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E' odio l'astenzione sulla Mozione Segre, senza argomenti seri

mozione segre 350 mindi Antonella Necci - La mozione proposta da Liliana Segre non ha ottenuto l’unanimità, ma il Senato l’ha approvata con 151 voti favorevoli, nessun voto contrario e 98 astensioni
“Con questi presupposti, e non per togliere nulla alla senatrice Segre a cui va la mia vicinanza, ma a queste condizioni la Lega si asterrà dal votare questa mozione”. Con queste parola la senatrice leghista Stefania Pucciarelli ha annunciato il voto sulla mozione Segre per una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, all’esame di Palazzo Madama.

Anche Forza Italia, con le parole di Lucio Malan, ha annunciato l’astensione dal voto: “Voteremo le nostre mozioni e ci asterremo su quella di maggioranza” a prima firma Segre.

Il voto è stato accolto con un lungo applauso da tutto l’emiciclo, che si è rivolto verso la senatrice a vita Segre.
“Speravo che sull’odio il Senato sarebbe stato festante e avrebbe trovato una sintonia generale”. Liliana Segre ha 89 anni e il numero 75190 tatuato sull’avambraccio. È sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, dove invece è morto suo padre, lei solo bambina. Un anno fa, dopo essere stata nominata senatrice a vita dal presidente Mattarella, Segre ha presentato una proposta per istituire una “Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza”. Sui suoi profili social riceve una media di 200 messaggi pieni di tutto questo – intolleranza, razzismo, antisemitismo, odio e violenza.
Oggi il Senato ha detto sì alla nascita della “sua” commissione, ma senza i voti di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

151 sono stati i senatori a favore, nessuno contrario, 98 gli astenuti. La vicepresidente della Camera Mara Carfagna, forzista, ha twittato: “La mia Forza Italia, la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle”. Matteo Salvini, presente in Aula, ha dichiarato: “Siamo contro il razzismo ma non vogliamo il bavaglio”. Giorgia Meloni ha parlato di rischio regime.

La signora Segre, dopo l’applauso di Palazzo Madama, ha scelto parole delicate. “Ai più rabbiosi naviganti delle Rete suggerirei di convertire i loro aggressivi percorsi in navigazioni della bellezza. La vita è brevissima, abbiamo poco tempo davanti e mille cose interessanti a cui pensare. Usare anche un solo momento del proprio preziosissimo tempo per insultare il prossimo è un inutile spreco di energia vitale”.

 

 

fonte: rassegna stampa dal web

 

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Bonifica dell’alveo del fiume Cosa

  • Pubblicato in Partiti

fiumecosa 350 minFederazione dei Verdi Europei (Coordinamento di Ceccano) - La Federazione dei Verdi Europei di Ceccano registra con soddisfazione l’inizio dei lavori di bonifica dell’alveo del fiume Cosa (dalla foce del fiume Sacco fino a Frosinone attraversando le zone di Passo del Cardinale e della Cantinella). L’intervento è stato finanziato dalla Regione Lazio per un importo pari a € 131.970,00. I lavori sono stati appaltati alla ditta esecutrice per un totale di € 83.528,87 con un'economia di gara di € 48.471,13.

Tale intervento si rende necessario per far defluire meglio il corso d’acqua soprattutto durante il periodo delle inondazioni. Una delegazione dei “Verdi” si è recata sul posto dove sono iniziati i lavori e lo faranno costantemente fino al loro termine.lavori fiume Cosa 350 min
Questo intervento insieme ai 53 milioni di euro stanziati dal governo (lavori iniziati pochi giorni fa nel territorio di Colleferro) serviranno per la bonifica della Valle del Sacco e verranno utilizzati nell’arco temporale di 4 anni, con progetti di riqualificazione che interesseranno 10 siti della provincia di Frosinone e due del comprensorio di Colleferro. Dei citati 53 milioni di euro, circa 5 saranno destinati nel territorio di Ceccano (bonifica della discarica di via Anime Sante, ex fabbrica Annunziata e alveo del fiume Sacco). Un bel segnale questo che fa ben sperare per la nostra martoriata Valle ma bisogna sollecitare il governo affinché impegni altre risorse per rendere il fiume e i terreni circostanti liberi da sostanze inquinanti. La Federazione dei Verdi Europei di Ceccano parteciperà alla grande manifestazione promossa dal sindaco di Patrica Fiordaliso che si terra Domenica 27 ottobre per protestare contro l’inquinamento atmosferico che attanaglia i cittadini (l’aria nauseabonda che si respira ogni giorno proveniente da siti industriali, dalle discariche dismesse, dal fiume Sacco e dai depuratori).

Per tutelare la nostra salute e quella dei nostri figli, affinché trovino un clima migliore, diamo tutti noi un contributo attraverso una presenza massiccia alla manifestazione di Domenica prossima e a tutte le altre iniziative pubbliche che verranno promosse, per dare un forte segnale ai rappresentanti politici di Provincia-Regione-Governo.

Federazione dei Verdi Europei (Coordinamento di Ceccano)

Ceccano, 22 ottobre 2019

 

 

 

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Monnezza e truffe

la grande truffa della monnezza da IlTempo del 9ott19 350 mindi Antonella Necci - Su Roma cala la notte, sono arrivate le 22. Gli operatori salgono sul camioncino per il giro di ritiro dei rifiuti dell'indiferenziata. Ma a quell'ora i negozi sono chiusi. Con il loro palmare "badgiano"* il codice a barre, risalgono a bordo del loro mezzo e se ne vanno. Così per tutta la notte. Ma la spazzatura resta lì. È quanto viene mostrato in un servizio delle Iene andato in onda martedì scorso.

Un'inchiesta nata dalla denuncia di un operatore della Roma Multiservizi, società controllata dall'Ama. «Voglio denunciare una truffa che avviene ai danni dei cittadini romani per quanto riguarda la raccolta differenziata dell’immondizia», racconta l'operatore rimanendo anonimo.
La Iena, Filippo Roma, mostra le immagini di quanto avviene nel giro del ritiro. «Niente oh - esclama - abbiamo iniziato questo giro da mezz’ora avesse ritirato una busta di rifiuti, manco una, cioè il furgoncino è vuoto». «Ama e Roma Multiservizi», ditta che nel servizio viene spiegato «ha in appalto la raccolta dei rifiuti da parte di Ama, l’azienda del Comune di Roma che occupa di tenere pulita la città. Roma Multiservizi, società controllata dall’Ama, ha operatori per raccogliere la differenziata all’interno delle utenze non domestiche, e questo non avviene».

Ma perché non avviene? «Perché uscendo di notte molte utenze sono chiuse», risponde l'operatore. «Noi attacchiamo la sera quando il 50/60 per cento delle utenze già sono chiuse - spiega ancora - Quindi ci fermiamo con il camioncino, badgiamo con un nostro palmarino un codice a barre che sta all’esterno dell’utenza, come se abbiamo raccolto, ma l’utenza è chiusa fisicamente, quindi non raccogliamo. E di queste badgiate ne facciamo 160/200 ogni sera su ogni palmarino»

La dinamica è sempre la stessa. «Ognuno di noi attacca alle 22, si mette sul camioncino e va nel quartiere assegnato - racconta l'operatore alla Iena - Ci fermiamo davanti ai ristoranti, ai bar, alle tavole calde, e dobbiamo raccogliere l’immondizia, c'è chi deve raccogliere la plastica e i metalli, chi deve raccogliere cartone, chi organico e queste cose non le facciamo mai perché noi scendiamo dal camioncino, andiamo con il nostro palmarino sul muro del ristorante del bar; all’entrata c’è un codice a barre, noi lo badgiamo e risulta all’Ama che noi abbiamo ritirato il rifiuto. L’Ama paga la Multiservizi ma noi il rifiuto fisicamente non l’abbiamo mai preso. Senza ritirare possiamo fare fino a duecento badgiate sparate per ogni palamarino, se invece dobbiamo anche raccogliere perdiamo più tempo e quindi non potranno essere superiori a 40, 45; e ovviamente si incassano meno soldi dall’Ama».

Ma si tratta di un'iniziativa degli operatori o è una richiesta che viene dall'alto? Chiede Filippo Roma. L'operatore risponde così: «I dirigenti hanno addirittura creato un gruppo su Whatsapp chiamato "spara e scappa", perché dobbiamo badgiare veloce e senza raccogliere i rifiuti».

https://youtu.be/zXXSx7fZX9w

 

Come dimostra il video allegato la storia raccontata dal quotidiano "Leggo" non è nuova e periodicamente viene denunciata, sia pur senza successo.
Inoltre ricordiamo che a denunciare è la Roma Multiservizi, cooperativa a rischio licenziamento e che già più una volta è scesa in piazza a denunciare i mancati pagamenti da parte di AMA Roma. Certo che i video postati in rete dai semplici cittadini come da importanti testate giornalistiche denunciano degrado e incapacità gestionali.

*Dall'inglese to badge che significa “marcare, vidimare, strisciare una tessera magnetica in un vidimatore elettronico, questo verbo è entrato prepotentemente nell’uso quotidiano.

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Continua la battaglia di Capitan Ultimo

Capitan Utimodi Antonella Necci - A sostegno di quanto già pubblicato, e dopo l'apparizione televisiva di Capitano Ultimo a storie italiane il giorno 11 ottobre 2019, vogliamo riproporre questa lunga intervista rilasciata otto anni fa da uno dei 15 componenti del Crimor, l'unità che contribuì all'arresto del latitante Totò Riina.

Il colonnello De Caprio, nell'intervista televisiva, parla di demansionamento del gruppo di uomini che con metodi innovativi per l'epoca riuscirono ad infiltrarsi in un territorio poco ospitale e a catturare il latitante.
Se si osserva con attenzione il video, il cui link si allega qui di seguito e se si legge con attenzione l'intervista ormai vecchia, ma rilasciata in epoca non sospetta, si capisce il perché il Capitano Ultimo deve avere la scorta e anche perché non gliela vogliano riassegnare.

La posizione diametralmente opposta dei due magistrati intervistati, uno dei quali sembra una caricatura di un avvocato mafioso dentro ad uno degli episodi di Montalbano, ci fa però capire come l'opinione pubblica sia spaccata di fronte all'assegnazione delle scorte ritenendole un privilegio oneroso ed inutile e chiudendo gli occhi di fronte alle necessità e alle difficoltà ad esse collegate.

Vivere sotto scorta, o vivere con un volto coperto significa vivere peggio dei pentiti di mafia. Un prezzo da pagare che le persone oneste come Capitano Ultimo hanno accettato con stoicismo, ma che francamente dovrebbero meritare almeno un po’ di rispetto, se questo fosse un paese civile.

(https://youtu.be/5k8hw7-VxxU)

 

Intervista, in testo, pubblicata il 15 Gennaio 2011 da Paolo Visnoviz su freedom24-news

 

1. Roberto Longu lei è stato un carabiniere dei ROS appartenente al gruppo Crimor, guidato dal Capitano Ultimo che ha catturato Totò Riina. Quando nacque il vostro gruppo e quanti ne facevano parte?

Il gruppo nacque a Milano negli anni ’88/’89, composto da una quindicina di persone. Si formò per il volere del Capitano Ultimo, il quale venendo dalla Compagnia Carabinieri di Bagheria (Palermo) si era accorto di infiltrazioni mafiose presenti a Milano. A quel tempo in quella città non si facevano indagini per mafia, magistratura e forze di polizia erano orientate piuttosto a combattere la criminalità comune e il terrorismo.

2. A chi facevate riferimento?

Il comandante della sezione era il Capitano Ultimo e facevamo direttamente riferimento alla sezione del ROS Centrale di Roma, al Comandante Mori.

3. Un giorno decideste di partire da Milano per andare a catturare Riina. In Sicilia. Sarebbe potuta sembrare una operazione destinata al fallimento certo, in quanto non conoscevate i luoghi, l’ambiente, le consuetudini, la gente. Cosa accadde?

Proprio questo, invece, è stata la nostra forza. È vero che è stato difficile infiltrarsi, ma la mafia e i suoi meccanismi li conoscevamo già, avendo lungamente operato a Milano contro questa organizzazione, arrestando personaggi di primissimo piano quali Antonino Carollo e altri. Una volta compreso il modus operandi e la psicologia di questi personaggi non essere del luogo può essere addirittura d’aiuto per la loro individuazione. In un habitat familiare è più difficile identificare comportamenti anomali, mentre da estranei – e con occhio allenato – può essere più semplice. È una tecnica che viene utilizzata anche in scenari di guerra: infiltrazione ed esfiltrazione. Infatti ogni 15/20 giorni ritornavamo a Milano proprio per non assuefarci troppo al territorio d’indagine. Ribaltammo il concetto, quello che era considerato il loro grande vantaggio – la troppa sicurezza – lo facemmo divenire un tallone di Achille. Fino alla cattura di Riina per le forze dell’ordine del luogo fu difficile indagare la cupola e comunque mai vi fu un attacco diretto al vertice di Cosa Nostra. Prima di sbarcare a Palermo avevamo messo al setaccio la vita di Totò Riina. Passammo due mesi ad analizzare la sua vita, studiando atti giudiziari, il suo modus operandi, verificando sul posto gli obiettivi di interesse. Ciò che Falcone aveva fatto dal punto di vista giuridico noi l’abbiamo fatto dal punto di vista militare: collegare episodi di Cosa Nostra, apparentemente slegati tra loro, in un unico quadro d’insieme. Sin dalla nascita questa è sempre stata la filosofia di Crimor e quello che ci ha insegnato il Capitano Ultimo.
Proprio la strage di Capaci fu la causa scatenante che fece prendere la decisione al nostro gruppo, senza che nessun ordine partisse dall’alto, di andare a catturare Riina. Conoscevamo Falcone, veniva spesso a Milano e si era creato un rapporto di amicizia e collaborazione. All’epoca, né questo magistrato né Borsellino erano gli eroi che oggi tutti descrivono. Erano osteggiati, fuggiti da molti come appestati, guardati con sospetto anche dai loro stessi colleghi e dal CSM che li considerava affetti da protagonismo. Era solo invidia. In realtà, faticando e lavorando con il suo pool, Falcone aveva dimostrato che Cosa Nostra poteva essere combattuta e messa alle corde. Questo dava molto fastidio ai suoi colleghi perché sottolineava la loro incapacità e in molti casi pure la malafede. Anche a Milano non era ben visto, così come la Bocassini, molto amica di Falcone, che lo seguiva nei metodi d’indagine. Entrambi erano guardati con sospetto per i loro sistemi innovativi che mettevano in discussione il vecchio modo di operare. La lunga guerra al terrorismo era finita da poco e la procura di Milano era stata in prima linea a combatterlo, contribuendo a sconfiggerlo. Quasi tutti erano ancora concentrati su quel fronte, solo Falcone e pochi altri avevano iniziato l’attacco frontale alla mafia. Pure all’estero godeva di altissima considerazione: pensi che alla scuola dell’FBI, a Quantico in Virginia, in suo onore hanno eretto una statua. In Italia a quei tempi, invece, i suoi stessi colleghi lo avevano isolato e come diceva il grande Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: “quando sei solo ed isolato diventi debolissimo e una facile preda.” Fu abbandonato non solo dalla magistratura palermitana, ma anche dalla politica. Non scorderò mai l’attacco in TV che Leoluca Orlando gli fece, sembrava volesse instillare il sospetto che il magistrato proteggesse i mafiosi. Uno schifo. Quando giunse la notizia dell’assassinio di Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta io ero a casa. Arrivò una telefonata e mi precipitai in ufficio. Trovai il Comandante e la Boccassini in lacrime, tutti erano sotto shock, qualcuno partì subito per Palermo. Noi provammo oltre al dolore una grande rabbia e decidemmo che avremmo dovuto fare qualcosa: arrestare il capo dei capi della mafia.

4. La cattura di Riina fu un grande successo, ma significò anche la fine della vostra squadra. Ultimo verrà addirittura processato e ne uscirà assolto. Fortunatamente la vostra eredità verrà ripresa dalla “Catturandi” della polizia di Stato di Palermo che arresterà Provenzano, Raccuglia e molti altri. Avete aperto loro la strada?

Credo di sì, abbiamo dimostrato che la mafia non era invincibile e che anche Riina, fino ad allora considerato quasi un mito, si poteva catturare. È stato un segnale importante per le forze dell’ordine che operavano sul territorio, ma anche per la gente comune. In molte persone la coscienza si risvegliò e trovarono la forza di alzare la testa.

5. Riuscendo anche a far arrabbiare qualche magistrato, vero?

Lo scontro ROS/magistratura iniziò con Caselli e la procura di Palermo. Noi ci siamo sempre mossi senza direttive, andavamo dove ci portavano le indagini, non i magistrati. Magistrati che per Riina sono entrati in gioco quando è stato catturato e si è pentito Baldassare Di Maggio. I magistrati dovrebbero fare i magistrati, non condurre le indagini. Queste devono essere svolte dagli investigatori che vivono giornalmente sul terreno in cui ci si scontra, che stanno tra la gente e sanno quali strategie adottare. È un processo che richiede la padronanza di tecniche che bisogna conoscere in prima persona e che non si possono pianificare da dietro una scrivania. L’investigazione è simile alla guerra, ma invece che al fronte si consuma nella vita civile e nella società, adottando gli stessi principi e sistemi. Questi atti non si possono ordinare da dietro una scrivania come fossero una scienza esatta perché non lo sono. Bisogna avere “mestiere” e i magistrati in questo campo non ne hanno, anzi, spesso fanno dei danni enormi all’economia delle indagini, proprio per la loro arroganza e incompetenza. Non tutti la pensano così, altri preferiscono rinunciare alla propria iniziativa e stare sotto il cappello del pubblico ministero. Più comodo e certamente più sicuro, privo di responsabilità.

6. Ultimo, Mori, ma per vicende diverse anche Ganzer. Nei confronti di quest’ultimo, pur essendo stato condannato in primo grado, l’Arma non ha preso alcun provvedimento, ma così facendo si è schierata platealmente contro la sentenza. Scontro tra Arma dei Carabinieri e magistratura, quindi?

Certo, c’è da tempo in atto uno scontro tra una parte dell’Arma dei Carabinieri e frange di una magistratura politicizzata. Una magistratura di sinistra che opera come la “Stasi”, attaccando le Istituzioni e alcuni servitori dello Stato esclusivamente per motivi politici. Inquisiscono alcuni di noi per sostenere le tesi di un accordo Stato/mafia. Mi sembra molto chiaro il loro gioco: dimostrare che Mori trattava con la mafia per addossare la colpa di ciò allo Stato, quindi al Governo, quindi a Berlusconi. Vogliono dimostrare che Berlusconi è la mafia sono la stessa cosa. Cercano addirittura di revisionare i processi delle stragi. Praticamente la Procura di Palermo contro la Procura di Caltanisetta. Mi sembra una pazzia. Guardi le dico una cosa: si è parlato molto di Vittorio Mangano, io sono stato uno dei pochi ad averlo potuto avvicinare sotto copertura e ad analizzarlo per un periodo. Sicuramente è stato un delinquente ed un mafioso, ma non un capomafia come in molti lo hanno descritto. Bistrattato e addirittura preso a schiaffoni da un macellaio. Fosse stato un padrino ciò non sarebbe stato assolutamente possibile. Parlano di fatti riferiti al 74, a quel tempo la mafia e i mafiosi erano considerati meno dei delinquenti comuni e sicuramente non era la mafia di oggi. E’ troppo comodo giudicare fatti di 40 anni fa con gli occhi di oggi, se non è strumentalizzazione politica questa…

7. Tornando all’arresto di Riina, mi racconta la sua versione riguardo la mancata perquisizione della casa di via Bernini e la sospensione della sorveglianza?

Noi abbiamo preso delle decisioni in base alla nostre esperienze e a delle precise esigenze investigative. Mai dentro l’abitazione dei boss latitanti è stato trovato nulla di veramente importante. E’ un fatto normale. Come può un capo mafia, latitante e braccato dalle polizie di tutto il mondo conservare dentro la sua abitazione documenti compromettenti per l’intera organizzazione? Mai nulla di simile si è visto. Ritenemmo che per le indagini fosse stato meglio non procedere alla perquisizione, decisione squisitamente tecnica dettata da esigenze investigative. Si può discutere nel merito, se fosse stata presa la decisione giusta o meno, ma sicuramente non è stato fatto in malafede come hanno sostenuto i PM, accusando Mori e Ultimo di collusione con la mafia. Questa è vera malafede. E lo è ancora di più andando ad analizzare un altro fatto: dopo le dichiarazioni del pentito e prima della cattura di Riina, il Pm Vittorio Aliquò insisteva affinché si effettuasse una perquisizione all’interno di un luogo detto “Fondo Gelsomino”, dove Di Maggio, sulla scorta di memorie di 4 o 5 anni prima, raccontava Riina si recasse. Il capitano Ultimo si oppose, effettuare una perquisizione in quel luogo, vicino alla zona “calda”, avrebbe vanificato ogni possibilità di continuare le operazioni. Allora si trovò un compromesso: le indagini sarebbero continuate come il capitano voleva, ma sarebbe stata fatta anche una osservazione del luogo indicato dai magistrati. Ciò per verificare se valesse la pena effettuare veramente una perquisizione presso quel sito. Abbiamo chiamato “Pluto”, un nostro collega, e lo abbiamo mandato a fotografare i fichi d’india.

8.Fichi d’india?

Certo. Fichi d’india e un contadino che zappava la terra. Altro non c’era da fotografare, eravamo sicuri quel sito non avrebbe condotto a nulla, ma avessimo fatto quella perquisizione Totò Riina non sarebbe mai stato arrestato. Se la malafede esiste per i Carabinieri, perché allora non esiste anche per il Giudice Vittorio Aliquò che voleva fare una perquisizione in un luogo diverso da dove viveva Riina, ma così tanto, troppo vicino alla zona “calda”? Perché non pensare che Aliquò volesse favorire il boss nella sua latitanza e quindi avvisarlo di quanto accadeva facendo una perquisizione nei pressi della sua abitazione? Perché la malafede può esistere per i Carabinieri, ma non per i Giudici? Due pesi due misure. Quello che dico non è solo frutto del mio pensiero, è scritto nella sentenza di assoluzione del Capitano Ultimo.

9.Quindi il processo è stato fatto perché non avete indagato come la procura voleva?

È stato creduto che scelte professionali, di strategia investigativa, fossero state prese in malafede per favorire la mafia. C’era stato l’incontro tra Ciancimino (padre), il colonnello Mori e il capitano Giuseppe De Donno. Colloqui effettivamente avvenuti, come normalmente avviene per chiunque chieda di essere ascoltato. Ma Ciancimino per noi non contava più nulla, era bruciato, essendo stato già arrestato e poi rilasciato. Nessun mafioso lo avrebbe più nemmeno avvicinato. Era finito già prima, nemmeno Falcone gli aveva mai dato credito. Non è la politica che cerca la mafia, ma il contrario. È sempre il mafioso che, se ha un interesse, cerca il politico e lo usa per i suoi scopi. Ed è pure il più forte perché il mafioso non parla, ma spara e uccide. Eravamo un gruppo con una altissima professionalità, una forte motivazione e dei grandi valori. Se ci fosse stato qualcuno che ci avesse detto di non arrestare Riina o di favorire la mafia, fosse stato anche il colonnello Mori o il Comandante dell’Arma, lo avremmo mandato affanculo.
Ma quel processo, a mio avviso, come quello che sta subendo ora il Generale Mori, accusato ancora una volta di concorso in associazione mafiosa per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, è solo uno dei processi politici contro l’attuale Governo e Silvio Berlusconi.
Ora le racconto ciò che per me è la farsa del processo a Mori. Lo accusano di non aver disposto una perquisizione in un casolare di un paese chiamato Mezzo Juso, dove un collaboratore, ora morto ammazzato, riferì di incontrarsi con Provenzano da latitante. Conosco quei fatti molto bene, svariate volte ho diretto i dispositivi esterni. [Per dispositivo si intende quel gruppo di uomini che compiono le indagini sul territorio, nda] Non vi era nessuna certezza che Provenzano fosse all’interno di quel casolare, perché di certezze il collaboratore non ne dava. Alcune volte diceva che Provenzano lo trovava già sul posto, altre volte che arrivava dopo, altre volte ancora che si incontravano in luoghi diversi. Certezza di trovarlo lì quindi, nessuna. Quel casolare si trovava a Mezzo Juso, paese vicino a Corleone ad altissima densità mafiosa, tutto era sotto il loro controllo. Il casolare era al centro di una piana scoperta, inavvicinabile senza essere notati. Giravamo lungo le strade in automobile, ma appena ci fermavamo si avvicinava qualcuno per chiedere se avessimo dei problemi. Questo non per cortesia, ma solo per capire chi fossimo. Mezzo Juso è un paese piccolissimo dove tutti si conoscono e tutto conoscono, veicoli compresi. Per osservare il casolare bisognava stare su una montagna lontana chilometri da dove non si sarebbe potuto scorgere nulla, dato che la tecnologia non era certo quella di oggi. Sono state fatte delle infiltrazioni, rischiando tantissimo, ed era stato accertato che mancava anche l’energia elettrica per poter installare un qualsiasi strumento tecnico.
In una operazione del genere non ci si può e non ci si deve fidare di nessuno. Per utilizzare un camion dell’Enel avremmo dovuto andare a chiederlo all’Enel, e ci avrebbero inevitabilmente fatto delle domande; idem se fossimo andati a chiedere qualcosa alla Telecom. Lei pensi che avevamo scoperto che un signore che lavorava alla Telecom di Palermo era un carissimo amico di un nipote di Bernardo Provenzano, molto attaccato alla famiglia. Proprio da questo episodio, invece, si riconosce la buona fede e l’alto valore del generale Mori. C’è infatti una nostra sacra regola che recita: “È meglio perderlo che essere sgamati”. In sostanza significa che se si perde di vista un soggetto, ma non si è stati individuati, c’è sempre la possibilità di ricominciare e sperare di catturarlo un altro giorno; se invece si viene individuati finisce l’indagine per sempre, bruciando quei luoghi e quegli uomini. Tutto ciò mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri colleghi.
Se a quel tempo fossimo stati sgamati probabilmente Provenzano si sarebbe allontanato da quei luoghi, visto che proprio da quelle parti è stato arrestato.
Queste erano le condizioni in cui si lavorava e i magistrati lo sanno perfettamente. Per questo penso che questo processo sia una farsa, fatto solo per fini politici.

10. Il vostro metodo di lavoro però è rimasto?

Penso di si. Abbiamo indagato in un modo nuovo, non su un singolo reato, ma collegando più fatti assieme, cercando di scoprire quali fossero le persone coinvolte, le loro dinamiche, le loro strategie, cercando di cogliere la visione d’insieme. Metodo Falcone, metodo Ultimo.

11. La vostra esperienza è stata trasmessa alle nuove leve?

All’epoca la politica aveva messo pesantemente mano alla direzione dell’Arma, insediando altri generali e comandanti ed il vento cambiò. Dietro l’attacco che subimmo dalla procura di Palermo sono personalmente convinto ci fosse la spinta legata alla linea politica di Luciano Violante, ma ovviamente è solo una mia opinione. Certo è che venimmo smembrati. Io assieme ad altri rimanemmo ancora qualche anno a Palermo, ma con grosse difficoltà. Ci affiancarono dei colleghi che non duravano un mese, non riuscendo così né a proseguire le inchieste né a trasmettere nulla del nostro modo di indagare, le tecniche, il nostro bagaglio di conoscenze acquisito. Siamo stati marginalizzati e quasi tutti hanno chiesto il trasferimento. Io avevo inoltrato domanda per andare ad insegnare in una scuola d’addestramento carabinieri, mi sarebbe piaciuto insegnare agli allievi, ma l’istanza non fu accolta, così qualche tempo dopo me ne andai in congedo.

 

 

 

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L'ennesima strage

morireinmare mindi Aldo Pirone - L’altro ieri da “Il Messaggero”. “La strage delle donne e dei bambini si compie alle 3 di una notte di pioggia, vento e mare mosso: c'è chi è andata a fondo tenendo stretto al petto il figlio e chi, nel buio pesto della notte, non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse accadendo che l'acqua gli aveva già riempito i polmoni.

Sul molo di Lampedusa ci sono ancora una volta le bare allineate e le motovedette che scaricano cadaveri, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui cui morirono 368 persone e l'Europa, indignata da quell'orrore, promise: ‘mai più’. Ed invece nel Mediterraneo si continua a morire, con i porti chiusi e con i porti aperti. […] A bordo erano più di 50, tunisini e subsahariani. E la macabra conta dei vivi e dei morti dice che solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, ci sono 22 sopravvissuti, 13 uomini e 9 donne.

I cadaveri sul molo sono invece 13 e sono tutte donne, di cui una neanche maggiorenne e un'altra incinta; tutti gli altri sono in fondo al mare e, tra loro, almeno 8 bambini di cui uno di 8 mesi, annegato con la mamma.
‘Dove sono, dove sono, dove è il mio nipotino’ continua a chiedere la sorella della donna a tutti quelli che incontra nel centro di accoglienza.

[…] ‘Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava’ dice Vella (n.d.r. Procuratore aggiunto di Agrigento) . Il resto l'ha fatto il mare forza 3, il buio e il terrore. ‘A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - hanno raccontato agli operatori umanitari alcuni sopravvissuti - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta’.

Di questi poveri morti non importa un fico secco ai nostri “leader” politici “carismatici”. “Il Messaggero” riporta due dichiarazioni sciacallesche: una di Salvini e l’altra, contrapposta, di Orfini che carismatico non è mai stato. Non le riporto per rispetto di quei poveri morti; di quei poveri bambini, di quella donna incinta, di quella mamma col figlioletto di otto mesi, annegati nel buio e nel terrore. In questo momento sento solo un’indignazione feroce verso una classe politica, italiana ed europea, incapace di impedire questa strage infinita. E altrettanta indignazione verso quei talk show politici che alluvionano le Tv e che, invece di mettere al centro dell’attenzione questo calvario, si diffondono, bramosi, solo sul gossip di una politica priva di pudore e di umanità.

Vergogna!

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“Alla Scoperta dei Segreti di Frosinone”

LocandinatesorinascostiCiociaria 350 minIl Lions Club “Frosinone Nova Civitas” organizza, per il giorno 11 ottobre 2019, l’evento culturale “Alla Scoperta dei Segreti di Frosinone”. La visita, guidata dall’Arch. Giovanni De Vincentis, profondo conoscitore dei luoghi “storici” della Città Capoluogo, inizierà alle ore 18:00 da Piazzale Vittorio Veneto dove si affaccia il “Palazzo della Banca d’Italia” e avrà termine alle ore 20:00, presso la “Chiesa di S. Benedetto”, resa cortesemente disponibile dal Parroco della Cattedrale di Frosinone Don Giuseppe Sperduti. Lungo il percorso ci sarà modo di potersi anche soffermare presso il “Monumento agli Eroi del Risorgimento”, in Piazza della Libertà, per avere notizie particolari in merito all’opera posizionata davanti al Palazzo della Prefettura. La visita è volta a rendere note, a tutti i partecipanti, le notizie storiche, artistiche e le “curiosità” relative ai luoghi interessati e rientra nelle attività comprese nell’Area Tematica del “Lions Club International” relativa all’Arte, alla Musica e alla Cultura in generale. Il Presidente del Lions Club “Frosinone Nova Civitas” Caterina Bracaglia e tutti i Soci del Club danno appuntamento, a chi volesse partecipare a questa particolare iniziativa, nei luoghi e orari riportati nella “locandina” allegata.
Il Lions Club “Frosinone Nova Civitas” fa parte del Distretto 108L Italy che comprende, geograficamente, il Lazio, l’Umbria e la Sardegna.
Per meglio inquadrare l’Associazione di seguito vengono riportate alcune notizie di carattere generale relative al “Lions Club International”.
Il “Lions Club International” è la più grande Organizzazione di Servizio e Umanitaria associata con le Nazioni Unite ed ha come proprio motto, per l’appunto, l’espressione “We Serve”.
I “Lions” sono attualmente quasi due milioni di Soci in oltre 47.000 Clubs di 800 Distretti presenti in più di 210 Paesi del Mondo ed in continua espansione. Un numero di Nazioni addirittura superiore a quello dei Paesi aderenti all’ONU, a dimostrazione del fatto che gli ideali di servizio, di amicizia e di aiuto per le comunità in difficoltà sono concetti transnazionali che accomunano le persone, pur nella diversità politica, culturale, religiosa ed etnica. I Lions hanno quindi, istituzionalmente una vocazione internazionalistica ad operare “al di la” e “al di sopra” dei vincoli di confine.
Il termine “Lions” nel nome dell’Associazione, non è nato come acronimo ma lo è diventato successivamente: in origine stava per “Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety” (“Liberta’, Intelligenza, Sicurezza della nostra Nazione”). Trattandosi di un’Associazione filantropica la parola “Safety”, associata alla difesa armata, è stata mutata in “Service” (”Servizio”), e l’interpretazione dell’acronimo è diventata “Liberta’ e Intelligenza al servizio della nostra Nazione”. I Soci del Lions Club offrono il loro tempo, il loro impegno, le loro risorse, tra l’altro, per raccogliere fondi a scopo benefico da distribuire sia nella propria comunità che a livello internazionale. Gli “scopi” dell’Associazione sono quelli di creare e stimolare la comprensione fra i popoli, promuovere i principi di buon governo e di buona cittadinanza, interessarsi attivamente al benessere della comunità, favorire le persone interessate a servire la comunità senza scopo personale di lucro. L’Associazione, inoltre, promuove un alto livello morale nelle professioni, negli incarichi pubblici e nel comportamento privato tramite un proprio codice etico.

“Club Marketing Communications Chairperson”
Comm. Gen. Antonio ZACCINI

 

 

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E revocarono la scorta a Capitan Ultimo...!!

Capitan Ultimodi Antonella Necci - Capitano Ultimo, ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina, ha annunciato tramite il proprio account Twitter l’avvio della procedura per la revoca della sua scorta nonostante sia stato più volte minacciato di morte dalla Mafia: “Nessun pericolo, la Mafia non c’è più, è stato un gioco – ha esordito – Tutti invitati alla prossima cerimonia: via la tutela al Capitano Ultimo, in fondo se l’è cercata, e basta indagini, non servono più“. Già un anno fa al Capitano Ultimo gli era stata revocata la scorta, salvo poi essergli stata restituita lo scorso giugno dal Tar del Lazio a seguito di un suo ricorso. Il colonnello ha pubblicato anche la notifica del documento originale che ha ricevuto poco prima, in cui è scritto: “Comunicazione di avvio* del procedimento di revoca, ai sensi dell’articolo 7 della legge 241/1990”. Secondo il documento non ci saprebbero “specifici indicatori di rischio riferiti alle ipotesi di pericolo o minaccia“.

Sempre secondo Ultimo, questa “è la visione di UCIS e del comando generale Carabinieri. Per loro la mafia, Bagarella e Matteo Messina Denaro non sono un pericolo attuale per il Capitano Ultimo – si legge anche su Il Fatto Quotidiano – Se l’è cercata come Falcone e Dalla Chiesa“.

Una decisione che arriva nella stesso giorno in cui la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha respinto il ricorso presentato dall’Italia e ha chiesto che si cambi la legge che vieta benefici e sconti di pena per i condannati all’ergastolo. Una sentenza che potrebbe portare a ricorsi da parte delle 957 persone che si trovano in carcere con fine pena mai per reati gravissimi come Mafia e terrorismo.

Indignata, per l’ennesima revoca della protezione, Rita Dalla Chiesa che già si era schierata in passato a fianco del Capitano. Su Instagram ha commentato: “La Mafia non esiste più…dicono. Ma le persone perbene non ci stanno. E chiedono immediato reintegro di protezione per un ufficiale dei Carabinieri al quale tutti dobbiamo moltissimo. Perché questo silenzio, intorno a lui? Mi aspetto che anche tutti quelli che, contrariamente a lui, la scorta ce l’hanno, prendano posizione e gli esprimano solidarietà. Sarebbe un gesto di grande importanza nei confronti di Ultimo...” un riferimento, forse neanche troppo velato, a Roberto Saviano e alla sua scorta, da anni diventato un casus belli anche grazie alla capacità polemica dello scrittore.

Ci siamo già occupati della vicenda e siamo determinati ad occuparcene di nuovo, senza sosta, perché le ingiustizie non si ripagano con il silenzio, ma con le parole ben assestate.
Non sarà certo sfuggita l'importanza che Capitano Ultimo ha assunto, suo malgrado, nelle indagini riguardanti il padre di un uomo politico, ex Pd ed ex rottamatore, il quale, proprio all'indomani della sconfitta di un certo referendum, si scagliò proprio contro il colonnello De Caprio chiedendone la testa.

Il quale Colonnello invece di fare come certi presunti scrittori che la scorta ce l'hanno non si sa proprio a quale titolo, si getta a capo fitto in indagini che tendono a smascherare davvero la corruzione.
De Caprio ha il difetto di voler debellare mafia, corruzione, ingiustizie in uno stato dove i ricercatori universitari perdono lavoro e fondi europei assegnati a loro progetti, perché all'università presso la quale lavorano fanno gola 7,2 milioni di euro**.
Nemmeno nel Brasile di Bolsonaro accadono certe cose.
È alla luce di tante piccole inezie come queste che lo stato ha stabilito che non esiste più né mafia né corruzione,firmando la condanna a morte di un fedele servitore dello stato e tenendosi ben stretti e protetti coloro che hanno spacciato le presunte ingiustizie subite come stimate inflitte sui loro martoriati corpi.
Del Colonnello De Caprio si sente parlare raramente. Poco si sa di lui. La sua riservatezza fa parte del suo mestiere di Carabiniere. Presumo che gli costi molto dover denunciare cosa gli sta accadendo. Ma lo fa perché l'ingiustizia è palese. E lo fa pubblicando la sentenza che da il via alla procedura della revoca della scorta, che gli era stata rassegnata dolo a giugno 2019 e solo dopo il ricorso al Tar del Lazio.

 

 

*

L'avviso di revoca

 

**Università Sapienza, la storia del ricercatore privato della carriera e di un progetto milionario (da linkiesta.it) https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/10/sapienza-europa-tar-universita-ricercatore-roma/42107/

 

 

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Caligiore e l'albero di pero

perosenzafrutti 350 mindi Antonio Nalli - Un uomo, possedeva nel suo giardino, un albero di pero, che puntualmente, di anno in anno, non portava alcun frutto. L’albero, cresciuto negli anni e divenuto assai robusto, divenne un giorno oggetto di richiesta da parte di un gruppo di fedeli.

La vicina Chiesa, aveva bisogno, in quel periodo, della statua di un Santo ed un gruppo di fedeli pensò di chiedere all’uomo di poter donare la sua pianta, che non portava frutto, per utilizzarne il legno e scolpire la statua.

L’uomo, all’inizio incerto, per il vuoto che la pianta avrebbe lasciato nel suo giardino, si convinse a donare l’albero.

Trascorse qualche anno. L’uomo stava attraversando un brutto momento della sua vita. Solo un miracolo poteva salvarlo e pensò di chiederlo al Santo la cui statua era stata realizzata con il suo albero.

Si recò più volte in Chiesa a pregarlo, ma nessuna grazia sopraggingeva.

Un giorno entrò di nuovo in Chiesa e con aria arrabbiata si rivolse con queste parole alla statua del Santo: “eri pero e non portavi le pere, ora che sei Santo puoi fare i miracoli?”

Questa storia zen ciociara, perché i ciociari sono molto zen, è la metafora perfetta per raccontare la figura di Roberto Caligiore, divenuto sindaco di Ceccano, dopo un trascorso di consigliere comunale senza mai aver portato avanti alcuna battaglia politica importante o risultati concreti sulle questioni urgenti nell’agenda ceccanese.

Inconcludente sulle questioni ambientali all’opposizione, tale è rimasto anche da Sindaco e così su svariate tematiche. Perfino quella della pubblica sicurezza.

Dopo aver trasformato il Palazzo del Municipio in una caserma, dopo aver scaraventato attraverso i social, l’odio gratuito delle sue truppe contro ogni persona che sollevava critiche nei confronti del suo operato, a dir poco trasparente, il sindaco Caligiore fallisce per sua stessa mano.

Il suo è un fallimento tutto personale. Un fallimento nato dall’anarchia del potere che credeva di poter conservare e custodire gelosamente, tenendolo costantemente sotto controllo.

Eletto con una maggioranza schiacciante, iniziò a vacillare perdendo in un sol colpo ben tre consiglieri comunali, dopo la mancata elezione provinciale della consigliera Bianchini, che aveva imposto a tutta la sua maggioranza come un diktat da rispettare ossequiosamente.

Un episodio che già evidenziava la totale inesperienza politica, dove non esiste dialogo, non esiste confronto, ma solo l’obbligo di obbedire agli ordini del capo. E da qui a breve gli venne affibbiato il soprannome di “ducetto” da parte del consigliere comunale Giulio Conti.

Un nomignolo che malgrado lo sberleffo del consigliere dell’opposizione, racchiude quanto di più sinistro questa amministrazione abbia realmente messo in atto con azioni concrete, in modo particolare con la delibera bavaglio con la quale si è tentato di silenziare l’opinione pubblica.

Caligiore ha accumulato una serie di disastri politici e non ha prodotto alcuna azione concreta per rilanciare una città morente. Una città che sa di morire ma intanto neanche prova a vivere.

Inutile è stata la propaganda fatta sulla demolizione dell’ex ospedale di viale Fabrateria Vetus per tentare di risorgere dalle ceneri.

Inutile è stata l’elezione del Senatore Ruspandini, che per Ceccano non ha fatto e non farà nulla di concreto.

Si tornerà alle elezioni, con la speranza di intravedere fin da ora, la concreta possibilità di spazzare via ogni rigurgito clerico fascista, del quale, francamente, questa città non ha alcun bisogno.

 

 

 

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I disoccupati e l'Assessore Di Berardino: rabbia e mani legate

assembleadiVertFrusinate 7ott19 350 mindi Valentino Bettinelli e Maria Giulia Cretaro - Per i disoccupati di Vertenza Frusinate, le battaglie possono durare mesi senza novità, mesi di richieste alle istituzioni senza svolta. Il pressing costante però, permette di non perdere il contatto e soprattutto di non abbandonare la causa.

Lunedì 7 Ottobre, a più di un mese dalla trasmissione delle domande in Regione, nuovo appuntamento in Provincia alla Corte di Antonio Pompeo, ancora una volta assente in assemblea, con la partecipazione dell'Assessore regionale al Lavoro (e non solo) Claudio Di Berardino, ormai habitué di incursioni in ciociaria. Direttamente dalla Regione, Nazzareno Pilozzi, in rappresentanza della presidenza del consiglio alla Pisana. Per la parte politica, arrivati ad assemblea inoltrata, l'Onorevole Luca Frusone e il consigliere regionale Loreto Marcelli.

Accorsa anche una delegazione reatina di disoccupati, in rappresentanza degli oltre 400 facente parti della stessa area di crisi complessa. Presenti le sigle sindacali, di cui si fa portavoce il segretario CGIL Anselmo Briganti. “Abbiamo convocato l’assemblea di oggi per avere la parola della Regione Lazio, presente oggi nella figura dell’Assessore Claudio Di Berardino. Abbiamo invitato anche i parlamentari del territorio, ma in sala non vedo nessuno”. Il punto offerto dal segretario Briganti continua nel merito di fondi e determine. “Per inviare le pratiche abbiamo dovuto attendere la scadenza del 31 agosto. In base ai conti effettuati sui risparmi delle casse integrazione, dovremmo riuscire a scavalcare il 2019, agganciando gli ammortizzatori per il 2020. In vista della prossima legge di bilancio, ci stiamo muovendo per ottenere il rifinanziamento delle mobilità”. Anche le politiche attive protagoniste, di nuovo, dell’intervento di Briganti che ricorda come “la Regione abbia stanziato dei fondi per l’avvio. È anche ora di mettere in campo progetti per accompagnare molti over 58 verso il pensionamento”.


Gino Rossi, baluardo di Vertenza presente anche con la gamba sinistra completamente ingessata, apre il suo intervento con un minuto di silenzio in memoria di Fabrizio Greco, morto nello stabilimento FCA la scorsa settimana.
La vera domanda da cui muove è sempre e solo una: quando verranno stanziati i fondi per coprire la mobilità in deroga. diberardino vertfrus 7ott19 min
Attorno a questo perno, ruotano tutta un'altra serie di interrogativi. Il complesso iter burocratico ha troppo spesso legittimato i ritardi. Ad oggi non si conosce "il destino" delle determine presentate ai sindacati. Sono state trasmesse al Ministero di competenza? Da lì, sono state trasferite all'INPS nazionale e di conseguenza a quello locale? Senza questi passaggi l'erogazione non può essere avviata lasciando ancora scoperte le ultime 8 mensilità non retribuite.


Vista la platea più che mai gremita, l'Assessore non poteva esimersi dal chiarire puntualmente i quesiti venuti a galla.

"Come Regione, lo scorso anno in tempo di manovra di bilancio, avevamo richiesto uno stanziamento di 35 milioni di euro; ne sono stati concessi 10 di meno, abbiamo dunque dovuto fare i conti con una minore disponibilità. A fine Agosto, termine ultimo come stabilito dall'accordo quadro, abbiamo ricevuto 1255 istanze di cui 900 per Frosinone. Subito è avvenuta la trasmissione al Ministero in data 4 settembre, per quanto riguarda la mobilità in scadenza al 21 di Novembre, ottenendo il parere favorevole arrivato il 18 Settembre da parte del Governo.
Nel frattempo, in considerazione del poco afflusso delle domande ricevute, al netto dei pensionamenti, abbiamo portato avanti delle proiezioni fiscali per scavalcare la data di novembre e agganciare la nuova annualità.
Per questo il 26 Settembre abbiamo comunicato al Ministero, che le risorse disponibili potranno finanziare il sussidio fino al 2 Gennaio 2020. Adesso attendiamo questa seconda risposta, e appena arriverà ci sarà la trasmissione all'INPS, visto che le domande sono già in fase di lavorazione.
Oltre al processo amministrativo, era fondamentale avere un riscontro con le associazioni datoriali, tenutosi il 12 Settembre. Non posso negarvi la scarsa predisposizione a reinserire seppur parzialmente i disoccupati, ma su questo, in accordo con il Sindacato, continueremo ad insistere".

La prospettiva è dunque positiva per la risoluzione di meccanismi tecnici, ma purtroppo presuppone una ulteriore attesa per l'erogazione economica. Per questo Di Berardino ha garantito una comunicazione costante, anche a cadenza settimanale, di quanto sta accadendo. Il doppio iter introdotto dalla Regione tarderà ulteriormente il pagamento: da un lato la volontà di agganciare la prossima annualità dall'altra l'impossibilità di ottemperare celermente alle istanze. Il tentativo portato avanti con l'accordo del 5 Giugno era quello di superare il sistema delle finestre e sanare le differenze tra i vari pagamenti. Tuttavia, questo espediente si è rivelato lacunoso a causa della scarsità di risorse, come emerso dall'intervento dello stesso Di Berardino. Il malumore non tarda a manifestarsi anche rumorosamente. Se questi adeguamenti di percorso fossero stati comunicati a luglio e non oggi, a ottobre, sarebbero stati meno deludenti ricevendo ben altra comprensione ed accoglienza.
Ma mentre L'Assessore si è dimostrato preciso su l'excursus burocratico, a domanda diretta riguardo i 53 milioni stanziati per la bonifica della Valle del Sacco, un silenzio denso anche di imbarazzo ed evidentemente condito da poca conoscenza del tema e soprattutto nulla ha detto se queste somme saranno incluse per lo svolgimento di politiche attive verso il reimpiego lavorativo dei disoccupati.

Gli animi surriscaldati dei tanti presenti in assemblea non si sono placati né convinti, confusi da tanti tecnicismi e poche rassicurazioni reali. La domanda è semplice, come si può vivere, anzi meglio sopravvivere senza un reddito da ormai più di otto mesi?
Tanti ghirigori comunicativi e passaggi in puro politichese, che poco si confanno ad una situazione emergenziale per chi non ha respiro da troppo tempo. Occorre una svolta di comportamenti con un sindacato che deve tornare ad essere più parte sociale che istituzionale ed una politica capace di leggere e interpretare le necessità della popolazione. Oggi sembra orba.

Frosinone 7 ottobre 19

 

 

 

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Capitan Ultimo e gli studenti

Capitan Ultimodi Antonella Necci - Capitan Ultimo in Calabria tra simboli religiosi e messaggio forte di fratellanza.

Il carabiniere Sergio De Caprio considera i colleghi di tante pericolose operazioni dei “fratelli”, e così li chiama. “Fratelli di lotta”, come se un giorno fosse partito per una guerra che lui sapeva dall’inizio dove lo avrebbe portato. Ha scelto di fare quel che ha fatto, racconta, perché spinto dal desiderio di “catturare gli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa”.

Si è trasformato in Capitano Ultimo ed ha stanato il cosiddetto boss dei boss Totò Riina, diventando in seguito il soggetto di una fiction tv interpretata da Raoul Bova e iniziando un percorso che è stato, da lì in avanti, una croce di vita.

Volto sempre coperto con gli occhi che parlano ancora prima della bocca, rosario francescano al collo, una piuma indiana sulla giacca e un solo guanto con le dita scoperte alla mano sinistra (“senza motivo, così, per vezzo”), dedica un accorato ringraziamento (“per quello che fate”) alle suore crocerossine che sono venute ad ascoltarlo.

È tuttora costretto a vivere nell’ombra ma non si risparmia nell’impegno solidale nella Casa famiglia che ha fondato né tantomeno nei confronti dei giovani ai quali rivolge principalmente le sue parole. Non è difficile capire perché ha scelto di battezzarsi col nome di copertura “Ultimo”. Ospite a Cosenza della rassegna “Letture in chiostro” in cui è stato presentato il libro di Pino Corrias “Fermate il capitano Ultimo” (Chiarelettere), rassegna organizzata dal vice sindaco e assessore alla Cultura Jole Santelli, che da parlamentare si è molto battuta per non fargli togliere la scorta, il colonnello De Caprio ha regalato una testimonianza fortissima, stimolato dalla giornalista Anna Arcuri e dalla conversazione con la stessa vice parlamentare della commissione antimafia Santelli.

“Non sono nessuno, non do consigli, non giudico nessuno – ha sottolineato De Caprio – Credo fermamente nella sicurezza partecipata, nello sdegno sociale, nella battaglia civile. Se non si parte dal basso, dall’indignazione della gente, non si va da nessuna parte”.
Così si è espresso il colonnello De Caprio di fronte agli studenti del Liceo Classico Telesio che erano venuti ad assistere alla sua lectio magistralis. Una lezione, la sua, rivolta proprio a loro, che nella sala gremita del chiostro di San Domenico, lo ascoltano incantati.

Jole Santelli tra le diverse riflessioni ricorda il gesto di condurre Riina appena arrestato a inginocchiarsi sotto un ritratto del generale Dalla Chiesa che campeggiava nel rifugio dei militari durante l’indagine: era quello un messaggio chiaro alla criminalità organizzata finalmente a terra, finalmente vinta. “Attenzione – dice però Ultimo – non sempre si vince, e allora è bene mettersi da parte, perché significa che c’è qualcosa che non va. Io spesso mi sono chiesto perché prima di allora Totò Riina non fosse mai stato preso”. I poteri dello Stato e il potere arrogante di quelli che dimenticano la loro missione, quindi gli eroi delegittimati, il senso civico e l’educazione da cui tutto sempre prende forma nelle condotte esistenziali: capitano Ultimo arriva a toccare le corde emotive dei presenti in platea perché in lui ciò che emerge non è la ricerca di protagonismo o di medaglie, bensì la fedeltà a una vera vocazione.
“Senza polemiche – ha evidenziato De Caprio – dobbiamo esigere spiegazioni, sapere se mancano mezzi o capacità, ma non dobbiamo abituarci a convivere con violenza o prevaricazione. Manca ancora l’attenzione delle persone perché la partecipazione dei cittadini obbliga chi ha responsabilità a dare conto, e questo è mancato, ma deve essere un grido forte”.

Dal canto suo, Jole Santelli ha affermato che “la criminalità si muove e lo fa molto velocemente, a livello mondiale. Lo Stato sembra arrivare sempre in ritardo, a causa di pastoie burocratiche, ma si conquistano lo stesso grandi vittorie, anche se c’è ancora molto da fare. Dobbiamo mettere a risorsa le energie migliori che abbiamo e scongiurare che la mediocrità isoli le nostre eccellenze”.

La mattinata, che di fatto ha aperto ufficialmente due giorni di incontri, talk e appuntamenti editoriali, in questo spazio sulla legalità era stata inaugurata dal saluto del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto che, accogliendo il Capitano Ultimo, aveva parlato delle libertà fondamentali che un Paese civile dovrebbe garantire a tutti e dunque al colonnello De Caprio, “perché nessuno di noi, a ogni livello, deve restare alla finestra a guardare ma deve fare il proprio dovere di cittadino onesto”.

Alla luce di quanto detto dalle autorità e da Capitano Ultimo in questa bella iniziativa in terra calabrese, risulta sempre inspiegabile il perché la procedura per togliere la scorta al Capitano sia stata avviata e non ancora bloccata. Di fronte alle belle parole e ai sorrisi e comportamenti di circostanza che acclamano Capitano Ultimo come un vero Carabiniere che ha condotto e sta conducendo una battaglia, verbale, se non più attiva, poiché poco si sta facendo contro Mafia e Corruzione, non fanno seguito comportamenti altrettanto corretti e coerenti nei confronti di chi è tuttora fedele allo Stato e ha sempre combattuto per la legalità e contro ogni forma di corruzione.

Un esempio umano prima ancora che militare di un uomo che sta pagando a caro prezzo la sua eterna fede nell’Arma. Un appello, se ci è consentito, al Generale Giovanni Nistri perché si faccia portavoce di tale vessillo e ponga da parte cavilli burocratici e questioni personali a sostegno di un uomo come Capitano Ultimo.

 

fonte della notizia: www.strettoweb.com

 

 

 

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