande tema epocale (e allo stesso tempo, perenne) come le migrazioni, con la miopia di bottegai di paese; il risultato è (se ci fosse posto per l’ironia) quello che tu riassumi.

2. Il 5 luglio sarà un giorno di festa per celebrare la vita che Emmanuel Chidi Nnamdi avrebbe voluto vivere, o un giorno di lutto per condannare una volta ancora il suo omicidio?

Né l’uno né l’altro (o entrambi, perché questi aspetti saranno presenti, inevitabilmente). Sarà una manifestazione per ricordare questo essere umano ucciso da una violenza razzista che, come sempre ha il volto della “banalità del male”; per dire a chi vorrebbe dimenticare o giustificare, che è sbagliato, perché le rimozioni sono pericolose e bisogna, invece, tenere alta la guardia, diffondere cultura, informazione e coscienza civile, perché non ci siano altri giovani che si sentano, domani, in diritto di insultare e picchiare gli altri perché diversi (ma, in generale, perché le persone non si insultano e non si picchiano). In questo anno abbiamo fatto tante cose, nella città, nel territorio, nelle scuole. Il 5 luglio è un punto di arrivo di questo lavoro culturale; ma è anche un punto di partenza, perché c’è ancora tanto da fare, e noi andremo avanti, soprattutto per i giovani.

Cosa pensa della campagna denigratoria contro le ONG?

Che è profondamente strumentale, finalizzata a gettare fango su chi soccorre ed accoglie. Se, come “mafia Capitale” ha dimostrato, ci sono infiltrazioni mafiose nella gestione di alcune strutture, vanno perseguite con determinazione; ma la risposta sono i corridoi umanitari, non l’inumanità di lasciar affogare le persone, né la denigrazione di migliaia di volontari o operatori che svolgono – spesso in sostituzione dello Stato e dell’Europa – un ruolo fondamentale. Tra l’altro, è davvero singolare che, poi, si riproponga l’estensione metodologica dei CIE, nei quali non c’è spazio – oltre che per la dignità – per controlli di trasparenza e qualità, né per progetti seri di convivenza e integrazione.

I dati elettorali delle ultime elezioni amministrative, i consensi ottenuti dalle liste neofasciste (nei contenuti e nel nome), e il fatto stesso che la parola “fascista” possa essere propagandata, quanto ci devono preoccupare?

A me preoccupano molto, soprattutto per i messaggi che arrivano ai più giovani. Perdita collettiva della memoria, sdoganamento del fascismo (in particolare nelle sue versioni razziste, xenofobe, leghiste, contemporanee); le curve degli stadi che sono sempre più (anche se non da per tutto, ma spesso) un veicolo di indottrinamento e diffusione delle pericolose banalità e simbologie neofasciste. Quello che è accaduto a Fermo è stato anche conseguenza della sottovalutazione di questo clima. Mi preoccupa ancor più il calo verticale degli “anticorpi” democratici e civili; che è, però, a sua volta, figlio dei cedimenti culturali delle forze progressiste e di una incapacità di stare tra le masse, di produrre egemonia e rispondere ai bisogni concreti e contemporanei.
Da troppo tempo si sorvola sulla legislazione antifascista e su questo carattere della Costituzione; ma, soprattutto, da troppo tempo si è lasciata alle destre uno spazio in settori popolari e giovanili. Ci sono, però, anche segnali opposti e positivi, c’è anche una risposta democratica e di civiltà; ma, appunto, se vogliamo che cresca, non possiamo sottovalutare o pensare che si tratti, ogni volta, di “episodi”. Anche per questo manifestiamo il 5 luglio.

Un messaggio di speranza per chi si sente “complice” dei sogni di donne e uomini come Emmanuel e sua moglie.

Che il desiderio di salvezza, di ricerca della felicità, di una vita più degna, è inarrestabile negli esseri umani. E se questo desiderio, invece della paura - e di quello che Pietro Barcellona chiamò tanti anni fa l’“individualismo proprietario” - incontra la democrazia, la curiosità, l’apertura, si può costruire una società più giusta, più interessante, più vitale. Questa “complicità” non è solo un sogno; per tante e tanti è già la realtà multietnica. Non ci lasceremo rigettare indietro. Se fossi un bravo scrittore, racconterei la storia di un marchigiano che emigra in Argentina, sessant’anni fa. Il protagonista si chiamerebbe Emmanuel.

 
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Le ragioni inconfessabili del razzismo dall’alto

giovanimigrantisultrenoi 350 260di Fausto pellecchia da L’Inchiesta del 14 giugno 2017 - Alcuni atti recenti delle istituzioni italiane sembrano confermare con spietata esattezza la tesi sostenuta dal filosofo Jacques Rancière sul razzismo come “passione dall’alto”[Il razzismo viene dall’alto, Il Manifesto, 26 settembre 2010] suscitata in primo luogo dallo Stato, ma alimentata anche dalle critiche di una sedicente “sinistra” pronta a mobilitarsi contro i particolarismi comunitari e a trasformare il principio sacrosanto dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge in omologazione eurocentrica e xenofoba dei costumi e dei simboli etno-antropologici.

Il razzismo come strategia dell'azione politica

Sta di fatto che, tanto le strategie dello Stato nell’affrontare il problema dei flussi migratori con misure di emergenza, quanto l’interpretazione critica che in esse coglie un cedimento, per fini elettoralistici, a rozze ideologie razzistiche, sottendono un comune presupposto: il razzismo sarebbe, infatti, essenzialmente un pregiudizio popolare, una reazione emotiva e irrazionale degli strati culturalmente più arretrati della popolazione, “incapaci di adattarsi al nuovo mondo mobile e cosmopolita”. Questa convergenza fa sì che una serie di leggi e decreti con chiari effetti discriminatori [si veda la recente legge Minniti-Orlando approvata il 12.04.2017, che ha ulteriormente inasprito le disposizioni contro gli “immigrati irregolari” della Bossi-Fini (2002) e del “Pacchetto sicurezza” (2009)] vengano giustificati come necessarie misure congiunturali, dettate dall’aumento della microcriminalità e dai disordini provocati dai flussi migratori, come estremo baluardo legale contro il pericoloso dilagare di un razzismo di massa.
In verità questa argomentazione è perfettamente rovesciabile, dal momento che il nuovo razzismo appare innanzitutto come strategia dell’azione politica condotta dalle istituzioni s e opportunamente “argomentata” e amplificata sui media dalle élites intellettuali, i cui effetti ideologici si propagano rapidamente sulle popolazioni, come è attestato dalla diffusione delle intossicazioni razzistiche sui social network.
La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa è, anche e soprattutto, la conseguenza di una strategia politica degli Stati, basata sulla creazione dall’alto di identità fluttuanti, sempre passibili di nuove divisioni (e di incerti confini) tra appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione, che la legislazione si incarica volta per volta di riconfigurare mediante “decreti d’urgenza”, di natura puramente emergenziale. Nonostante i flussi migratori – troppo spesso determinati dalle sciagurate politiche estere dell’Occidente- siano ormai un dato epocale che investe le società avanzate da almeno un quarto di secolo, si emettono sempre nuovi e instabili criteri intenti a opporre migranti economici vs rifugiati politici; regolari e irregolari; leggi restrittive sullo jus soli vs “i privilegiati” dello jus sanguinis; cittadini residenti vs apolidi; migranti inoccupati (e schiavizzati) vs disoccupati in cerca di occupazione, ecc.

La tumultuosa globalizzazione dell’economia ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia”

In realtà, la demarcazione mobile e provvisoria tra il “dentro” e il “fuori” del diritto è il dispositivo con il quale lo Stato cerca invano di venire a capo di ciò che Michel Foucault ha individuato come la frattura bio-politica fondamentale. Anche la forma politica degli stati democratici è infatti sottesa da una scissione che attraversa e divide la popolazione nel momento stesso in cui deve costituirsi come corpo politico unitario in rapporto alle istituzioni, seguendo i limiti mutevoli sanciti dai canali della rappresentanza. È come se la variabile costruzione giuridico-istituzionale che dà a quel corpo la forma di soggetto politico presupponga già sempre un’alterità non integrabile e irrappresentabile (e tuttavia coessenziale alle logiche identitarie del potere), rispetto alla quale lo Stato definisce la legittimità del proprio intervento. Si tratta di una differenza interna o di un resto sovra-numerario, costituito da frazioni eccedenti della popolazione amministrata, che possono non essere rappresentate e/o gestite conformemente ai principi fondamentali del proprio ordinamento. Questo resto viene evocato per legittimare la violenza discriminatoria delle istituzioni come argine provvisorio contro la possibile minaccia “sovversiva” di coloro che sono esclusi dall’insieme a cui di fatto appartengono (immigrati irregolari, apolidi, disoccupati senza fissa dimora ecc.) o di coloro che non appartengono di fatto al medesimo insieme in cui pure sono già inclusi (gli sfruttati, i precari, i disoccupati, i giovani alla ricerca di occupazione, gli strati sociali impoveriti dalla grande crisi). In questo senso, il temuto dilagare del razzismo popolare, le “guerre tra poveri” e le violenze discriminatorie “tra ultimi e penultimi”, sono innanzitutto la conseguenza e l’effetto di un razzismo dall’alto, prodotto dall’impossibilità dello Stato di suturare la frattura bio-politica su cui si fonda.
La tumultuosa globalizzazione dell’economia degli ultimi trent’anni è stato il detonatore di un nuovo razzismo top down, che ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia” a protezione del libero mercato capitalistico-finanziario. Infatti, diventati progressivamente impotenti nel governo dei processi economici interni - quando non agiscono piuttosto come passivi esecutori delle logiche predatorie della libera circolazione dei capitali – gli Stati hanno tuttavia conservato quasi intatto il potere di controllo sulla circolazione delle persone. Per questo, la funzione securitaria e il mantenimento dell’ordine pubblico, innalzati a suprema “ragione di stato”, si avvalgono della costruzione fantasmatica dell’invasione migratoria come potenziale minaccia per la vita delle persone e dei codici simbolici che ne costituiscono la forma. L’inevitabile conseguenza è l’innesco del corto-circuito securitario come permanente “stato di eccezione” sul piano legislativo: per consolidare e rafforzare il proprio potere di controllo e di selezione nella circolazione delle persone, è necessario provocare e incrementare sentimenti di insicurezza e di paura collettiva, che suscitino e favoriscano sempre più la domanda sociale di procedure straordinarie di “pubblica sicurezza”, a fronte di una progressiva riduzione della sfera dei diritti personali. È in questa logica che va collocata la discriminazione razziale prodotta e instillata dallo Stato nella popolazione che è chiamato a gestire, e che i “populismi reazionari” cavalcano abilmente, proiettando il conflitto politico tra “Noi” e “Loro”- piuttosto che in direzione anti-elitaria o anti-establishment - verso i bassifondi della scala sociale, in termini di chiusura e di esclusione etno-antropologica. [Cfr., Mudde C. e Kaltwasser C.R., Exclusionary vs. Inclusionary Populism: Comparing Contemporary Europe and Latin America, Government and Opposition, (2013), n.48, pp 147-174]

 
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La via italiana al razzismo

immigrati dietro le reti 350 260di Fausto Pellecchia, L’Inchiesta 8 giugno 2017 - Sono ben noti i bandi di “crociata” reazionaria nello “scontro di civiltà”, pubblicizzati da Marcello Pera (al seguito dell’inglese Bernard Lewis, influente consigliere di Nethanyahu), i pamphlet di Oriana Fallaci -nei quali dei mussulmani si dice che “si riproducono come topi e urinano in pubblico contro i muri delle nostre chiese” e gli infuocati editoriali di Magdi Cristiano Allam, pervicace vessillifero della “salvaguardia delle radici ebraico-cristiane della nostra civiltà” – quotidianamente riecheggiati da editorialisti ultraconservatori come Maurizio Belpietro, Mario Giordano e Vittorio Feltri.
Ad essi, si sono recentemente aggiunte le “costruzioni intellettuali” ascrivibili a una sorta di “razzismo democratico”, contenute nelle dichiarazioni di Debora Serracchiani, immediatamente condivise e patrocinate da Michele Serra. La vice-presidente del PD aveva censurato come «ancor più inaccettabile, moralmente e socialmente» lo stupro commesso da chi chiede accoglienza nel nostro Paese. Serra, vestendo la toga di difensore d’ufficio, si era appellato al comma 11 dell’art.61 del Codice penale, che effettivamente prevede un aggravante per i reati commessi “con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità”. Nella foga dell’arringa difensiva, l’editorialista ha quindi maliziosamente identificato due fattispecie incomparabili e, cioè, la relazione privata e fiduciaria tra ospitante e ospitato con il diritto che coinvolge lo Stato nel rapporto ad un soggetto immigrato. Come se l’accoglienza e l’ottenimento della regolarizzazione amministrativa fossero conseguenze di una benevola concessione discrezionale, alla quale deve corrispondere un più forte dovere di lealtà.
Queste perverse illazioni giuridiche giustificano la permanente attualità dell’allarme lanciato da un gruppo di intellettuali il 29 giugno 2009 “contro il ritorno delle leggi razziali in Italia”: «È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati "irregolari", che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti. Con tale divieto si impedisce, in ragione della nazionalità, l’esercizio di un diritto fondamentale quale e’ quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo viene sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani. Con una norma ancora più lesiva della dignità e della stessa qualità umana, è stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto (...) i figli generati dalle madri straniere "irregolari" diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, ne’ le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato»[1]

Anche l’Italia, da quasi un ventennio, sta scivolando verso il “razzismo di Stato”

Ma è sul piano legislativo che anche l’Italia, da quasi un ventennio, sta scivolando lungo la china del “razzismo di Stato”. Il recente decreto Minniti-Orlando, convertito in legge il 12 aprile scorso dal governo Gentiloni, grazie alla blindatura del voto di fiducia, conferma e inasprisce la strategia dell’emergenza securitaria perseguita da oltre un ventennio, già a partire dalla Legge Turco-Napolitano (1998), successivamente riformata dalla Bossi-Fini (2002) e dall’introduzione nell’ordinamento penale del reato di “immigrazione clandestina” nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” (2009), con la previsione di procedure sommarie di espulsione e rimpatrio dei migranti irregolari. La Legge Minniti-Orlando accentua il carattere emergenziale (“accelerazione dei procedimenti di protezione internazionale e misure di contrasto dell’immigrazione illegale”) prevedendo un’esplicita deroga alle norme del nostro ordinamento, con l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza sostituita da un rito camerale in assenza dell’interessato con l’ausilio della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. È previsto altresì l’allargamento della rete degli attuali CIE (centri di identificazione ed espulsione), ridenominati “Centri permanenti per il rimpatrio” (CPR) che, nonostante le rassicurazioni verbali del ministro, rischiano di perpetuare le medesime condizioni disumane di detenzione: affollamento in strutture fatiscenti, prive di servizi igienici e di assistenza sanitaria, isolamento coattivo, promiscuità ecc, nei quali si materializza l’equivalenza tra migranti e “stupratori, trafficanti di droga e potenziali terroristi”. Del tutto inascoltate le voci di protesta che si sono levate da parte di molte associazioni di volontariato e degli operatori sociali, nonché i rischi di incostituzionalità paventati dall’Associazione nazionale magistrati, che ha espresso un “fermo e allarmato dissenso” nei confronti della legge. A questo coro di contestazioni, si è unito il monito del presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che ha criticato la “semplificazione delle procedure in quanto riducono drasticamente le garanzie dell’imputato”.

La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa non è un caso

E tuttavia, nei media italiani, queste proteste hanno avuto risonanza ben minore di quella ottenuta dall’estratto di una recente sentenza della Cassazione (diffusa mediaticamente come voce unitaria della suprema Corte) sul caso un indiano Sikh, che aveva indossato in pubblico un coltello ‘sacro’ secondo i precetti della sua religione. Nella sentenza si legge infatti : «Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante (...) In una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Una formulazione sintomatica dell’ambiguità e delle distorsioni ideologiche che la ispirano. Per questo, i titoli della stampa italiana ne hanno sottolineato, con unanimità bipartisan, il messaggio esplicitamente politico e metagiuridico. Si va da «La Cassazione sui migranti: si conformino ai nostri valori» (La Repubblica) a «I migranti seguano i nostri valori» (Il Messaggero), fino al più sbrigativo «Immigrato, vuoi stare qui? Fai l’Italiano» (Libero).
Appellandosi all’universalità civile di un (indeterminato)“nucleo comune” tra immigrati e società d’accoglienza, la sentenza fa esplicito riferimento alla violazione dei “valori”, piuttosto che a disposizioni di legge, imponendo l’obbligo di conformarsi all’identità etno-culturale della società ospitante. Una società nella quale, peraltro, le agenzie educative per l’integrazione, gestite per lo più da associazioni umanitarie di volontariato, registrano permanenti condizioni di scarsità e di precarietà. A ciò si aggiungano le misure discriminatorie dei governi italiani nel ventennio trascorso, che accomunano i migranti irregolari e gli apolidi, in particolare i Rom e Sinti, spesso vittime di deportazioni, sfratti o espulsioni collettive, e di segregazioni -più volte censurate dalla Commissione dei diritti umani dell’Onu- che hanno creato la straordinaria categoria di “europei-non-europei a pieno titolo”.
La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa è dunque innanzitutto la conseguenza di una strategia politica basata sulla creazione dall’alto di identità fluttuanti, e perciò passibili di sempre nuove divisioni (e di incerti confini) tra appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione, che la legislazione si incarica volta per volta di riconfigurare. Ed ogni volta, la violenza discriminatoria delle istituzioni viene legittimata dalla necessità di porre un argine provvisorio contro la possibile minaccia “sovversiva” di coloro che sono esclusi dall’insieme a cui di fatto appartengono (immigrati irregolari, apolidi, disoccupati senza fissa dimora ecc.), e di coloro che non appartengono, di fatto, al medesimo insieme in cui pure sono già inclusi (gli sfruttati, i precari, i giovani in cerca di lavoro, gli strati sociali impoveriti dalla grande crisi).

[1] Firmato da Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Maurizio Scaparro, Gianni Amelio

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