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Verso la riapertura delle scuole

Ultima notte prima dell’apertura

riapertura delle scuole e normative 380 mindi Serena Galella - Come descrivere questa notte? “Ha da passà ‘a nuttata!” direbbe Eduardo. E passerà.
Come? Quando? Nel frattempo si riapre, la liberazione dai propri figli per i genitori è voluta a qualsiasi condizione. Il problema è che non sembra si siano trovate delle vere soluzioni in questi mesi e così si va in trincea. Ci si sente come in attesa di qualcosa di straordinario e ingestibile. Ci si arma, perché non si sa mai, di mascherine, schermi e magari mi compro pure un bel separatore personale da apporre sulla cattedra (€50,00), così quando urlo non sputacchio in faccia a nessuno.

Provo a pensare ai nomi dei miei nuovi alunni e sprofondo nella depressione solo pensando che i nomi saranno circa 200 tra alunni e colleghi, forse più e conoscendomi da 55 anni, so quanto mi sia difficile memorizzare i nomi a differenza dei volti, che non scorderò mai. Associare quel nome a quel volto… questo il problema.

La certezza unica di questo anno scolastico alle porte è che tra sei mesi ancora li confonderò e quindi riprenderli per farli stare distanti (primo compito dell’insegnante dell’anno scolastico 2020/21) sarà difficilissimo. Li chiamerò con i colori dei vestiti e delle magliette… o felpe? Qui useranno le felpe… o la mimetica?

Già, perché certezze non ce ne sono e sarà tutto all’impronta. Io sono allenata, anni di teatro di strada mi hanno forgiata e sonoSerenaGalella 350 min capace a trasformare tutto… ma quanto mi stanca! Non ho più l’età e per questo uno pensa a un lavoro meno rischioso della trampoliera… invece… la precarietà vissuta dagli insegnanti è la più logorante tra i lavoratori. Dite che esagero? Naaaaa… Io l’ho provata. Se vuoi insegnare devi aspettare, non puoi prendere altri impegni e restare a disposizione della famosa chiamata alla quale devi rispondere subito e presentarti all’istante, altrimenti se ti spettava il posto lo perdi. Quindi, o hai le spalle coperte o ti arrangi e fai un altro lavoro, o te lo inventi, come ho fatto io.

E adesso? Si va a scuola!!! Si incontra il mondo che in questi mesi è rimasto fuori, si conoscerà questa nuova realtà e ci si augura di non rimetterci le penne, perché io lotto per la sopravvivenza da quando avevo sei mesi di vita e mi sarei anche stancata. Ne ho piene le tasche e non di soldi, perché lo stipendio è quello che è e le spese sono triplicate per tutto. Ve ne siete accorti? Dalla parrucchiera alla spesa. Tutto nel silenzio totale, dopo due mesi di chiusura in qualche modo si doveva recuperare. “E io pago…”

E così dopo aver passato tutto il periodo del lockdown solissima e tutta l’estate senza mai uscire di sera, e senza andare in ristoranti o altri luoghi di aggregazione, aver visto solo i congiunti più prossimi e due o tre amici cari e fidati (non dei negazionisti, per intenderci) mi troverò al centro del vortice e centro del mondo: LA SQUOLA!

Sarà fantastico, non vedo l’ora… ha da passà ‘a nuttata!
Auguro tutto il meglio a noi, alunni, insegnanti e tutto il personale scolastico, per questo incredibile anno che ci aspetta.

N. B.: l'intuizione era giusta, porteranno le felpine.

Sabaudia, 31.08.2020

 

 

 

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Cara scuola, ci manchi... Mi manchi!

Uno #studente di 16 anni

studenti 400 minIn un clima di grande confusione, ma anche effervescenza di idee e proposte sulla #scuola, sulla ripartenza, sulla #didatticaadistanza... confusione certo giustificata dall’immensità dell’emergenza che stiamo vivendo... eccolo.

Uno #studente di 16 anni. Chapeau.

 

«Cara scuola, ecco cosa mi manca di te.

Sono Giacomo Bertó, ho 16 anni e frequento la terza liceo classico a Trento. In questi giorni di intontimento generale ho scritto una lettera come un innamorato alla sua amata: ho scritto una lettera alla scuola. Eccola.

Cara scuola, come stai? Spero meglio di come sto io. Di come stiamo noi. In molti si dimenticano di chiederlo, di interessarsi a cosa provano gli studenti. Quasi avessimo deciso noi di separarci da te, dalla normalità quotidiana. Invece, mai come ora che non ti abbiamo più, ti rivogliamo indietro. Ti rimpiangiamo.

Troppo tardi? Spero di no. Ma quando ci rivedremo? Aprile? Maggio? Settembre? Cara scuola, sapessi come ti hanno rimpiazzata! La chiamano “didattica a distanza”. Al posto del professore uno schermo, una voce. Parlano e noi, connessione permettendo, ascoltiamo. Ma la testa gira, va via, come i giga e il collegamento.

La lavagna non c’è più. Non c’è il mio vicino di banco. Tutto è tanto, troppo lontano. Riprovi a concentrarti, fissi lo schermo, cerchi un sorriso nella webcam. “L’apprendimento non può essere solo la somma di una quantità di nozioni, messe in fila; deve essere condivisione, coinvolgimento.” Lo dicono tutti. Ma come si fa così? E se non capiamo? Dove sono finite le alzate di mano? Gli sguardi dei prof, quelli dei miei compagni, il suono della campanella? Dov’è la mia bidella preferita? Le relazioni che fine hanno fatto?

Cara scuola, prima ci lamentavamo delle troppe ore passate tra le tue mura, ora iniziamo quasi a sognarle. Ne capiamo il valore. Era questo che dovevamo imparare signor Virus? Ok, ora basta però C’è anche chi si fa problemi per la valutazione... il “programma”. Ma non era scomparso il “programma”?

Non erano le competenze a contare ora? Quante ne dobbiamo tirare fuori, in questa tragedia? Chi pensa invece ad arginare il nostro smarrimento, la nostra paura? I numeri servono, ma tu, cara Scuola, tu sei molto più! Sei centro di aggregazione, luogo d’incontro di anime ribelli dai volti brufolosi, dove ognuno scopre il suo piccolo spazio. Sei una palestra dove le nostre teste crescono, si confrontano, dove ci si innamora, si sogna,si cresce. Non sei un edificio chiuso. Sei un mare di opportunità rubate. Siamo noi o sei tu scuola che devi adattarti a questa situazione?

Per fortuna qualcuno ha capito che questo inarrestabile susseguirsi di drastici avvenimenti ha lasciato spaesati anche i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine. Che anche noi stiamo perdendo amici e parenti, che anche noi non siamo felici di questi giorni, che sembrano tutti uguali. E no, non sono vacanze, mi piacerebbe fosse chiaro questo!

Cara scuola, ci manchi... Mi manchi! Non ci siamo nemmeno salutati. Quest’anno niente lacrime degli studenti di terza media al suono dell’ ultima campanella: io ne avevo versate così tante con la mia mitica 3D! Rimarrà un vuoto dentro, mancherà l’urlo di liberazione allo scadere dell’ultima ora, gli abbracci con i prof preferiti, con i compagni, gli arrivederci e la consapevolezza che dopo tante fatiche verrà l’estate, avrà i nostri occhi...

E ora invece, cosa verrà? Cara Scuola, non ci dimenticare. Prenditi, come sempre, cura di noi.»

(Giacomo Bertò)

pubblicata su https://www.facebook.com/asilodelmare1/posts/843996406011716 e su altri organi di stampa cartacea
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Nella didattica a distanza tutti perdono

Subire la didattica?

didattica a distanza 350 mindi Antonella Necci - Ragionando a margine di una vicenda controversa come quella della didattica a distanza, dobbiamo riconoscere quanto l'attuale sperimentazione, se applicata al modello classico della scuola italiana, risulti perdente sotto tutti i punti di vista.

Risulta perdente per chi subisce la didattica. Gli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado.
A cominciare dagli scolari delle elementari che, posti di fronte al video, se non accompagnati dal sostegno dei genitori, percepiscono un buon 1% della lezione frontale a distanza. Molte sono, infatti, le fonti di distrazione di quello che viene considerato più un videogioco che non un reale strumento di apprendimento.

Nella scuola secondaria di primo grado, poiché ci troviamo ancora nell'obbligo, i problemi si fanno più evidenti. Il lavoro in classe, eseguito in gruppi e meno in modo individuale, in questa situazione sospesa, riporta in vita i famosi spettri nell'armadio della scuola media: la mancanza di un lavoro individuale svolto con scadenze e modalità acquisite.

I dolori, però, arrivano quando lo studente italiano varca la soglia virtuale della didattica a distanza degli istituti superiori.
In questo caso l'individualismo, il metodo di studio, la rielaborazione individuale degli argomenti nuovi che vengono affrontati, diventano un baratro che i più cercano di scavalcare con l'aiuto di internet, dei genitori onnipresenti, del tutor che li sostiene a distanza e che svolge i compiti per loro, previa remunerazione. È qui che nascono le reali disparità sociali. Qui si evidenzia il perché una fetta esigua della popolazione italiana che ha arraffato il potere, vuole, a gran voce, e ora anche con decreto legge, che la didattica a distanza continui, anzi sia già attiva ed efficiente dal 1 settembre 2020. Obbligatoriamente.

Se guardiamo alla prospettiva dal punto di vista genitoriale, dobbiamo parlare di due fronti. Uno, il sostenitore della distruzione della scuola pubblica, ma anche in parte di quella privata, perché purtroppo il libero pensiero infastidisce è risulta inopportuno. Serve l'immunità di gregge, ma non perché solo i migliori possano resistere, ma perché i più piatti secondo il loro encefalogramma possano accettare i nuovi modelli.

Ricordiamo che la scuola e l'insegnamento sono soprattutto femminili, e che negli anni 40 e 50 molte donne dedite all'insegnamento siano divenute le nostre madri costituenti. Non impiegate di banca, attrici, soubrette, o politiche che si laureano grazie alla loro posizione sociale. Maestre, insegnanti di scuola media e superiore, giornaliste, donne che hanno fatto la storia, con la loro dignità, la loro forza, il loro libero pensiero. E che hanno formato diverse generazioni, prima che si decidesse di asfaltare la scuola, perché troppo pericolosa.

Ecco, il gruppo di genitori che aderisce alla prospettiva di asfaltare la scuola percepita come un bene per la comunità è di gran lunga superiore a quello che percepisce tale situazione come un fallimento a lungo termine di un faticosamente raggiunto sistema democratico.
Diciamo pure che il rapporto è di 10 a 1.
Una guerra persa in partenza.
Possiamo già dire addio alla libertà d'insegnamento, se mai ci sia stata una reale possibilità di esercitarla, senza ingerenza alcuna.

Infine, guardiamo alla didattica a distanza dalla prospettiva più importante: quella del corpo docente.
Anche qui la situazione si presenta frastagliata. Tralasciamo le abilità più o meno accentuate nell'uso del digitale. Concentriamoci sulle teste dei docenti. Sempre nell'ottica della distruzione della scuola, si può dire che il lavoro si svolga anche dal basso. Immettere nella scuola le teste piatte sta sortendo il suo effetto. Lauree in letteratura senza conoscere la letteratura, in filosofia con leggera infarinatura filosofica, master in discipline più disparate, svolti presso università private definite prestigiose perché molto costose, ma scarsa attitudine all'insegnamento, che viene bypassato previa raccomandazione di quel senatore o ministro o tycoon industriale amico del nonno, compagno di scuola del cugino. E via di questo passo.

Si entra nella scuola, sognando di emulare divi come Trump, anche se pubblicamente nessuno di loro lo esalta apertamente. Alcuni vogliono dominare il mondo e amano Salvini, ma anche Hitler è un modello di vita ideale. Insomma, la scuola è solo il trampolino di lancio verso carriere prestigiose, matrimoni favolosi. La scuola è quei mille euro che fanno comodo per pagare la donna di servizio, ma non per abiti firmati e sfoggio di gioielli. Va da sé che in questo angolo di scuola non esiste né libero pensiero, né pensiero.

Nel cantuccio, relegati a cenerentola del focolare, si trovano quei pochi veri e propri docenti che, ovviamente, lavorano da docenti, non ascoltano le prepotenze e il bullismo di quell'altra fetta nemmeno esigua che non conosce educazione, che, insomma, svolgono il loro ruolo istituzionale. Anche qui la guerra sembra persa in partenza. Il rapporto tra primedonne senza valori è di 10 a 1. Il rapporto tra cafoni e prepotenti è ugualmente di 10 a 1.
Il quadro è chiaro. Diventa catastrofico se vi si sovrappone la didattica a distanza.

Possiamo dire che in questo modo si accelera la fine della didattica e si modifica la scuola in una qualsiasi azienda. Altro che libero pensiero. Inizio in gran stile di 1984 di George Orwell.

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Didattica a Distanza obbligatoria?

Insegnamento on line. E' partita una grande discussione

registro elettronicoLa didattica a distanza, il nuovo videogioco che intrattiene genitori e figli nel nemmeno tanto breve periodo della sospensione della didattica in presenza, è stata intesa da troppi “proseliti neofiti” dello scranno, della scrivania e della cattedra, come panacea per tutti i mali della scuola pubblica della Repubblica italiana.

I neofiti della nuova religione pedagogico-didattica hanno commesso tre errori sostanziali: sopravvalutare la disponibilità e l’efficacia degli strumenti informatici, sovraccaricare di lavoro gli studenti davanti all’equivalente della Play-Station, equiparare un’ora di lezione in aula ad un’ora di lezione dietro lo schermo.

Escludiamo dal ragionamento gli ultimi anni delle superiori, l’Università, il Conservatorio e l’Accademia di Belle Arti. Fino ai sedici anni, cioè fino al biennio della Scuola Secondaria di secondo grado, l’alunno deve adempiere all’obbligo dell’istruzione previsto dalla legge; dal triennio, invece, si entra nella dimensione della “scelta”, cioè nel seguire un percorso scolastico che lo studente ha scelto, proteso verso il suo futuro, e nel quale investe risorse economiche della sua famiglia, il suo tempo e le sue energie.

Normativamente, non esiste un “obbligo” per gli scolari delle elementari e gli studenti delle medie di seguire con correttezza, impegno e rielaborazione personale (studio) la didattica a distanza. In verità, contrattualmente, non esiste neppure un “obbligo” per i docenti della scuola dell’obbligo di porre in essere lezioni e interrogazioni attraverso computer e connessioni Wi-fi.

Se il Parlamento ritiene che la nuova religione pedagogico-didattica debba diventare obbligatoria, vanno studiate con estrema attenzione tempi e modalità, obbligate le famiglie a far “frequentare” i figli, e inserite le nuove modalità a tempo della funzione docente nel nuovo Contratto Collettivo nazionale di lavoro scuola. Inoltre, nel rispetto della Costituzione, si prevedano anche computer e connessioni a costo zero per tutti, docenti e studenti.

La lezione online, per essere efficace nei confronti dei discenti più piccoli, deve rispettare i tempi televisivi. Sono da evitarsi rigorosamente, pertanto, gli interminabili monologhi del docente, la programmazione di un numero di ore pari a quello delle lezioni in presenza, l’insegnamento teorico delle discipline “pratiche” come la Musica. I tutorial, oggi largamente presenti su Internet, non costituiscono una modalità di insegnamento ma di “ammaestramento”. L’elemento educativo e quello formativo posti in essere dalla scuola, rientrano in altre categorie pedagogiche e didattiche.

In conclusione, la didattica a distanza non può sostituire, se non per brevissimi periodi e cum grano salis, il dialogo educativo-formativo e le esperienze concrete di apprendimento che caratterizzano la vita scolastica di docente e discente. Un aspetto che sia l'utenza sia la comunità scolastica sembrano ignorare, o almeno, si rifiutano di considerare, accecati dalla novità di un giocattolo, per ora, divertente, anche se per niente educativo.

 

 

 

 

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Nota 388 del Miur: 100 insegnanti firmano la loro protesta

Reazioni alla nota 388

miur 350 mindi Antonella Necci - Qui di seguito gli esiti pratici alla lettera aperta ai sindacati in reazione alla nota 388 del Miur.

La prima forma di protesta giunge dai vertici gerarchici della scuola che, dopo aver eliminato il diritto all'istruzione per tutti, depauperando le competenze della classe docente, in tempi difficili ed incerti, continua l'opera repressiva tipica di una classe dirigente privilegiata.

Gabriele Toccafondi, capogruppo di Italia Viva in Commissione Cultura della Camera, non ha dubbi: “Trovo stupefacente la richiesta sindacale di ritirare la nota sulla didattica a distanza e di essere ricevuti dal ministro. In questo momento di emergenza nazionale tutti stanno facendo la propria parte. Le scuole autonome, i dirigenti, i docenti e il personale Ata sono in prima linea per garantire a bambini e ragazzi che la scuola continui a essere quella comunità votata ad un percorso educativo non solo nozionistico”.

La nota del 17 marzo, secondo Toccafondi, nel rispetto dell’autonomia scolastica e della libertà di insegnamento, fornisce “indicazioni per supportare chi ha meno dimestichezza con la didattica a distanza e per dare omogeneità e coerenza alle iniziative delle singole scuole”.

Un gruppo di dirigenti scolastici di diverse scuole d’Italia, tutte molte attive in percorsi di innovazione seguiti e monitorati dallo stesso Indire, ha sottoscritto un documento in cui chiamano in causa sia il comunicato dei sindacati del comparto sia quello dello Snadir.
“Noi dirigenti sindacali vorremmo farvi avere un messaggio semplice: vergognatevi, e abbiate la dignità di tacere”.
“La nota Bruschi – scrivono – fornisce linee guida di buon senso oltre che di impatto organizzativo e didattico, che aiuteranno le scuole a non lasciar indietro nessuno. E’ un documento di carattere pedagogico che dimostra un’attenzione specifica alla qualità del servizio di istruzione in condizioni di emergenza. Conferma che la scuola è per gli studenti”.
“È ora di smetterla di trincerarsi dietro il contratto – scrivono ancora i dirigenti – generando l’idea che si stia facendo volontariato nel portare avanti la didattica a distanza. Stiamo solo facendo il nostro lavoro. In questi giorni assistiamo al rientro in servizio di anziani medici in pensione e all’assunzione immediata di giovani appena laureati, che si mettono al servizio del Paese. C’è un esercito di personale della sanità in prima linea, che corre rischi abnormi, fino a sacrificare la propria salute e la vita”.
“Non ci sono dirigenti contro docenti – concludono – c’è la scuola. Tutta. Lavoriamo e stiamo zitti, invece di alzare la voce per fare retorica, disquisendo sui termini quali sospensione delle attività didattiche o chiusura delle scuole”

L’organizzazione di Antonello Giannelli(ANP) così commenta la reazione unitaria dei sindacati alla nota ministeriale in materia di didattica a distanza: “E’ tanto immediata ed automatica da evocare riflessi pavloviani, in un momento e in un contesto in cui sarebbero invece auspicabili atteggiamenti ben più meditati e consoni alla gravità del passaggio in cui ci troviamo”.
Usando toni più seri Anp sottolinea che la “pretesa” sindacale che la questione venga affrontata in sede di confronto fra le parti è del tutto infondata: “E’ poi contestabile l’assunto stesso da cui ci si muove: che si tratti di organizzazione del lavoro. No, qui si tratta della natura del lavoro, dei suoi obiettivi e dei suoi metodi. Qui è scontato che le lezioni non riprenderanno di fatto e, nella migliore delle ipotesi, prima di Pasqua: e sono in molti a pensare, magari senza dirlo, che più probabilmente si va a maggio o che forse, per quest’anno, le lezioni in classe sono pure finite”.

Anche se poi le stilettate continuano: “Di fronte a un tale scenario, che rischia di compromettere, con l’anno scolastico, anche il futuro di un’intera generazione di giovani, cosa ci sa dire il sindacato? Fermi tutti, dovete discuterne con noi! Tanto varrebbe aprire una vertenza con il virus in persona, che ha sconvolto unilateralmente l’organizzazione di tutto il mondo del lavoro senza confrontarsi con i sindacati”.

A quanto scritto dai 10 dirigenti scolastici, dal sottosegretario Toccafondi e dall' ANP (associazione nazionale presidi) ecco qui di seguito la risposta di 100 docenti. Quello che noterete, leggendo i loro nomi, è che la principale provincia di provenienza è Milano. Nessuno di Roma o di altre parti dell'Italia, ma proprio quelle aree più colpite dal coronavirus. Oltre che aree didatticamente più evolute rispetto al medioevo del centrosud. È quindi una protesta che vale la pena di ascoltare, perché ci fornisce il metro di conoscenza utile a far capire quanto sia stata svilita la nostra professione, quanto sia pericolosa una istruzione libera, quanto faccia paura la didattica a distanza effettuata da reali professionisti della scuola e non dal gregge di pecore che esiste nella classe docente.

Documento di 100 docenti italiani
Qui di seguito, pubblichiamo la lettera integrale dei 100 docenti di varie Regioni Italiane.

“La condizione di emergenza che ha portato alla chiusura delle scuole come atto di prevenzione e di riduzione del rischio non costituisce una sospensione della democrazia. Con la nota del MI riportante le 'Prime indicazioni operative per le attività didattiche a distanza' del 17/03/2020, il Capo dipartimento istruzione e formazione ha dettato in modo unilaterale norme che appartengono contrattualmente alla relazione tra organizzazioni dei lavoratori e amministrazione scolastica. Le OO.SS., che rappresentano centinaia di migliaia di lavoratori della scuola che liberamente hanno scelto di aderirvi, hanno giustamente protestato chiedendo al ministro di essere convocate”.

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“A seguito di questa richiesta, una decina di dirigenti scolastici ha pubblicato un documento dal titolo 'Lasciateci lavorare! La scuola non è dei sindacati, è degli studenti'. Una simile posizione, presa strumentalmente in nome degli studenti, non meriterebbe alcuna menzione se non si inserisse in un rigurgito reazionario che sta attraversando qua e là l’Europa. Da sempre, nei regimi totalitari le libere rappresentanze dei lavoratori sono state soppresse o zittite. Gli insegnanti, in questa situazione extra-ordinaria, si stanno adoperando per garantire ai loro alunni e ai loro studenti il diritto costituzionale allo studio. Lo stanno facendo con senso civico e deontologia professionale, consapevoli delle necessità che questa situazione inedita impone. Non solo, stanno supplendo con passione, abnegazione e responsabilità alla mancanza di qualsivoglia formazione diffusa relativa all’ estensione della didattica nello spazio digitale, mettendo a disposizione degli studenti, quindi della collettività, le proprie risorse personali, i propri device, le proprie connessioni”.

Guarda la nostra pagina sulla didattica a distanza

“Il contributo del Miur non può ridursi ad una nota estemporanea di un funzionario, che in modo perentorio interviene sull’organizzazione della didattica. Più utilmente avrebbero potuto essere condivisi suggerimenti realisticamente applicabili per superare le difficoltà che i docenti incontrano nelle loro proposte e che riguardano anzitutto il divario digitale che interessa molte famiglie e molte zone del Paese. Quella nota rivela l’ignoranza del contesto scolastico reale di un Palazzo distante dagli studenti, oltre che dagli insegnanti. Per questo motivo è necessario il dialogo con le OO.SS. rappresentative, perché quel contesto lo conoscono molto bene. Evidentemente a qualcuno, approfittando dell’emergenza, non sembra vero di provare ad affermare pratiche regressive e autoritarie, nascondendole dietro la retorica del 'lasciateci lavorare'."

“Vogliamo rassicurare questi dieci dirigenti scolastici, l’ANP e l’on. Toccafondi che nessuno impedisce loro di lavorare e che gli insegnanti sanno bene chi consente loro di farlo nel rispetto delle norme, del contratto, della dignità della loro funzione. Questi dieci dirigenti e i loro sponsor se ne facciano una ragione: la Costituzione è viva e vigente e loro, che l’hanno evocata strumentalmente, dovrebbero essere tenuti a conoscerla”.

 

Le firme del documento

Gli insegnanti: Valeria Ammenti, MI – Giuseppe Adamo, MI – Filomena Alicino, Brembate (BG) – Antonio Aventino, Brugherio (MB) – Mario Balsamo, MI – Angela Barbuto, (MI) – Alice Basili, MI – Roberto Bassi, Trezzano sul Naviglio (MI) – Francesca Bertonelli, MS – Ninfa Bono (MI) – Erika Brigatti, MB – Calogero Buscarino , MI – Sabrina Casabene, MI – Laura Cerrai, SP – Antonella Cerullo, (MI) – Anna Cipriani, MB – Pino Ciulu, OR – Pierangelo Clerico, SP – Francesco Coletta, Vetralla (VT) – Angelo Corigliano, MI – Alessio Cortiana, Buccinasco (MI) – Eliana Crupi, Buccinasco (MI) – Elena Cucca, NU – Fernando D’Alfonso, MI – Giovanni D’Andria, MI – Antonio Danelli, MI – Alessandra De Angelis, MI – Alessandro Degli Esposti, MI – Emma Del Nero, MS – Carmela Di Caprio, Buccinasco (MI) – Pasquale Di Filippo, MI – Stefano Di Pea, Brugherio (MB) – Gianni Dionisio, MI – Maria Domenica Di Patre, (NU) – Ilaria Donnianni, MI – Franco Falcini, LU – Giuseppe Favilla, BG – Filomena Ferruccio, Buccinasco (MI) – Rosa Fiocco, MI – Marina Fischer, Buccinasco, (MI) – Cristina Flore, OR – Gianfranca Frau, OR – Lucia Frizzi, MI – Rosanna Fronteddu, NU – Anna Maria Furia, MI – Alfio Gagliastro, (MI) – Vittoria Giannetti, Legnano (MI) – Pasquale Gigliotti, Buccinasco (MI) – Francesco Grillo, MB – Aldora Guarashi, MI – Monica Guizzetti, BG – Anna Ianni, MB – Angela Iurlaro, MI – Riccardo lazzari, MI – Domenico Mangione, MI – Francesco Marinucci, MI – Laura Mattioli (VT) – Massimo Maugeri (MI) – Gianfranco Meloni, NU – Elke Menconi, MS – Salvatore Mero, PZ – Sebastiano Mette, NU – Lucia Mezzanotte (MI) – Alessandra Miceli, SR – Gustavo Micheletti, LU – Maria Aurora Migliaccio, NU – Laura Milan, MI – Francesca Alessia Mirabella, MI – Maria Miriadi, MB – Savino Montrone, MI – Maria Antonietta Murrocu, NU – Tony Nicolosi, Serina (BG) – Massimo Oldrini, Sesto Calende (VA) – Antonietta Lia Panetta, PZ – Rita Patalacci, NU – Irina Pennestrì, MI – Antonello Perrotta, MI – Anna Pica, Buccinasco (MI) – David Pili, NU – Giovanni Pintore, NU – Nuccia Quartararo, Sciacca (AG) – Daniela Quecchia, Buccinasco (MI) – Benedetta Rosa Rapallini, MI – Miriam Ricciardo, Dalmine (BG) – Marzia Ristori, LU – Roberto Rosato, MI – Laura Rossi, Cigliano (VC) – Antonina Ruiu, NU – Manola Ruiu, NU – Lucia Sacco, MI – Adriana Scovino, (MI) – Valeria Serraino, MI – Ileana Simoncelli, Buccinasco (MI) – Federica Soldo, MI – Ivan Taurino, Pioltello (MI) – Angela Todisco, MI – Giuseppe Tranchese, MI – Laura Venuto, MI – Marco Viele, VA – Stefania Vola, Candelo (BI)

 

*ICOTEA è un E-Learning Institute di alta formazione e qualificazione professionale che eroga corsi online riconosciuti e accreditati

 

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Quando le vittime diventano gli insegnanti

a scuola studentessedi Maria Beatrice Quaglieri* - Bullismo: quando le vittime diventano gli insegnanti. Quando si parla di bullismo si fa riferimento a forme di comportamento aggressivo e violento di natura sia fisica che psicologica ripetute nel tempo e attuate nei confronti di persone considerate come bersagli facili e incapaci di difendersi. Il bullismo è riscontrabile, nella maggior parte dei casi, in contesti sociali riservati ai più giovani. Nella cronaca odierna, però, è sempre meno raro venire a conoscenza di eventi di bullismo da parte di alunni nei confronti dei loro professori. Negli ultimi mesi infatti gli eventi di questo tipo sono stati tantissimi, tanto da diventare una vera e propria “emergenza”. Alcuni esempi sono il professore di educazione fisica picchiato dai genitori di un alunno ad Avola, la professoressa d’italiano accoltellata in classe nel Casertano e il vicepreside di una scuola media di Foggia preso a calci e pugni dal padre di uno studente.

Sicuramente questi sono i casi più eclatanti di un fenomeno molto diffuso, le cui cause vanno ricercate soprattutto nel cambiamento del modo di concepire il professore e il sistema educativo familiare, nel sentimento di insoddisfazione riscontrabile nei ragazzi e nel sovvertimento dei valori a cui sia i media che i social network stanno contribuendo. Certamente alla base di tutto non può non esserci la trasformazione del ruolo dei genitori e del metodo educativo familiare.

La famiglia, infatti, gioca un ruolo fondamentale nel processo di crescita di ogni individuo, essendo il primo contesto educativo in cui l’individuo si trova fin dalla nascita. Se da un lato il metodo educativo familiare odierno, a differenza di quello del passato, il quale era molto più rigido e attribuiva ai genitori grandi autorevolezza e potere, ha molti aspetti positivi, tra cui l’apertura al dialogo e al confronto tra figli e genitori, dall’altro si sta assistendo ad una progressiva diminuzione di autorità dei genitori non riuscendo ad imporsi ed educare in modo corretto i propri figli. E’ proprio in questa eccessiva accondiscendenza e protezione, tutt’altro che positiva per la formazione dei ragazzi, che viene meno la sintonia nel processo educativo tra scuola e famiglia e ha origine il germoglio del sentimento di insoddisfazione che, in ultima istanza, genera la violenza .

Altra causa importante di questi eventi va ritrovata nel cambiamento della visione del professore e della sfiducia dei ragazzi di fronte a docenti dei quali riconoscono le scarse preparazione e capacità di insegnamento, non riuscendo a ritrovare in essi una forte autorità e sentendosi quasi legittimatati a prevaricarlo. Una grande spinta su questo fronte è data dai social network, a causa dei quali non solo si è sempre più abituati a dire di tutto pretendendo di avere ragione e difendendo con la violenza, seppure linguistica, le proprie opinioni, ma è anche predominante l’idea secondo cui l’opinione della maggioranza rappresenti necessariamente la verità, in una società che manca di una forte autorità morale e in cui individualismo e guadagno sono le uniche parole d’ordine.

Gli episodi di bullismo nei confronti degli insegnanti, quindi, sono episodi di cui si possono forse comprendere le cause, ma che rimangono comunque ingiustificabili in quanto essi vedono calpestati i principi di convivenza civile e rispetto reciproco alla base della nostra società.

*Maria Beatrice Quaglieri IV B Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Sora (FR)

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Il rapporto famiglie insegnanti è ormai malato?

corteo scuola caponetto tommaso natale 460 min minI recenti fatti di cronaca, eventi di microcriminalità e violenza, dove ora uno studente, ora un genitore, aggrediscono e feriscono un insegnante, ci raccontano un disagio crescente tra alunni e docenti. Dove rintracciare le cause? Quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono, quanto il livello della comunicazione verbale e non verbale? La famiglia ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario? È in crescita il fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico, al quale manca una attenzione politica e una risposta sistematica che dovrebbe chiamare in causa tutti gli attori, dalla famiglia, alla scuola, il territorio e le istituzioni.
Come è cambiato il ruolo del docente con l’affermarsi dell’autonomia scolastica e delle più recenti riforme?
Una scuola dovrebbe offrire tra i suoi banchi quella che Erri De Luca chiama una “generosità civile”, perché non ha il potere di eliminare le disuguaglianze ma tra le sue mura può garantire uguale dignità e attenzione a tutti i suoi alunni. Questo è quello che recita in maniera impeccabile la nostra costituzione. Eppure è in crescita il numero di istituiti che vantano un prestigio derivato da alunni di alta estrazione sociale, assenza di immigrati e di disabili. E a questi soggetti più deboli una scuola pubblica e gratuita sa offrire adeguata attenzione? I docenti, per ruolo e preparazione sono pronti a garantire l’inclusione dei soggetti più vulnerabili? Questi sono i temi affrontati con alcuni insegnanti degli istituti superiori del nostro territorio. La presentazione e le interviste sono a cura di Nadeia De Gasperis

La prima intervista è a Luigi Gulia, già preside di istituti scolastici del territorio e presidente del Centro di Studi Sorani Vincenzo Patriarca. 

  1. Luigi Gulia 1 e 2
  2. Luigi Gulia 3 e 4
1. Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

R./ Per motivi anagrafici ho vissuto in prima linea la stagione dei passaggi, dei cambiamenti, delle prospettive di riforma, in qualche modo anticipando, sperimentando – per non pochi di noi l’esigenza era nell’aria e nelle nostre volontà – idee, metodologie, percorsi, strumenti e modalità che nel corso degli anni (rispetto alla mia posizione professionale) l’autonomia scolastica avrebbe cominciato a indirizzare e condurre a sistema. In fondo sembrava lo sbocco naturale e il compimento della stagione iniziata con i decreti delegati del 1974, che avevano recepito e attivato la gestione sociale della scuola (stato giuridico del personale, sperimentazione e aggiornamento, organi collegiali).
Tutte queste novità, con le successive innovazioni legislative (intraprese, abrogate, realizzate, avviate negli ultimi venti anni) fino alla cosiddetta “buona scuola”, pur esprimendo e risentendo delle idee e dei profili politici delle maggioranze parlamentari che le hanno prodotte, hanno sollecitato la scuola, e tutti coloro che la animano, nel bene e nel male, a ripensare se stessa, a ridefinire la propria identità sociale, in un’ottica di responsabilità progettuale e di protagonismo dei soggetti che concorrono, nella diversità dei ruoli, all’efficacia o inefficacia del sistema. Una scuola più attenta – si è detto e si dice – alla persona e al valore della conoscenza e della sua elaborazione come acquisizione ed esercizio consapevole della propria dignità di essere libero e pensante.
Sapersi inventare e spendere, costantemente interrogandosi, attrezzandosi, rinnovandosi e proponendosi è l’impegno di cui il docente è chiamato a farsi carico, non in solitudine, ma in sintonia operativa (ricerca, riflessione, azione) con dirigenti, colleghi, personale tutto della scuola, genitori, enti e istituzioni territoriali, in una condizione non di perenne conflittualità e di contrapposizione (come purtroppo si registra nella prassi causata dallo stress di operazioni prive di saggezza organizzativa e di adeguato dosaggio dei tempi) ma di forte e condivisa passione educativa.
L’autonomia, le leggi di riforma, le innovazioni da sole non cambiano la scuola, o meglio: esse sono solo strumenti (perfettibili, modificabili, come tutti gli strumenti umani), la cui traduzione in prassi efficace può dipendere principalmente dal discernimento intelligente degli operatori (risorse umane) oltre che dalle risorse economiche disponibili.
È cambiato il ruolo del docente? È sicuramente diverso dal modello (autoritario, ma – va onestamente ammesso – in molti casi autorevole) che abbiamo conosciuto come studenti (parlo della mia generazione), riformulato nel suo statuto da quello che molti di noi hanno espresso esercitandone la funzione prima della stagione inaugurata dall’autonomia. Sempre valido l’antico metodo socratico: «Socrate rinvia il sapere che l’allievo ricerca in lui, mantenendo aperto il luogo del sapere come luogo di una mancanza strutturale» (Massimo Recalcati, psicoanalista, nel suo libro L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014, p. 43).
La domanda da porsi mi pare piuttosto la seguente: il ruolo del docente riesce a farsi oggi adeguato alle prerogative di una scuola che intende affermare il proprio ruolo centrale nella società della conoscenza (come recita l’incipit della “buona scuola”) anche come comunità di accoglienza e di scoperta dei valori più autentici della persona umana?
E come può il docente, in questo contesto, plasmare anche la propria personalità per essere in attitudine di ascolto, di dialogo, di interazione con i propri allievi e con i colleghi con i quali condivide progetto e percorso educativi?
Docenti che hanno buona memoria ricorderanno che era mia abitudine chiudere le riunioni collegiali con l’invito ai presenti di ricordarsi anche di far l’amore, inta scuola studentesseendendo dire di dedicare spazio agli affetti, alla cura di sé, allo studio, all’arricchimento spirituale e culturale, all’arte, alla musica, al tempo libero e liberante, per riuscire a mostrarsi ed essere nelle relazioni interpersonali, prime fra tutte quelle con i propri allievi, persone capaci – col proprio stile di vita – di ispirare e testimoniare fiducia, serenità, ricerca del vero, del buono e del bello.
E mi pare calzante, in conclusione, quel che, secondo il citato passo di Recalcati, deve caratterizzare “il lavoro di ogni insegnante degno di questo nome”: «Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima».

2. Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

R./ Esistono e si fanno indagini, studi e dibattiti. Tutti utili. Ma quali sono le cause del fenomeno? Difficile individuarle e isolarle, senza un quadro generale di riferimento. Soffriamo, a vari livelli, di iperattivismo (e poi di stress e di depressione), di deficit spirituale (resistenza alla contemplazione e allo stupore), di difficoltà a raccoglierci nel silenzio, colpevoli di carenza di equilibrio tra l’essere e l’avere, di incapacità a coniugare il “noi” come cifra esistenziale, di difetto di presenza, di irrisione della legalità…
Quando uno stimato personaggio della canzone, e per giunta televisivo, sul palco dell’Ariston se ne esce con un “E chi se ne frega!” (subito applaudito da un pubblico che nemmeno se ne è reso conto, distratto dallo sfolgorio scenografico) rispetto alla regola della par condicio in periodo di campagna elettorale, non fa né ironia né umorismo né satira, compie invece (inavvertitamente? ancor più grave!) una rozza azione, verbale e di atteggiamento, che, aggiunta alle altre, assai diffuse, dello scadimento quotidiano del linguaggio in volgarità compiaciuta, quale messaggio volete che arrivi ai ragazzi, ai giovani (ma anche agli adulti)?
L’episodio citato, facilmente sfuggito, è esempio minimo di superficialità e di trasgressione apparentemente innocua. Può sembrare irrilevante, è invece emblematico di un clima che indulge alla scostumatezza, alla arroganza, alla irrisione di valori che fanno la dignità della persona, perfino alla noncuranza di quelle più fragili e indifese
Sempre più rara l’etica professionale di molti che operano nel variegato (e pervasivo) mondo della comunicazione. Altrettanto avviene nella produzione letteraria, televisiva e cinematografica, che dovrebbe commisurare la propria libertà di espressione al rispetto della libertà e della sensibilità dei destinatari. In questo ambito altrettanto deleteria è la banalità. Il campo è seriamente minato dalle interferenze sempre più frequenti di network fraudolenti e manovrati da esclusive ragioni di profitto. Il potere del denaro sembra rendere lecita ogni azione. Perfino la passione sportiva è oggi infestata dagli interessi di “eserciti mercenari”.
E si potrebbe continuare così se si volge l’attenzione anche ai personalismi degli scontri politici, alla corruzione dilagante, alla malavita organizzata, alla illegalità assurta a sistema…
Il quadro rischia di farsi buio, e culturalmente molto preoccupante, se non tenessimo conto, al contrario, dei molteplici motivi di luce e di speranza, che la responsabilità di ciascuno potrebbe cominciare ad assumere e moltiplicare come impegno personale oltre che condiviso. Basti pensare a quanto spazio di rigenerazione di bene comune potrebbe profilarsi sui grandi temi (e sfide) della giustizia sociale, del diritto al lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della ricerca scientifica, dei servizi alla persona, del volontariato, della pace, e così via…
In questa realtà, ricca di contraddizioni, le forme di violenza e di intolleranza emergono come crisi profonde, ferite, lacerazioni, dissidi nelle relazioni interpersonali, più frequentemente proprio nei luoghi dove la qualità dei rapporti dovrebbe sostanziare l’esperienza della vita umana: nella famiglia e nella scuola.
Perché? Difficile dare una risposta univoca. È possibile ipotizzare, tuttavia, che occorre ripartire proprio dagli spazi dell’educazione e dell’amore, con volontà individuali e collettive. E con il sostegno di una legislazione più attenta alle necessità di vita delle persone e di rimodulazione dei tempi delle città, riprendendo e ampliando istanze recepite negli anni Novanta dalla sensibilità di una donna ministro, Livia Turco, e parzialmente confluite nella legge 8 marzo 2000, n. 53, che si prefiggeva di promuovere un equilibrio fra i tempi di lavoro, di cura, di formazione e di relazione. Ecco: ripartire dalle persone e dall’educazione alla legalità e alla memoria per costruire un sano tessuto sociale, quello dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Tempi lunghi, ma urgenti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

3. La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

R./ La formazione è un diritto/dovere che investe in via permanente sia la responsabilità individuale della propria dignità professionale sia il compito istituzionale della Scuola di promuovere, assicurare, verificare costantemente la qualificazione (e valorizzazione) dei propri operatori, affinché la comunità scolastica sia pronta e idonea a rispondere alle esigenze educative di generazioni in continua trasformazione ed a rischio di manipolazione.
La formazione dei docenti è priorità costitutiva della dimensione e funzione professionale: competenze culturali, disciplinari, didattiche, relazionali, organizzative, di ricerca e di documentazione non si acquisiscono una volta per sempre; necessitano di essere aggiornate, reinventate, implementate, ridefinite sul campo. Basti pensare alle strategie didattiche suggerite dalla flessibilità dell’autonomia organizzativa per rendersi conto della primaria necessità di potenziare le risorse umane di cui ogni istituzione scolastica dispone per elaborare, progettare, realizzare, misurare l’incidenza della propria ragion d’essere.
Proprio sul versante della inclusione dei soggetti più vulnerabili, la sfida educativa chiama in causa e in azione l’intera comunità scolastica, finalmente riconosciuta e definita come “comunità educante”, anche per superare quella distorta prassi che nel passato (forse tuttora perdurante) faceva ricadere ogni responsabilità sulla sola presenza del docente di sostegno.
Ciò significa che questa “comunità” è “educante” nella misura in cui pone al centro la persona (cioè ciascun membro che a vario titolo ne faccia parte) e si fa carico di accogliere, rispettare, integrare, valorizzare le diversità, comprese quelle etniche, culturali e religiose. E significa che questa comunità si connota di una ulteriore apertura educativa (alla interculturalità e alla cittadinanza globale) che riguarda e investe la crescita personale sia dei docenti sia degli allievi, affinché in ciascuno maturi una coscienza sociale più democratica (e solidale) e senza confini.
A questo scopo, oltre alla iniziativa individuale, occorrono energie e investimenti cospicui e irrinunciabili per la formazione permanente del corpo docente in stretta connessione strategica con la progettazione di istituto e territoriale. Sotto questo profilo è di fondamentale importanza una intelligente capacità di raccordo del dirigente, leader educativo, promotore di risorse e animatore di sinergie.

4. Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò s
alunni scuola professore 350
ui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

R./ A cinquant’anni dalla “lezione” della Scuola di Barbiana, a quasi cinquantasei dalla legge istitutiva della scuola media unica, a venti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti, a circa venti dal dibattito sulla garanzia del “successo scolastico”, ancora barcolliamo sulla corretta traduzione del verbo “promuovere”, relegato – come il suo contrario “bocciare” – a mero esito amministrativo.
La scuola non ha altro (e altissimo) compito che quello di “promuovere”: glielo consegna e sancisce (come a tutti coloro, persone enti e organizzazioni che formano il tessuto civile della Repubblica) l’Art. 3 della nostra Costituzione repubblicana e democratica. La scuola (“comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale… [in cui] ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione…”: Statuto delle studentesse e degli studenti, Art. 1, comma 2) ha la specifica responsabilità (si veda l’Art. 34 della Costituzione) di garantire il diritto di ogni cittadino ad imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme, ad essere (i pilastri dell’educazione del Rapporto Delors che precede di un anno il conferimento, in Italia, dell’autonomia alle istituzioni scolastiche).
Il passaggio è epocale: da una scuola selettiva (ed elitaria) ad una scuola inclusiva, della quale occorre oggi capire il senso autentico, che non è quello di una “scuola facile”. Su questo punto intervenne con chiarezza nel 1980 il magistrato Gian Paolo Meucci, amico di don Lorenzo Milani, presidente del tribunale dei minori di Firenze (lo avevo conosciuto e ascoltato negli anni giovanili ai ricorrenti convegni della Pro Civitate Christiana di Assisi): «L’equivoco in cui la scuola è incorsa riguardo al “non bocciare” milaniano è duplice. Da un lato, coloro che hanno interpretato il “non bocciare” come lassismo degli studi, come scuola facile, il cosiddetto “6” garantito. Dall’altro, c’è chi ha interpretato la proposta milaniana come la fine della scuola. Infatti, in una dialettica scolastica autoritaria la bocciatura e la sospensione sono i cardini del potere disciplinare. Se si tolgono queste due armi – sospensione e bocciatura – a chi vive il mondo scolastico in questa logica autoritaria è come se gli decretassimo la fine della scuola, delle vecchie certezze e gerarchie. In questo duplice senso – lassismo e fine della scuola autoritaria – il “Non bocciare” milaniano equivale a un livellamento culturale in basso. Invece il “Non bocciare” milaniano è il compito più difficile che la scuola possa proporsi perché equivale a un livellamento, sì, ma in alto. La differenza è abissale».
Ricordo che nel 1998 o ’99 (in quegli anni ero preside del Liceo classico di Anagni, poco prima che alla nostra professione di presidi venisse attribuita la “funzione” di dirigenti), in una cerimonia di premiazione (gli studenti del mio Liceo erano risultati vincitori già nelle edizioni precedenti) intervenne l’allora presidente del Senato. Secondo lui, perché il merito emergesse, la scuola doveva tornare a bocciare (forse era incappato nell’equivoco…). Quando mi fu chiesta la ragione della ripetuta affermazione degli studenti del mio Liceo, profittai per ribadire, al contrario dell’autorevole carica istituzionale, quel principio sacrosanto della nostra Costituzione teso a promuovere le condizioni di pari opportunità rispetto al diritto allo studio (che è anche dovere di esercitarlo), di cui i risultati raggiunti e confermati dagli studenti erano una prova evidente.
In quegli stessi mesi il già citato Statuto delle studentesse e degli studenti, al comma 1 dell’Art. 1, aveva definito la scuola come «luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica», un percorso laboratoriale pedagogico e didattico, dunque, che coniuga insieme l’esercizio (effettivo, verificabile e ri-orientabile) di diritti e di doveri, la cui efficacia è fondata sulla “qualità delle relazioni insegnante-studente” all’interno di una comunità che, attraverso il protagonismo di ciascuna componente, ne favorisce la crescita nell’ottica di una educazione continua.
Una scuola che boccia è una scuola che se ne lava le mani, scaricando all’esterno le proprie responsabilità. Una scuola che “promuove” (in senso puramente amministrativo) per sanare la propria superficialità educativa (credendo così di sopravvivere) è una scuola altrettanto svuotata delle proprie prerogative. L’uno e l’altro modello determinano conseguenze negative sulla formazione della personalità dello studente (uomo-donna, cittadino) e gravi disarmonie sociali.
Impegno primario e specifico è quello, dunque, di modulare (e rimodulare) percorsi formativi partecipati e motivati che destino, orientino e valorizzino le potenzialità di cui ogni persona, nella propria individualità e con le proprie peculiarità (e diversità), è portatrice, non in astratto ma mediante l’attività di scoperta e di costruzione del sapere (dei saperi) e delle competenze per una partecipazione qualificata e attiva alla vita sociale (cooperazione, solidarietà, democrazia, “bene essere” comune).
E a questo punto non si dovrebbe dimenticare l’importante funzione della valutazione, intesa come processo di verifica delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti, per ridefinire, correggere, perfezionare strumenti, modelli, linguaggi, conoscenze, competenze, obiettivi. Senza mai abbassare la guardia…
Certo, è una sfida! La più difficile per chi intenda oggi spendere la propria vita nella formazione e nella educazione (di sé oltre che degli altri). Potrà tanto esaltare quanto deprimere. Prima di aspettarsi legittimi e giusti riconoscimenti, occorre saper affinare le proprie sensibilità culturali e la propria preparazione professionale, sia individualmente sia in condivisione di risorse umane, spirituali e materiali, con quanti, a vario titolo, sono impegnati nell’ambito dei servizi sociali ed educativi.

 
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La scuola li salverà, ma chi salverà la scuola?

formazione scuola 350 260Arianna Rossi* - “Solo un esercito di professori da sostenere può cambiare la sorte di questa città” così Roberto Saviano ha commentato l’ennesimo episodio di aggressione nei confronti di un minore da parte di una baby gang, episodio che va ad aggiungersi a quello di qualche settimana fa quando la sera della Vigilia di Natale, il diciassettenne Arturo venne accoltellato nei pressi della metropolitana di Napoli.
Il 15 gennaio 2018 Arturo ha fatto ritorno a scuola dove ad attenderlo festosi ed impazienti c’erano tutti i suoi compagni ma soprattutto i suoi professori, coloro che gli hanno fatto da spalla in questa faticosa ripresa. Perché in fondo è questo che un insegnante deve fare, deve aiutare i propri alunni a rimettersi in piedi, portarli sulle proprie spalle quando questi non sono in grado di camminare, indicargli la strada da percorrere quando essa è nascosta ai loro occhi.

Ma cos’è oggi un insegnante? Chi è oggi l’insegnante?
E’ una persona che può essere descritta con due semplici e terribili parole: provvisorietà e smarrimento.
I nostri governi, i nostri ministri dell’istruzione con le loro decisioni e le loro riforme delle riforme hanno fatto sì che andasse perduto il cuore pulsante della scuola: i ragazzi.
Hanno spento i loro cervelli e il loro entusiasmo, sostituendo la voglia di imparare e di condividere con un manuale su come diventare dei perfetti lavoratori, quando la scuola era proprio il rifugio da quel mondo degli adulti che li spaventava, l’isola che non c’è per i Peter pan che non avevano fretta di crescere. Ora invece la lancetta del tempo sembra scorrere più velocemente, gli adolescenti, bombardati da immagini mediatiche su quella realtà contemporanea che fino a poco tempo fa si poteva solo sussurrare, sono diventati dei mini boss camorristi offuscati dal delirio di potenza, che cercano di dimostrare la loro crescita puntando la pistola contro i loro coetanei, prendendoli a pugni, mutilando viso e corpo, martoriando gli elementi propri di quella fanciullezza che vogliono nascondere.

Quello che manca loro sono gli strumenti per scindere ciò che è reale da ciò che non lo è, i mezzi per valutare e provare a capire il mondo che li circonda ma purtroppo sono venuti meno coloro che offrivano tutto ciò: gli insegnanti. Automi i cui cervelli sono stati atrofizzati da uno stato che non riconosce il loro valore, la loro importanza e i loro meriti, che non ha saputo fare altro se non inserirli in una lunga e cigolante catena di montaggio destinata alla produzione di soli mestieranti.
Ma forse l’obiettivo dei potenti è proprio quello di ridurre il popolo ad un gregge di pecore belanti, il cui destino sarà quello di essere sbranato dai lupi famelici, con i cani da pastore anestetizzati nella loro stessa natura, che non potranno fare altro che guardare il sacrificio consumarsi sotto i loro occhi perché come la storia insegna, è più facile governare una massa non pensante che milioni di teste con un cervello funzionante.

Eppure oggi 17 gennaio 2018 dopo l’aggressione a Gaetano, quindicenne aggredito a Chiaiano, centinaia di ragazzi sono scesi in piazza a manifestare contro la violenza; gli striscioni recitavano “SIAMO TUTTI DEGLI ARTURO”, proprio così perché Arturo è il bambino che corre tra le braccia della mamma dopo il primo giorno di asilo, Arturo è la bambina preoccupata per la verifica di matematica, Arturo è il ragazzo che tiene la mano ad una sua compagna alla fermata dell’autobus, Arturo è il diciottenne spaventato per l’esame di maturità...Arturo è la stella che illumina quel mondo scolastico fatto non solo di numeri e parole ma di un materiale molto più raro e prezioso: l’unione.
Solo la scuola può salvarsi da se stessa, non edificandosi sulle riforme e sui programmi ministeriali ma facendo forza sulle persone che la vivono alunni, professori e genitori, uniti da quella passione che si cerca di spegnere in ogni modo e da quell’uguaglianza che oggi è difficile da riconoscere ma soprattutto da accettare.

*Dottoressa in Filosofia, già studentessa del Liceo Scientifico di Ceccano.

 
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Mancette elettorali agli insegnanti

cartello scuola pubblicadi Paola Bucciarelli - Mancette elettorali al mondo dell’istruzione! Il 4 marzo si vota. Apparentemente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sembrano voler ricucire lo strappo con il mondo della scuola. Il Governo vuole arrivare al 4 marzo con la firma del contratto, vuole, quindi chiudere la legislatura recuperando in un settore su cui ha scommesso tanto, senza raggiungere gli obiettivi sperati. Dai precari ai dirigenti scolastici, sono tantissimi coloro che hanno contestato la riforma della “Buona Scuola”.

Tante questioni aperte

Purtroppo, sono tante le questioni che restano aperte nel mondo dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Governo non ha nessuna intenzione di pensare seriamente a risolverle. La conferma ci arriva dalla legge di Bilancio approvata a ridosso di Natale e la partita del rinnovo contrattuale pressoché in stallo.
Se analizziamo la legge di Bilancio approvata il 23 dicembre 2017, ci accorgiamo che arrivano più fondi per la formazione degli insegnanti: 60 milioni in tre anni.
Si tratta di soldi destinati alla valorizzazione dell'impegno in attività di formazione, ricerca e sperimentazione didattica, nonché alla valorizzazione della diffusione nelle istituzioni scolastiche di modelli per una didattica atta lo sviluppo delle competenze.
A parte le critiche che stanno sommergendo la didattica per competenze, questo è un provvedimento che riguarda solo il personale docente a tempo indeterminato. Ancora una volta i precari e il personale A.T.A. non hanno diritto a una formazione gratuita nell’ambito dell’istituzione presso cui lavorano.
Anche per gli studenti disabili arrivano fondi in più: 75 milioni nel 2018, per i servizi di supporto per l'istruzione degli alunni con disabilità o in situazioni di svantaggio. Dunque, non vengono aumentati i posti in organico di diritto: l’anno prossimo ci saranno ancora docenti specializzati e vincitori di concorso sul sostegno che lavoreranno precariamente. Di conseguenza alunni disabili non avranno continuità didattica.

Un magro bottino

Per la ricerca, come riporta il “Sole 24 ore”, aumentano i fondi (anche se non di molto) a disposizione degli enti di ricerca per stabilizzare i tantissimi precari (si stima un 40% di tutto il personale). La legge di Bilancio riconosce agli enti la facoltà di bandire, nel triennio 2018-2020, specifiche procedure concorsuali volte alla stabilizzazione e destinate anche ai titolari di assegni di ricerca in possesso di determinati requisiti (quindi non solo contratti a tempo determinato).
Questo il magro bottino ottenuto dai ricercatori a seguito di una lotta durata mesi e culminata nell’occupazione della maggior parte delle sedi del C.N.R. nel mese di dicembre 2017.
Il personale, in mobilitazione dal 1° dicembre, aveva chiesto l'apertura di un tavolo con le organizzazioni sindacali, per la definizione degli aventi diritto secondo il decreto legge 75/2017 - con tempi e procedure certe e definite - e per l'utilizzo di tutte le risorse finanziarie consentite e disponibili per stabilizzare tutto il personale precario e per mantenere in servizio tutti coloro con contratti in scadenza sino al termine delle procedure di stabilizzazione.
Solo dall’analisi di questi provvedimenti della legge di Bilancio, si evince che i soldi per il comparto istruzione e ricerca sono ben pochi e la stessa cosa si può dire per il rinnovo del contratto. Il Governo vuole accontentare tutti i lavoratori del settore con delle piccole mancette.
Prima che la legge di Bilancio venisse approvata, si insinuava che gli 85 euro sarebbero stati vanificati perché, aumentando l’importo del reddito, avrebbero cancellato il diritto al bonus di 80 euro: c’era il rischio di dare 5 euro di aumento! Evitato con una norma ad hoc questo rischio, ora se ne presenta un altro, quello che la cifra non sia interamente disponibile; ecco spiegata l’insofferenza dei sindacati.

Una trattativa in stallo

l rischio che l’aumento contrattuale venga rivisto al ribasso per gli insegnanti rimane. A dimostrarlo c’è il fatto che la trattativa iniziata il 9 novembre è in stallo.
Al momento le risorse per assicurare questo incremento stipendiale non sono sufficienti. Ci si ferma a 73 euro lordi al mese da spalmare in tre anni.
C'è poi la questione arretrati. Anche in questo caso le parti sono lontanissime: il Governo dovrebbe sborsare 2000 euro di arretrati per ogni insegnante, ma si ferma a 450 euro.
Per accrescere le risorse, i rappresentanti sindacali chiedono di fare rientrare nello stipendio tabellare i 200 milioni che servono a premiare ogni anno i docenti migliori e la Card del docente (da 500 euro netti all'anno) pari a circa 383 milioni. In questo caso, l'aumento arriverebbe a 70 euro netti, ma la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli è contraria a questa proposta, perché farebbe crollare completamente la “Buona Scuola” nei suoi contenuti principali: bonus merito e bonus formazione.
Comunque non è solo una questione di soldi. La battaglia che ai sindacati confederali interessa forse di più è quella relativa alla parte normativa.
Gli aumenti, seppure esigui, andranno accompagnati dalla revisione della cosiddetta parte normativa del contratto: diritti e doveri, relazioni sindacali all'interno della scuola, formazione e orario di lavoro, perché non sono pochi coloro che temono che dietro gli aumenti si "nasconda" un incremento dell'orario di lavoro dei docenti ben superiore agli aumenti salariali stessi.
Nel frattempo, al di là dei problemi salariali, è partito, da parte di sei insegnanti, una ex preside di Roma e un docente universitario, l’appello per la difesa della scuola pubblica.
Nato dal basso, in poco tempo si è diffuso in maniera virale sulla rete, raggiungendo qualche migliaio di firme.

Il rischio di svuotare la pratica educativa

“L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica". Inizia così l'appello suddetto, firmato da tante personalità del mondo della cultura (Salvatore Settis, Massimo Cacciari, Tomaso Montanari, Umberto Galimberti, Nadia Urbinati, Michela Marzano, gli storici Giovanni De Luna e Adriano Prosperi, il sociologo Alessandro Dal Lago, il pedagogista Benedetto Vertecchi, il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena e tanti altri).
Un documento di critica alla “Buona Scuola”, ma anche la richiesta di una moratoria, o almeno di una pausa di riflessione, sui punti più controversi: i test Invalsi, l'alternanza scuola-lavoro, l'insegnamento delle materie in inglese, l'ennesima riforma dell'esame di Stato.
In buona sostanza, l'appello è che si ritorni al ruolo della scuola auspicato nella nostra Costituzione.

11 gen ‘18

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La Consulta boccia una parte della 'Buona scuola'

Insegnanti tagliati 350 260 mindi Paola Bucciarelli - La Consulta boccia una parte della “Buona scuola” e il Miur lavora per licenziare i precari

I prof. di ruolo possono partecipare al nuovo concorso

I giudici della Corte Costituzionale con la sentenza n. 251 del 6 dicembre 2017 hanno sonoramente bocciato una parte della “buona scuola”: quella che esclude i docenti già assunti a tempo indeterminato dalla partecipazione a nuovi concorsi pubblici (nei prossimi mesi ne sono previsti tre).
I docenti di ruolo possono partecipare ai concorsi a cattedra per insegnare in altro ruolo o altra classe di concorso.
Il diritto deriva direttamente dalla Costituzione, secondo la quale per coprire i ruoli del pubblico impiego lo stato deve selezionare i migliori e la selezione deve necessariamente essere il più ampia possibile, senza limitazioni di sorta.
Invece, nel comma 110 dell'articolo 1 della legge 107/2015, che la Corte costituzionale ha espunto dall'ordinamento, era affermato che “...Ai concorsi pubblici per titoli ed esami non può comunque partecipare il personale docente ed educativo già assunto su posti e cattedre con contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato nelle scuole statali”.
Per esempio, il docente di ruolo nella scuola primaria non poteva partecipare al concorso per un posto di ruolo nella scuola secondaria e viceversa, il docente di scuola secondaria non poteva accedere ai concorsi per altre classi di concorso. Ad esempio: il docente di lettere di ruolo alle medie non poteva partecipare al concorso per insegnare lettere alle superiori o altra disciplina sia alle medie che alle superiori.
La questione era stata sollevata dal Tar del Lazio al quale si erano rivolti due professori di ruolo.
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ( MIUR) si è difeso affermando che la ratio delle norme che prevedono la restrizione della platea concorsuale sarebbe quella di agevolare il riassorbimento del precariato impedendo ai docenti di ruolo di coprire posti e cattedre che sarebbero destinati a tale riassorbimento attraverso i concorsi.
Mentre per i docenti di ruolo resterebbe aperto il canale della mobilità professionale (passaggi di ruolo e passaggi di cattedra) al quale si accede a domanda degli interessati.
Però, per la Consulta, «la ratio dell'esclusione in esame non può essere ravvisata nella finalità di assorbimento del precariato». Secondo la Corte Costituzionale, infatti, «se è pur vero che non sono equiparabili, ai fini dell'interesse alla partecipazione al concorso, le posizioni dei docenti precari della scuola statale rispetto a quella dei docenti assunti a tempo indeterminato, tuttavia tale considerazione non rileva nel caso in esame». Ciò perché «l'obiettivo del tempestivo assorbimento del precariato è adeguatamente perseguito dal piano straordinario di assunzioni» previsto dalla stessa legge, che esclude appunto il personale già assunto a tempo indeterminato, mentre la norma impugnata ha a che fare con il sistema di reclutamento «a regime», quindi superata l'emergenza.

I prof. precari e abilitati rischiano il licenziamento

In realtà, come ho già scritto più volte, il Ministero dell’Istruzione cerca in ogni modo di non assumere docenti nuovi.
Ciò risulta evidente anche nella bocciatura del parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione alla bozza di decreto sulle procedure e i criteri per le modalità di verifica degli standard professionali in itinere e finale del personale docente, ai sensi dell'articolo 13 del decreto legislativo 13 aprile 2017 n. 59. Il provvedimento, la cui approvazione è agli sgoccioli, regola l'ultimo anno del percorso di formazione iniziale e tirocinio (Fit ).
I docenti che non supereranno la valutazione finale, al termine del terzo anno del Fit previsto dalla legge 107/2015, saranno licenziati e perderanno il diritto a rimanere nelle graduatorie in cui risultavano inseriti prima di essere ammessi al Fit.
Il MIUR ha ritenuto di non accogliere la proposta della ripetibilità del terzo anno Fit perché ciò sarebbe in contrasto con quanto disposto dal comma 5, dell'articolo 17 del decreto legislativo 59/2017. Tale disposizione, infatti, prevede che «l'ammissione al citato percorso comporta la cancellazione da tutte le graduatorie di merito regionali, nonché da tutte le graduatorie ad esaurimento e di istituto».
La normativa attuale prevede già la cancellazione dalle graduatorie di merito e/o a esaurimento all'atto dell'assunzione a tempo indeterminato, ma l'ordinamento, prima della legge 107/2015, prevedeva una serie di garanzie per il neoassunto, tra cui anche la possibilità di ripetere l'anno di prova almeno una volta in caso di valutazione negativa. Cosa che con il nuovo corso non sarà più possibile.
Il MIUR non si accontenta solo di non assumere il docente in ruolo, vuole che gli attuali docenti precari vengano licenziati e mai più riassunti: il MIUR ha previsto che i docenti che svolgeranno il terzo anno del Fit, prima ancora di sapere se abbiano superato la valutazione finale, vengano cancellati anche dalle graduatorie d’ istituto.

Il caos dei 24 crediti

La volontà del MIUR di sbarrare l’accesso all’ insegnamento nella scuola pubblica agli aspiranti docenti si vede anche da un altro provvedimento: al prossimo concorso per laureati potranno partecipare solo quelli che hanno conseguito altri 24 crediti in materie antro-psico-pedagogiche.
Secondo il decreto del MIUR, i laureati che vorranno partecipare al prossimo concorso per insegnare e che non hanno esperienza di insegnamento, devono sostenere degli esami aggiuntivi: chi si è già laureato e deve integrare gli esami, potrà farlo pagando al massimo 500 euro. Chi si sta laureando potrà effettuare gli esami aggiuntivi gratuitamente. Il tutto in tempi strettissimi, visto che il bando è previsto per il 2018. Oltre ai tempi molto ristretti, gli aspiranti docenti devono vedersela con il caos generato dalle università che non attivano i percorsi per acquisire questi 24 crediti, che danno risposte contrastanti su come acquisirli o certificare quelli che già si possiedono. In tutto ciò le università private che, fiutato il business, spadroneggiano!
Ecco il caos in cui sono finiti migliaia di laureati intenzionati a tentare il corso-concorso promesso dal Ministero, laureati che, se per qualsiasi motivo non riuscissero a fare il concorso, a vincerlo, a sostenere i tre anni di formazione e tirocinio, avranno “acquistato” crediti che non gli serviranno a niente, non sono abilitanti, non daranno diritto a punteggi in graduatoria. Avranno solo buttato soldi!

 
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