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Lorsignori rivogliono indietro il PD

 CRONACHE&COMMENTI

Le dimissioni di Zingaretti provocheranno un vero chiarimento di fondo?

di Aldo Pirone
Zingaretti disperato 350 minLe drammatiche dimissioni di Zingaretti sono un altro episodio nella lotta che si sta svolgendo fuori e dentro il PD per ricondurlo pienamente sotto il controllo dell’establishment liberal democratico di lorsignori.

La creatura era sfuggita di mano con quell’alleanza con Leu e M5s. E’ vero, la dirigenza zingarettiana non era riuscita a produrre quella svolta interna, quella “rivoluzione” nel Pd, quell’apertura alla società civile progressista, all’associazionismo che ivi opera e agisce, quell’immersione nel processo di unità e di rifondazione della sinistra che da più parti era sollecitata e che sarebbe stato necessario per spostare i rapporti di forza nel paese a sfavore delle destre e mettere al riparo il governo dalla quinta colonna renziana.

Tuttavia, tra remore e dissensi sotterranei alimentati dagli abbondanti lasciti renziani, soprattutto parlamentari, pararenziani e orfani del Lingotto veltroniano a vocazione maggioritaria, la suddetta dirigenza era riuscita, pur con le stampelle e claudicando un bel po’, a onorare l’alleanza progressista con Leu e il M5s e il sostegno al governo Conte 2 fino alla fine. Ed è proprio questo che lorsignori e i loro portavoce nei mass media rimproverano a Zingaretti. Oggi tutti quelli (i Mieli, i Damilano, le Concite De Gregorio ecc.) che guardano con ribrezzo al correntismo dem fondato sull’ordine feudale del cacicchismo localistico, applaudirono al Pd di Veltroni che, oltre all’impianto culturale liberal democratico del Lingotto, si diede proprio quella struttura allucinante che metteva insieme, in nome dell’innovazione, il vecchio e immarcescibile correntismo più ferreo con il plebiscitarismo; anticipatore non nobile del populismo. Il tutto aperto all’infezione del trasformismo più bieco, senza princìpi né valori né ideali e, non da ultimo, alla penetrazione degli avventurieri politici più spregiudicati come Renzi. Anche lui applaudito da non pochi schifiltosi di oggi.

A favorire e, per certi versi, a blindare l’alleanza a sostegno di Conte è stata la pandemia da Coronavirus che ha cambiato la situazione sociopolitica in Italia, in Europa e nel mondo. Essa ha riportato alla luce e in primo piano parole e politiche come solidarietà, mutualità, direzione pubblica, beni comuni, ambiente, ecologia ecc.. Un mastice che è durato fino a quando non è entrata in ballo la gestione dei 209 mld del Recovery fund e anche nel Pd si è pensato, da una parte (Zingaretti e Bettini) di dare una scrollatina a Conte e dall’altra (Marcucci, Zanda, Delrio ecc.) di affossarlo tout court utilizzando il rignanese saudita “nostro centravanti di sfondamento”.

Il ribrezzo di lorsignori per questo Pd non nasce, perciò, dalle sue piaghe originarie ormai purulente e incancrenite, dai fasti e nefasti precedenti culminati nel renzismo, ma dal tentativo di uscirne, seppur timidamente e fra contraddizioni e remore lampanti, con una politica orientata a sinistra sostanziata nell’alleanza con Leu e M5s a sostegno del Conte 2. Quest'alleanza hanno cercato di sbriciolarla con la caduta di Conte e l’avvento di Draghi e ora ne vogliono impedire una qualche rinascita anche in futuro.

Le dimissioni di Zingaretti possono essere anche benefiche se provocano un chiarimento fondamentale fra i dem e una svolta con l'abbandono di ogni sirena liberal democratica, moderata e centrista e un processo di rifondazione non solo e non tanto del Pd ma della sinistra tutta in collegamento simbiotico con l'associazionismo progressista della società civile. In parallelo a quanto sta succedendo nel M5s con l'avvento annunciato di Conte nella direzione dei pentastellati.

Intanto non bisogna distrarsi. Il governo Draghi, da una parte, va condizionato a potenziare la continuità sul terreno sanitario e su quello sociale con il governo Conte e, dall’altra, occorre sindacare a fondo i progetti del Recovery plan. Non bisogna dimenticare che in Parlamento c’è una maggioranza progressista che va fatta valere anche sui dettagli e anche nel contrastare passo passo le panzane di Salvini.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Ottaviani approda alla Lega. Avanti tutta ... indietro nella storia

Salvini Ottaviani minGianmarco Capogna, Anna Rosa Frate, Stefano Pizzutelli - Da ieri è diventato ufficiale quanto già avevamo capito: il Sindaco Ottaviani ha aderito ufficialmente alla Lega di Salvini. Questo determina un fatto politico da non ignorare, cioè che sono stati abbracciati i contenuti, i linguaggi e le posizioni di quel partito che nulla hanno a che vedere con i moderati.

La nostra opposizione in città come Possibile ed in consiglio comunale tramite il Stefano Pizzutelli di Frosinone in Comune continuerà con ancora più determinazione e vigileremo affinché non arrivino posizioni ultra conservatrici, contrarie ai diritti e all’uguaglianza e discriminatorie come è già successo in altre amministrazioni a maggioranza leghista in tutta Italia.
Vigileremo e ci batteremo affinché non vengano ulteriormente ridotti i Servizi alla persona . Affinché si prenda una posizione sulle questioni ambientali., visto il negazionismo della Lega. A Frosinone , citta’ che é all’apice delle classifiche per gli sforamenti dovuti al PM10, si muore . Per contro la qualita’ della vita e’ sempre pessima.

Saremo in prima fila nella battaglia per i diritti e l’uguaglianza, quella delle donne attaccate da leggi come quella di Pillon o dalle scelte contrarie al rispetto della 194, chiederemo sicurezza ma anche accoglienza e rispetto delle persone migranti, sosterremmo gli ultimi e le fasce sociali più deboli evitando la guerra tra poveri.

Ci mobiliteremo contro l'omofobia e la transfobia, sostenendo le istanze della comunità LGBTI, a cominciare dalla partecipazione all’assemblea aperta “La Stagione dei Diritti” di domenica 24 marzo al GRID e dichiarando già da ora il nostro sostegno al Pride lanciato a Frosinone per il prossimo 22 giugno. Saremo orgogliosamente al fianco delle donne e delle persone LGBTI e ci dichiariamo disponibili ad intraprendere ogni mobilitazione, dentro e fuori il Consiglio comunale, per dare loro piena rappresentanza politica.

Questo è il momento delle scelte non solo per chi decide di schierarsi con la Lega, ma anche e soprattutto per chi vuole opporsi al modello di governo nazionale e, da oggi, anche locale. Per questo chiediamo a tutte le forze di opposizione di esporsi, di mettersi in discussione e se serve anche cancellare i vecchi schemi mettendosi a disposizione per crearne di nuovi per costruire un fronte, aperto anche ad associazioni e movimenti, capace di esprimere una nuova classe dirigente per questa città espressione di un progetto politico diverso, radicale e completamente alternativo a quanto abbiamo visto negli ultimi anni in questa città.

Non abbassiamo la guardia, ma alziamo la testa e lottiamo insieme.
Gianmarco Capogna – Possibile Frosinone Anna Rosa Frate – Possibile Frosinone-Stefano Pizzutelli – Consigliere Frosinone In Comune

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Inarrestabile ormai la marcia indietro dell'orologio del tempo?

renzi marchionne 350 260di Michele Prospero da Il Manifesto - E' evi­dente che, con i decreti attua­tivi della fami­ge­rata carta di espro­pria­zione dei diritti deno­mi­nato Jobs Act, la Costi­tu­zione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fon­da­men­tali, anche se non ancora toc­cata in modo espli­cito, è inde­bo­lita dalla legi­sla­zione più recente, vera pistola pun­tata con­tro il resi­duale diritto del lavoro. Frutto della seconda costi­tu­zio­na­liz­za­zione, lo Sta­tuto del 1970 era il com­pen­dio di una con­giun­tura sto­rica irri­pe­ti­bile che pre­sen­tava con­di­zioni poli­ti­che più favo­re­voli al mondo del lavoro. L'articolo 18 era in fondo il sim­bolo della rela­tiva potenza accu­mu­lata dal lavoro, rispetto al domi­nio asso­luto del capi­tale, e la dimo­stra­zione dei frutti posi­tivi sca­tu­riti dalla con­giun­zione di con­flitto sociale e grande mano­vra politica.
Ad essere col­pito dalla furia restau­ra­trice del governo Renzi è anzi­tutto il potere del lavoro e di con­se­guenza i diritti dei sin­goli dipen­denti si spen­gono come degli astratti postu­lati morali. Il segno di classe della riforma strut­tu­rale varata dal governo l'ha colto bene l'Ocse che, in uno sper­ti­cato elo­gio delle misure ren­ziane, le ha san­ti­fi­cate come l'eden resu­sci­tato della bella volontà di potenza dell'impresa. Nel docu­mento l'Ocse spiega le ragioni del suo inna­mo­ra­mento totale: «accre­scendo la pre­ve­di­bi­lità la norma riduce i costi reali dei licen­zia­menti, anche quando sono giu­di­cati ille­git­timi dai tri­bu­nali e inco­rag­gia le imprese». Sono felici sol­tanto per­ché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.
Quest'assalto nor­ma­tivo alla civiltà del lavoro, con la ridu­zione del costo del licen­zia­mento, secondo l'Ocse, è una divina bene­di­zione che accre­scerà la pro­dut­ti­vità per­ché, eli­mi­nando del tutto la pos­si­bi­lità del rein­te­gro per l'esclusione dall'impiego per motivi ille­git­timi, e ridu­cendo anche l'importo dell'indennizzo dovuto a chi viene get­tato sul lastrico, il Jobs Act sol­le­cita il risve­glio imme­diato degli spi­riti ani­mali del capi­ta­li­smo. Senza la sbri­ga­tiva libertà di licen­ziare, il capi­tale non rie­sce più a inve­stire, a inno­vare, a com­pe­tere. E quindi, il piano della nichi­li­stica espro­pria­zione del lavoro, con­ti­nua ad essere per­se­guito come la variante più allet­tante per rilan­ciare l'accumulazione in un paese che si accasa defi­ni­ti­va­mente nelle peri­fe­rie del capi­ta­li­smo glo­bale e che per il suo de te fabula nar­ra­tur guarda ormai all'Albania.
La filo­so­fia del ren­zi­smo si com­pie nel segno di una inte­grale deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro. E la sua genuina essenza ideo­lo­gica è con­te­nuta nella cele­bre for­mula sulla libertà dell'imprenditore di licen­ziare come segno di una grande inno­va­zione desti­nata a fare epoca. La nuova legi­sla­zione, in effetti, è il cuore delle stra­volte riforme post-moderne, quelle capo­volte costru­zioni giu­ri­di­che che sop­pri­mono tutele e pic­cole libertà dal biso­gno e asse­gnano pro­prio al sog­getto già eco­no­mi­ca­mente più forte il diritto di schiac­ciare il con­traente più debole della rela­zione lavorativa.
Le con­di­zioni sociali della moder­nità sono basate gene­ti­ca­mente sul dif­fe­ren­ziale di potere tra capi­tale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scon­tro poli­tico della società di massa, cer­cava di cor­reg­gere con gli inter­venti della legi­sla­zione gli squi­li­bri sociali più macro­sco­pici con­fe­rendo poteri cor­ret­tivi al lavoro come potenza sociale col­let­tiva. Ora il diritto muta di segno. E' costruito il diritto del più forte, cioè è scol­pito anche sulla norma il potere legale san­zio­na­to­rio del capi­tale sul lavoro. Quando all'impresa si con­cede il diritto di licen­ziare il dipen­dente anche per un solo giorno ingiu­sti­fi­cato di assenza, le si con­se­gna un'arma di coer­ci­zione spro­por­zio­nata rispetto all'entità dell'illecito. E' la pura forza dell'avere che suc­chia l'essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell'impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata.
Ad domi­nio del capi­tale, scritto già a chiare let­tere nelle ogget­tive leggi dell'economia e con­fer­mato nelle ano­nime rego­la­rità impo­ste dalla divi­sione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo clas­si­sta che anni­chi­li­sce la rela­tiva auto­no­mia con­qui­stata nel Nove­cento dalla legi­sla­zione pub­blica nel cor­reg­gere le asim­me­trie del rap­porto sociale con norme det­tate dal senso civile e morale di un'epoca demo­cra­tica. Il giu­dice deve ammai­nare gli stru­menti roman­tici con i quali inse­guiva il mirag­gio della costi­tu­zio­na­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro. Seb­bene con stru­menti coer­ci­tivi sca­ri­chi, per­ché privi di san­zione effet­tiva verso l'impresa ina­dem­piente, il giu­dice del lavoro aveva intro­dotto la legge e il con­tratto a più stretto col­le­ga­mento con l'essere del lavo­ra­tore. La bocca del giu­dice, nell'accertare la ade­guata pro­por­zione tra fatto e san­zione, ora si chiude dinanzi alla sover­chiante potenza dell'avere, del capi­tale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.
Si dise­gna una indi­vi­dua­liz­za­zione cre­scente delle rela­zioni eco­no­mi­che impo­nendo un secco rap­porto a due, da una parte sta il potere d'impresa che regna incon­tra­stato e dall'altra il lavoro, sog­getto ancor più pre­ca­rio appeso alla deci­sione d'azienda sui tempi, sui costi delle ristrut­tu­ra­zioni, sull'opportunità di un demen­sio­na­mento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scam­bio inde­cente tra un (solo) nomi­na­tivo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato e un effet­tivo potere di licen­ziare senza giu­sta causa cam­bia in pro­fon­dità i rap­porti di forza den­tro i luo­ghi di lavoro. Il sin­da­cato è invi­tato a uscire dalla fab­brica o dall'ufficio, non essendo più rile­vante il potere delle orga­niz­za­zioni nel trat­tare le con­di­zioni delle ristrut­tu­ra­zioni, degli esu­beri, dei tempi, delle mobi­lità, dei licen­zia­menti col­let­tivi.
Lo spie­gava bene Spi­noza: quando un sog­getto cede un potere, non ha più le chiavi per riven­di­care i suoi diritti. Non esi­stono infatti diritti frui­bili senza una potenza col­let­tiva che li sor­regge. E l'attacco del governo è, con qual­che per­versa siste­ma­ti­cità, indi­riz­zato con­tro le con­di­zioni (sociali e sin­da­cali) della potenza del lavoro. Strat­to­nato dalle stra­te­gie d'impresa che lo ren­de­vano una varia­bile sem­pre più pre­ca­ria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giu­ri­dica. Il pub­blico si ada­gia alle esi­genze fun­zio­nali dell'impresa pri­vata e costrui­sce un diritto con moduli, tempi, risar­ci­menti mone­tari richie­sti dal capi­tale. Con il suo turbo governo Renzi pro­cede a passi di gam­bero verso l'Ottocento. Nella sua fab­brica entra solo il car­tello che intima alla mano­do­pera di per­dere ogni spe­ranza di riscatto e di non distur­bare il padrone che dà l'opportunità di lavoro, e quindi va santificato.
Nel regime giu­ri­dico duale, cioè con la com­pe­ti­zione inne­stata dalla norma dise­guale che dif­fe­ren­zia tra vec­chi e nuovi assunti ser­ven­dosi di pro­fili discri­mi­na­tori, l'impresa spera di otte­nere mag­giori poten­ziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minac­cia in virtù di nuovi poteri dispo­si­tivi e san­zio­na­tori. Con il suo Pier delle Vigne, la coman­dante dei vigili urbani di Firenze nomi­nata sul campo capo dell'ufficio legi­sla­tivo di palazzo Chigi, Renzi ha dav­vero posto fine al costi­tu­zio­na­li­smo della repub­blica. Già sepolti i suoi sog­getti poli­tici (i par­titi ideo­lo­gici di massa), ora sono spenti anche i suoi sog­getti sociali, il lavoro come sovrano della costi­tu­zione eco­no­mica. E' comin­ciata un'altra epoca nel segno della destra eco­no­mica, cioè con lo sfac­ciato potere dell'impresa, con la sua giu­ri­sdi­zione pri­vata spie­tata e senza con­tro­par­tite. Il lavoro è scon­fitto, ma non vinto.

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Un passo indietro e due avanti

logo forum democratico 350dal ForumDemocratico - Ceccano - Facciamo un passo indietro, proviamo a farne un paio avanti e fissiamo qualche punto.
ForumDemocratico - Ceccano ha chiaramente espresso le proprie valutazioni in merito alle vicende di crisi amministrativa delle scorse settimane.
Abbiamo voluto prendere una posizione decisa e trasparente a riguardo, ritenendo che determinati passaggi politici e relative cause ed effetti, non debbano essere taciuti, tantomeno avallati da atteggiamenti ambigui ed equivocabili. Ribadiamo quindi i nostri giudizi negativi sulla gestione politica di una crisi che, forse anche a causa d'interventi di figure istituzionali superiori, ha portato al muro contro muro causando di fatto il commissariamento del paese. Rintracciamo nell'ormai "celebre" foto dei consiglieri comunali dimissionari quei tratti della politica che riteniamo sia indispensabile superare. Gli sguardi tronfi e soddisfatti dei protagonisti di questa triste vicenda, che alla bisogna s'azzuffano e s'accordano, ancora nascondono ai cittadini i reali motivi di una così grave crisi.

Tutto questo riteniamo debba essere definitivamente archiviato attraverso una trasparente riflessione, sia degli altri soggetti politici che della cittadinanza tutta. La valutazione che oggi diamo delle azioni e prese di posizione dell'ex sindaco non ci tramutano automaticamente in suoi sostenitori, abbiamo espresso giudizi e non ci preme fare il "tifo".
Il colpevole ritardo nella presa di coscienza della Maliziola riguardo le reali intenzioni di buona parte della maggioranza che la sosteneva, hanno concorso alla definizione di un contorto e tentacolare intreccio, da cui era forse difficile districarsi.

Tuttavia abbiamo letto positivamente alcuni segnali che debolmente erano emersi dalla palude politica ceccanese. Esiste uno spazio di riflessione differente, ci sono logiche diverse, si possono ribaltare alcuni capisaldi. Un primo passo importante per l'inizio di un nuovo corso è stato fatto, ora siamo al punto zero. Adesso bisogna trovare il coraggio di riformare l'orchestra, impegnandoci tutti per cambiare musica.
Lo spartito possiamo scriverlo insieme. Il tempo che ci divide dalle prossime amministrative è ancora lungo. Ma può anche passare in fretta.

Noi come Forum Democratico abbiamo deciso di metterci i guanti da lavoro e provare ad aprire un "cantiere".

Continuiamo ad interpretare con rammarico le posizioni che vedono contrapposti laureati e non, vecchi e giovani, veterani contro novellini.
Futili e strumentali diatribe che hanno contagiato ormai gli spazi lessicali delle nostre piazze, sintomo di una classe politica, di un paese e della sua cittadinanza che faticano a rimettere al centro del discorso temi d'interesse pubblico, azioni da intraprendere, bisogni da soddisfare.

Vorremmo riuscire a superare questo scoglio, provando ad aprire uno spazio comune, guardando in faccia la reale portata delle questioni che ci circondano, provando a tracciare un percorso di soluzione ampio ed allargato.
La ridefinizione degli obiettivi della nostra comunità è operazione difficile ed ambiziosa, ma la ricerca di un campo di confronto collettivo, alimentato dalle forze sane, oneste e disponibili al dialogo è un atto dovuto verso il nostro paese.
L'alternativa già la conosciamo, un tutti contro tutti che al momento opportuno per logiche di tornaconto tramuta in tutti insieme appassionatamente.
Conosciamo anche il prodotto di questa politica, l'abbiamo davanti agli occhi, ci viviamo! Vogliamo essere chiari e ribadire due concetti, il taglio col passato dev'essere netto, l'obiettivo è sempre alzare l'asticella. Come può essere protagonista di una ripartenza chi per anni ha concorso colpevolmente a frenare questo paese? Come può concorrere alla definizione di obiettivi di miglioramento collettivi chi da sempre s'affanna per raggiungere un traguardo personale?

I processi di profondo cambiamento in ambito politico nazionale devono spingerci ad una riflessione. La sfida è interpretare e lavorare affinchè questo rinnovamento riesca a contagiare anche Ceccano.
Trovare raccordo su temi e traguardi anche tra forze apparentemente distanti potrebbe certamente aiutare a far rinascere una dialettica politica argomentata, finalmente libera dai tatticismi personali, purché l'obiettivo comune resti chiaro e definito, voltare pagina e cambiare musica.

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